Aurelio Galfetti, il costruttore di spazi

Il lavoro del grande architetto scomparso, attraverso le parole di Mario Botta 

Lo scorso 1 dicembre, all’Accademia di Architettura di Mendrisio, si è tenuta una conferenza di presentazione di un nuovo volume dedicato all’opera di Aurelio Galfetti, uno dei maestri della “scuola architettonica ticinese”, fondatore con Mario Botta dell’Accademia stessa, inaugurata nel 1995 e fautore dell’Archivio del Moderno, che conserva le sue carte.

Il volume, intitolato “Costruire lo spazio”, (edizioni Silvana Editoriale) consiste di tre saggi ed un’intervista a Galfetti, ed era inteso come omaggio, per gli 85 anni del maestro, che avrebbe dovuto essere presente all’evento. E invece, la sua assenza, per malattia, ha fatto diventare questa occasione editoriale, un momento di dolente riflessione su un grande personaggio della cultura del nostro paese che, proprio stanotte, se n’è andato per sempre.

Fra i relatori della conferenza, non poteva mancare Mario Botta, che nel suo commosso intervento non ha nascosto anche le divergenze ed i momenti delicati nel rapporto con Galfetti.

Ma il suo discorso, visibile sul sito dell’Accademia, e che parte da alcune considerazioni legate al volume, diventa un ricordo ed un omaggio al “compagno di viaggio”, un ultimo estremo “dialogo a distanza” con l’opera e soprattutto la personalità di Aurelio Galfetti.

Dell’intervento di Mario Botta trascriviamo qui alcune parti.


Il libro “Costruire lo spazio” in sé è un riassunto della poetica di Lio Galfetti. È un testo che analizza tre opere: la Villa Ortensia di Mendrisio del ’74-’76, il lavoro di Galfetti sul contesto fisico-urbano di Bellinzona, con le due case chiamate “Bianco” e “Nero”, e infine, con un saggio del professor Laurent Stalder, non un progetto ma una “tesi territoriale” vorrei dire, per i pensieri e gli schemi che Galfetti ha proposto sul tema dell’Alptransit e che dà una lettura ancora attuale per qualunque struttura il Ticino debba accogliere. Una lettura della topografia esistente in funzione di una sua possibile trasformazione.

Questo libro riassume dunque attraverso tre opere, di cui una virtuale, un semplice disegno che forse non avrà mai un seguito diretto, cinquant’anni di lavoro e un amplissimo spettro di interessi ed approcci di Galfetti verso gli oggetti della sua ricerca.

La Villa cosiddetta “Ortensia”, dell’ONC, ci parla del rapporto fra architettura e contesto. Che cos`è il contesto? Cosa dà il contesto al fatto architettonico? E cosa dà al territorio l’architettura, l’opera costruita, in un rapporto di conflitto diretto e continuo? Ecco i temi cruciali di quest’opera.

La seconda opera, a Bellinzona, ci racconta di un altro rapporto, urbano, di una costruizione di un isolato nel tessuto urbano con l’emergenza di una murata, quella del castello sovrastante. Dunque un rapporto non solo o non più fisico, ma un rapporto di memoria, un rapporto che fa dello spazio e del tempo un’unità, perché l’architetto deve confrontarsi con questa nuova realtà, che non è una realtà del presente, è una realtà che appartiene alla storia della città, alla storia del Paese.

Il terzo caso riguarda una lettura topografica, analizzata, nel volume, da Laurent Stalder, dove si evidenzia l’orografia del Canton Ticino e alcune emergenze, che per l’architetto diventano fondamentali, da trasformare poi in tracciato autostradale, oppure, in questo caso, ferroviario, un percorso che appunto mette in relazione territorio, emergenze, vallate, e intervento urbanistico.

Sono tre elementi che riassumono bene il lavoro travagliato di Lio Galfetti. Travagliato perché, oltre alle difficoltà professionali in un paese relativamente piccolo come il nostro, si è inserito in un momento di trasformazioni epocali.

Pensiamo al Galfetti che esce dal Politecnico di Zurigo, dove ha come punto di riferimento Le Corbusier, di cui era, potremmo dire, “innamorato”. Le Corbusier, per Galfetti, era come una presenza costante, era un atto di fede più che di riferimento tecnico, professionale.

Non c’è elemento nel lavoro di Galfetti che non trovi rispondenza nell’itinerario magistrale di Le Corbusier.

Il titolo che si è voluto dare al volume, del resto, “Come costruire uno spazio”, potrebbe riferirsi anche a Le Corbusier, portando con sé un carico di “immaginario” ma anche l’idea di un “lavoro”, quotidiano, che l’architetto deve svolgere. L’architetto non può fare altro che costruire lo spazio, come il letterato non può fare altro che scrivere, il fotografo non può fare altro che fotografare, il pittore di dipingere.

Da questo punto di vista mi sembra che il libro porti con sé, nei tre esempi che cita, proprio questa idea centrale: che sia uno spazio fondamentalmente “domestico”, come quello di Villa Ortensia, una parte di tessuto urbano, come nel caso di Bellinzona, un più ampio territorio in cui intervenire, come per la linea immaginaria dell’Alptransit, si tratta sempre di “costruire lo spazio”.

Lio Galfetti si è battuto all’interno delle contradizioni della nostra epoca, ha saputo essere uomo sulla terra con i problemi dell’organizzazione dello spazio, ha accompagnato le speranze della nostra generazione e di quella più giovane arrivata con l’Accademia, con questa tensione morale continua: lo spazio è l’oggetto della nostra riflessione, dei nostri pensieri, dei nostri innamoramenti.

Per me Galfetti, con cui ho cercato di dar vita a questa scuola, è stato come un fratello maggiore. Abbiamo parlato pochissimo della scuola, avevamo in comune due o tre punti forse vaghi, ma poi divenuti precisi rispetto al tempo storico: penso ad esempio all’esigenza comune di dare un’impronta più umanistica che propriamente “tecnica” che imperversava alla fine degli anni ’80, all’insegnamento. Erano tempi in cui sembrava che la tecnologia potesse risolvere tutti i problemi: apparivano grandi “conquiste tecnologiche”, ma noi le mettevamo in dubbio.

C’era come un sentimento di scontentezza. Il mondo andava configurandosi in spazi che non ci soddisfacevano, ad esempio, riguardo alle aspettative che nutrivamo nei confronti di un’idea di “spazio domestico” per l’uomo. Non avevamo certezze, avevamo solo dubbi, però erano dubbi basati su alcuni elementi fondamentali.

Coglievamo il soffio di idee che alitavano misteriosamente sopra la consolidata società dei consumi, e capivamo che la qualità della vita passava attraverso una nuova qualità dello spazio.

È questo che ci ha accomunati, istintivamente.

Le scelte più importanti che noi abbiamo fatto le abbiamo fatte bevendo un caffè e discutendo molto con Panos Koulermos, Peter Zumthor (che volevamo avere con noi, come poi è capitato), e rivolgendoci anche a persone “ai margini” del dibattito architettonico vero e proprio, come Carlo Bertelli, o ancora Massimo Cacciari, allora forse un po’ più lucido di quanto non sia oggi.

Poi abbiamo avuto anche fortuna, la fortuna di interpretare un momento storico quasi “magico”, improvvisamente favorevole alla nascita dell’USI e dell’Accademia. Ma all’architetto è richiesto di capire anche questi momenti, e con Galfetti abbiamo vissuto l’esperienza straordinaria di chiamare intorno alla nostra scuola personaggi autorevoli di tutto il mondo, di alzare il telefono, domandare all’uno o all’altro di venire nella nostra scuola, di sentirci rispondere “Vengo”, e poi soltanto chiedere “ma dov’è Mendrisio?”.

Galfetti è stato anche questo, e forse con la sua mancanza, mancherà quel raccordo con un tempo che il Covid ha chiuso. Io sono convinto che c’è un prima e un dopo Covid. Non è vero, come raccontano, che tutto andrà bene, che tutto tornerà come prima. La batosta che noi viviamo come condizione sanitaria è una batosta morale, che mette in discussione il nostro sistema di vita, le nostre conquiste.

La Scuola dev’essere in grado di affrontare anche questo; una buona scuola deve porre problemi, guai a dare le soluzioni. Le soluzioni le lasciamo alle scuole professionali, alle scuole tecniche, all’Ordine degli Architetti. Una buona scuola deve sollevare i problemi, non aver paura di doversi trovare, magari, senza soluzioni definitive.

Luis Kahn, alla nostra domanda su cosa si dovesse intendere per “scuola” (di architettura, naturalmente) rispose: “La scuola sono due uomini che si parlano sotto un albero”: insomma, il principio della comunicazione e, con l’immagine dell’albero, quello della protezione.

Ecco, noi dobbiamo tornare a questo semplice concetto, per essere uomini sulla terra.

Grazie Lio Galfetti.


Ma WOW!

Il lavoro del grande architetto scomparso, attraverso le parole di Mario Botta 

Di Tiziana Defilippis

Ma Wow, verrebbe da dire, gettando un’occhiata distratta a Turné Soirée. Che meraviglia! Una trasmissione in cui si saltella, si volteggia, si gigioneggia, si canticchia, si ammicca, si blatera, si sorride, il tutto sempre nel vano tentativo di restare nell’occhio della telecamera, in preda anch’essa a una sbarazzina voglia di vertigine. Gli ospiti protagonisti sono colorati, vari, spumeggianti, salterini, gigioni (già che si gigioneggia): il frate si aggira con il suo bel saio, il presentatore sfoggia un farfallino d’altri tempi, il cantante (definito dal conduttore una “testa di cactus”) imbraccia la sua chitarrina, la presentatrice che ha fatto la storia butta là la sua, la influencer si annoia e controlla il look, mentre la scrittrice… udite udite, ogni tanto cerca di piazzare il titolo di un libro o il nome di uno scrittore.

Letteratura? Sì, esattamente. Cosa avevate capito? Non siamo mica sul set di un circo o di una scuola per saltimbanchi. Siamo in TV, e soprattutto, siamo nel cuore della trasmissione sui libri per eccellenza della RSI. E allora che importa se anche la letteratura finisce in caciara, se i libri sono solo il contorno del chiacchiericcio ronzante, se sono ridotti a titoli e frammenti di plot raccontati con un mezzo sorrisetto di sufficienza… Tant’è, Turné soirée è questo, roba per gente che il sense of humour lo palleggia, che non si abbassa a quel minimo di serietà che la letteratura imporrebbe (brutti noiosoni quelli delle altre reti, a partire dal Literaturclub su SF) perché diciamocelo, leggere stanca e sfianca, è un affare che va alleggerito con qualsiasi mezzo… pur di non parlare di libri.

Turné Soirée è però anche molto altro. E offre a spettatrici e spettatori molte perle sul vivere quotidiano. Si affrontano di volta in volta dei temi, come quello delle vacanze, quello della follia o delle streghe. E poco importa se le persone con problemi di salute mentale diventano di colpo i “matti” (parola che va pronunciata con risatina e sorrisetto di sufficienza) o che, a proposito delle vacanze, ci sia posto per freddure brillanti come “una volta per vedere il sedere bisognava tirare giù il costume, ora se vuoi vedere il costume devi aprire il sedere” (seguita da grasse risate collettive in studio) o se un’avvocatessa ospite dichiara con fierezza come la parola “avvocato” sia da utilizzarsi per maschi e femmine, poiché è “un ruolo neutrale” (con tanto di plauso dell’altra signora presente in studio).

Che le parole sono importanti, perché pregiudicano il pensiero, lo diceva già il buon Nanni Moretti in Palombella rossa (sono passati 32 anni, ma si sa, in periferia le cose cambiano più lentamente): “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti”. Ma forse, prima di parlare, bisognerebbe avere qualcosa da dire.


A volte ritornano, ed è ancora peggio

Il lavoro del grande architetto scomparso, attraverso le parole di Mario Botta 

Un generale disorientamento di fronte agli stimoli informativi “social” e “global”, è fenomeno ampiamente studiato da anni, oggi a maggior ragione per l’effetto amplificatore causato da lockdown, confinamenti, chiusure, divieti, distanziamenti e raccomandazioni varie e reiterate.

Così, accanto ad una maggioranza della popolazione (mondiale) che accetta di accogliere ed assecondare le prescrizioni sanitarie che vengono da autorità mediche e politiche, vi sono frange minoritarie, ma pur sempre consistenti, di “resistenti” a dettami ritenuti dittatoriali.

Un rifiuto di indicazioni “calate dall’alto”, che poi, in certi casi, si trasforma nella ricerca, come alternativa, di un altro “alto” cui rivolgersi e in cui rifugiarsi.

Vi sono quelli, ad esempio, che per sfuggire alla presunta omologazione indotta da decisioni ritenute “criminali” cercano soluzioni “fra esercizi, mantrabonsai, descrizioni, riflessioni e crescita personale che ti accompagneranno attraverso le parole canalizzate nell’Energia Divina a trasformare le convinzioni sabotanti che ancora limitano la tua vita e ti impediscono di raggiungere i tuoi obiettivi e la serenità.”

Sono parole che introducono alla lettura di un libro molto pubblicizzato via media e portali nelle nostre lande, che ha per titolo “Fra mente e cuore l’anima” ed è scritto da Katya Giannini, “mental coach”, “esperta in dinamiche sociali”, che riceve su appuntamento a Lugano e Locarno.

Per carità, la signora Giannini fa il suo mestiere, ed incontrerà certamente l’interesse, anche entusiasta, da parte di persone rispettabilissime alla ricerca di equilibrio e serenità. Quello che però appare abbastanza evidente (si entri nel suo sito e si vedrà) è che i suoi metodi hanno ben poco di scientifico, ma sembrano fatti apposta per ottenere rispondenza in chi, alle indicazioni scientifiche, si oppone di principio, anche e soprattutto, oggi, di fronte alla pandemia.

Insomma, NO a parole che vengono dall’autorità sanitaria, ma SÌ a quelle che vengono dall’”Energia Divina”, attraverso un rapporto fra mente, cuore e anima, gestito con certificata competenza dalla mental coach in questione. Una fra le tante presenze, in tutto il mondo, di guru, santoni e coach di vario genere che in un mixer molto americano frullano un po’ di spiritualità orientale e più generici orientamenti manageriali, in conferenze e in libri in cui “ti insegneranno il modo migliore per accogliere e trasformare ogni dubbio o paura: dagli esami al lavoro, dall’ansia ai traumi, dal migliorare la tua salute al vivere una relazione, dal dolore di una separazione all’elaborazione di un lutto.”

Viviamo in un momento in cui, non sapendo più a che santo votarsi, c’è chi si aggrappa a “maestri” laici un po’ esoterici, ma così empatici, così rassicuranti, così capaci di distribuire consigli “controcorrente” appellandosi all’energia divina, da divenire ancore di salvezza certificate, non solo per scampare dal virus, ma da ogni male possibile e soprattutto immaginabile.

Se poi questi “maestri” sono pure medici, iscritti all’albo, con studi regolari in una prestigiosa Università svizzera, come è il caso del Dottor Roberto Ostinelli, ecco che il “carisma” è ancora maggiore, ecco che dovrebbe, sulla carta, scattare un ulteriore credito di credibilità.

Il Dottor Ostinelli, di Mendrisio, per intenderci, è quello sospeso l’anno scorso per tre mesi dall’Ordine dei Medici del Canton Ticino per il suo comportamento sui social, in cui ha chiaramente e reiteratamente contestato le decisioni ufficiali di politica vaccinale. Ne abbiamo parlato anche in questa sede in occasione di un evento che Ostinelli voleva organizzare in Ticino con un farneticante cantautore no-vax italiano.

Poi, reintegrato, ha partecipato a qualche emissione radiotelevisiva, tanto per ribadire tutti i suoi dubbi in relazione alla legge COVID approvata infine domenica 28.11. a larga maggioranza, ed ora torna, via social, a farsi sentire con un “Comunicato Stampa” in cui afferma, fra l’altro che “la situazione infettivologica della Svizzera sta nettamente peggiorando, con oltre 10’000 segnalazioni di test Covid19 positivi al giorno, contro i 3-4’000 di un anno fa (!!!), proprio come avevo preannunciato in varie trasmissioni televisive e radiofoniche sta emergendo il fallimento della politica vaccinale. Trasmissioni in cui per esempio illustri medici come il dr. Christian Garzoni o il dr. Enos Bernasconi, riferimenti autorevoli cantonali, avevano declinato il confronto con me in presa diretta come richiedeva il giornalista RSI di Rete Uno… Ahimè, i professori…” Insomma, Ostinelli insiste, come se niente fosse, rincarando addirittura la dose nel fare nomi e cognomi di altri medici (in prima linea da sempre per la lotta al COVID-19) e accusandoli ridicolmente di “sfuggire al confronto”.

Eccoci in pieno dentro la “pandemia comunicativa” di cui è regolarmente accusata la stampa, ma che (questo caso lo dimostra) è chiaramente alimentata da personaggi che più si esibiscono in dichiarazioni provocatorie, fondate su presunte certezze assolute, più ritengono di guadagnare seguaci (e più dovrebbero indurre l’Ordine a tornare a prendere qualche doverosa misura).

Perché quando nel sito online del dottore si ritrovano in bella vista frasi come “disequilibrio tra mente, corpo ed anima”, oppure “La malattia attiva meccanismi di difesa e pensieri di paura. Questi ci limitano la possibilità di vivere appieno la nostra vita liberamente. Attraverso nuove visioni ti supportiamo a far rinascere il tuo istinto di libertà!”, ecco, siamo nei paraggi di Katya Giannini, che però ha almeno lo scrupolo di non definirsi medico e di non intervenire (si spera) nella discussione sulla politica sanitaria.

Ma Ostinelli è un medico, e come tale dovrebbe pure avere un contesto deontologico cui attenersi, oltre che un minimo di decenza nel non usare una situazione oggettivamente difficile come quella che stiamo tutti attraversando, per farsi autopromozione gettando discredito su sui “colleghi” e fumo negli occhi a “pazienti” che vorrebbero tanto, certo, poter avere tutte le sue certezze, ma che hanno capito da tempo, e sempre più, quanto sia meglio ascoltare chi non promette percorsi divini ma, semplicemente, giorno per giorno, indica gli accorgimenti più accreditati per affrontare un virus che di certezze pare offrirne una sola: quella di mutare e trasformarsi. Facciamocene, consapevolmente, una ragione.


«Get Back» e il mistero della creatività

Il lavoro del grande architetto scomparso, attraverso le parole di Mario Botta 

“Meanwhile back at home too many Pakistanis, Living in a council flat Candidate Macmillan, tell us what your plan is, Won’t you tell us where you’re at”

Mia figlia di 11 anni è una vera fan dei Beatles e io, pur non essendo mai stato appassionato come lei dei “Fab Four”, ne sono molto fiero. Così venerdì, nella serata tradizionalmente dedicata alla visione di un film in famiglia, quando mi ha proposto di vedere “Get back” ho accettato, senza ben sapere quello a cui stavo andando incontro.

Dopo circa un’ora delle quasi otto totali di durata della docu-fiction in tre parti di Peter Jackson, il resto della famiglia aveva gettato la spugna e sul divano eravamo restati solo io e lei. Ipnotizzati.

“The Beatles: Get Back”, che si può vedere in streaming sulla piattaforma Disney+ [trailer in fondo alla pagina], è il montaggio di oltre cinquantasei ore di riprese e centocinquanta ore di audio raccolte nel 1969 durante la creazione dell’album “Let it be”. Dopo oltre due anni di assenza dalle scene e in mezzo a forti tensioni tra i membri del gruppo, i Beatles decidono di riprovarci tornando alle origini, al rock’n roll dei primi album, e si impongono una sfida: scrivere in appena due settimane 14 nuove canzoni da suonare dal vivo in un grande ritorno sulle scene, che si realizzerà con il celeberrimo “concerto sul tetto”.

Decidono anche di ingaggiare un regista, Michael Lindsay-Hogg, al quale chiedono di documentare tutto il processo creativo: lui li prende molto sul serio e mette microfoni (anche nascosti) ovunque e registra immagini in continuazione, come in un vero e proprio reality, spesso a loro insaputa, mentre i Beatles cercano giorno dopo giorno, chiusi in un grande studio, di fare emergere la musica, provando e riprovando.

Immagini e suoni che sono restati per oltre 50 anni sepolti da qualche parte e su cui ha messo le mani il regista neozelandese Peter Jackson (quello de “Il signore degli anelli”) che con pazienza certosina da questo magma di immagini ha fatto emergere una storia, un senso, una direzione. “The Beatles: Get Back” è tante cose insieme: a me ha ricordato le tensioni di “Dogville”, di Lars von Trier, o un documentario di Frederick Wiseman, come il suo capolavoro “Welfare”, nel quale la pellicola scorre quasi senza interruzione e fa emergere naturalmente le relazioni fra le persone.

In “Get back” si assiste al crescere della tensione tra Paul, John, George e Ringo, il cui sodalizio creativo è ormai entrato in crisi ma che lascia ancora spazio all’esplosione di momenti intimi, folli, di risate e schitarrate che li uniscono al di là delle parole. Sopra tutti, fisicamente, Ringo, appollaiato con la sua batteria, silenzioso e pensoso. Sotto c’è Paul, che al contrario parla tantissimo, in continuazione, analizza la situazione, si deprime, si fa prendere dalla rabbia, dalla gioia. John lo guarda, chitarra in braccio, lo ascolta e parla poco. Da parte, accanto a lui, c’è Yoko, che parla ancora meno. George è il terzo incomodo tra McCartney e Lennon, e a un certo punto se ne va, arrabbiato, rischiando di mandare a monte tutto il progetto. Ma sarà proprio lui a regalare ai Beatles la soluzione, momentanea, che permetterà di superare la crisi, grazie al coinvolgimento del tastierista Billy Preston, che darà nuova energia ai quattro.

Nel film si alternano lunghi momenti di stasi, che per alcuni risulteranno noiosi, ma che sono necessari per capire la bellezza dei sussulti di creatività, quando di colpo Paul e John si accendono, suonano, creano e coinvolgono George e Ringo. Uno dei momenti più intensi è quello nel quale si sente nascere dal basso di Paul “Get back”, inizialmente “la solita canzone”, come dice lui e che di colpo, grazie all’apporto di George, di Ringo e di John diventa la canzone che conosciamo, una protest song antirazzista, contro il nazionalismo bianco, anche se McCartney deciderà poi di “mondare” l’ultima strofa, quella più politica, quella detta “dei pachistani”.

Più che un documentario sui Beatles, quello di Jackson è un film sulla creatività e sulla bellezza e su come essa possa nascere anche in situazioni difficili, da esseri pieni di imperfezioni e miserie quali siamo tutti noi, senza eccezioni, Beatles compresi.


Dall’emozione alle scelte politiche

Il lavoro del grande architetto scomparso, attraverso le parole di Mario Botta 

Di Bruno Brughera – Membro del Coordinamento Contro il Centro Educativo Chiuso per Minorenni

CECM sta per Centro Educativo Chiuso per Minorenni. Per i più, politici e cittadini interessati, appare come un progetto opportuno. Nell’imminenza di una discussione in Gran Consiglio, il fatto di edificare un centro educativo sovvenzionato dal Cantone (3,5 milioni di franchi oltre ad 1 milione l’anno per la gestione) non pare rendersi oggetto di particolari opposizioni.

Qualcuno avrà qualcosa da obiettare per i costi, qualcun altro, forse, per l’ubicazione (Arbedo -Castione), ma in sostanza, la questione parrebbe risolta, dopo un iter durato 12 anni, quelli trascorsi dall’emozione per il tristemente celebre “caso Tamagni”: vicenda che provocò la morte violenta di un giovane picchiato durante un Carnevale, e che spinse i giovani liberali a cercare una soluzione per determinate problematiche legate a derive e violenze giovanili.

Dal tragico evento che nel 2008 a Locarno portò alla morte di Damiano Tamagni, molte cose sono cambiate, ma non il disagio giovanile e le cause che caratterizzano le azioni e i comportamenti di alcuni giovani.

Ma le emozioni, umanamente legittime e condivisibili, non possono bastare né essere il fondamento per indicare la strada di un progetto che prevede l’edificazione di un centro di presa a carico di simili percorsi personali, senza che tale progetto abbia una visione e mostri una sufficiente conoscenza della realtà giovanile a 360 gradi.

Certo, per dar vita al progetto ora in esame si è fatto ricorso ad uno studio, ormai superato, commissionato anni fa alla Supsi, che tiene sostanzialmente conto delle sole opinioni in proposito di direttori di centri educativi minorili.

Ma allora cosa c’è che non quadra? Come ha scritto il pedagogista Massimo Bottinelli sul CdT lo scorso 23 novembre il messaggio che verrà votato in Gran Consiglio prevede “la creazione di una legge sulle misure restrittive della libertà dei minori nei centri educativi: proposta finalizzata a legalizzare delle misure diseducative, restrittive, carcerarie nei confronti dei minori? Altra perplessità: il messaggio dice che le sanzioni disciplinari e le misure restrittive potranno essere ordinate dai direttori dei centri educativi (CEM): un aspetto di loro competenza?” Sono le medesime perplessità che esprime anche il Coordinamento cantonale contro il centro chiuso! Chi conosce un po’ la situazione delle prese a carico di giovani in estrema difficoltà, sa come si tratti di entrare in un mondo ed un contesto di grande delicatezza e complessità.

Il presupposto secondo cui occorre sostanzialmente integrare i giovani perché siano “omologati”, cozza con principi pedagogici ed educativi che affrontano situazioni in cui il minore è portatore di problematiche esistenziali e sociali dovute ad un background famigliare complicato, pesante, a volte inimmaginabile.

Il delicato compito di entrare nel merito di situazioni famigliari in cui sono presenti molestie o violenze, per esempio, tocca naturalmente molto da vicino anche il vissuto di bambini e adolescenti che in quel contesto nascono, crescono, cercano di sopravvivere o da cui provano in ogni modo a fuggire.

Spesso è la scuola a fare le prime segnalazioni. Purtroppo, però, non sempre ne consegue una vera presa a carico, sebbene vi siano strutture d’accoglienza, che andrebbero decisamente potenziate. Così, questi giovani cosiddetti “difficili”, che bisognerebbe piuttosto definire “in difficoltà”, si ritrovano emarginati e finiscono, i più, nel limbo della magistratura minorile.

Certo ci sono leggi da rispettare e magistrati dei minori chiamati a farle rispettare, ma poi, quando si passa alle sanzioni, alle condanne, siamo così sicuri che il Cantone abbia veramente bisogno di tornare all’apertura di un carcere, di riesumare un riformatorio, dove il concetto fondante, pur addolcito dal termine “educativo”, sarà in prevalenza coercitivo? Predisporre, com’è nel progetto, camere con letti con cinghie di contenzione è educativo? Nemmeno per la psichiatria adulta sono più tollerate, le vogliamo per dei giovani? Una struttura che si prefigge di “raddrizzare” coloro che sono portatori di disagio e malessere, come pensa di dimettere i ragazzi che usciranno da queste ennesima esperienza negativa?

Ma le forti perplessità, che si trasformano in chiara opposizione al progetto, toccano anche un altro aspetto importante che il messaggio porta con sé dal punto di vista della “politica sociale” dello Stato: la gestione dei contenuti educativi e pedagogici del progettato CECM verrebbe infatti affidata ad una fondazione privata molto vicina a Comunione e Liberazione e dunque  fortemente connotata nei propri orientamenti: la Fondazione Vanoni di Lugano, attiva in tutto il Cantone con centri aperti, e che si occupa annualmente di quasi 500 bambini e ragazzi.

Nel rispetto per il lavoro e l’attività della Fondazione Vanoni, ci si pone qui una semplice questione: davvero il Cantone, lo Stato (laico) ritiene legittimo privatizzare e delegare tutta la gestione del “disagio giovanile”, tanto più ad un’istituzione così fortemente profilata? Non dovrebbe essere piuttosto direttamente il Cantone a farsi motore e gestore, attraverso il DSS e il DECS, di una politica giovanile non delegata ai privati, ma assunta direttamente dai propri servizi ed i propri professionisti secondo principi e modelli pedagogici ed educativi costantemente aggiornati? Dalle emozioni che hanno percorso e percosso l’intero Cantone nel 2008 poteva e doveva sortire un dibattito capace di produrre una visione più ampia e consapevole dei mezzi di cui lo Stato già dispone. Nel confronto con simili esperienze in diversi Cantoni svizzeri tedeschi e francesi, che hanno rinunciato a progetti “coercitivi” come quello in votazione in Gran Consiglio prossimamente, sarebbe forse potuto sortire un disegno più aperto di “presa a carico” di una realtà fatta di vite vissute sul filo del rasoio, di giovani cresciuti nel nostro Cantone, nella nostra realtà.

Il Comitato contrario al progetto di un Centro Educativo Chiuso per Minorenni, si batte affinché, dando prova di buon senso, l’Autorità Politica si cali davvero nella complessa problematica ascoltando tutti gli attori in gioco e non solo quei pochi direttori e presidenti di fondazioni che hanno il solo interesse di dar vita ad un nuovo ed estremo contenitore di cemento armato dove poter confinare disagio e malessere giovanili.


Economisti, chinatevi sul teorema del giovane Andrea A

Il lavoro del grande architetto scomparso, attraverso le parole di Mario Botta 

“Perché la palla rotola?” – chiede un giovane discepolo al bodhisattva Rinpoche: “perché è ineffabile” risponde l’”Illuminato”. Della qual cosa siamo consapevoli pure noi: quando diciamo che “la palla è rotonda” possiamo tranquillamente sentirci vicini al “prezioso maestro” tibetano.

Ma la palla non è tale per tutti: non per Andrea Agnelli (Juventus), per Florentino Perez (Real Madrid), per Joan Laporta i Estruch (Barcellona); per loro e per i presidenti di altre nove squadre, le più ricche e blasonate d’Europa, la palla non poteva essere ineffabile, cioè sottoposta a balzi e rimbalzi imprevedibili, e finire magari nella propria rete.

In quattro e quattr’otto, con un annuncio televisivo di Florentino Perez verso mezzanotte, hanno comunicato la creazione di una Lega privata, al di fuori della “Champions League” gestita dall’Uefa.

Agnelli, rappresentante dei grandi Club europei, aveva appena partecipato a una riunione con il Presidente dell’Uefa, lo sloveno Alexander Ceferin, che si è ritenuto pugnalato alle spalle ed ha reagito minacciando di espellere i “secessionisti”.

Le squadre inglesi, sotto la grande pressione dei propri tifosi, sono scappate assieme ad altre: ma i tre promotori non hanno mollato l’osso: la palla è nostra, non saranno i bergamaschi de “hura e de hota” a portarcela via, e nemmeno i baschi del Real Sociedad o i maestri-ceramisti del Villareal.

I tre compari hanno trovato un giudice madrileno (Ruiz de Lara) che ha dichiarato il progetto compatibile con le leggi che reggono la nostra società: “l’Uefa non può essere operatore monopolista e dominante”. Tradotto: le 12 squadre più ricche d’Europa possono, da bravi liberi imprenditori, dividersi la torta dei diritti televisivi, del pubblico pagante e dei grandi sponsor tra di loro, lasciando agli altri (Champions League, Europa League, Conference League) le briciole, spolpando l’osso sino a pochi straccetti residui.

Il tutto secondo una teoria espressa senza il minimo sospetto (“soli eravamo e sanza alcun sospetto” – Dante) dal giovane Andrea Agnelli, che reputa l’attuale sistema “obsoleto”: perché “ le grandi istituzioni del calcio (Uefa, Fifa) “ hanno aggiunto al ruolo di regolatori (leggi: di Stato) quello di organizzatori, broker, distributori del prodotto calcio, e infine percettori e distributori dei proventi”. Insomma e di nuovo: la torta è tutta per noi, al massimo decidiamo noi se cedere o meno qualche fetta.

All’assemblea annuale degli azionisti Agnelli è stato ancora più chiaro: “il nuovo concetto di meritocrazia sportiva (il suo), non può basarsi esclusivamente sulle performance domestiche in ossequio a equilibri geopolitici e commerciali che dovrebbero rimanere estranei all’essenza dello sport”.

 Traduzione: senza rossore, il giovane e rampante Agnelli rovescia con un atto di straordinaria arroganza il concetto stesso dello sport: infatti nessuno impedisce alla Juventus di vincere il campionato, o anche solo di piazzarsi entro le prime 4, e incassare gli 80 milioni di euro annuali che la Champions in media garantisce; ma, esattamente in virtù della “meritocrazia” e dell’ ”essenza dello sport”, nessuno impedisce ai bergamaschi della velocissima dea-fanciulla Atalanta di vincere uno a zero a Torino, e di essere, al momento, la quarta squadra qualificata per la Champions.

Ceferin, per tagliare l’erba sotto i piedi ad Agnelli & Co, aveva accettato il concetto di “valore storico”, cioè di blasone, per determinare il “ranking”, la classifica europea, importante per certi vantaggi economici (sponsor, contratti Tv, ecc.).

Ma all’ingordigia dei ricchi, indebitati sino al collo per i troppi acquisti costosi, non bastava.

Sull’orlo del fallimento malgrado gli aumenti di capitale (700 milioni di euro in 3 anni per la Juventus, indagata per falso in bilancio) è stato lanciato il progetto di una Lega privata, sull’esempio della “franchise” americana: la classica fuga in avanti.

Poco fa, il 23 novembre, il Parlamento europeo ha bocciato il progetto privato che ”mina i principi e i valori di solidarietà, di sostenibilità, ed equità dello sport europeo” con 597 voti contrari, 36 favorevoli, e 55 astensioni..

Nel frattempo gli Stati europei, all’ultimo istante anche l’Italia, si sono costituiti come parte lesa dal progetto che toglierebbe molto interesse ai campionati nazionali e sposterebbe troppe risorse finanziarie nelle casse della nuova Superlega.

Non ci resta che attendere (a giorni) la sentenza inappellabile della Corte Europea di Giustizia. I molti amanti dell’ “Ineffabile palla” sperano in bene, affinché non solo l’Atalanta, ma anche l’Empoli (o il Getafe in Spagna) possano battere la Juventus, rispettivamente il Real Madrid e il Barcellona, secondo il ”vecchio” concetto di “meritocrazia sportiva”. La nostra, non quella di Agnelli.


Le eccelse disinvolture della diplomazia svizzera

Il lavoro del grande architetto scomparso, attraverso le parole di Mario Botta 

Se UE sembra verso che suona male per il Consiglio federale, com’era un tempo quello della civetta annunciatrice di morte, Stan, anche se è suono di campana fessa, lo esalta promettendogli pace e felicità. Ue è l’Europa, democratica ma irriducibile, con la Svizzera al centro, presente per affari e assente per il resto. Stan (suffisso di derivazione indoeuropea che vuol dire “luogo di”, “terra di”) è la coda nel nome di una sequela di paesi, tutti posti ad Oriente, un tempo vecchia Urss, trattabili per denaro, intolleranti su tutto il resto.

Se con l’Ue è sempre notte, con i vari Stan è sole nascente. Tanto che c’è da chiedersi se non sia il caso, per distinguerci meglio dall’Europa e farla finita una volta tanto, con quell’arrogante UE, di attrupparci agli Stan e chiamarci ELVETISTAN.

Non è uno scherzo. È diplomazia elvetica sonante, disinvolta, praticata. Veniamo ai fatti, che ne sono la conferma.

Lunedì il presidente della Confederazione Guy Parmelin incontra il presidente del Kazakistan. Non è cosa da poco: il Kazakistan da solo equivale, come superficie, a quella dell’Europa occidentale, anche se conta molto meno abitanti. La Svizzera mira grosso, quindi, più di superficie che di contenuto. Un comunicato ci dice che si è discusso di rapporti economici, di cooperazione nelle organizzazioni internazionali, di sfide mondiali. Si sono sottoscritti due accordi per promuovere gli scambi commerciali tra i due paesi. Si deduce, dal resoconto, che uno degli aspetti più importanti degli accordi sia stato “il riconoscimento reciproco dei marchi ufficiali impressi sui lavori dei metalli preziosi”. Quanto a dire, insomma: siamo seri, non bariamo, tutto originariamente punzonato, carati sinceri.

Parmelin non ha mancato di elogiare il presidente kazako Qasym-Jomart Toqaev per la partecipazione del suo paese quale “osservatore” (!) all’ultima Conferenza di revisione della Convenzione sulle munizioni a grappolo, presieduta dalla Svizzera; Parmelin “ha sottolineato l’importanza di un mondo senza questo tipo di munizioni”. Come dargli torto. Che la dura repressione dell’opposizione nel suo paese quel presidente a vita la eserciti anche senza quel tipo di munizioni è quindi già buona cosa per gli svizzeri.

Una quindicina di giorni fa (17 novembre) il Consiglio federale ha adottato il messaggio concernente il rinnovo del decreto sull’aiuto monetario internazionale al Fondo monetario Internazionale, di cui la Svizzera è membro dal 1992. Da orgogliosi e grandi finanzieri abbiamo subito aspirato a un seggio permanente nel Consiglio esecutivo del FMI. L’abbiamo ottenuto con manovre incredibili, costituendo un gruppo con l’Azerbaijan, il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan, il Turkmenistan, l’Uzbekistan e poi la Polonia, la Serbia. Tanti «stan» che hanno fatto un «Helvetistan» con voce in capitolo.

Si è così avviato, come contropartita, un programma di sviluppo a suon di milioni… per facilitare il passaggio alla democrazia di quella strana compagnia di paesi dove imperversano dittature camuffate in regimi presidenziali, violazioni dei diritti fondamentali, assenza di libertà politiche, economia in mano ai clan familiari di chi governa, povertà generalizzata. Da quelle parti arriva però anche abbondanza di fondi, depositati nelle nostre banche, accompagnati da figli, figlie, generi e familiari vari degli oligarchi che acquistano fior di ville o appartamenti plurimilionari attorno al Lemano e persino al Ceresio, con qualche imbarazzo politico a Ginevra, niente di niente a Lugano (che ha bisogno di eventi).

Dunque, la differenza tra Ue e vari Stan, starebbe tutta qui: l’Ue minaccerebbe e sgretolerebbe la nostra democrazia e la nostra sovranità: ferma lì, quindi, ma ci lasci fare i nostri affari; nei vari PaesiStan noi vogliamo portare la democrazia e con loro accettiamo pure una sovranità… condivisa (nel Consiglio esecutivo del FMI): loro facciano poi quel che vogliono, purché ci siano utili nei nostri affari.


Donna e di sinistra, svolta in Honduras

Il lavoro del grande architetto scomparso, attraverso le parole di Mario Botta 

Xiomara Castro, del progressista Partido Libertad y Refundación (LIBRE), sarà dal prossimo 27 gennaio la prima donna presidente dell’Honduras. Il riconoscimento definitivo delle autorità elettorali non è ancora arrivato. Ma il suo principale contendente, il conservatore Nasry Asfura del Partido Nacional, ha voluto incontrarla per congratularsi di essere arrivata prima in queste elezioni a turno unico. Il che ha immediatamente rasserenato il clima dopo che a metà dello scrutinio, mentre Xiomara era data in testa (al 53%) con 20 punti di margine, il conteggio si è misteriosamente interrotto, scatenando il timore che potesse finire come quattro anni orsono quando il candidato dell’opposizione Salvador Asralla (alleatosi in questa occasione con la Castro, di cui sarà vicepresidente) saldamente in testa agli inizi dello spoglio, fu vittima di un blackout del computo e finì sconfitto dall’oggi uscente Juan Orlando Hernandez.

In realtà Xiomara Castro alla vigilia era data in testa nei sondaggi. Proprio lei, moglie dell’ex presidente Manuel Zelaya, rovesciato da un golpe civico-militare nel 2009 per aver tradito le sue origini liberali ed essersi collocato nell’orbita dell’allora leader bolivariano Hugo Chavez. Zelaya è peraltro tuttora coordinatore del Partido Libre. Per questo non era facile immaginare che una candidata additata di “comunismo” potesse sfondare in quello che è un narco-stato a tutti gli effetti (manovrato dai cartelli messicani) che garantisce impunemente il transito della cocaina oltre che il lavaggio di una fetta dei suoi proventi. Basti pensare che Tony Hernandez, fratello del presidente in carica Juan Orlando (al governo dal 2013 per il Partido Nacional) si è visto affibbiare l’ergastolo negli Stati Uniti per narcotraffico nel marzo scorso. Mentre lo stesso Juan Orlando è da anni nel mirino della antinarcotici Usa.

Per non parlare poi del terzo candidato, nonché segretario del Partido Liberal, Yani Rosenthal (con meno del 10% delle preferenze) che aveva già scontato in passato tre anni negli states per riciclaggio di narcodollari. Lo stesso Asfura è sotto accusa ma nell’ambito del sistema di corruttele che sconquassano l’Honduras (malversazione di fondi da sindaco della capitale Tegucigalpa quale è). La campagna elettorale aveva registrato infine l’assassinio di una trentina di candidati al parlamento e nelle municipali, in un paese dove la criminalità organizzata imperversa al fianco delle maras (bande giovanili), e che con il 48% contende da sempre al Nicaragua il primato della povertà in America Latina (dopo Haiti).

Evidentemente la disperazione, aggravata dall’impossibilità da tempo di poter emigrare verso il nord, ha indotto il 69% della popolazione (per la metà quasi giovani fra i 18 e i 30 anni) a recarsi alle urne. Un record rispetto alle ultime due consultazioni.

La differenza l’hanno fatta pure gli osservatori internazionali dell’Organizzazione degli Stati Americani, dell’Unione Europea e del Centro Carter, i quali (al contrario che in Nicaragua il 7 novembre scorso) son potuti giungere numerosi a verificare la sostanziale correttezza delle operazioni..

Sta di fatto che la sessantaduenne Xiomara Castro (un cognome, un programma) è apparsa trionfante vestita di rosso e nero, i colori della rivoluzione cubana e sandinista (oltre che del Partido Libre), esordendo con un “hasta la victoria siempre” di guevariana memoria. Aggiungendo: “convertiremo le lacrime e il dolore di questi ultimi 12 anni in allegria”.

Nei suoi propositi si mostra determinata quanto prudente, prefigurando “un governo di riconciliazione, pace e giustizia” e “un dialogo senza discriminazioni ne settarismi”. Il suo approccio è quello di una “rifondazione” del paese con la creazione di una Assemblea Costituente che riformi la Carta Magna.

Xiomara è consapevole di doversi destreggiare fra il narcotraffico e al contempo con Washington che quel malaffare contrasta ma che aveva ispirato il colpo di stato contro il suo consorte. Un messaggio di felicitazioni le è venuto comunque dal segretario di stato Usa Antony Blinken.

Sarà determinante per Xiomara ottenere la maggioranza dei 128 deputati in parlamento. Al riguardo il suo alleato Nasralla ha denunciato brogli che attribuirebbero più del dovuto seggi al Partido Nacional; il che costringerebbe la sinistra a livelli di mediazione più complicati per il governo del paese.

In ogni caso le elezioni in Honduras costituiscono una boccata d’ossigeno; uno squarcio nel desolante panorama politico dell’istmo centroamericano.


Piazza Affari (di dubbio gusto e scarsa necessità)

Il lavoro del grande architetto scomparso, attraverso le parole di Mario Botta 

Fra i numerosi Poli su cui si esercitano la sfrenata fantasia e la furia progettuale luganese, vi è anche quello, stagionale, del “Polo natalizio”, che si vuole naturalmente in centro ad accendere di luci il desiderio di regali.

Così, anche quest’anno, il Municipio cittadino ha deciso di mettere in piazza, se non proprio alcuni affari ancor poco chiari della propria gestione (ma tranquilli, tutto cresce in giudicato, in partenza e di principio), una schiera di casette di legno da trasformare in punti vendita di prodotti natalizi ed alcuni punti di ristoro, con tanto di recinzione, che rendono ormai il passaggio in piazza una sorta di “percorso vita” che si estende fin dentro la Via Nassa.

Insomma è tutto un invito a far festa e naturalmente a comprare, a consumare. Che poi, quel luogo si chiami “piazza” e dovrebbe essere per definizione un’” area libera, più o meno spaziosa, che si apre in un tessuto urbano e che ha la funzione urbanistica di facilitare il movimento, di dare accesso a edifici pubblici, di servire da luogo di ritrovo e di riunione dei cittadini” (cit. da Dizionario Treccani), beh dipende poi solo dai punti di vista, no?

Nessuno insomma, impedisce ai luganesi di attraversare il proprio centro città: basterà, in questi giorni di festa, avere un po’ di pazienza, magari voglia di comprare, mangiare e bere, con la possibilità, se capita, eventualmente, anche di scambiare due parole.

Se possibile, certo, perché se a sedie e tavolini dei bar e ristoranti che si affacciano sulla piazza si aggiunge lo spazio dato in affitto per decine e decine di casette di legno ed altri punti di ristoro (gestiti da ristoratori già presenti nelle vicinanze e che si trovano, chissà come mai, beneficiari di ulteriore potenziale clientela), lo spazio propriamente “pubblico” si riduce moltissimo, diventa un “passaggio” fra bancarelle e baretti, come in un grande centro commerciale.

E a questo punto viene da chiedersi: con quali preventivate “misure di sicurezza”? Tutto è fatto e apparecchiato perché, come Dio comanda a Natale, vi siano calca e assembramenti (un po’ come al al bar “Canapé”, domenica scorsa con il Municipio in corpore a festeggiare il PSE).

La domanda sorge spontanea: ma con l’inasprimento di tutte le norme antipandemiche annunciate e ampiamente prevedibili, da oggi e per i prossimi giorni, le prossime settimane, era proprio il caso di non tener conto dell’esperienza dello scorso anno e dell’anno ancora precedente (e tre!), quando al mercato natalizio si era deciso di rinunciare?

Anzi, non solo non ci si rinuncia, come vorrebbe la logica, ma si aumenta il numero di casette/bancarelle, montate in un giorno e da smontare… fra quanti giorni?

È piuttosto curioso e sorprendente constatare che l’Agenda cittadina abbia già previsto la rinuncia ad eventi programmati nel 2022 proprio a causa del rischio assembramento, ma che per il Natale in Piazza non sembrano valere preoccupazioni né precauzioni. Forse perché a Lugano, avrebbero pure fatto il Carnevale di Bellinzona, che sarà mai la pandemia!

A Natale si è tutti un po’ più buoni, e dunque, illuminati dai bagliori dell’alberone, anche i luganesi si premureranno di stare in Piazza come fossero all’interno, con le mascherine, cercando di distanziarsi e di farsi gli auguri senza strette di mano, baci e abbracci. Come raccomandano da giorni e giorni le autorità sanitarie.

Ma per il Municipio era proprio così difficile mostrarsi un po’ più sensibile, previdente ed evitare di essere magari costretto anche quest’anno a chiudere baracca, quando avrebbe facilmente potuto accreditarsi come artefice autorevole e avveduto di una sana misura di prevenzione?


L’altro virus

Il lavoro del grande architetto scomparso, attraverso le parole di Mario Botta 

Da Linkiesta

Ilaria Capua, la nota ricercatrice italiana in virologia, docente oggi all’Università della Florida, nel suo ultimo libro “La meraviglia e la trasformazione – Verso una salute circolare” (Mondadori), scrive che il negazionismo di una certa cattiva scienza e la miopia di politici interessati al facile consenso hanno contribuito ad aggravare una situazione che avrebbe potuto essere meno dura, se affrontata con gli strumenti e le politiche giuste.

Proponiamo qui alcuni passaggi tratti dal suo libro.


Una pandemia temuta ma non avvenuta (quella da aviaria) e una successiva pandemia lieve, come quella dell’influenza suina, hanno contribuito a dare a Homo sapiens l’illusione di poter prevenire le pandemie e, nel caso in cui qualcosa gli fosse sfuggito di mano, di essere in grado di porvi rimedio. In fondo, avevamo saputo gestire abbastanza bene tutte le minacce pandemiche che c’erano state tra il 2000 e il 2019.

Il fatto è che illudersi impedisce di vedere che le cose non sono andate bene per magia, ma perché ci abbiamo investito risorse, e ci abbiamo lavorato con impegno. Se non è successo nulla, non è stato perché le minacce pandemiche erano bufale: si è trattato di enormi successi della scienza! Se l’aviaria e la suina non hanno provocato morte e devastazione, è stato un bene, non una fregatura! Che questi patogeni non abbiano provocato danni gravissimi alla salute pubblica era la dimostrazione che dovevamo continuare a investire. E invece sono stati ridotti i fondi di prevenzione per le pandemie, influenzali o meno. Questo è stato certamente uno dei motivi che ha permesso al SARS-CoV-2 di diventare un vero globetrotter, ma è altresì vero che nessun piano pandemico, nessun protocollo istituzionale avrebbe potuto controllare quel velenoso e mortifero approccio, vero motore dell’impotenza, che va sotto il nome di «negazionismo».

Che un approccio negazionista nei confronti di una pandemia diventasse una delle principali forze da combattere, anzi la principale, non era stato previsto. Non poteva essere previsto. Nessun piano pandemico inizia con «Articolo 1: tutti i capi di governo del mondo seguiranno le indicazioni dell’OMS». È scontato, visto che l’OMS rappresenta 194 Stati sovrani.

Certo, a causa della mancata esplosione della pandemia da aviaria e della ridotta gravità osservata nella suina, già si erano alimentate teorie complottiste e negazioniste (di cui peraltro esiste un bell’elenco su Wikipedia). Ma mai e poi mai (almeno io) avrei potuto immaginare che i leader di democrazie avanzate potessero mettere in discussione l’allarme lanciato dall’OMS con così tanta determinazione e insistenza. Un muro di negazione sfaccettato da punti di vista contorti e in contraddizione tra loro che ha creato una sorta di dubbio originario. È questo il vulnus ab initio cui dobbiamo lo srotolarsi di un’infinità di conseguenze negative, la maggiore delle quali è il ritardo con cui abbiamo agito.

Perché le persone sottostimano il rischio di ammalarsi?

Il Vaccine Confidence Project4 si avvale di esperti di differenti discipline (antropologia, epidemiologia, statistica e scienze politiche fra le altre) per rilevare e monitorare i timori o la contrarietà delle persone nei confronti dei vaccini. Dal momento che vaccinarsi è una scelta volontaria, per una società evoluta è essenziale capire perché le persone non si fidino dei vaccini, uno strumento che, come abbiamo visto, ci ha permesso di controllare e, in certi casi, addirittura eradicare malattie terribili e pericolose.

Secondo Heidi Larson, la direttrice del progetto, la mancanza di fiducia nei vaccini è dovuta in buona sostanza alla disinformazione. Che, però, non è tutta uguale.

Larson attribuisce la palma di peggior categoria di disinformazione alla cattiva scienza. Nel grande calderone della scienza, ebbene sì, esiste anche quella cattiva, così come esistono la cattiva letteratura, il cattivo giornalismo, ma anche meccanici capaci o incapaci, parrucchieri abili e altri meno. L’esempio classico è la pubblicazione nel 1998 dello studio dell’ex medico Andrew Wakefield, che sosteneva l’esistenza di un legame tra l’autismo e il vaccino MPR contro morbillo, parotite e rosolia. Wakefield è stato espulso dall’ordine dei medici, e negli anni ha ritrattato le conclusioni esposte nel suo lavoro, ma nel frattempo il danno era stato fatto, e ha contribuito a causare epidemie di morbillo, rallentando la lotta dell’umanità contro la malattia.

«La calunnia è un venticello» canta Don Basilio nel Barbiere di Siviglia, e io questa faccenda dei vaccini e dell’autismo la vedo un po’ così. Un individuo scientificamente poco serio e poco solido, poi radiato dall’ordine dei medici, ha presentato un lavoro basato su dati inconsistenti, di cui è stata ritirata la pubblicazione, e ancora siamo qua a parlarne? Ebbene sì, il venticello non smette di girare e il sospetto infondato di Wakefield, falso, orrendo e dannoso, continua a perseguitarci e a creare danni.

A mio avviso, i cattivi scienziati sono seguiti a ruota dai politici miopi. Quelli che, invece di cogliere la profondità e la complessità delle situazioni, si limitano a cavalcare l’onda del consenso. Un sentimento che, per sua natura, è volatile. Purtroppo gli esempi sono numerosi e dimostrano che l’impreparazione si paga.

In una sconcertante intervista rilasciata alla Bbc, Dominic Cummings, ex consigliere capo del primo ministro inglese Boris Johnson, ha raccontato che il premier è rimasto contrario al lockdown fino al momento in cui ha contratto in prima persona il Covid-19. Prima di allora sottovalutava la situazione al punto da ritenere che il Covid-19 avrebbe riguardato solo persone ultraottantenni e rifiutava di credere che il National Health Service (il servizio sanitario inglese) potesse essere sopraffatto. Ne era talmente convinto che avrebbe voluto continuare a incontrare di persona la regina, nonostante al 10 di Downing Street diverse persone fossero già ammalate nel marzo 2020. Un suo incontro incauto avrebbe potuto innescare un focolaio nella famiglia reale.

Ricordo lo stupore misto a orrore che provai quando alla conferenza stampa del 23 aprile 2020 il presidente americano Donald Trump disse che riteneva interessante approfondire la possibilità di ripulire i polmoni dal Covid-19 con il disinfettante, iniettandolo o applicandolo in qualche altra maniera, visto l’effetto powerful che esercita sul virus quando presente sulle superfici.

Per ridurre la circolazione del virus occorrono fatti, non pareri. E conoscenza, non l’intuito.

Certo, dare una notizia sgradita come «c’è una pandemia in corso, dovete stare a casa, dovete indossare una mascherina, dovete disinfettarvi le mani, dovete mantenere il distanziamento sociale, proteggere le persone fragili – e dovete farlo adesso», e, più avanti, «dovete vaccinarvi» rischia di essere controproducente sotto il profilo del successo elettorale. Ma era necessario. Perché nei momenti di incertezza le persone guardano ai loro leader. Se i leader sono i primi a essere veicoli di fake news – o piuttosto, in questo caso, di wrong news – l’effetto domino è garantito.

Peccato che, in questo caso, l’effetto domino abbia causato decessi e ricoveri, che tutto sono fuorché «impressioni». E che, per recuperare, sia stato necessario un costante, continuo, puntuale bombardamento informativo da parte di altri esponenti delle istituzioni, nel tentativo di arginare il contagio emotivo causato dalle parole dei leader. E ciò crea confusione, incertezza, senso di smarrimento. Queste informazioni spaventose e minimizzanti, ondivaghe e sconvolgenti, sono volate velocissime di bocca in bocca, di profilo Facebook in profilo Twitter, come schegge impazzite, creando quel diluvio di manipolazione e disinformazione che abbiamo appreso essere una reale minaccia alla salute pubblica.


Segnaliamo che proprio in questi giorni è in uscita il film “Trafficante di virus” (qui il trailer), dedicato alla vicenda di Ilaria Capua, vittima di un’assurda persecuzione giudiziaria che ha raccontato lei stessa in un libro uscito nel 2017, “Io, trafficante di virus“