Male da estirpare

Il report sulle vittime di pedofilia nella Chiesa francese deve far riflettere il Vaticano 

Di  Linkiesta

La commissione di inchiesta istituita dalla Conferenza Episcopale di Francia ha scoperto almeno 300mila abusi su minori o maggiorenni fragili da parte di diaconi, catechisti o sacerdoti negli ultimi 60 anni. Un dato che obbliga le più alte cariche ecclesiastiche ad affrontare il tema, così come quello del celibato.

La Francia è sconvolta: 216.000 sono stati i minorenni o i maggiorenni fragili abusati da sacerdoti cattolici dal 1950 a oggi, cifra che sale a 320.000 se si calcolano gli abusi commessi da diaconi, catechisti, responsabili dei giovani o da personale ecclesiastico.

È questo lo sconvolgente risultato di una commissione di inchiesta presieduta da Jean Marc Sauvé (9 donne tra i venti esperti e anche un medico musulmano), istituita dalla Conferenza Episcopale di Francia e dalla Conferenza delle organizzazioni cattoliche, che ha lavorato per mesi interrogando ben 30.000 persone.

Oltre alla enormità del fenomeno pedopornografico, il dato nuovo e interessante è che dopo la famiglia, l’ambito sociale della Chiesa è al secondo posto tra quelli (colonie di vacanze, scuole, club sportivi ecc.) nei quali ragazze e ragazzi hanno denunciato violenze e abusi sessuali.

Il 3,75% è la percentuale di ragazze o ragazzi che li denunciano in famiglia l’1,16% è la percentuale dei ragazzi e ragazze che li denunciano in ambito ecclesiastico. Infine, la Commissione Sauvé ha accertato che tra i 2.900 e i 3.200 sono gli ecclesiastici cattolici che hanno commesso abusi, cioè il 2,5-2,8% dei 115.000 sacerdoti francesi.

La Commissione Sauvé ha anche appurato che sino ai primi anni duemila del secolo scorso la Chiesa, a fronte di denunce o scandali scoppiati, ha imposto il diritto canonico, proteggendo gli abusatori e imponendo il silenzio alle vittime e che di fatto questa omertà ecclesiale si è incrinata solo sotto i pontificati di Joseph Ratzinger e Jorge Bergoglio.

Papa Francesco ha subito espresso il suo «profondo dolore» e ha aggiunto «è il momento della mia vergogna, della nostra vergogna» a fronte di questa notizia che è sovente l’apertura di molte testate giornalistiche e che ha ovviamente sconvolto soprattutto la Chiesa francese. Peraltro, la stessa Commissione Sauvé ha notato come i pur sconvolgenti risultati della sua indagine sugli abusi di ecclesiastici sono uguali o addirittura leggermente inferiori a quelli di altre commissioni istituite in altri paesi cattolici.

Oltre alla necessità di risarcire le vittime – sottolineata dalla Commissione – questo fenomeno obbliga la Chiesa a interrogarsi non solo su come occuparsi di loro e di quali provvedimenti prendere per eliminare il fenomeno ma anche sulla alta percentuale di sacerdoti abusatori o stupratori di minori. Tutto questo, da più parti, coinvolge il tema del celibato dei sacerdoti e, come nota Le Monde, quello della assoluta marginalità del ruolo delle donne nella Chiesa.

Sul celibato, fece scandalo nel 2010 l’allora segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone che dichiarò: «Molti sociologi e molti psichiatri hanno dimostrato che non c’è relazione tra celibato e pedofilia è invece molti altri che c’è relazione tra omosessualità e pedofilia».

Travolto dalle reazioni, Bertone ha poi precisato che si riferiva alla omosessualità nella Chiesa, ribadendo così una convinzione diffusa, così cinicamente sintetizzata da un anziano cardinale: «Non si diventa omosessuali o pedofili perché preti, ma si diventa preti perché omosessuali o pedofili».

Immagine di Unsplash.com


Bla bla bla land

Il report sulle vittime di pedofilia nella Chiesa francese deve far riflettere il Vaticano 

Biagio Marin è uno dei grandi nomi della poesia italiana del Novecento; ha scritto migliaia di versi nel dialetto di Grado, la sua isola natale, immersa e galleggiante nella laguna veneta.

Nato nel 1891, ancora sotto l’impero austro-ungarico, figlio di pescatori, studente universitario a Vienna, Marin ha fatto del suo gradese una lingua poetica “universale” parlando, quasi ossessivamente, degli elementi naturali costitutivi della realtà lagunare: la sabbia, il vento, le onde, i gabbiani. Si è spesso parlato per la sua poesia di “panteismo”, considerando la sua produzione come caratterizzata dall’idea che vi sia un aspetto trascendente, divino, in ogni minimo elemento naturale.

Negli ultimi anni della sua vita, fra il 1979 e il 1985, ho avuto la fortuna di andarlo spesso a trovare nella sua bella casa in riva al mare per ragioni di studio che sono diventate di affetto profondo.

Fra i tanti racconti che mi ha fatto, seduto in poltrona, ormai cieco, in un salotto inondato di luce, ricorderò sempre quello del suo incontro, tanti anni prima, proprio sulla spiaggia di Grado, con una bambina che lo guardava con curiosità fotografare le nuvole con un apparecchio rudimentale.

Alla bambina divertita, il poeta domandò: “Dimmi, secondo te, dove cominci, e dove finisci?”. La bimba rispose pronta: “Comincio qui”, indicando la testa, “e finisco qui”, indicando i piedi. “E se ti tolgo la sabbia da sotto i piedi? L’aria che ti scompiglia i capelli e ti fa respirare? La forza di gravità che ti tiene attaccata al suolo? Le nuvole sempre diverse che scorrono in cielo? Se ti tolgo tutto questo, esisteresti?”

Insieme a quella bambina anch’io, quel giorno, mi sono trovato a misurarmi con una dimensione cui non avevo mai pensato, su cui non avevo riflettuto abbastanza. La finitezza della vita mi era concetto brutalmente chiaro, ma non quello di una sua “infinità naturale”, non religiosa, ma consistente nell’implicare quel che la precede, quello che ne segue, così come tutto quanto la “circonda”.

Dal poeta dell’isola, dai versi così legati ad un dialetto insulare che sa farsi strumento di lettura del mondo intero, ho imparato, credo, che ognuno di noi è fatto anche, se non soprattutto, di quel che gli sta attorno, con cui confrontarsi, nel tempo, ogni giorno, naturalmente, necessariamente.

Il racconto di Marin mi è tornato in mente in questi giorni, pensando ad un possibile rapporto fra una certa serie di decisioni della politica e le manifestazioni ambientaliste che hanno avuto recentemente un momento di grande richiamo con gli eventi di “Youth4Climate” a Milano.

Una ragazzina “impertinente” è tornata a provocare la politica ed i politici: Greta Thunberg, insieme a centinaia di giovani e giovanissimi, mette nuovamente in causa l’immobilismo dei governi mondiali in tema di riscaldamento climatico sintetizzandolo con un ormai virale “bla, bla, bla”.

I giovani militanti per il clima vogliono fatti, non parole, ed i fatti, a livello globale come nei singoli paesi, soprattutto quelli industrializzati, stentano a manifestarsi, ad andare oltre qualche sterile proclama di buone intenzioni, magari per il 2030, il 2040, il 2050, c’è tempo, diamine.

E invece no, il tempo non c’è, dicono i giovani, quelli che si vorrebbe continuare a definire (opportunisticamente) disinteressati ad ogni questione politica o sociale, chiusi nell’autismo social dei telefonini e dei selfie, mentre li si scopre, dannazione!, capaci di essere “militanti” per una causa che appare cruciale per il futuro del pianeta, mettendo in crisi una prassi politica che sulle urgenze derivanti da prospettive a medio termine non è capace né ha l’abitudine di misurarsi.

E via dunque con le etichette: quei giovani sono ingenui, illusi, presuntuosi, non capiscono su quali priorità la politica deve chinarsi oggi, senza considerare (o facendo finta di non vedere) che “chi oggi protesta per il clima tocca un tema concreto e pregno di conseguenze. Tanto quanto lo è, per esempio, quello del lavoro, cioè un tema su cui si protesta da secoli, e che nessuno si sogna di tacciare di idealismo o di ingenua astrattezza.

La giustizia intergenerazionale, peraltro, non riguarda solamente il cambiamento climatico, ma tutte le decisioni politiche ed economiche con effetti a lungo termine. Che conseguenze hanno le attuali politiche demografiche? A cosa porteranno, tra qualche decennio, le decisioni prese oggi sul fare debito, (…) sulla viabilità o gli investimenti fatti sulla sanità? Sono domande che troppo spesso noi elettori non ci poniamo, e che di conseguenza non diventano i temi attorno a cui si fanno le campagne elettorali e, poi, i governi.” (da Linkiesta)

Eh già, una parte considerevole di politici e di politiche proprio non ce la fanno ad andare oltre, a concepire le questioni, tutte le questioni, anche locali, che devono quotidianamente affrontare, come frutti di un “contesto”, che è storico politico e geografico, e che va ben oltre i ristretti confini regionali o nazionali.

Un certo fronte politico, anzi, pare volersi addirittura rifugiare nel proprio “guscio elettorale” perché è l’unico modo che conosce di muoversi (stando fermi), solleticando scontento e frustrazione ed evocando, ad ogni piè sospinto, il fantasma del “borsello vuoto per colpa dello stato e delle sue decisioni”. E così, per simili “politici” i giovani seguaci di Greta Thunberg e sostenitori di un diverso approccio alla questione ambientale, diventano “gretini” e “ecoisterici” (come ci somministra settimanalmente un domenicale che continua a farsi, fra l’altro, paladino del ritorno al nucleare).

Il fatto è che temi come l’ambiente (e se vogliamo anche quello della pandemia) sono lì anche a dirci che possiamo considerare le peculiarità regionali e nazionali finché vogliamo, ma resta sempre il fatto che si tratta di questioni che passano ogni confine e contro cui non si erge alcun riparo, ma che vanno piuttosto accolte come necessità di mettere in campo una disponibilità all’apertura e allo scambio: di esperienze, di progetti, di visioni, per condividerle, a mutuo beneficio.

I giovani l’hanno capito, e forse per questo non si identificano più (o sempre meno) con referenti partitici che di quelle preoccupazioni fanno tutt’al più uso strumentale per la prossima campagna elettorale, per poi continuare imperterriti a ritenere prioritarie ben altre questioni, perseguendo un’idea di benessere che continua a fondarsi su principi come il consumo ed il mercato, o ancora la salvaguardia dei benefici derivati alla comunità dall’accresciuta ricchezza di pochi e provvidenziali contributori, da trattare con i guanti.

Anche al recente Forum Lugano 2030, dove si è parlato di un modello di città e di regione del futuro, fra innovazione e sostenibilità, con al centro l’impulso che può venire dagli istituti bancari e universitari, abbiamo appreso dal fiscalista Marco Bernasconi che la questione centrale, in fondo, è però sempre quella: non c’è futuro economico senza la dovuta e doverosa attenzione per le imposte che si infliggono ai ricchi. (Ticinonews, 3.10.21)

Ma non sarà che così, di questo passo, si acuirà il fossato fra politica partitica e mondo giovanile, fra chi si prepara a mettersi in lista con qualche slogan da quadriennio (in cui si associa, magari, l’UE alla mafia, per dire) o che già ora, si candida a cariche onorifiche (che gara fra Quadri e Badaracco per il vice-sindacato di Lugano!) ed un arcipelago di interessi, sogni, preoccupazioni che si incanalano, per esempio, nella militanza ambientalista planetaria?

“Se, anche grazie alle proteste per la crisi climatica, riuscissimo finalmente a guardare al futuro e non solo al presente, e a usare una prospettiva di lungo corso nel prendere decisioni, il problema della giustizia intergenerazionale sarebbe risolto. E a ben vedere potremmo sperare di risolvere anche quello del populismo, visto che pretenderemmo da candidati e dirigenti progetti credibili e pianificazioni realistiche, rispedendo al mittente bufale, soluzioni semplicistiche e vane promesse da arringapopoli.” (da Linkiesta, cit.)

Già perché anche il nostro microcosmo, quello che il Forum Lugano 2030 ha profilato, fra l’altro, come “un’isola abitabile fra Zurigo e la Lombardia” (v. “La Domenica del Corriere”, 3.10.21) se proprio non riuscisse a fare a meno di concepirsi come un’isola, potrebbe perlomeno provare, come tale, a farsi punto di partenza o di approdo, aperto, propositivo, capace di misurarsi con il maestrale lagunare (che può portare a riva ogni tipo di imprevisto) ma anche con gli infiniti spazi che permettono di raggiungere nuovi e sorprendenti lidi.

Un’isola che si concepisca in relazione con ciò che la circonda e non contro.
Basta voler partire, confidando nel buon vento e non nascondendo la testa nella sabbia.

Nell’immagine: l’isola di Barbana, vicino a Grado


Se 330 mila vi sembran pochi…

Il report sulle vittime di pedofilia nella Chiesa francese deve far riflettere il Vaticano 

Devo a mio nonno, postino liberale, molte cose belle, e tra queste un sano ed ecumenico distacco (in lui, spesso, ostilità) nei riguardi di preti, di scuole confessionali, sacrestani, educatori devoti, diaconi e simili, e di tutte le strutture che utilizzano l’ansia del trascendente, l’ignoranza popolare e la paura della morte per costruirsi (e per esercitare) un potere sui più deboli. Non sono purtroppo stupito della fenomenologia e della casistica, ma devo esserlo della loro ampiezza in termini numerici, venuta alla luce dopo le ricerche sulla storia della chiesa cattolica in Francia dal 1950 al 2020. Di fronte a centinaia di migliaia di abusi commessi su bambini, con una preferenza per i maschi tra i 10 e i 13 anni, difficile parlare di poche mele marce in un candido cestello. Non vi è neppure alcun motivo, se non ipotizzando un’inferiorità psichica ed etica dei francesi, per ragionevolmente pensare che le stesse proporzioni di devotissimi orchi e di incolpevoli vittime si ritrovino anche in tutti gli altri paesi, europei e non.

Di fronte a questo fatto, che si aggiunge a una tremenda serie di altre vicende emerse negli anni (fra stupri e altre violenze di ogni genere e tipo, deportazioni coatte e fosse comuni riempite di vittime senza nome) non bastano di certo le scuse, né le procedure penali e le condanne, né le compensazioni (?) finanziarie. Attendiamoci da Roma l’espressione puntuale del profondo dolore da parte del Capo, qualche bella dichiarazione di intenzioni, magari una lacrima spesa in favore di telecamere; quindi, nulla che basti a tacitare le preoccupazioni che da questi eventi si alimentano.

Bisogna prenderne atto: chiese, oratori, sagrestie, scuole confessionali sono luoghi pericolosi, per l’integrità fisica e psichica. Lo sono soprattutto per i bambini, per i deboli e per i sofferenti, per quelli che si rivolgono con fiducia a coloro che (si) ritengono intermediari del divino, e quindi detentori di superiore autorità morale. E non si vede il motivo valido per il quale non debbano essere oggetto di costante attenzione da parte delle autorità dello Stato laico (polizia, autorità di protezione dei fanciulli, magistratura); penso a una vera e propria messa sotto tutela, a verifiche costanti delle attività che vi si svolgono, a un esame preventivo e al monitoraggio successivo delle persone che hanno contatto con i fedeli.

Quando si capirà che è arrivato il momento di togliere i guanti, e di abbandonare la complice deferenza, quando si ha a che fare con questo mondo? Ognuno si tenga la propria fede nel divino, in ciascuna delle sue variatissime declinazioni; ma eserciti un minimo di intelligenza quando ha a che fare con coloro che pretendono di essere ministri, emissari o incarnazioni del trascendente sulla terra, soprattutto quando si pensa di affidar loro il destino dei propri figli. La cronaca e la storia hanno fornito fin troppi ammaestramenti, e non tenerne conto è quanto meno assai poco intelligente.


Il sindacato farlocco sta facendo presa

Il report sulle vittime di pedofilia nella Chiesa francese deve far riflettere il Vaticano 


Milioni da evadere? Vieni da noi

Il report sulle vittime di pedofilia nella Chiesa francese deve far riflettere il Vaticano 

600 giornalisti di 117 paesi hanno aperto un nuovo vaso di pandora che nascondeva 12 milioni di documenti su evasioni fiscali e riciclaggio di denaro sporco. Nel mirino 35 capi di stato, 330 politici, alti dignitari e parecchie altre celebrità. E la Svizzera è di nuovo nella mischia. Questa volta nell’occhio del ciclone non vi sono le banche, diventate più prudenti e guardinghe in materia di conti e transazioni finanziarie sospette. Questa volta nell’occhio del ciclone vi sono studi d’avvocatura, commercialisti e fiduciarie che non gestiscono i capitali, ma consigliano e architettano sistemi incrociati di consorzi e società bucalettere che approdano poi nei vari paradisi fiscali.

Cinque giornalisti del gruppo Tamedia hanno partecipato alle complesse ricerche dei Pandora papers. Fra i vari esempi delle implicazioni svizzere citano una tabella Excel dove figurano due dozzine di società fiduciarie e legali elvetiche che hanno gestito una sessantina di società più che sospette. Un altro esempio riguarda la mediazione di avvocati e fiduciari svizzeri nella creazione di ben 7000 società offshore che confluiscono in un grande studio legale nei Caraibi. I baricentri di queste oscure attività sono come sempre i centri finanziari di Zugo, Zurigo, Ginevra, ma anche di Lugano.

Nei Pandora papers spunta parecchie volte il nome della Fidinam, in particolare in relazione con lo scandalo della brasiliana Petrobras, il cui direttore ha confessato d’aver nascosto 23 milioni, frutto di corruzioni. La Fidinam sottolinea che rispetta scrupolosamente le leggi vigenti. Ed ha ragione. Ma soltanto perché non soggiace alla legge contro il riciclaggio se si occupa delle società paravento senza però gestire direttamente i capitali sporchi. Un’evidente lacuna legislativa, il consiglio federale voleva colmarla, ma il parlamento non ha voluto saperne. Avvocati e fiduciari, ben rappresentati in parlamento, hanno gridato ai quattro venti che la legislazione svizzera contro il riciclaggio è perfetta, è un esempio a livello internazionale.

I Panama papers dimostrano esattamente il contrario. Daniel Telesklaf, fino allo scorso anno attivo sul fronte della lotta al riciclaggio, afferma senza esitazioni che lo strumentario svizzero non funziona. Lo stesso ministro delle finanze Ueli Maurer ha detto che non siamo affatto un modello e che prima o poi tornerà sul tappeto l’estensione della legge contro il riciclaggio anche ad avvocati e fiduciari. Se la pressione esterna aumenterà com’è prevedibile, il parlamento s’inchinerà com’è già avvenuto con il segreto bancario. Farà dietrofront con una nuova legge, e potremo chiamarla la lex Pandora.


La chiglia che abbiamo costruito

Il report sulle vittime di pedofilia nella Chiesa francese deve far riflettere il Vaticano 

Di Alessandro Baricco, il Post

Alla fine, bisogna annotare, questa storia del Vaccino e del Green pass è diventata una faccenda affascinante. Di per sé sarebbe solo una questione tecnica, una certa soluzione a un certo problema. Ma la verità è che in breve tempo ha finito per diventare una sorta di cerchio magico dove molti sono andati a celebrare i propri riti, chiamare a raccolta il proprio pubblico, risvegliare le proprie parole d’ordine, o anche solo ritrovare se stessi. Da ogni parte ci affrettiamo verso quel luogo del vivere portando la nostra dotazione di pensiero e istinto: lì ci risulta più semplice che altrove riconoscere e pronunciare il nostro modo di stare al mondo. Il risultato è che un problema in fondo squisitamente pratico, oggi ce lo ritroviamo come problema, di volta in volta, politico, economico, medico, filosofico, etico, giuridico. Vorrei essere chiaro: quando un problema lievita così al di là della sua lievitazione naturale non è più un problema che si possa risolvere. Lo si può giusto forzare a una soluzione, sacrificandone alcune parti e lasciandole vagare, irrisolte, per il firmamento del nostro vivere. È uno di quei casi in cui un eccesso di informazioni e di riflessioni dà alla domanda uno statuto per così dire quantistico: qualsiasi risposta è giusta e sbagliata allo stesso tempo. È ormai evidente: chiunque disponga oggi di un’opinione certa sul vaccino, si sta sbagliando.

Quindi bisognerebbe lasciar perdere e tirare la moneta, vaccino sì, vaccino no? Be’, non esattamente. Vincerà una narrazione piuttosto che un’altra, è inevitabile; sarà imprecisa, parziale e vagamente semplicistica, è inevitabile; ma sarà comunque la narrazione che una nostra inerzia collettiva avrà scelto tra le tante disponibili. Per questo, prima che una chimica in fondo misteriosa decida definitivamente da che parte inclineremo, mi permetto di annotare due correzioni, molto pragmatiche, che mi sento di suggerire: possono essere utili a rendere più fluidi i processi che porteranno una narrazione a diventare realtà, relegando tutte le altre a leggende.

1. Vorrei mitemente consigliare di non rendere obbligatorio il vaccino, di non farlo per nessuna ragione al mondo. Ormai molti di noi sono passati a interpretare quel gesto non come un comportamento, ma come lo spazio di una propria autodeterminazione. Quando arrivi a quel punto, quel che stai maneggiando non è più la soluzione a un problema, ma la postura mentale con cui degli umani della tua comunità vogliono stare al mondo. Vuoi stabilirla tu per legge? Che arroganza. D’altronde, se un’élite politica e scientifica non riesce a convincere la totalità dei cittadini sull’utilità di un comportamento, con tutti gli strumenti che ha, di dominio e persuasione, deve alle fine prendere atto che non ce l’ha fatta, chiedersi dove ha sbagliato, e affrettarsi a fare l’unica cosa che deve fare: ricavare il meglio dai risultati che ha ottenuto. Evidentemente la narrazione che aveva scelto era sufficientemente solida da convincere la maggior parte della comunità, ma non abbastanza da risultare accettabile agli altri. Bon, girare pagina e andare avanti. Verosimilmente, accettare che una parte largamente minoritaria di italiani non si vaccini significa oggi rinviare di mesi il ritorno a una vita “normale”: significa meno lavoro, meno reddito, meno vita fuori casa, più contagiati, probabilmente più morti. Ma è uno scenario che un’élite deve essere abbastanza forte da accettare quando non è riuscita a guidare tutta la propria comunità ai comportamenti che riteneva appropriati. Pensare che la colpa sia dei cittadini che non capiscono è follia. Ci saranno frange che proprio non ragionano, e va be’, ci sono sempre. Ma gli altri, tutti deficienti? Oh, no, hanno le loro ragioni, il loro sapere, il loro istinto. Probabilmente vedono cose che non esistono, ma anche vedono cose che agli altri risultano quanto meno sfocate. Nella pancia delle resistenze al vaccino, una comunità come la nostra conserva la propria capacità genetica di produrre eresie e di pensare diversamente da se stessa: sono anticorpi assai più importanti di quelli che ci servono contro il virus. Sopprimerli per legge sarebbe folle.

E non è nemmeno tanto dignitoso, se mi posso permettere, scegliere la strada dell’obbligo indiretto: che poi vuol dire rendere la vita talmente complicata ai non vaccinati da indurli a cedere, prima o poi. Che tristezza. Petit, dicono i francesi – il più sanguinoso degli insulti. Strumento di questa infantile strategia è, ovviamente, il Green pass. Che, per essere pratici, è uno strumento non indispensabile, ma sicuramente molto utile e efficace per riportarci a vivere situazioni che altrimenti sarebbero più pericolose, dai teatri ai posti di lavoro. Ma usarlo come manganello per i non vaccinati è ovviamente un eccesso di zelo. Non c’è bisogno di scomodare nessuna riflessione filosofica o vigilanza costituzionale: se usiamo il Green pass come regolatore della vita comune ne dobbiamo facilitare il possesso a tutti, compresi quelli che rifiutano il vaccino. Ci vorrebbe un altro generale Figliuolo a cui affidare la missione di rendere più semplice possibile la vita a coloro che non vogliono vaccinarsi. Sono sicuro che qualcuno si chiederà perché dovremmo fare una cosa del genere, o, ad esempio, pagare i test a persone che, con le loro convinzioni, mettono a repentaglio la salute dei più. Conosco la risposta. Perché siamo civili. Perché siamo una comunità e non una partita di guardie e ladri. Perché siamo un Paese, non un reparto ospedaliero. Perché potrebbero avere ragione loro, e per certi versi sicuramente ce l’hanno. Perché lo stesso fa, la comunità, quando nel gruppo dei dissidenti ci siamo noi. Perché più prezioso del vivere, c’è il vivere da uomini giusti – che delitto dimenticarlo.

2. La seconda correzione che vorrei suggerire riguarda quelli che declinano l’invito a vaccinarsi: è molto importante che la smettano di pensare di essere gli unici a saperla lunga, gli unici ad essere sfuggiti a un rimbambimento generale; è molto importante che non si sentano degli eroi perseguitati che combattono il sistema. Per favore, è un equivoco, non serve a niente, complica le cose, stiamo passando un brutto momento, abbiamo tutti bisogno di semplicità, di idee chiare e distinte. Non vaccinarsi è un gesto legittimo, ma prima che diventi un po’ troppo facilmente un gesto rivoluzionario, è utile ricollocarlo nella sua cornice. Cerco di spiegare, non sarò lungo, bastano tre, quattro di minuti di attenzione.

Viviamo in comunità, e facciamo bene perché come individui, anarchici e individualisti, saremmo già spacciati da tempo. Ogni comunità ha una sorta di chiglia sommersa, una spina dorsale, una nervatura resistente che la tiene insieme e le dà la possibilità di seguire una rotta. Grazie ad essa navighiamo a dispetto delle correnti e nonostante le onde. Possiamo cambiare il timoniere, e quindi la rotta, e lo facciamo abbastanza spesso, ma sempre contiamo su quella chiglia, senza la quale qualsiasi timone sarebbe pressoché inutile. Ora, quando si parla di comunità-nazione la chiglia è rappresentata da una sorta di intelligenza collettiva e impersonale che prevale su quelle individuali e in certo modo le supera e le aggrega. Dovete immaginarla come la vertiginosa fusione di principi morali, saperi, mitologie, scaramanzie, mode, memorie di battaglie, visioni geniali, strafalcioni. Quasi sempre reca l’orma visibile del potere, come la tazza reca quella della mano del vasaio: ma sarebbe stupido non capire che a generare quella chiglia sono anche il sentire collettivo, gli antidoti prodotti da ogni forma di dissidenza, certe spinte irrazionali che vengono dal ventre della comunità, e l’ubiqua influenza dell’errore casuale e dell’imperfezione umana. La chiglia di una comunità è la sintesi abbastanza precisa della sua intelligenza, tradotta in forza; è il meglio della sua immaginazione, tradotto in gesti. Non è una emanazione del potere pura e semplice, è un prodotto a cui mettono mano tutti. Il timone, sì, è in mano al potere, ma la chiglia è qualcosa di più complesso, non a caso fila invisibile sotto la superficie dell’acqua. Una delle nervature di quel legno siete voi, ciascuno di noi, io, tu. Ora, credetemi: la cultura del vaccino è inscritta in quella chiglia. Non è il parere di un timoniere, vi prego di capire, ma deriva direttamente da quell’intelligenza collettiva che tiene insieme la nostra comunità e di cui fate parte. Tutta la filiera di saperi e riflessioni che ha da prima immaginato i vaccini, poi li ha realizzati e poi li ha usati, proviene in maniera molto riconoscibile dalla chiglia della nostra comunità, dalla sua nervatura forte. I principi, i valori e le logiche che l’hanno determinata rispecchiano un’intelligenza a cui potete far risalire quasi tutti gli scenari dove sicuramente, ogni giorno, fate funzionare la vostra vita. Se domani andate contro un muro (dio non voglia) il sistema di intervento che vi terrà in vita non è quello che voi preferite, ma quello messo a punto nel tempo da quell’intelligenza, la stessa che sta chiedendovi di vaccinarvi. Se fate un bambino, quell’intelligenza dispone di un suo modo per ridurre i rischi che muoia, e quando il bambino sarà grande quell’intelligenza ha immaginato per lui un habitat dove essere educato: ci crede talmente da renderlo obbligatorio per anni e anni. Se leggete libri, sappiate che l’élite che li produce è compatibile con quella intelligenza, se vi piace andare nei musei sappiate che quell’idea di memoria e di conservazione proviene dritta dritta da un’ossessione di quella intelligenza e dal denaro che essa, spesso in modi atroci, ha accumulato nel tempo: è la stessa intelligenza che, quando non vi insegue per farvi fare i tamponi, decide quando l’aria della vostra città è irrespirabile o quanti grassi può contenere al massimo la vostra merendina. Attraverso quella intelligenza abbiamo scelto un sistema per stoccarci da morti, finanziamo le nostre università, ci spingiamo a decidere quando una droga inizia a farci veramente del male, e abbiamo una nostra idea di cosa sia la libertà sessuale. Non la smettiamo un attimo di lavorare, con quell’intelligenza. È una chiglia, fende il mare.

Così, per gran parte dei membri della comunità, l’esperienza quotidiana, ordinaria, abituale, è questa: abitare al 90% il mondo così come l’intelligenza collettiva l’ha organizzato, e poi patire e incazzarsi per un dieci per cento che proprio non digerisce. Arriva sempre quel frammento della realtà in cui il delta tra la tua sensibilità personale e le regole individuate dall’intelligenza collettiva diventa una voragine che ti fa davvero troppo male. In questo momento il vaccino è, per molti, quel frammento. Ma credetemi, ognuno ha il suo. Io per esempio ce l’ho con la scuola. Mi sembra che i guasti che facciamo lì siano più gravi di quelli che rischiamo di fare con un vaccino: posso sbagliarmi, ma era per spiegarvi che poi ognuno si impunta su un frammento della vita reale, intanto che accetta tutti gli altri, e questo è la normalità. Questa è l’esperienza di tutti, e tutti, prima o poi, finiamo dalla parte di quelli che non ci stanno, e patiamo l’ondata di disapprovazione, l’isolamento più o meno esplicito, il destino dubbio degli esuli, la tentazione di isolarsi in una propria tribù in guerra col mondo. Non per questo siamo degli eroi. Non lo credo proprio. Non per questo la sappiamo più lunga degli altri, non lo credo proprio. Viviamo, lo facciamo da svegli, ogni tanto ci troviamo sulla sponda dei ribelli. Tutto lì.

Oggi, devo aggiungere, e poi chiudo, tutto ciò accade nel paesaggio di un grandioso cambio di civiltà, e questo confonde molto le menti e i cuori. Come mi accade di scrivere spesso, quel che sta succedendo è che la chiglia si è scoperta vecchia, marcia, stanca, esausta per i lunghi viaggi spesso fallimentari. Stiamo in bilico tra una intelligenza scaduta e un’altra ancora non adulta, che tarda ad arrivare. Anche per questo, oggi, la scelta sul vaccino sta assumendo questi toni drammatici: casca in pieno nel bel mezzo di un solenne crepuscolo degli dei, e diventa così, immediatamente, scena madre di un finale tragico. Difficile mantenere lucidità e misura. Me ne accorgo, con sconsolata lucidità, quando ci vedo discutere, tutti, in questo modo vagamente panico, come di gente che si agita per non affogare. Cerchiamo punti saldi e non li troviamo. Alziamo la voce, allora, o ci induriamo, o scappiamo. Non c’è nulla che si possa fare a riguardo. Mi viene in mente, solo, il bellissimo esergo che Benjamin Labatut ha scelto per il suo ultimo libretto. Sono delle parole di Gramsci che io non ricordavo. Dicono così: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.  Siamo noi, ho pensato. I fenomeni morbosi, siamo noi. Che passi presto, questa terra di nessuno, ho pensato.


Il fattore ‘D’ nel voto italiano

Il report sulle vittime di pedofilia nella Chiesa francese deve far riflettere il Vaticano 

Al netto di diverse altre ragioni – dalla massa di disaffezionati cronici ai numerosi schifati da certa politica –, quanto ha pesato nel massiccio astensionismo degli italiani il ‘fattore D’? ‘D’ come Draghi? E’ in effetti probabile che nella straordinaria diserzione delle urne (un elettore su due) vi sia anche questo: ‘super-Mario’ ha depotenziato i partiti, li ha piegati (complice Mattarella) al ruolo di nervosi ma sostanzialmente disciplinati scolaretti, ha governato facendo finta di consultarli ma in realtà tirando dritto per la sua strada di tecnocrate-riformista. Un inedito per la Penisola, che qualcuno, come sempre esagerando, già definisce ‘gollismo italiano’ (dimenticando Storia, circostante politiche diverse, e quadro istituzionale non paragonabile). Sta di fatto che in una certa quota di astensionismo c’è anche un voto per l’ex banchiere e salvatore dell’euro del ‘Whatever it takes’. Insomma, l’agognato uomo provvidenziale (‘necessario’, lo ha definito il capo degli industriali Bonomi), che  secondo molta parte dell’opinione pubblica è meglio che continui indisturbato, senza cioè la scocciatura di partiti screditati e quindi da non incoraggiare. Si vedrà fino a quando, si vedrà con quale bilancio finale, e soprattutto con quali conseguenze nella grande e forse non lontana incognita del ‘dopo-Draghi’. 

Non stupisce dunque che sia stato il partito più disciplinato ‘draghiano’ di tutti a trarre dalle urne il maggiore beneficio: il Partito Democratico tolto dalle ceneri dell’irrilevanza dal federatore Enrico Letta, l’unico vincitore di questo turno: non proprio un trascinatore di popolo, più portato alla difesa dei valori che dei principi di socialità (pubblico rimprovero di Prodi) ma evidentemente quanto bastava per rianimare i ‘dem’ ancora in primavera spossati da scissioni, clan in conflitto perenne, personalismi senza senso e senza costrutto, pretestuosi attacchi da ‘mister duepercento’ Matteo Renzi. Beneficiario, il PD, anche della liquefazione dei pentastellati, Cinque Stelle da sempre in difficoltà nelle consultazioni locali, ma stavolta con in più il senso di un declino inarrestabile, e col rischio di una spaccatura definitiva in quel che rimane del partito che paradossalmente detiene ancora la maggioranza relativa in parlamento. Una slavina che nemmeno Giuseppe Conte, il democristiano a cui con arrendevole reticenza l’ex comico ed ex…politico Grillo ha lasciato la quasi ‘mission impossible’ di salvare il movimento. E ora alle prese, l’ex premier bipolare, col preannunciato dilemma: sopravvivere come ruota di scorta dell’alleato PD nel progettato nuovo centro-sinistra? O ritrovare qualche orgoglioso residuo degli istinti libertari e giustizialisti della prima ora per ritrovare un po’ di fiato, o quantomeno un po’ più di forza negoziale? 

Rimane la mazzata sul movimento (‘apriremo il parlamento come una scatoletta di tonno’) che fu bandiera dell’italico populismo. Che nella stangata elettorale fa il paro con l’altro e più importante sconfitto, il sovranista Matteo Salvini, che dai boxer del Papete in avanti non ne ha più azzeccata una: al governo ma anche all’opposizione; pro-vax ma anti ‘green-pass’, spasmodicamente alla caccia del consenso anche delle frange più estremiste (e pure violente) di quelli che ‘la dittatura sanitaria come quella di Hitler’, incurante delle inquietudini del Nord produttivo originario e fecondo terreno di caccia del leghismo, sbugiardato dai suoi governatori regionali (da Zaia in giù), in conflitto non più sottotraccia ma pubblico con l’ex sodale e ora pro-governativo Giorgetti (finora non proprio una macchina da voti),  ed infine goffamente e infruttuosamente impegnato nella rincorsa di Fratelli d’Italia e della Meloni, che ieri, pur non vincendo, lo ha sorpassato in diversi duelli cittadini. Tatticamente più intelligente la ragazza, che ha scelto la solitaria opposizione a Draghi, e politicamente anche più pericolosa per gli istinti neo-fascisti che ritiene farle comodo nel paese dell’ ‘eterno fascismo’ ( profetico Umberto Eco).

 Fra quindici giorni, al ballottaggio, si vedrà se reggerà questa istantanea del quadro politico nazionale scaturita dal voto amministrativo del week-end; se una maggiore mobilitazione a destra potrà attenuare la sbandata di una coalizione veramente incapace di coalizzarsi e quindi di scegliere credibili ‘candidati civici’; e se avrà un po’ più di senso compiuto il progetto (trasferito sul piano delle future elezioni politiche) di un centro-sinistra a traino PD con quel che resta di pentastellati che, in un ultimo regolamento di conti senza… Conte, possono anche decidere di fare harakiri. 


Un’equazione dopo i “Pandora Papers”

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Si dirà che l’equazione è politicamente improponibile o che l’accostamento non regge perché sanno di demagogia a buon mercato. Eppure spesso val la pena di osare l’una o l’altro perché sia percorribile, comunque lecita, per far capire le assurdità o le imposture che ci vendono come etica economica o come difesa della patria.

Gli Stati Uniti hanno voluto insegnarci (alle nostre istituzioni democratiche o al timoroso vassallaggio politico), con interventi anche pesanti, che cos’è la giustizia fiscale, quale deve essere il suo “modus operandi” dentro le nostre stesse strutture bancarie, quanto siano quindi eticamente riprovevoli e condannabili la scarsa trasparenza e onestà con cui abbiamo manipolato i soldi degli ebrei, il sistematico ricorso all’inviolabilità del segreto bancario per coprire tutto quanto si poteva, l’evasione fiscale anche se solo suggerita o consigliata ai propri concittadini tanto a Washington quanto a Zurigo, la troppo facile accoglienza elvetica ai fondi sporchi dei dittatori dell’Africa o delle Filippine o del Sudamerica o dei neo-plutocrati dell’Est.

La somma che gli svizzeri – banche grosse e medie e persino diverse cantonali o società finanziarie o commercianti di materie prime o le stesse istituzioni federali, dal dipartimento degli Esteri a quello delle Finanze, sotto forma di elaborati dossiers e di successivi lunghi interventi diplomatici di difesa o per infinte assistenze procedurali – hanno dovuto sborsare al Dipartimento di Giustizia americano per tenerlo quieto e poter continuare ad operare negli States, supera complessivamente (calcolando comunque solo le multe via via emerse durante gli anni nelle informazioni di stampa, che non sono tutte) quella che ora ci appresteremmo a versare per l’acquisto degli aerei da combattimento F-35. Se ci aggiungiamo anche la scoppola della crisi dei “subprimes”, rifilata dagli americani alle avide banche svizzere e all’intervento della Confederazione per salvare…l’economia nazionale (il famoso “too big too fail”), raddoppiamo. Questa è l’equazione improponibile o l’accostamento che non regge. Però non si può negare che il conto degli F-35 sarebbe già saldato, con inflazione compresa, o perlomeno che il denaro va sempre in una sola direzione o ancora che da buoni vassalli, timorati del dio-dollaro, a certe sentenze o a certi contratti non si può sottrarsi.

Il discorso non può però fermarsi qui. Ed è per questo che non diventa né improponibile né demagogico. Delle rivelazioni dei “Pandora Papers” (di cui ha parlato qui Aldo Sofia rilevandone importanza e senso; si è sentito invece un commento alla Rsi assai riduttivo, quasi fosse la solita solfa che si ripete) c’è infatti una constatazione che non possiamo lasciarci sfuggire, non per vendetta ma come metro di misura della sincerità e dell’affidabilità di uno Stato con cui stai stipulando un grosso contratto, definito dalla Viola Amherd il migliore possibile. Gli Stati Uniti, ci dicono le rivelazioni “Pandora Papers” sono di fatto uno dei centri finanziari offshore (diciamo, per capirci, un possibile luogo di grande evasione e inganno fiscali) più importanti del pianeta. Infatti, da un lato pretendono dagli altri (Svizzera) lotta all’evasione fiscale e infliggono perciò multe miliardarie agli operatori stranieri, d’altro lato lasciano prosperare sul loro territorio zone defiscalizzate e opache, come il Delaware, il Nevada, il Wyoming, il Sud Dakota, peggiori di tutti i paradisi caraibici, che attirano i ricchi evasori di tutto il mondo e prosperano sulla pelle di tutti i cittadini del mondo, svizzeri compresi. I quali dovrebbero ora barattare gli F-35 con la sincerità e la coerenza. Ma non tiene e non fidiamoci. Allora pretendiamo almeno il ristorno delle multe pagate estorte con mendacio. E l’equazione si chiude.


Ticino chiama Riace

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Intervista al dott. Carlo Crocco, direttore della fondazione Main dans la Main – Vedi anche Lucano colpevole di delitto d’umanità


Ed ora ecco i ‘Pandora Papers’

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Si calcola che nel mondo l’evasione fiscale ammonti a una cifra che va da 21.000 a 32.000 miliardi di dollari. Pari al Prodotto Interno Lordo di Stati Uniti, Giappone e Germania messi assieme. Un furto colossale e immorale. Montagne di soldi sottratti alle casse statali di centinaia di nazioni. Sottratti quindi a milioni di cittadini, che potrebbero beneficiarne sotto forma di investimenti pubblici o sussidi individuali. Un mega-scandalo di cui si torna a parlare con una nuova inchiesta del Consorzio internazionale di investigazione giornalistica, che già cinque anni fa aveva documentato e denunciato migliaia di evasori e di compiacenti operatori, i famosi ‘Panama Papers’.

Ora lo stesso Consorzio “Icij” – grazie al lavoro in comune di 600 giornalisti e di 150 testate mondiali – sforna dodici milioni di documenti riservatissimi, raccolti in quelli che ha battezzato ‘Pandora Papers’. Un gigantesco vaso di illegalità e di veleni, in cui ci sono i nomi di statisti, ministri, parlamentari, stelle dello sport e dello spettacolo, imprenditori e banchieri di fama mondiale, manager pubblici e privati, generali, big del mondo finanziario. Accomunati da un unico filo rosso: sono tutti clienti di 14 riservatissimi studi internazionali (fiduciari, intermediari, avvocati) che fabbricano ‘offshore’ in cui occultare le ricchezze nascoste al fisco, alla giustizia, agli elettori, a tutti gli altri cittadini. Cittadini, scrive il settimanale l’Espresso – che fa parte del Consorzio, per il quale opera anche il Tages Anzeiger – “che sono costretti a pagare anche per questi privilegiati i costi di sanità, sicurezza, scuole, strade, ferrovie, acquedotti e tutti i servizi essenziali finanziati dagli Stati nazionali con le entrate fiscali’.

Quasi trentamila beneficiari dietro i documenti occ ultati da uffici compiacenti e complici, da cui emergono per la prima volta investimenti e patrimoni esteri di ‘rappresentanti del popolo’ europei e sudamericani, dittatori africani, ministri asiatici, sceicchi arabi; le casseforti segrete de di 46 oligarchi russi e di un’ex amante di Putin; nonché i nomi delle offshore che azzerano le tasse di una super-casta di oltre 130 multi-miliardari americani, indiani, messicani. Nomi altisonanti nel mondo politico: il re di Giordania Abdullah II (che intanto riceveva miliardi dagli Usa per la lotta al terrorismo islamico); il primo ministro ceko Andrej Babis, populista miliardario salito al potere promettendo di combattere i privilegi; il ministro olandese dell’economia Hoekstra, gran cerimoniere dei ‘frugali’ anseatici e del rigore finanziario contro le ‘cicale’ del sud Europa; il presidente dell’Ucraina Zelensky, che ha mezzo paese in stato di guerra; l’ex premier laburista Tony Blair, il teorico della ‘terza via socialista’. E poi VIP dello spettacolo, da Shakira a Elton John a Iglesias. Non mancano gli eroi dello sport, come Carlo Ancellotti. E anche un famoso boss della camorra, Raffaele Amato. Aiutati a evadere il fisco da chi ha grande dimestichezza e vicinanza anche con parti del mondo politico.

Oliver Zihlmann, che ha investigato per il Tages Anzeiger, ricorda che dopo la pubblicazione di Panama Papers nel 2016 “fu detto che la Svizzera era diventata uno scolaro modello, ma oggi i Pandora Papers dicono che non è vero’. Fra chi aiuta ad evadere, anche società elvetiche. Una con sede a Lugano. Si sfrutta anche una lacuna legislativa elvetica: recentemente il parlamento aveva bocciato la proposta di estendere e consolidare gli obblighi della legge sul riciclaggio.