Il Polo va in campagna

I contributi dei media sul PSE fra informazione e propaganda 

Il 28 novembre si avvicina e si intensificano modi e forme di comunicazione e discussione sugli aspetti più controversi del progettato PSE, il Polo Sportivo e degli Eventi di Lugano, che i cittadini sono chiamati a votare, appunto, a fine mese.

RSI, Teleticino e il portale online del CdT hanno già ampiamente ospitato dibattiti accesi fra fautori del progetto e sostenitori del referendum che lo contesta: tutto un “dare i numeri” fra cifre da interpretare, piani B da evocare o smentire, addirittura con in palio casse di champagne per chi ha ragione fra Filippo Lombardi e Fulvio Pelli (v. “laRegione” 12.11.21).

Per il resto, Il “CdT”, che nel suo sito online offre un utile “dossier” sul tema Polo Sportivo, sta sempre più ampiamente riflettendo le posizioni favorevoli al progetto, con una nutrita serie di interventi che ne sottolineano il carattere di imperdibile ed ineluttabile occasione per dare un nuovo volto alla città e, nel contempo, per salvare lo sport cittadino, a cominciare dalla sua squadra calcistica che ha bisogno di un nuovo stadio come il pane, per la sua stessa sopravvivenza (in “Superleague”).

In verità, dietro a tutte queste auree prospettive, la realizzazione del Polo così come ora è sottoposta all’elettorato luganese, è anche, e non proprio secondariamente, una sorta di plebiscito sull’operato del Municipio cittadino, messo alle strette da non pochi esempi di progettualità irrisolta, fra obiettivi controversi e pratiche contraddittorie, che l’hanno portato anche a gravi fratture al proprio interno (superfluo tornare a ricordare il “caso Molino”).

Ecco dunque che intorno al PSE si realizza non solo un’ipotesi di trasformazione di un quartiere in un roboante Polo chiamato a diventare “la porta Nord” della città, ma anche un fronte (finalmente) compatto degli schieramenti politici rappresentati in Municipio, per il resto ampiamente in contrasto, quando all’orizzonte, prima di un qualsiasi stadio, si tratterà di mettere in piedi l’Esecutivo 2024.

Da semplici osservatori vien da considerare che per l’occasione (una volta di più) si è messo al centro della narrazione una sorta di “stato d’assedio” della città da parte di nemici esterni (“gli sfascisti bellinzonesi dell’MPS”) e nemici interni (“i vecchi notabili liberali”, che hanno gestito la città fino all’altroieri).

In stato d’assedio permanente sono la Lugano ed il Ticino raccontati ogni domenica dal settimanale di via Monte Boglia, che del resto, proprio in questi termini sta disseminando le proprie pagine di articoli, sempre uguali, in cui si evocano appunto tutti i “nemici”, per motivare l’elettorato (leghista ma non solo) ad accogliere il progetto PSE e più in generale un disegno di città del futuro, messo in mano al partenariato pubblico-privato; un progetto, insomma, che sostanzialmente mostri, fra le tante cose, come fosse sbagliato (fallimentare, direbbe lo zio Bill) la politica adottata nel recente passato con l’edificazione del LAC (“Guttalac”, direbbe sempre lo zio di cui sopra).

Niente di nuovo, si potrebbe chiosare, pensando anche all’ambivalenza un po’ desolante della posizione (?) della sinistra, specie socialista, che pare fare davvero di tutto per non mostrare un orientamento chiaro praticamente su nulla, né a livello cittadino (con una “libertà di voto” sul PSE che suona un po’ come “salviamo il soldato Cristina Barzaghi”) né a livello cantonale (si pensi alla “morbida” posizione parlamentare sul salario minimo o sul contenimento della spesa; temi che dovrebbero essere impugnati da quel fronte senza se e senza ma e che invece tocca poi ai sindacati tornare a sollevare come meritano).

In un contesto dunque, alquanto ombroso, per non dire cupo, fatto tutto di chiusure a riccio, difese ad oltranza, puro “catenaccio”, la propositività di progetti per il futuro sembra non potersi esprimere che in queste modalità, un po’ depressive, senza slanci che non siano a favore di qualche nuova realizzazione immobiliare. Progettualità, dalle nostre parti, coincide sempre più e quasi esclusivamente con modine e aree edificabili. Di progetti “ideali”, per una diversa idea di città e di Cantone, neanche l’ombra.

E i media si accodano; il loro compito è quello di “riferire”. Così, anche il “Corriere”, dopo i “dibattiti” si mette a fare ora, sostanzialmente, la cassa di risonanza delle ragioni favorevoli al progetto.

Si prenda, solo per fare l’esempio più recente, un articolo uscito su “La Domenica” a firma Andrea Bertagni. Titolo: “Non solo stadi di calcio”, sottotitolo “A Milano, Firenze e Manchester attorno ai campi da gioco si punta a far rinascere i quartieri”. È probabilmente un’indiretta risposta all’inchiesta proposta giovedì scorso da “Falò”, che aveva provato a mettere a confronto, con qualche lecito interrogativo, il progetto luganese con quelli realizzati in altre città svizzere.

Qui di interrogativi non se ne pongono proprio. E allora via a cercar di dimostrare, con altri esempi, che a Lugano si è “Mainstream” nel progettare un nuovo impianto sportivo (anzi due) nel contesto di un più ampio progetto di riqualifica del territorio, proprio come fanno, appunto, a Milano, Firenze, Manchester (e di sponda anche, chissà come e chissà perché, nientemeno che a Sacramento!).

Confronti francamente opinabili e anche un po’ misteriosi. Ma prendiamo il parallelismo con Milano: per l’articolo di Bertagni sono davvero due progetti con molti punti in comune, che viaggiano fra l’altro paralleli anche come tempistiche, visto che è proprio di questi giorni la decisione del sindaco milanese Sala di entrare in materia e procedere all’analisi delle ipotesi al vaglio (che partono tutte dall’abbattimento dello stadio Meazza).

È vero, con le debite proporzioni, vi sono diversi punti in comune fra i due “concetti progettuali”. Ma fra le tante analogie che possono mettere in parallelo Lugano e Milano, vi sarebbe in verità anche quella che a Milano gli oppositori (a cominciare dagli abitanti del quartiere) sono talmente contrari da voler lanciare un referendum. Ma tu guarda, questo non c’è scritto su “La Domenica”.

Lo si trova invece un po’ dovunque, sulla stampa italiana: una lettura la merita, in particolare, un interessante articolo riassuntivo del sito informativo milanese “The Submarine”, in cui si dice fra l’altro: “Il progetto – qualsiasi sarà – è poco apprezzato dalla maggior parte dei residenti della zona. Temono che i lavori e poi il nuovo stadio porteranno più caos, più cemento, e che in ultima analisi, si tratti soprattutto di un’operazione speculativa da parte delle proprietà delle due squadre”.

Ecco sì, a Milano succede anche questo. Poi, per dirla tutta (e secondo logica) di mezzo ci sono due società calcistiche gloriose e quotate in borsa, in gravi difficoltà economiche, che hanno la loro da dire e vogliono dirla, perché vogliono essere co-proprietarie dell’impianto.

A Lugano no: sul fronte della società calcistica l’investimento, per ora, è stato esclusivamente quello di organizzare una festosa campagna per il PSE con entrate gratuite allo stadio. Eppure il club è di proprietà di un miliardario americano che ha dichiarato che per lui la questione stadio non è proprio un problema. Qualcuno gli ha mai chiesto di partecipare al partenariato? Ma no, sciocchezze. Ci pensano HRS e Credito Svizzero, diamine; poi la città comprerà lo stadio, con leasing incluso, ed il miliardario camperà beatamente sugli investimenti della città. Proprio come a Milano, vero?

Nell’immagine: uno dei progetti per il nuovo stadio di San Siro


Cosa sappiamo del programma di controllo biometrico dell’esercito israeliano sui palestinesi

I contributi dei media sul PSE fra informazione e propaganda 

Di Carola Frediani, Valigia Blu

Negli ultimi due anni i militari israeliani hanno messo in atto un ampio programma di sorveglianza biometrica sui palestinesi dei territori occupati della Cisgiordania. Il programma integra tecnologie di riconoscimento facciale in una rete di videocamere urbane e smartphone utilizzati dai militari. Questi ultimi, attraverso un’app chiamata Blue Wolf, fotografano le facce dei residenti e le cercano su un database di immagini e di profili. Che è a sua volta una versione ridotta di un archivio più ampio, denominato Wolf Pack, e soprannominato informalmente da alcuni ex-soldati il “Facebook segreto per palestinesi”. Wolf Pack infatti conterrebbe più informazioni: non solo la foto e il nome della persona ma anche la sua storia famigliare, dati sulla sua educazione, i suoi contatti e un punteggio relativo alla pericolosità. Alla fine della ricerca nel database, l’app Blue Wolf segnala con dei colori in stile semaforo al militare in strada se l’individuo ritratto deve essere fermato, arrestato o lasciato andare.

È quanto emerge da un’inchiesta del Washington Post, che ha raccolto materiali e testimonianze da ex-membri dell’esercito israeliano e dall’associazione di veterani critici dell’occupazione Breaking The Silence. Per velocizzare la costruzione di questo archivio, i soldati hanno fotografato i palestinesi per strada, ingaggiando anche competizioni fra loro con dei premi per chi raccoglieva più immagini. Si stima – scrive il WaPost – che siano stati ripresi migliaia di palestinesi.

“Mentre i paesi avanzati di tutto il mondo impongono restrizioni alla fotografia, al riconoscimento facciale e alla sorveglianza, la situazione descritta [a Hebron] costituisce una grave violazione dei diritti fondamentali, come il diritto alla privacy, poiché i soldati sono incentivati ​​a raccogliere quante più foto di palestinesi uomini, donne e bambini possibili in una sorta di competizione. I militari devono fermarsi immediatamente”, ha detto al WaPo Roni Pelli, avvocata dell’Associazione per i diritti civili in Israele.

La rete di videocamere in strada

Oltre all’app sugli smartphone chiamata BlueWolf, i militari hanno anche installato delle videocamere dotate di riconoscimento facciale ai checkpoint, ma soprattutto una serie di videocamere sparse nella città di Hebron, dai tetti alle strade. “Un’ampia rete di videocamere a circuito chiuso, soprannominate Hebron Smart City, forniscono un controllo in tempo reale della popolazione della città e, dice un ex-soldato, possono a volte anche puntare dentro le case private”, scrive la testata americana.

Per la Israel Defense Forces (IDF), ovvero per i militari israeliani, si tratterebbe di “operazioni di sicurezza di routine” che sarebbero “parte della lotta contro il terrorismo e gli sforzi di migliorare la qualità della vita dei palestinesi”. Ma secondo le testimonianze di questi ultimi, raccolte dal Washington Post, il progetto avrebbe solo peggiorato la loro esistenza. Diversi hanno spiegato di non sentirsi più a loro agio nel socializzare quando sono all’aperto, consapevoli di essere sempre ripresi. Altri hanno indicato nell’aumentata sorveglianza una delle ragioni che li hanno spinti ad andarsene.

Spyware sui telefoni di attivisti e politici

Le rivelazioni su questo programma arrivano nei giorni in cui è stato ritrovato lo spyware Pegasus, software spia prodotto dalla società israeliana NSO Group, sugli smartphone di sei attivisti palestinesi per i diritti umani, tre dei quali sono membri di note ONG locali che però lo scorso 19 ottobre il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha accusato di essere organizzazioni terroristiche. Questa designazione (che è avvenuta successivamente all’hacking dei dispositivi dei sei attivisti, e dopo pochi giorni che uno di questi si era rivolto a degli esperti per controllare il proprio telefono, come ricostruito dalla ONG Frontline Defenders) è stata condannata da altre organizzazioni per i diritti umani, esperti Onu e rappresentanti di diversi governi, e ha preoccupato vari Paesi dell’Unione europea, inclusa l’Italia. “Come viceministro responsabile per la Cooperazione allo Sviluppo non posso che esprimere preoccupazione per la designazione da parte israeliana di 6 ONG palestinesi umanitarie e di difesa dei diritti fondamentali come ‘organizzazioni terroristiche’”, ha dichiarato la viceministra degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Marina Sereni. “Molte di queste organizzazioni intrattengono fruttuosi rapporti di collaborazione con numerosi paesi donatori, inclusa l’Italia, per l’attuazione di progetti di cooperazione allo sviluppo e di assistenza umanitaria”.

Il ritrovamento del software sui dispositivi dei sei attivisti è stato verificato dall’ONG Frontline Defenders (qui report), e poi validato (qui il report tecnico) anche dai ricercatori di sicurezza di Amnesty International e Citizen Lab, specializzati in analisi di malware sofisticati di questo tipo, che sono capaci di sorvegliare tutte le attività di un telefono, dai messaggi alle mail alle foto, o di attivare microfono e videocamera. Uno dei sei attivisti ha anche nazionalità francese, e un altro anche nazionalità americana. Successivamente, il ministero degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha dichiarato che lo spyware Pegasus sarebbe stato rilevato (in questo caso da propri tecnici) anche sui “cellulari appartenenti a tre alti funzionari del ministero”.

La scorsa settimana il dipartimento del Commercio Usa ha aggiunto le società israeliane NSO Group e Candiru, produttrici di spyware, nella sua entity list: vuol dire che le esportazioni da parte di soggetti statunitensi a queste società sono ora soggette a restrizioni. Per il Dipartimento americano infatti le due società agirebbero “in maniera contraria agli interessi di sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti”. Inoltre, scrive ancora il Dipartimento, avrebbero “sviluppato e fornito spyware a governi stranieri che hanno usato questi strumenti per prendere di mira funzionari governativi, giornalisti, uomini d’affari, attivisti, accademici e personale nelle ambasciate”.

Le aziende che lavorano sul riconoscimento facciale

Tornando alle tecnologie di riconoscimento facciale utilizzate dai militari israeliani, indiscrezioni sulla realizzazione di un programma di sorveglianza biometrica nei territori occupati erano già emerse nel 2019. Allora era stata chiamata in causa la società tech israeliana AnyVision (l’inchiesta del WaPost di questi giorni non chiarisce quale sarebbe il fornitore tecnologico del programma, e si limita a citare precedenti indagini giornalistiche su AnyVision).

“Secondo cinque fonti informate sui fatti, la tecnologia di AnyVision alimenta un programma di sorveglianza militare segreto in Cisgiordania”, aveva scritto infatti nel 2019 la testata americana NBC. La società però aveva negato con forza, confermando solo l’utilizzo del suo software ai checkpoint. Prima ancora di NBC era stata la testata israeliana Marker a parlare di un progetto speciale in Cisgiordania, al di là dei checkpoint, in cui sarebbe stata coinvolta l’azienda. E ne sottolineava i legami con gli apparati di intelligence. “Il presidente di Anyvision, Amir Kain, è l’ex-capo del Malmab, il dipartimento di sicurezza del ministero della Difesa. Uno degli adviser di Anyvision è Tamir Pardo, l’ex-capo del Mossad [il noto servizio di intelligence israeliano, ndr]”, scriveva The Marker. In contemporanea a quelle polemiche, Microsoft, che aveva investito nella società, annunciava di cedere le proprie quote nel 2020. E due settimane fa AnyVision ha cambiato nome in Oosto: “Il nuovo nome è stato scelto perché corto, facile da pronunciare e libero da preesistenti associazioni”, ha dichiarato l’azienda.

Più recentemente AnyVision – insieme a un’altra società della difesa israeliana, Rafael – ha creato una joint venture che produce droni e cani robotici da usare in ambiti militari, in cui verranno integrate tecnologie di riconoscimento facciale, presentate come uno strumento in grado di distinguere innocenti civili da altri. Nel frattempo ha anche rifornito gli ospedali di software di questo tipo. Come raccontato da Times of Israel, nel 2020 il più grande nosocomio israeliano, lo Sheba Medical Center a Ramat Gan, utilizzava i programmi AnyVision per condurre indagini epidemiologiche sullo staff. Se qualcuno risultava positivo, il sistema scansionava le registrazioni delle videocamere di sicurezza per individuare le persone che erano state a contatto con l’individuo.

Non è l’unica società israeliana con questo genere di offerta. La startup CorSight AI propone la sua tecnologia di riconoscimento facciale a polizie e apparati di sicurezza, ma anche aziende e autorità sanitarie per la gestione della pandemia. “Se rintracciato un paziente COVID-19 in un’area pubblica, la tecnologia può aiutare a identificare la trasmissione potenziale passando in rassegna le persone che sono state vicine all’individuo malato, per quanto tempo e a che distanza”, dichiarava la società. Mentre tra i casi d’uso pubblicizzati sul suo sito c’è anche l’individuazione di chi violi la quarantena.
CorSight AI nel 2020 ha raccolto 5 milioni di dollari da un fondo d’investimento canadese, Awz ventures, specializzato in intelligence e sicurezza. Il management e gli advisor di Awz includono ex-alti dirigenti dei servizi segreti canadesi e israeliani.


Sul clima soltanto un accordo al ribasso

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Dal ‘bla bla bla’ siamo passati al ‘bla bla’. Questo sembra l’esito della Cop26 di Glasgow, l’iper-conferenza climatica di Glasgow, da più parti definita, soprattutto dal mondo scientifico, ‘dell’ultima spiaggia’. Accordo, ma al ribasso. Quindi un solo ‘bla’ in meno. Dovendo riassumere: viene mantenuto l’obiettivo di tagliare le emissioni di quasi il cinquanta per cento entro il decennio per rispettare l’impegno di mantenere l’aumento del riscaldamento a 1,5 e arrivare allo zero netto per fine secolo; gli oltre duecento Stati firmatari sono chiamati a presentare nuovi e concreti piani entro la fine del 2022 (conferenza di Sharm El Sheik, in Egitto) ma senza che vi sia un mandato vincolante né eventuali sanzioni per chi non rispettasse l’intesa finale; si cita espressamente la necessità di tener conto delle ‘differenti circostanze nazionali’, il che lascia buoni margini di manovra ai riottosi per trovare pretesti e rallentare l’azione; non viene integrato il fondo speciale per compensazioni sui danni che nella transizione subirebbero soprattutto i paesi poveri, ai quali erano già stati promessi cento miliardi di dollari non pervenuti; e per il carbone, nota più dolente delle conclusioni del vertice, India e Cina ottengono di passare dall’idea della progressiva eliminazione del suo utilizzo (phase out) alla semplice riduzione (phase down).

Tenuto conto di quanto poco sia stato concretamente fatto dopo gli Accordi di Parigi, è inevitabile il pessimismo che circonda anche le prospettive concrete di questo ‘Glasgow Climate Pact’, mentre Ed Hawkins, climatologo inglese che ha guidato gli ultimi lavori dell’Ipcc (gruppo intergovernativo di scienziati sotto egida ONU) sul finale di Cop26 ancora ammoniva che senza immediate decisioni operative ‘il clima andrà fuori controllo’. Così va, anzi non va, la transizione green. Per la quale, in verità, ancora ci si interroga su chi dovrà pagare l’inevitabile conto, assai salato, della fase iniziale, prima di approdare agli esuberanti benefici economici (più innovazione, più dinamismo, più crescita, più posti di lavoro) pronosticati con perentorietà ancora di recente dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz.

In effetti, su chi dovrebbe pesare maggiormente questo passaggio? Rimane il quesito centrale, che ha già fatto registrare la reazione di consumatori poco disposti a sacrifici considerati eccessivi e a innovazioni (tipo le auto elettriche) di cui finora si registrano soprattutto i limiti tecnici e gli alti prezzi: dunque, un’opinione pubblica fors’anche sensibile al miglioramento ambientale intuisce che per il momento il rischio della fattura ambientale ricadrebbe soprattutto sulle spalle del ceto medio o medio basso; le industrie esitano per il timore di maggiori spese e di fenomeni concorrenziali insostenibili (lo hanno ribadito in un documento congiunto le associazioni padronali di Francia, Germania, Italia); mentre gli Stati (le cui finanze sono già stressate dagli esborsi per fronteggiare le spese causate dalla pandemia) fanno fatica a varare incentivi mirati, indispensabili a cittadini ed economia per imboccare la strada della transizione ecologica.

In realtà, le risorse dovrebbero essere prelevate là dove gli alti profitti non mancano: quelli dell’alta finanza, che quotidianamente registra transazioni miliardarie da cui però sgocciola poco o nulla sull’economia reale, e anche sull’economia pubblica causa l’irrisoria o inesistente tassazione. Ma sul piano ideologico si tratterebbe di un cambiamento di paradigma radicale. Oggi apparentemente impensabile.

Commento pubblicato oggi da laRegione


Gli afghani prigionieri di fame e povertà

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Da Kandahar (Afghanistan)

“Nell’ultimo mese i casi di malnutrizione fra i bambini sotto i 5 anni sono raddoppiati e sebbene l’ospedale sia sostenuto dalla Croce Rossa, che ci ha fornito cibo e medicine per 6 mesi portandole dall’estero, le scorte potrebbero finire in soli 3 o 4 mesi”, ci dice il Dottor Mohammed Sidiq, responsabile del reparto di pediatria dell’ospedale Mirwais di Kandahar. È visibilmente sofferente, ma si sforza di sorridere mentre passa fra i letti del reparto e osserva i suoi pazienti, piccoli bambini che piangono, urlano, portano i segni della malnutrizione, e soffrono di anemia. Chi ha perso i capelli, chi ha problemi cutanei. I visi emaciati al punto da sembrare scheletri. Un bambino piange, sdraiato sul fianco e con tutto il fondoschiena aperto e privo di pelle. Il dottor Sidiq ogni tanto ci fornisce qualche spiegazione: “questo bambino è arrivato qui in fin di vita, ma si salverà” prima di ridere molto dolcemente, consulta alcune schede mediche, e procede.

Nel reparto, i letti sono divisi fra più bambini, accompagnati dalle loro madri. Alcuni con la mascherina d’ossigeno attaccata a una bombola di gas, altri con flebo. Una madre nutre il proprio figlio con un cucchiaino, un’altra donna mette un biberon in bocca alla sua piccola, che la guarda con gli occhi fuori dalle orbite. Alcune donne si inginocchiano e pregano. Ci sono sorelline che si appoggiano al letto e fissano i fratelli con sguardo amorevole, o li distraggono facendo loro qualche scherzetto. Osman, un neonato di soli 20 mesi, giace immobile, lo sguardo fisso verso il soffitto, è sfinito. “Aveva febbre, l’ho portato qui 4 giorni fa, ora sta meglio, dovrebbe farcela”, dice la madre, coprendosi il volto preoccupato. Il dottor Sidiq osserva il piccolo, rivolge uno sguardo rassicurante verso la donna.

Scene che sono un esempio lampante della devastante crisi economica che sta vivendo l’Afghanistan, oggi isolato a livello internazionale, senza aeroporti, senza confini. Una prigione a cielo aperto che sta mettendo in ginocchio la popolazione, allo sbando totale, senza salari e senza lavoro. La fame aumenta. È questo che impensierisce in maniera particolare il nuovo regime talebano, squattrinato e che può contare, per ora, solo sulle esigue entrate doganali. Un circolo vizioso che rischia di far salire la soglia della povertà a livelli mai visti. E i mesi di dura guerra, il cambio di regime repentino e il caos pesano sul paese, mostrano ora i loro segni indelebili su una popolazione afflitta e straziata del lungo conflitto.

La crisi alimentare aumenta di giorno in giorno, l’Onu ha lanciato un forte allarme dicendo che entro la fine dell’anno 14 milioni di persone (su un totale di 34) potrebbe trovarsi in una situazione di grave insicurezza alimentare, e l’appello di Unicef è chiaro: a dicembre, più di 3 milioni di bambini sotto i 5 anni soffrirà di malnutrizione acuta. Un dato spaventoso, che è visibile non solo a Kandahar, ma in tutti gli ospedali e in tutte le città del paese.

Secondo il Dottor Sidiq però, le cose non stanno come sono raccontate a livello internazionale: “Non è colpa del nuovo governo. Per sviluppare un problema come la malnutrizione ci vogliono fino a sei mesi. Loro sono qui solo da tre. Il problema esisteva già prima, ma molti di loro arrivano dai distretti e dalle province confinanti, e prima la gente non poteva spostarsi per via della guerra. Molti di questi bambini erano già malati. Ora le famiglie li possono portare da noi più facilmente, possiamo constatare quanti sono numerosi i piccoli ammalati, e come ogni giorno aumentano di numero. Molto semplicemente, e molto drammaticamente, la gente non ha più soldi per garantire loro il cibo necessario” Per ora, Sidiq dice che meno del 10% dei pazienti internati muore. A suo dire, un dato rincuorante. Tuttavia, è Taiba, un’infermiera molto giovane nel reparto malnutrizione, a chiedere aiuto: “Con l’aumentare dei pazienti, non abbiamo personale sufficiente. Molti di noi non percepiscono il salario da 5 mesi”. “Ma siamo afghani e dobbiamo lavorare per la gente” aggiunge poi Sidiq.

Nel reparto di cure intense, al piano di sotto, i casi più gravi sono tenuti sotto controllo. “Questo bambino rischiava la vita”- dice Sidiq indicando la piccola Asma. “Vomitava e aveva diarrea allora l’ho portato qui” commenta, anch’essa coprendosi la faccia, Malika, la madre.

“Oltre alla mancanza di salari e di medicine, c’è il fatto che molti ospedali dei distretti non sono operativi perché le Ong internazionali li hanno abbandonati ad agosto: è grave. Nel settore della sanità le cose non sono cambiate con l’arrivo del nuovo governo”, sostiene il Dottor Musa Jan Sultani, vice responsabile della sede del ministero della salute a Kandahar da anni. “Lavoravo qui già durante la vecchia repubblica. La colpa non è dei Talebani ma delle agenzie straniere che non ci sostengono più. Perché non ci aiutano? La crisi economica non permette alla gente di comprare cibo, mangiano male e poco, c’è siccità, l’acqua è sporca. Inoltre, molti campi non sono coltivabili perché distrutti dalla guerra. Infine, prima chi poteva andava a farsi curare in India o in Pakistan. Ora però le frontiere sono chiuse e non ci sono soldi e tutti si riversano negli ospedali regionali come il Mirwais. Non abbiamo mezzi”.

La sanità è uno dei primi settori che sta collassando in Afghanistan. All’ospedale pediatrico Indira Gandhi di Kabul, un dottore sostiene che sono “gli stessi pazienti a dover comprare le medicine dalle farmacie, e poi venire in ospedale”. Secondo il Dottor Sidiq, i Talebani “ci hanno permesso di continuare a lavorare normalmente, come prima, senza toccare il nostro personale” ma Musa Jan Sultani lancia l’allarme: “Se la gente non riceverà i salari, forse fuggiranno. Molti medici lo hanno già fatto”.

Intanto, gli Stati Uniti hanno stanziato 144 milioni di aiuti umanitari al paese donati attraverso organizzazioni internazionali. Ma non può bastare. Il paese è nel caos totale. Non solo afflitto da una forma di terrorismo, che paradossalmente conoscevano anche i Talebani con l’aumento degli attentati perpetrati dall’ISK, e che ora non sembrano in grado di arginare; ma flagellato anche da una crisi senza precedenti a livello economico e sociale e un isolamento totale e preoccupante. I bambini piangono, hanno fame. E così anche i loro genitori, pronti davvero a tutto per farli mangiare. Anche a venderli.

Fotografie di Filippo Rossi

 

 

 

 


La stupidità del calciatore

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Come si spiega la discrepanza fra l’intelligenza calcistica di un Garrincha o di un Balotelli con il loro basso quoziente di intelligenza? Non si spiega se non con Il mistero dell’intelligenza di pancia, dell’istinto. Che però porta a comportamenti, a gesti che annullano quanto di buono fatto prima: gesti di incomprensibile autolesionismo, di animalesca stupidità; se vogliamo essere generosi, di infantilismo: la palla, la fetta di torta alle fragole è mia, non me la togli, altrimenti ti picchio, ti butto a terra, ti spruzzo negli occhi con la pistola ad acqua. È quello che ha fatto Garcia quando ha spinto Berardi provocando un rigore di rarissima stupidità: mettiamoci anche, tranquillamente, l’ignoranza: perché tutti, meno Garcia, sanno che da quella posizione, in velocità e quasi a fondo campo, uno che ha un piede sinistro fortissimo, ma un destro debole non può fare molto danno.

Inoltre Garcia non sa, ma questo è una lacuna comune, che nel 1863 a Londra il calcio si è separato dal rugby: a me (rugby) piedi e mani, a te (calcio, da foot) solo i piedi.

Da notare che l’abitudine di usare le zampe è tollerata al punto che l’arbitro inglese Taylor in un primo tempo non ha concesso il rigore. Poi, per l’ennesima volta, ha salvato capra e cavoli l’ipnotista Sommer che già aveva beffato Jorginho in Svizzera facendo un passo sulla sua destra per invitare il brasiliano a calciare sulla sua sinistra. A questo punto, al 90esimo, Jorghinho ha pensato di risolvere il problema calciando alto: perché Sommer, ancora una volta aveva intuito la direzione del tiro, buttandosi sulla sua destra. A palla bassa, secondo abitudine di Jorghinho, Sommer, fortissimo sulla linea, molto debole nelle uscite, avrebbe parato.

Ma l’italo-brasiliano ha avuto paura ed ha alzato troppo, sopra la traversa.

Ora tutto si decide nell’ultima partita, difficile per entrambe le squadre. Ma per la Svizzera con l’aggravante di aver perso, dopo Elvedi e probabilmente Rodriguez, infortunato, anche l’ottimo Akanji, il cui atto, se possibile, è stato ancora più stupido di quello di Garcia. Superato a centrocampo, e per di più sulla fascia, Akanji ha preso la palla con la mano: il biscottino è mio: altro giallo, e niente Bulgaria. La faccenda, nell’euforia del pareggio, è passata in sottotono. Ma come sostituiremo Elvedi, Akanji e forse Rodiriguez? Con Frei e Cömert, ma non è la stessa cosa. Questi due episodi ricordano la squalifica per il secondo giallo del capitano Xhaka agli Europei contro la Turchia: per arroganti, insensate e inutili proteste contro l’arbitro.

A proposito di proteste: la Svizzera ha rischiato fortemente di perdere anche Schär. Taylor non se l’è sentita, dopo il rigore assegnato dal Var, d’espellerlo, dopo che il difensore, camminando a ritroso, per 30 metri l’ha contestato protestando senza interruzione.

Visto che il tema odierno è sulla stupidità del calciatore, chiudiamo con un Zeqiri che in tempo di recupero non ha segnato il due a uno, perché, contrariamente a tutti i bimbi che giocano nella categoria “pulcini”, non sapeva che Donnarumma rientra nella categoria delle “piernas quadras”, come diceva Maradona: piedi quadrati, rettangolari, e non piedi rotondi (redondas): lo sapeva Zakaria che si è avventato su Donnarumma, speculando sulla scarsa sensibilità delle sue capaci piote da numero 45 o giù di lì: e infatti il portiere ha toccato male la palla, finita sui piedi di un addormentato Zeqiri che, sorpreso, ha tirato debolmente, permettendo a Bonucci di salvare sulla linea. Gavranovic avrebbe realizzato, Sarebbe stato troppo, il pareggio è giusto, ma la Svizzera, contro un’Italia molto più debole rispetto a quella che ha vinto gli Europei, ha sprecato l’occasione. E soprattutto ha perso Akanji, che mancherà molto per suo assurdo autolesionismo.


Ora i fatti, o clima fuori controllo

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Di Stella Levantesi, da ‘il manifesto’ del 12 novembre

C’è un grafico che mostra l’aumento della temperatura con dei colori [nell’immagine, ndr]. Sono le “warming stripes”, strisce verticali colorate e ordinate cronologicamente, che dal blu per la temperatura più fredda al rosso per quella più calda, rappresentano l’aumento della temperatura media globale dal 1850 ad oggi. È forse il modo più immediato di comprendere il riscaldamento globale dell’ultimo secolo, ed è un’idea del climatologo inglese Ed Hawkins, autore dell’ultimo rapporto IPCC (gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, sotto egida ONU). In questa intervista ci spiega lo stato del clima e gli ostacoli maggiori all’azione politica necessaria per evitare le conseguenze più devastanti della crisi climatica.

Prof. Hawkins, può spiegare il legame fra gli eventi meteorologici estremi e il cambiamento climatico?
Dall’ultimo rapporto IPCC è chiaro che le attività umane – principalmente la combustione di energia fossile – finora hanno riscaldato il pianeta di circa 1,1 gradi. Una delle conseguenze di questo riscaldamento è che ha reso gli eventi estremi, come le ondate di calore e le forti piogge, più intensi e più frequenti. Quindi stiamo già sentendo gli effetti del riscaldamento del mondo sugli eventi meteorologici estremi.

Avrà sentito del ciclone mediterraneo che ha colpito l’Italia meridionale. Considera i medicane, come vengono anche definiti, ed altri eventi meteo estremi, una manifestazione fisica del cambiamento climatico?
Abbiamo sempre avuto fenomeni estremi. Ora però quando abbiamo un’ondata di calore è più calda di quanto sarebbe stata senza il cambiamento climatico; quando abbiamo forti precipitazioni cade più pioggia. E così l’impatto e il rischio di inondazioni è maggiore quando un ciclone tropicale o un medicane colpisce la terraferma, poiché il livello del mare è più alto. Quindi il cambiamento climatico sta aumentando gli impatti e gli effetti degli eventi meteorologici.

Può parlarci del progetto “warming stripes” e del relativo hashtag #ShowYourStripes? Com’è nato, cos’è, e come ha cambiato la visualizzazione dei dati per il pubblico?
È iniziato circa tre anni fa, per un festival a Hay, nel Regno Unito. Stavo cercando un modo per dimostrare gli effetti del mondo che si sta scaldando a un pubblico non abituato a vedere grafici scientifici. Così ho usato una serie di strisce colorate per rappresentare i cambiamenti di temperatura nella stessa città di Hay, usando una striscia all’anno e i colori che rappresentano la temperatura in quei dodici mesi. Si possono vedere i colori cambiare da blu a rosso negli ultimi 130 anni circa. Ho visto le persone capire immediatamente co che stavo condividendo e ho pensato che le strisce possono comunicare il riscaldamento nel modo più semplice e chiaro possibile anche a un pubblico ampio. Il progetto ShowYourStripes mostra le variazioni di temperatura per ogni Stato e anche per le città. È importante capire che il riscaldamento globale non è un concetto astratto, ma ci sta influenzando tutti, qui e ora.

È d’accordo con chi sostiene che gli ostacoli alla soluzione della crisi climatica non riguardano la scienza? Da decenni ormai ci sono certezze sulle cause e su alcuni effetti di questo fenomeno, e le proiezioni degli scienziati sono sempre più accurate.
Sì, lo sappiamo da molto tempo. Abbiamo osservato per la prima volta che il mondo si stava riscaldando e che questo era legato all’aumento osservato dell’anidride carbonica fin dal 1938. L’IPCC ha concluso nel 1995 che c’era un effetto percepibile dell’attività umana sulle temperature. E abbiamo capito anche che i gas serra riscaldavano il pianeta già negli anni 1850, 1860. Quindi non è una novità. Come scienziati del clima non sappiamo tutto sul clima, ma ne sappia o abbastanza per informare la politica delle conseguenze molto gravi se le temperature continuano a salire. I politici hanno tutte le informazioni necessarie per prendere decisioni.

Quindi quali pensa siano oggi i principali ostacoli all’azione climatica?
Ci sono molti fattori. Non possiamo spegnere ogni centrale a carbone o a gas da un giorno all’altro. Ci vuole tempo. Ma, ovviamente, più velocemente lo facciamo, meno gravi saranno le conseguenze. Non è facile trovare un punto di incontro, ogni nazione ha economie e priorità diverse. Poi ci sono interessi da parte di alcuni paesi dipendenti dai combustibili fossili che non vogliono fare questa transizione. E hanno negato e prodotto disinformazione per decenni, rallentando ogni azione. C’è un processo dall’alto da parte dei governi, ma abbiamo bisogno anche di un processo dal basso per motivare i politici e i governi, e prendere ke decisioni più velocemente. Qui ShowYourStripes può entrare in gioco, può iniziare queste conversazioni a livello locale raggiungendo diversi tipi di pubblico e proponendo un modo molto semplice di comunicare

Recentemente lei ha scritto: ”Siamo a un bivio”. E lo ha dimostrato anche attraverso la visualizzazione dei dati con le strisce. Che cosa intende?
Dobbiamo fare delle scelte. Siccome siamo noi a causare i cambiamenti climatici, le nostre azioni possono fare la differenza in ciò che accadrà dopo. Quindi sì, siamo a un bivio. Possiamo scegliere di percorrere la strada della riduzione immediata e su larga scala delle nostre emissioni, arrivare più rapidamente allo ‘zero netto’, e finire in un mondo in cui le conseguenze sono minori. Oppure possiamo scegliere di fare alcuni piccoli cambiamenti che richiedono più tempo e finire in un mondo più caldo. Oppure possiamo girarci dall’altra parte e continuare a bruciare combustibili fossili. Gli scienziati hanno fornito informazioni sulle conseguenze di tutte queste diverse scelte, e le hanno presentate al pubblico e ai politici. Ora decidere quale strada prendere è una scelta collettiva.

Come si sta concludendo la Cop26 di Glasgow?
Penso che si stiano dando molte informazioni su promesse e impegni-. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono politiche concrete e e piani attuati in ogni paese per ridurre le emissioni. Le promesse sono già state fatte e non mantenute. Per esempio quella sulla deforestazione. Poi le nazioni ricche hanno promesso di stanziare 100 miliardi di dollari in finanziamenti per il clima, e abbiamo tradito anche quella promessa. C’è una mancanza di fiducia, credo, e abbiamo bisogno di ristabilire quella fiducia dimostrando che faremo ciò che diciamo. Più velocemente vedremo queste azioni implementate, più crescerà la fiducia, e più diminuiranno le conseguenze climatiche negative.

Quali sarebbero, dal punto di vista scientifico, le cose principali su cui i governi devono accordarsi e agire il prima possibile?
La scienza è molto chiara. Se i politici vogliono limitare l’aumento della temperatura globale e meno di due gradi, oppure 1,5 gradi, allora dobbiamo più o meno dimezzare le emissioni entro il 2030 e raggiungere lo ‘zero netto’ intorno al 2050. Serve un’azione molto rapida nel prossimo decennio per iniziare a diminuire le emissioni, perché se continuiamo a emettere avremo superato i limiti del budget di carbonio. E andremmo oltre quelle soglie. Quindi dobbiamo iniziare subito, e poi continuare in maniera costante.

Questo perché le emissioni sono cumulative. Può spiegare cosa significa?
Sì, le emissioni di anidride carbonica sono cumulative. Quello che pompiamo nell’atmosfera rimarrà lì per secoli. Altri gas serra sono un po’ diversi. Il metano, per esempio, ha una vita molto più breve. E così, riducendo le emissioni di metano, ne ridurremmo effettivamente la concentrazione nell’atmosfera. Ma per l’anidride carbonica ogni quantità che aggiungiamo rimarrà lassù. E così la concentrazione continuerà a salire fino al punto in cui non ne emetteremo più. Quindi, il riscaldamento dovuto alle nostre emissioni di anidride carbonica è permanente, a meno che non possiamo estrarla di nuovo dall’atmosfera.

Perciò il tempo è davvero molto importante.
Moltissimo. Ridurre le emissioni rapidamente chiude o rallenta il ‘rubinetto’ dell’anidride carbonica nell’atmosfera.

Come si possono superare i problemi di comunicazione scientifica al pubblico?
Credo che sia utile il processo dell’IPCC perché riunisce autori scientifici di tutto il mondo. Passiamo anni a setacciare le prove e a riunirci per scrivere le conclusioni di consenso che vengono riviste da migliaia di altri scienziati in modo aperto. Lo ritengo un processo molto utile per costruire la fiducia. Poi penso che parlare della storia della scienza aiuti. Ci sono famosi scienziati del passato, come Fourier, Foote, Tyndall, Archenius, Callendar e tanto altri che hanno lavorato su questi problemi ben prima di qualsiasi grande movimento ambientalista. E infine c’è una scienza fondamentale di base, penso che siano tutti aspetti molto utili da sottolineare quando parliamo al pubblico.


Sergio Rossi – Chi deve pagare la transizione green

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Il nucleare, energia del futuro?

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Da consumatore e da utilizzatore di veicoli, di forni e di lampadine, e pur con il distacco che mi viene dall’anagrafe inclemente e dal conseguente minimo prezzo che forzatamente pagherò per talune scelte, considero con una certa inquietudine la questione dell’approvvigionamento energetico.

Con una coralità assai sospetta, i costruttori di veicoli passano armi e bagagli alla trazione elettrica, dopo decenni di disinteresse e di sprezzatura; un cambio di paradigma automobilistico che ci verrà imposto progressivamente, per mancanza di offerta alternativa. Accanto a questo, nessuno più parla dei motori ad idrogeno, che non solo non consumano elettricità e non inquinano, ma producono come scarto…acqua distillata; ricordo bene che Beppe Grillo, quando ancora era…se stesso, dal palco ci aveva ben mostrato quanto promettente fosse questa modalità. A voler pensar male, sembra che il tentativo dei produttori sia quello di cavalcare la trazione elettrica per rinnovare il parco veicoli mondiale a spese del consumatore e con il bel pretesto dell’ambiente e dell’ecologia. Arriveranno anche all’idrogeno, quando a loro servirà arrivarci.

Che poi i veicoli elettrici siano maledettamente energivori non lo si dice, o lo si dice troppo poco; energivori nell’esercizio, ma soprattutto nella costruzione, per non parlare del fatto che anche questi veicoli inquinano, o dei costi sociali e ambientali che essi generano. Insomma, il veicolo elettrico rischia di essere – oltre a una mossa industriale piuttosto cinica – una mera illusione ottica e, a termine, uno straordinario rischio socio-ambientale.

Arrivati a questo punto, e fermo restando che il risparmio è una pia illusione, che eolico e solare sono marginali e che si moltiplicano i fattori di consumo di elettricità (basti pensare, per fare un solo esempio, ai consumi stratosferici del mondo algoritmico blockchain e cripto), non può stupire che Macron abbia dovuto togliere dal cassetto l’energia nucleare, che in effetti rischia di essere l’unica possibilità di generare elettricità a buon mercato, senza il pericolo di ricatti internazionali, e relativamente pulita; anche da queste parti qualcuno osa parlarne con enorme prudenza e con cattiva coscienza, il mainstream essendo ben altro e una (ri)elezione sempre in agguato. Ho però l’impressione che, se si continua a spingere sul pedale dell’elettricità, sarà vitale porsi il problema di sapere se possiamo permetterci di rinunciare a questa fonte di energia. In questo contesto, la questione della sicurezza sarà essenziale, gli standard attuali di costruzione degli impianti essendo ben diversi da quelli applicati al momento dell’edificazione delle nostre centrali (1965/69 la prima – Beznau I – e 1974/84 l’ultima – Leibstadt). Un tema che dovrà essere esaminato con mente fredda e aperta, senza inutili emotività e senza fare paragoni improponibili con realtà non paragonabili e con eventi non replicabili in Svizzera.

Nell’immagine: si calcola che fino a 40’000 bambini in Africa lavorino in miniere artigianali in condizioni estremamente pericolose per l’estrazione di minerali di cobalto


COP26. Promesse da marinaio?

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La maledizione della ricchezza

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Gli analisti dello studio di consulenza McKinsey hanno calcolato che il 69 per cento della popolazione in povertà estrema vive in nazioni in cui il petrolio, il gas e i minerali svolgono un ruolo fondamentale nell’economia, ma nonostante questo negli stessi paesi il reddito medio è notevolmente inferiore alla media globale. È già di per sé un dato sconcertante.

Secondo la Banca mondiale, la proporzione della popolazione in povertà assoluta, calcolata in base alle persone che vivono con 1,25 dollari al giorno e corretta in base a ciò che quella misera somma permette di comprare in ogni nazione, è del 68 percento in Nigeria e del 43 per cento in Angola, rispettivamente il primo e il secondo produttore africano di petrolio e gas. Nello Zambia e in Congo, il cui confine condiviso taglia in due la Copper belt africana (la famosa regione mineraria), il tasso di povertà estrema è rispettivamente del 75 e dell’88 per cento.

L’Africa rappresenta il 13 per cento della popolazione mondiale e solo il 2 per cento del prodotto interno lordo cumulativo, ma è depositaria del 15 per cento delle riserve di petrolio greggio del pianeta, del 40 per cento dell’oro e dell’80 per cento del platino. In Africa si trovano le miniere di diamanti più ricche, oltre a depositi importanti di uranio, rame, minerale di ferro, bauxite (il minerale usato per produrre l’alluminio). Il Congo è la sede di alcuni dei depositi più ricchi del pianeta dei minerali essenziali per la produzione delle batterie dei telefonini.

L’Africa è il continente che risulta più povero al mondo, ma è anche il più ricco. Ricchezza di risorse = povertà. Questa è l’assurdità.

Le esportazioni di combustibile e minerali dall’Africa valgono più di 350 miliardi di dollari, più di sette volte gli aiuti che viaggiano nella direzione opposta (e questo prima ancora di considerare le enormi somme sottratte al continente dalla corruzione e dalle frodi fiscali).

Potremmo individuare almeno tre motivi per questa situazione.

1) un saccheggio modernizzato: se un tempo ci volevano le armi per espropriare gli abitanti dell’Africa delle loro risorse, oggi ci sono eserciti di avvocati che rappresentano compagnie petrolifere e minerarie con introiti annuali dell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari a imporre la loro avidità ai governi africani e a usare la frode fiscale per estorcere profitti.

2) una distorsione economica, a causa dell’afflusso di dollari dovuto all’esportazione. Gli Stati si limitano ad autorizzare società straniere, ricevono quindi dei redditi che sono considerati delle “rendite”, una riserva di ricchezza a disposizione di chi controlla lo Stato. Quanto basta per non produrre una gestione oculata delle risorse e per produrre cose spiacevoli.

3) una sottrazione di proprietà e potere: le risorse naturali del continente confluiscono in un mercato globale i cui prezzi vengono fissati dagli operatori Londra, New York, Hong Kong e non certo a favore della popolazione africana. Il risultato è che i redditi provenienti dalle risorse naturali concentrano la ricchezza e il potere nelle mani di pochi. Al posto dei vecchi imperi coloniali ci sono reti nascoste di multinazionali e altri potentati che assommano potere statale e aziendale.

Le conseguenze di questa situazione sono in sostanza tre. Per cominciare, quella che è stata definita “una lotta per la sopravvivenza a livello più alto”; la sopravvivenza significa quindi aggiudicarsi da parte di pochi il patrimonio (così si spiega anche la successione dei colpi di Stato). Seconda conseguenza, quella che è stata definita da altri, un poco cinicamente, “un modo di votare con i loro piedi”, è cioè l’emigrazione verso altri paesi, in particolare l’Europa. Infine, quella del mancato riconoscimento di un diritto fondamentale da parte di tutti: “il diritto di non emigrare, cioè di essere in condizione di rimanere nella propria terra” (Papa Francesco!) L’Africa dal 1990 ha raddoppiato la sua popolazione, da 640 milioni a 1,2miliardi, ed è un continente molto giovane. Si calcola che i cittadini africani subsahariani in Europa siano circa 850 mila, concentrati soprattutto in cinque paesi, Belgio, Spagna, Francia, Inghilterra, Portogallo. Il Fondo Monetario Internazionale (dato del 2016), prevede che entro il 2050 ben 34 milioni di africani si sposteranno nei paesi Ocse, 26 in Europa.

In conclusione: il problema non è la ricchezza, che esiste, e neppure la possibilità di reddito; il problema è il sistema politico-economico che alimentiamo, l’avidità e la rapacità per la ricchezza, la sua accumulazione o l’uso improprio della ricchezza e la sua mancata ridistribuzione. I problemi che crea l’immigrazione africana in Europa li hanno creati in massima parte l’Europa stessa con gli Stati Uniti (ora ci si mette anche la Cina) nello sfruttamento delle ricchezze africane o nel portare la guerra là dove, con il pretesto di voler esportare la democrazia, ci si voleva in realtà solo assicurare rendite di posizione sulle risorse naturali e dominio politico nel “gioco del mondo”.