Ticino, terra di editori

Dal Voltaire che pesa alla gigioneria dello Spettacolo dei libri… senza libri 

Fioccano cataloghi di editori ticinesi, con un’offerta tale di libri che lascia quasi sbalorditi o intimoriti. Sa persino di utopistico o di eroico se si pensa alle nostre limitazioni territoriali, geografiche e politiche, di presenza linguistica nazionale, per di più sopraffatta (o anche snobbata) dalla sua matrice d’oltreconfine; di mercato, acquirenti, scarso numero di lettori potenziali all’interno di una piccola accantonata provincia, serrata a sud e a nord, malgrado le supertrafficate vie di comunicazione fisiche o virtuali. Viene allora da dire o da aggiungere, facendo il verso ad altri iperbolici detti o manifesti del passato: Ticino, terra di editori, nonostante tutto. Che non sarebbe comunque una novità: tutto sembrava già presente nella nascente Repubblica che osava e manifestava in fatto di editoria e di libertà d’espressione con coraggio e rischi non da poco e tutt’altro che economici.

Non si può raccontare il bene (e forse neppure il superfluo) dei libri pubblicati dai nostri editori. Ognuno di noi farà le sue scelte. Mi permetto di sceglierne uno per tre motivi: perché mi ha incuriosito e conquistato già nel titolo (e c’entra dunque un interesse personale); perché mi hanno colpito la scelta, il coraggio, il rischio certo dell’editore che stampa e propone quel libro (e diventa già un fatto comunitario); perché non ho potuto fare a meno di deviare su un confronto, forse un poco cattivello… tra il piccolo editore ticinese e la possente Televisione pubblica (proprio a causa di una trasmissione che si definisce “lo spettacolo dei libri”).

Il libro che mi ha colpito è: Voltaire, Gli anni in Svizzera, a cura di Franco Monteforte e Carlo Caruso, Armando Dadò editore. Un libro di peso (anche fisico, quasi un chilo, 8oo pagine; non roba per tutti i gusti o da spettacolo e tanto meno da comodino, è vero). Tuttavia, snello: graficamente curato, con un inserto centrale di immagini curiose e appropriate, ma soprattutto ben articolato. Dapprima con un preciso, documentato, ammaliante e scorrevole saggio storico introduttivo di Franco Monteforte su “Voltaire a Ginevra e Losanna, Una storia europea”. Poi per l’antologia di lettere di Voltaire dalla Svizzera (1754-1760) curata da Carlo Caruso. Monteforte- ci si informa nel risvolto- vive e lavora in Valtellina ed è informazione che ha pure un suo fascino; è autore di vari saggi storici e di arte (Giacometti) e starebbe già lavorando su scritti di Tocqueville (La democrazia in Svizzera, di prossima pubblicazione ancora presso Dadò). Caruso insegna all’università di Siena (personalmente mi ha già entusiasmato il suo Mme de Stael, Dieci anni di esilio, pubblicato da Dadò, passaggio obbligato per chi vuol conoscere aspetti spesso trascurati di Napoleone, l’imperatore che ha qualcosa a che fare anche con il Ticino).

La bibliografia su Voltaire è immensa e si potrebbe pensare che non c’è ormai più niente da aggiungere o reinterpretare. Il saggio di Monteforte rimane comunque unico per l’impostazione e proprio per questo una “novità” da non perdere. Almeno per tre motivi. Perché si può dire che c’è dentro tutto Voltaire, con le sue pubblicazioni che lasciano sempre il segno, su tutta Europa, le sue attività teatrali e le sue idee dirompenti, le sue forti polemiche (in particolare la “querelle” con l’altro ginevrino, Rousseau). Perché Voltaire appare come “vera levatrice… della storia ginevrina del secondo Settecento”. In particolar modo attraverso tutta la vicenda (o la “battaglia”) dell’Encyclopédie (Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers) quella formidabile impresa di Diderot et D’Alembert (che vi scriverà appunto anche l’articolo su Ginevra), assunta poi a simbolo dell’Illuminismo e del nuovo rapporto tra cultura che vuol agire e trasformare la realtà, un mondo editoriale in espansione, un pubblico di lettori che vuol essere informato ed aggiornato. Emerge un mondo (quello ginevrino, calvinista) colmo di tensioni, di resistenze, di ipocrisie. E quindi la contraddizione culturale fra l’anima cosmopolita e l’anima identitaria e patriottica della città o, meglio, tra il “cosmopolitismo della cultura illuminista, che afferma l’universalità di valori come la ragione, la libertà e la tolleranza, oggi fondamento della civiltà europea, e il tradizionalismo patriottico della cultura ginevrina…”. Chi legge è tentato, mentalmente, a trasporre quella realtà ginevrina Settecentesca, messa in luce da Voltaire, nella attuale nostra realtà locale o nazionale, trovandovi, nella sostanza se non nella forma, similitudini preoccupanti. Ed è così che la storia serve e potrebbe ancora essere “magistra vitae”, maestra di vita. Ed è appunto così che quel libro diventa saggia proposta e anche utile lettura.

La raccolta di lettere dalla Svizzera (1754-1760) con Voltaire, straniero, rifugiato (immaginiamoci quanto sarebbe oggi gradito per certuni in Svizzera) che si firma spesso: Lo Svizzero V, Il vecchio o piccolo Svizzero V., lo Svizzero libero, quasi a sottolineare uno “status” che lo distingue, è conforme al suo voler essere, lo rende intellettualmente felice, occupa metà del volume. Certo, sono una minima parte del suo enorme corpus epistolare (15 mila lettere a 1800 corrispondenti). Si capisce però anche da queste poche lettere svizzere che non ha torto chi osa dire che l’epistolario è il suo capolavoro letterario o che più nelle lettere, che in altri scritti, Voltaire è stato audace e creativo. Per immaginazione, creatività, humour, spirito di libertà, vivacità e acutezza polemica e anche senso degli affari e non di rado abbondante cortigianeria che ci rivelano le debolezze dell’uomo, ma spesso anche la sottostante abilità nell’aggirare i potenti e condurli dentro il suo modo di ragionare o di vedere gli avvenimenti della grande Storia. I quali, anche nelle piccole località svizzere, nel paese di Vaud o presso Ginevra (che non sono certo equiparabili alla proibita Parigi) sono sempre presenti e- mischiati alle volte ai fatti minori del quotidiano o persino agli acciacchi che lo perseguitano- sembrano quasi relativizzarsi. Oppure riescono a esprimere quella sensibilità che può anche dare altro senso alla Storia (la lettera a Federico II, re di Prussia o contro i suoi propositi suicidi è esemplare). È vero, le lettere richiedono pazienza nella lettura, fin là dove poi arriva la parte esaltante per densità e ricchezza di pensiero. Ma ne vale sempre la pena perché è come trovare una sorta di dono sotto l’albero.

L’editore Dadò ha avuto coraggio a stampare ed a proporci questo volumone. Probabilmente non ha nemmeno potuto permettersi una scommessa e dirsi: troveremo finanziamenti e acquirenti e lettori interessati sufficienti per coprire i costi di produzione. È una scelta che non è quindi sbagliato e azzardato definire prioritariamente “culturale”. Non rimunerativa dal punto di vista economico, come forse potrebbe essere il romanzetto poliziesco o un libro di fotografie sulle nostre valli o montagne, ma propositiva, sia come conoscenza storica di un’epoca fondante per l’Europa dei diritti, come discorso sulla libertà, la tolleranza, la libertà d’espressione (e Voltaire arriva nel paese di Vaud o a Ginevra anche per la libertà editoriale che sa di trovare), sia anche come ricerca e strumento essenziale per altri ricercatori, storici, docenti, politici o governanti che amano la conoscenza e sanno ancora nutrirsi di cultura e di idee.

A fronte di un Ticino, Terra di editori e di editori che sanno rischiare sia proponendo opere impegnative, sia (quasi soprattutto, si potrebbe dire) nel senso del soldo, economico, abbiamo un servizio pubblico, la Televisione, che ha tra i suoi obblighi anche il promovimento culturale (e, quindi, della lettura). Ci dovrebbe essere una correlazione esistenziale tra la Terra di editori e la Televisione (in parte, ma minimamente, c’è con la Rete Due). C’è una rubrica che sembra prometterlo: Turné Soirée, lo spettacolo dei libri. Che nella sua presentazione dice anche: “dedicata alla letteratura”. Ha solo metà titolo vero, *spettacolo”, anche quello parzialmente. I libri, in verità non ci sono, o entrano uno o due molto di straforo, ospiti quasi inaspettati rispetto alla sovrabbondanza girovagante degli altri ospiti in carne e ossa, forse come pretesto per giustificare l’altra metà del titolo. Con un fraticello, perdipiù, che non sa neppure se ha una Bibbia (libro impegnativo, è vero, e non necessariamente “religioso”).

Che cosa c’entra quindi il confronto con l’editore Dadò? C’entra per due sostanziosi motivi. Dapprima perché abbiamo un editore che sa correre il rischio, anche economico, dell’impegno culturale; dall’altra parte, invece, si ritiene che la cultura o il libro impegnato siano per definizione una noia maledetta che bisogna  quindi tentare di trasfigurare con lo spettacolo, anche banaluccio e tutto chiacchiere insulse, neppure divertenti, riuscendo ad accennare a un libro o due. Ma abbassando  ancora di fatto il livello di impegno del telespettatore, ritenuto a priori una sorta di  stanco e culturalmente refrattario “minus habens”, soprattutto se giovane. Per concessione e per statuto, poi,  l’impegno culturale o persino la funzione educativa dovrebbero essere molto più presenti e forti per la Televisione che non per il piccolo editore ticinese, che non dispone neppure degli strumenti o dei modi di presentazione televisivi o dei mezzi finanziari e delle assunzione di rischio finanziario che ha il servizio pubblico, il cui scopo non è certo la resa economica. A buon conto, volessimo anche buttarla sullo spettacolo, il piccolo editore ticinese batte ampiamente e magistralmente la Televisione.


A quelli che non cambieranno mai idea

Dal Voltaire che pesa alla gigioneria dello Spettacolo dei libri… senza libri 

Da “Che tempo che fa”, RAI 3, 21.11.21

“Una cosa che adesso ho capito è che quelli che hanno deciso di non vaccinarsi secondo me non si vaccineranno. Ormai non si vaccinano più ed è anche inutile continuare a insistere. Io non ho voglia di parlare di 5G nelle vene varicose. Però ho provato a fare una letterina per i No-Vax”.

“Caro No Vax, No Green Pass, No Corona, No virus, No Astra, No Zeneca, No One, no Lockdown e per copia conoscenza al Kennedy meno sveglio della famiglia.

Ormai ho capito che non cambierete idea: per voi il vaccino è respingente come i Maneskin per Pillon. Se dopo aver visto la gente crepare, i medici e gli infermieri vestiti da apicoltori lasciarci la pelle, le file di jeep a Bergamo, gli amici contagiati che ora hanno i polmoni di macramè. Se dopo aver visto chiudere milioni di negozi, serrare i cinema, i teatri e le discoteche, aver visto la gente morire di altre malattie perché gli ospedali erano pieni di urgenze, se neanche le parole di Speranza, inteso non come virtù, ma come ministro, che a vederlo sembra sempre più Dracula, non vi hanno convinto, bom, fine, prendiamo atto.

Però vi chiedo una cosa, veniamoci incontro, a due metri di distanza, evitate almeno di manifestare. Evitate almeno di assembrarvi, lasciate libere le piazze.

Tanto io ve lo dico il Green pass non lo leveranno. Toglietevelo dalla testa, perché è l’unico modo per consentire alla nostra economia di non andare gambe all’aria.

Anzi voi potete manifestare proprio perché la maggioranza di noi ha il Green pass. Se no sareste tutti chiusi in casa a far pisciare i cani con la carrucola dai balconi.

“Io lo so che in fondo siamo uguali, per questo cerco di comprendere il vostro punto di vista e le vostre paure. Quello che vi chiedo è di comprendere anche le nostre di paure, di pensare per un attimo anche a noi “Si vax”, “Ok lo faccio vax”, “Meglio di niente Vax”.

Provate a capire quanto ci possono girare i coglioni a noi nel sentire di nuove chiusure, di vedere di nuovo i medici di base allo stremo, gli ospedali che si riempiono. Provate a capire quanto ci rode dover fare la terza dose, magari poi la quarta, la quinta, la sesta, fino alla settima come per le taglie di reggiseni perché il virus continua a gironzolare.

Tra l’altro noi se facciamo i conti siamo molti, ma molti di più. Se ci mettiamo noi a manifestare è la fine.

Vogliamo fare un Natale come l’anno scorso solo tra congiunti? In 3 a tavola ma consanguinei? In 6 con addosso con la rete antigrandine, in 8 ma solo se gemelli siamesi? Ce le ricordiamo quelle fabbriche chiuse, quegli stipendi che non c’erano più, le piccole imprese fallite per mancanza di lavoro? Vogliamo fare la settimana bianca in casa sciando sulla moquette perché richiudono gli impianti? Girando con le ciaspole e festeggiando il Capodanno soli dentro la cabina armadio? Ci piacciono le città deserte con i cervi che rosicchiano i semafori? Perché adesso non abbiamo più l’alibi della sfiga. Quello che succederà è solo nelle nostre mani e nei nostri avambracci. Ho letto che alcuni di voi scrivono su Telegram frasi violente e feroci.

Ecco siccome non ho Telegram e non voglio dirvi né frasi violente, né frasi feroci, perché siamo tutti sulla stessa barca, ve lo dico come se fosse un telegramma. ‘Aiutiamoci. Stop. Facciamoci il più bel regalo di Natale. Stop. Cerchiamo di avere cura di noi, dei nostri cari e delle persone più fragili. Stop. Vacciniamoci. Stop. Vogliamo tutti che finisca. Stop. Stop. Stop’.”


Elon Musk, uomo dell’anno, è il perfetto super cattivo della nostra era?

Dal Voltaire che pesa alla gigioneria dello Spettacolo dei libri… senza libri 

Di Pietro Minto, Linkiesta

“Clown, genio, bastian contrario, industriale, showman. Un folle ibrido di Thomas Edison, P.T. Barnum, Andrew Carnegie e il Doctor Manhattan di Watchmen”: così la rivista americana definisce il “visionario” Ceo di Tesla e Space X che ha conquistato la copertina del magazine Time nell’anno in cui il suo colosso dell’automotive è diventato il più valutato al mondo battendo, quanto a valore di mercato, Ford e GM messe assieme.

Il direttore dell’Agenzia spaziale europea (ESA) ha accusato i governi mondiali di aver di abdicato al fondatore di SpaceX la gestione dei nostri cieli. Anche la sua Tesla è stata criticata perché l’autopilota permette di guidare mentre si gioca ai videogiochi. Intanto il miliardario sudafricano trolla su Twitter, vende case e dice di voler diventare un influencer.

Nel settembre del 2015 Elon Musk fu ospite del Late Show di Stephen Colbert, che aveva da pochi giorni preso lo scettro da David Letterman. Nel corso dell’intervista, Colbert gli fece notare come la sua mission fosse quella di «salvare il mondo», pur essendo un miliardario: «O sei un super eroe o sei un super cattivo», disse il comico tra le risate del pubblico.

Riguardare quel video dalle macerie del 2021 fa un effetto strano. All’epoca Musk era “solamente” un imprenditore: il capo di Tesla, quello di Spacex, il CEO di Solar City (l’azienda di pannelli solari che Tesla avrebbe comprato nel 2016). Mancava ancora un anno alle elezioni che avrebbero portato Donald Trump alla Casa Bianca; ma anche alla fondazione di The Boring Company, la sua bizzarra azienda che vuole traforare la California per far viaggiare macchine a tutta velocità sottoterra (non dite a Elon che esistono i treni).

Nell’arco di questi sei anni il mondo è cambiato, ma forse non quanto Musk, che ha trasformato il suo account Twitter in un seguitissimo mix di meme edgy, polemiche politiche, battute anti-comuniste, riferimenti al 69, attacchi diretti a Bernie Sanders («Mi dimentico sempre che esisti», lo scorso novembre), e tweet con cui manipola – volente o nolente – il business trilionario dei Bitcoin e delle criptovalute in genere. Il tutto mentre le azioni di Tesla sono aumentate del 2378,52% in cinque anni, e la sua SpaceX lancia astronauti, satelliti e civili nello spazio.

A distanza di sei anni il dilemma di Colbert rimane valido più che mai: Elon Musk è un eroe o un villain? I fatti di questa settimana non sembrano dipingere un quadro idilliaco per l’ex marito di Grimes. Solo nei giorni scorsi, infatti, il nuovo direttore dell’Agenzia spaziale europea (ESA), Josef Aschbacher, ha criticato lo strapotere di Musk sulla questione spaziale, accusando i governi mondiali di aver di fatto abdicato a un privato billionaire la gestione dei nostri cieli. «Hai una persona che possiede metà dei satelliti attivi nel mondo, è incredibile», ha detto Aschbacher al Financial Times. «È lui che sta facendo le regole, de facto. Il resto del mondo, Europa inclusa, non sta rispondendo con la velocità dovuta».

I satelliti in questione sono di Starlink, altra impresa di Musk (lanciata nel 2015), che entro il 2025 vuole lanciare 11943 satelliti di piccola dimensione nella orbita terrestre bassa (42mila entro dieci anni, se glielo permettono), creando un network satellitare in grado di portare connessioni veloci in tutte le aree del mondo. In alcuni casi, di notte, è possibile vedere questi satelliti attraversare il cielo come una scia di punti (nemmeno troppo piccoli) luminosi. «Musk sta privatizzando il cielo notturno», si lamenta qualcuno da tempo. E presto non sarà nemmeno il solo a riempire di satelliti (e luce) le nostre notti: a fare da competitor a Starlink ci sono già la Kuiper, azienda finanziata da Amazon, OneWeb dell’imprenditore Greg Wyler e la cinese Hongyan.

Ma non occorre andare tanto lontano per trovare i guai di Musk. La sua Tesla, per esempio, è da tempo sotto osservazione da parte del Congresso statunitense per il modo con cui pubblicizza il suo Autopilot, il sistema di guida assistita dell’azienda che viene venduto come fosse Supercar, tanto da spingere l’azienda a distanziarsi dalle parole del suo CEO.

Non è tutto: da questa settimana, grazie a un aggiornamento del sistema operativo delle sue automobili, è possibile guidare una Tesla mentre si gioca ai videogiochi sul grande e iconico display di queste vetture. Anche in questo caso, Musk e i suoi giocano sui vuoti normativi, sperimentando opzioni che possono mettere in pericolo la vita di molte persone, nel nome dell’innovazione – o meglio, del denaro. E anche in questo caso i governi e gli enti che dovrebbero regolare questo settore sono confusi e inermi: gli avversari ideali per uno come Musk.

Discutere di queste cose online, specie su Twitter, è complesso perché a difendere Mr. Tesla c’è una schiera di accoliti del miliardario, i cosiddetti Tesla Bros, subito pronti a ergersi in piedi e prendere una pallottola nel nome del loro Fondatore. È evidente che, agli occhi dei bros, il dilemma di Colbert sia fuffa, classica propaganda liberal: è ovvio che Elon Musk stia salvando il mondo.

Al di fuori di questa setta, però, il dubbio rimane, eccome. Musk intanto continua la sua trasformazione da imprenditore seriale d’enorme successo a personalità tutto tondo. Una star. O un influencer di prestigio. Il matrimonio con la musicista Grimes è finito proprio quest’anno, a poco più di un anno dalla nascita del piccolo X Æ A-XII, detto affettuosamente «X» dai suoi genitori.

Quanto a Grimes – che ci tiene a precisare di non «identificarsi con la parola mamma» e di farsi chiamare solo «Claire» da suo figlio – sembra essersi pentita della rottura con Musk, almeno a giudicare dal testo del suo ultimo brano, “Player of Games”, che contiene versi quali: «I’m in love / With the greatest gamer / But he’ll always love the game / More than he loves me».

Musk, invece, se la passa come al solito, specie se si considera che è da almeno vent’anni che si comporta come se fosse in crisi di mezz’età da divorziato (macchine veloci! Razzi! Scavare tunnel!). Recentemente ha venduto la sua ultima casa, una magione da 32 milioni di dollari, per trasferirsi in una casetta da 50mila dollari che «prende in affitto da SpaceX», come ha spiegato su Twitter.

E se i Tesla Bros sono pronti a credere che tutti questi soldi servano a Musk per costruire «una colonia su Marte», noi temiamo siano solo una parte del suo piano di dominio finale. L’Endgame di Elon Musk. E se sarà da buoni o da cattivi, lo scopriremo presto.


Le cadregopoli del Mattino

Dal Voltaire che pesa alla gigioneria dello Spettacolo dei libri… senza libri 

Fra gli elementi ricorrenti, nelle modalità utilizzate per commentare i temi della settimana da parte del “Mattino della domenica”, e di Lorenzo Quadri che ne è l’artefice autocertificato, vi è un frequente ricorso al sarcasmo denigratorio, ereditato dallo stile aggressivo di Giuliano Bignasca, che ad una prima lettura può apparire efficace segnale di “anti-istituzionalità”, può essere colto, insomma, come un “parlare come mangi”, chiaro, anti-politichese, a muso duro, senza timore reverenziale alcuno, a proposito di temi, fatti, persone.

È uno “stile” che Quadri trita e reitera da anni sempre uguale, nell’evidente intento di andare incontro ad un pubblico di lettori (ed elettori) cui piace ritrovare un certo tono da bar; uno “stile” non proprio portato a sottilizzare o approfondire, che si affretta volentieri e con trasporto a liquidare chi la pensa diversamente ricorrendo alla contumelia, a nomignoli di bassa caratura, magari un po’ dialettali, tendenzialmente spregiativi e sprezzanti. Più che un “parlare come mangi”, non di rado, un “parlare come rigurgiti”.

Del resto, si dirà, è un linguaggio “movimentista”, di un gruppo politico nato come movimento di rivolta e che “movimento” ancora si chiama, benché sia da anni, ormai, ampiamente un consolidato partito, rappresentato in quasi tutti i consessi politici e amministrativi di Cantone e Comuni. Un linguaggio che pare essere condiviso anche dai suoi vertici, visto che il sito della Lega, in home page, ci fa trovare a caratteri cubitali il motto “Padroni in casa nostra, se no son Cassis vostri”.

E qui già si comincia, a volte, a faticare nel capire come possano conciliarsi un costante afflato populistico impugnato contro tutto e tutti, con un’attività “istituzionale” che, per fare due facili esempi, ha nella Lega lo schieramento politico di maggioranza relativa sia in Consiglio di Stato che in Municipio a Lugano: insomma, un partito con notevoli responsabilità decisionali sulle scelte politiche nel nostro Cantone, di tutto il Cantone, anche quello deriso e sbeffeggiato la domenica.

Se poi si aggiunge che nell’esecutivo luganese siede (e, forse, collabora) lo stesso dispensatore di strali che dirige e redige il Mattino, sembrerebbe lecito domandarsi come non possa venire qualche volta il dubbio che ci sia qualcosa che non… quadra.

Già perché, molto banalmente, ci si potrebbe chiedere, ad esempio, come lo “Zio Bill” della domenica possa sedersi non tanto in Consiglio Nazionale (dove è il deputato ticinese più assenteista) ma ogni giovedì in Municipio a parlare e confrontarsi con persone e rappresentanti di schieramenti su cui si scatena senza freno sul giornale (e un po’ misterioso è anche come possano reggere la situazione gli altri sei).

Però, ad una seconda lettura, si potrebbe ritrovare in non pochi articoli del giornale, un tratto che permette forse di comporre l’apparente contraddizione.

Prendiamo l’edizione di domenica scorsa, quella che in prima pagina, per intenderci, titola “Povera Svizzera” con un’immagine di Cassis, e che a pagina 3, sempre nei titoli, dice che “con la nomina del ‘medico italiano’ a presidente della Confederella non abbiamo proprio niente da festeggiare”.

Ecco, a pagina 8 troviamo, com’era logico aspettarsi, un articolo dedicato al decreto d’abbandono del PG Pagani sul caso dell’abbattimento parziale dell’ex-Macello.

Titolo: Ex Macello: il partito del sabotaggio ancora asfaltato Sottotitolo: Adesso è ufficiale: le denunce penali contro il Municipio erano solo politichetta.

Se si riesce ad arrivare in fondo al commento su questo episodio forse si può rinvenire un meccanismo classico dell’argomentare di Quadri: con un procedimento che potremmo definire come “gioco d’anticipo”, si attribuiscono agli altri, sempre, di principio, preoccupazioni ed intendimenti che sono propri, per ricondurre ogni questione, ogni episodio, ad un disegno (più o meno perverso) praticato dai partiti “nemici” per ragioni di “politichetta”, di cadreghe.

Con un malcelato finto complesso di persecuzione, il giornale attacca, “i sabotatori di sinistra”, quelli “già asfaltati sul PSE” (non importa che siano questioni ben diverse), e poi “la Pravda di Comano”, i “giornalai rossi” compresi i “pennivendoli del Corrierino LibLab” e poi, naturalmente, “i brozzoni autogestiti”, tutti accomunati nell’essere schierati contro il Municipio perché… a maggioranza leghista.

Ma possibile? Un evento che ha toccato, che lo si voglia o no, i temi dello stato di diritto, della legalità di misure e decisioni, che ha sollevato domande e perplessità proprio e solo in quanto tale, finisce per essere ridotto ad un ennesimo caso di minaccia alle “cadreghe” leghiste? Ma non è che, a questo punto, per Quadri il problema sia proprio e unicamente questo? Non è che tutto va sempre ed esclusivamente ricondotto ad una questione di posti di potere, tanto invisi, solo a parole, al movimentismo della prima ora?

E a questo punto viene pur anche da chiedersi se davvero il “movimentismo leghista” non sia oggi una semplice forma di sorveglianza da “buttafuori” (più o meno metaforicamente armata) del potere conquistato negli anni a livello politico. In nome di quel potere, e forse di questa cortina fumogena creata domenicalmente ad arte contro chiunque, oggi non pochi notabili leghisti siedono non solo in esecutivi o legislativi cantonali e comunali, ma in consigli d’amministrazione importanti, fra pubblico e privato, come EOC, AET, Casinò di Lugano e via discorrendo, per non parlare di stravaganti entrate in scena nel mondo sindacale.

Così, i toni pesanti del “Mattino” potranno forse continuare ad illudere una certa “base” ribellistica, scontenta, frustrata, disillusa, che la Lega non smetta di combattere contro cadregopoli e la politichetta consociativa degli altri partiti; in realtà il giornale ed il suo greve linguaggio fanno da minacciosa guardia del corpo al potere conquistato, e ancora da conquistare con tutto lo storico armamentario della più bieca logica del tornaconto politico.

Nell’immagine: biglietto anonimo sul cancello principale del municipio di Lugano


Contraffazioni Mattindomenicali

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Di quale democrazia hanno parlato?

Dal Voltaire che pesa alla gigioneria dello Spettacolo dei libri… senza libri 

Se non ve ne siete accorti – il che è molto probabile – la settimana scorsa si è svolto un super-vertice fra le nazioni democratiche. Due giorni di colloqui ‘in video conferenza’. Oltre cento paesi invitati (Svizzera inclusa). Fra le escluse Cina e Russia. Ideatore del summit e gran cerimoniere Joe Biden. Certo, che le democrazie liberali, da anni oggetto di innumerevoli analisi sulla loro crisi in fatto di funzionamento e rappresentatività, abbiano bisogno di essere rianimate, consolidate, rinnovate è fuori dubbio. È del resto nelle ampie pieghe dei loro malanni politico-economici che si sono irrobustiti i fenomeni populisti, nazionalisti, sovranisti dell’ultimo ventennio. Un termometro preoccupante. Ma che a indicare la via dell’indispensabile rigenerazione democratica sia proprio il vertice degli Stati Uniti suscita più di un dubbio. Innanzitutto nel metodo e nella forma.

Fuori gli ‘Stati canaglia’, che favoriscono o favorirebbero il terrorismo: d’accordo. Poi, che si siano escluse Mosca e Pechino, chi può contestarlo, vista la loro progressiva o plateale violazione dei diritti umani? Ma che si invitino il Pakistan protettore dei Talebani afghani, l’India dell’induista radicale Narendra Modi che discrimina la grande e pacifica minoranza musulmana, le Filippine del pistolero Duterte, il Brasile del Bolsonaro nostalgico della dittatura militare, o la Polonia legittimamente che piega alla volontà del governo magistratura, forze dell’ordine, informazione, beh la dice lunga sull’idea che la Casa Bianca ha della democrazia. La verità è un’altra, del resto denunciata da due giornali non aprioristicamente anti-Biden: il “Washington Post”, che scrive di un criterio di scelta basato unicamente sugli ‘interessi nazionali e statunitensi”, e l’ “Economist” affermando che gli inviti riflettevano ‘la politica americana più che i valori democratici’).

Sono anche i giorni in cui si scopre, grazie alla sbadataggine di un grullo ex capo dello staff presidenziale e delle rivelazioni di “Guardian” e “New York Times”, un dettagliato piano redatto dai collaboratori di Donald Trump per un colpo di Stato che doveva permettergli di rimanere al potere grazie anche all’intervento dell’esercito; non proprio una cosuccia da operetta, bensì un progetto integrato nel violento assalto a Capitol Hill per scippare la vittoria a Biden. E parliamo di quella che insiste a definirsi ‘la più grande democrazia del mondo’. In cui oltre il 60 per cento degli elettori repubblicani continua a credere che Trump (amato dal suprematismo bianco) sia vittima di una colossale frode, e dove i governatori suoi seguaci varano nuove leggi (ben 33 in meno di due anni) allo scopo di ridurre il peso elettorale soprattutto della minoranza afro-americana.

Infine, nella settimana del ‘Summit for Democracy’, l’America ottiene dall’Alta Corte inglese il trasferimento nelle prigioni americane Julian Assange, fondatore di Wikileaks, accusato di 18 imputazioni per un totale di 175 anni di carcere, per aver diffuso migliaia di documenti ‘classificati’, che hanno confermato le criminali malefatte degli Stati Uniti nelle due guerre, e nelle altrettante sconfitte, in Iraq e Afghanistan. Un colossale attacco alla libertà di stampa.

Di quale democrazia stiamo parlando?

Articolo pubblicato da “laRegione”
Nell’immagine: i paesi invitati al Summit


Sergio Rossi – Economia, quo vadis?

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Afghanistan, serata speciale per non dimenticare

Dal Voltaire che pesa alla gigioneria dello Spettacolo dei libri… senza libri 

Afghanistan, l’anima di un paese. Il titolo della serata speciale radio-televisiva pubblica della RSI, questa sera dalle 20.50 Rete Due e dalle 21.05 LA2, e sembra già indicare un contenuto, un taglio editoriale…

Sì, l’idea è proprio quella di illustrare la natura di un paese che conosciamo in genere solo per guerre e efferatezze. In altre parole i fondamenti culturali e storici, le radici di quelle popolazioni che riuniamo nel termine afghani, ma che hanno percorsi diversi e che nel bene come nel male, nel sincretismo o nei conflitti, hanno prodotto quel paese grande quasi due volte l’Italia che si trova da 42 anni in guerra e da tre mesi nell’impasse totale. La nostra cifra è quella di dare la parola agli afghani stessi. Afghani sono i nostri ospiti, afghana la musica, afghana la poesia. Tutto questo per sottolineare la grandissima tradizione culturale di un paese che ha dato i natali a filosofi, poeti e mistici nel Medioevo, come il grande Rumi a Balkh, Sanai a Ghazni e che nel XII secolo ha conosciuto con il movimento mistico dei sufi, il suo massimo splendore.

Ritorniamo ai nostri giorni. Tu e il regista Philippe Blanc siete stati in Afghanistan poco prima della caduta di Kabul nelle mani dei Talebani. Avete mantenuto contatti che vi consentono di capire qual è la reale situazione?

Sì diversi contatti, sia con persone che sono rimaste (spesso intrappolate) in quel paese sia con persone che sono riuscite a fuggire e che a loro volto mantengono i contatti con le loro famiglie. Alcuni di questi profughi, come Massood Sanjer, ex direttore dalla principale radio del Paese, Arman FM, sono tra l’altro ospiti in studio della nostra serata speciale. La situazione appare estrema, la crisi economica gravissima, il paese è alla deriva, mancano i soldi, molta gente fa la fame. Tutti più o meno vorrebbero fuggire, delle 700 donne giornaliste ne sono rimaste pochissime. Molte scuole sono chiuse, gran parte delle scuole secondarie vietate alle ragazze. Vi sono tanti regolamenti di conti, Human Right Watch, ONG molto seria e informata, denuncia esecuzioni sommarie di centinaia di persone legate al vecchio regime.

I Talebani sono di nuovo al potere dopo 20 anni. C’è il rischio che si torni all’incubo del periodo 1996-2001?

Potremmo girare la domanda in questo modo: i talebani sono cambiati? La riposta potrebbe essere questa: i talebani sono gli stessi, ma il contesto è sensibilmente cambiato. Vent’ anni fa non c’erano i cellulari, comunicare era difficile, facile intercettare e punire a morte chi possedeva un televisore. I nomi di chi ha preso il potere sono gli stessi di quelli che 25 anni fa costrinsero le donne alla schiavitù (divieto di scuola, lavoro, di uscire non accompagnate, di mostrare il volto in pubblico), che vietarono la musica, la televisione, il cinema, il canto, la poesia non religiosa, che mozzavano le mani ai ladruncoli, che torturavano chi non portava la barba sufficientemente lunga, che lapidavano le presunte adultere, che misero al bando lo sport. I nomi sono quelli del premier Mohammad Hasan Akhund, che fu ministro degli esteri e consigliere politico del Mullah Omar. Oppure il figlio dello stesso Mullah Omar, il mullah Yakub, ministro della difesa. O il famigerato Serajuddin Haqqani, ministro degli interni, terrorista inveterato e ricercato dall’FBI. Difficile capire cosa vogliono davvero fare del paese, perché in questo momento devono mostrare un volto accettabile per sbloccare gli aiuti stranieri, fondamentali per un paese che ha vissuto tradizionalmente, dalle guerra anglo-afghane dell’800 in una sorta di parassitismo imbottito di corruzione. Volto accettabile che è però verosimilmente uno specchio per le allodole a cui può credere forse qualche ingenuo. La composizione “unietnica” del governo, l’esclusione delle donne dall’esecutivo e da gran parte delle scuole, sono segnali inquietanti e le centinaia di migliaia se non milioni di persone che vorrebbero fuggire dal loro paese sono il termometro di quanto la popolazione teme. Secondo Michael Barry, forse il maggior studioso vivente di Afghanistan, il movimento dei talebani associa la visione rigorista dell’Islam di scuola Deobandi (di origine indiana) con il fascismo politico: superiorità di una “razza” (Pashtun) sulle altre, insignificanza delle donne, gestione verticistica, intolleranza del dissenso.

Da dove provengono i talebani? Perché sono nati?

Sono di fatto una creazione del Pakistan. Il regime militare di Islamabad che ha foraggiato e ospitato, con l’aiuto cinese, saudita e americano (in chiave anti sovietica) fino al 1994 i diversi movimenti di Mujaheddin, di fronte alle difficoltà del suo principale alleato in terra afghana, l’estremista fanatico Gulbuddin Hekmatyar e del suo movimento Hezb-e-islami, decide di creare un altro movimento (sempre di etnia pashtun) per combattere i diversi signori della guerra che stavano distruggendo il paese mettendo in pericolo il progetto di un Afghanistan pashtun totalmente controllato dal regime pakistano (a quei tempi diretto da Benazir Bhutto, il suo predecessore Zia Ul Haqq era stato ucciso in un attentato ordito nel 1988 dai sovietici) . I seminaristi coranici, fanatici e sostanzialmente mezzi analfabeti, invasati religiosi e dunque manipolabili, diventano l’arma di una nuova proxy war. Contro i pasthun di Hekmathyar si erano mobilitati gli altri gruppi etnici che i talebani poi massacreranno una volta al potere: i tadjiki del comandante Massoud (ex islamista), gli uzbeki del generale Dostum, la minoranza hazara (sciita) ecc…Grazie al sostegno dei potenti servizi segreti pachistani (ISI) e ai petrodollari sauditi (in chiave anti-iraniana) i talebani sbaragliano i movimenti non pashtun e prendono il potere nel 1996. E governano con il pugno di ferro, un fascismo islamista puro e duro. Contro di loro di formerà poi “l’alleanza del nord” guidata da Ahmed Massoud, formata dai diversi signori della guerra (tra cui molti carnefici) sostenuta dagli americani e vincente a fine 2001.

L’America interviene nel 2001 all’indomani delle Torri gemelle. Rimane vent’anni. Il resto è storia recente. È troppo presto per tracciare un bilancio del ventennio?

Vent’anni con una guerra strisciante e con un esito drammatico: il ritorno alla casella di partenza. Dunque da questo punto di vista bilancio negativo di una guerra che trovava una chiara giustificazione nel dover snidare i terroristi di Al Qaida. Inizialmente non si è trattato di un attacco per esportare la democrazia, di un tentativo di nation building. Washington voleva catturare Bin Laden. Questo era l’obiettivo. Poi negli anni è subentrato il progetto democratico, con una costituzione, diritti alle donne, elezioni libere, modernizzazione ecc. Oltre 2300 miliardi di investimenti, in parte militari, in gran parte civili. Nei miei viaggi ho potuto constatare grandi cambiamenti, ma soprattutto nelle città. Rispetto al paese che ho visto nel 2001, quello del 2021 era un paese più libero, aperto, con le donne molto più presenti nella società, nell’economia, nelle professioni, nello sport e nella cultura. Ma anche un paese stra-sfiduciato, non solo dalla guerra e dal terrorismo dei talebani e dell’Isis, ma anche da un governo corrotto, dalle organizzazioni mafiose, dalla violenza e da un’America che sembrava gestire con disprezzo quel paese da cui non vedeva l’ora di andarsene. Fallimento politico certamente. Ma si spera che della modernizzazione qualcosa possa rimanere e che malgrado tutto quei vent’anni possano alimentare lo spirito di resistenza all’oscurantismo.

Alcuni tracciano un parallelo tra il fallimento sovietico nel 1989 e quello americano. Che ne pensi?

La storia del paese è complessa e si tende a dimenticare le dinamiche di quanto successe nel 1979. L’invasione sovietica fece seguito a una serie di sanguinosi golpe messi a segno da comunisti. Vi fu una vera età aurea in Afghanistan dal 1964 al 1973. Poi cominciò il declino. E la guerra lunga 42 anni. Dapprima Taraki sostenuto da Mosca che nel 1978 uccide il presidente Daoud (che ha avuto il torto di avvicinarsi all’Iran), poi lui stesso ucciso dal premier Amin, pure comunista, in seguito prende il potere un altro comunista, Babrak Karmal a sostegno del quale i sovietici decidono di spedire decine di migliaia di soldati. Fu un bagno di sangue durato due anni, basti pensare che nella sola prigione di Pol Tcharki il regime di Taraki fece fucilare 27mila prigionieri, islamisti, comunisti moderati del movimento Partcham, soufi, persone occidentalizzate eccetera, migliaia di oppositori furono sepolti vivi con le ruspe. Da questo punto di vista il paragone non ci sta. La guerra americana è stata di bassa intensità e le maggiori atrocità in termini numerici sono certamente da addebitare ai talebani. Nulla a che vedere con il decennio 1979-1989 o con la terribile guerra civile 1992-1996. Ma indubbiamente in entrambi i casi siamo di fronte a uno smacco. Si dice che l’Afghanistan è la tomba degli imperi. Di quello britannico e sovietico certamente, di quello americano malgrado tutto non direi. In entrambi i casi vi fu comunque un tentativo di modernizzare il paese, di imporre un modello (socialista e laico da un parte, democratico e capitalista dall’altra : sotto i sovietici e in misura maggiore sotto gli americani, la situazione delle donne è certamente migliorata.

Prospettive?

L’America ha abbandonato il paese, Joe Biden è in linea con Trump. L’Afghanistan non lo interessa e non lo ha mai interessato, anche quando era vice di Obama. La priorità è la Cina. Punto. Washington vuole solo che i talebani non ospitino i terroristi di Al Qaida o Daesh, cioè dell’Isis. La Cina è interessata alle materie prime, controlla già una grande miniera di rame, Pechino non guarda mai in faccia a nessuno, business is business, e soprattutto abbraccia i talebani in chiave anti Uiguri: sostengo Kabul ma in cambio i talebani non danno protezione ai terroristi uiguri, islamci ideologicamente vicini agli stessi talebani. Il paese chiave rimane il Pakistan, nemico storico dell’Afghanistan, che fu l’unico paese a votare all’Onu contro il riconoscimento del nuovo Stato pakistano nato nel 1947, e che tramite il fondamentalismo dei seminaristi coranici vuole controllare e dominare il suo vicino. Di certo le prospettive non sono rosee, la guerra civile tra le diverse etnie appare come una delle ipotesi possibili a medio termine.


Vogliono la testa di Julian Assange

Dal Voltaire che pesa alla gigioneria dello Spettacolo dei libri… senza libri 

Vogliono la testa di Julian Assange. Che è sempre più vicina agli Stati Uniti. Il capo di un uomo a cui la giustizia americana imputa diciotto capi d’accusa, che, se tutti riconosciuti, negli USA portano a una condanna fino a 175 anni di carcere. In seconda istanza, l’Alta Corte di Londra ha infatti rovesciato l’iniziale verdetto (non estradabile per motivi di salute: depressione, autismo, pericolo di suicidio) e sentenziato che l’incriminato può attraversare l’Atlantico, destinazione gli USA, che avrebbero garantito un trattamento ‘adeguato’ ad una persona malata, in particolare evitandogli l’isolamento carcerario. Sentenza che andrà in appello (con scarse possibilità di una favorevole revisione), e che potrebbe approdare alla Corte europea dei diritti umani. Siamo dunque all’ultimo ma non definitivo capitolo della saga del fondatore di Wikileaks, per sette anni rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana di Londra, e che ha dovuto affrontare anche la denuncia svedese per stupro, da cui è stato assolto una prima volta, e in seguito per definitivo abbandono dell’inchiesta da parte della magistratura di Stoccolma.

Cospirazione, documenti ottenuti illegalmente (rubati da un ex soldato americano), pubblicazioni in rete di informazioni ‘classificate’ (cioè segrete), e quindi minaccia alla sicurezza nazionale. Sono le principali imputazioni contro il cittadino australiano Assange. Che con le sue rivelazioni (migliaia di documenti ufficiali) ha inchiodato gli Stati Uniti a precise e incontrovertibili responsabilità (torture, uccisioni da ‘fuoco amico’, incapacità militare, pasticci politici, e altro ancora) soprattutto nelle due guerre perse dalla super-potenza nel pantano del Medio Oriente: in Iraq, dove l’intervento militare ha fatto implodere il paese, consegnato il potere alla componente sciita influenzata dall’Iran, e incoraggiato la nascita del Califfato islamico (Isis) da parte di ex ufficiali sunniti di Saddam Hussein; e in Afghanistan, vent’anni di occupazione terminati con un accordo che ha riportato i Talebani al potere e l’estate scorsa con le drammatiche scene della tentata fuga di migliaia di civili, ammassati attorno all’aeroporto di Kabul, persino peggio delle immagini di 46 anni prima sull’umiliante ritirata da Saigon.

Non era dunque giusto denunciare quel groviglio di criminali malefatte ed errori, documentandole con testimonianze anche di ufficiali e militi americani, fatti che molti osservatori avevano già segnalato, e che portavano alla luce i prodromi di due fallimenti, dentro cui ci sono state migliaia di vittime civili, distruzioni massicce, divisioni e violente rivincite etnico-religiose? Non fu del resto questo anche, all’inizio degli Anni Settanta, il caso dei ‘Pentagon Papers’, settemila pagine top-secret sulle tragedie vietnamita e cambogiana, vendute da Daniel Ellsberg, infine pubblicate dal New York Times e dal Washington Post? E senza che si aprissero processi nei confronti della fonte, degli autori dello scoop, e delle rispettive testate?

Dove sta, allora, la differenza? Sul piano tecnico, sta sostanzialmente nel fatto che la giustizia statunitense non riconosce ad Assange lo status di giornalista, e quindi nemmeno lo scudo rappresentato dal Primo Emendamento sulla libertà di opinione e di espressione. Un’evidente torsione della realtà, visto che oltretutto anche oggi la stragrande maggioranza dei giornalisti dei paesi democratici (in primis “Reporter senza frontiere”) sta protestando per una simile negazione della realtà e quindi della attuale detenzione e della possibile ‘deportazione’ in terra americana.

Ma è soprattutto sul piano politico che va valutato il caso Assange. Alla gogna non c’è solo un imputato, ma lo stesso diritto di cronaca e di libera informazione. Che riguarda tutti, certo non unicamente i giornalisti. E a quelli – anche nel nostro mestiere – che tentano di squalificare Assange classificandolo più come trafficone spione che come libero informatore, due semplici risposte. Primo: è da oltre tre secoli che il giornalismo vive di segrete confidenze e di documentazioni trafugate che poi devono passare nel setaccio di serie e corrette verifiche. Secondo, e soprattutto: le vittime innocenti (carne, ossa, sangue) di misfatti di ogni genere che qualsiasi tipo di potere cerca di nascondere, vorrebbero oppure no che si conoscessero le verità e le responsabilità di chi li ha condannati ad una sorte terribile?

Ecco perché quella contro Assange è una sentenza contro diritti umani e democrazia, libera informazione e verità storica.

Immagine di Caitlin Hohnstone


Zerocalcare, me fai volà!

Dal Voltaire che pesa alla gigioneria dello Spettacolo dei libri… senza libri 

“Me fa volà che se sente Clint Eastwood”!

Questo tweet di Michele Rech, rivolto a Daniele Capezzone, ex portavoce della prima Forza Italia e giornalista Mediaset (gli si rimprovera la “lagna e il disagio come dimensione esistenziale”), riassume in poche romanesche parole lo Zerocalcare-pensiero, struttura mentale unica nel suo genere, dove alla pesantezza del vivere, all’incertezza del futuro, a una certa mancanza di prospettive, si risponde con la grazia e la leggerezza di chi in qualche modo è già oltre.

Michele Rech, in arte Zerocalcare, appunto, è in circolazione già da qualche tempo, La profezia dell’armadillo ad esempio risale già a dieci anni or sono, ma a venerarlo e a riconoscerne il talento universale abbiamo imparato in pieno lockdown, con i 9 corti di Rebibbia Quarantine, quando poco meno di due anni fa riusciva a strapparci amarissime e genuine risate durante il suo appuntamento settimanale alla corte di Diego Bianchi, negli studi deserti di Propaganda Live. Ora non lo amano solamente a Roma, nel Lazio o in Italia, ma grazie a Netflix, che ha caricato Strappare lungo i bordi sulla propria piattaforma, è sulla buona strada per diventare cult anche in Turchia, ad esempio, mentre lo è già in Indonesia, sempre ad esempio. Alla faccia di chi lo riteneva un prodotto locale, imbrigliato soprattutto, oltre che dal disagio, dal romanesco stretto in cui è narrato.

Forse è proprio quella una delle sue fortune, oltre a un tratto felice e immediato, in cui ognuna e ognuno può riconoscersi in un batter d’occhio. Chi non è a tratti stordito in un mondo denso di informazioni-idee-pensieri-aspettative come quello in cui viviamo? Chi non si è mai trovato in un’impasse esistenziale paralizzante e al tempo stesso vagamente comica? Probabilmente nessuno, ed è proprio questo che ci racconta Michele Rech, il cui alter ego Zerocalcare (nome preso da una pubblicità di un prodotto contro il calcare), e alter ego dell’alter ego Armadillo, riescono a trascinare chiunque in un flusso di coscienza che ha la consistenza del magma, tanto è denso, senza perdere mai di vista non solo il valore di ogni singola esistenza, ma anche un certo mal di vivere de noantri, con tutti gli annessi e connessi. E di questi fanno senza dubbio parte anche l’empatia per le grandi ingiustizie, come emergeva già nel commovente Kobane Calling del 2015.

Strappare lungo i bordi vuole anche dire non seguire alla lettera un percorso predefinito, non volere o non potere aderire fino in fondo al sistema in cui si vive, ma significa anche tentare di dare un senso a quello che si prova e, permeandolo di brillante ironia, renderlo un po’ più sopportabile.

Un aiuto alla sopravvivenza quotidiana di tutti noi, ma dal sapore universale, ecco cosa riesce a darci Zerocalcare, che forse non a caso, nel 2020 dall’Espresso è stato definito l’ultimo intellettuale d’Italia. E scusate se è poco.