

Certo, nella manifestazione romana di sabato non era fascista la maggioranza dei ‘no vax’-‘no pass’. Questo è certo. Il problema è semmai un altro: che da troppo tempo in Italia, ma non solo, chi protesta contro le misure sanitarie anti-Covid ha accettato senza reagire, senza stigmatizzarla, senza dissociarsene apertamente – anzi a volte garantendole l’“onore” del palco e di un protagonismo violento – la compagnia della peggior feccia dei gruppi che predicano l’ordine (il loro ordine) e poi si fanno finti paladini delle “libertà”, quel valore di cui la loro ideologia farebbe volentieri strame. Ed è quanto è di nuovo capitato sabato, non casualmente a Roma, la capitale dove slogan e graffiti del vecchio-nuovo fascismo sono più sfacciatamente visibili. E stavolta attivamente e brutalmente squadristi, con l’assalto alla sede centrale del sindacato CIGL, la sua occupazione, e relative devastazioni.
Del resto, anche la politica governativa del dopoguerra dovrebbe rispondere di una tolleranza, che sfiora l’illegalità, nei confronti di gruppi e gruppuscoli dell’estrema destra. È vero che negli Anni Settanta vi fu lo scioglimento di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, grazie alle indagini e alle denunce di un magistrato finito nel comodo dimenticatoio degli ultimi decenni nel quale sono finite anche le connivenze stragiste fra ‘servizi deviati’ e terrorismo nero. Quel magistrato coraggioso si chiamava Vittorio Occorsio, e pagò con la vita (giugno del 1976) il suo pressoché solitario impegno. Ma da allora, fra CasaPound, Nar, Forza Nuova ed altri, nuovi agglomerati ‘neri’ si sono raggrumati e hanno agito in barba ad una Costituzione che espressamente vieta la ricostituzione del partito fascista, con la successiva aggiunta di un altro paio di leggi praticamente rimaste lettera morta. Da molti anni, Il ‘Pantheon’ dei ducetti che li guidano è ben noto alle questure e alla politica italiane. Qualche leggera condanna, ma senza la mannaia che da tempo lo Stato di diritto avrebbe dovuto usare per colpire e disattivarne strutture e funzionamento.
Gli episodi della loro impunità sono del resto noti e frequenti, dagli attacchi a centri per l’accoglienza dei migranti, all’infiltrazione nelle proteste delle periferie contro i rom, fin dentro gli stadi, dove vi sono curve (la più nota e sfacciata quella di Verona) che non si pongono limiti nei loro slogan e negli insulti razzisti, arrivando al punto che per insultare l’avversario li si definisce ‘ebrei’ con relativa esibizione della foto di Anna Frank (è successo nella curva laziale). Tutti considerati fatti marginali, espressione di piccole frange ininfluenti, che tanto “è impossibile un ritorno del fascismo in Italia”. Per poi scoprire, grazie a inchieste giornalistiche, che comunque vi sono partiti, per non fare nomi Fratelli d’Italia e Lega, che ne cercano attivamente voti e consenso. Giorgia Meloni, dopo le devastazioni di Roma, se ne esce con un incredibile ‘dei responsabili non si conosce la matrice politica’, e con Salvini invoca le dimissioni della ministra degli interni Lamorgese per non aver saputo ‘gestire’ l’ordine nella piazza.
La stessa Meloni post-fascista che non si decide a pronunciare le parole ‘violenza neo-fascista’, e col capo leghista (caldamente ri-consigliata la lettura del libro-inchiesta ‘I demoni di Salvini’) che nella redazione della Padania non aveva nulla da dire al suo collaboratore Gianluca Savoini (quello degli accordi per un finanziamento russo al partito) che dietro la sua scrivania aveva messo in bella mostra la foto di Hitler. Per non parlare del disquisire di non pochi storici e intellettuali che, pur senza nulla sdoganare, ritengono sbagliato che si parli di ritorno del fascismo. L’abbiamo capito, ma la sostanza non cambia in fatto di atteggiamenti e ideologia. Tutto si può dunque dire, ma non si può certo affermare che quella che il ‘manifesto’ ha definito “marci su Roma” (invece che “marcia su Roma”) sia stata un’assoluta sorpresa. E se la Costituzione – tanto invocata e tanto inapplicata – ha ancora un senso, ciò che va fatto è fuori dubbio.
“Abbiamo visto colleghi esausti, uno dopo l’altro, fino alla malattia. Alcuni si dimettono, altri vanno altrove ma si rendono conto che la mancanza di personale e la pressione ad andare sempre più in fretta è un fenomeno ormai diffuso…La nostra salute e a sua volta la salute dei nostri pazienti e residenti è in gioco…” (Da ‘Prendiamoci cura di chi ci cura’, di Claudio Carrer, Area, 8 ottobre)
Una manchevolezza che si riscontra nelle informazioni o nelle rapide analisi di fatti locali che suscitano attenzione, sollevano clamore, suscitano anche gran voglia di partecipazione e condivisione, è quella di mai risalire alla causa iscritta nel “sistema” che ci domina, governa, rende carcerieri di noi stessi. Forse perché quella causa è ritenuta generale e non c’entra niente nel caso concreto o addirittura è sfizio teorico e accademico o quasi sempre “ideologico” (e di fatto lo è anche, ma l’etichetta è sempre attribuita nel senso di cosa estremista, solitamente di sinistra, da contrastare). Nell’esergo citato sopra la causa è indicata a ragione come “fenomeno diffuso”. Quindi, è sistematico.
Prendiamo ad esempio ciò che è emerso con la pandemia o le rimostranze di questi giorni nei confronti della conduzione (o, si è detto, malagestione) delle case per anziani.
Con la pandemia si sono scoperti l’importanza, i sacrifici ed anche i rischi del personale infermieristico. Tutti a cantarne le lodi, a creare eroi, a battere le mani e a moltiplicare il grazie su striscioni. Quando il personale infermieristico, a giusta ragione, ha detto: d’accordo, grazie, ma non ci basta, ora passate anche ai fatti (condizioni e orari di lavoro, responsabilità attiva, retribuzione), istituzioni, aziende, decisori politici, hanno subito storto il naso, sia a livello nazionale, sia a livello cantonale. Con un atteggiamento e un’obiezione pressoché comuni e tra loro contraddittorie: avete sostanzialmente ragione, bisogna considerarvi di più (anche perché di voi c’è e ci sarà enorme bisogno e abbiamo tragica carenza), ma se accettiamo le vostre pretese aumenteranno i costi della salute e dobbiamo stare attenti o non possiamo permettercelo.
Con le case per gli anziani la situazione è pressoché analoga. L’assistenza agli anziani è sempre più impegnativa, lo stesso decorso demografico, accompagnato dal naturale degrado dello stato di salute, implica spesso un rapporto di uno a uno (un assistito, un assistente), giorno ed anche notte. E quindi non solo turni di lavoro per il personale di cura molto gravosi, ma continuità di attenzioni, anche dal punto di vista psicologico, estenuante. E si possono capire, benché sempre ingiustificabili, casi in cui qualcuno non riesce più a reggere e così si finisce, spesso su denuncia dei parenti, in incresciosi strascichi penali.
Nell’uno e nell’altro esempio c’è una causa, essenzialmente economica, non umana, che muove e determina tutto e si chiama produttività. Un mito assoluto dei nostri tempi, che sembra non ammettere mai eccezioni. È comunque una nozione ben radicata in ogni settore: i guadagni di produttività del lavoro permettono di produrre altrettanto o più beni e servizi ed anche con minor lavoro. Quindi minori costi, più profitti, ricchezza, crescita.
Tuttavia, per poter definire e misurare sia la crescita economica in volume sia i guadagni di produttività, è necessario fondarsi sulla nozione di unità prodotte (quante in un’ora di lavoro? ad esempio) e di prezzi per unità prodotta (quale costo per unità occupata?). E qui si finisce per trovarsi in difficoltà economica ma soprattutto nell’assurdità umana. Come definire in numerosi servizi che oggi hanno una elevata espansione quante siano le unità prodotte per ora, il loro prezzo unitario, il volume prodotto? In concreto: quali o quante sono le unità prodotte (ogni ora, supponiamo) nell’insegnamento, nella salute, nella ricerca, o proprio nei servizi agli ammalati, nell’assistenza alle persone anziane, negli ospedali o nelle case per anziani? Se assisti un malato di coronavirus o se assisti un anziano dove metti la produttività? Sempre più ammalati o pazienti o anziani per persona curante? Là dove si è tentato di accorciare i tempi di servizio in nome della produttività -come appunto negli ospedali o nelle case per anziani- non solo è peggiorata la qualità del servizio ma ci son scappati anche i morti.
Produttività non è forse un concetto che va assolutamente bandito, perlomeno in alcuni servizi della vita, benché si continui a pretenderlo ancora paradossalmente essenziale per la sopravvivenza dei servizi più che degli uomini?
La realtà dell’autogestione, che ha attraversato tutte le aree urbane europee e svizzere negli ultimi decenni, è salita da noi brutalmente alla ribalta della cronaca per i fatti legati all’abbattimento di parte dell’ex-Macello. “Macerie” è ora il titolo di una serie di nove episodi proposti settimanalmente, a partire da domani in podcast anche su “Naufraghi/e”; un titolo che evoca infatti, un evento che dopo mesi resta insoluto, e lascia sul terreno numerosi interrogativi relativi alle responsabilità di quanto avvenuto così come al futuro prossimo dell’autogestione stessa. Quella dell’autogestione è però anche un’esperienza che ha avuto da noi una sua particolare “storia”, forse non ancora sufficientemente indagata da contributi specifici, ed è forse da qui che dobbiamo cominciare per capire questo progetto.
Ne parliamo con il suo autore, Olmo Cerri.
Non un saggio, non un volume di tipo storico, ma un racconto personale e allo stesso tempo corale “sonoro” che prende forma in una serie podcast. Perché questa scelta? Perché per Olmo Cerri, regista e documentarista, ha prevalso la scelta di un prodotto “audio” e non video?
Prima di tutto ci tengo a ricordare che questo è anche un lavoro collettivo, frutto dell’impegno di diverse persone: c’è un gruppo editoriale, chi ha ricercato negli archivi del CSOA, chi ha curato la musica e le grafiche e alcune persone che si occupano della post-produzione.
Credo che sia sempre importante scegliere il mezzo giusto per la storia che si vuole raccontare, in questo caso si volevano ripercorrere degli eventi, che possiamo definire a pieno diritto “storici”, in merito ai quali non vi è un grande supporto a livello di immagini e di archivi. Esperienze totalizzanti e coinvolgenti come quelle relative all’autogestione spesso lasciano poco spazio per la “documentazione” in quanto le persone coinvolte sono così impegnate a vivere l’esperienza da non preoccuparsi di raccontarla. Il documentario sonoro quindi, senza bisogno di immagini, lascia spazio alle voci, alle memorie e ai racconti; ha degli elementi fortemente emotivi ed evocativi che credo si sposino davvero bene con la storia che si voleva raccontare. Il podcast permette da un lato una narrazione estesa, priva dei rigidi schemi dei palinsesti, dall’altro una fruizione altrettanto autonoma: una grande libertà che mi è parsa ideale per raccontare una storia come questa, poderosa e corale.
Numerose le testimonianze che avete raccolto a cominciare dalla scelta di parlare, tutti, anche la voce narrante, in prima persona, dichiaratamente implicati in modi e tempi differenti: come avete pensato di “organizzarle” nel montaggio degli episodi?
L’obiettivo era di far sì che il racconto corale riproponesse in qualche modo la varietà di voci e di punti di vista che contraddistingue una tipica assemblea. Voci che si sommano, si completano e a volte si contraddicono. In questo audio-documentario non c’è pretesa di completezza o oggettività, è piuttosto “un racconto appassionato”. La storia dell’autogestione inizia ben più lontano, ma il nostro racconto sceglie un punto di partenza – l’insurrezione zapatista del 1994 i suoi echi, giunti fino alle nostre latitudini – per arrivare rapidamente alla Lugano del 1996: la Festa del Tassino repressa dalla polizia, l’occupazione dei Molini Bernasconi di Viganello da parte di Realtà Antagonista. E poi l’incendio – doloso e doloroso – dei Molini, lo spostamento al Maglio di Canobbio, lo sgombero, i venti lunghi anni al Macello di Lugano fino al parziale abbattimento della struttura, avvenuto la scorsa primavera. L’audio-documentario però va oltre i confini di Lugano e racconta anche delle esperienze locarnesi, di Casa Cinzia a Bellinzona, della Colonia di Mendrisio.
E in un certo senso supera anche i confini temporali degli ultimi 25 anni, con un flashback negli anni ’70 reso possibile grazie allo storico Danilo Baratti, con il quale ripercorriamo i movimenti ticinesi di quegli anni. C’è davvero tanto da raccontare ed è stato subito chiaro che non avremmo potuto essere completi e onnicomprensivi. Questa è solo “una” delle possibili storie che si sarebbero potuto raccontare.
Quale tipo di adesione c’è stata, e quale “disponibilità” da parte di protagonisti e testimoni, che in tutti questi anni hanno spesso preferito “non esporsi” di principio?
La disponibilità è stata tanta. Il fatto di raccontare questa storia – almeno parzialmente – dall’interno ha sicuramente reso più semplici alcuni rapporti. Abbiamo raccolto decine di ore di interviste, intime e appassionate che permettono di raccontare vari aspetti dell’esperienza di autogestione. È importante ricordare però che chi parla lo fa a titolo personale, non è una presa di posizione dell’assemblea o del Molino. Comunque non penso che da parte delle persone coinvolte nell’autogestione ci sia di principio una volontà di non esporsi: nell’audio-documentario vi sono diversi racconti di brutte esperienze avute con i giornalisti che hanno travisato le informazioni raccolte e hanno cercato a tutti costi lo scoop (una troupe Mediaset infiltrata nell’assemblea con camere nascoste, il Blick che commentava una performance artistica titolando in prima pagina “Pornoshow im Jugenzentrum”, articoli ed editoriali pieni di pregiudizi). Vi sono poi problemi di ordine legale, un contesto sempre più repressivo e sempre meno tollerante. Nonostante diverse brutte esperienze, vi sono sempre stati contatti con i giornalisti che si sono posti nei confronti dell’autogestione con atteggiamenti non “predatori”. Ho scorso buona parte della rassegna stampa raccolta nell’archivio del Molino e sono centinaia le interviste rilasciate, i comunicati stampa e i reportage girati negli spazi autogestiti in Ticino.
C’è in questo lavoro l’ambizione o il desiderio di “spiegare l’autogestione” in questo particolare momento, in cui, forse, comincerà un nuovo capitolo ancora pieno di incognite, a chi la vive solo di riflesso, e con non pochi pregiudizi?
L’obiettivo di questo podcast non è didattico, non si vuole spiegare qualcosa a qualcuno. È vero però che in MACERIE si troveranno molti elementi utili per capire meglio l’autogestione e le sue modalità di funzionamento: dinamiche difficili da comprendere e condividere, proprio perché antagoniste alle modalità di comunicazione, relazione e organizzazione classiche, e a volte contraddittorie, non immuni da errori e ripensamenti. Il risultato mi sembra sia un racconto interessante e appassionante, che, a tratti, mi sentirei di definire epico.
Sulla base del materiale raccolto possiamo pensare o prevedere che anche nell’ambito degli stessi “molinari” questo lavoro potrà magari servire a prospettare qualche orizzonte per il futuro? Possiamo immaginarlo come una specie di “documento identitario”?
Non è questo lo scopo. Ma come ogni racconto e come ogni ricerca storica sicuramente anche MACERIE potrebbe aiutare a costruire un’identità collettiva e condivisa e a riflettere su di essa. Non solo per chi ha partecipato all’esperienza dei Molini, ma per la popolazione tutta. Possiamo cercare di rimuoverli o di dimenticarli, ma i Molini e l’autogestione fanno parte della storia di Lugano e del Cantone.
In questo senso, le recenti ”aperture” del Municipio, nel mettere a disposizione lo “Studio Foce” per eventi organizzati autonomamente in che misura può venir considerata un’opportunità per l’autogestione? O si tratta piuttosto di una proposta che va incontro genericamente alla necessità di spazi aggregativi per i giovani (quelli sgomberati dal parco di Villa Saroli)? In che modo e in che misura, l’autogestione è un capitolo a sé, preciso e profilato, dell’eterna “questione giovanile”?
Personalmente penso che l’offerta di spazi per attività culturali e giovanili avrebbe dovuto essere già ampliata in passato. C’è un pauroso ritardo.
Certo è che una sala messa a disposizione per qualche serata, con limiti rigidi e con sorveglianza istituzionale, non può essere definita uno spazio autogestito, né essere considerata una risposta all’esigenza di spazi liberati. Crederla una soluzione è miope e irrispettoso. L’autogestione, poi, non è una questione giovanile e non è una questione di semplice offerta socio-culturale. È un modo diverso di intendere la società, la cultura e la vita in generale.
Il podcast può essere ascoltato da domani su naufraghi.ch così come su Spotify e su Apple podcast. Inoltre sarà ritrasmesso da Radio Gwen e da alcune radio di movimento italiane.
Sono un po’ perplesso, per motivi diversi, sia per la nomina tacita di Michele Foletti alla carica di sindaco, sia per quella di Roberto Badaracco a quella di vicesindaco. Una perplessità che si fonda, in gran parte, su una valutazione piuttosto critica della strategia messa in campo dal partito liberale; una strategia che dimostra il grado di confusione e di impasse progettuale in cui si trova, e la sua difficoltà nel trovare non solo un timoniere, ma addirittura una bussola e una barca per navigare.
Specchio di questa situazione molto complicata è, tra l’altro, l’appello del capogruppo liberale a una sorta di patto, di desistenza e di non belligeranza, con il partito di maggioranza relativa. Un patto nel quale si proponeva la pace – i liberali hanno la maggioranza nel legislativo – in cambio dello scranno di vice-sindaco, con l’idea di ripartire le due cariche principali dell’esecutivo tra i due maggiori partiti; non si capisce bene se in prospettiva di una sorta di mini „Grosse Koalition“, destinata a gestire l’esecutivo – e il legislativo – e a depotenziare gli altri due partiti (in particolare i democristiani che avrebbero, in caso contrario, potuto svolgere il comodo ruolo di ago della bilancia), o proprio nel tentativo di creare una convergenza quasi istituzionale a livello di programmi e di obiettivi.
Tornando alla perplessità espressa all’inizio, trovo politicamente assai poco opportuno che non si sia almeno tentato di contestare alla Lega la carica di sindaco, osando andare al voto; con l’evidente rischio di perdere la contesa, ma con il grande vantaggio di approfittare dell’occasione per marcare un punto di snodo, per dare un segnale di esistenza in vita, in particolare prendendo quello spunto per mettere sul tavolo un progetto liberale forte per il futuro della città. Che si sia deciso di non farlo può avere tre motivazioni, tutte preoccupanti; (1) che il partito non sia in grado, per carenze della classe politica o per altri motivi, di presentare un progetto valido; (2) che i liberali si siano lentamente appiattiti (per un calcolo elettoralistico un po’ da apprendista stregone) sul mainstream sovranista e insulare che ha fatto il successo della Lega, cercando anche in Comune di far passare la fotocopia per l’originale; o (3) che del tema non si sia neppure discusso, magari ragionando more solito che la sconfitta è supremo oltraggio e ingiuria, da evitare ad ogni costo anche se si perde combattendo per i propri ideali e per le proprie visioni. Insomma, non un buon segnale circa lo stato di salute di quello che fu per “millenni” il partito-faro della città-faro; sic transit, con quel che segue.
Per quanto concerne la nomina del pur valoroso vicesindaco, la mia perplessità risiede nel fatto che, con un artifizio formale legato alla modalità di nomina, si sia passati oltre alla volontà popolare. Mi duole dire che non aveva torto chi, pro domo sua, indicava che la carica sarebbe ragionevolmente spettata al più votato dopo il sindaco, e non a chi ha meramente raccolto una maggioranza all’interno dei suoi pari, cioè l’autorità di nomina. Democrazia sostanziale avrebbe imposto una scelta diversa da quella fatta. E questo indipendentemente dal fatto che se avessero proceduto in quel modo avremmo avuto proprio lui, cioè nessuno, come vicesindaco.
Sono stati una quarantina i socialisti luganesi (aderenti al partito e simpatizzanti) a rispondere all’appello della direzione cittadina del partito per un’assemblea straordinaria da tenersi onde chiarire le idee del PS di Lugano sul sì o no al Polo sportivo degli eventi su cui incombe un referendum popolare.
Un esercizio di democrazia, hanno sottolineato i co-presidenti sezionali Tessa Prati e Filippo Zanetti.
E così è stato, per la lunghezza di una buona metà del pomeriggio luganese che i presenti hanno dedicato al dibattito condotto da John Robbiani, redattore del “Corriere del Ticino”, e in cui si sono confrontati Carlo Zoppi e Daniel Alves, favorevoli, e Martino Rossi e Rocco Bianchi, contrari.
Una ricca pagina di pareri l’ha offerta anche la base presente, che, oltre e a volte anche al di là dei relatori presenti, si è confrontata duramente sulla posta in palio.
Le due posizioni principali emerse dal dibattito sono infatti state: accettiamo il polo sportivo così com’è, anche se oggi è imperfetto, perché se non lo accettiamo non avremo una seconda occasione, o l’avremo dopo un numero di anni che si allungherà all’infinito, in ogni caso si tratta di un progetto anche sociale; rifiutiamo il polo perché costa troppo e dà ai privati che partecipano al progetto condizioni di uso degli spazi troppo favorevoli e non a vantaggio della cittadinanza, quindi non è un progetto sociale.
Detto del dibattito, in cui Martino Rossi si è preso anche l’appellativo di “terrorista delle cifre” da un infervorato avversario, mentre altri interventi ricordavano quanto “poco socialista” fosse il progetto, si può rimarcare la “vittoria politica” degli assennati co-presidenti del partito cittadino che si sono spesi per la libertà di voto che, infine, è passata a stretta maggioranza.
Cosa succederà ora? Si ha l’impressione che, vista la “libertà” suggerita dai socialisti, le chance del referendum contro il polo siano aumentate di… un pelo.
C’è chi ha deciso di sfregiare il Nobel per la pace 2021, assegnato ieri a due giornalisti coraggiosi: la filippina Maria Ressa e il russo Dimitry Muratov, quest’ultimo direttore di ‘Novaja Gazeta’. Non è nostra intenzione associarci allo scontato e ritualistico elogio del giornalismo e, quando è autentico nella funzione che dovrebbe ispirarlo, del suo ruolo indispensabile per il benessere della democrazia; un elogio collettivo che viene condiviso e sbandierato anche da testate che, pure in questo cantone, ritengono che le inchieste giornalistiche, soprattutto ‘scomode’ per i poteri forti, siano inefficaci, inopportune o impraticabili, ‘perché siamo piccoli e ci conosciamo tutti’. Comunque lo sfregio di cui vogliamo parlare è un altro. E sta nelle congratulazioni che Vladimir Putin ha fatto pervenire al direttore di ‘Novaja Gazeta’. Ha detto il serafico portavoce del presidente russo: “Muratov lavora costantemente per i suoi ideali, si impegna a realizzarli, ha talento ed è coraggioso’.
Ora: che un simile elogio provenga da un capo regime auto-definitosi illiberale, che con metodicità e norme repressivo-liberticide impedisce agli oppositori di esprimersi sbattendoli anche nelle patrie galere; che – direttamente o per interposte persone – ha sulla coscienza l’assassinio, anche per avvelenamento, di numerosi e pubblici contestatori; che sostiene, aiuta e consiglia un dittatore come il bielorusso Lukashenko… beh già questo ci dice come quelle felicitazioni suonino più che altro come uno sberleffo e un insulto. O alla meno peggio come un tentativo di imbellettare propagandisticamente la sua leadership uscita non proprio trionfante dalle recenti elezioni per il rinnovo della Duma. Ma c’è di peggio. Il neo-zar si congratula sapendo benissimo che nella sede di ‘Novaja Gazeta’ c’è una stanzetta in cui nessuno lavora e che è rimasta tale e quale dal 7 ottobre del 2006. Fu il giorno in cui venne uccisa, nell’androne di casa, con un proiettile in testa, Anna Politkovskaja. Una donna eccezionale ancor prima che una reporter di inaudito coraggio. In particolare quando decise di raccontare la feroce repressione russa in Cecenia.
Lei non contestava la guerra al terrore, il terrore di cui i miliziani islamisti ceceni si erano serviti portandolo fino nel centro di Mosca; ma denunciava i metodi barbari della repressione armata, che non faceva distinzione alcuna fra civili e miliziani armati. Raccontò lei stessa quanto le aveva confidato alla periferia di Grozny un giovanissimo soldato russo, ‘corrotto’ con tre pacchetti di sigarette: il ragazzo le spiegò cosa fosse il ‘metodo fagotto’, l’arresto di un gruppo di persone, uomini donne bambini, immobilizzati da un fil di ferro che li teneva stretti assieme, e poi di come contro il gruppo ‘infagottato’ venisse lanciata qualche granata, sufficiente a farne strage. Era stato lo stesso Putin, del resto, a dichiarare che bisognava dare la caccia ai ceceni ribelli ‘se serve fin nei loro cessi’, e non spese mai una parola per le vittime civili (quelle che noi in Occidente chiamiamo ‘vittime del fuoco amico’).
È per aver raccontato questa realtà che Anna Politkovskaja venne uccisa quindici anni fa. Quindici anni durante i quali il potere russo non ha mosso un dito per scoprire il o i colpevoli dell’eliminazione di una giornalista molto, troppo scomoda e indomita; quindici anni durante i quali non ha speso una parola per commemorarne il coraggio, la perseveranza nonostante le fosse stato diagnosticato un cancro. Tutto comprensibilissimo, visto che proprio il Cremlino era il bersaglio grosso delle sue critiche per il costante mancato rispetto dei diritti umani. Ecco dove sta lo sfregio sul Nobel per la pace assegnato al giornale di cui Anna Politkovskaja fu grande implacabile firma, e al quale oggi il neo-zar invia le sue felicitazioni. Felicitazioni avvelenate. E chissà se quelli di ‘Gazeta’ vorranno o potranno dedicare idealmente ma pubblicamente il riconoscimento a una donna di nome Anna Politkovskaja.
Nell’immagine: Anna Politkovskaja
di Daniele Fiori e Andrea Tundo, Il Fatto Quotidiano
La quarta ondata sta travolgendo diversi Paesi dell’Est, ad iniziare da Mosca, dove anche il Cremlino ammette la preoccupazione per un numero di cittadini con 2 dosi che non arriva al 30%. La Bulgaria è il Paese meno immunizzato d’Europa e ha registrato oltre 2mila morti da inizio settembre. A Bucarest il governo è caduto per la fallimentare gestione della pandemia e anche nei Paesi Baltici la situazione si sta deteriorando. Il confronto con l’Italia mostra in proporzione un numero di contagi anche quadruplo e un numero di morti fino a 10 volte più alto
Il braccio destro di Vladimir Putin dice che il Cremlino è preoccupato, la Romania è rimasta senza governo, sfiduciato anche per la gestione della campagna vaccinale e della pandemia, la Bulgaria ha il tasso più basso di vaccinati nell’Unione Europea e tutti i distretti nella “zona rossa” dell’Ecdc per il numero di contagi. La quarta ondata sta travolgendo pezzi dell’Est Europa, ad iniziare da Mosca, aggredendo i Paesi dove i tassi di vaccinazione sono più bassi. Arrivando ad affondare l’esecutivo di Bucarest proprio nei giorni in cui i posti nelle terapie intensive si sono esauriti e il segretario di Stato, Raed Arafat, ha dovuto chiedere aiuto a Bruxelles per medicinali e posti letto. Contro lo scetticismo vaccinale basta volgere lo sguardo oltre i Balcani in queste settimane, confrontando nuovi casi, decessi e la percentuale di popolazione che ha aderito alla campagna anti-Covid scegliendo di proteggersi dal contagio e, soprattutto, dal rischio di sviluppare sintomi in caso di infezione. A spiegare gli effetti del combinato disposto di ritorno dell’autunno, restrizioni blande e diffusione della variante Delta ci sono soprattutto Russia, Romania e Bulgaria. Ma anche nei Paesi Baltici la situazione è in deterioramento e la Lituania è diventata un caso per l’alto numero di no-vax tra gli over 75 che sta costringendo il governo a spingere gli anziani verso gli hub attraverso incentivi economici.
Il record di morti che preoccupa il Cremlino – Le ultime 48 ore russe sono state le più drammatiche dall’inizio della pandemia con oltre 1.800 decessi causati dal Covid-19. E da una settimana i dati ufficiali trasmessi da Mosca segnano più di 800 vittime, con una media mobile a 7 giorni schizzata dai 382 morti di fine giugno agli 868 di martedì. Come ha spiegato Alexei Kuznetsov, assistente del ministro della Salute russo, in questo momento i contagiati che stanno ricevendo cure mediche sono 950mila. Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino, non ha nascosto “preoccupazione” e ha puntato il dito contro il tasso di persone che hanno deciso di farsi vaccinare: “I dati sono molto negativi e motivo di preoccupazione. La ragione principale è l’insufficiente livello di vaccinazione”, ha detto Peskov, aggiungendo che “il virus sta diventando più aggressivo”. Ma il livello di immunizzati nel Paese resta inadeguato: la vice premier russa, Tatiana Golikova, ha spiegato negli scorsi giorni che 42,2 milioni di persone “sono state pienamente vaccinate” su una popolazione di circa 146 milioni. Stando al report di Our World in Data, la Russia ha immunizzato il 29% dei cittadini, con un 6,8% che ha ricevuto invece una sola dose. Di fronte a uno scenario in netto peggioramento, con l’inverno che tornerà a dare una spinta alla circolazione virale, il portavoce di Vladimir Putin è tornato a parlare di lockdown, definendolo una misura “indesiderata” ma sottolineando che comunque “tutte le regioni sono state autorizzate ad adottare misure in modo separato, in ragione della situazione epidemiologica locale”.
Bulgaria, il Paese meno vaccinato dell’Ue – Anche Sofia trema per l’incremento dei contagi. Secondo il sito dell’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, si è vaccinato con due dosi il 24,3% della popolazione over 18. Considerando l’intera popolazione il dato è quindi ancora più basso, con alcune fonti che citano il ministero della Salute e indicano il tasso di vaccinati al 19,4%. Gli effetti? La media mobile dei decessi nell’ultimo mese è schizzata da 44 a 85, con il picco raggiunto il 4 ottobre quando sono stati registrati 178 morti in ventiquattr’ore. Dal primo settembre al 6 ottobre in Bulgaria sono stati accertati 54.179 contagi su una popolazione di poco più di 7 milioni di abitanti. I decessi per Covid-19 nello stesso periodo sono stati 2.370, il 13% del totale dei decessi dall’inizio della pandemia. Quasi l’intero territorio della Bulgaria si trova nella zona rossa per il numero di infetti e il sito BalkanInsight.com raccontava a fine settembre che la virologa Radka Argirova aveva sottolineato come nel Paese si stia diffondendo l’uso di certificati vaccinali falsi. Un sospetto avanzato anche dall’Unione dei medici bulgari sulla scorta di un’inchiesta avviata dalle autorità di frontiera greca e della scoperta di un laboratorio nella città di Gabrovo che rilasciava test molecolari negativi e attestati di vaccinazione falsi.
In Romania ospedali al collasso – A Bucarest, invece, di fronte alle mancate capacità di invertire il trend della curva e di spingere la popolazione a vaccinarsi, il governo guidato da Florin Citu è stato sfiduciato dal Parlamento dopo che un pezzo di maggioranza aveva apertamente criticato il premier. Dal primo settembre al 6 ottobre, la Romania ha registrato il 17% dei casi di infezione da Sars-Cov-2 accertati da inizio pandemia e un decimo dei decessi totali (3.338). Secondo il sito datelazi.ro realizzato in collaborazione con il governo, dati di lunedì, solo il 28,08% della popolazione è immunizzata con due dosi, una percentuale pressoché identica a quella riportata da Our World in Data (28,4%). Il 5 ottobre i posti nelle terapie intensive – dove sono ricoverati 1.480 pazienti – sono ufficialmente terminati in tutto il Paese e domenica il segretario di stato, Raed Arafat, è stato costretto a chiedere all’Unione Europea di sostenere il Paese con forniture di medicine e, in caso di necessità, accogliendo in ospedali esteri i malati in gravi condizioni. Solo nelle scorsi giorni le autorità sono intervenute con nuove misure restrittive. Il pass vaccinale è diventato obbligatorio per entrare nei ristoranti, in cinema, teatri, sale da concerto e per partecipare a matrimoni e battesimi. Inoltre la mascherina è necessaria per legge in tutti i luoghi pubblici al chiuso. Misure che alcune forze politiche che sostenevano Citu hanno ritenuto evidentemente tardive, di fronte a una media mobile passata da 25 decessi ad inizio settembre fino ai 182 degli scorsi giorni, con un picco di 252 morti in 24 ore lo scorso 5 ottobre.
Lituania, Lettonia ed Estonia – Anche nei Paesi Baltici lo scarso numero di vaccinazioni sta portando a una quarta ondata pandemica di portata perfino peggiore delle precedenti, soprattutto per quanto riguarda il numero di decessi. La Lituania ha il 60% dell’intera popolazione vaccinata, ma ha ancora un terzo della popolazione over 75 non immunizzata, tanto che mercoledì 6 ottobre il governo ha annunciato di voler valutare la possibilità di prevedere un pagamento di 100 euro agli anziani che decidono di vaccinarsi contro il Covid. L’Estonia e la Lettonia invece sono ancora al 47% della popolazione vaccinata. La Lituania dal primo settembre al 5 ottobre ha avuto oltre 40mila casi positivi, quindi con una media sopra i mille contagi al giorno, elevatissima per una popolazione di 2,8 milioni di abitanti. Ha avuto anche 547 morti in poco più di un mese (203 morti per milione di persone). Più di un decimo dei decessi lituani di tutta la pandemia si sono verificati solo a settembre 2021. La Lettonia (1,9 milioni di abitanti) ha registrato dal primo settembre a inizio ottobre 20mila nuovi casi di coronavirus, con 178 morti. L’Estonia conta più di 17mila contagi negli ultimi 35 giorni, con 1,3 milioni di abitanti. I decessi in questo periodo sono stati 86.
Il confronto con l’Italia – Il numero dei vaccinati nel nostro Paese viaggia su percentuali migliori, con il 72,4% della popolazione che ha ricevuto le due dosi (il 79,5% se si considerano solo gli over 12). Gli effetti sulla curva dei contagi e in particolare dei decessi sono evidenti se messi a confronto con i Paesi finora citati. Dal primo settembre al 5 ottobre in Italia abbiamo avuto una media di 66 nuovi casi per milione di persone. In Russia la media dei contagi è più che doppia, in Romania ci sono stati oltre il quadruplo di positivi ogni 24 ore. Se il nostro Paese seguisse lo stesso trend romeno, negli ultimi 30 giorni avremmo avuto almeno mezzo milione di nuovi casi. Guardando al numero di decessi, la differenza è ancora più evidente. In Italia ci sono stati 0,86 morti al giorno per milione di abitante dal primo settembre al 5 ottobre. In Bulgaria nello stesso periodo la media giornaliera è dieci volte più alta (9,82), in Romania sfiora i 5 decessi per milione di persone, in Russia li supera. Se in Italia il numero di decessi nell’ultimo mese avesse seguito la curva registrata a Mosca, avremmo avuto almeno 11mila morti, invece di 1.828.
C’è un punto, a Lugano, dove il Cassarate fa da spartiacque non solo a due mondi lontani, ma anche a due differenti sfumature di legalità. Da una parte le rovine dell’ex macello, simbolo dell’autogestione luganese, tirato giù dalle ruspe una notte di primavera. Dall’altra, uno dei palazzi del potere, finanziario e non: l’edificio in mattonelle di Mario Botta, sede della Fidinam, creata nel 1960 da Tito Tettamanti. L’ormai ex CSOA e la holding fiduciaria si specchiano quasi, uno di fronte all’altro, ma niente è più diverso: un covo di alternativi da una parte, uno di colletti bianchi dall’altra.
«Abbiamo riportato ordine e legalità» ha dichiarato Karin Valenzano Rossi subito dopo la distruzione dell’ex macello. Chissà oggi cosa pensa la municipale di Lugano dopo aver visto affiorare il nome della Fidinam sui giornali di mezzo mondo in relazione all’inchiesta giornalistica dei “Pandora Papers”, lei che da oltre due anni siede nel suo CdA? La fiduciaria è finita sotto la lente dei giornalisti dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) per il suo ruolo nell’apertura e nella gestione di società offshore da parte di persone implicate in vicende di riciclaggio e reati patrimoniali. Fidinam si rivela per quello che è: una discreta società svizzera specializzata nella creazione di strutture offshore. Non è certo una novità. Tanto che, a Lugano, le recenti rivelazioni non hanno suscitato grosse reazioni. D’altronde la fiduciaria è specchio e anima della città: il suo CdA è da sempre un ritrovo dei poteri forti, da quello bancario a quello della costruzione, che hanno plasmato Lugano fino a farne una triste Montecarlo sul Ceresio.
I Pandora Papers hanno il merito di mostrare l’ampiezza di questa industria e di metterne in evidenza i punti critici. Dall’inizio degli anni 2000 Fidinam ha lavorato con lo studio legale Alcogal, basato a Panama, per creare più di 7.000 società di comodo per la sua clientela internazionale. Secondo l’ICJI le autorità hanno indagato almeno 30 dei loro clienti comuni per presunti crimini finanziari.
Abbiamo agito «conformemente alle leggi e alle norme vigenti» hanno subito fatto sapere dalla Fidinam. D’altronde, nessuno ha mai detto il contrario. Anche perché quando si ha a che fare con la fiduciaria fondata da Tito Tettamanti occorre fare attenzione: in passato diversi giornalisti sono usciti con le ossa rotte dalle battaglie giudiziarie intentate per avere associato Fidinam ad alcuni affari poco limpidi.
Ma se la legge è stata rispettata, il problema, forse, è proprio la legge. Facciamo un esempio, utilizzato anche dalla Tribune de Genéve. Fidinam ha assistito alla creazione di alcune società offshore per conto di Paulo Roberto Costa, ex direttore dell’azienda petrolifera Petrobras, dal cui arresto è partito lo scandalo Lava Jato. L’uomo ha poi ammesso di avere riciclato 23 milioni di dollari di mazzette in Svizzera. La vicenda ha interessato la giustizia elvetica: l’intermediario finanziario che gestiva i conti di Costa è stato condannato per riciclaggio dal Tribunale penale federale, mentre due delle banche elvetiche presso cui il dirigente brasiliano aveva aperto i conti – la PKB e la Cramer (guarda caso di Lugano) – sono ancora oggi oggetto di un’inchiesta penale da parte del Ministero pubblico della Confederazione. Chi ha messo a disposizione le società di comodo su cui poggiavano questi conti, però, può dormire sogni tranquilli.
Come è stato ribadito in questi giorni, la legge sul riciclaggio svizzera permette a fiduciari e avvocati di incorrere in pochi rischi legali in Svizzera. Anche quando i loro clienti sono finiti nelle maglie della giustizia penale. Come i due fratelli di origine marocchina condannati a Ginevra nel 2013 per un enorme affare di riciclaggio. Persino Mossack Fonseca, lo studio legale all’origine dei Panama Papers, li aveva abbandonati. Fidinam non si è fatta di questi scrupoli. Il che, lo ribadiamo, è perfettamente lecito.
In caso contrario Karin Valenzano Rossi avrebbe chiamato le ruspe.