Chissà se l’anno che verrà farà rima con responsabilità

Dopo la rioccupazione dell’ex-Macello e lo sgombero a sorpresa si torna ai comunicati dai toni piccati di chi, naturalmente, è senza colpa 

“Responsabilità” è una parola che riecheggia nuovamente nelle prese di posizione e nelle note- stampa che si sono susseguite nella giornata post-sgombero dell’Ex-Macello rioccupato, neanche per un giorno, dagli autogestiti.

Il senso di responsabilità è quello evocato già mercoledì sera dal sindaco Foletti in collegamento Skype con Teleticino e RSI, per dire che gli autogestiti ne erano naturalmente privi, occupando e diffondendo musica ad alto volume, nuocendo così gravemente alla salute dei pazienti del “vicino” Ospedale Italiano in un momento tanto grave come quello che tutti stiamo vivendo.

Dei veri irresponsabili, che, a dir la verità, hanno poi subito abbassato il volume, ma non hanno certo mollato sul fronte della (ri)occupazione del sedime (che è ancora loro per convenzione oppure no, per lo sfratto? Chi lo sa…). Insomma sono tornati a provocare, a mettere a dura prova la pazienza delle autorità.

Ma, con senso di responsabilità, il sindaco si è detto, come sempre, disponibile al dialogo, e ci mancherebbe, basta che gli autogestiti designino dei rappresentanti con cui parlare, santo cielo!

E a dire la verità, gli autogestiti qualche segnale in questo senso l’avevano dato, ed hanno pure trovato qualche intrepido politico disposto al confronto, come Mattea David del PS o il vicesindaco Roberto Badaracco, con cui si sono addirittura lanciati nello “scambio di recapiti telefonici”, per restare in contatto, visto l’impegno del municipale a non toccare nulla e a discutere poi l’indomani.

Sappiamo com’è andata: il Municipio (a maggioranza, un’altra volta!) delega ogni decisione operativa al sindaco, che in barba agli impegni assunti da Badaracco decide per lo sgombero, quasi all’ALBA (ironia della sorte, suona proprio come il nome dell’Associazione che rappresenta i molinari): ma si sa, per Foletti il Mattino porta consiglio e dunque la polizia fa irruzione, fuori tutti e giù dal tetto, non proprio con totale successo, con qualche resistente, ma infine ristabilendo l’ordine, per senso di responsabilità verso la cittadinanza.

Ah, ma a quanto pare tutto ciò avviene senza che lo sappia Badaracco, che rispedito a parlare con i molinari, si ritrova “sorpreso”: non era quello che si era stabilito, non gli avevano detto niente. Insomma, arriva lì, viene subissato di improperi da parte degli autogestiti che pensavano mantenesse la parola: “cornuto e mazziato”.

Di fatto, Badaracco è stato il primo a rilasciare una dichiarazione (di sorpresa, appunto) in merito all’accaduto. Il Municipio arriva qualche ora dopo, per ribadire non solo la legittimità del proprio intervento ma anche la propria disponibilità a restituire a chi ne ha fatto richiesta gli effetti personali finiti sotto le macerie. È per questo, si afferma, che si è mandato Badaracco il mattino a discutere (e a farsi seppellire di contumelie, potremmo aggiungere).

Poi arriva anche il comunicato della Lega, un vero capolavoro megafonato da par suo dal portale Liberatv.

Firmato dal gruppo leghista in Consiglio Comunale, sin dal titolo è un pesante attacco non tanto verso gli irresponsabili “brozzoni”, ma verso l’ancor più irresponsabile Tessa Prati, presidente PS dello stesso CC. La sua colpa? Essere andata in tv (a Teleticino, in collegamento) ed aver preso le distanze “a caldo”, dai fatti di maggio e dai successivi sviluppi. In quanto prima cittadina del Comune, avrebbe dovuto difendere una decisione che era stata votata democraticamente proprio dal consesso che presiede. Nessun accenno invece, alla discrepante versione sorpresa di Badaracco circa quanto accaduto poche ore prima.

Naturalmente nel comunicato della Lega non può mancare anche un accenno alla forte  implicazione, nel presente e futuro del sedime, di un’altra socialista, la Municipale Cristina Zanini Barzaghi e alla connivenza del fonte “rosso” (rossoanguria, dirà il Mattino) “con il manipolo di teppisti che credono di poter fare quello che vogliono in barba alle leggi e alle istituzioni”.

Insomma, si è già scesi, con quest’ultimo esempio, nel campo dello scontro politico fra partiti, al tiro incrociato pre-elettorale, in cui la Lega pare predisposta, forse per nervosismo, certamente per genetica focosità, ad accendere subito la miccia. Non sfuggirà infatti, almeno ai maligni, che ancora una volta la forza politica di maggioranza relativa in Municipio, nelle parole spari ai nemici “rossi”, e nei fatti metta in grave difficoltà il municipale lib-lab. Aspettiamo il “Mattino” per sentirne delle altre.

La giornata iniziata con lo sgombero non riesce insomma a sgombrare il campo da non pochi quesiti ed interrogativi, che in fondo si possono riassumere in una sorta di paradosso, di grande contraddizione: se infatti consideriamo la vicenda come lo scontro fra due fronti, quello istituzionale e quello “antagonista” e anarcoide dell’autogestione, verrebbe logico pensare che da una parte giungeranno un messaggio ed un comportamento chiari ed univoci, dall’altra un confuso rincorrersi di slogan di vario genere frutto delle numerose “correnti” interne al movimento.

E invece, qui sta il paradosso, l’autogestione (per sua natura) si esprime attraverso l’unanimità dei comunicati votati in assemblea, e quello è ciò che dicono e ciò che fanno ( condivisibile o meno non è qui questione). L’istituzione, ovvero il Municipio, ancora una volta, si esprime a dichiarazioni, smentite, correzioni di rotta, attacchi interni fra l’uno e l’altro, in uno spettacolo davvero desolante di gestione della “cosa pubblica”.

Certo, il tema dell’autogestione è un tema complesso, difficile da affrontare per la stessa natura sfuggente dei possibili (e sempre introvabili) interlocutori. Il dialogo, con un simile contraltare, è chiaramente complicato, perché di principio gli autogestiti non vogliono concessioni, ma piuttosto, per definizione, prendersi quel che ritengono gli sia dovuto. Un simile rigido approccio alla questione di un nuovo spazio di aggregazione da trovare, rischia di renderli sempre più staccati da quello che potrebbe essere un certo “consenso” e “supporto” di cui godono nella società civile, specie in quella parte che pretende e non trova nelle manifestazioni di colpevole goffaggine municipale una credibile proposta di funzionamento democratico.

Così tutto finisce tristemente per continuare ad essere una rincorsa al “chi ha cominciato” come neanche al parco giochi di via Lambertenghi. Fra i tanti desideri di questi giorni di festa, sotto l’albero e per l’anno nuovo, chissà se sarà esaudito quello di trovare nelle parti, a cominciare da chi è stato votato per rappresentare la cittadinanza in tutte le sue diverse componenti, una nuova maniera di intendere la parola “responsabilità”.


Perché lo fanno?

Dopo la rioccupazione dell’ex-Macello e lo sgombero a sorpresa si torna ai comunicati dai toni piccati di chi, naturalmente, è senza colpa 

Di Danilo Baratti, portavoce dei Verdi di Lugano

Prima di dare dei brozzoni perditempo a chi in queste ore e negli ultimi 25 anni ha portato avanti un’autogestione di questo tipo a Lugano è il caso di chiedersi: perché lo fanno? Non per soldi e nemmeno per la fama. Non per un’opportunità di carriera e nemmeno per proteggersi. Rimanessero a casa, conducessero una vita “normale”, non passerebbero di certo guai giudiziari, non rischierebbero bruciature agli occhi da spray urticante o lividi da percosse e proiettili di gomma. Nessuno li descriverebbe come degli scarti della società, persone reiette che non vogliono seguire le regole del vivere corretto, quelle regole che in momenti come questi vengono proposte come scritte nella pietra ma che – in verità – nel corso degli anni e dei secoli sono cambiate tante volte anche proprio grazie (o a causa) di persone che, come loro, hanno dissentito. Senza il dissenso oggi le donne non voterebbero, i neri dovrebbero sedere in posti separati sui bus, non avremmo nemmeno quello che pare essere l’ultimo baluardo della democrazia, ciò che lo strapotere del capitale ci ha lasciato: il diritto di voto.

Ieri le persone legate all’autogestione del Molino sono rientrate in ciò che rimane degli spazi dell’ex-Macello, spazi che per anni sono stati la loro casa. Da lì per 20 anni hanno dissentito, non solo attraverso la cultura ma anche con un discorso politico. Hanno fatto politica con idee che di certo non sempre sono state quelle della maggioranza, non di rado nemmeno le nostre. Hanno accolto chi viveva ai margini e ascoltato anche i “pazzi”. Ogni decisione presa è passata dall’assemblea di chi c’era, alla ricerca di una maggioranza condivisa, un po’ come fa il Consiglio Federale quando si riunisce a porte chiuse. Hanno fatto cultura e politica. Una politica che nel suo agire o pensare dissente da un sistema globale, una politica che di certo non è facile da accettare. La reazione della Città è stata quella di rifiuto. Rifiuto del dialogo ma, ancora peggio, rifiuto nell’accettare che un dissenso possa esistere e faccia parte del corpo stesso della società. Perché il dissenso, se ammesso, può prendere forme incontrollate, può portare a idee diverse e impreviste. Può obbligarci a cambiare idee, piani e strategie. E così, per 20 anni si è tacciato di brozzoni e figli di papà perditempo ciò che dall’autogestione usciva. Quando poi quella maggioranza dell’esecutivo, che per anni ha proclamato senza portare risultati, ha iniziato ad annaspare – con progetti che affondavano e senza una visione chiara per il futuro –, è stata colta l’occasione per esibire la forza fisica. Fanno così gli uomini che non sanno più come mantenere il potere con altri mezzi, mostrano i muscoli.

Ieri i molinari sono rientrati in quegli spazi. Sono rientrati in quei locali vetusti che loro avevano trasformato in casa aperta e che ora sono murati e isolati dal resto del mondo. Sono rimasti al freddo, senza luce né acqua, circondati. Perché lo hanno fatto? Forse perché è proprio da qui che un dialogo sarebbe potuto ripartire, senza i proiettili di gomma e lo spray al peperoncino. A modo loro, forse raffazzonato e di certo poco popolare, hanno dato questa opportunità alla Città. Sette mesi dopo lo sgombero e la parziale demolizione nel pieno della notte del CSOA in barba a tutte le regole (le stesse che paiono scritte nella pietra, secondo le autorità), sono rientrati non per soldi, né per gloria, né per finire in cella con gli ematomi di qualche botta presa prima di venir ammanettati. Forse sono rientrati perché dopo sette mesi di silenzio assordante da parte dell’esecutivo e scuse a dir poco imbarazzanti della magistratura per giustificare un piano pensato quasi fin nei dettagli ma andato storto, per riavviare un dialogo bisognava riportare il discorso là dove era rimasto. Un’avvisaglia di scambio c’è stata, ma la minoranza – nemmeno quella dell’esecutivo – non ha voce in capitolo. Non parliamo di quella del legislativo. La maggioranza del Municipio non ha mai portato soluzioni che presupponessero una reale possibilità di autogestione perché non ha mai voluto capire cosa sia l’autogestione. Ieri sera non ha colto l’opportunità di dialogo offerta, a modo suo, dall’autogestione stessa. Da questa autogestione. Non serviva la polizia in tenuta antisommossa e non servivano i proiettili di gomma. Non stavano facendo del male a nessuno. Bastava andare là, di persona, ammettendo a sé stessi che c’è chi la pensa diversamente e che il compito di chi governa è ascoltare anche loro.


Fortezza assediata

Dopo la rioccupazione dell’ex-Macello e lo sgombero a sorpresa si torna ai comunicati dai toni piccati di chi, naturalmente, è senza colpa 

Di , Linkiesta

Dopo l’arresto di Alexei Navalny, Mosca ha compiuto un’involuzione antidemocratica di sconvolgente rapidità. In pochi mesi votare, manifestare in piazza e protestare attraverso i media è diventato, da difficile che era, quasi impossibile. E chi sperava che, per decoro internazionale, il Cremlino non avrebbe superato certe red line è rimasto deluso.

«Vladimir Putin non ha nulla contro l’alternanza del governo, a condizione che non diventi un’idea fissa»: questa dichiarazione del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, pronunciata alla fine del settembre 2021, ha segnato la conclusione della trasformazione definitiva della Russia da un autoritarismo più o meno soft a una dittatura senza aggettivi.

Negli anni Dieci, l’economista Sergey Guriev, direttore degli studi economici a Sciences Po, aveva formulato per il regime di Putin e i suoi simili la definizione di “autoritarismo informativo”: un sistema che conserva i riti formali di una democrazia, cercando legittimazione in conferme elettorali il cui risultato viene garantito dal controllo ferreo del sistema mediatico e dalla creazione di narrazioni prima ancora che dalla repressione.

Le elezioni alla Duma del settembre 2021 hanno mostrato che, in una situazione in cui la realtà virtuale creata dalla propaganda essenzialmente televisiva non riesce più a garantire un consenso maggioritario, la ricerca di una legittimazione elettorale viene abbandonata.

I meccanismi di controllo del voto – come la presenza di osservatori internazionali e le videocamere nei seggi – sono stati smantellati, gli scrutatori indipendenti e i giornalisti sono stati cacciati, spesso con l’aiuto della polizia, e alle tecniche di brogli già collaudate si è aggiunto il voto elettronico, che ha assegnato la vittoria al partito governativo Russia Unita perfino nelle circoscrizioni più ribelli di Mosca e Pietroburgo. Ma il vero filtro è stato posizionato all’ingresso della competizione elettorale: praticamente tutti i candidati dell’opposizione liberale sono stati esclusi dalla corsa, o perché arrestati e/o incriminati, o semplicemente perché bollati come “estremisti”, in base alla nuova legge che priva del diritto a presentarsi alle elezioni chiunque abbia partecipato alle attività delle organizzazioni di Alexei Navalny, anche soltanto con una donazione o un repost sui social.

Perfino partiti abbastanza leali al Cremlino, come quello comunista, sono stati minacciati di repressioni, con la polizia che ha circondato la sede dove i legali del Pc stavano preparando i ricorsi contro le falsificazioni elettorali. La lista degli “agenti stranieri” stilata dal governo si allunga ogni settimana, mettendo all’indice intere testate e singoli reporter o attivisti, con numerosi giornali e siti costretti a chiudere e i giornalisti a emigrare.

Il Cremlino si è spinto fino a esercitare intimidazioni contro i giganti del web internazionali, costringendo Apple e Google a oscurare i canali di Navalny ed esigendo la censura su migliaia di pagine web, che andavano dalle rivelazioni sulla corruzione al vertice a quelle sui dati reali dell’epidemia di Covid in Russia. Nei mesi precedenti le manifestazioni in piazza sono state represse con una violenza senza precedenti, con decine di migliaia di arresti e centinaia di incriminazioni e condanne di vario grado di pesantezza.

In pochi mesi – sostanzialmente dall’arresto di Alexei Navalny al suo ritorno in patria dopo il tentativo di avvelenamento, il 17 gennaio 2021 – la Russia ha compiuto un’involuzione antidemocratica di una rapidità sconvolgente: in meno di un anno, votare, manifestare in piazza e protestare attraverso i media è diventato da difficile che era quasi impossibile. Una retromarcia brusca e brutale, che l’Occidente ha osservato costernato e impotente.

Con Navalny in carcere probabilmente fino a quando non cambia il regime, con i leader del suo movimento in esilio e con gli attivisti perseguitati e banditi dalla vita politica ufficiale, il percorso “classico” ipotizzato dalle opposizioni filoccidentali nei Paesi postsovietici – lotta contro la censura ed elezioni libere garantite dal sostegno della piazza – appare non più praticabile. Di fronte al rischio concreto di perdere il potere, o di doverlo condividere con una platea di “azionisti” più ampia rispetto all’attuale ristretta cerchia di fedelissimi, il regime non ha esitato ad abbandonare ogni parvenza di democrazia e ogni pretesa di comportamento civile.

Chi sperava che il Cremlino avesse delle red line che non avrebbe superato per non rischiare di uscire dal salotto buono internazionale per finire nel lager delle autocrazie, è rimasto deluso: il sogno di venire accolti dall’Occidente, a un certo punto quasi ossessivo, è stato accantonato. Putin – inteso sia come il presidente fisico sia come quell’entità collettiva che governa in suo nome – non ha avuto esitazioni a provocare e scandalizzare, facendo capire in diverse occasioni di non sentirsi più vincolato dalle regole occidentali della buona creanza: la minaccia di aggiungere alla lista degli “agenti stranieri” il Nobel per la pace Dmitry Muratov, «se violerà la legge russa e vorrà consapevolmente attirare l’attenzione» è un messaggio a Washington e Bruxelles. Perfino in epoca sovietica, la protezione dell’Occidente forniva spesso un salvacondotto a dissidenti e intellettuali, ma adesso sembra quasi che ogni apprezzamento estero non faccia che metterli ancora più a rischio.

Patti chiari e inimicizia lunga: perfino gli ambienti politici più tolleranti dell’Europa sembrano ormai aver archiviato ogni progetto di dialogo con il Cremlino, se non su dossier pratici come le forniture di gas, e senza troppe speranze in un compromesso. Per tanti versi, sembra di essere tornati a una guerra fredda simile a quella dei primi anni Ottanta, con la differenza che il comunismo sovietico rappresentava comunque un totalitarismo ideologico con un complesso equilibrio di poteri e interessi al suo interno, un protocollo di successione e una visione del futuro.

Quello di Putin è ormai un regime personalistico dove la corte prevale sul sistema – come testimoniano le nomine delle guardie del corpo del presidente a governatori e consiglieri – e la cui ideologia, con numerosi punti di contatto con quella del sovranismo europeo, è troppo fragile e arretrata per poter diventare un’alternativa all’invecchiamento strutturale, culturale e demografico della Russia.

L’obiettivo primario del Cremlino è ormai limitato alla sopravvivenza, come mostra il ciclo politico iniziato nel 2020 con la riscrittura della Costituzione per permettere a Putin di ricandidarsi per altri due mandati fino al 2036 e conclusosi con le elezioni alla Duma. L’alternanza al potere non solo ha smesso di essere una “idea fissa”, ma è stata di fatto abolita: alle élite sconvolte dalla cancellazione di ogni prospettiva di modernizzazione è stato proposto come premio di consolazione il progetto di estendere l’“azzeramento” dei mandati precedenti anche ai governatori e ai sindaci in carica, in cambio dell’aumento del potere di defenestrarli che è conferito al presidente.

Le scadenze elettorali diventano un rituale quasi superfluo, l’avvicendamento generazionale è congelato così come la mobilità sociale, e l’unico a poter decidere un cambiamento resta il presidente, che però si propone come garante dell’assenza dei cambiamenti in cambio della lealtà del sistema. Il contemporaneo aumento del 17 per cento delle spese per la polizia e i servizi nella Finanziaria 2022, insieme al drastico taglio delle voci per la sanità e il welfare, conclude la riformattazione del regime in una fortezza assediata, i cui occupanti non sanno e non vogliono proporre un cambiamento e si dedicano sostanzialmente all’autoconservazione.

Il nuovo equilibrio della paura è inevitabilmente precario, anche perché l’economia, la demografia, l’ecologia e la situazione internazionale non stanno giocando a favore del regime, ma è probabile che l’attesa per un mutamento del rapporto rischio-beneficio nell’andare contro il governo sia lunga. Nella classica triade di Albert Hirschman, l’opzione “Voice” è per il momento troppo pericolosa, l’opzione “Loyalty” ormai troppo poco remunerativa e la soluzione “Exit” impraticabile per la maggioranza, per quanto oggi più della metà degli under 24 russi dichiari di voler emigrare da un Paese che si aggrappa sempre di più al passato, nella paura di un futuro che si avvicina inesorabile.


Molinari, facili profezie

Dopo la rioccupazione dell’ex-Macello e lo sgombero a sorpresa si torna ai comunicati dai toni piccati di chi, naturalmente, è senza colpa 

L’ormai defunto ingegnere delle Forze aeree statunitensi Edward Murphy è assurto a celebrità planetaria non tanto per le sue opere e i suoi studi, ma per una frase riportata in una conferenza stampa detta a proposito di un test che stavano svolgendo, e che sistematicamente falliva: “Se ci sono due o più modi di fare una cosa e una di questi può condurre a una catastrofe, allora qualcuno lo farà in quel modo”. La frase fu poi riassunta e semplificata in “se qualcosa può andare storto, fatalmente succederà”, che è poi la sua acclamatissima legge, la Legge di Murphy, appunto.

Qualsiasi riferimento a quanto avvenuto negli ultimi mesi e sta ancora avvenendo a Lugano dalle parti di viale Cassarate non è casuale. In effetti non bisognava essere arguti vati (pure il mago Otelma una volta tanto ci sarebbe arrivato) per profetizzare quanto successo oggi e, se qualcosa non cambierà, inevitabilmente succederà ancora; bastava andare a rileggersi e tenere ben presente quanto dichiarato a più riprese dall’ex sindaco della città Giorgio Giudici, cui i molinari stavano cordialmente antipatici, e Giuliano Bignasca, il quale invece, forse perché gli ricordavano lui giovane protagonista di molte notti brave, guardava ai “brozzoni” con malcelata simpatia: mai scontrarsi frontalmente con gli autogestiti perché non si risolve niente, anzi. O, se proprio la memoria fallava, seguire quanto consigliato al Municipio dal Consiglio di Stato ticinese (leghisti compresi, si mormora) questa primavera: non sgomberate l’ex macello.

Già, perché bene o male finché l’ex macello esisteva, esisteva anche uno spazio di aggregazione giovanile tutto sommato sicuro ma soprattutto chiaro e ben definito, con cui si poteva se non dialogare per lo meno convivere; con il suo abbattimento tutto questo è venuto, letteralmente, a cadere, e al posto di un luogo che si poteva al limite anche ignorare appunto perché bene o male autogestito, è rimasto solo un cumulo di macerie, non solo fisiche, reali, ma anche etiche e politiche. E sulle macerie, checché ne dica Guccini, è assai difficile costruire, se non impossibile.

I fatti di ieri, ma anche quelli precedenti, lo dimostrano: i giovani scacciati sono ritornati, in barba al mantra recitato negli ultimi mesi dalla maggioranza del Municipio (“l’abbiamo demolito perché così non potranno più tornare”), e il problema dell’autogestione, anche quello della sicurezza dei giovani e della cittadinanza (secondo mantra municipale e della magistratura), non è per nulla risolto – anzi da quest’ultimo punto di vista la situazione è peggiorata assai, anche se in tarda serata le parti si erano accordate per una specie di tregua armata.

Il dialogo per di più, che nella notte a quanto ci era stato riferito non  era ancora completamente chiuso (in mattina, avrebbe dovuto recarsi sul posto il vicesindaco Badaracco accompagnato dalla consigliera comunale PS Mattea David, che ieri si è spesa molto in una faticosa opera di mediazione per cercare di tenere aperta questa finestra), si è bruscamente interrotto questa mattina con un nuovo intervento della polizia. Pare che la maggioranza del Municipio abbia dato mandato alla polizia e al sindaco di gestire la situazione (Ponzio Pilato non poteva fare di meglio), e questo è il risultato: parola data rimangiata, fiducia tra le parti pari a zero. Punto e a capo.

Indipendentemente da ciò, quello che si chiede adesso al Municipio è uno scatto di inventiva e immaginazione, un’azione politica decisa (in senso ideale questa volta, non fisico, è bene precisarlo) per risolvere l’impasse creatasi. Che cominci insomma per lo meno a pensare come e cosa costruire su quel cumulo di macerie reali e morali che lui stesso ha accatastato e lasciato in bella vista proprio nel cuore della nostra città.

Lo so, lo so, un’altra facile profezia…

P.S.: mi rimane un problema giuridico, che spero qualcuno possa aiutarmi a risolvere. Il Municipio, giusto per calmare gli animi, ha annunciato una denuncia contro gli autogestiti per violazione di domicilio. Tuttavia sul sedime dell’ex macello gli autogestiti, in forza di una convenzione firmata da loro, dalla Città e dal Governo ticinese, potevano starci, per lo meno finché un giudice non avesse deciso il contrario, cosa che non è manifestamente avvenuta. Lo sfratto e il conseguente e successivo sgombero parrebbe dunque essere giuridicamente nullo, visto che non è stato effettuato seguendo le normali e regolari procedure giuridiche (in fondo tra le righe lo attesta pure l’inchiesta effettuata dal pp Pagani). Di conseguenza la convenzione dovrebbe essere ancora in vigore, e il domicilio dei molinari essere dunque proprio il sedime loro assegnato, l’ex macello. È dunque possibile violare il proprio domicilio? Oppure è solo l’ennesimo paradosso di questa ormai surreale vicenda?


Benvenuti nel mondo del soft

Dopo la rioccupazione dell’ex-Macello e lo sgombero a sorpresa si torna ai comunicati dai toni piccati di chi, naturalmente, è senza colpa 

Siamo ancora qui a parlare di scarpe, scarpe vecchie (anzi: antiche), e al modo in cui i politici si occupano della cultura, calpestandola con le loro scarpe grosse.

In tempi come quello che stiamo vivendo, in cui è veramente difficile non accusare un certo disagio, magari sconforto, per un’altra fine d’anno in clausura, in quarantena, mascherati e silenti, un po’ nervosi e un po’ depressi, a rimuginar bocconi amari pre o post festivi, non si è certo troppo predisposti ad assecondare suadenti inviti a procedere “soft”, con leggerezza, a piccoli passi, in punta di piedi. Anche perché quest’anno di questioni che ancora bruciano, dalle nostre parti, ce ne sono non poche, e ci vorrebbe in verità ben altro che un tampone (soft, anche lui) per farsene una ragione.

A tamponare sta provvedendo da tempo ormai non solo lo splendido personale paramedico di centri sanitari e farmacie, ma sul piano delle decisioni politiche, in prima fila, come un sol uomo, il Municipio di Lugano, che fa, disfa e poi rattoppa come può, non senza malcelato fastidio, su scelte e decisioni che non di rado paiono stravaganti, incomprensibili, indigeribili.

In quest’ultima categoria, inutile sottolinearlo, continua a crepitare, come brace sotto la cenere di un decreto d’abbandono, e a ravvivarsi in fiamme e fuoco com’è capitato ieri sera, la vicenda dell’ex-Macello, sepolcro imbiancato di una gestione del “caso autogestione” che si camuffa alla bell’e meglio da claudicante malinteso; in attesa di una seria verifica e di una presa di posizione della Sezione Enti Locali, siano intanto tutti invitati a voltar pagina, volgendo lo sguardo alla piazza brulicante di finti chalet natalizi in bella schiera accanto all’alberone che si innalza verso l’infinito e oltre, là verso il ginocchio della costellazione dei gemelli, dove brilla Borrastar, la stella di nome Marco, “comprata” dal Municipio per le feste.

Per la cronaca e per la precisione, il cielo non è (ancora) in vendita anche se molte organizzazioni offrono stelle a prezzi stracciati. Solo l’Unione Astronomica Internazionale può attribuire il nome ad una stella, a patto che il nome sia quello di chi l’ha scoperta. Ma amen, sono dettagli; l’importante è costellare la città di cartelloni che augurano Buone Feste in nome della stella chiamata Marco, da contemplare possibilmente ascoltando “In ginocchio da te”.

Allo scomparso Sindaco, evocato in qualsiasi circostanza anche e soprattutto post mortem come artefice di ogni benemerita iniziativa ed ogni complicata decisione (Macello compreso) si sono già attribuite pressoché tutte le virtù cardinali, in attesa di intitolargli non solo il primo premio della Stralugano, ma anche almeno una piazza, poi il nuovo stadio e magari un giorno anche il lago, chissà, non ci sono limiti alla fantasia dei politicanti.  Ad un certo punto, detto sottovoce, in modo molto soft, varrebbe poi anche la pena di lasciarlo finalmente in santa pace, per rispetto, vero e profondo, nei confronti della sua memoria. Ma è ancora troppo presto, a quanto pare, poiché intanto la sua stella ancora illumina pensieri, parole e fatti del Municipio.

Quelli, ad esempio, che hanno portato alla decisione di trasformare la bella e prestigiosa Villa Heleneum di Castagnola in “Museo della scarpa”, affidandone la gestione alla Fondazione Bally, che vi trasferirà, dal canton Soletta (dove languiva da anni, prima di essere chiuso), non solo la propria collezione storica di calzature ma anche uffici e sale di rappresentanza (si vede che gli impiegati amano la vista lago e i locali prestigiosi, la sede attuale all’USI non essendo degna del loro genio creativo).

Ne abbiamo già parlato sulla nostra zattera, la scorsa estate, quando la notizia era trapelata, non senza suscitare sorpresa e perplessità. Ci ritorniamo sulla scorta di due nuovi eventi. Anzitutto le schermaglie politiche, in Consiglio Comunale, fra interrogazioni ed interpellanze inoltrate da un gruppo socialista capeggiato da Aurelio Sargenti ed il capo dicastero Cultura Roberto Badaracco, finite martedì in “cronaca” sulla “Regione” con un’ intervista incrociata che pare non appianare proprio nulla nel contrasto fra chi, come fa Sargenti legittimamente, chiede come sia possibile destinare una sede museale cittadina, pubblica, tanto pregiata, ad una simile utilizzazione, e dall’altra il Municipale, che parla di “accanimento” contro una scelta che egli ritiene ponderata, oltre che dotata della superiore legittimazione derivante dall’imprimatur del defunto Sindaco.

A chi proprio ne avesse tempo e voglia, si potrebbe suggerire di andare nel sito della Città e leggersi i verbali delle sedute del Consiglio Comunale per intuire che ancora una volta non ci si trova di fronte ad una decisione chiara e chiaramente condivisa, tutt’altro. Di fronte alle domande, il Municipio dice che la decisione è di sua sola competenza e che il legislativo non ha nulla da dire sul tema, “e più non dimandare”; insomma, una specie di sfoggio di dignità offesa, appunto quando non si hanno risposte decenti da dare. L’edificio non è in locazione (ma, pare di capire, in comodato d’uso; quindi, gratis?), e anche se lo fosse – notare la logica dell’argomentazione – il canone sarebbe inferiore a 250’000 franchi l’anno, quindi fuori dalla competenza del CC; il vincolo museale dell’edificio sarebbe rispettato, anche se le scarpe sarebbero esposte in una parte minima dell’edificio, per il resto occupato da uffici privati e da sale di rappresentanza. Sembrerebbe di sognare, se non fossimo a Lugano, che in cultura e altrove ci ha abituati al peggio, alla disinformazione e all’improvvisazione.

E poi: se si pensa, solo così per dire, che il progetto alternativo bocciato, quello di collocare a Villa Heleneum una prestigiosa collezione di arte orientale, era sostenuto da un centinaio di firme “eccellenti” fra cui Mario Botta, Sergio Ermotti, Marco Solari, Giampiero Casagrande, ecco che viene da chiedersi come sia poi possibile giustificare la soluzione calzaturiera in base alle “competenze interne all’amministrazione, e in particolare delle Divisioni Cultura (uffici istituzioni, patrimonio e sviluppo) e Gestione e Manutenzione.” (si veda la “Risposta all’interpellanza n.1240). Peraltro, nulla si sa dei progetti alternativi, ben chiusi nei cassetti del Municipio.

Insomma, pareri esterni non servono, sono inutili sassolini nelle scarpe, bastano quelli interni di Gestione e Manutenzione. Ma non si sta parlando di un progetto di “politica culturale” della città, dell’occupazione privata di una sede museale pubblica? Ah, ma già, anche il referente del Museo delle Culture Francesco Paolo Campione sarà stato interpellato. Sì, certo, ma poche settimane prima, alla Rete Due, aveva rivelato come la soluzione ideale fosse quella della collezione di arte orientale: non l’avranno avvertito, nel regno delle comunicazioni claudicanti va così.

Un ennesimo pasticcio? Vedremo, perché qui il convitato di pietra si manifesterà ben presto, anzi si è già manifestato, in modo anche piuttosto inquietante. Stiamo parlando del “Lifestyle Tech Competence Center”, roboante insegna sotto la quale accampano (in rete, naturalmente) aziende private ed istituzioni come USI e SUPSI, sotto la guida esperta del presidente Carlo Terreni, co-fondatore di Netcomm Suisse, agenzia specializzata in e-commerce (del fashion, ovviamente, scarpe comprese).

Terreni, per intenderci, è colui che nell’annuncio funebre che ha voluto pubblicare per la scomparsa di Marco Borradori ha pensato bene di fare un proprio comunicato promozionale scrivendo fra l’altro “Caro Marco, (…)  negli anni hai sostenuto l’Associazione NetComm Suisse e hai contribuito attivamente a creare il polo di ricerca e sviluppo LifestyleTech Competence Center credendo nel rilancio di Lugano e del Ticino attraverso l’innovazione, la tecnologia e le collaborazioni internazionali.  Molti dei successi ottenuti in questi anni dalla nostra Associazione, sono il frutto diretto della tua grande disponibilità «la parola giusta al momento giusto» e della tua determinazione nel sostenere progetti che reputavi importanti per il rilancio della nostra Città. Completeremo i progetti che insieme abbiamo avviato, ricordandoti con riconoscenza e affetto.”

Beh, adesso sappiamo che quel comune progetto, tanto voluto e sostenuto dal compianto Sindaco, s’ha da fare, sarà redditizio persino, per la filiera della tomaia fashion e dell’e-commerce, in barba pure alle preoccupazioni dei commercianti del centro cittadino e al recente e fragoroso tramonto della locale fashion valley.

Ma per quest’ultimo aspetto, ecco che arriva la “sorpresa soft”, il secondo motivo per cui tutto torna d’attualità, o forse tutto torna, e basta. In punta di piedi, senza presentazioni, lo scorso novembre, in Via Nassa ha aperto un grande negozio Bally. Ne ha dato notizia il “Corriere del Ticino” con un redazionale che, prevedibilmente, si presenta come un comunicato stampa promozionale: già dal titolo (“Con un ‘soft opening’ Bally sbarca in via Nassa”) è tutto uno sdilinquirsi sul nuovo punto vendita della grande azienda calzaturiera svizzera con sede a Caslano. Insomma, in punta di piedi, una vetrina per le scarpe nuove in centro; con un colpo di tacco, un’altra (denominata pomposamente museo) per quelle vecchie a Castagnola.

Tutta la storia puzza parecchio, e non solo di piedi; pare quindi un atto dovuto che gli Enti Locali (sì, gli stessi che dovrebbero dare un’occhiata alla questione dell’ex Macello), dietro segnalazione – l’ha annunciata Sargenti – o d’ufficio, esaminino la questione con cura, in particolare sotto il profilo dell’utilizzo corretto di beni pubblici di importanza culturale.


Una città trattata coi piedi

Dopo la rioccupazione dell’ex-Macello e lo sgombero a sorpresa si torna ai comunicati dai toni piccati di chi, naturalmente, è senza colpa 


Immacolata Iglio Rezzonico – Vita da bunker

Dopo la rioccupazione dell’ex-Macello e lo sgombero a sorpresa si torna ai comunicati dai toni piccati di chi, naturalmente, è senza colpa 


Le nuove fragilità

Dopo la rioccupazione dell’ex-Macello e lo sgombero a sorpresa si torna ai comunicati dai toni piccati di chi, naturalmente, è senza colpa 

Di Farah Nayeri, Linkiesta.it

Come sostengono il Premio Nobel Joseph Stiglitz e il deputato francese Hervé Berville, la pandemia ha alterato l’economia globale e ha messo in dubbio il modello economico che è stato applicato finora

La pandemia di coronavirus ha aggravato la differenza tra chi ha e chi non ha e ha posto severamente in dubbio il capitalismo: questa è la conclusione alla quale sono arrivati Joseph Stiglitz e Hervé Berville, due economisti che hanno parlato quest’anno all’Athens Democracy Forum, un evento annuale che si tiene in collaborazione con il New York Times.

Stiglitz – vincitore nel 2001 del Premio Nobel per l’Economia, ex chief economist presso la Banca mondiale e professore alla Columbia University – ha detto in un’intervista che ha preceduto la conferenza che il settore privato si è dimostrato incapace di rispondere da solo alla sfida sanitaria globale e che i governi hanno un grande ruolo da giocare.

Berville – deputato francese del partito centrista guidato dal presidente Emmanuel Macron e autore nel 2018 di un report sul modo di riformare le politiche di aiuto allo sviluppo della Francia – ha detto in un’altra conversazione che i Paesi ricchi hanno speso miliardi per sé e hanno fatto poco per aiutare i Paesi che ne avevano più bisogno.

Questa intervista a Joseph Stiglitz è stata editata e condensata. 

Professor Stiglitz, lei pensa che la pandemia lastricherà la strada verso un capitalismo con più consapevolezza sociale?
Sì, decisamente, e per diversi motivi. Abbiamo visto che, come nella crisi finanziaria del 2008, i mercati non sono così “buoni” come pensavamo. Non sono stati resilienti. Non hanno saputo fornire mascherine per il viso, equipaggiamenti protettivi e prodotti complicati di questo tipo. Abbiamo avuto interruzioni dal lato dell’offerta. La visione secondo cui i mercati possono risolvere tutti i problemi si è indebolita. Riconosciamo che in questo momento di crisi ci rivolgiamo ai governi per aiutarci ad affrontare la macroeconomia e le fragilità economiche ma anche a proteggerci in termini di salute pubblica. E non ci rivolgeremo al settore privato neanche in occasione della prossima pandemia. Quello di cui abbiamo veramente bisogno è un settore pubblico più forte.

In che modo il capitalismo, come sistema e come modello di vita, è stato messo in dubbio?
La pandemia ha messo in piena luce alcuni degli aspetti crudi del nostro capitalismo: le disuguaglianze. Ha mostrato la forza del settore privato che è stato capace di produrre i vaccini così rapidamente, ma anche le debolezze. Le aziende non sono ancora capaci di produrre abbastanza vaccini per proteggere il resto del mondo e saremo colpiti da un’altra ondata, potenzialmente proveniente da qualche Paese in via di sviluppo dove il virus non è stato posto sotto controllo.

Lei sottolinea, nei suoi libri e nei suoi discorsi, che i mercati non prestano attenzione alla giustizia sociale e alla distribuzione del reddito. Eppure il capitalismo è costruito sulla nozione di liberi mercati. Come possiamo modificare le cose?

Attraverso la politica e attraverso un cambio nelle norme sociali. Mi lasci fare un paio di esempi. Questo tipo di consapevolezza ha condotto una grande maggioranza delle persone che partecipano alla Business Roundtable (un’associazione di chief executives delle principali aziende americane, ndr) a sostenere uno spostamento dal capitalismo degli azionisti a un capitalismo degli stakeholder. Anche se non tutte queste persone ci credono veramente nel profondo del loro cuore, questo cambiamento, nel modo in cui lo immaginano, avrà effetti a lungo termine. Sono stato a incontri in cui l’amministratore delegato di una grande azienda ha detto: «Non mi ero reso conto quanto male pagassimo i nostri lavoratori e che una larga parte di loro non ricevesse un salario che gli permettesse di vivere. E, quando l’ho capito, ho cambiato le cose». Prima il suo scrupolo di coscienza era rendere minimi i costi del lavoro. Ora il suo scrupolo di coscienza è più del tipo: «Che modello di impresa vogliamo avere?».

Che tipo di misure dovrebbero introdurre i governi?
Il primo impegno dev’essere accertarsi che chiunque possa lavorare e abbia la volontà di farlo ottenga un lavoro. Questo è il primo dei nostri fallimenti e dobbiamo correggerlo. Nel corso dei prossimi trent’anni abbiamo un’enorme quantità di lavoro da fare per operare la transizione verde, per assicurarci che ciascuno riceva un’istruzione adeguata, che ci siano infrastrutture decenti e così via.

Che cosa ne pensa di un reddito basico universale?
Al di là di tutte le altre cose che dobbiamo fare, credo che dobbiamo comunque concentrarci sul modo in cui spendiamo soldi e su quali possano essere le nostre erogazioni in denaro a sostegno di chi non può lavorare ed è quindi più bisognoso di tutti. Se avessimo più fondi sarebbe differente, ma ora non vedo questa possibilità. Abbiamo molte altre necessità.

Questa intervista a Hervé Berville è stata editata e condensata. 

In che modo la pandemia ha allargato il gap tra l’Occidente e le economie emergenti?
La pandemia ha rivelato a un grado parossistico le disuguaglianze. Abbiamo visto che i Paesi dell’Europa e del Nord America sono stati capaci di fare miliardi e miliardi di debito per introdurre ampi recovery plan. Eppure siamo stati incapaci di trovare soluzioni per i Paesi con economie emergenti. Abbiamo dovuto imporre una moratoria sul loro debito ed essi non hanno avuto accesso ai mercati finanziari – quando erano i più bisognosi di aiuto. Solo il 2 per cento degli abitanti di quei Paesi sono vaccinati, mentre l’Europa ha tassi di vaccinazione dell’80 per cento e discutiamo sulla distribuzione della terza dose. Il sistema capitalista oggi non sta correggendo i disequilibri e, anzi, li sta aumentando.

In realtà, però, la globalizzazione e i liberi mercati hanno consentito di ridurre la povertà nel mondo a livelli che non erano mai stati così bassi.
È vero che milioni, se non miliardi, di persone sono state sottratte alla povertà. La domanda ora è come ridurre e addirittura eliminare le residue sacche di povertà. È inaccettabile che nello stesso momento in cui i miliardari hanno raggiunto livelli di ricchezza senza precedenti, ci debbano essere ancora persone senza accesso al cibo e a un’assistenza sanitaria minima. Non è sufficiente rendere disponibili in quei Paesi beni e servizi: devono anche essere resi accessibili. Se un centro di assistenza sanitaria fa pagare le prestazioni massimo un euro, c’è comunque una disuguaglianza di accesso qualora le persone non possano raggiungere quel centro di assistenza sanitaria. Dobbiamo quindi lavorare sulle infrastrutture e sulla mobilità sociale e geografica.

In che modo il capitalismo ha contribuito alle profonde disuguaglianze tra l’Occidente e il resto del mondo?
C’è stato un consistente ridimensionamento del ruolo dei governi e dei servizi pubblici e una spinta verso tassazioni minime. Una corsa verso il basso. Se imponevano una tassazione più bassa, i Paesi erano visti come più virtuosi e più attraenti per le multinazionali e per gli investitori stranieri. Ora ci rendiamo conto che questo è stato un errore politico ed economico e che le vittime di tutto ciò sono state le popolazioni più povere. C’è stato un investimento insufficiente nel capitale umano. E non abbiamo prestato abbastanza attenzione neppure alle conseguenze di ciò che stavamo facendo al “capitale naturale”.

Abbiamo dato per scontato che l’iniezione di capitale finanziario avrebbe aumentato il capitale umano e quello naturale di un Paese. E quindi c’è stata una cronica insufficienza degli investimenti in formazione, istruzione, sanità e protezione della biodiversità – da parte dei governi, ma anche da parte delle istituzioni internazionali. L’errore nelle strategie di sviluppo economico è stato dare per scontata la “taglia unica” e cioè che la stessa formula avrebbe funzionato allo stesso modo in Paesi completamente diversi.

Non possiamo rispondere alle sfide comuni globali – la questione dell’istruzione, quella sanitaria, quella del terrorismo – senza un’azione comune che coinvolga tutti i Paesi del mondo. Non possiamo affrontare temi come la povertà e la disuguaglianza tutti da soli nel nostro angolino. Così come non è possibile il socialismo in un solo Paese, non è possibile neppure il capitalismo riformato in un solo Paese. Nel 1945 abbiamo creato il Fondo monetario internazionale. Mi piacerebbe vedere la creazione di un Fondo di coesione internazionale.

Dobbiamo mettere il tema della solidarietà al centro della nostra economia di mercato.

©️2021 THE NEW YORK TIMES COMPANY E FARAH NAYERI


Andrea Pilotti – Donne e politica in Ticino (3)

Dopo la rioccupazione dell’ex-Macello e lo sgombero a sorpresa si torna ai comunicati dai toni piccati di chi, naturalmente, è senza colpa 

Andrea Pilotti, autore della ricerca “Le donne nella politica ticinese: quale profilo dell’elettrice, della candidata e dell’eletta?” (qui una sintesi) è responsabile di ricerca all’Institut d’études politiques (IEP) dell’Università di Losanna


Fine anno, la solita rassegna dei fatti

Dopo la rioccupazione dell’ex-Macello e lo sgombero a sorpresa si torna ai comunicati dai toni piccati di chi, naturalmente, è senza colpa 

Perché dei fatti e non delle idee? Con un anno in via di estinzione piovono di solito le rassegne dei fatti politici nazionali e cantonali capitati e ritenuti degni di rilievo. Dei fatti, non delle idee. Anche perché le idee non capitano, ma maturano, se ci sono ancora teste che pensano.

Perché non ci si chiede: quali sono le idee che hanno mosso quei fatti o che stanno dietro quei fatti? Anche perché a volte – non fosse che per un atto di disperazione o di mostruoso anacronismo rispetto a ciò che capita altrove o di ignoranza belluina rispetto a fior di indagini e di studi che dimostrano che quell’idea, già tradotta in pratica, è grossolanamente errata (come quello dello sgocciolamento della ricchezza dai ricchi sui poveri, riproposta nel Ticino) – capita infatti di chiedersi: ma dove si ispireranno i nostri politici, in particolar modo quelli ticinesi, seduti su scranni legislativi o esecutivi o su poltrone presidenziali di partiti, quando esprimono certe loro idee, critiche, proposte? Difficile rispondere. Cosa leggeranno? Alcune di quelle idee, poche, sono però ancora residui del distillato delle antiche ideologie di riferimento, divenute ormai uno scolorito apparato scenico che intristisce il teatrino politico. Proviamoci almeno con quelle.

C’è chi, ammettendo implicitamente una fastidiosa e anche controproducente incoerenza con ciò che dovrebbe implicare un termine “ideologico” attribuitosi da un secolo, ha preferito rinunciarvi (il riferimento “cristiano” del partito democristiano, ad esempio) e si è accucciato nel Centro. Anche se era già casa di qualcun altro. È difficile capire se ci sia stato qualcosa di onesto o sia solo prevalsa l’attesa di una diversa risurrezione (non quella cristiana) nelle elezioni dell’anno venturo.

C’è chi ha persistito nel duetto liberale-tratto-radicale, forse per incantare ancora con la gloriosa storia. Ma poi tutti ammettono sottovoce o alcuni si lamentano apertamente per quel radicale ormai scomparso anche dal boccascena. Ed è quindi in sovrappiù. Forse anche per la scomparsa degli ultimi grandi e coerenti “radicali” che contavano ancora e il sopraggiungere a piedi, perché il treno della storia è già passato, degli ultimi imperterriti neoliberisti, con le ricette dei bisnonni Hayek (fuori lo Stato dall’economia, salvo quando ci interessa) e Friedman (quello contro la responsabilità sociale dell’impresa e dell’ azionista da privilegiare sopra tutto) o del nipote Laffer (quelle della famosa curva in base alla quale i ricchi non vanno tassati più di quel tanto, anzi piuttosto sgravati, altrimenti se ne vanno e l’economia cade a pezzi) o del bitcoin, moneta libera e anti-istituzioni che strapazza quell’ufficiale e salverà così le finanze statali gonfiandole come le cascate del Niagara.

C’è chi già nella sua etichetta insiste sempre nel pretendersi di “centro, anche se poi l’ufficialità si definisce di destra. Di centro, luogo che quindi o non conosce o non esiste o essendo di fatto una non-scelta di centro è anche un non-luogo (è complicato, è vero) e mancando così di idee proprie e certe, deve sempre inventarsi qualcosa per situarsi, per tentare di toccar riva, di convincere dividendo (dall’immigrazione, alla piovra europea, alla perdita di sovranità, alla città nemica della campagna, all’illibertà pandemica) perché ritiene che solo così si troverà il teatrino della recita redditizia. L’aspetto un poco comico che sono anche altri partiti o movimenti o bertucciarsi dentro questo “centro” che rende, divenuto però luogo politico conteso e ormai troppo affollato. Intimorito vi si trova spesso a recitare anche il Consiglio federale. Senza recita a soggetto.

C’è poi chi è accusato di vivere timoroso o un poco rattrappito, di non saper attingere al formidabile patrimonio storico dei suoi principi, delle sue lotte, dei suoi strumenti politici e sociali, rianimandoli (oltretutto, grande beffa, sottrattigli spesso dagli altri, astuti, perché facevano comodo per salvarsi e continuare o anche per venderli come propri successi). Oppure di puntare solo sull’essere affidabile (contro chi lo ritiene sempre sovversivo o anche come risposta rassegnata alla perdita di consenso) e tentato di accentrarsi anch’esso come altri, tanto da perdere la vitale differenza, forse causa delle sue perdite. Forse sarà quello più impegnato, anche in fatto di idee o di risurrezione di idee, l’anno prossimo. Gli altri, anche scarsi di idee, sembrano vivere di rendita.