Olimpiadi in Cina

 


Boicottaggio diplomatico

 

Da Linkiesta

Da mesi attivisti e governi in tutto il mondo si oppongono ai Giochi a causa della repressione di Pechino ai danni della popolazione uigura, nello Xinjiang. Il Cio non muove un dito, gli sponsor guardano solo gli affari e gli atleti sono gli unici che vorrebbero denunciare ma non hanno alcun appoggio.

È il giorno della cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici Invernali, anche se le competizioni ufficiali sono già iniziate. È uno di quei momenti dell’anno in cui lo sport è capace di creare storie bellissime, raccontare vicende umane, gesti atletici, colpi di scena sorprendenti.

Le Olimpiadi di Pechino, però, sono già diventate un affare geopolitico. Da mesi alcuni governi hanno annunciato un boicottaggio diplomatico dei Giochi, principalmente a causa della repressione cinese ai danni della popolazione uigura, nello Xinjiang, regione nord-occidentale del Paese.

Dopo gli attivisti e le istituzioni nazioni di diversi Stati, adesso il focus dell’attenzione si sta spostando sulle molte aziende che fanno affari con Pechino sfruttando la visibilità dei Giochi, e che di conseguenza tendono a chiudere un occhio sulle atrocità del governo di Pechino.

Nessuno dei 13 membri del principale programma di sponsorizzazione aziendale del Comitato Olimpico Internazionale – che include Coca-Cola, Visa, Intel, Airbnb, P&G, Allianz e Toyota – ha commentato la condizione della popolazione uigura nonostante le richieste. E negli Stati Uniti la politica sta già pensando di prendere le contromisure per le società che cedono alle pressioni cinesi per mantenere l’accesso a uno dei mercati più grandi del mondo.

«È inquietante che così tante aziende americane si stiano rivoltando contro i valori americani per rimanere nelle grazie del Partito Comunista Cinese», ha detto Michael McCaul, il principale legislatore repubblicano nella commissione per gli affari esteri della Camera al Congresso. «Basta guardare le aziende che sponsorizzano le Olimpiadi e si rifiutano di parlare per i diritti umani. Non possiamo permettere che queste aziende aiutino a coprire il genocidio». La critica di McCaul si può ritrovare nelle dichiarazioni di molti membri del Congresso americano.

È per questo che ieri il Financial Times ha pubblicato un lungo articolo per spiegare che queste Olimpiadi stanno diventando – in maniera simbolica, ma non solo – una nuova linea di conflitto nel nuovo fronte della Guerra Fredda tra Cina e Stati Uniti.

«Il presidente americano Joe Biden, la cui amministrazione boicotterà i Giochi di Pechino, ha preso una posizione più dura di quanto molti si aspettassero nei confronti della Cina, su tutto: dalla repressione degli uiguri alla repressione della libertà a Hong Kong. Ha anche implementato misure che rendono più difficile per Pechino ottenere tecnologie statunitensi sensibili come i semiconduttori. Il suo omologo cinese, Xi Jinping, non ha mostrato alcuna apertura alle richieste degli Stati Uniti su dossier delicati come quello di Taiwan», si legge sul quotidiano britannico.

Alcuni esempi pratici aiutano a capire il comportamento delle aziende americane: Intel, produttore di semiconduttori, si è scusato con i clienti cinesi a dicembre per aver dichiarato di non poter reperire componenti dallo Xinjiang, a causa di una nuova legge statunitense che richiede alle aziende di dimostrare che le importazioni dalla regione nord-occidentale della Cina non vengono effettuate con il lavoro forzato.

Mentre nel 2021 alcune multinazionali, tra cui Nike e H&M, hanno rimosso dai loro siti web le frasi che si opponevano al lavoro forzato nello Xinjiang. Lo hanno fatto dopo che Pechino aveva orchestrato un boicottaggio da parte dei consumatori per colpire proprio questi brand.

«In generale, le multinazionali stanno subendo molte pressioni – scrive il Financial Times – a causa delle misure prese dagli Stati Uniti in nome della sicurezza nazionale. Quindi prestano maggiore attenzione alle loro esportazioni in Cina e agli investimenti nel Paese: il governo continua ad aggiungere soggetti cinesi agli elenchi di divieti di esportazione e investimento».

Ma ovviamente non può bastare. Sophie Richardson di Human Rights Watch spiega che le aziende non si possono più definire serie e impegnate in materia di governance ambientale, sociale e aziendale (Esg) se tacciono sullo Xinjiang: «Nessuna azienda può parlare in modo credibile sugli Esg quando rimane in silenzio di fronte al secondo governo più potente del mondo che commette crimini contro l’umanità. Le Olimpiadi sono solo un altro esempio di persone che scelgono chiaramente di fare soldi piuttosto che capire come usare il loro potere per migliorare la situazione».

Alcune delle aziende che sponsorizzano i Giochi erano già state criticate nel 2008 per le Olimpiadi di Pechino. Ma la portata della persecuzione nello Xinjiang, dove negli ultimi anni oltre 1 milione di uiguri sono stati detenuti nei campi, cambia tutti i parametri.

In più, adesso il giro d’affari per le aziende è molto più grande, grazie alla crescita del mercato cinese. E le aziende devono anche avere a che fare con i consumatori di entrambe le nazioni a causa del dialogo diretto e ininterrotto dovuto ai social media.

Rick Burton, professore di management sportivo alla Syracuse University, che è stato chief marketing officer per il Comitato Olimpico degli Stati Uniti ai Giochi del 2008, ha detto al Financial Times che gli sponsor sapevano che sarebbero stati messi sotto pressione nelle settimane precedenti i Giochi del 2022. Ma adesso, aggiunge, stanno affrontando una tempesta perfetta, poiché le restrizioni sulla pandemia e un calendario sportivo super ingolfato negli Stati Uniti a febbraio minacciano di rubargli spettatori, quindi visibilità. «Gli sponsor stanno davvero solo tentando di resistere e arrivare alla fine dei Giochi», dice Burton.

E non è finita qui. Anche se tutti gli sponsor prendessero una posizione pubblica contro la Cina, l’eventuale protesta avrebbe un impatto molto limitato sul Comitato Olimpico Internazionale.

Il Cio negli ultimi mesi ha difeso a spada tratta la sua scelta di portare le Olimpiadi a Pechino. Lo si è visto anche con il caso di Peng Shuai, tennista cinese che era sparita social media nazionali dopo aver dichiarato pubblicamene di essere stata aggredita sessualmente da un alto funzionario del partito comunista cinese: qualche giorno dopo l’esplosione del caso, il Cio aveva fatto sapere di aver dialogato con Peng Shuai, dichiarandola «al sicuro e in buona salute».

La scorsa settimana il presidente del Cio, Thomas Bach, ha incontrato pubblicamente il presidente cinese Xi Jinping a Pechino, e nella dichiarazione congiunta diffusa dopo il vertice c’è scritto: «I due leader hanno discusso del forte sostegno della comunità internazionale per i Giochi Olimpici Invernali di Pechino 2022».

Va ricordato che nella mission del Cio c’è scritto chiaramente di voler costruire un «mondo pacifico e migliore» e che l’organizzazione predica la neutralità politica. Solo che nella storia l’istituzione ha fatto politica un po’ a piacimento, ad esempio vietando la partecipazione del Sud Africa ai Giochi del 1964 a causa dell’apartheid.

In qualche modo, il silenzio del Comitato sul tema dei diritti umani in Cina, sta spostando la pressione dell’opinione pubblica internazionale sugli sponsor olimpici e sugli atleti, chiamati a combattere questa battaglia senza il supporto dell’istituzione più importante. Ma anche in un’epoca di player empowerment, casi così grandi – sotto tutti i punti di vista – rendono gli atleti inermi, indifesi di fronte al gigante cinese.

«Gli atleti sono stati coinvolti in una bega geopolitica», scrive Axios nella sua newsletter sulla Cina, indicando il coinvolgimento di sciatori e pattinatori in una questione forse troppo grande per loro. «Alcuni sportivi sono stati minacciati di sanzioni e punizioni per aver fatto dichiarazioni contro il Partito Comunista Cinese».

L’articolo di Axios, infine, individua nello spirito di sopravvivenza – a livello economico – la causa delle mancate denunce da parte del Cio: «Il silenzio è dovuto in parte alla crescente dipendenza delle Olimpiadi dai portafogli dei governi autoritari. Ospitare i Giochi è diventato proibitivo nel corso degli anni, inclusa la costruzione (e quindi il mantenimento) di strutture di dimensioni olimpiche. Mantenere buoni rapporti di lavoro con i governi autoritari aiuta il Cio a garantire il futuro del suo principale motore di entrate, i Giochi Olimpici, provvedendo così al proprio futuro».


Divulgare, divertire, divergere: una questione morale?

 

Con l’autorevolezza e la lucidità che gli sono proprie, Silvano Toppi ha toccato, nel suo ultimo contributo su queste pagine, questioni di non semplice soluzione e di grandissima attualità. Nella sua difesa della «noia», cioè del tempo e della fatica necessari ad appropriarsi delle conquiste più alte dell’umanità, in campo creativo, culturale o scientifico, c’è tutta la preoccupazione di chi vede venire meno la disponibilità a fare questo sforzo nei principali ambiti della società, educazione in primis. Sarà vero? Non ho competenze per rispondere e posso solamente aggiungere qualche considerazione che si situi sulla medesima lunghezza d’onda e che condivida, in una certa misura, la stessa preoccupazione.

Nei miei brevi trascorsi da insegnante in vari ordini di scuola, più da meteora che da professionista degno di tale nome, mi è capitato di utilizzare stratagemmi pop volti ad agganciare, se non proprio a conquistare definitivamente, l’attenzione degli studenti: il busto di Cattaneo paragonato al faccione pelato del wrestler Hulk Hogan, una pagina di Machiavelli spiegata con una striscia di Zagor, una lettura degli schieramenti in campo nel primo canto della Gerusalemme liberata quasi fosse un’appassionata partita di pallacanestro. Ci sarò riuscito? L’onere della prova richiederebbe che tornassi dagli interlocutori, a distanza di anni, per verificare che cosa sia rimasto di quelle mie trovate: se (anche) il contenuto umanistico, oppure soltanto le immagini più accattivanti. Il rischio, in questi casi, è fare la fine di quella memorabile pubblicità con l’elegante signora che urlava al marito «Adesso esco, e vado con il primo che incontro!», e il dirimpettaio bell’e pronto a risponderle «Buonaseeeeera». La ricordano tutti, ma pochi, forse nessuno, la associa ancora all’oggetto di quella brillante storiella: un nuovo modello di FIAT Punto. La comunicazione a volte è talmente efficace da non comunicare nulla al di fuori di sé stessa.

Il tema sembra banale ma tocca a tal punto i principali ambiti del nostro vivere civile – la scuola, certo, ma più in generale il ruolo della cultura e della scienza, i rapporti con le istituzioni e infine l’esercizio stesso della democrazia – da non poter essere preso sottogamba. Da un lato assistiamo a una sacrosanta battaglia per l’inclusione di tutti (si pensi alla «lingua facile» di cui si è dotata recentemente anche l’amministrazione cantonale ticinese) e dall’altro non possiamo che constatare un aumento, a tutti i livelli, della complessità del vivere. Due anni di pandemia ci hanno insegnato almeno questo: hai voglia a semplificare sempre per comunicare meglio, quando l’oggetto stesso di quella comunicazione è multiforme, sfuggente, tutt’altro che «semplice». La parola che andrebbe utilizzata a questo punto, brutta e antipatica finché si vuole, è analfabetismo: non tanto un analfabetismo linguistico in senso stretto, quanto cognitivo-culturale. L’ipotetica asticella che definisce la capacità, all’interno di una società, di comprendere al volo testi di media complessità negli ultimi decenni si è vistosamente abbassata. Si è allargata la base, anche grazie alla democratizzazione degli studi, ma si è abbassato il livello, c’è poco da fare. Ben vengano quindi tutte le soluzioni possibili (anche il rap!) per mantenere ampia la base, purché non ne vada dei contenuti fondanti, cioè del motivo stesso della comunicazione, che non è raggiungere le orecchie bensì il cervello degli interlocutori. Nella società ipermediatizzata, consumistica e competitiva nella quale viviamo la maggior parte dei messaggi si ferma troppo presto, al padiglione auricolare, contribuendo ad aumentare il rumore nel quale siamo immersi. Silenzio, tempo e noia non trovano più spazio, su questo Toppi ha ragione da vendere.

Di divulgazione e cultura si è parlato recentemente a proposito della trasmissione «Turné Soirée», con una raccolta firme che era stata pensata proprio per sollevare questo ordine di questioni, non certo per un attacco mirato a dei professionisti che pure continuano a fare un lavoro difficile, con intenzioni che si intuiscono nobili e perciò condivisibili. Il problema, lì come altrove, sta nel rapporto che si instaura tra il linguaggio scelto (gli stratagemmi pop) e la natura stessa degli oggetti che si vogliono raccontare. Non tutto può essere detto e presentato in quel modo, quando invece la cultura, l’arte, la musica, i libri – cioè l’oggetto stesso della trasmissione – mirano proprio a raccontare quel «tutto». Esiste un rapporto morale tra il contenuto di un messaggio e il linguaggio utilizzato per veicolare quel contenuto. Un libro su una terribile esperienza di malattia, per fare un esempio concreto, potrebbe essere accolto in una trasmissione costruita su quel genere di «leggerezza»? Difficile, se non impossibile. Ecco il punto: pertinenza, ragionevolezza, equilibrio, misura. Tutti ingredienti di cui spesso la comunicazione del terzo millennio fa volentieri a meno, spinta da necessità diverse, numeriche, algoritmiche, commerciali, persino idealmente «democratiche» (non però nei fatti). Forse un sano ritorno a uno sguardo più umanistico, nei confronti non solo degli oggetti della nostra attenzione ma anche dei nostri interlocutori finali (a scuola, in politica, in televisione), potrebbe aiutare a mantenere in vita questo difficilissimo equilibrio, senza dover per forza rinunciare all’utilizzo della fantasia che è da sempre uno dei grandi meriti della nostra specie.


Trasparenza e legittimazione

 

Di Manuele Bertoli, direttore del DCS

Le ragioni per le quali ho voluto portare il tema in Gran Consiglio le ho già evocate: trasparenza e legittimazione politica della sperimentazione. Giuseppe Sergi può avanzare tutte le sue elucubrazioni (c’è chi si diverte con la dietrologia), ma la sostanza è e rimane questa. Le sedi sperimentali non erano ancora definite il 24 gennaio semplicemente perché l’analisi delle risposte alla consultazione sono terminate il 12 gennaio ed è solo dal 12 gennaio che è stato deciso che si sarebbe dovuto passare da una fase sperimentale, che implica il consenso di chi sperimenta. Con il voto sul Preventivo alle porte non era quindi semplicemente possibile prima del 24 gennaio definire tali sedi.

Sergi mostra anche la sua ristrettezza di vedute se pensa che la separazione grossolana degli allievi all’inizio della terza media riguardi solo docenti, esperti e direttori scolastici: la scuola non è solo degli addetti ai lavori, è fatta primariamente per gli allievi e sono proprio loro e le loro famiglie ad aver dovuto assistere a quanto successo e a trarre le proprie conclusioni dal voto.

Questo testo si riferisce all’Opinione Sperimentazione e mondo della scuola


Sul palcoscenico fino alla fine

 

L’aveva detto recentemente: «Resterò sul palcoscenico fino a quando schiatto». E così è più o meno stato. Nel bel mezzo di una tournée che si presentava come conclusiva (poiché avrebbe dovuto mettere il punto all’esperienza con la band Stiller Has – Coniglio silenzioso, NdT), è morto Endo Anaconda, uno dei musicisti più celebri e grintosi del panorama elvetico-austriaco. Endo Anaconda (nome d’arte di Andreas Flückiger) infatti era nato 66 anni fa da padre bernese e madre austriaca, e aveva vissuto sulla propria pelle il dissidio della doppia appartenenza cultural-famigliare. Un’infanzia iniziata nel migliore dei modi nell’idilliaco Emmental, interrotta brutalmente dalla morte del padre, e proseguita nella cattolicissima Carinzia, per lo più in collegi dove regnavano brutalità e abusi di vario genere.

Amico del cuore di un altro grande Mundart Musiker – quel folto nugolo di cantanti che si esprimono in svizzero tedesco – come Polo Hofer (scherzosamente denominato «cannaiolo nazionale» dalla stampa d’Oltre Gottardo e scomparso nel 2017), Endo Anaconda aveva dalla sua una lucidità di pensiero e una padronanza della lingua straordinarie, basti pensare che nel 2021, recitando poesie, aveva chiuso le Giornate letterarie di Soletta, e contro di sé una debolezza endemica che lo portava a cascare di continuo in una serie di dipendenze di cui non faceva mistero alcuno.

Potenza primordiale, Tom Waits svizzero, bluesman dell’Aare, ultimo dei dadaisti… sono solo alcuni degli appellativi che la stampa elvetica di lingua tedesca gli ha dedicato all’indomani della notizia della sua morte, che pure non ha destato particolare stupore, vista la sua precarietà fisica. Eppure Endo, con cui avevamo trascorso una mattinata al Bar Bière di Berna la scorsa estate [nell’immagine], era pieno di progetti: al termine della tournée avrebbe iniziato a studiare l’italiano (cantava infatti Buscaglione e Natalino Otto, amava follemente Vasco e De André) e sarebbe tornato per qualche tempo in Austria, per dedicarsi all’Hochdeutsch, mettendo da parte quello Schwyzerdütsch che a suo avviso si era negli anni trasformato in un pericoloso strumento di autocelebrazione e diffusione di idee politicamente schierate dalla parte sbagliata (sebbene sia stato uno dei primi a fare Spoken Word in dialetto bernese).

Sì, perché la sua visione del nostro Paese era lucida e impietosa: Anaconda condannava infatti il nostro modo di concepire il futuro, organizzato a scadenze trimestrali molto simili a quelle del mondo della finanza, e poco attento alle esigenze e ai diritti delle generazioni più giovani, dai problemi legati al clima allo smaltimento delle scorie nucleari. Un pensatore fine e un grande lettore, un attivista che era ritornato in Svizzera dall’Austria negli anni 80 per partecipare alle proteste giovanili, un artista che era capace anche di litigare con i giornalisti per un’idea, di alzare la voce se una cosa non gli andava a genio.

Ed era quello che lo rendeva così autentico e irresistibile, al di là della sua figura massiccia e quasi intimidatoria, al suo approccio sanguigno (anche se si definiva timido) e alla voce tonante, che piegava in blues improbabili e di incredibile successo come quello dedicato all’Aare, in testi surreali come Znüni näh, o a rievocazioni comico-piccanti a ritmo spumeggiante come in Vampirella.

Mancherà Endo, e mancherà soprattutto a coloro che credevano nella possibilità e nella necessità della giustizia, e che riconoscevano il flow trascinante di ogni cosa su cui si incaponiva, dalla musica alla poesia, passando, ovviamente per la politica.


Abbiamo dimenticato la giustizia sociale

 

Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri, governi sempre più inchinati davanti al Dio Capitale (banche, finanza, imprese, tecnologia) e che sempre raccontano la favola neoliberale – ormai vecchia e sempre fallimentare, ma sempre ripetuta come una pubblicità che deve entrarci a forza nella testa e farci credere in una illusione – quella per cui, arricchendo i ricchi, poi la ricchezza e il benessere goccioleranno per forza di gravità verso il basso, cioè naturalmente – o per magia della mano invisibile – senza necessità di un intervento dello Stato per redistribuire la ricchezza e riparare le ingiustizie del libero (sic!) mercato. Stato che infatti non la redistribuisce più – la ricchezza, crescente, ma di pochi – secondo equità, come aveva invece cercato di fare in Europa grazie a politiche keynesiane nei gloriosi trent’anni seguiti al 1945; diversamente da allora e con il paradossale consenso dei disuguagliati, lo Stato (neoliberale) persegue e pianifica la disuguaglianza. Una scelta politica prima che economica – secondo l’economista Joseph Stiglitz – di quello che si chiama neoliberalismo, una delle ideologie più ideologiche (scusate il gioco di parole) della storia. Ideologia che non vediamo/percepiamo perché promette, pur negandola di fatto (insieme alle nuove tecnologie), libertà e autonomia – e questo ci spiazza, cancellando ogni nostra capacità di reazione. Neppure reagiamo quando alcuni di questi super-ricchi – è notizia recentissima (al Forum di Davos) – chiedono di essere tassati di più.

Di Svizzera, di ricchi e di politiche neoliberali ha già scritto Federico Franchini – su queste ‘pagine’ – lo scorso 28 gennaio. Ma il tema deve essere ripreso, richiamando la pubblicazione dell’ultimo Rapporto Oxfam sulla disuguaglianza nel mondo. Se ne è parlato, poco in realtà, al momento della sua pubblicazione; poi è stato lasciato alla azione potente della smemoratezza collettiva – che poi è quello che da sempre ricerca il potere, per evitare ogni possibile pensiero critico.

Scrive dunque il Rapporto Oxfam – La pandemia della disuguaglianza – che nei primi due anni di Covid-19, i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.600 miliardi di dollari. Questo significa un ritmo di crescita di 15mila dollari al secondo, ovvero 1,3 miliardi di dollari al giorno. Negli stessi due anni di pandemia, oltre 160 milioni di persone (in più di quelle già povere) sono cadute in povertà. E solo per Jeff Bezos, numero uno di Amazon, una delle aziende il cui fatturato è lievitato (e ancora lievita) con il Covid-19 – e che ciascuno di noi arricchisce con ogni acquisto fatto online, dimenticando lo sfruttamento dei suoi lavoratori – Oxfam calcola un “surplus patrimoniale” nei primi 21 mesi di pandemia di 81,5 miliardi di dollari, l’equivalente del costo stimato della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale. E ancora: gli stessi dieci super-ricchi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, ovvero di 3,1 miliardi di persone. Di più: “dall’inizio dell’emergenza Covid-19, ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito a una élite composta ormai da oltre 2.600 super-ricchi. Questo mentre i brevetti detenuti da Pfizer, BioNTech e Moderna hanno permesso di realizzare utili per 1.000 dollari al secondo, ma meno dell’1% dei loro vaccini ha raggiunto i Paesi a basso reddito, dove è stata vaccinata solo il 4,81% della popolazione”.

Sono numeri impressionanti. In altri tempi avrebbero provocato una reazione collettiva politica forte, un rovescio elettorale dei governi e dei partiti che lo hanno permesso. Se non un’autentica rivoluzione: un po’ come quella francese del 1789 contro l’Ancien Régime assolutistico e colpevole della disuguaglianza e della povertà dei sudditi di allora. E invece non accade nulla.

Eppure, oggi l’Ancien Régime è quello dei dieci supermiliardari citati sopra e che sono in gran parte anche i padroni dell’hi-tech e che governano/guidano/orientano/sorvegliano, attraverso la rete/digitale/social/Big Data, la vita (ne sono appunto i padroni) di miliardi di persone. Con il paradosso – parallelo a quello segnalato sopra – che noi li veneriamo come guru tecnologici, come imprenditori visionari, come maître à penser del nuovo che non si può e non si deve fermare e da cui ci attendiamo un futuro affascinante e meraviglioso e ricco e felice. E invece… Il problema è che questo Ancien Régime non è fatto solo di imprese autocratiche e di sovrani tecno-capitalisti circondati, come allora, dal lusso; ma anche di governi, di partiti, delle élite di Davos ma anche di larga parte degli elettorati dei paesi che si dicono democratici (Svizzera compresa). Abbiamo cioè dimenticato – come società, come persone, come cittadini: (1) il concetto di uguaglianza e di fraternità/solidarietà (e questo era appunto il piano neoliberale per renderci sempre più competitivi e flessibili, adattandoci senza reagire le esigenze del capitale e delle imprese); e (2) l’altro e correlato concetto, altrettanto fondamentale e necessario per il buon funzionamento di una democrazia e di un sistema di autentica libertà, quello della giustizia sociale.

Se rileggessimo un po’ di Keynes – “I difetti lampanti dell’economia odierna sono: la sua incapacità di provvedere alla piena occupazione; e la sua distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e dei redditi. Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari”. Inoltre, spreca deliberatamente una quantità enorme di risorse nella lotta per la concorrenza (e lo scriveva quasi cento anni fa, ma è di una attualità sconvolgente anche oggi) – se rileggessimo dunque un po’ di Keynes, non potrebbe che farci bene.

Ricordandoci di aggiungere giustizia ambientale (intergenerazionale, verso le future generazioni) a giustizia sociale.


Monica Vitti è stata una comica vera

 

Di Mariarosa Mancuso, Il Foglio

“Io non capisco la gente / che non ci piacciono i crauti…” Non era solo il salto acrobatico: prima l’incomunicabilità alienata (o era l’alienazione incomunicabile?) di Michelangelo Antonioni. Poi la scassata compagnia di “Polvere di stelle”: un film sull’avanspettacolo con i doppi sensi bananieri, dove rubava la scena a Alberto Sordi.

Era l’aria stralunata, da “ragazza che cadde sulla terra”, con cui a Canzonissima – di sabato sera, negli anni 70 il programma televisivo più nazionalpopolare – cantava “Io non capisco la gente / che non ci piacciono i crauti…”. Crauti poi faceva rima con “bisogna andar molto cauti”, e ci vuole del genio a cantarla senza scoppiare a ridere.

Capita di dire, quando qualcuno muore, “non sapevo neanche che fosse vivo”. Monica Vitti era sparita dalle scene una ventina di anni fa, malata di Alzheimer. Finché ha potuto, ha illuminato e reso internazionale il cinema italiano con la sua bravura e la sua bellezza – magari faceva la siciliana gelosa, munita di pistola per uccidere il fedifrago, ma non restava impigliata nella trappola. Per Dino Risi era stata suora cantautrice, hostess in preda al panico, e suonatrice di piatti in un’orchestra, costretta a portare avanti e indietro da casa la custodia con lo strumento.

Era una grande attrice comica, dove “comica” sottolinea il lavoro di precisione che serve per fare ridere. E per sfatare il luogo comune secondo cui il mestieraccio sarebbe riservato, semmai, solo alle donne brutte. La carriera sarebbe quindi preclusa alle bionde sexy. “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)” ha il più bel titolo inglese che commedia all’italiana possa sognare: “The Pizza Triangle”. Diretto da Ettore Scola, vede Monica Vitti divisa tra Giancarlo Giannini e Marcello Mastroianni.

Il triangolo non finisce benissimo, allora nei film poteva succedere, e capitava anche che una donna prendesse gli schiaffi. Da Alberto Sordi per esempio, in “Amore mio aiutami”. Ora che lo sapete, dimenticate subito l’informazione. Meglio tenere certe cose segrete e godersele da spettatori adulti. Un po’ carbonari. Soprattutto, spettatori in grado di riconoscere la satira e distinguere i generi cinematografici. (Tutta gente, poi, che quando vede la sfilata di forche per l’impiccagione nella serie “The Handmaid’s Tale” si felicita per il conquistato femminismo).


Segnaliamo anche la straordinaria intervista “d’epoca” (del 1966), realizzata da Fernaldo Di Giammatteo per la rubrica “Prima fila”, che si può rivedere nella pagina dedicata alla scomparsa dell’attrice dalla RSI. C’è dentro tutto di lei, bellissima, nel momento di passaggio dall’incomunicabilità di Antonioni a generi comici, apparentemente leggeri.


Sperimentazione e mondo della scuola

 

Tutti si concentrano, evocando la discussione sui livelli in Gran Consiglio, sui “toni” emersi nel dibattito, sulla “sorpresa” del voto “decisivo” dei parlamentari MPS, sulle interferenze partitiche relative alla discussione.

In realtà sembra che quanto alcuni hanno affermato in quel dibattito non interessi nessuno. Eppure, proprio da alcune affermazioni del direttore del DECS è possibile capire le dinamiche in atto, nella scuola, attorno ai contenuti della “sperimentazione”. Bertoli ha affermato, davanti a tutto il Parlamento, due cose assai importanti.

La prima: che non avrebbe avuto bisogno di passare attraverso un voto in Gran Consiglio per organizzare la sperimentazione, aggiungendo che avrebbe potuto trovare le risorse per la sperimentazione tra le pieghe del normale funzionamento del DECS.

La seconda: qualora l’emendamento fosse stato accolto, la sperimentazione sarebbe avvenuta in 9 sedi: ma che, al momento, non era possibile comunicare quali fossero.

Pensiamo che le due affermazioni siano, per certi aspetti, collegate e illustrino bene la posta in gioco nella discussione.

È vero. DECS e governo possono organizzare l’attività di innovazione e sperimentazione: la legge della scuola (articolo 13) prevede che “La scuola, attraverso processi di sperimentazione, promuove e controlla le opportune innovazioni in materia di organizzazione, di piani di studio, di metodi e di tecniche di insegnamento” e che (cpv. 3 del medesimo articolo) “le istanze competenti ad autorizzare e a revocare lo svolgimento di sperimentazioni sono: a) il Consiglio di Stato qualora s’imponga la deroga temporanea a disposizioni legali e b) il Dipartimento, qualora s’imponga la deroga temporanea a disposizioni di applicazione, ivi compresi i piani di studio e i metodi”.

Detto in altri termini, il governo avrebbe potuto decidere di mettere in pratica quanto contenuto nel proprio emendamento senza passare attraverso l’approvazione del Parlamento. Aggiungiamo: potrebbe farlo, anche oggi, in qualsiasi momento.

E allora, non possiamo non chiedercelo, per quale ragione Bertoli e il governo hanno deciso di affrontare un Parlamento e rischiare, come è avvenuto – di farsi impallinare? E non certo per il pericolo dei voti “decisivi” dell’MPS: era nell’ordine delle cose possibili e probabili che il PPD (o una parte di esso) votasse contro l’emendamento; il destino della proposta era quindi in mani ben più decisive di quelle dell’MPS. Per quale ragione Bertoli ha scelto questa strada? Non certo, come ha tentato di spiegare, per “spirito democratico” o per “rispetto” del Parlamento, o, ancora, per una scelta di “trasparenza”; e nemmeno per vedersi confermato un orientamento sperimentale i cui contenuti erano tutt’altro che chiari e definitivi.

No, non è per questo. Bertoli voleva un voto del Parlamento per superare le resistenze generalizzate provenienti dall’interno della scuola: docenti, direttori, esperti di materia che avevano emesso forti critiche a quella proposta di sperimentazione e che l’MPS ha fatto proprie. L’impossibilità di comunicare in quali sedi si sarebbe sperimentato è proprio legata a questo. Da un lato poiché i direttori, in modo quasi unanime, avevano espresso parecchie riserve, in particolare su forme e tempi della sperimentazione; dall’altro, soprattutto, poiché la stragrande maggioranza dei collegi dei docenti si era espressa in modo fortemente critico sul progetto in sede di consultazione.

Certo, ci si potrebbe chiedere: quale legittimità hanno i Collegi dei docenti rispetto a forme di sperimentazione nella scuola? Ce l’hanno, eccome! Lo dice la stessa legge della scuola che, all’art. 37 lett. c), affida al collegio dei docenti il diritto di “promuove(re) le sperimentazioni”. È vero che in questo caso erano DECS e governo a promuovere la sperimentazione: ma le obiezioni provenienti dai collegi erano la dimostrazione che tale promozione era tutt’altro che condivisa.

Da qui la necessità di un voto del Parlamento che spazzasse via tutte queste resistenze nel mondo della scuola. E ben si comprende il rifiuto, opposto fino alla fine da parte della direzione del DECS, di rendere pubblici i documenti relativi alla consultazione (bell’esempio di “trasparenza”!); in particolare la presa di posizione dei direttori (alla quale pubblicamente non si è potuto accedere); o, ancora, la censura della presa di posizione della consulta dei presidenti dei collegi dei docenti delle scuole medie, bloccata poiché, Bertoli dixit, conteneva affermazioni sbagliate.

Se vista in questa prospettiva, e partendo proprio dalle dichiarazioni del direttore del DECS, il passaggio e la discussione parlamentare assumono politicamente un significato ben diverso.

Ma Bertoli non deve disperare. Ha tutti i mezzi a disposizione (legali e finanziari) per procedere ad una seria e completa sperimentazione che apra la via, oltre che all’abolizione dei livelli, ad una urgente e necessaria riforma della scuola media. Affinché questo avvenga non deve convincere i parlamentari, ma docenti, direttori ed esperti di materia della bontà del suo progetto. Naturalmente, come ha dimostrato la questione della mancata pubblicazione delle prese di posizione sulla consultazione, il clima creatosi, sotto la sua direzione in questi ultimi anni, all’interno del mondo della scuola non è dei migliori. Ma non è mai tardi per cambiare atteggiamento e dare voce, finalmente, a coloro che la scuola la fanno tutti i giorni.


Il vanto del cigno

 

“Avvocato e finanziere, personalità che suscita ammirazione ma anche ostilità. A 91 anni l’ex-Consigliere di Stato continua ad essere molto attivo nel dibattito politico-ideologico. Figura di spicco della politica ed economia sul piano cantonale e nazionale, ha legato il suo nome a spettacolari scalate nel mondo dell’industria (ad esempio Sulzer e Saurer) così come ad acquisizioni nel mondo dei media (a cominciare dalla Basler Zeitung) o ancora alla creazione della Fidinam, gigante della consulenza fiscale, aziendale, immobiliare. Tra le persone più ricche a livello nazionale, fa discutere per le sue prese di posizione e le sue presunte amicizie nel mondo della politica internazionale. Millevoci lo ospita per un confronto franco e diretto sulla sua vita, le sue idee, le controversie che lo hanno coinvolto” .

Con questo testo di presentazione veniva annunciata, la scorsa settimana, un’intervista in diretta radiofonica di Roberto Antonini a Tito Tettamanti, in onda venerdì 28.1. su Rete Uno nella rubrica “Millevoci”. Già il giorno precedente è partita la polemica via social sull’opportunità di invitare un personaggio tanto discusso a raccontarsi in un programma del servizio pubblico, visto che Tettamanti non perde certo occasione per dire la sua, come opinionista, ovunque voglia, e quando ne ha voglia.

Proprio pochi giorni prima dell’intervista radiofonica, aveva del resto fornito una volta di più la sua personale “visione del mondo” con un lungo articolo, intitolato “La sinistra ha vinto”, pubblicato quale “pubbliredazionale” sia dal “Corriere del Ticino” (di cui è peraltro opinionista regolare) che da “La Regione”.

Un articolo che definire sorprendente è a dir poco un eufemismo, pubblicato originariamente sul settimanale “Weltwoche”, testata appartenuta allo stesso Tettamanti e poi venduta all’intransigente massimalista UDC Roger Köppel. Insomma, un contributo utile alla causa politica democentrista nel combattere la diabolica sinistra che, stando alle tesi di Tettamanti, avrebbe ormai affermato tutto il suo pericoloso ascendente su gruppi e movimenti di vario genere, indirizzandoli verso un’imminente “presa del potere”. E così, naturalmente, il pezzo si conclude con un accorato appello a stringere i ranghi: “Dobbiamo smascherare il pensiero post-marxista degli odierni progressisti e combatterlo per riottenere la predominanza sul discorso. In definitiva, tutti coloro che si sentono discriminati sono strumentalizzati dal progressismo marxista e non rendendosi conto di ciò stanno contribuendo alla proliferazione della tesi post-marxista. È ora che i partiti borghesi si riprendano dalla confusione ideologica riconoscendo quali siano le tesi contro le quali battersi”.

In altre parole (parole povere, verrebbe da dire, ma non sta bene), da campione della resistenza contro questa nostra società che sarebbe dominata da discriminati inconsapevoli di essere strumentalizzati, tutti intruppati a sinistra sotto il cappello del post-marxismo, Tettamanti incita la politica “borghese” (cantonale, federale, mondiale?) a ribellarsi, a tornare all’ordine costituito, che, in parole meno povere, è poi quello che in realtà ci pare esattamente profilarsi ogni giorno davanti ai nostri occhi, ovvero quello immolato al neo-liberismo più sfrenato, al dominio dell’economia finanziaria, con l’ inarrestabile voragine sociale che divide ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Il mondo che piace a Tettamanti.

E chiamiamolo pure controverso un personaggio che tuona così sui nostri quotidiani (negli spazi a pagamento del suo amico Siccardi) per dire come si stia mettendo male per i ricchi, in questo nostro paese, in questo mondo, così pieno di fastidiosi “discriminati”, che non capiscono che con un po’ di “oli da gumbat” (sono parole sue) è un attimo far carriera come ha fatto lui (beh, certo, poi lui è anche bravo, colto e intelligente, e dunque fatalmente miliardario).

Cotanto pensatore è atterrato venerdì scorso negli studi di Rete Uno invitato da Antonini per un confronto senza veli, serrato, sulla propria storia personale, sulle discutibili presunte “amicizie” (con Steve Bannon, l’ideologo dell’assalto a Capitol Hill, per esempio), sulle sue posizioni politiche.

Chiariamo subito: che l’invito gli sia stato fatto, e che il servizio pubblico si apra al confronto di idee dando la parola a tutti, anche ai “controversi”, è assolutamente legittimo e anche giusto, piaccia o non piaccia a certo mondo social. A maggior ragione, poi, se a gestire la discussione è uno dei migliori giornalisti che possa vantare la RSI, ovvero Roberto Antonini.

Il fatto è però che se tu inviti Tettamanti, sottolineando l’eccezionalità dell’evento, enfatizzando i ringraziamenti per essersi addirittura recato agli studi radio (lui, che a quell’ora di solito, come ha detto, è abituato a farsi 500 metri a nuoto in piscina, la sua), se decidi che in 55 minuti di diretta si parlerà di tutta la sua (lunga) vita, così ricca (di esperienze), ecco se fai tutto questo, come puoi pretendere che non capiti quel che è capitato, ovvero che Tettamanti ha detto quello che ha voluto, come ha voluto, quando ha voluto, manco fosse un monarca in visita in qualche sua sperduta colonia?

I temi “scottanti” (controversi, appunto) non mancavano, e sono stati puntualmente sollevati dal giornalista, cui il finanziere ha graziosamente riconosciuto l’intelligenza di chi non ha il suo stesso parere e punto di vista, ma è un interlocutore stimolante, con cui ha piacere a confrontarsi (e a cui, poi, può anche evitare di rispondere, se del caso). Ecco, bene, ma poi, sollevati intelligentemente ed adeguatamente i temi, uno in fila all’altro, di corsa, dentro una scaletta mozzafiato (che prevedeva anche qualche disco), cosa poteva uscire di diverso da una “narrazione” gestita dall’intervistato a suo totale piacimento?

Intendiamoci, Tito Tettamanti è davvero bravo, colto e intelligente, nel gigioneggiare, nell’approfondire citando filosofi francesi, nel divincolarsi da ipotetiche domande-trappola: è un fuoriclasse, diciamolo pure, con notevole perizia dialettica e lucidità argomentativa (tutta autogiustificativa ed autoelogiativa, ma sommessa, da “arrogante” com’era da giovane, diventato anche elegante con la maturità).

Lo è a tal punto da sapere bene che se si rapporta con interlocutori di livello (qual è Antonini, o qual è, per fare un altro esempio, Alfonso Tuor, con cui ha scritto due libri) la sua enciclopedica cultura (umanistica, quanto affaristica) non può che brillare maggiormente, elevandolo così, nella nostra grigia storia cantonale, come l’enfant du pays che ce l’ha fatta (anche un po’ sotto il naso), come il “genius loci” cui tutti dobbiamo gratitudine e devozione.

Che sia poi davvero così, beh, ad ognuno di giudicarlo. Lui ci crede, e molto; e nonostante l’età (che indurrebbe chiunque ad una più mite quiescenza) e soprattutto i soldi, che gli permetterebbero non solo di andare in radio, ma, volendo, di comprarsela (tanto più che, a parte Antonini, è piena di figuri “sinistri”), continua pervicacemente a dispensar consigli ad un paese che forse, stando a lui, non se li meriterebbe, pieno com’è di tristi discriminati.

Ma Tito Tettamanti è bonariamente magnanimo, perché l’esperienza politica di Consigliere di Stato (pur costretto a dimettersi per una frode fiscale) e quella di finanziere (non senza implicazioni ed indagini fiscali, che non l’hanno mai fatto dimettere) gli hanno insegnato a guardarsi alle spalle, come ha affermato in trasmissione, e a non farsi, necessariamente, troppi scrupoli, come ha pure fatto capire.

Tutto e sempre nella legalità e con inscalfibile rigore. Se c’è poi ancora chi, testardamente prevenuto, non ne è convinto, vorrà dire che dovrà cercare altrove, e non in quest’ultima intervista, le risposte del controverso finanziere alle domande inevase di Roberto Antonini.


I Giochi (quasi) proibiti della città proibita

 

Quando nel 2008 mi recai in Cina per una serie di servizi televisivi in vista delle Olimpiadi estive, c’era un senso di “apertura” verso il mondo. Ottenere un visto giornalistico fu insolitamente facile. Filmare a Pechino e dintorni anche. Almeno all’apparenza, i giornalisti stranieri erano benvenuti, come mai prima di allora.

Le preoccupazioni attorno alle violazioni dei diritti umani erano grandi e l’appello a boicottare i giochi, per non dare legittimità al governo di Pechino, erano altrettanto forti. Allora, sotto la lente non c’era il maltrattamento della minoranza musulmana degli Uiguri, come è il caso oggi, ma l’oppressione cinese in Tibet.

Per difendersi dalle critiche di aver scelto Pechino come paese ospitante nel 2001, il Comitato olimpico disse che l’evento offriva alla Cina l’opportunità di incamminarsi sulla strada del cambiamento anche in ambito di diritti umani. Concedere più libertà ai giornalisti in quelle settimane era quindi un esercizio necessario, seppur non facile per un Paese abituato a controllare tutto e il cui vero obiettivo era di mettere in vetrina la sua accresciuta potenza.

Ricordo che la polizia non ci fermò quando intervistammo gli operai che avevano costruito le moderne infrastrutture olimpiche in condizioni difficili, per poi vedersi cacciare dalle città alla vigilia dei giochi, un tema che fece molto discutere. Il clima era diverso in periferia, anche se fu possibile andarci senza i permessi speciali, necessari negli anni precedenti. Le autorità ci arrestarono quando intervistammo gli abitanti di una delle cosiddette città del cancro, ossia cittadine così inquinate, che un alto numero di residenti era malato di cancro o deceduto in circostanze misteriose. Le forze dell’ordine ci interrogarono per diverse ore, prima di scortarci fuori dalla città.

Il governo sperava che l’attenzione dei giornalisti stranieri restasse sui grandi simboli di progresso e ottimismo, come lo stadio soprannominato nido d’uccello, The bird’s nest, progettato dagli architetti svizzeri Herzog e De Meuron. Il 4 febbraio quello stesso luogo ospiterà la cerimonia di apertura come avvenne nel 2008, ma le speranze e le aspettative sono diverse.

La Cina non è più la stessa, la leadership e le priorità del partito comunista non sono cambiate, e l’inarrestabile crescita economica ha portato il Paese ad essere sicuro di sé, tanto che Pechino non sembra particolarmente preoccupato del boicottaggio diplomatico di alcuni governi stranieri e non ha nessun desiderio di srotolare il tappeto rosso ai giornalisti.

Il comitato olimpico dice di non voler interferire con la politica e questo in un momento in cui è già sotto pressione per non aver fatto abbastanza per proteggere la tennista cinese Peng Shuai, il cui destino rimane incerto.

La pandemia e la strategia zero-covid della Cina rendono i giochi difficili, la logistica complicata, ma offrono l’occasione per imporre nuovi controlli in nome della sicurezza sanitaria. Ci sono i media dentro la cosiddetta bolla Covid, i giornalisti potranno spostarsi soltanto tra gli stadi e l’albergo, rispettando rigide restrizioni, e ci sono quelli che invece hanno deciso di non accreditarsi per coprire gli eventi sportivi dall’interno, ma lavoreranno dall’esterno, concentrandosi su ciò che succede attorno alle olimpiadi.

Alcuni dei corrispondenti stranieri potranno assistere alla cerimonia di apertura, ma solo se avranno ricevuto tre dosi di vaccino e un test PCR negativo. Rimangono piuttosto vaghe, per ora, le informazioni sull’organizzazione della serata, sull’orario, sul protocollo per i cronisti. Alcuni media internazionali sono invitati a specifiche conferenze stampa, ma non ad altre. Non si può davvero scegliere dove andare e quando. Chi è fuori dalla bolla è stato autorizzato a partecipare alle prove di alcune gare sportive, ma non ha potuto né filmare, né fare interviste. Accesso e libertà di movimento sono quindi limitati. In questi giorni sembra particolarmente difficile, se non impossibile, filmare le migliaia di residenti della capitale cinese, incolonnati fuori dalle loro abitazioni per sottoporsi al tampone, e sono stati individuati dei focolai.

Gli atleti potrebbero venire multati se dovessero agire in un modo che nuoce allo spirito sportivo, facendo dei commenti su questioni politiche. Fuori dalla Cina, gli sponsor sono piuttosto silenziosi sui sociali media, forse imbarazzati per non aver voluto rinunciare ai milioni che generano le olimpiadi. Per molti osservatori questo è il punto cruciale: solo se i grandi promotori, i colossi televisivi e gli atleti boicotteranno i giochi, ci saranno delle vere conseguenze. Non basta che un paio di governi rinuncino a mandare i loro ministri alla cerimonia di apertura.

Quando si accenderanno i riflettori dentro lo stadio degli architetti svizzeri, ci si concentrerà sullo spettacolo, che difficilmente deluderà. I giornalisti dentro la bolla olimpica si preoccuperanno delle medaglie, nella speranza di non risultare positivi al Covid e finire quindi in qualche struttura governativa. Quelli che opereranno al fuori del perimetro controllato, continueranno a descrivere le restrizioni imposte; si avrà la sensazione di una copertura mediatica a metà e di un boicottaggio a metà, ma la manifestazione sportiva continuerà come pianificato, fino al prossimo evento, che porrà di nuovo Pechino sotto la lente: tra l’ipocrisia e l’indignazione del mondo.

Nell’immagine: la curiosa apparenza della mascotte Bing Dwen Dwen nel video promozionale ufficiale. Una beffarda allusione?