Guarda l’incontro con Mimmo Lucano

 


Lucano/Lugano

 


La lunga battaglia di un fuorilegge per i diritti umani

 

È una lunga e dolorosa vicenda, che si trascina da anni, e che ha avuto in una sentenza di primo grado con una condanna a più di 13 anni di carcere uno sconcertante verdetto di colpevolezza.

Colpevole di umanità, si potrebbe definire l’ex-sindaco di Riace Mimmo Lucano, che attende ora di affrontare un secondo grado di giudizio e che intanto sta raccogliendo un po’ ovunque ampi segni di solidarietà e sostegno.

Fra essi quello della Fondazione “Main dans la main” con sede a Lugano, che ha invitato stasera Mimmo Lucano al Palazzo dei Congressi per un incontro pubblico in cui gli assegnerà un premio di 50.000 franchi che ha riscosso un altissimo interesse, con un “tutto esaurito” raggiunto in un solo giorno di prenotazioni.

“Naufraghi/e” ha deciso di essere accanto alla Fondazione per dare il massimo risalto all’evento.

A colloquio con Aldo Sofia, Mimmo Lucano si racconta, dunque, al pubblico, che potrà seguirlo anche qui, sul nostro sito, in diretta streaming a partire dalle 18.00, e poi in una pagina dedicata.

Per l’occasione, in sala o online, è anche possibile acquistare il suo libro-testimonianza “Il fuorilegge – La lunga battaglia di un uomo solo” (Milano, Feltrinelli, 2020) da cui proponiamo qui un breve estratto, un significativo approccio al messaggio lanciato al mondo da Mimmo Lucano e dalla sua straordinaria esperienza.

All’inizio le domande erano sempre le stesse: e se fossero troppi rispetto ai residenti? E se tra loro ci fossero dei criminali? Nel dibattito pubblico sul flusso e sull’accoglienza dei migranti erano questi i problemi. Eppure, c’è un altro problema che dovrebbe essere chiaro a tutti: la politica non può ridursi ad una selezione tra chi può e chi non può entrare, perché in questo modo rinuncia a se stessa. Rinuncia alla causa di libertà che l’ha istituita. Nella mia esperienza ho capito una cosa: la politica che si trasforma in puro esercizio di potere dimentica il sogno di emancipazione collettiva al quale il nostro diritto alla libertà ci chiama.

La pandemia del Covid-19 ha sconvolto i paesi di tutto il mondo, facendoli precipitare in una crisi sanitaria ed economica senza precedenti. Siamo stati costretti dentro i nostri confini più prossimi. All’interno del perimetro delle nostre case abbiamo scoperto una condizione meno rassicurante di quanto forse avremmo immaginato. Senza una comunità attorno siamo estranei a noi stessi.

Contagi e morte lasciano poco spazio a considerazioni generali, ma abbiamo il dovere di una riflessione profonda. Dobbiamo rivolgere il nostro sguardo all’indietro, per non dimenticare la storia recente. Ripetute per anni, le parole dell’egoismo sono diventate famigliari e persuasive. Centimetro dopo centimetro, hanno occupato lentamente l’intero spazio dei nostri pensieri. Sono state amplificate dall’onda dei populismi e hanno trovato una compiuta realizzazione nello Stato dai confini chiusi. Il razzismo è dilagato senza generare scandalo. La parola migrante è stata abusata e svuotata del suo significato: abbiamo costruito il ghetto in cui seppellire le nostre coscienze.


PSE: un’occasione persa di esercizio democratico

 

Lo confesso, sono scioccato. Non tanto dagli insulti e dagli attacchi personali ricevuti in queste ultime settimane (in trent’anni di giornalismo ho subìto questo ed altro), poi trascesi in plateali minacce in strada (questa invece è una novità), ma dal livello che il dibattito attorno al PSE ha raggiunto: da Bar Sport, e purtroppo non è quello di Stefano Benni. Inutile star qui a ricercare chi ha iniziato a tracimare verso infimi livelli, elencare fatti e nomi o, peggio ancora, stilare una classifica per vedere chi si è comportato meno peggio: l’asilo l’ho finito da un pezzo; ci si dedichino, se lo vogliono, altri.

Mi permetto solo di esprimere la mia profonda tristezza nel vedere Municipio e amministrazione comunale, istituzioni che concettualmente e formalmente sono di tutti e quindi tutti dovrebbero rappresentare (favorevoli e contrari), non tanto essere trascinati in questo gorgo – può succedere – ma essercisi immersi senza alcuna esitazione. E del fatto che non si sia distanziato senza equivoci né tentennamenti dall’avvertimento in stile mafioso (come altro definirlo?) inviato a mezzo stampa a tutta la popolazione di Lugano dall’ex proprietario e presidente del FC Lugano Angelo Renzetti. E qui mi fermo.

Mi ha fatto specie anche osservare le pressioni che tutte le società sportive hanno ricevuto per schierarsi acriticamente a favore del progetto (sempre Renzetti docet), e in tal modo tacitare le voci critiche che so esistere numerose anche al loro interno, come se esprimere dubbi e perplessità potesse voler dire essere contro al PSE senza se e senza ma e non, come invece dovrebbe essere, portare alla cittadinanza utili elementi di dibattito.

Fa eccezione, va detto, il FC Rapid Lugano, che mai mi ha proibito di esprimere le mie considerazioni, rigorosamente come sempre ho tenuto a specificare a titolo personale e come la stessa società ha dovuto alla fine rimarcare (far sapere agli amici degli amici?), e che purtroppo in caso di fallimento di fronte alle urne del PSE potrebbe subire i contraccolpi delle mie parole (anche questo mi è stato detto e ho dovuto subire), come se permettere ai propri aderenti di partecipare al libero (bisogna ancora sottolinearlo nel 2021?) dibattito politico cittadino fosse non un’ovvietà, al limite addirittura un titolo di vanto, ma una colpa da pagare ed espiare. Come appunto Renzetti ha tenuto a far sapere a tutti.

Voglia il cielo che così non sia e che, come si è augurato il collega John Robbiani, una volta passato il 28 novembre tutto possa tornare alla normalità. Personalmente ne dubito: il solco è da tempo tracciato, non solo a Lugano, e una volta infranti certi limiti è sempre difficile, sia pure non impossibile, tornare indietro e ricostituirli.

Gli è che l’intolleranza è annidata nel nostro essere, dunque anche nelle nostre istituzioni, come un tarlo che ogni tanto riemerge. E quando questo accade la lotta politica non è più confronto, duro e acceso quanto si vuole ma pur sempre tale, ma lotta all’ultimo sangue tra una supposta verità e un supposto, ovviamente opposto, errore. In odor d’eresia. Perché nel giro di pochi anni siamo passati dall’idea – una visione parziale e dunque in sé discutibile – alla fede – principio totalizzante e assoluto e quindi indiscutibile. Non più dunque il dubbio come unica certezza, ma il dogma e l’obbedienza assoluta (ortodossa) ai suoi dettami; non più la speranza in un domani migliore, ma la certezza di un avvenire paradisiaco e beatificato.

Peccato: chiunque vinca, il dibattito sul PSE è stata un’occasione mancata di esercizio democratico; chiunque vinca, ne usciremo tutti sconfitti.


PSE, i conti senza l’oste

 

Di Luca Rapetti (abitante di Cornaredo)

Fra gli interventi su questo portale, ho letto con particolare interesse quello firmato da Chiara Orelli in merito al dibattito sul progetto di Polo sportivo, progetto per il quale pare vi sia una sbornia collettiva che poco si addice a un “tentativo coerente e intelligente” che dia una risposta alle problematiche di cui soffre da anni la città.

Lugano ha i suoi bei problemi: il traffico che satura le strade provocando emissioni inquinanti, rumore e rende impossibile l’efficienza della rete urbana dei mezzi pubblici e delle piste ciclabili, compromettendo per un’ampia fetta della popolazione il benessere; un mercato immobiliare surriscaldato, con una fioritura di cantieri che continua da anni e che inghiotte il passato e violenta il territorio con le sue costruzioni speculative, basta andare in collina e guardare dall’alto la città per ammirare le gru che svettano un po’ ovunque; la mancanza di spazi, anche culturali, aggregativi per i giovani, per non relegarli alle sole discoteche e ai centri commerciali. E la mancanza di spazi pubblici verdi per le famiglie, quelle che vivono nei palazzi, quelle che fanno il barbecue in balcone e quelle che per fare un picnic coi bambini devono prendere l’automobile e macinare chilometri.

Fra i problemi della città ve n’è uno urgente, ammesso che gli altri non lo siano, è quello legato al vecchio (io direi anche glorioso) stadio di Cornaredo, con la sua bella tribuna principale che a causa di decenni di colpevole incuria si trova in una situazione vergognosa, condannata all’abbattimento (insieme alla tribuna Brè, edificata negli anni novanta e perfettamente funzionale) da un progetto che fornirà alla città uno stadio anonimo, del tutto simile ad altri, distinguibile solo per il colore dei seggiolini e con la superficie in erba sintetica (il che esclude definitivamente il ritorno della Nazionale a Lugano). Questa dinamica riporta alla mente altre vicende, come l’abbattimento del quartiere Sassello, del castello di Trevano, della Romantica e la cancellazione sistematica del passato. Approccio che sembra essere l’unica prospettiva (o “visione”) conosciuta dalla classe dirigente luganese. Per risolvere questo problema urgente la proposta è di edificare un nuovo quartiere.

A questo punto non serve più infierire sugli aspetti economici del progetto: tutti hanno capito che l’accordo firmato dalla Città con Hrs-Credit Suisse è a vantaggio del privato, un vantaggio imbarazzante per l’autorità cittadina, ben evidenziato da Adriano Cavadini in un intervento recente sul Cdt, ma ancor meglio riassunto dall’attuale sindaco Michele Foletti che, da ministro delle finanze della Città, tre anni fa affermava: “Un progetto nato storto che finirà peggio”, mentre Lorenzo Quadri dalla prima pagina del Mattino affermava: “Cornaredo, sotto con i tagli: la parola d’ordine è ‘ridimensionare’”.

Non serve nemmeno più evidenziare la situazione di un mercato immobiliare a dir poco surriscaldato, con una speculazione giunta ormai a livelli insostenibili. L’ente pubblico in questo caso non farà che contribuire a gonfiare la bolla. Affermare che la situazione potrebbe cambiare è un po’ pochino per rassicurarci.

Sulla sostenibilità ambientale del futuro PSE, nuovo generatore di traffico per la città e con una strada a quattro corsie che completerà la cornice d’asfalto attorno ai campi dove i futuri Del Ponte e Petrucciani si alleneranno (!), c’è poco da dire. È carente da molti punti di vista, dall’aumento delle isole di calore (invero un ottimo soggetto per gli studi che la Città sta svolgendo in questo ambito) al traffico, appunto, fino all’enorme quantità di cemento utilizzato, non certo un materiale a impatto zero, anzi. Che si rispettino gli standard ambientali imposti per legge non è certo un vanto, ci mancherebbe.

Inquadrato il contesto in cui ci troviamo torno al contributo di Chiara Orelli, che fra tutti gli spot di marketing emozionale favorevoli al PSE – inclusi rendering infarciti di alberi anche dov’è oggettivamente impossibile farli crescere. Un Manifesto del greenwashing – è quello che mi ha lasciato più sbigottito. Il PSE – sostiene la ex granconsigliera socialista – è un mezzo “concreto e sociale a favore dei meno fortunati” che ridefinisce “il territorio in cui vivono (…) dotando questo spazio di vitalità, dignità, bellezza”. Il PSE, quindi, servirebbe alle persone come me che abitano nei dintorni dello stadio a vivere meglio grazie a un nuovo spazio aggregativo.

Detto che la zona di Cornaredo è soffocata dal traffico, al limite della vivibilità e, cosa vera, con pochi luoghi pubblici di aggregazione, perché a parte l’attuale ampio comparto sportivo le superfici sono tutte dedicate agli automobilisti, proprio non si comprende come tra la sede della polizia e gli stabili residenziali e amministrativi, per metà sul tetto di un autosilo, possa nascere un luogo di aggregazione per gli abitanti di via Trevano e di Pregassona. Davvero non arrivo a capire in che modo possa migliorare la vita un cantiere di dieci anni, che ci restituirà un nuovo quartiere generatore di traffico e una nuova strada che taglia a metà il comparto, con il paradosso che il transito veicolare verrà tolto laddove oggi non abita nessuno e concentrato proprio di fronte a una mezza dozzina palazzi popolari. Fatico a inquadrare i benefici della “vitalità” che arriverà da un quartiere dei servizi, abitativamente poco appetibile per i benestanti e inaccessibile ai ceti bassi che popolano l’area. Vitalità che sarà quella che c’è adesso, con l’aggiunta dell’andirivieni e del traffico generati dai servizi. Siamo molto lontani dal concetto di vivibilità delle città come Zurigo, Winterthur o Losanna. L’impressione è che il PSE voglia assecondare i desideri (o le emozioni, più di moda oggi) di chi abita i quartieri ‘alti’.

“La ragione trascurata”, con un’altra accezione del termine ‘ragione’ usato da Orelli, avrebbe spinto le autorità a ristrutturare lo stadio già nel 2015, quando c’erano le modine installate in occasione della promozione in serie A, e riunire le esigenze di un palazzetto per gli eventi a quelle dei congressi al Campo Marzio. Il buon senso avrebbe suggerito all’amministrazione di prendersi cura dei propri quartieri e delle loro strutture pubbliche sportive, senza trascurare tutto per poi dire che c’è il degrado: un miliardo di debito pubblico per mantenere basso il moltiplicatore, questo abbiamo fatto negli ultimi decenni. La logica, per un municipio, indicherebbe una riqualifica della zona che renda ampiamente accessibile il Cassarate dal cimitero fino al ponte della Bozzoreda, privilegiando la mobilità lenta e i mezzi pubblici a discapito del mezzo privato, non certo l’edificazione di nuovi quartieri. Restituire spazi, questo fanno nelle città moderne. Nulla di tutto ciò.

Un consigliere comunale in visibilio per il Polo sportivo recentemente mi ha detto: “Col PSE entriamo nella Storia!”. La solita storia di non-luoghi.


Undici risposte per votare a favore della legge Covid

 

A pochi giorni, ormai, dalla votazione che sta dividendo il paese fra favorevoli e contrari alla legge Covid, dopo numerosi dibattiti che hanno anche infiammato le arene televisive e radiofoniche in aperti scontri fra fautori del referendum lanciato da una serie di gruppi civici capeggiati dagli “Amici della Costituzione” ed il fronte politico quasi compatto (ad eccezione dell’UDC) che sostiene la legge, abbiamo pensato di proporre un contributo particolare, che possa essere utile per capire, o almeno ripensare, i termini di una serie di questioni poste dai referendisti.

“28’min”, una pubblicazione specifica, diffusa online nelle tre lingue in tutta la Svizzera, riassume in 11 domande le tesi principali degli oppositori alla legge Covid.

Abbiamo sottoposto queste 11 domande al dottor Christian Garzoni, infettivologo e direttore sanitario della Clinica luganese Moncucco. Ecco le domande e le risposte.

  1. Perché il certificato vaccinale è accordato senza condizioni alle persone vaccinate quando anch’esse possono comunque contagiarsi ed in tal caso propagare il virus come le persone infette non vaccinate?C.G.:
     
    Per due motivi : il primo è perché se è vero che i vaccinati  possono ammalarsi e possono propagare il virus, va sempre ricordato che lo contraggono e propagano molto meno. Producono molto meno virus , quindi sono meno infettivi. Il secondo motivo è che il certificato vaccinale viene richiesto in un contesto in cui le persone sono a rischio di ammalarsi: quindi, di per sé, è una forma di protezione anche per i non vaccinati.    
  2. Perché non è richiesto un certificato vaccinale sugli affollati mezzi pubblici mentre è obbligatorio nei ristoranti? Il virus non prende il bus? 
     
    È una decisione politica. Lo stato  ha fatto una scelta pragmatica, diciamo così… ha  lasciato più libertà per le attività lavorative, diciamo “necessarie”, e ha messo delle restrizioni per attività opzionali e/o solo di divertimento. Una decisione che cerca, nel limite del possibile, di mantenere opportunità di vita economica e sociale. Naturalmente, con il variare delle condizioni pandemiche si tratta di decisioni che possono o devono cambiare nel tempo.
  3. Perché imporre il certificato sanitario nelle scuole superiori (Università, Politecnici, Scuole Universitarie Professionali) penalizzando così giovani in formazione che non sono a rischio di infezione?
     
    Perché durante le attività scolastiche, anche universitarie, i giovani sono spesso in situazione di “rischio di contatto”, e corrono il pericolo  di creare delle ‘’micro epidemie’’ con la conseguenza di obbligare alla quarantena classi intere, addirittura interi istituti. Ecco perché questo è uno degli ambiti in cui si è deciso di richiedere la vaccinazione: è una condizione assolutamente opportuna per frequentare le lezioni col minor rischio di contagio.
  4. Perché spiegare che il certificato sanitario è la sola misura valida di salute pubblica quando in certi paesi nordici, per esempio, sopprimendo ogni restrizione, è stato dimostrato il contrario? 
     
    Va sempre ricordato che il certificato vaccinale è una delle misure proposte , una delle tante per cercare di contenere la diffusione del virus, come l’uso delle mascherine, il rispetto delle distanze, l’uso dei disinfettanti per le mani, il telelavoro…Sono tutte misure che lo Stato ha cercato di mettere in atto per permettere alla società di avere una vita il più normale possibile, tenendo conto, naturalmente, che le persone vaccinate costituiscono un rischio minore delle persone non vaccinate.Riferirsi a quanto adottato in certi paesi nordici, non ha molto senso: anche lì, nel frattempo, la situazione è cambiata, perché il virus si muove, cambia, colpisce diversamente e a noi tocca cercare di capire e rispondere a condizioni costantemente in mutamento.
  5. Perché alimentare la paura di un rischio di sovraccarico di ospedalizzazioni quando in 18 mesi sono stati ridotti del 45% i posti letto in cure intense? 
     
    Devo dire sinceramente che non sono a conoscenza di questo dato. Quello che so bene è come abbiamo finora cercato di affrontare le emergenze dovute ai casi acuti di infezione: i reparti di cure intensive nelle nostre cliniche e nei nostri ospedali sono dotati di posti letto per una “situazione normale”, chiamiamola così, che prevede anche un margine per casi eccezionali. Se però improvvisamente, con la pandemia, il numero di pazienti bisognosi di tali cure diventa così importante, si deve ulteriormente pensare a creare margini per spazi supplementari: a Moncucco  avevamo sette posti letto di cure intense; quando c’è stata la prima ondata abbiamo chiuso le sale operatorie e trovato il modo di creare una quarantina di posti letto in più. È l’emergenza che impone misure straordinarie, e finora vi abbiamo fatto fronte. Ma l’allarme è costante, la minaccia dietro l’angolo, e noi dobbiamo provvedere al meglio, sperando che intanto aumentino i vaccinati.
  6. Perché non si ricorda mai che il 96% delle persone colpite dal Covid-19 non hanno avuto bisogno di essere ospedalizzate? 
     
    È giusto ricordarlo, ovvio. È un’ottima cosa! Però allora rammento anche che se facessimo questo calcolo per il Ticino, su circa 350’000 persone, staremmo parlando del 4% di ospedalizzati, cioè di 14’000 persone ospedalizzate. Sono molte, e non mi pare che vadano trascurate e non considerate, proprio per affermare che la situazione è grave ed impone misure decise di “contenimento” con la vaccinazione.
  7. Perché voler vaccinare tutta la popolazione quando di fatto l’immunità di gregge non può essere raggiunta vista la predominanza della variante delta? 
     
    Perché l’immunità di gregge è l’ideale, ma non con tutte le malattie e con tutti i vaccini è raggiungibile. Ciò non toglie che,  anche se non si arriva  ad avere un’immunità totale di gregge,  avere una popolazione vaccinata, che dunque si ammala meno, riduce o annulla il rischio di sovraccarico degli ospedali e riduce il numero di morti. Mi sembra sia una ragione sufficiente, al di là delle teorie virologiche ed epidemiologiche.
  8. Perché voler vaccinare i bambini? Il principio di precauzione ed il rispetto della loro integrità fisica iscritti nella Costituzione non dovrebbero prevalere? 
     
    I motivi principali sono tre, con tutto il rispetto per la loro integrità fisica iscritta nella Costituzione. È bene che vengano vaccinati anzitutto perché anche se non presentano forme mortali (se non molto raramente), possono comunque contrarre il  ‘’long Covid” che  è molto fastidioso anche per loro, e che in rari casi può comportare complicazioni importanti. Quindi, secondo gli studi a nostra disposizione, gli eventuali rischi causati dal vaccino sono minori di quelli procurati dal COVID. Inoltre, perché i bambini sono anche loro diffusori di virus possono portare a malattie degli adulti. Infine, perché i dati disponibili dicono che i bambini sopportano bene Il vaccino.
  9. Perché esentare dal tracciamento e dalla quarantena le persone vaccinate quando il contatto con una persona infetta può contaminare anche loro? 
     
    Questa è una decisione pragmatica. Considerato che il rischio procurato dai vaccinati è nettamente inferiore a quello delle persone non vaccinate, lo Stato ha deciso di concentrarsi sulle persone non vaccinate, anche in relazione al “contact tracing”.
  10. Perché autorizzare la trasmissione di dati di tracciamento a Stati stranieri quando si ribadisce che tutto avviene in rispetto della sfera privata? 
     
    Se io vado in uno Stato estero devo rispettare le leggi di quello Stato estero: se lo Stato estero pretende da me il Covid-Pass per entrare, o rispetto questa regola o rimango a casa.
  11. Perché prendersi il rischio di votare a favore di un certificato COVID, che non offre alcun beneficio sanitario ma potrebbe per contro mettere in pericolo le vostre libertà di domani? 
     
    Penso che la votazione vada al di là del vaccino e del certificato COVID, ma mette sul tavolo la possibilità per lo Stato di poter gestire epidemie di questo tipo anche in futuro. Abbiamo visto che ci sono situazioni di emergenza sanitaria gravi, dove lo Stato deve avere i poteri per aiutare la popolazione nel modo più efficace possibile. Spesso si tratta di scegliere il “meno peggio”. Però, precludere allo Stato di poter gestire epidemie di questo genere può solo portarci a situazioni ben peggiori ed estremamente pericolose in futuro.
Appendice

Dott. Garzoni, ancora due domande legate all’attualità:

Ogni giorno le condizioni cambiano (vedi lockdown in Austria, per esempio) e si impongono nuove valutazioni, che vengono dalla task force scientifica e dal Governo: vi è però la sensazione che qua e là si manifesti una certa incrinatura fra le indicazioni della scienza e le decisioni della politica. Lei cosa ne pensa?

I medici fanno i medici e come priorità hanno il bene del paziente, la salute delle persone, evitare che ci si ammali o addirittura si muoia. La politica tende a mettere sul piatto della bilancia anche altri fattori: cioè interessi economici, delle diverse categorie professionali ecc. Il politico fa il politico, il medico fa il medico, e si tratta costantemente di trovare misure adeguate ad indicazioni nuove. Non è facile, ed è un questione diventata ormai un leit-motiv di tutto questo periodo di pandemia.

Il Medico Cantonale Giorgio Merlani è tornato ad esprimere la sua viva preoccupazione per la situazione: ha detto chiaramente che “ci stiamo ricascando”. È così anche secondo lei?

Si, concordo con Merlani. A gennaio-febbraio 2020 ci si è trovati davanti ad un fenomeno che non conoscevamo e che ci ha colti impreparati. Nella seconda ondata non avevamo i vaccini. Adesso, la terza ondata ce la prendiamo tutta, ed è per colpa nostra se con i vaccini a disposizione non ci si vuole vaccinare. Sappiamo che vi sono altre regole da rispettare, come la mascherina o la disinfezione delle mani, eppure, uscendo la sera non si fa che vedere persone che si stringono le mani, si abbracciano e baciano, come se niente fosse.

Insomma, o si rispettano quelle minime regole, oppure ricomincia tutto.

I numeri dei contagi stanno salendo (e sono relativi a casi tutti evitabili) anche perché ci si muove ancora con ritardo rispetto a quanto esige la situazione in cui ci troviamo, di nuovo, oggi.


Il vaso di Pandora è aperto

 

La vicenda dell’ex funzionario DSS permette di discutere dei diversi aspetti che riguardano la violenza contro le donne. Gli abusi a carattere penale sono stati giudicati dai tribunali, ma emergono anche le insufficienze dell’amministrazione cantonale, che avrebbe dovuto indagare in modo puntuale e corretto sulle molestie, e reagire tempestivamente. Gli accertamenti interni svolti già a fine anni ’90, che hanno evidenziato l’inadeguatezza del funzionario nello svolgere le proprie mansioni, non sono stati sufficienti a rimuoverlo dal lavoro diretto con i giovani e le giovani. Nemmeno lo sono state quelle di metà degli anni 2000.

Chi come me milita nel partito socialista da diverso tempo ha probabilmente conosciuto le persone citate dall’inchiesta-testimonianza di Anna Bernasconi. Rompere il silenzio è un lavoro prezioso per qualità dei documenti e rispetto per le troppe vittime di aggressioni sessuali perpetrate da chi avrebbe avuto il compito di sostenerle nella loro crescita personale e civica.

Intendiamoci, quando parliamo di abusi, di molestie o del contesto generale è necessario distinguere gli ambiti nei quali ci muoviamo. Non vanno confusi tra loro, altrimenti si rischia di sbagliare obiettivo. Detto questo, anche se abbiamo militato nel medesimo partito, dobbiamo affermare con forza che chi sapeva degli atteggiamenti sbagliati o eccessivi (non posso immaginare che qualcuno avesse realmente conoscenza degli abusi) avrebbe dovuto approfondire. Sicuramente fare di più. Forse non ci sono stati errori procedurali, ma umani sì. L’inazione ha prevalso sul dovere morale.

Tutta una catena di maschi in posizioni di potere gerarchico non si è occupata e preoccupata adeguatamente delle molte segnalazioni. Magari incomplete, accennate, sussurrate, ma che meritavano maggiore ascolto.

Prima del #METOO qualcuno – a parte noi femministe e alcuni ambiti specialistici – riteneva che fosse davvero un problema molestare una donna, ad esempio per strada, negli uffici, nelle aziende, nelle fabbriche, sui settimanali o nelle organizzazioni di ginnastica? La non consolante espressione “cosa ci vuoi fare, è fatto cosi, ridiamoci sopra” è stata sentita da troppe donne vittime di molestie e violenze sul posto di lavoro. Una banalizzazione talmente interiorizzata dalle stesse vittime da offuscarne la gravità e la portata  (come mostrato bene in “Rischio e diffusione delle molestie sessuali sul posto di lavoro”, uno studio rappresentativo realizzato nella Svizzera tedesca e nella Svizzera romanda nel 2016).

Ancora nel 2019 l’Organizzazione internazionale del lavoro dichiarava che “La violenza e le molestie nel mondo del lavoro restano diffuse e riguardano tutti i paesi, tutte le professioni e tutte le condizioni di lavoro”, e questo nonostante l’adozione di diverse leggi già a partire dal 1996 (qui le basi legali in Svizzera).  

Ha però ragione l’ex funzionario che in occasione della sentenza ha dichiarato di non essere un mostro ma un essere umano. Perché sono esseri umani (prevalentemente di sesso maschile) a produrre violenza nei confronti delle donne. È tutta una cultura della prevaricazione, condivisa da uomini e donne, che va modificata affinché si possa affrontare seriamente il problema. Un problema che ha attinenza con l’esercizio del potere. Un potere strutturalmente patriarcale che, da destra a sinistra, è fatto anche di sessismo, aggressività e prepotenza.

Per quanto riguarda il caso specifico a mio parere è stato un bene non dare seguito alla proposta di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta, poiché i politici, specialmente in questo caso, l’avrebbero usata solo a fini partitici, ricalcando la logica patriarcale dello scontro muscolare come misura di virtù.

È invece più opportuna una vera inchiesta, svolta da specialisti/e esterni che faccia luce non solo sulle possibili responsabilità e disfunzioni del DSS nel caso specifico, ma esamini l’adeguatezza degli strumenti e delle misure oggi adottate per evitare che situazioni di molestia, e naturalmente di abuso, possano ripetersi (ad esempio come ha fatto l’Università di Losanna).

Nell’amministrazione cantonale è stata recentemente distribuita a tutte e tutti i collaboratori la direttiva contro le molestie sessuali, ed è in arrivo anche un codice di comportamento. Benissimo, sono passi avanti. Ma tutte sappiamo che non bastano direttive e codici a cambiare la capacità di ascolto e la responsabilità di chi è chiamato per ruolo (e stipendio) a intervenire con decisione.

Il #METOO ha aperto il vaso di Pandora, ha dato voce a un fenomeno diffuso e pervasivo, che intossica i rapporti di lavoro, e che può portare, nei casi più estremi, a traumi come quelli raccontati dalle vittime dell’ex funzionario. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per diffondere una cultura del rispetto e della responsabilità, accompagnata da procedure chiare, e promuovendo persone che le sappiano far rispettare.


Una storia per il 25 novembre

 

Le chiavi di casa

Da “Ferite a morte” di Serena Dandini ( Milano, Rizzoli, 2013)

Allora, questa è la chiave del cancello, questa del portoncino blindato, no, questa è del garage… Aspetta, da capo: questa è del portoncino…

Se cambio la serratura ha detto che m’ammazza, dice che è anche casa sua, solo perché ci ha abitato, ma io ci stavo in affitto da prima che arrivasse lui. Ma se cambio la serratura ora m’ammazza. La cambio? Non la cambio? E io non l’ho cambiata, così è entrato di notte tranquillo con le sue chiavi e mi ha strangolata mentre dormivo. Il ragazzino non si è accorto di nulla, ha continuato a dormire.

Era bravo con il ragazzino, lo portava ai campi sportivi a vedere le partitelle, è stato quello che mi ha ingannato, se uno è buono con il ragazzino è buono pure con me, pensavo.

Mi sentivo tanto sola, la fabbrica, il ragazzino, mi piaceva vedere un uomo dentro casa la mattina, son belli i maschi in bagno mentre si fanno la barba con quel buon profumo di pulito, per essere pulito era pulito, si cambiava due camicie tutti i giorni. Io non ero una grande stiratrice, lo so, ma lui era un po’ fissato, è colpa delle madri che abituano questi maschi come al Grand Hôtel e poi quando escono nel mondo vero non ci si ritrovano più… Se avessi avuti i soldi c’andavo io al Grand Hôtel insieme al ragazzino e lasciavo quella maledetta casa, me l’avevano detto al centro antiviolenza: “Cambia la serratura”, ma io c’avevo paura che m’ammazzava, l’aveva urlato ai quattro venti: “Se cambia la serratura l’ammazzo!” E io non l’ho cambiata. E infatti è entrato e m’ha ammazzato. Non c’è logica, chi ci capisce qualcosa è bravo.

Allora, questa è della porta principale, no, del cancelletto…

Entrava e usciva a tutte le ore come gli pareva, accendeva la televisione a tutto volume di notte, mi svegliava il ragazzino, svuotava il frigorifero, si mangiava la spesa di due giorni, era abituato a servirsi a piacimento. Poi veniva in camera da letto, e anche lì si serviva a piacimento. Solo del bagno non aveva le chiavi, lì potevo chiudermi a piangere in santa pace.

Eppure dopo l’ultima discussione sembrava quietato, vedrai che ha capito, ho pensato, non mi ha neanche detto: “Se cambi la serratura t’ammazzo”. Allora mi son detta: ”Quasi quasi domani la cambio”, ma mi ha uccisa prima.

Io non lo volevo offendere, volevo solo lasciarlo, o meglio volevo che lui ci lasciasse in pace, a me e al ragazzino. Ma lui dalla madre non ci voleva tornare, eppure la madre stirava meglio di me, me lo diceva sempre: ”Dovresti imparare da mia madre”. Non ho fatto in tempo.

Scusate, glielo dite voi alle ragazze del centro antiviolenza che c’avevano ragione? Io non le ho più trovate, dice che hanno dovuto chiudere per via dei tagli, ora al posto loro c’è una banca, ma il mutuo non me l’hanno dato. Peccato, volevo tanto cambiare casa. Ora mi sono rimaste solo queste chiavi e non mi ricordo neanche cosa aprono… Questa è del cancello, e questa?

Qui la lettura in pubblico del racconto nella straordinaria interpretazione di Stefania Sandrelli.


Un Polo da “prendere o lasciare”

 

“Se dalle urne dovesse uscire un no, per parecchio tempo non accadrà niente di bello allo sport cittadino, né alla qualità di vita del quartiere di Cornaredo.(…) Lo abbiamo detto e ripetuto, non c’è un piano B, come non c’è mai un piano B per progetti di questa portata, a maggior ragione dopo più di un decennio in cui il piano A è stato approvato e sostenuto con tutti i necessari passaggi procedurali. È solo uno slogan che purtroppo ha attecchito, però è vuoto, soprattutto di buon senso. Così come è totalmente fuorviante dire di essere a favore dello sport e poi votare no. Per lo sport sarà uno di quei calci negli stinchi che ti mandano in panchina fino a fine campionato».

Sono parole del sindaco di Lugano, Michele Foletti, pubblicate ieri dal “CdT” come ennesimo contributo in vista della votazione sul Polo Sportivo e deli Eventi di Lugano in una campagna che non smette di far discutere e contrapporre radicalmente favorevoli e contrari in nome dello sport.

Foletti, cui viene ricordato nuovamente come lui stesso e la Lega fossero contrari al progettone di torri e residenze fino a non molto tempo fa, ancora una volta solleva due aspetti che stanno alla base delle posizioni del Municipio cittadino, e che riguardano i destini dello sport e l’impossibilità che possa darsi un cosiddetto “piano B”, evocato dai referendisti.

Il mantra del “chi è contrario al progetto in votazione è contro lo sport” è ormai un tormentone francamente indecoroso quanto strumentale, poiché l’urgenza di una soluzione ai problemi di invecchiamento delle attuali strutture sportive è ben chiara e condivisa da tutti. Ed in realtà, andrebbe aggiunto, è proprio quella condivisa urgenza, amplificata dalle “minacce” della Lega svizzera di calcio nei confronti dell’F. C. Lugano, ad aver fatto sì che anche negli ultimi anni vi sia stata una larga intesa su un progetto di riqualifica delle strutture sportive.

Il fatto è che poi solo molto più recentemente il progetto si è ampliato, estendendosi in un più ampio disegno di riqualifica di un quartiere che in fin dei conti incide molto più in ambito immobiliare pubblico e privato (a beneficio dei privati, naturalmente) che non in quello propriamente sportivo.

Visto che questa evidenza viene costantemente riproposta dai referendisti, il Municipio ha infine deciso di porre la questione come una sorta di aut aut: il PSE è questo, prendere o lasciare.

È francamente assurda la narrazione dei favorevoli, secondo cui non ci sarebbe e non può esserci un piano B, così come è piuttosto grave che si dica – anche da parte del Municipio – che in presenza di un referendum dall’esito incerto non si è pensato a un’alternativa. O sono incompetenti (se non hanno il Piano B) o sono in malafede (se ce l’hanno): difficile dire cosa sia peggio.

Viene inoltre da chiedersi se sia davvero sensato praticare il solito gioco di mettere le persone con le spalle al muro, forzando la decisione, facendo leva sulla presunta o effettiva mancanza di alternative (a Lugano si fa così da sempre, l’ultima volta con l’aeroporto). Qui con l’aggravante del fatto che le forze politiche hanno colpevolmente (dolosamente?) ritardato la soluzione del problema degli impianti sportivi, nonostante le richieste delle associazioni (e della federazione di calcio), fino a far marcire sia la situazione sia gli impianti.

Adesso ci si dice che la città non ha i soldi per fare lo stadio e il palazzetto e che gli immobili servono a fare in modo che il privato li finanzi.

Tutto ciò in un periodo di tassi a zero, che ha effetti sostanziali sul costo dell’operazione per i contribuenti. Basti pensare che un prestito internazionale della città può essere facilmente piazzato allo 0.0% (visto il fatto che è in franchi svizzeri e visti gli interessi negativi sui depositi bancari), mentre qui si pagherà molto, ma molto di più (vogliamo parlare dei 62 milioni di leasing per stadio e palazzetto?).

Nei diversi recenti dibattiti (si pensi a “Democrazia Diretta” della RSI lunedì scorso) ed ancora nell’intervento di Foletti citato in apertura, alla questione proprio del leasing ora salta fuori che il Municipio, considera che “il contratto con HRS ci permette ampia flessibilità, potremo sicuramente abbassare il tetto dei costi di 167 milioni e adeguare le modalità di pagamento a dipendenza dell’andamento delle finanze cittadine.” Ma non è anche questo, in un certo senso, un “piano B”? Non si sta affermando, in questo modo, che rispetto ai termini di quello che i luganesi andranno a votare, il Municipio ha già in mente qualche soluzione diversa (e che naturalmente rassicura l’elettore indeciso sull’opportunità di approvare il progetto)? E ancora: ma la quarantina di milioni previsti per la “bonifica” del Maglio, che non sono inseriti nel progetto PSE visto che riguardano la spesa per un intervento che si farà comunque, perché continuano a rimbalzare nel dibattito sul PSE come parte significativa della “riqualifica” del comparto? In altri termini, se al Maglio si interviene in ogni caso e, per lo sport, con il beneplacito di tutti, si procedesse facendo intanto solo stadio e palazzetto, non saremmo già a buon punto? E se per fare il nuovo stadio si domandasse di intervenire finanziariamente ad un privato miliardario americano cui appartiene la squadra di calcio, non potrebbe essere questa una partnership in linea, fra l’altro, con quanto avviene un po’ dovunque, con gli stadi di proprietà delle società? Sono solo domande, fra le tante che restano inevase nonostante gli innumerevoli interventi ed i numerosi dibattiti su questo sempre più immaginario “Polo Sportivo e degli Eventi”. Domande che resteranno ancora lì, anche dopo la votazione, in attesa di chiarezza e autentica trasparenza.

È del tutto comprensibile e legittimo che le diverse società sportive attive in città aderiscano al progetto: viste le condizioni deprecabili delle strutture in cui si muovono, è del tutto logico sostenere l’avvio dei lavori ad ogni costo dopo due decenni di tentennamenti.

Ma è innegabile che quello che i cittadini di Lugano andranno a votare ha tutta l’aria di un patchwork fatto di compromessi e presentato come un ricatto. Diciamolo, per una volta, un po’ una presa per il lato B. Non proprio il modo migliore di immaginare (con o senza rendering) il futuro della città.


Mimmo Lucano – La legge e l’umanità