Anche in Ticino oltre l'80 per cento dei reati economico-finanziari non viene scoperto o denunciato con relativi danni per lo Stato
- Le interviste precedenti a Sergio Rossi
Anche in Ticino oltre l'80 per cento dei reati economico-finanziari non viene scoperto o denunciato con relativi danni per lo Stato
Anche in Ticino oltre l'80 per cento dei reati economico-finanziari non viene scoperto o denunciato con relativi danni per lo Stato
Sarebbe già sufficientemente grave se fosse successo in una fabbrica, in un ufficio qualsiasi, in un supermercato. Il capo che abusa della stagiaire o della giovane impiegata, dell’ultima arrivata, di quella che non ha ancora agganci, ma soprattutto che ha bisogno di lavorare perché a fine mese le bollette vanno pagate, per quanto rivoltante, rappresenta un triste classico. Da che mondo e mondo. E chi è donna ben lo sa.
Sarebbe già grave a sufficienza, dicevamo. E disgustoso, rivoltante, nauseante. Ma soprattutto ingiusto, perché è da codardi, incuneare il potere laddove non si avverte resistenza, così come è vigliacco lavarsi la coscienza e perseguire la politica della negazione anche quando confrontati con evidenze e dati di fatto.
Eppure, poiché non c’è un limite al peggio – e anche questo è un dato di fatto – un capo che abusa in un luogo protetto, tra e con persone che, come lui lavorano al servizio delle fasce più vulnerabili della società, bambini, giovani, famiglie, commette un reato supplementare.
La complessa puntata di Falò andata in onda su La1 della RSI giovedì ha dimostrato, attraverso una ricostruzione minuziosa di aneddoti tra di loro collegati, risalenti a un tempo anche lontano, come sia stato scandalosamente facile, per il funzionario del DSS condannato per molestie sessuali e stupro, ma protetto dalla prescrizione, muoversi tra le maglie della mancanza di controllo. Segnalazioni e anomalie, a quanto riferito dalle coraggiosissime testimoni, venivano accolte e liquidate con una noncurante scrollata di spalle (“le conforto”, annotava uno dei capi ufficio dopo la visita di alcune ragazze che segnalavano le molestie), mentre la predilezione per le ragazzine da parte del funzionario in questione, da colleghe e colleghi veniva registrata con un benevolo sorriso, quasi alla stregua di una birichinata.
Ora che le cose sono state raccontate in dettaglio, e che la portata dell’incubo è stata ricostruita con frasi forti e amare lacrime (perché, non si è intervenuti prima, alla luce di tutte le segnalazioni, si chiedono le vittime?), a lasciare increduli, ancor più del fatto che la prescrizione abbia annullato la detenzione ma non il salario del reo non confesso, è il silenzio, letteralmente assordante. Il silenzio di chi potrebbe, avrebbe modo di ammettere, se non una colpa, almeno un errore, se non un reato, almeno la mancanza di un ascolto reale delle vittime. Di chi dovrebbe, finalmente, avere compreso come, in uno stato equo, una vittima di reati sessuali non dovrebbe prodigarsi nel tentativo di dimostrare il torto subito più di quanto l’imputato non investa nella propria difesa (basti pensare alla giovane collassata in bagno per sfuggire alle molestie, e non presa sul serio perché definita “problematica”). Ma così evidentemente non è, come ha provato la scandalosa sentenza pronunciata proprio ieri da un giudice di Olten, che riguardo allo stupro ai danni di una diciassettenne, alla fine del processo appena celebrato, ha dichiarato come si sia trattato “di uno stupro relativamente blando, se così si può dire”.
No, così non si può dire, caro giudice, come hanno ribadito a gran voce media, collettivi e associazioni d’Oltralpe. Così come non esistono vari gradi di stupro e vari gradi di sofferenza. Così come, per alleggerire il macigno del dolore delle vittime, non bastano gli anni che passano o gli “io non c’entro” che si sono levati un po’ ovunque tra i tragici protagonisti della vicenda ticinese.
Anche chiedere scusa non basterebbe e non risolverebbe nulla, però potrebbe almeno lenire (ed è forse stato il rispettoso pensiero del giudice Villa al momento della lettura della prima sentenza).
Ma forse le vittime del funzionario non meritano nemmeno questo.
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Sono una persona molto moderata ed aperta ma questa mattina leggendo per l’ennesima volta “un articolo” riguardo all’aumento dei frontalieri mi è venuto il mal di pancia. Sono mamma di una figlia che ha sposato uno straniero, Miguel. Lui abita in Ticino da ormai 15 anno ed ha ancora il permesso B, hanno due bambini. Miguel ha avuto una formazione professionale in Ticino, AFC. Alla nascita del 1° figlio è stato licenziato. Da allora, sono passati più di 3 anni, e non ha più trovato un lavoro. La giovane famiglia è nei guai. La paura di chiedere aiuto al Cantone è lo spettro che li perseguita. Mio marito è in pensione mentre io lavoro. In pratica con il mio stipendio mantengo anche loro. Il fatto di non essere riconosciuti professionalmente e moralmente è devastante, fa molto male.
Ora le mie domande. Ma chi sono quei politici che vogliono così male ai nostri giovani? Perché si insiste a portare avanti una politica che crea situazioni così precarie? Questi giovani genitori come possono sognare e far sognare i loro figli? Come possono trasmettere i valori tipicamente svizzeri di accoglienza, di riguardo verso il prossimo, di una nazione aperta, multiculturale, sociale? Perché procurarci un malessere tale? Abito in un paese del basso Mendrisiotto che ha promosso una campagna cercando di renderlo attrattivo alle famiglie giovani… e poi? Che senso ha se quelle che già abitano nel paese sono abbandonate? Ecco, questo in sostanza il mio dolore che con quanto scritto cerco di condividere, rendendolo più reale ma forse più leggero. Grazie a chi leggerà.
Un caro saluto. Claudia
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Ci sono notizie che parlano o cantano da sé; ci sono però anche accostamenti di notizie o di fatti del grande mondo riportati in casa nostra che sembreranno azzardati ma che, fosse solo per l’ironia che sprigionano in chi sa coglierne il sugo, val la pena di proporre.
C’è una sorta di corsa salvifica nel bitcoin in paesi sottosviluppati o con economie disastrate, dove spesso impera l’inflazione o la sfiducia nella moneta nazionale (come il Salvador, primo paese ad adottare il bitcoin come moneta nazionale, oppure il Venezuela, la Colombia, l’Argentina o ancora il Vietnam, il Pakistan, l’India, Kenya, Nigeria, Togo).
A Parigi (stando a quanto riferisce ampiamente “Le Monde”) prosperano quelle che sono ormai definite “cryptoputes”, cioè le lavoratrici del sesso che preferiscono farsi pagare in criptovalute, in bitcoin, con scambi che avvengono su reti informatiche decentralizzate. Sembra che con le criptomonete le prostitute riescano a mettere al sicuro i loro redditi, a fare a meno del sistema bancario tradizionale e, quindi, a sfuggire ai controlli e a dar fiducia ai clienti. C’è comunque sempre il problema di cambiare la moneta virtuale in moneta corrente e qui si può anche incappare nel fisco.
Lugano vuol essere una “crypto-friendly city” (in inglese, tanto per salvaguardare l’italianità e poi si protesta con l’università di Basilea!), con da una parte la città concreta (!), dall’altra il mondo delle criptovalute… ovviamente a favore dell’economia del territorio.
Il Ticino, il nostro piccolo mondo, è spesso rimproverato di mancanza di imprenditorialità. Un tempo incantato in sedute granconsiliari in cui gli si prospettava che sarebbe diventato la Silicon Valley della Svizzera, da anni sembra alla ricerca di quel mitico “valore aggiunto” (espressione diventata una sorta di nebuloso mantra cantonale) che dovrebbe fare la differenza e gli consentirebbe finalmente di mettersi perlomeno alla pari con le medie svizzere (qualità degli investimenti e dell’occupazione, produttività, rimunerazioni e salari all’altezza di un’economia sviluppata, reddito pro capite, cervelli formati e trattenuti, evitando di diventare i frontalieri dell’aldiqua, di Zurigo o Argovia ecc.).
Il Ticino, o in modo particolare il suo Legislativo, sotto la spinta di novelli Tavanarai, ha di quando in quando dei colpi d’ala, interpretando a suo modo spirito imprenditoriale, rischio, innovazione, creazione di valore aggiunto, anticipando altri Cantoni o l’intera Svizzera o, tutt’al più, imitando il paradiso delle multinazionali estrattive e del fisco, Zugo. Nell’aprile scorso, in barba anche alla pandemia, il Gran Consiglio decideva di permettere ai cittadini di pagare i servizi dello Stato in bitcoin. Sa di paese emergente, ma si disse ch’era un segnale di fiducia al fintech; e si sono minimizzati i rischi. Forse, considerati i proponenti, anche per… risparmiare, benché lo Stato dovrà incaricare una società esterna, intermediaria, per poi cambiare la criptovaluta in sonanti e comunque più stabili franchi svizzeri.
La nota e finanziariamente attenta agenzia americana Bloomberg, che sbandiera tra i suoi principi conoscenza e trasparenza (e pubblica ogni mese un “Bloomberg Crypto Outlook”, seguito mondialmente) ammetteva qualche tempo fa che nel mondo ci saranno si e no mille persone che capiscono, sanno che cos’è un blockchain, cosa sono le operazioni di mineraggio e che cosa può comportare il bitcoin o una criptovaluta. Siamo quindi meravigliati, non senza qualche orgoglio, di averne trovati 48 nel Gran Consiglio ticinese (può anche darsi che i veri conoscitori si nascondano in quegli altri 36 o 3 astenuti che non l’hanno voluto).
A buon conto, sembra che anche tra gli addetti ci sia un’ammissione: la valutazione del bitcoin e delle altre criptovalute è uno degli aspetti più controversi e più complessi. Due che se ne intendono (tale Chris Burniske, ricercatore in crittografia e membro della società di capitale-rischio Placeholder Ventures e Jack Tatar, direttore di Doyle Capital, che hanno scritto anche un libro intitolato “Criptoassets” che dovrebbe diventare lettura obbligatoria nell’amministrazione cantonale o in quella comunale di Lugano o forse persino nei postriboli) hanno così escogitato, per risolvere il problema, una equazione, fondata sulla teoria quantitativa della moneta.
L’equazione è la seguente: MxV=PxQ (M capitalizzazione di mercato di un bitcoin, V velocità di circolazione o frequenza media con cui una unità di bitcoin è spesa, P livello generale dei prezzi, Q numero di transazioni nel periodo considerato). Non è necessario che chi legge capisca qualcosa. Dovrà capirne qualche luminare del Dipartimento delle Finanze. Il nostro problema è che quell’equazione racchiude il nostro futuro, sarà o non sarà il nostro valore aggiunto, renderà gioiosamente ballerine le nostre finanze, moltiplicherà o azzererà il nostro debito a dipendenza delle capitalizzazioni borsistiche del bitcoin.
Può esserci una bella sorpresa. Se, putacaso, ingolfiamo di bitcoin le casse cantonali con il pagamento delle multe per eccesso di velocità e il bitcoin raggiunge di qui alla fine dell’anno, come si prevede, il prezzo di 130 mila dollari e forse anche di più, forse finiamo per risolvere dopo quasi un secolo ogni problema ticinese.
Anche in Ticino oltre l'80 per cento dei reati economico-finanziari non viene scoperto o denunciato con relativi danni per lo Stato
Di Timo Kollbrunner, Public Eye
Con un gigantesco catalogo di articoli scandalosamente a buon mercato e grazie ad una presenza efficace ed aggressiva sui canali social, il marchio di abbigliamento online Shein, toglie la terra da sotto i piedi a giganti quali H&M, Zara e compagnia bella, attirandosi le simpatie (ed i soldi) soprattutto di una clientela giovane e femminile. Ma se l’insegna Shein brilla sempre più nella cura della propria immagine, non riesce certamente a celare l’opacità che la contraddistingue dietro le quinte, lontano dalle luci della ribalta internazionale, nelle viuzze della grande città di Guangzhou (già Canton), dove migliaia di operai lavorano ogni giorni per 12 ore a tagliare e cucire i capi d’abbigliamento tanto desiderati dagli adolescenti.
Certo, la campagna pubblicitaria di Shein appare decisamente vincente. Punta su testimonial emergenti e provenienti da regioni diverse: si pensi al cantante latinoamericano Willie Gomez, o alla bassista e cantante nordamericana Blu DeTiger, che in un video diffuso da Youtube si esibiscono in uno show tutto luci ed effetti coreografici, con ballerine e ballerini multietnici ad esibirsi rigorosamente vestiti Shein.
https://www.youtube.com/watch?t=837&v=yJWo4Ni_1xA&feature=emb_imp_woyt
Tutto trendy, non c’è da dubitarne, per di più destinato ai pubblici più diversi, come cultura ma anche come taglia (abbondano, per esempio, le modelle “curvy”): tutto buono per clic e like e séguiti strepitosi sui social.
Il sito web della casa cinese offre oggi circa 260 mila articoli solo di abbigliamento femminile e propone quotidianamente 6753 novità, che costano, in media, intorno ai 20 franchi. Davvero pochissimo, in confronto ad altri venditori al dettaglio online. E infatti Shein, ad inizio ottobre, poteva contare su 22 milioni di clienti via Instagram, 23 milioni via Facebook e 2,8 milioni su Tik Tok.
I “Shein hauls” (insomma i bottini di Shein) sono diventati una specie di disciplina artistica da social. Giovani e giovanissimi (specie giovanissime) si filmano mentre sballano il pacchetto appena ricevuto, descrivono e provano i capi, e raccontano le loro emozioni nell’indossarli. E così, in poco tempo, l’hashtag #sheinhaul ha raggiunto 3,7 miliardi di visualizzazioni! Shein non ha mai comunicato la propria cifra d’affari. Secondo un rapporto cinese del dicembre 2020 la società avrebbe guadagnato circa 10 miliardi di dollari, con la previsione di arrivare ai 20 miliardi entro la fine di quest’anno. Sul proprio sito si presenta come “società internazionale di commercio elettronico in modalità B2C, ovvero “business to consumer” ed afferma di rivolgersi principalmente ai mercati europeo, americano, australiano e mediorientale. Nessuna menzione del luogo da dove vengono inviati i capi d’abbigliamento verso questi mercati: nel sito svizzero l’unico indirizzo che figura è quello di Zoetop Business, di Hong Kong.
Solo attraverso una minuziosa analisi comparata di tutti i siti che fanno capo a Shein si riescono a rinvenire alcune ulteriori informazioni sulla storia e l’attività della società, che parrebbe fondata nel 2008 a Nanjing, nella Cina orientale, per poi trasferirsi, dopo il lancio della propria produzione su vasta scala, nella città di Guangzhou (16 milioni di abitanti), dove ha installato il proprio quartier generale e dove si appoggia su numerossissimi “fornitori”.
Ogni fornitore è collegato in rete con il sistema adottato da Shein e può ricevere, in ogni momento ed in tempo reale, le ordinazioni, anche quelle più “personalizzate”. Si è calcolato che se per Zara, ad esempio, la “moda effimera” (capi che nascono e muoiono in poco tempo) comporta un ciclo di produzione che va dalle tre alle quattro settimane, Shein arriva a produrre uno specifico modello in meno di una settimana, dal design all’imballaggio.
Se dunque i consumatori (e soprattutto le giovani consumatrici) vengono accontentati in tempo record, ben poco si sa di come tutto questo sia reso possibile. Insomma, come funziona la “macchina Shein”.
Così, alla fine dello scorso anno “Public Eye” ha provato ad indagare per saperne un po’ di più. Con l’aiuto di un’organizzazione impegnata nella difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori del sud della Cina (e di cui non si farà il nome per ragioni di sicurezza) due collaboratrici hanno cominciato ad indagare, mettendosi sulle tracce di alcuni fornitori di Shein basati, appunto, a Guangzhou.
Dopo qualche settimana dall’inizio dell’inchiesta si è così giunti ad individuare 17 imprese che producono al dettaglio, riuscendo ad entrare in contatto con tre donne e sette uomini che lavorano in fabbriche differenti con diverse mansioni: alla cucitrice, al controllo qualità, all’imballagio, alla stiratura, al taglio. In tutti i casi si tratta di persone arrivate a Guangzhou da altre province, da poco tempo ma con una notevole esperienza precedentemente acquisita.
La nostra inchiesta viene portata avanti da una “informatrice” che non vedremo mai, neanche nelle furtive comunicazioni video di aggiornamento concordate. Troppo pericoloso mostrarsi.
Nelle immagini, per contro, vediamo alcuni dettagli delle fabbriche, grazie a fotografie scattate di nascosto con il cellulare.


Sono immagini che mostrano chiaramente le condizioni in cui si lavora in queste fabbriche, disseminate lungo le viuzze di un intero quartiere, chiamato infatti il “Quartiere Shein”. Scarsa vivibilità, assenza di “uscite di sicurezza” (ogni ingresso è bloccato da mucchi di sacchi di vestiti o di rotoli di stoffa) perché la produzione deve essere incessante, per arrivare, come si legge in un manifesto appeso ad una parete di un capannone, a realizzare 1,2 milioni di vestiti al mese.
Certo, lo scorso settembre Shein ha pubblicato, per la prima volta, sul suo sito internet negli Stati Uniti, un codice di comportamento per i suoi fornitori, chiedendo che vengano garantite “condizioni di lavoro sicure, igieniche e sane”. Ma dalla documentazione inviataci dalla nostra informatrice sembrerebbe ci sia ancora molto da fare.
Dai rapporti scritti inviatici dalla stessa informatrice dopo diversi colloqui con lavoratrici e lavoratori, scopriamo poi un dato molto importante relativo alle ore di lavoro: in fabbrica, infatti, ognuno fa quotidianamente tre turni: dalle 08.00 alle 12.00, dalle 13.30 alle 17.45 e dalle 19.00 alle 22.30. Per un solo giorno alla settimana è concessa la serata libera; un solo giorno al mese il possibile congedo.

Si tratta di orari assolutamente fuori norma anche rispetto ai diritti del lavoro in Cina, dove la settimana lavorativa dovrebbe essere di 40 ore con un massimo di 36 ore supplementari al mese e almeno un giorno libero alla settimana. Stando alla nostra informatrice la situazione è comunque quella di numerose aziende tessili cinesi. Del resto, la manodopera proviene da province povere, si trasferisce per un tempo limitato al quartiere-villaggio in condizioni di precariato assoluto, ma sempre guadagnando di più che non nei villaggi di provenienza.
Su questa base di “migrant workers” si fondano gran parte delle fortune degli ateliers di Shein.
Il salario, naturalmente, è stabilito secondo la produttività degli operai e delle operaie. Le tariffe sono “al pezzo”, più si lavora più si guadagna, meglio ancora se si arriva a lavorare per due, per uno stipendio che può arrivare fino ai 10 mila yuan (circa 1400 franchi). Naturalmente non esistono contratti scritti, né convenzioni collettive di lavoro. Le promesse “ispezioni” per verificare le condizioni delle fabbriche e degli operai non si sono mai avverate.
A chi lavora nelle fabbriche che riforniscono Shein è richiesta dunque totale dedizione al lavoro, una presenza costante, un’ampia flessibilità e disponibilità ad adattarsi alle ordinazioni più diverse in tempi molto rapidi. Infatti, ad ogni fabbrica vengono ordinati quantitativi relativamente piccoli di uno specifico modello, ma per contro, numerosi modelli diversi, che in pochissimo tempo le lavoratrici ed i lavoratori devono saper realizzare.

Sono questi solo alcuni degli aspetti emersi dall’inchiesta condotta da “Public Eye” per capire cosa stia all’origine di un successo planetario come quello del marchio Shein; un successo che pare destinato ad aumentare e a far diventare Shein uno dei colossi mondiali della vendita online di capi d’abbigliamento, di un mercato rivolto a consumatori giovanissimi pronti a diventare influencer e testimonial.
Facilissimo entrare nel sito, vedere quanto poco costano magliette, gonne, cappotti, jeans e accessori vari, e via con l’ordinazione. Forse varrebbe però la pena anche provare, qualche volta, in qualche momento di riflessione, a pensare a come sia possibile che questo avvenga e che nella bucalettere si trovi, in poco tempo, giunto da chissà dove, un pacchetto con cellophane e polistirolo dentro cui appare una camicetta tanto carina, tanto trendy e tanto a buon mercato, pronta per essere mostrata su “Tik Tok”.
Traduzione e adattamento di Enrico Lombardi
Immagini: Panos Pictures
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Da Linkiesta
La quarta ondata è ormai arrivata in tutta Europa e i contagi sono una preoccupazione per tutti i governi. Con un po’ di sorpresa, la Germania sembra tra i Paesi più impreparati. Anche dalle parole usate dal probabile futuro cancelliere dell’Spd Olaf Scholz ieri al Bundestag si percepisce uno sguardo in prospettiva futura che stona con l’urgenza della situazione: «La Germania deve essere attrezzata e messa al sicuro per l’inverno».
Tempi non rapidi dunque, come se l’emergenza fosse lontana. Ma in Germania da tempo gli esperti lanciano segnali d’allarme: lo scorso 9 settembre – ormai oltre 2 mesi fa – Lothar Wieler, presidente dell’istituto Robert Koch, dice va che «se non aumenta drasticamente la quota dei vaccinati in autunno la quarta ondata può avere un andamento fulminante».
La Stampa dell’11 novembre spiega che «la gestione della pandemia non è stata una priorità della politica tedesca: prima le elezioni del 26 settembre, poi il lungo redde rationem nella Cdu e in parallelo le trattative di governo ancora in atto tra i 3 partiti della probabile coalizione semaforo (Spd, Verdi e Liberali). Tutto ha contribuito a spostare l’attenzione».
Intanto non è stata rinnovata la legge – già in vigore – che regola comportamenti e restrizioni in tempi di pandemia. Verosimilmente verrà modificata al Bundestag. «La nuova proposta prevede l’esclusione di misure come il lockdown o la chiusura delle scuole e riporta nelle mani dei Länder una serie di decisioni chiave, come l’introduzione della regola delle 2G (ingresso solo per vaccinati e guariti) per entrare in ristoranti, musei, palestre e cinema», scrive la Stampa.
Poi ci sarà da sciogliere il nodo green pass nei luoghi di lavoro, con la potenziale introduzione dei test giornalieri obbligatori. Ma ancora non è chiaro chi sarà a pagarli.
Al momento il focus dell’attenzione di Berlino è la campagna vaccinale, che prosegue a rilento. Solo il 67,3% della popolazione è pienamente vaccinata (il 77,9% degli over 18, il 40% tra i 12 e i 17 anni) e in alcune regioni la quota si abbassa ulteriormente.
«Da settimane – su legge sulla Stampa – proseguono i trasferimenti di pazienti dai Länder dell’Est, più colpiti, ai meno affollati ospedali dell’Ovest. A Est, come in Baviera, non è estraneo un certo scetticismo nei confronti del vaccino, anche tra gli esponenti politici, come il leader bavarese dei Freie Wähler, Hubert Aiwanger».
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Come non essere felici ed entusiasti, da sportivi più o meno appassionati di calcio, dopo la magica serata che ha portato alla qualificazione diretta ai mondiali della nostra nazionale, per di più a danno dei campioni europei dell’Italia.
Giornali, siti online, radio e televisioni, è tutto un tripudio per un risultato sportivo ottenuto con tanto merito ed un po’ di fortuna (che serve sempre) da parte di una squadra che ha saputo fare l’unanimità per qualità, solidarietà, impegno e compattezza.
La Svizzera sportiva, ma non solo, festeggia a giusta ragione, come raramente è avvenuto, quella che viene definita “un’impresa”: in Ticino, probabilmente, ci si aggiunge anche un po’ di storico sciovinismo anti-italiano, nell’inneggiare alla vittoria della nostra “modesta” compagine contro gli azzurri da passerella, “sperlusenti di moda” (vedi Giorgio Genetelli, in “L’Eco dello sport”, 16.11.21).
Del resto, su un generico (e ancora radicato) anti-italianismo nostrano ha ampiamente giocato la prima puntata del programma radiofonico della nuova Rete Uno, “Controcorrente”, dando libero sfogo a quel che da noi riesce meglio: l’essere “contro”.
E così, “essere contro” diventa ben presto, in non pochi casi, anche quello di non gradire una nostra nazionale tanto farcita di “negretti e balcanici” (si cita qui da una telefonata diffusa la scorsa settimana nel programma menzionato). È la forza dello sport, che sa amplificare sentimenti e reazioni, che siano di gioia oppure di frustrazione. Insomma, secondo un abusato modo di dire, da sportivi tifosi si è “capaci del meglio come del peggio”.
Cercando di non farsi ubriacare o accecare né in un senso né nell’altro, meriterebbe invece attenzione proprio la composizione cosmopolita della nostra nazionale calcistica: in maglia rossocrociata, a difendere i colori della Svizzera e ad entusiasmare il paese intero, ci sono nigeriani, turchi, portoghesi, francesi, congolesi, cileni, senegalesi, sudanesi, kosovari, croati, bosniaci e dominicani, un fantastico mix culturale accolto nel nostro paese in virtù, prima che dei meriti sportivi, da una politica di integrazione che c’è chi continua a voler contestare.
Ecco dunque che l’”impresa” di questa squadra potrebbe portare con sé anche una debita riflessione su quanto e come una tale commistione etnico-culturale possa pure produrre, nello sport ma non solo, benèfici aspetti se, a far da collante o contenitore, vi è una disponibilità all’apertura e all’accoglienza. Da questo punto di vista non si finirà mai di ripetere che la nazionale svizzera di calcio non è (ancora) propriamente lo specchio di un paese che, in realtà, si dibatte non poco (e ancora) in discussioni infinite di tipo populistico, fondate sostanzialmente su Insicurezze e paure di ogni tipo, specie se hanno a che fare con paventate minacce che vengono “da fuori”.
La multiculturale e multicolore nazionale svizzera, pare così quasi un paradosso: diretta fino a pochi mesi fa da un bosniaco di origine croata che dopo anni passati in Ticino a giocare e lavorare per la Caritas, è diventato il “mister” di tutti, e ora portata al successo da un turco cui nessuno dava particolare credito, potrebbe insomma costituire anche un incoraggiante esempio di come con un ritrovato senso di fiducia, anche le sorti non solo sportive del nostro paese potrebbero ottenere maggior successo.
Un senso di fiducia che potrebbe per esempio essere d’aiuto proprio in questo periodo al nostro ministro degli esteri per arrivare una volta o l’altra ad un accordo con l’UE, dentro il continuo estenuante equilibrismo cui lo costringono le pressioni di Bruxelles e quelle dei corridoi di Palazzo Federale.
Ma c’è ancora un altro aspetto che potrebbe nascondersi dietro o dentro il successo della Nati e che potrebbe apparire, a prima vista, paradossale. Considerando la composizione dello staff dirigenziale e tecnico, si scopre un dato davvero particolare: accanto al prode Murat, stanno (ed erano tutti lì, a Lucerna, seduti vicino a lui in panchina) un responsabile tecnico delle squadre nazionali che si chiama Tami, un preparatore dei portieri che si chiama Foletti, un analista tattico che si chiama Gerosa, un vice-allenatore che si chiama Cavin (da una vita trapiantato in Ticino), un allenatore dell’Under 23 che si chiama Lustrinelli.
Insomma, una notevole e qualificata schiera di professionisti ticinesi che in virtù delle loro competenze sono stati voluti e promossi a referenti essenziali dalla Federazione per lo sviluppo del progetto calcio a livello nazionale. La nostra piccola provincia sa dunque offrire competenze e qualità a livello nazionale. L’impresa calcistica che si è compiuta a Lucerna, deve molto anche a questo staff, a questi professionisti capaci di affermarsi con idee e proposte che hanno saputo fare, calcisticamente parlando, della Svizzera una squadra “con schemi chiari e propensione offensiva”. Una squadra che gioca per vincere e crede in sé, anche quando schiera le riserve.
Che bello constatare che questi valori sportivi sono stati anche frutto del lavoro di cervelli ticinesi per niente in fuga, ma capaci, nel giusto contesto e con adeguati riconoscimenti, di affermare le proprie idee, senza paure, senza lamentazioni, e di contribuire in modo decisivo al successo.
E che bello augurarsi che questo possa accadere, un giorno, chissà, non solo su un terreno calcistico.
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“Ci state distruggendo il futuro”, recita la scritta. “Anche il presente” puntualizza qualcuno. I giovani attivisti del clima hanno ripreso le piazze. A Glasgow, alla Cop 26, tutti ammettono che non si può indugiare. Il segretario dell’Onu, Guterrez avvisa “ci stiamo scavando la fossa”. Txai Suruí, attivista dell’Amazzonia, lancia il monito: “la terra ci sta parlando, ci dice che non abbiamo più tempo”. I leader approvano, tanti si commuovono, applaudo e promettono la svolta: quanti ci credono? Il primo bilancio conferma lo sconforto di Greta. Con il medesimo entusiasmo e in buona fede, la svolta l’aveva annunciata John Kerry sei anni fa a Parigi: la svolta c’è stata, ma in peggio: giù le foreste, su il CO₂, su la temperatura, su i mari e 50 città costiere forse sommerse.
Nei fatti, a prevalere sono le convenienze nazionali e il credo dei grandi gruppi industriali: la difesa dell’ambiente non è prioritaria se calano i profitti! Intanto la BBC e The Guardian ci informano che le lobby dei combustibili fossili si sono date da fare: non gradiscono cambiamenti, e pure gli svizzeri si sono raccomandati: cautela con le elargizioni esorbitanti ai paesi poveri! Certo la politica è complicata, e conciliare la salvezza del pianeta con gli interessi nazionali, di paesi ricchi e poveri, è impresa impervia, a qualcuno appare disperata. L’economista Joseph Stiglitz, Nobel nel 2001, ci informa che le disuguaglianze fra le varie parti del mondo sono enormi e sanare il pianeta non sarà facile, non dispera ma avverte: “Sarà dura”.
Hanno ragione i giovani attivisti: il bla-bla dei buoni propositi ha avuto un seguito a Glasgow: ci può costare molto caro. Carlo De Benedetti, imprenditore e finanziere, lo ha ammesso pubblicamente, ma è una rarità: la sua generazione ha devastato il pianeta e chiede scusa ai figli. Ma forse è tardi.
Oggi il Greenwashing, l’ambientalismo di facciata, è purtroppo una pratica diffusa: in politica è un alibi e una maschera, in economia un’operazione di marketing: ci si colora di verde per acquistare credibilità e vendere meglio.
Quella del disastro incombente non è una teoria ma un dato di fatto: incendi, siccità e carestie, migrazioni di popoli, alluvioni e pandemie ci dicono che il pianeta agonizza. Gli attivisti protestano, incalzano, accusano d’inerzia i governi e di remissività la società civile. L’ultranovantenne Stephane Hessel, paladino del civismo mondiale, nel 2010 incitava i giovani a non lasciarsi intimidire dai potenti (Indignez-vous! Engagez-vous!) – e indicava già allora la vera difficoltà: la mancanza di una coscienza etica diffusa che ci renda sensibili al fatto che “quanto facciamo oggi ha delle ripercussioni su coloro che vengono dopo”. La scarsa consapevolezza è provata. Alla conferenza di Stoccolma sull’ambiente, 1972, alcuni esperti avvisavano: il pianeta è malato! La gente rideva e non li prendeva sul serio. Cinquant’anni dopo la gente non ride più, si preoccupa, i più ammettono che siamo messi male, ma poi continuano a guardare indietro, poco disposti a rinunciare al comodo conformismo del passato: il prezzo sembra troppo alto.
La pandemia ci aveva convinti che era opportuno mutare stile di vita: più sobri e frugali! Oggi abbiamo cambiato idea e la parola d’ordine è una sola: ritorno alla normalità di prima e al mondo di prima (al benessere di prima, al consumismo di prima, agli sprechi di prima).
Rutger Bregman, storico olandese, sostiene che l’essere umano è fondamentalmente buono, generoso e altruista e noi tutti siamo fatti per la gentilezza e “diamo il meglio nei momenti difficili”. Dissento. Oggi gentilezza e altruismo non sono articoli di grande successo. Vanno alla grande altri atteggiamenti meno nobili: l’ottusità e l’ignoranza, il rancore e l’egoismo sono diventati prodotti assai richiesti. La categoria che vi attinge non mi pare in grado di dare un sostanzioso contributo a modalità di vita più evolute.
La scienza è concorde: l’uomo è il responsabile principale dei disastri del pianeta. Ma l’opinione dei cittadini non reagisce di conseguenza. In genere si riconosce l’emergenza, si chiede ai governi di provvedere, ma si fa fatica ad accettare il prezzo da pagare. La sudditanza al benessere acquisito è difficile da superare.
D’altro canto, confessiamolo: la pandemia fa paura perché ci tocca sulla pelle e impone drastiche rinunce. L’emergenza climatica no: è considerata meno urgente, una questione contingente, non ben definita e riguarda semmai il futuro e il tempo che sarà. Si confida nel buon senso degli “altri”.
E allora? Toccherebbe a tutti noi cittadini alzare la voce per costringere la politica ad agire. Non è facile perché il greenwashing, l’ecologismo di facciata, condito di ipocrisia, riguarda anche noi: fatichiamo a cambiare la testa e rivedere le abitudini. La scuola potrebbe aiutare ma dovrebbe fare di più, molto di più (l’educazione alla cittadinanza passa da lì). E i media? Non danno un brillante contributo. Tanto per dire: gran fervore su Rabadan e derivati (sì o no?), e accese trasmissioni. Il tema occupa la prima pagina dei giornali, il resto da qualche parte nelle pagine interne, quando c’è: il pianeta può aspettare.
Che fare? Come uscire dal pantano delle buone intenzioni? Io credo sia necessario promuovere al rango di virtù indispensabili l’impazienza e il pessimismo: l’impazienza per tagliare tante chiacchiere inutili e esigere l’azione immediata; il pessimismo per sbatterci in pieno viso la catastrofe di comportamenti dissennati che annunciano il peggiore dei mondi possibili.
Un consiglio ai lettori e alle lettrici: guardate il documentario con Leonardo DiCaprio “Punto di non ritorno”, del 2016. Utile per tutti, poi ne parliamo: magari ci aiuta ravvederci.
Pubblicato da laRegione il 16 novembre
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Perso per perso, senza 7 titolari, fra cui il direttore d’orchestra Xhaka, 3 difensori su 4 (Elvedi, Rodriguez e lo sciagurato Akanji) due punte (Embolo e Seferovic) e Zuber, unico (con Rodriguez) in grado di calciare di sinistro, il successore di Petkovic, Murat Yakin ha gettato il cuore oltre l’ostacolo: perso per perso ha messo in campo una squadra ispirandosi al nuovo corso di Guardiola: il possesso palla, la tecnica e l’idea che la miglior difesa è l’attacco: per forza, partendo dal presupposto che l’Italia avrebbe vinto a Belfast (non è andata così) bisognava rischiare: “sono un creativo” ha dichiarato Yakin a cose fatte. Non lo doveva dire lui, ma va bene così: che sia un creativo lo sanno tutti quelli che lo hanno visto giocare. Qualche dubbio, lecito, lo abbiamo avuto con le sue prime esperienze di allenatore, non proprio convincenti. Ma oltre che creativo, Yakin è intelligente: spesso chi possiede queste doti tende alla pigrizia, non si applica. Ma con il tempo si migliora, si studia di più. E così Murat è diventato anche un analista, uno studioso.
Sa tutto degli avversari; psicologo autodidatta, cava il massimo da ognuno, crea l’atmosfera giusta, e convince tutti che anche “le petit Suisse”, come diceva Brecht, è in grado di battersi senza complessi con i grandi.
Questa è stata la grande rivoluzione rispetto alla pavida, timorosa Svizzera che al debutto europeo 4 mesi fa perse per 3 a 0 contrio l’Italia, paralizzata come il topolino di fronte al serpente.
Intendiamoci: questa Svizzera è stata plasmata da Petkovic, ma Yakin, su quella organizzazione, su quello schema, ha innestato, appunto, la sua creatività, la sua fiducia nella tecnica, senza trascurare la forza e la disciplina. Insomma un bel passo avanti: una prima punta, in questo caso Gavranovic (ma sarà Embolo) una linea di alto livello tecnico alle sue spalle, Okafor, Shakiri e Vargas, ieri bravissimi, con Steffen di riserva, quando si tratterà di “mordere le caviglie all’avversario”; con il ritorno di Elvedi Akanji e Rodriguez, Murat avrà addirittura l’imbarazzo della scelta in difesa. Certo, perché Fabian Frei, convocato in qualità di tappabuchi ha fatto una grande partita e Schär, se ci priva delle sue famose amnesie è uno dei migliori al mondo nell’impostare il gioco dalla difesa. Da notare che contro la Bulgaria, Yakin non aveva nessun difensore in grado di arrivare a fondo campo e battere un cross di sinistro: ha messo Mbabu a destra e spostato Widmer a sinistra, comunque utile.
Aggiungiamo che Itten, terza o quarta scelta in attacco, anche lui convocato come certi fanti mandati in guerra appena usciti dall’ospedale, ha fatto un goal con un tocco di classe (annullato per fuorigioco) appena entrato e subito dopo ne ha fatto uno valido di testa, sua specialità.
Yakin abbina alla bravura la fortuna: perché il suo 3 a 0 al 27’ della ripresa sufficiente per superare l’Italia anche se avesse vinto per uno a zero, è arrivato su perfetto centro di Steffen, anche lui appena entrato: non tutti avevano capito il cambio Okafor-Gavranovic con Steffen e Itten.
Insomma, si direbbe che Yakin sia in grado di cavare il massimo dai suoi giocatori. Lo fa convincendoli semplicemente a “giocare”: ossia a far circolare la palla con fiducia, intelligenza e creatività, evitando falli stupidi.
Okafor e Vargas, cresciuti nella Svizzera dell’ottimo Lustrinelli sono ormai garanzia di qualità, Elvedi e Akanji (se ha imparato la lezione, pure). Gli altri, sulla trentina, sono ancora al meglio: ne consegue che questa Svizzera può guardare ai prossimi Mondiali con molta fiducia. Il paradosso, che testimonia di una sorprendente qualità del movimento, sta nel fatto che a questo punto non si sa dove piazzare Xhaka: perché in seguito alla sua squalifica contro la Turchia, è stato Petkovic a giocare con il doppio “play”: Frueler e Zakaria.
Insomma ora siamo addirittura nell’abbondanza, nell’eccesso di opzioni.
Problemi di lusso, a patto che all’interno della squadra, ma si direbbe di no, non vada persa l’armonia per lasciar posto al divismo. Qualche primo violino non sarà più tale, diventerà violino di spalla.