Abbiamo applaudito gli infermieri, ci siamo dimenticati dei banchieri

Dove sta la vergogna da cancellare? 

In due scrivono un libro, prefato da un filosofo, per dirci che “Ora il XXI secolo può veramente cominciare!” (Cristina Peicuti, Jacques Beyssade: “Maintenant, le XXI siècle peut vraiment commencer!“). Ti vedi la svolta, ti aspetti speranze, meraviglie, qualche certezza.

Affiora invece una sola intenzione: riparare un’ingiustizia. E quale sarebbe? Emerge da un’amara constatazione: l’opinione pubblica ha lodato (applaudito) il personale medico, infermieristico, per quanto ha fatto per la salute, con dedizione, impegno e sacrifici, durante la pandemia del Covid, ma ha completamente ignorato i banchieri che si son dati da fare anch’essi per la salute, quella delle imprese. E non è neppure una novità: questo darsi da fare dei banchieri per quest’altra salute, che conta pure per tutti, è iscritta nei loro geni, nella loro immunità naturale che scatta subito, dai tempi della grande depressione (crisi anni Trenta), via via discendendo, sino alla grave crisi dei “subprime” (ma non fu provocata da loro per eccesso di avidità?), sino a quella attuale pandemica, dove sono ancora generosi protagonisti.

Si rileva e dimostra infatti che a partire dal secondo trimestre del 2020 le banche hanno sostenuto l’economia reale rinviando scadenze e promovendo crediti vari alle imprese e ai privati. Esponendosi a nuovi rischi ed accettando pure una regolamentazione più invasiva, esse hanno dimostrato grande resilienza (parola magica), capacità di adattamento, prova di solidarietà finanziaria. Consolidando anche la loro redditività, si deve ammetterlo. Dalla crisi pandemica è emersa una loro maggiore sensibilità alla protezione della salute e dell’ambiente. Tanto avranno ora un ruolo determinante nel finanziamento dell’economia verde e solidale.

Al di là di tutto ciò che si può pensare di questa sorta di santificazione bancaria, ci sono due considerazioni che lasciano di stucco: l’una perché non c’è, l’altra perché è indecente.

Quella che manca è la parte avuta dallo Stato nel fornire montagne di soldi e di garanzie alle banche. Le garanzie sono quelle che il denaro pubblico, a sua volta, deve richiedere, ma che le banche considerano “regolamentazione invasiva”: i non pochi casi di malversazione comunque capitati dimostrano che la regolamentazione imposta era dovuta ma blanda, con il pretesto della prontezza dell’intervento e dell’anti-burocrazia. Se quindi c’è un doveroso grazie, è forse sempre da un’altra parte che bisogna dapprima guardare; se c’è stato un rischio, è quasi solo ancora dalla parte statale, che c’è stato, mentre dall’altra non si può negare che son fioriti affari, bilanci e dividendi.

Quella che appare indecente ha doppia natura. Da un lato perché si approfitta dei ringraziamenti dovuti (ma mancati) per tradurli subito nella ormai classica richiesta bancaria: meno regole, anzi, maggior deregolamentazione, sgravi fiscali (per…l’economia reale, ovviamente). D’altro lato perché sale la vergogna sia per l’accoppiamento tra la “salute” umana e quella economica-bancaria, sia per quel contro-progetto che Consiglio federale e Parlamento si son sentiti in dovere di opporre all’iniziativa per cure infermieristiche forti dell’Associazione svizzera infermiere e infermieri.

Vergogna che in votazione popolare, accettando solo l’iniziativa, siamo ancora in tempo a cancellare.


Cure infermieristiche, ci vuole un “sì” convinto

Dove sta la vergogna da cancellare? 

In Svizzera attualmente mancano circa 11.500 infermiere/i per altrettanti posti di lavoro. Si prevede che al più tardi tra 10-15 anni la cifra salirà a 40.000. Una situazione che rischia di diventare drammatica.

Durante la pandemia abbiamo avuto la fortuna di poter disporre di personale infermieristico frontaliero. Sappiamo bene che i paesi limitrofi avrebbero potuto precettare questo personale. Non l’hanno fatto, per fortuna. Senza questo aiuto, il nostro sistema sanitario, comprese le case per anziani, sarebbe caduto in una profonda crisi.

L’Associazione svizzera infermiere e infermieri (ASI) ha perciò lanciato l’Iniziativa per Cure infermieristiche forti, alla quale Governo e Parlamento hanno opposto un Controprogetto. Saremo chiamati a votare il prossimo 28 novembre.

Il Controprogetto prevede in particolare di promuovere la formazione: la Confederazione metterebbe disposizione dei Cantoni 469 milioni di franchi, i Cantoni dovrebbero metterne altrettanti. Qui sta una prima debolezza: saranno infatti i Cantoni a decidere se partecipare e con quale contributo.

Inoltre il Controprogetto trascura altri punti fondamentali.

Le condizioni di lavoro sono diventate insostenibili: il carico di pazienti a per ogni infermiera è in continuo aumento, i turni sono stressanti e il numero di infermiere qualificate presenti sull’arco delle 24 ore in ogni unità di cura è troppo basso. Per questi motivi, quasi la metà di esse abbandona la professione già dopo 12-13 anni, ancora in giovane età, per esaurimento psicofisico (“burn out”).

Diverse ricerche hanno dimostrato che il minor numero e la minore qualità della formazione del personale aumentano proporzionalmente gli eventi avversi, incidono sulla durata della degenza, sulla frequenza delle recidive e quindi delle riammissioni in ospedale e in particolare sulla mortalità.

Nel 2020 il Dr. Michael Simon dell’Università di Basilea e il Prof. Michael Gerfin dell’Università di Berna hanno condotto uno studio su 143 ospedali e su oltre 1,2 milioni di pazienti. Hanno dimostrato che un numero adeguato di personale ben formato può evitare 243 morti all’anno, ridurre le complicazioni, fra cui i decubiti, limitare le riammissioni e favorire un risparmio, fino a circa 1,5 miliardi di franchi all’anno, con una ovvia potenziale ricaduta positiva sui premi delle casse malati.

Anche il salario delle infermiere è largamente insufficiente. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) ha messo a confronto lo standard di vita dei vari paesi con il salario del personale infermieristico. La Svizzera figura solo al 35. posto. Uno scandalo per uno dei paesi più ricchi del mondo.

Non basta quindi investire di più nella formazione, come propone il Controprogetto, ma bisogna migliorare le condizioni di lavoro, in particolare prevedere un numero massimo di pazienti per personale infermieristico qualificato per turno e per reparto, e inoltre aumentare le retribuzioni.

Per questi motivi bisogna sostenere convintamente l’Iniziativa per cure infermieristiche forti, votando SI.

Pubblicato da La Regione


Per un pugno di voti

Dove sta la vergogna da cancellare? 

“A Lugano non c’è un bel clima”, ha scritto qualche giorno fa su “La Regione” il Consigliere Comunale PS Aurelio Sargenti in un articolo intitolato significativamente “Aria grama a Lugano”.

Potremmo aggiungere che non diversamente si possa dire, in questi ultimi mesi, settimane, giorni, in relazione a quanto ci propone quotidianamente la cronaca politica ticinese.

Certo, a Lugano si sono succeduti in quest’ultimo periodo non pochi episodi (dal caso “Macello” stiamo parlando ormai di sei mesi a dir poco infuocati) che hanno nutrito accesi dibattiti ed aperti litigi fra partiti e fra singoli esponenti di uno stesso partito.

A Lugano, sostituito lo sceriffo con una sceriffa, ci si ritrova in un posto dove almeno sei giorni su sette è come stare in un saloon: il Polo Sportivo è ormai terreno di scontro quotidiano fra schieramenti insospettabili e stravaganti, in cui ciascuno spara le proprie cifre e dà del nemico (o dell’incompetente) un po’ a chiunque; ci sono consiglieri comunali che denunciano impiegati del comune; impiegati del comune che denunciano municipali per mobbing; municipali che rispondono a mezzo stampa (o con un cablo della domenica) che loro fanno quello che vogliono e in pieno diritto, e che se pubblicano un gazzettino pieno di taglie e tagliole non c’è municipio che glielo possa impedire.

Poi, il settimo giorno, che non è domenica, ma il “giovedì di Municipio”, escono comunicati in cui tutti sono allineati e compatti nel votare questo o quel credito, in attesa poi che la domenica, il settimanale di via Monte Boglia screditi questa o quella decisione altrui. Fra famiglie di notabili e clan di vario genere, è tutto un mezzogiorno di fuoco incombente, in un mondo in cui nessuno si fida di nessuno.

E cosa può pensare il cittadino elettore di un tale triste teatrino? Come può il cittadino elettore riporre nella politica e nei suoi rappresentanti una minima fiducia? Naturalmente il clima “pandemico” non aiuta, anzi, nelle sue manifestazioni più “estreme” soffia sulla brace di conflitti sociali sempre meno governabili e governati.

È sotto gli occhi di tutti come ad essere particolarmente in crisi siano oggi un po’ tutti i partiti, che in manco di progettualità e di figure trainanti autorevoli, si dibattono in faide interne e spaccature che trovano una soluzione (strumentale) solo nei casi in cui ci si debba e voglia pregiudizialmente ed opportunisticamente esprimere contro un altro schieramento.

Oppure, al contrario, quando si deve “fare quadrato” per difendere una propria scelta o l’operato di un proprio rappresentante che sale alla ribalta della cronaca offrendosi al fuoco incrociato degli altri partiti.

Di questo fenomeno, che beninteso è assolutamente “trasversale” e si manifesta in vario modo in tutti gli schieramenti, abbiamo avuto una recente triste rappresentazione in relazione all’inchiesta di “Falò” di giovedì scorso incentrata sulla testimonianza di alcune donne abusate da un funzionario del DSS ben noto in tutto il Cantone. Un dramma intimo, di una persona in grave e nefasta difficoltà relazionale che andava subito fermato e curato (se e fin dove possibile) sottraendolo da un contesto che gli ha permesso di commettere le peggiori nefandezze su ragazze minorenni il cui grido d’allarme (e di dolore) non è stato ascoltato per anni.

Nel merito è già intervenuta qui con passione e coraggio Simona Sala. Quello su cui vale forse la pena di soffermarsi ancora per un momento, proprio per non lasciar cadere nel vuoto le testimoniante raccolte con grande sensibilità dal settimanale della RSI e dall’ottima giornalista Anna Bernasconi, riguarda quanto il mondo politico ha fatto o meglio, finora, e da anni, non ha fatto per fermare prima la spirale di violenze ed intimidazioni del funzionario condannato e poi per rendere pubblica una chiara presa di posizione comune, condivisa, nei confronti di una simile, terribile vicenda.

Una vicenda, va detto e ribadito, che è tragica, umanamente devastante, ma che non ha un “colore politico”. Certo, nella fattispecie, il “clan dipartimentale” socialista cui apparteneva il funzionario condannato, è andato avanti troppo a lungo, fra sorrisi ed allusioni divertite, a lasciarlo fare, perché ad un certo punto, forse, denunciandolo, si sarebbe dovuto rivelare di non averlo fatto prima. Così si è proceduto di minimizzazione in minimizzazione, per pararsi le terga politiche e dipartimentali anche più che per difendere l’indifendibile funzionario. Certamente infliggendo un ulteriore enorme torto alle vittime.

Poiché tutti questi deprecabili risvolti sono noti da anni, sono emersi con tutta evidenza nel primo processo del 2019, poi nella seconda sentenza e nel successivo dibattito in Gran Consiglio sulla costituzione di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta (respinta con i voti di PS e Liberali), deve essere ribadito che dal PS deve giungere, al più presto, e con estrema chiarezza, una presa di posizione degna di tal nome relativa ai tanti, troppi silenzi che hanno accompagnato il percorso di abusi del funzionario condannato.

Dal Partito Socialista deve giungere un messaggio che non rappresenti una risposta politica agli attacchi di altri partiti, ma il riconoscimento, semplicemente etico ed umano, il rincrescimento e le scuse che le giovani vittime hanno il diritto di ottenere.

Ma c’è forse di più: in nome della dignità delle vittime andrebbe anche denunciata l’ennesima pratica di sciacallaggio messa in opera domenica scorsa dal settimanale della Lega, (vedi “Funzionario-abusatore del DSS “Falò” inchioda l’omertà ro$$a – Tra i superiori dell’innominabile c’è chi fa politichetta moraleggiante contro il PSE”) che, denunciando, legittimamente, i silenzi e le omissioni dipartimentali, ne ha fatto lo spunto per andare a colpire uno solo dei “superiori” del funzionario condannato: per nulla casualmente è così partito un tiro al bersaglio contro Martino Rossi, oggi rappresentante di spicco del Comitato per il NO al PSE.

Che si stia parlando di un caso terribile di violenza subita da giovani donne ed inflitta loro in spregio di un principio fondamentale di dignità e integrità umana diventa un puro dettaglio: conta qui che ad esserne l’autore sia un “papavero rosso” e che ad averlo (forse) protetto o tollerato, almeno indirettamente, ci sia, fra gli altri, un “nemico” da combattere con ogni mezzo, insieme agli “sfascisti bellinzonesi” e ai notabili luganesi: perché domenica si vota per il PSE!

Anche questa è una forma, grave e subdola, di violenza nei confronti delle giovani vittime del funzionario: ed è anch’essa una pratica politica vergognosa, un modo inaccettabile di strumentalizzare tutto e tutti, senza alcuna giustificazione, se non quella, disgustosa, del tornaconto per qualche miserrimo “pugno di voti”.


La Svizzera del carbone

Dove sta la vergogna da cancellare? 

“La Svizzera è “molto delusa” da un cambiamento dell’ultimo minuto nel progetto di dichiarazione della COP26 sull’eliminazione graduale del carbone”.

Al termine della conferenza tenutasi a Glasgow, Simonetta Sommaruga non l’ha mandata a dire. Ha abbandonato l’approccio diplomatico e ha criticato senza giri di parole quanto avvenuto nelle ultime ore del vertice, quando i Paesi consumatori di carbone – India e Cina in testa – hanno definitivamente annacquato l’idea di eliminare l’utilizzo del più inquinante dei combustibili fossili. “Riduzione graduale” anziché “eliminazione globale”: una piccola modifica lessicale, dal grande impatto reale tanto che, per Simonetta Sommaruga, in questo modo non si potrà raggiungere l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5°C entro il 2100.

Bene ha fatto, quindi, la consigliera federale ad indignarsi. Non occorre però dimenticare che, per quanto riguarda il carbone, la Svizzera ha una responsabilità più impattante di quanto sembri. Certo, da tempo nella Confederazione non sono operose miniere di carbone e nemmeno centrali elettriche basate su questa fonte energetica. Non è sempre stato così e, malgrado vi sia ancora qualche partecipazione elvetica nelle centrali estere (tra cui quella dell’Azienda elettrica ticinese in Germania), da questo punto di vista possiamo anche ritenerci soddisfatti. D’altro canto, però, la Svizzera è un polo di primo livello nel commercio internazionale del carbone e di tutti i suoi derivati (antracite, coke, lignite, eccetera). Non solo: il numero uno mondiale è svizzero. Si tratta della Glencore di Baar, nel Canton Zugo. Un gigante che non solo commercializza, ma produce ed estrae attraverso le varie miniere che controlla in giro per il mondo, dall’Australia al Sudafrica, passando per la Colombia. Secondo le sue stesse cifre ha prodotto 106 milioni di tonnellate di carbone nel 2020.

Il carbone fa parte del DNA di Glencore che quest’anno ha annunciato di voler aumentare la produzione. D’altronde se il prezzo della tonnellata viaggiava attorno ai 50 dollari nel 2020, oggi è attorno ai 150 dollari. Ciò che permetterà a Glencore, e ai sui azionisti, di fare profitti enormi. Il nuovo CEO sudafricano Gayr Nagle, che quest’anno ha preso il posto del connazionale Ivan Glasenberg, per anni è stato il capo della divisione carbone. Non a caso, quindi, nel giugno di quest’anno, la multinazionale ha annunciato l’acquisto delle azioni di BHP e Anglo American nella loro joint-venture sulla miniera di carbone di Cerrejòn, in Colombia. Un’operazione da oltre mezzo miliardo di dollari effettuata in un contesto in cui diversi concorrenti stanno disinvestendo in questo settore. Una manovra che si scontra con gli annunci fatti in questi anni, indirizzati agli investitori e alla società civile, e volti a verdicare a colpi di annunci un’immagine macchiata dagli scandali.

Glencore è la più grande, ma non è l’unico gigante del carbone attivo in Svizzera, terra d’asilo delle multinazionali delle materie prime. Oltre al colosso di Baar abbiamo Trafigura, Mercuria, Gunvor e Vitol: tutte, oltre che il petrolio, commerciano carbone. Carbone che ha trovato una sua ragion d’essere anche in Ticino. La piazza luganese del commercio di materie prime sembra infatti essere orientata sul trading del combustibile fossile più dannoso per la terra. Tra Lugano e Paradiso sono decine le società specializzate nel commercio di questa materia prima. Addirittura vi è chi, come il gruppo Coeclerici è proprietario di una miniera in Siberia. L’azienda, basata in Italia, organizza da Lugano il trading e il trasporto a livello internazionale di tonnellate annue.

Se tutti gli abitanti della Terra vivessero come la popolazione elvetica, avremmo bisogno di tre Terre. Un dato che parla già da sé. Tuttavia, la responsabilità della Svizzera non si limitano alle materie prime consumate sul suo territorio. Si stima che circa un terzo del commercio mondiale di combustibili fossili (e quindi di carbone) avviene tra Zugo, Ginevra, Losanna e il Ticino. A questo andrebbe aggiunto anche l’impatto della piazza finanziaria e dei fondi d’investimento di banche e casse pensioni. L’impatto elvetico sulle emissioni globali di CO2 è quindi più grande di quanto non sembri. A volte, quando vogliamo fare i primi della classe, è bene ricordarselo.

Nell’immagine: la miniera di Cerrejòn, in Colombia


Macerie #5 – Non potevamo esimerci dal farlo

Dove sta la vergogna da cancellare? 

In questa “breve storia dell’autogestione in Ticino” era importante dedicare un momento di riflessione a quello che è stato semplicisticamente definito il “movimento no-global”. Le proteste altermondialiste, il WEF di Davos e il G8 di Genova hanno avuto importanti implicazioni a tutti i livelli sull’esperienza del CSOA il Molino. Difficile capire quando e come inserire questo tema in una cronologia, perché nel bene e nel male la parabola di questo movimento ha influenzato le scelte e le strategie dell’autogestione di un periodo piuttosto lungo. Le ripercussioni della repressione e dello smembramento di questo movimento hanno avuto strascichi e conseguenze che arrivano fino ad oggi. Hanno cambiato il modo con cui era possibile immaginare una lotta politica e generato ricordi, spesso dolorosi, in ognuna di noi.

I nuovi podcast vengono pubblicati quindicinalmente il martedì su naufraghi.ch così come su Spreaker,  Spotify e su Apple podcast. Inoltre vengono ritrasmessi da Radio Gwen e da alcune radio di movimento italiane. Per commenti: macerie@inventati.org

Ascolta tutte le puntate della serie


Paolo Pietrangeli, morto il cantautore romano celebre per “Contessa” 

Dove sta la vergogna da cancellare? 

Da “Il Messaggero”

«Compagni dai campi e dalle officine prendete la falce, portate il martello, scendete giù in piazza, picchiate con quello, scendete giù in piazza affossate il sistema».

È il ritornello di «Contessa», uno degli inni del ’68, senza dubbio il brano più famoso del repertorio di Paolo Pietrangeli, morto oggi a 76 anni a causa di una lunga malattia che già gli aveva impedito quest’anno di ritirare il premio Tenco, giusto riconoscimento alla sua opera di cantautore molto più ricca di «Contessa» o «Valle Giulia». Pietrangeli è stato un personaggio sicuramente insolito: figlio del regista Antonio e di Margherita Ferrone, negli anni ’60 comincia a dedicarsi alla canzone popolare ed entra nel Nuovo Canzoniere Italiano: si ritrova così a pubblicare per I Dischi del Sole, a diretto contatto con Giovanna Marini (che sarà la seconda voce di «Contessa»), Ivan Della Mea, Michele Straniero, Fausto Amodei.

La sua caratteristica, al di là delle regole della canzone d’autore d’origine popolare, soprattutto dal vivo era la travolgente ironia e la capacità affabulatrice: l’apice dei suoi concerti, era la composizione istantanea di testi elaborati attorno a una parola chiesta al pubblico. Prima di dedicarsi alla regia televisiva lavorando al «Costanzo Show» e poi con Maria De Filippi ad «Amici» e «C’è posta per te», aveva fatto una gavetta d’alto livello come aiuto di Visconti in «Morte a Venezia» e Fellini in «Roma» e poi di Paul Morrissey in due film ispirati ad Andy Warhol, «Flesh for Frankstein» e «Blood for Dracula». Come regista ha firmato «Bianco e nero» nel 1974, un documentario sul neo fascismo e le sue collusioni con i Servizi deviati e nel 1977 «Porci con le ali», adattamento del best seller di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, ripudiato dagli autori del libro ma comunque colpito dall’implacabile censura del tempo.

Insieme a Wilma Labate e Roberto Giannarelli nel 2001 ha diretto «Genova. Per noi», documentario sulle violenze legate alle manifestazioni nelle giornate del G8. Il suo ultimo disco, registrato insieme a Rita Marcotulli, è del 2015. Nella sua biografia ci sono vari tentativi falliti di entrare in Parlamento: nel 1996 con Rifondazione Comunista, nel 2001 per un seggio al Senato, nel 2018 con Sinistra Ecologia Libertà. In una recente intervista si era definito comunista e aveva dichiarato di essere ben felice di venire ricordato per «Contessa» aggiungendo con un certo orgoglio di averla sentita cantare dai giovanissimi in piazza.


Un ‘fuorilegge’ a Lugano

Dove sta la vergogna da cancellare? 

“Becky Moses veniva dalla Nigeria. Aveva lasciato il suo villaggio, perché si rifiutava di sposare l’uomo che la famiglia aveva scelto per lei. Si era rifugiata lontano da casa e aveva cominciato a fare la parrucchiera. Per raggiungere l’Italia, Becky si era messa nelle grinfie di un gruppo di trafficanti. Aveva attraversato l’Africa, era arrivata in Libia, e da lì si era ritrovata in mare aperto su un gommone, con una somma enorme da rimborsare. Il 28 dicembre 2015 ha visto la costa della Calabria, e poco tempo dopo è arrivata a Riace”.

Comincia con questo ricordo il libro ‘Il fuorilegge, la lunga battaglia di un uomo solo’ (ed Feltrinelli), il racconto attraverso il quale Domenico ‘Mimmo’ Lucano ripercorre la sua straordinaria storia di sindaco di Riace. Di Becky, in questa storia, ce ne sono tante e tanti. Migliaia di migranti senza diritti e senza voce che Mimmo ha soccorso e accolto nella sua cittadina. Persone senza casa, per case senza abitanti.

Alla fine degli Anni Novanta, l’emigrazione aveva praticamente svuotato le abitazioni di Riace, e paralizzato molta parte della sua economia, dei suoi commerci, della sua agricoltura, dei suoi allevamenti. Lucano non ci pensò due volte. Colse immediatamente il doppio vantaggio, morale e pratico, di quella situazione. Si sarebbe impegnato nell’accoglienza dei profughi dando loro un tetto e se possibile un lavoro, concretizzando i suoi ideali, e seguendo l’insegnamento di un uomo di Chiesa, il missionario Alex Zanotelli: “Siamo ciò che incontriamo”. Al tempo stesso, la generosità dell’accoglienza avrebbe consentito di rianimare strade, piazze, case di Riace, altrimenti destinata a rimanere un ‘villaggio fantasma’.

In pochi anni, del ‘modello Riace’ parlò mezzo mondo. La sua originalità, la sua eccezionalità, attirò decine di giornalisti, documentaristi, registi. Mimmo Lucano diventò un personaggio internazionale, anche se per temperamento è in realtà poco propenso a frequentare la scena mediatica. E ottenne numerosi riconoscimenti; gli venne assegnato anche il Premio per la pace della città di Berna.

Doveva oltretutto operare in un’Italia dove cresceva la preoccupazione, ma anche la strumentalizzazione politica, nei confronti dei profughi, approdati sempre più numerosi in Italia, mentre buona parte del resto dell’Europa guardava dall’altra parte, alzava muri, costruiva recinzioni di filo spinato lungo i confini. Benché a lui si rivolgesse persino la prefettura per sistemare immigrati altrimenti senza possibilità si sistemazione, ‘Mimmo’ diventò un ‘fuorilegge’, arrestato nell’ottobre 2018, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In un paese in cui migliaia di ‘clandestini’ vengono impiegati ogni anno nei campi del Sud, sfruttati all’inverosimile, preda di un ‘caporalato’ senza scrupoli, costretti a vivere in disumani tuguri e accampamenti di fortuna, nella totale assenza dello Stato.

Il 30 settembre scorso, l’ex sindaco è stato condannato con un verdetto di prima istanza che ha suscitato sorpresa, indignazione e critiche anche in ambienti della magistratura: oltre tredici anni di detenzione per presunti illeciti nella gestione dei migranti: addirittura il doppio degli anni che erano stati chiesti dall’accusa. In più la restituzione di mezzo milione di euro allo Stato. Una durezza, una severità di giudizio, e la negazione di qualsiasi attenuante, davvero sconcertanti, oltretutto se paragonate ad altre sentenze anche nei confronti della criminalità organizzata. Vicenda sul cui sfondo campeggia un interrogativo comunque ineludibile: si può infrangere, o forzare, una legge ingiusta?

A questa e ad altre domande relative alle motivazioni, ai risultati del modello Riace, e a questa sentenza, risponderà direttamente lo stesso Mimmo Lucano, venerdì prossimo 26 novembre, dalle ore 18.00, al Palazzo dei Congressi di Lugano. Una serata pubblica (alla cui organizzazione partecipa la redazione di “Naufraghi/e”), voluta dalla Fondazione umanitaria ticinese ‘Main dans la main’, creata da Carlo Crocco, che ha deciso di assegnare un premio di fr. 50.000 all’ex sindaco di Riace. L’incontro sarà anche visibile in diretta nel nostro sito.

Ricordiamo che la partecipazione in presenza è possibile solo per le persone che si sono iscritte. Nel nostro sito sarà tuttavia disponibile la diretta video.


Lo stadio della periferia

Dove sta la vergogna da cancellare? 

Lo stadio, eh sì parliamo di quello stadio, proprio quello dell’FC Lugano e di tutti i suoi annessi e connessi.

Lo stadio sta alla periferia della città, a Cornaredo. Ma come se usasse una bacchetta magica ben nota al Capitalocene (l’era in cui il capitalismo impera e sfolgora) il Municipio di Lugano (e annessi e connessi) vuol far diventare quella periferia il centro della città: un nuovo stadio, due grattacieli da quindici piani, quattro palazzi ‘residenziali’, una strada a quattro corsie, un leasing di terreni di 90 anni, molti soldi e interessi a vantaggio di investitori privati.

Ok, lo stadio, quello stadio è stato posto al centro. È un progetto imprescindibile (dicono), senza quello stadio (e i grattacieli, e il leasing, e la strada, e, e, e…) lo sport a Lugano morirà.

Ok, diciamo pure che morirà (senza i 90 anni di leasing eccetera eccetera). Ma cosa ne pensa di tutto ciò la VERA periferia della città, i quartieri aggregati, i comuni viciniori, cosa ne pensano i cittadini (non solo luganesi) a cui sarà proposto un bell’aumento di moltiplicatore di ‘n’ punti per poter ammirare i grattacieli di 15 piani, i quattro palazzoni, la strada a quattro corsie e il nuovo stadio appannaggio dei Chicago Fire, società statunitense anzichenò? Che cosa diremo/diranno ai cittadini aggregati e a quelli che magari si vuol aggregare a Lugano (Nuova Chicago?) che già mugugnano della loro perifericità evidente (pochi servizi, poche migliorie, poco ascolto, favoreggiamento dei privati come nel caso della piscina di Carona e dintorni) quando si passerà alla cassa in quelle lande per la gloria dell’FC e di due torri, una vuota e l’altra abitata da poliziotti emigrati? Diranno/diremo qualcosa o rimarranno/rimarremo zitti zitti, quatti quatti, come i duemila spettatori che vanno a vedere il calcio, a Lugano, o i duemila appartamenti che già ora, prima della realizzazione del progetto capital-faraonico, sono sfitti?


Polometafora

Dove sta la vergogna da cancellare? 


I giudici non sempre sono la Giustizia

Dove sta la vergogna da cancellare? 

Blando, dalla Treccani:
Temperato, mite, dolce: il notturno zeffiro Blando sui flutti spira (Foscolo); una blanda punizione; maniere blande; fuoco blando, luce blanda; un purgante blando, che non ha azione drastica.

Applicato a uno stupro: non ti ha uccisa!
Abbiamo per troppo tempo presunto che il linguaggio giudiziario, forse proprio perché specialistico, fosse orientato a stabilire la veridicità dei fatti; e ci siamo illusi che bastasse cambiare le leggi per garantire una giustizia più giusta.

Eppure proprio due recenti sentenze su reati di natura sessuale mostrano quanto profondamente pregiudizi e stereotipi plasmino i verdetti e rivelino la crudeltà giuridica ereditata dal patriarcato.

Queste sentenze ci fanno capire quanto sia necessario rivedere le rappresentazioni di chi è chiamato a interrogare, condurre dibattimenti, confrontarsi con le vittime di reati ed emettere sentenze. In agosto quella della Corte d’appello di Basilea, che ha ridotto la pena allo stupratore perché la vittima “ha giocato con il fuoco”. Recentemente quella di Soletta, che definisce “blando” uno stupro in quanto commesso “con la minima violenza necessaria”.

Verdetti del genere denotano stratificazioni di pregiudizi che anche gli uomini e le donne dentro ai tribunali continuano a riprodurre. La vittima, secondo loro, dovrebbe sempre essere una sorta di angelo asessuato, che non indossa nulla che potrebbe attirare lo sguardo, non beve, non flirta, non segue un uomo in albergo, è guardinga e si difende con i denti. Modello Santa Maria Goretti, per intenderci.

L’autore, invece, se non usa troppa violenza, non è poi così colpevole. Suvvìa, avrebbe potuto massacrarla come hanno fatto le bestie del Circeo (di cui proprio quest’anno si è nuovamente parlato in occasione dell’uscita di un film, a 46 anni dai tragici fatti). Noi donne non vogliamo più restare in silenzio, non accettiamo più di essere vittimizzate ulteriormente quando chiediamo giustizia. Perché il tragico risultato è che spesso chi subisce violenza non denuncia, non si fida delle istituzioni, non sente di essere creduta e ha paura di essere giudicata.

Ma nulla è immutabile e anche i linguaggi della giustizia possono essere rivisti. È l’intento – ad esempio – del Progetto Step, dell’Università della Tuscia (Viterbo), che vuole produrre un “cambiamento culturale nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nel racconto dei media”. Un progetto presentato lo scorso 7 maggio dalla docente ordinaria di sociologia Flaminia Saccà, responsabile di progetto, nel corso del ciclo “Nomen omen, la verità delle parole” promosso dalla rete nateil14giugno.

In seguito a questo progetto è stata inviata al Consiglio di Stato ticinese la proposta di analizzare le sentenze emesse da tribunali di vario grado – anche a livello nazionale – per capire se (ma su questo punto ormai non sembrano esserci più tanti dubbi) e soprattutto come agiscono pregiudizi e stereotipi in ambito giudiziario. Il presidente del Governo Bertoli ha dato seguito alla richiesta, e recentemente è stata avviata una collaborazione con l’Istituto di diritto dell’Università della Svizzera italiana. I risultati non saranno per domani, ma potranno certamente contribuire, come è stato il caso per la ricerca promossa in Italia, alla necessaria eliminazione di pregiudizi e stereotipi sessisti dalla pratica giudiziaria.