Una prima assoluta: il TPF condanna una banca svizzera

Sentenza senza precedenti del Tribunale penale federale: sanzionata la Falcon Private Bank per mancata vigilanza in un affare di riciclaggio 

Alla presenza di pochissimi giornalisti, questa settimana è andata in scena una prima nella storia giudiziaria elvetica: la condanna, da parte del Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona, di una banca. Il poco lusinghiero primato tocca alla zurighese Falcon Private Bank, riconosciuta colpevole di aver violato l’articolo 102 del codice penale. Ossia quella norma che permette di condannare un’impresa che non abbia saputo impedire reati quali il riciclaggio o la corruzione. La notizia della condanna di Falcon è stata sì data dalle agenzie e da alcuni organi di informazione, ma è passata in sordina al punto che non ha trovato spazio né sull’edizione cartacea del Corriere del Ticino né in quella de laRegione.

Eppure si tratta di un fatto che potremmo definire storico. Sono infatti passati 18 anni da quando, nel 2003, è stato introdotto nel codice penale l’articolo 102. A parte un caso marginale che riguardava Postfinance a Soletta, nessuna impresa era finora finita sul banco degli imputati in quanto persona giuridica. Attenzione: questo non vuol dire che l’articolo 102 non sia mai stato applicato. Negli ultimi anni, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha deciso di fare leva su questa norma, dotandosi addirittura di un’apposita struttura interna – il gruppo 102 – con lo scopo di coordinare le procedure contro le imprese. Qualche risultato è arrivato con la condanna di alcune multinazionali tra cui Alstom, Odebrecht, Gunvor e, proprio di recente, SBM Offshore. Tutte queste condanne sono state emesse tramite un decreto d’accusa, uno strumento pensato per risolvere casi minori e che, in queste vicende, è stato una sorta di accordo tra la Procura federale e l’impresa, con quest’ultima che ammette i fatti e accetta la sanzione evitando, al contempo, i rischi di un processo e un’eccessiva esposizione mediatica.

Il caso Falcon è quindi speciale. Per due ragioni. La prima perché, dopo imprese di ogni tipo, è il turno di una banca; la seconda perché per la prima volta l’accusa di violazione dell’articolo 102 ha dovuto passare lo scoglio del TPF. Dopo il processo tenutosi lo scorso mese di settembre vi era quindi grande attesa per la comunicazione della sentenza.

Riassumendo, Falcon era finita sul banco degli imputati nell’ambito di un’inchiesta che ha portato in tribunale anche l’ex Ceo, Eduardo Leemann. Quest’ultimo era accusato di aver trasferito 133 milioni di euro su conti svizzeri e esteri allo scopo di nasconderne la provenienza. Fondi che erano di proprietà di Khadem al-Qubaisi, il rappresentante del proprietario della banca, cioè Aabar Luxembourg, la filiale lussemburghese del fondo sovrano dell’Emirato di Abu Dhabi. Per l’MPC questi soldi erano d’origine illecita perché originati da un’amministrazione infedele commessa da al-Qubaisi in relazione a delle transazioni sui titoli della banca italiana Unicredit. Falcon, il cui cda è stato presieduto proprio da al-Qubaisi, era quindi accusata di non avere garantito un’adeguata separazione delle funzioni, di non avere una compliance indipendente ed efficace nel monitorare delle relazioni ad alto rischio. Una carente organizzazione d’impresa, insomma, che ha reso possibile il riciclaggio di denaro.

I giudici hanno accolto a metà le accuse della Procura federale. Da un lato, l’ex CEO è stato assolto in quanto non si è potuto dimostrare che avesse conoscenza dell’amministrazione infedele commessa da al-Qubaisi; dall’altro l’accusa nei confronti della banca è stata totalmente confermata. I giudici hanno convalidato il reato di riciclaggio commesso nell’impresa, in questo caso da al-Qubaisi che occupava una posizione di organo nella banca. Per questo Falcon è stata condannata ad una multa di 3,5 milioni di franchi (il massimo è di 5 milioni) e ad un risarcimento di 7 milioni.

Tralasciando l’assoluzione di Eduardo Leemann, per l’MPC la decisione di ieri è senza dubbio positiva. L’articolo 102 del codice penale sul quale ha fondato la propria strategia nel perseguimento delle imprese sospettate di riciclaggio e corruzione ha retto allo scoglio dei giudici. Una buona notizia anche perché sono diverse le inchieste tuttora in corso contro delle banche svizzere a riprova che il settore in questi anni non ha certo brillato a livello reputazionale. BSI, PKB, J. Safra Sarasin, Lombard Odier & Cie, Cramer e Pictet: questi sono i nomi degli istituti attualmente sotto indagine. Un altro, Credit Suisse, sarà il prossimo a misurarsi in tribunale: la seconda banca svizzera è attesa a Bellinzona il prossimo febbraio per il suo coinvolgimento nel caso del re bulgaro della cocaina Evelin Banev.


Lei che vive nella paura, e l’aggressore in libertà

Sentenza senza precedenti del Tribunale penale federale: sanzionata la Falcon Private Bank per mancata vigilanza in un affare di riciclaggio 

La brutale aggressione di pochi giorni fa all’autosilo Balestra di Lugano ha suscitato giustamente indignazione e sconcerto in molte persone. Come è possibile, si sono chiesti in molti, che una donna minacciata di morte, aggredita e che è riuscita a salvarsi grazie all’intervento di terzi, si ritrovi ora a dover vivere nella paura, in gabbia, mentre il suo aggressore è lasciato a piede libero? Purtroppo questo non è un caso isolato. È anzi ciò che normalmente succede in queste situazioni. Le donne minacciate e aggredite ancora oggi non ricevono il dovuto ascolto e la dovuta protezione. Nonostante le denunce, i colpevoli vengono lasciati liberi e possono continuare a terrorizzare, molestare e aggredire. Anche i provvedimenti restrittivi si rivelano purtroppo spesso illusori ed inefficaci, come dimostrato dal recente tentato femminicidio di Solduno.

La violenza maschile sulle donne è un fenomeno costantemente banalizzato, normalizzato e tollerato. La polizia interviene in Ticino 3 volte al giorno per casi di violenza domestica. Quasi una donna su due è confrontata in Svizzera a una qualche forma di violenza all’interno di una relazione di coppia. Ci chiediamo allora quante di noi oggi hanno paura? Quante non sono state ascoltate, credute, protette? E quante nuove vittime saranno necessarie prima che le autorità prendano coscienza della necessità di agire, subito e con strumenti realmente in grado di contrastare la violenza maschile?

Il piano d’azione cantonale presentato il 24 novembre non si è dimostrato all’altezza dell’obiettivo. Il discorso di fondo è che tutto va già piuttosto bene, che non servono risorse supplementari, che gli strumenti esistenti sono già adeguati, che i vari professionisti sono già formati. E alla fine si fa ben poco o nulla. Ma noi donne siamo stufe. Siamo stufe dell’inerzia delle autorità. Siamo stufe di dover aver paura. Siamo stufe di non essere credute. Siamo stufe di non ottenere giustizia.

Per questo sabato 18 dicembre siamo andate davanti alla Procura di Lugano, per dimostrare la nostra sorellanza a tutte le donne che lottano contro la violenza e che devono scontrarsi anche con un sistema che non è capace di proteggerle. E per ribadire, ancora una volta, quelle che sono le rivendicazioni che abbiamo già presentato nel nostro Piano d’azione femminista contro la violenza sulle donne:

  • un numero unico anti-violenza 24/24 e 7/7, gestito non dalla polizia ma da personale qualificato e prevalentemente femminile,
  • un reale rafforzamento dei servizi di presa a carico e degli sportelli anti-violenza,
  • una procedura specifica negli ospedali per le vittime di violenza domestica e sessuale, sul modello del “codice rosa” italiano, e la creazione all’interno degli ospedali di consultori specializzati per il sostegno alle vittime di violenza,
  • un reddito d’emergenza per facilitare i percorsi di uscita dalla violenza,
  • una procedura proattiva di presa di contatto da parte dei servizi di aiuto alle vittime, con lo scopo di illustrare alle donne gli aiuti e i servizi esistenti,
  • misure di allontanamento realmente efficaci e dispositivi ‘salvavita’ per le vittime,
  • campagne di informazione e prevenzione capillari e martellanti.

Vogliamo vivere libere dalla violenza! Se toccano una, rispondiamo tutte!


Fotografie di Patrizio Broggi


Il Natale e i parenti No vax

Sentenza senza precedenti del Tribunale penale federale: sanzionata la Falcon Private Bank per mancata vigilanza in un affare di riciclaggio 


Ripensare e costruire una frontiera “liquida”

Sentenza senza precedenti del Tribunale penale federale: sanzionata la Falcon Private Bank per mancata vigilanza in un affare di riciclaggio 

Nei mesi scorsi si sono tenuti due importanti convegni in Ticino (a Chiasso e a Lugano) dedicati al tema del confine, della frontiera come muro o come cerniera, come sbarramento o punto di passaggio; un tema che ha evidentemente da sempre caratterizzato la storia del nostro Cantone e che si fa particolarmente rilevante se pensiamo alle tante domande poste in questi ultimi due anni dagli effetti “globali” della crisi pandemica.

In due sedi significative come il MAX Museo di Chiasso e il MUSEC di Lugano, si è cercato recentemente di creare nuove occasioni per promuovere incontri e confronti su una questione che è cruciale sotto tanti punti di vista: sanitario, certo, ma poi (e lo sappiamo bene) politico, sociale, culturale ed economico (pensando al tema del frontalierato); e ancora urbanistico e architettonico, ambiti in cui “lo spazio” di frontiera è al centro di sviluppi molto interessanti.

È proprio un’architetta, Katia Accossato, ad aver coordinato, insieme ai direttori dei due Musei e al loro staff, i due eventi citati. Il primo a Chiasso si inserisce nella stagione espositiva e artistica del Centro Culturale Chiasso che nel 2020 ha avuto come tema conduttore proprio il confine. Dal convegno è nato da poco un primo frutto editoriale, un volume edito da Giampiero Casagrande con il Centro Culturale Chiasso, che con il titolo “Il confine italo-svizzero in epoca globale”, raccoglie una serie di interventi al convegno del 25 settembre 2020.

Come scrive Nicoletta Ossanna Cavadini nell’introduzione del libro,“nella società odierna, sempre più liquida, come ha evidenziato il sociologo Zygmunt Bauman, il confine può separare o avere una funzione osmotica, invitando a scambi di idee e contribuendo a risolvere problemi comunicativi, energetici e di mobilità”. Nel caso specifico, sotto la lente è il nostro confine con l’Italia, ” ‘confine’ nel suo senso più ampio (fisico e mentale) e declinato attraverso la prospettiva dell’arte, del teatro, della danza, della grafica e della comunicazione visiva contemporanea”.

Ma di particolare rilievo ci pare l’attenzione rivolta all’analisi degli “spazi di confine” dal punto di vista geografico, dell’orografia, della pianificazione territoriale, dell’urbanistica e più propriamente dell’architettura, che sono il campo d’indagine di cui Katia Accossato ha dato conto a margine del tavolo di lavoro organizzato la scorsa estate al Museo delle Culture di Lugano con la collaborazione dell’Associazione Architektur & Kultur della “Società svizzera degli ingeneri e degli architetti” (SIA).

Da un suo testo concepito proprio per l’occasione e pubblicato in tvsvizzera.it proponiamo un ampio estratto, che ci sembra assolutamente il caso di riprendere, per gli stimoli e le suggestioni che offre.


“Sediamoci intorno a un grande tavolo a forma di ferro di cavallo, srotoliamo la mappa con la fascia di confine fra il Ticino, il Piemonte e la Lombardia e prendiamo ago e filo. Come sappiamo il confine effettivamente segue, tagliando a est e a ovest il lago di Lugano, in modo molto irregolare, la forma di un cono a testa in giù che punta sulla pianura.

Iniziamo quindi a ricucire quei territori storicamente e culturalmente omogenei tra i quali la frontiera, in diversi punti, ha incuneato i suoi ampi spazi tecnici, aridi e “burocratici”.

Il Monte San Giorgio, patrimonio Unesco, riguarda i due versanti, il museo Vela di Ligornetto ha molto in comune con il Museo Butti di Viggiù, Chiasso e Ponte Chiasso potrebbero avere al posto della dogana commerciale un parco, Ponte Tresa Italia e ponte Tresa Svizzera potrebbero avere una piazza in comune. Tanti altri paesi, borghi e città potrebbero dialogare con maggiore determinazione per perseguire obbiettivi comuni e organizzare veri e propri gemellaggi.

È possibile abitare la frontiera? Si può estendere il significato di abitare in modo da andare oltre al semplice concetto di “risiedere”, stimolando una partecipazione attiva ai luoghi e una dimensione pubblica degli spazi?

L’idea di abitare la frontiera, ben inquadrata da diverse correnti filosofiche e diffuse da tempo anche nelle scuole di architettura, nasce dal fatto di riconoscere un preciso carattere di alcune aree di confine come quella della Regione dei Laghi.

I recenti lockdown ci hanno fatto percepire la città e il territorio in cui viviamo in modo molto diverso. L’epoca pandemica ha riportato l’accento sull’aspetto tecnico e burocratico del confine, inteso come limite, inasprendo radicalmente il suo carattere di separazione tra Stati. Una cultura dell’abitare basata su una visione più complessa della situazione deve portare a ripensare in altri termini il “rito di passaggio” tra un luogo e l’altro, ripensando lo spazio di connessione come spazio pubblico e partendo da un’idea qualitativa dell’architettura di confine.

Proviamo a immaginare nuove dinamiche della terra di confine, a partire da alcuni interrogativi.

Quale sfida e occasione si presenta oggi in campo globale e nell’ambito della Regio Insubrica? C’è uno sguardo rivolto Oltralpe ma si aprono anche nuovi scenari verso Sud. Quali? Che ruolo giocano le grandi infrastrutture le cui trasformazioni sono ancora in corso? Come integrare una nuova filosofia di mobilità lenta e sostenibile? Quali altri vantaggi possiamo immaginare con la creazione di nuovi spazi condivisi lungo la frontiera? Cosa accomuna la Regio Insubrica ad altre macro-regioni europee?

L’accelerazione del processo di integrazione europea e della globalizzazione in generale ha portato a cambiamenti profondi già a partire dagli anni ’90 del secolo scorso anche sul territorio svizzero. È il momento di riprendere il dibattito sul tema dell’identità locale e internazionale nell’ambito delle forti trasformazioni sociali ed economiche e sullo sfondo della battaglia contro i cambiamenti climatici (comprese le conseguenze in campo sanitario e migratorio), fenomeno per definizione globale. Il paesaggio dei laghi è il patrimonio comune dell’area di frontiera e deve essere inteso come principale strumento di rigenerazione di alcune aree fortemente compromesse.

È proprio in questo quadro dinamico e in trasformazione, che abbiamo imparato a conoscere durante la recente epoca pandemica, che l’architetto, il geografo, lo storico e l’economista, insieme a tante altre figure disciplinari devono tornare ad esplorare nuove possibilità di organizzare il territorio di frontiera. L’identità dei luoghi è forte ma, nello stesso tempo, molto “fluida”, nei nostri studi non è mai incasellata in interpretazioni rigide e schematiche.

Si crede nelle potenzialità delle aree di confine in senso ampio, proprio in virtù delle differenze presenti sul territorio. Differenze preziose, da preservare e da studiare. Differenze sempre in evoluzione, che si modificano nello spazio e nel tempo, necessarie al mantenimento di quel dinamismo, proprio dei luoghi altamente civilizzati, che negli ultimi anni è stato seriamente minacciato da visioni politiche troppo provinciali e conservatrici”.

Katia Accossato


Di Babbi Natali, di presepi e di altri simboli

Sentenza senza precedenti del Tribunale penale federale: sanzionata la Falcon Private Bank per mancata vigilanza in un affare di riciclaggio 

Nella svagata chiacchiera radiofonica antelucana, tra spigolature e inessenzialità, ecco arrivare il solito discorso sul Natale e sui suoi simboli. Il servizio pubblico plaude alla esternazione di un vescovo siciliano che, udite udite, ha svelato a tutti (bimbi compresi) che Babbo Natale non esiste, ma che il Bambingesù invece sì; come se entrambe le figure non avessero analoga valenza meramente simbolica, in assenza di prove storiche (e non solo “libresche”) in un caso, e in presenza di sole motivazioni commerciali nell’altro.

A questo, l’animatore radiofonico ha ritenuto di aggiungere una curiosa difesa della tradizione del presepe, di cui ha financo mostrato (per chi segue la radio-a-colori) un esemplare non esteticamente memorabile ma liberato nel mondo per nobile causa. Ci si è detto, con quel filo di ironica arroganza che tanto ci piace, che il presepe è simbolo ed epitome della famiglia, e addirittura di quelle famiglie che più soffrono; un simbolo, quindi, di qualcosa di generale e di non religiosamente connotato, e chi la pensa diversamente vada a farsi friggere nell’inferno degli sciocchi, più o meno.

Siamo alle solite, si dirà.

Un simbolo chiaramente cristiano-cattolico sdoganato come qualcosa d’altro, in particolare come elemento caratterizzante della cultura e della civiltà europee; un po’ come si fa con il crocifisso, facendo finta che l’immagine dell’uomo appeso non abbia valenza religiosa-confessionale, ma sia una sorta di icona culturale, “l’espressione di un sentire comune radicato nel nostro Paese e simbolo di una tradizione culturale millenaria” (così dice la CEI). Per quel che vale, una sentenza della Cassazione italiana ha di recente chiarito con giuridico e definitivo nitore che il crocifisso è invece un simbolo confessionale, non appunto un’icona culturale; e questo vale anche per il presepe e per tutta la strabordante iconografia cattolica. L’interpretazione che i vescovi italiani di cui sopra promuovono – insieme ai conducatores del sovranismo, peraltro – con non inedito cinismo (e per tentare di salvarsi la pagnotta dal disastro della crescente disaffezione popolare) è, a ben vedere, piuttosto mortificante per i credenti che vedono i simboli del loro uomo/dio, nel momento della nascita o in quello della “morte”, ridotti a un’immagine qualitativamente analoga ad altre rappresentazioni della nostra civiltà occidental-capitalistica (non so, l’iPhone o il logo di Google). Se si volesse giustamente ricordare la tragedia di talune famiglie, quelle dei migranti in primis, vi sarebbero immagini quotidiane da sbattere in faccia alla nostra natalizia indifferenza, con il vantaggio che esse – a differenza di presepi e compagnia bella – non sono meri simboli ma parlano di fatti e di drammi, di una “realtà reale”, al di fuori di ogni dubbio, di ogni credo e di ogni alibi. Penso ad esempio alle immagini di quelle famiglie che – ai confini dell’Europa – sono vittima anche ora della criminale crudeltà del (per restare un po’ in tema) cattolicissimo Stato polacco.

Immagine: Open Arms


La strana sentenza del processo Francia-UBS

Sentenza senza precedenti del Tribunale penale federale: sanzionata la Falcon Private Bank per mancata vigilanza in un affare di riciclaggio 

Di Richard Werly, Le Temps, 14 dicembre 2021

Bisognava esserci, nell’aula delle udienze della Corte d’Appello a Parigi, e ascoltare la lettura della sentenza contro UBS e UBS-Francia, per comprendere lo stato preoccupante in cui versa la giustizia francese.

Immaginate: un’aula strapiena di avvocati, dirigenti della banca, giornalisti, tutti di fronte ai tre magistrati che in settembre avevano rinviato il verdetto nel più importante ‘affaire’ finanziario mai affrontato da un tribunale francese. Microfoni difettosi, un presidente con una voce poco udibile e che si rifiuta di ripetere l’ammontare delle sanzioni, poi un gran caos per capire se la pena inflitta parla di milioni (come sarà) o di miliardi (come era stato invece in occasione del giudizio in prima istanza). I fatti parlano da soli: il processo ‘UBS contro Stato francese’ equivarrà, alla luce di questo secondo verdetto, a un appuntamento mancato.

Una sola cifra riassume il nostro disorientamento: la multa di 3,7 milioni di euro inflitta alla banca svizzera, è di mille volte meno della multa emessa in prima istanza. Mille volte meno, anche se i fatti illegali per i quali sono state condannate UBS e la sua filiale francese – “riciclaggio aggravato dalla frode fiscale e pratica bancaria illecita” commessi su suolo francese fra il 2004 e il 2012 – sono rimasti gli stessi, e anche se fra una sentenza e l’altra nessun elemento nuovo è stato aggiunto al dossier, e gli argomenti dell’accusa e della difesa sono rimasti esattamente gli stessi già presentati una volta.

Va aggiunta poi la decisione dei giudici di confiscare alla banca 1 miliardo di euro, su 1,1 miliardo di cauzione versato da UBS sette anni fa. Difficile venirne a capo, se non pensando a un ‘bricolage’, a un ‘kit fai da te’, sotto forma di problematica e falsa mossa in tre tempi: sì, l’intima convinzione dei giudici è che la banca svizzera sia colpevole; no, l’inchiesta e i racconti dei testimoni non hanno permesso di trovare prove decisive sulla messa in funzione di un meccanismo che consentisse ai Francesi di frodare il loro fisco; e, infine, tanto peggio per l’accordo bilaterale Svizzera-UE del 2004 sulla fiscalità del risparmio, che gli istituti bancari elvetici considerano uno scudo.

Un tale ‘bricolage’ – che potrebbe approdare in cassazione – non è all’altezza del carattere emblematico di questa vicenda, epilogo giudiziario di decenni di segreto bancario. L’avevamo capito, la giustizia francese voleva fare dell’UBS un caso esemplare, usando un grosso martello. Lo ha fatto. Ma sbagliando l’angolatura, e, soprattutto, mancando il chiodo giusto. È dunque questa crepa nel martello della Repubblica a rimanere come finale dell’eterno duello tra la frode e la legge.

Immagine della redazione


Il diritto di sbagliare

Sentenza senza precedenti del Tribunale penale federale: sanzionata la Falcon Private Bank per mancata vigilanza in un affare di riciclaggio 

Il mio articolo Ticino, terra di editori (pubblicato anche su LaRegione di giovedì) mi ha procurato telefonate e lettere, perlopiù di condivisione e approvazione, sia per l’esempio editoriale riportato, come coraggio “economico” e scelta culturale di un editore, sia per la critica ad un programma televisivo dedicato ai libri (Turné Soirée), che è d’altronde anche oggetto di una sottoscrizione a una lettera inviata al direttore della RSI. È su quest’ultima parte dell’articolo che vorrei brevemente ritornare perché ho avuto l’impressione, in qualche caso, di essere stato frainteso o di essere “usato” come uno dei fucilatori ossessivo-compulsivi della Televisione.

Io apprezzo e stimo la Televisione e l’ho sempre difesa (come servizio pubblico) per molto di quanto riesce a produrre e a proporci. Ed è buono, tanto e straordinario, soprattutto rispetto a tutti i suoi limiti e alle sue costrizioni, economiche e… politiche. Ho comunque sempre sostenuto, anche all’interno, che la nostra Televisione “deve fare la differenza”, nel senso che – con il pretesto della concorrenza o dell’”audience” da raggiungere – deve guardarsi bene dalla tentazione di sbertucciare le televisioni della vicina Repubblica, in particolare quelle private. Nel senso, quindi, della faciloneria, del tutto deve essere spettacolo frivolo volgare e acchiappamosche, della cosiddetta impostatura alle “bollicine” (vuoto spumeggiante) o della chiacchiera infinita o dell’onnipresenza della confusionaria tematica politica ad effetto o della corte dei soliti immancabili politici o della stupidità che si fa pandemia, male ormai generalizzatosi (e qui mi accodo a quanto ha scritto Andrea Ghiringhelli poco tempo fa su LaRegione). Questa tentazione è fortemente presente, è innegabile, è avvertita anche all’interno. con malumore e tensioni tra giornalisti e collaboratori validi e seri, e sta purtroppo riemergendo in modo preoccupante e suicidario negli ultimi tempi, tanto da rendere “disgustosi” o “inascoltabili” (termine usato da alcuni che mi hanno telefonato o scritto) alcuni programmi, soprattutto di informazione. E forse a quest’aria ha ceduto alquanto anche Turné Soirée.

Turné Soirée, nelle intenzioni del suo ideatore (Damiano Realini, che è un professionista preparato e valido), aveva certamente un buon obiettivo: riuscire a fare da intermediario tra il libro, da leggere, e il telespettatore; facendolo anche in maniera accettabile, non pesante, non dottorale, quasi da incontro… di condominio. Poteva anche starci. Forse si poteva anche solo estendere, perfezionandolo, l’altro Turné, appendice del Quotidiano, che nella presentazione di libri aveva pure ottime e serie collaboratrici.

La Televisione ha il diritto alla sperimentazione, cosi come un’industria ha l’obbligo della ricerca, perché è in questo modo che si può cambiare, migliorare, trovare altre forme e linguaggi. Bisognerebbe comunque sempre accompagnare quell’obiettivo con un altro, fondamentale: l’intermediazione, che avviene con tutti i mezzi anche tecnici di cui dispone il mezzo (il medium), deve tendere ad alzare il livello d’impegno del telespettatore, non ad abbassarlo, con l’unica preoccupazione di non annoiarlo o di ritenerlo sempre refrattario a ciò che è etichettato come “culturale”. Se finisci solo sulla spettacolarizzazione, per di più anch’essa claudicante per non dire insipiente, crolla tutto il condominio e il libro, che doveva essere il vero protagonista, finisce come l’ospite che puzza, che vaga non si sa dove, o racchiuso, quando va bene, in un loculo di due minuti, dove una presentatrice, pur brava e mal “sfruttata”, osa fare una proposta, mentre altri ospiti disattenti del condomino gironzolano qua e là o appaiono a turno dentro l’obiettivo della camera esponendo più naso ed orecchie che idee o commenti. Il programma musicale “Paganini”, ad esempio, osa fare questo e lo fa anche bene; ma richiede anche attenzione dal telespettatore, com’è giusto ed opportuno. Il Giardino di Albert è un altro esempio positivo che viene alla mente. Tempi moderni, che tratta materia non facile e ritenuta ostica, il più delle volte ci riesce, destando interesse.

La Televisione, giustamente sperimentando, ha però anche il diritto all’errore. Chi non sbaglia? Bisognerebbe quindi riconoscere che quel programma non ha raggiunto il suo obiettivo, non dovrebbe quindi andare avanti così, è uno spreco, o si cambia o si chiude. Turné deriva anche da voltare.

Oppure il discorso deve essere ancora un altro, suggeritomi da quanto promana dall’interno, con dietro la minaccia del licenziamento se parli (e qui… riscopriamo Voltaire). Una rubrica “culturale”, sui libri, richiede una buona struttura redazionale, di chi prepara, legge, contatta autori ed editori, si sposta e viaggia, vaglia le varie possibilità, intervista, fa ricerca di immagini, ha a disposizione, senza elemosinarla, tutta la struttura d’appoggio tecnica o grafica. Non si pretende la trentina di persone della redazione della “Grande Librairie” della 5 francese. A quanto risulta, però, il povero Damiano Realini, produttore e conduttore, dev’essere quasi solo o giù di lì. Il discorso è altro perché dipende dall’assegnazione dei mezzi e delle persone: sarebbe bello sapere, ad esempio, quanto si dedica, in fatto di mezzi (economici e tecnici) allo sport e quanto alla cultura, quanto (ma si dirà che è indice di ascolto o demagogia) ai diritti per l’inquinante Formula Uno ad Abu Dhabi, dove le “bollicine” si sprecano, e quanto… al Ticino o al Grigioni italiano, terre di editori e di potenziali lettori.


Osare si può

Sentenza senza precedenti del Tribunale penale federale: sanzionata la Falcon Private Bank per mancata vigilanza in un affare di riciclaggio 

Annunciata come una “serata evento”, tale è stata: “Afghanistan, l’anima di un paese” ha voluto e saputo far parlare testimoni di un dramma indicibile, che quotidianamente dilania un paese incapace di trovare pace; ha proposto suoni e versi poetici frutto di una cultura millenaria poco o per nulla nota in Occidente, se non presso specialisti ed adepti.

Curata dal giornalista Roberto Antonini e dal regista Philippe Blanc, con la conduzione di Francesca Mandelli, lo speciale dedicato all’Afghanistan è andato in onda lunedì 13 dicembre su Rete Due e, televisivamente, su LA2 in prima serata e in diretta dallo studio 2 della radio, messo a lucido da un allestimento scenico semplice ma caldo, grazie alla fotografia di Riccardo De Giacomi.

Davvero “speciale” trovare sul piccolo palco, in quella sede, un ensemble come quello di Kabul, per far risuonare echi e sonorità che vengono da lontano, nello spazio e nel tempo, e che appartengono così strettamente a quell’”anima dell’Afghanistan” cui si è voluto dare voce grazie alle testimonianze, coraggiose e toccanti, degli ospiti invitati.

Così, in novanta minuti di programma la RSI ha forse lanciato un segnale verso chi si aspetta, dalla televisione di servizio pubblico, un maggior “impegno culturale”, maggior coraggio, capacità di osare.

In un periodo in cui all’emittente pubblica si rimproverano derive discutibili e tristi, sul versante dell’attenzione alla produzione libraria per esempio, eccoci davanti a una proposta certamente “rischiosa” e sorprendente di un “prime time” fortemente “mirato”; un programma che ha invitato lo spettatore ad immergersi in un mondo ed una cultura che a fatica si può dire di capire davvero attraverso i reportage e gli approfondimenti giornalistici offerti non solo da noi. Difficile cogliere fino in fondo, compiutamente, il senso delle drammatiche vicende afghane dopo l’abbandono del paese da parte degli Stati Uniti ed il ritorno del dominio oscurantista dei Talebani.

Una storia che è riecheggiata in studio nelle diverse testimonianze, da quella del giornalista Maasood Senjar sulla propria esperienza propriamente civile, di raccontare il paese in presa diretta sulle onde della principale radio afghana, a quella di Jamileh Amini, da anni rifugiata in Ticino, che si è fra l’altro soffermata, non senza tradire commozione, sulla tragica situazione della condizione femminile nel suo paese.

Insomma, quello dello “speciale Afghanistan”, è da considerarsi un progetto importante, non solo in quanto tale, ma anche come indicatore di quella che si spera possa essere, da parte della RSI, una nuova linea editoriale e di attenzione alla cultura, nei suoi aspetti più diversi, che sembra intanto ancora per molti versi irrisolta, non affrontata, nascosta, ignorata (a seconda dei punti di vista).

L’augurio è che da qui si parta, con il coraggio necessario, pronti anche a sfidare la mannaia dei famigerati indici d’ascolto, per proporre “eventi” capaci di aprire nel pubblico nuovi orizzonti, farci uscire dalla spirale ombelicale in cui l’Azienda pare essere stata risucchiata. Guardare anche più in là, per riflettere, per cercare di capire.

Sulla scorta del lodevole esempio di lunedì scorso, si potrà in futuro magari anche considerare maggiormente la necessità di dare un “contesto” più chiaro alle testimonianze, per aiutare ancora di più lo spettatore non solo a condividere le emozioni, ma anche a riflettere su tematiche così complesse e “raccontare” al meglio quanto si sa, si conosce, ad un pubblico ampio e indistinto come quello televisivo. Esercizio quanto mai difficile, ma molto stimolante.

Chissà se il nuovo responsabile della Cultura, Vanni Bianconi, saprà trovare la formula giusta. Lui che, dopo la nomina ha dichiarato che le prime parole che gli sono venute incontro sono “precisione” e “umiltà” forse saprà spiegare a noi, che le parole dobbiamo per lo più andare a cercarle, quali siano quelle giuste ed umili che gli sono venute incontro per fare di questa “serata speciale” solo il primo esempio di una rinnovata offerta televisiva culturale del servizio pubblico.

Il pubblico, fiducioso, se lo meriterebbe.


Regali svizzeri alle multinazionali?

Sentenza senza precedenti del Tribunale penale federale: sanzionata la Falcon Private Bank per mancata vigilanza in un affare di riciclaggio 

Caccia ai paesi fiscalmente più generosi. Lo sport preferito dalle multinazionali. Che contribuiscono cosi a una sorta di dumping fiscale mondiale, assai dannosa per molte casse statali, in una gara che vede diverse nazioni concorrenti. Anche in Europa. Anche la Svizzera. Paesi e multinazionali che già si interrogano su possibilità, strumenti e modi di eludere il tasso di imposizione minimo globale del 15%: proposta lanciata da Joe Biden, confermata dagli ultimi summit internazionali (G7 e G20), e presa a carico dall’OCDE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che da alcuni anni stava studiando il progetto di uniformare il sistema di questi ‘paradisi legali’. Si calcola che, qualora la riforma globale dovesse tagliare il traguardo (ma le incognite, anche sui tempi di realizzazione, non sono poche) sarebbero oltre una decina i cantoni toccati da questo allineamento suggerito (meglio: praticamente imposto) dalla forza di Washington: e la fine del segreto bancario ci ha insegnato come possa essere persuasiva una pressione in arrivo da oltre Atlantico. E infatti, il progetto di ‘minimum tax’ è stato sottoscritto poche settimane fa da ben 136 Stati, che insieme rappresentano più del 90 per cento del PIL mondiale.

Era prevedibile, come ci aveva del resto subito anticipato il professor Sergio Rossi in una delle sue conversazioni settimanali con ‘Naufraghi/e’, che non sarebbero mancati i tentativi di sottrarsi a una svolta che in effetti rivoluzionerebbe uno dei comparti fiscali più problematici per quelle amministrazioni nazionali che sulle entrate fiscali si giocano la possibilità e la volontà (quando esiste davvero) di poter contare su sufficienti mezzi per promuovere anche una maggiore equità sociale attraverso la spesa pubblica. Ma si tratta di una mezza ‘rivoluzione’ assai indigesta per chi da anni approfitta del sistema attuale, che si tratti degli Stati che mostrando compiacenza contributiva ritengono di fare l’interesse esclusivo dei loro paesi; o delle grandi società internazionali assai impegnate nella ricerca del miglior offerente, poco importa se a danno di molti altri paesi.

Cosa sta accadendo, dunque, in terra elvetica, dove ci sono in ballo sette miliardi di franchi in più per il portafoglio della Confederazione, dove oggi il tasso nazionale medio dell’imposta è al 13,5%, e andrebbe dunque aumentato dell’1,5 %? Ce lo dice un interessante sondaggio di ‘Deloitte Svizzera’. Che, dopo aver interrogato diversi dirigenti di una cinquantina di queste aziende, apre il suo rendiconto con la risposta più scontata: sono ‘preoccupate’, e quasi l’80% ritiene che la tassa di imposizione minima globale farebbe perdere competitività alla Svizzera, che deve preoccuparsi non solo di veder partire degli investitori esteri – con relativi effetti negativi sull’occupazione -, ma semmai di attrarne di nuovi. Ecco allora che, forti di questa convinzione, le multinazionali ospitate generosamente nel nostro paese, cominciamo a mettere sul tavolo le loro richieste, o pretese, compensative: dalla soppressione dell’imposta anticipata, alla riduzione delle imposte sociali e del finanziamento per la ricerca e lo sviluppo delle imprese, della formazione, e dei fondi destinati ai programmi di sviluppo durevole. Insomma: si segue la logica del dare con una mano per riprendere con l’altra Eppure, segnala il sondaggio, nessuno dei dirigenti intervistati ha espresso la volontà di lasciare la Svizzera. In effetti, ‘la questione imposte’ non rappresenta affatto la principale attrattività per le aziende che hanno deciso di trasferirsi fiscalmente nel nostro paese: starebbe addirittura al settimo posto. Lo sottolinea Reto Gerber, responsabile della fiscalità in ‘Deloitte Svizzera’: le principali calamite sono invece le favorevoli condizioni economiche generali, la stabilità politica, la qualità delle infrastrutture e dei servizi, e il livello di vita. Secondo Gerber, il futuro regime fiscale non impedisce a molte multinazionali di pensare ancora oggi ad installarsi nella Confederazione, e diversi dossier in proposito sono alla studio in diversi uffici cantonali per la promozione economica. Non solo – prosegue Reto Gerber – ‘un tasso di imposizione globale del 15% garantirebbe comunque alla Svizzera un vantaggio rispetto a paesi che applicano tassi inferiori ai nostri, ma possiamo anche immaginare che società basate attualmente in Irlanda, a Hong Kong, Dubai, Malta o Cipro sono attratte dall’idea di riallocare le loro attività in Svizzera”.

Ecco dunque servite le Cassandre, partiti del centro-destra inclusi, che ad ogni tentativo di una fiscalità più equa, lanciano ritualistici fragorosi allarmi sul sicuro depauperamento economico causato dalla partenza di grandi investitori esteri. Una narrazione che, dimostra il sondaggio, si basa sul nulla. Anzi, c’è di più. Quello che eventualmente e maggiormente preoccupa le multinazionali, e può spingerle a cercare altri lidi, è la penuria di collaboratori specializzati, ‘esacerbata dalle difficoltà per farli arrivare da paesi terzi’. Difficoltà create da chi? Ma dagli stessi che le difendono.


Non chiamiamolo centro educativo chiuso minorile

Sentenza senza precedenti del Tribunale penale federale: sanzionata la Falcon Private Bank per mancata vigilanza in un affare di riciclaggio 

Di Danilo Forini, deputato PS in Gran consiglio, direttore cantonale Pro Infirmis

Chiariamo subito: il progetto in discussione da anni e che approderà probabilmente in Gran Consiglio nei prossimi mesi, non prevede la costruzione di nessun carcere minorile. I minorenni che compiono reati rilevanti dovranno continuare a recarsi fuori dai confini cantonali. Inutile quindi evocare gravi fatti di cronaca nera minorile: l’eventuale unico posto a disposizione del Magistrato dei minorenni riguarderà solo l’espiazione di misure brevi per reati minori, massimo 14 giorni, spesso potendo durante il giorno recarsi a scuola o al lavoro.

Il progetto educativo – i cui dettagli non sono ancora stati definiti e dovranno essere approvati, sia dai servizi specializzati cantonali che da quelli federali – prevede invece soprattutto la creazione di 8 posti di “accoglienza e osservazione” per minorenni dai 15 ai 18 anni (con eccezioni fino ai 12 anni). Ragazzi e ragazze in estrema sofferenza, che non hanno agganci efficaci con servizi e strutture e necessitano di un “periodo di distacco” dalla famiglia e dal loro contesto. Il collocamento è stabilito perlopiù da un’autorità di protezione e può durare al massimo tre mesi. Un periodo corto da utilizzare al meglio per “agganciare” educativamente il giovane e stabilire di comune accordo un progetto per il futuro.

In questa struttura, si prevede di ospitare anche un posto a disposizione di giovani (15-18 anni) che vivono in un Centro educativo minorile che, a causa di comportamenti estremamente difficili, rischiano di essere allontanati perché “non più gestibili”. Un collocamento di al massimo tre mesi – pure ratificato da un’autorità di protezione – inteso come possibilità di fare una “pausa” ed essere così in qualche modo protetti meglio.

In tutti i tre casi, mi pare del tutto inopportuno porre l’accento sul carattere repressivo e disciplinare della nuova struttura. Bisogna fare in modo che gli educatori dispongano degli strumenti adeguati a poter operare con efficacia. Misure come la contenzione fisica, previste nella bozza del Consiglio di Stato, devono essere categoricamente escluse. Cinghie o camicie di forza non sono più misure immaginabili per nessuno, tanto meno per dei minorenni: nella clinica psichiatrica cantonale, in un ambito di pazienti adulti, l’ultima contenzione fisica è avvenuta nel giugno del 2016! In generale, le misure disciplinari e le limitate restrizioni della libertà necessarie in questo particolare contesto devono essere descritte come delle ponderate eccezioni alla norma e non viceversa. Vanno garantiti i diritti di ricorso e la supervisione esterna di una commissione di controllo, a beneficio di tutti, ospiti e personale.

La Commissione Diritti e Giustizia e il Gran Consiglio hanno l’opportunità e il dovere di correggere in tal senso il Messaggio governativo ormai piuttosto datato e porre delle basi legislative adeguate ai veri obiettivi che si vogliono perseguire. Si tratta in sintesi di allontanarsi dall’idea di riformatorio e di offrire un luogo di accoglienza estremamente specializzato, caratterizzato anche da regole precise e confini educativi rigorosi, per permettere ai giovani e alle famiglie di beneficiare di un “Time-out”. Questi giovani in estrema sofferenza sono spesso loro stesse vittime di situazioni personali, famigliari e sociali molto difficili. A volte, la violenza emerge in quanto vittime di altra violenza o di situazioni ingestibili. Occorre innanzitutto offrire un approccio relazionale e terapeutico, in quanto purtroppo molte malattie psichiche si manifestano vieppiù precocemente. Infatti, parallelamente a questo centro, sono più che mai necessarie maggiori e nuove risposte integrate sul territorio in ambito pedo-psichiatrico.

Di sicuro, non serve a nessuno un Centro educativo chiuso che assomiglia ad un carcere minorile, ma che tuttavia accoglierà soprattutto giovani per un periodo di osservazione. Urge invece un Centro di accoglienza specializzato per minorenni con un forte carattere di protezione e allo stesso tempo ben integrato con i servizi territoriali. Un nuovo centro educativo di protezione che potrà accogliere anche una camera a disposizione del Magistrato dei minorenni, per saltuarie misure di brevissima durata.