Sbagli occidentali e pretese russe

In cerca di de-escalation della crisi ucraina, lo scontro più pericoloso Russia-Nato dalla caduta del Muro 

“Che numero di telefono ha l’Europa?”. Battuta che venne attribuita ad Henri Kissinger. Che voleva sottintendere: cos’è quel club tra paesi del vecchio continente, e che peso può avere non essendo unito politicamente e privo un esercito comune? Saltò poi fuori che l’ironica domanda l’aveva in realtà ripresa da un suo oscuro collega norvegese. Ma poco importa. Sono trascorsi diversi decenni, molto è cambiato dopo il crollo del Muro, il collasso dell’Urss, l’indipendenza degli ex satelliti dell’impero sovietico, ma il senso di quell’interrogativo ha ancora una sua attualità. Ucraina docet. Fallissero, e nessuno può ancora escluderlo, i tentativi di “de escalation”, si andrebbe a una guerra su territorio europeo. Ma i leader europei dove sono? Al tavolo del negoziato ci sono solo Mosca e Washington; unica eccezione la Francia di Macron, con la sua telefonata al Cremlino, ma all’Eliseo (dove si pensa anche ai benefici elettorali che potrebbero derivare da una riuscita mediazione) sono già stati scottati una volta dall’illusione di poter raggiungere intese separate con Vladimir Putin. Così nell’UE ufficialmente si sta al fianco della Casa Bianca, ma nei fatti si fa “ammuina”, quell’ agitarsi a vuoto con cui, a Napoli, sulle navi del Regno delle due Sicilie i marinai improvvisavano un finto frenetico attivismo, per ingannare gli ispettori della casa reale. Intanto le due potenze mondiali disegnano oggi i loro scenari bellici: con movimenti di truppe russe (oltre centomila uomini, carri armati, aerei cargo e aviazione militare) attorno ai confini dell’Ucraina; e, sull’altro fronte, con l’invio massiccio di armi a Kiev, manovre navali, minaccia di sanzioni economiche di efficacia senza precedenti (per esempio tagliar fuori la Russia dalle transazioni finanziarie internazionali) in caso di attacco militare russo.

Escalation di uno scontro mai registrato dalla fine dei blocchi. Il neo-zar ha deciso di muovere le sue bellicose pedine in quello scacchiere per varie ragioni: avverte come particolarmente vicina, minacciosa e concreta la prospettiva di un’entrata dell’Ucraina nella Nato (“missili nemici in grado di colpire il Cremlino in pochi minuti”); vuole mobilitare l’orgoglio nazionale come carburante per giustificare la riconquista del ruolo internazionale del passato; cerca con la prova di forza la cementificazione di una nuova servizievole alleanza euro-asiatica (Bielorussia e Kazakistan nella propria sfera di influenza, dopo gli interventi diretti in Cecenia, Georgia, Abkhazia, annessione della Crimea e parte del Donbass ucraini); tenta di dividere le due sponde dell’Atlantico, sapendo quanto gli europei abbiano bisogno delle sue fonti energetiche. Ognuno di questi calcoli comporta per la stessa Russia controindicazioni e rischi. Che l’abile scacchista del Cremlino non sottovaluta, ma accetta. Fino a che punto, è ancora da vedersi. L’Ucraina occupa un ruolo storico, culturale, territoriale particolari per la Russia. Lo sa Kiev, lo dovrebbe sapere l’Occidente. Che ha deciso lo stretto e provocatorio accerchiamento dell’ ‘Orso russo’ ferito. Una neutralizzazione comunque ‘protetta da vicino’ di certe aree (lo fu per la Finlandia) era davvero inimmaginabile? E come reagirebbero gli USA se in centro America, nel loro ‘giardino di casa’, si ritrovassero ordigni russi puntati sulla Casa Bianca? Non nacque così anche la crisi dei missili a Cuba? Cercasi Kennedy e Kruscev disperatamente.

Scritto per ‘laRegione’
Nell’immagine: un carro armato ucraino durante la guerra del 2014


Mentre volano gli stracci la scuola resta là

In cerca di de-escalation della crisi ucraina, lo scontro più pericoloso Russia-Nato dalla caduta del Muro 

Che il clima generale che si respira a Palazzo delle Orsoline, specie durante le sedute del Gran Consiglio, non sia dei più favorevoli ad un dibattito fruttuoso per affrontare i tanti e scottanti temi sul tappeto per il futuro del Cantone, è un dato di fatto, e neanche tanto sorprendente, se si pensa che si è ormai entrati in piena campagna elettorale e che la litigiosità endemica fra i vari fronti, o anche dentro fronti comuni, trova in queste occasioni anche un notevole livello di bieco calcolo opportunistico.

In questa chiave è stato letto da più parti il clamoroso rigetto da parte del Parlamento cantonale del progetto del DECS (sostenuto dal Consiglio di Stato) relativo all’abolizione dei livelli in terza media. Come raramente si è visto, un Capo Dipartimento (Manuele Bertoli) dopo aver dovuto inghiottire la sconfitta ha rigurgitato tutta la sua rabbia verso i banchi di destra e di sinistra dell’aula, evocando termini come “mobbing”, “fango”, “toni indegni” rivolti un po’ qua e un po’ là.

Già, perché in questo caso, il fronte avverso al progetto, collocato a destra e anche un po’ nel centro, fra i seggi liberali, ha avuto un alleato decisivo all’estrema sinistra, con i tre deputati del Movimento per il Socialismo, che, ago della bilancia, sono rapidamente diventati oggetto di sdegno e di ira dei PS come anche un po’ di gongolante divertimento fra i banchi della destra.

Naturalmente, a seguito di questa concitata votazione, si sono succedute dichiarazioni e prese di posizione tutte tese a giustificarsi in vario modo. E se dal “Mattino” è arrivato il solito compiaciuto dileggio verso una sinistra che vuole la “squola rossa” e che, ancora una volta, viene “asfaltata” (con tanto di fotomontaggio di Bertoli alla lavagna con il consueto colbacco), da parte del MpS sono arrivate immediatamente una serie di lunghe ( e non necessariamente richieste) spiegazioni relative alla decisione di votare NO a Bertoli insieme a Lega e UDC. Una lettera di questo tipo è pure stata inviata via mail a tutti gli insegnanti, così tanto per far sapere chi sta (davvero) dalla loro parte.

Curiosamente (forse) nel proprio sito il PS non offre alcun commento sull’esito della votazione in Gran Consiglio. Forse ci va un tempo di “digestione”, che implichi anche una certa qual capacità di farsi “un esame di coscienza”, o chiamiamolo come vogliamo, per dire chiaramente come il partito voglia uscire dalle sabbie mobili di un irrisolto rapporto fra le sue due (o più) anime, che lo vedono da tempo dibattersi fra opposizione parlamentare riformista e condivisione delle decisioni altrui in sede di esecutivo. Come non bastasse, ci sono, probabilmente, anche questioni meramente personali, ad esempio riguardo al ruolo di Manuele Bertoli o di altri (pochi) leader; vicende legate per di più alla scelta di una strategia elettorale che porti il PS a confermare il suo non così scontato seggio in governo l’anno prossimo.

Vien da pensare (male, forse, ma a volte ci si azzecca) che proprio quest’ultimo aspetto abbia fortemente condizionato lo stesso esito della famigerata votazione di mercoledì scorso. Forse Bertoli ha giocato lì la sua ultima carta, ha pescato dal mazzo (infausto) della “Scuola che verrà” il jolly dell’abolizione dei livelli ed in mano si è ritrovato la classica Peppa tencia.

Gliel’hanno fatta trovare, come da copione, Leghisti ed UDC tutti votati all’attrattività fiscale e alla riduzione della spesa (anche quella sulla scuola), ma poi anche  i liberali (che vogliono riposizionarsi per smarcarsi da un “centro” indistinto dentro cui stanno annaspando) e infine il MpS, che con il proprio “massimalismo” sta cercando di profilarsi maggiormente e decisamente come vera e unica forza di opposizione della sinistra.

E così, invece di astenersi dal voto sul progetto DECS, come si sono astenuti in merito all’Audit sull’ex-funzionario socialista del DSS, qui i tre MpS hanno votato contro. Insomma, un’opposizione variabile, o “flessibile” (o ragionata, per carità, perché i due oggetti in questione erano ben diversi). In ogni caso una consapevole bordata contro la sinistra di governo, che poteva esprimersi anche con un’astensione e l’apertura di un aspro confronto, e che si è deciso invece di far deflagrare fino alle estreme conseguenze ( che tali rischiano di essere anche per lo stesso MpS).

Di fatto, nell’area di sinistra è crisi aperta; una crisi che la “Regione”, con la consueta vena ironica di Lorenzo Erroi accolla interamente a Pino Sergi e al suo Movimento. Citando una sua dichiarazione, secondo cui quello del MpS è stato un “No diverso, un No di sinistra” Erroi annota: “il Bertinotti di casa nostra un merito ce l’ha: è riuscito a riassumere in una sola frase gli ultimi cinquant’anni di sinistra europea. Anni in cui partitini, gruppetti e fazioni si sono scannati tra loro nella cristallina convinzione di essere più puri, più veri – più ‘di sinistra’, appunto – di tutti gli altri, in una sorta di eterna occupazione liceale, ma senza le chitarre, parecchio stempiata e con l’ideologia a ottundere i cervelli al posto delle canne.”

Un po’ tanto facile, vien da dire, anche l’ironia. Che la sinistra europea abbia sofferto, in passato come oggi, di divisioni interne letali sarà pur vero, ma non basta evocare beghe e frammentazioni (che per altro, in politica, sono sempre più riscontrabili in ogni schieramento) per dar conto di una crisi che parte, necessariamente, da un riformismo socialista che non sa più mostrare alcuna progettualità, se non quella di una logica consociativa in cui viene fagocitato regolarmente dal fronte di centro-destra.

Perché se restiamo, doverosamente, al caso del progetto Bertoli, dovremmo pur dire che, al di là delle alchimie di improbabili e infelici alleanze partitiche,  quello che non ha funzionato è stato anzitutto l’”ascolto” del mondo della scuola, la voce degli insegnanti, che invitati (obbligati) ad esprimersi in merito ai livelli, lo hanno fatto, necessariamente di corsa prima di Natale, per far dire in aula che c’era anche il loro preavviso, in realtà costellato di rilievi molto critici, fatti diventare come per magia “adesioni” dal capo- Dipartimento.

Siamo di fronte ad un aspetto importante, che, va detto, il MpS ha denunciato, a giusta ragione. Basta andare a leggere i rapporti delle diverse sedi di scuola media e del medio-superiore nel sito del “Movimento della scuola” per constatare come dagli insegnanti siano venute indicazioni e riflessioni che ponevano il progetto in questione come relativamente sussidiario rispetto ad altre e ben più cruciali questioni.

La Scuola è, storicamente ed oggi più che mai, il contesto sociale che più di ogni altro meriterebbe quotidianamente attenzione e sostegno, perché è il “laboratorio” ribollente di problematiche e di contraddizioni, in cui si prefigura il futuro prossimo del nostro paese. Ne è, oggi, la perfetta cartina di tornasole, con le questioni di integrazione, di disagio, di formazione culturale e civica, di preparazione al lavoro con cui ogni giorno centinaia di insegnanti si confrontano e si dannano per venire a capo di esiti sempre nuovi, sempre diversi, spesso incontrollabili.

La vera prova di resistenza della nostra tenuta democratica si gioca lì, fra le aule, i corridoi e i cortili delle nostre scuole, dove professionisti a lungo dileggiati per le loro tante vacanze, quasi eroicamente a volte, cercano faticosamente di fornire risposte parziali e sofferte a domande che la politica trascura o elude, trasformandole per lo più in pretesto di scialbi teatrini in cui volano stracci, mentre là fuori, la scuola ancora aspetta di poter cambiare, davvero.


I ricercatori svizzeri nella morsa dell’UE

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La materia grigia, celebrata come l’unica risorsa naturale della Svizzera, si indebolisce. Il grido d’allarme viene dalle massime istanze della ricerca scientifica vale a dire i politecnici federali, le università e l’industria farmaceutica. In una risoluzione congiunta invitano il consiglio federale a correre ai ripari dopo l’esclusione dal programma Horizon Europe, una conseguenza del secco NO di Berna all’accordo quadro con l’UE.

Horizon Europe è la Champions league della ricerca scientifica con squadre d’eccellenza capitanate finora anche dai migliori ricercatori di casa nostra. Ma adesso hanno perso lo statuto di titolari, sono relegati sulla panchina delle riserve assieme a turchi, macedoni e georgiani. Le conseguenze sono preoccupanti: nel giro di appena otto mesi, una trentina di eminenti ricercatori hanno voltato le spalle alla Svizzera. All’inverso i nostri atenei incontrano crescenti difficoltà nel reclutamento di professori e talenti stranieri.

Bisogna riagganciarsi alla ricerca europea rapidamente, entro la fine dell’anno, ammoniscono in coro i dirigenti universitari e dell’industria farmaceutica. Ma sembra un miraggio. L’UE dice chiaro e tondo che la reintegrazione in Horizon Europe dipende dalla ripresa dei negoziati sull’accordo quadro. Dal canto suo, il consiglio federale temporeggia, è disorientato. Le soluzioni di ripiego sono incentivi finanziari supplementari o ipotesi di partenariati alternativi ad esempio con Stati Uniti, Gran Bretagna o Israele. Sono auspicabili – dicono i rappresentanti della ricerca – ma sono molto costosi e non colmano il vuoto lasciato dai programmi europei.

Un altro settore in difficoltà, come l’industria medica, ha trovato una scappatoia stipulando un accordo separato con la Germania per la certificazione dei propri prodotti. Ma si applica ad un solo paese, per quanto importante, dell’UE e soltanto agli apparecchi già in commercio e non ai nuovi prodotti.

Le difficoltà nella ricerca e nel settore delle tecnologie mediche sono altrettante avvisaglie. L’Unione europea ha perso la pazienza, vuole mettere la Svizzera alle corde. Il consiglio federale non sa che pesci pigliare ed è assordato dalla cacofonia dei partiti. E così si tira a campare, tanto più che i vantaggi sul mercato unico europeo superano ancora di gran lunga gli svantaggi delle prime rappresaglie dell’UE. Si può scommettere che la Svizzera scenderà a compromessi o cederà di schianto soltanto quando le perdite economiche e le pressioni esterne diventeranno insostenibili. Ce lo insegna l’indegno funerale del segreto bancario. E allora sorge il dubbio, che questa sia la strategia dell’Unione europea.

Nell’immagine: la Georgia aderisce a Horizon Europe. La Svizzera no


Macerie #10 – La costruzione del nemico

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Il decimo episodio di Macerie racconta l’ultimo anno di attività del Molino, quello precedente allo sgombero e lo fa da punto di vista diametralmente opposto rispetto a quanto fatto fino ad ora dai media e dalla politica. Nonostante la pandemia, la presunta chiusura e mille difficoltà, il Molino continua ad attirare e coinvolgere generazioni di giovani militanti che decidono di voler continuare a intervenire politicamente nella società nonostante le restrizioni date dalla situazione sanitaria. La politica e le autorità però, basandosi su alcuni fatti puntuali, metteranno in piedi una narrazione che dipingerà il Molino come il nemico sociale e inizierà a creare un consenso politico necessario per lo sgombero dell‘ex Macello. Un passo secondo alcuni necessario per portare avanti il cantiere di ristrutturazione del sedime dopo l’approvazione del progetto “Matrix”, ma anche per salvaguardare l’ordine pubblico e la legalità all’interno della città.

L‘8 marzo una manifestazione contro il patriarcato verrà duramente repressa dalla polizia e sarà ulteriore motivo per disdire la convenzione su cui si basa la presenza del centro sociale al Macello. Un grande dibattito all’interno del movimento, per decidere quali strategie mettere in gioco, porterà alla decisione di non seguire le vie istituzionali ma di proporre una risposta popolare e di massa con l’organizzazione di una grande manifestazione a sostegno degli spazi autogestiti. Ma il lunedì precedente alla manifestazione i due neo-municipali Lombardi e Valenzano si presenteranno ai cancelli del Molino…

I nuovi podcast vengono pubblicati quindicinalmente il martedì su naufraghi.ch così come su Spreaker,  Spotify e su Apple podcast. Inoltre vengono ritrasmessi da Radio Gwen e da alcune radio di movimento italiane. Per commenti: macerie@inventati.org

Ascolta tutte le puntate della serie


Territori palestinesi, apartheid continua

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Le autorità israeliane devono essere chiamate a rendere conto del crimine di apartheid contro i palestinesi. Lo afferma Amnesty International nel presentare un nuovo rapporto. Il documento descrive dettagliatamente come Israele metta in atto un sistema di oppressione e dominazione nei confronti della popolazione palestinese, ovunque eserciti il controllo sui loro diritti. Questo include palestinesi che vivono in Israele e nei Territori palestinesi occupati (TPO), e le rifugiate in altri paesi.

Il rapporto dettagliato di 182 pagine, “Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity”, documenta come le importanti requisizioni di terre e proprietà, le uccisioni illegali, i trasferimenti forzati, le drastiche limitazioni di movimento e il diniego della nazionalità e cittadinanza a danno dei palestinesi siano tutti elementi parte di un sistema che costituisce apartheid secondo il diritto internazionale. Il sistema è mantenuto da violazioni che, secondo Amnesty International, costituiscono apartheid come crimine contro l’umanità, così come definito dallo Statuto di Roma e dalla Convenzione sull’apartheid.

Amnesty International chiede al Tribunale penale internazionale (TPI) di includere il crimine di apartheid nella sua indagine sui Territori palestinesi occupati e a tutti gli stati ad esercitare la giurisdizione universale per portare i responsabili di crimini di apartheid di fronte alla giustizia.

“Il nostro rapporto rivela la reale portata del regime dell’apartheid di Israele. Che vivano a Gaza, Gerusalemme Est, a Hebron o in Israele, i palestinesi sono trattati come un gruppo razziale inferiore e sono sistematicamente privati dei loro diritti. Le nostre ricerche evidenziato che le crudeli politiche di segregazione, spossessamento ed esclusione in tutti i territori sotto il controllo israeliano costituiscono chiaramente apartheid. La comunità internazionale ha l’obbligo di agire,” ha dichiarato Agnès Callamard, Segretaria generale di Amnesty International.

“Non vi è alcuna giustificazione possibile per un sistema costruito sull’oppressione razzista istituzionalizzata e prolungata di milioni di persone. L’apartheid non ha posto nel nostro mondo e gli stati che scelgono di essere indulgenti verso Israele si troveranno a loro volta dal lato sbagliato della storia. I governi che continuano a fornire armi a Israele venendo meno alle loro responsabilità stanno sostenendo un sistema di apartheid, compromettendo l’ordine giuridico internazionale e esacerbando le sofferenze della popolazione palestinese. La comunità internazionale deve guardare negli occhi la realtà dell’apartheid israeliano e dare seguito a tutte le opportunità di giustizia che rimangono vergognosamente inesplorate.”

Le conclusioni di Amnesty International sono rafforzate da un importante lavoro da parte di ONG palestinesi, israeliane e internazionali che sempre spesso applicano la definizione di apartheid alla situazione in Israele e/o nei TPO.

Identificare l’apartheid

Un sistema di apartheid è un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione da parte di un gruppo razziale nei confronti di un altro. È una grave violazione dei diritti umani che è vietata dal diritto pubblico internazionale. Le ricerche approfondite e le analisi giuridiche svolte da Amnesty

International con esperti esterni all’organizzazione, dimostrano che Israele attua un sistema di questo tipo nei confronti dei palestinesi attraverso leggi, politiche e prassi che assicurano trattamenti discriminatori crudeli e prolungati.

Nel diritto penale internazionale, specifici atti illegali commessi nel contesto di un sistema di oppressione e dominazione con lo scopo di mantenerlo costituiscono il crimine contro l’umanità di apartheid. Questi atti sono definiti nella Convenzione sull’apartheid e nello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale e includono uccisioni illegali, la tortura, i trasferimenti forzati e il diniego dei diritti e delle libertà basilari.

Amnesty International ha documentato atti vietati dalla Convenzione sull’apartheid e dallo Statuto di Roma in tutte le aree controllate da Israele, sebbene queste avvengano più frequentemente e violentemente nei TPO che in Israele. Le autorità israeliana mettono in atto molteplici misure per negare volontariamente ai palestinesi i diritti e le libertà basilari, incluso con drastiche limitazioni di movimento nei Territori palestinesi occupati, un sottoinvestimento cronico nelle comunità palestinesi residenti in Israele e la negazione del diritto al ritorno dei rifugiati. Il rapporto inoltre documenta dei trasferimenti forzati, la detenzione amministrativa, la tortura e le uccisioni illegali sia in Israele che nei TPO.

Secondo le ricerche di Amnesty International questi atti sono parte di attacchi sistematici e diffusi contro la popolazione palestinese e sono commessi con l’intento di mantenere un sistema di oppressione e dominazione. Pertanto, costituiscono il crimine contro l’umanità di apartheid.

L’uccisione illegale di manifestanti palestinesi è forse la più chiara illustrazione di come le autorità israeliane ricorrano ad atti vietati per mantenere lo status quo. Nel 2018 i palestinesi di Gaza hanno iniziato a tenere proteste settimanali lungo il confine con Israele, rivendicando il diritto di fare ritorno per i rifugiati e chiedendo la fine del blocco. Prima ancora che le proteste iniziassero funzionari israeliani di alto grado hanno avvertito contro i palestinesi che si fossero avvicinati al confine sarebbe stato aperto il fuoco. A fine 2019, le forze israeliane avevano ucciso 214 civili, inclusi 46 minorenni.

Alla luce delle sistematiche uccisioni illegali di palestinesi documentate nel suo rapporto, Amnesty International chiede al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di imporre un embargo totale sulle armi verso Israele. Questo embargo, viste le migliaia di uccisioni illegali di palestinesi da parte delle forze israeliane, dovrebbe includere tutte le armi e le munizioni così come le forniture di sicurezza. Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe inoltre imporre sanzioni mirate, come il congelamento dei beni dei funzionari israeliani implicati nel crimine di apartheid.

Palestinesi trattati come una minaccia demografica

Dalla sua costituzione nel 1948, Israele ha condotto una politica per istituire e mantenere una maggioranza demografica ebrea, e di massimizzazione del controllo sulle terre e sulle risorse a vantaggio degli ebrei israeliani. Nel 1967 Israele ha esteso tali politiche alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza. Oggi tutti i territori controllati da Israele continuano ad essere amministrati con l’intento di beneficiare agli ebrei israeliani a scapito dei palestinesi, mentre i rifugiati palestinesi continuano ad essere esclusi.

Amnesty International riconosce che gli ebrei, come i palestinesi, rivendicano il diritto all’autodeterminazione e non contesta il desiderio di Israele di essere una patria per gli ebrei. Analogamente non considera che la definizione che Israele dà di sé stesso come di uno “stato ebreo” indichi di per sé l’intenzione di opprimere e dominare.

Tuttavia, il rapporto di Amnesty International dimostra che governi israeliani successivi hanno considerato i palestinesi come una minaccia demografica, imponendo misure di controllo e volte a decrescere la loro presenza e per accedere alle terre in Israele e nei Territori palestinesi occupati. Questi obiettivi demografici sono ben illustrati dai progetti ufficiali per “giudaicizzare” aree di Israele e della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, che continuano a minacciare migliaia di Palestinesi con il rischio di trasferimenti forzati.

Oppressione senza frontiere

Le guerre del 1947-1949 e del 1967, il controllo militare di Israele sui Territori palestinesi occupati e la creazione di regimi giudiziari e amministrativi distinti hanno separato le comunità palestinesi e le hanno segregate dagli ebrei israeliani. I palestinesi sono stati frammentati geograficamente e politicamente e vivono diversi livelli di discriminazione a secondo del loro statuto e di dove vivono.

I cittadini palestinesi in Israele godono di maggiori diritti e libertà rispetto a chi risiede nei TPO, mentre l’esperienza dei palestinesi di Gaza è molto diversa rispetto a quella di coloro che vivono in Cisgiordania. Nondimeno, le ricerche di Amnesty International hanno concluso che tutti i palestinesi sono sottoposti allo stesso sistema sovrastante. Il trattamento dei palestinesi da parte di Israele in tutte le aree persegue lo stesso obiettivo: privilegiare gli ebrei israeliani nella distribuzione delle terre e delle risorse e minimizzare la presenza dei palestinesi e il loro accesso alle terre.

Amnesty International può dimostrare che le autorità israeliane trattano i palestinesi come un gruppo razziale inferiore, definito dal loro status non-ebreo e arabo. Questa discriminazione razziale affonda le radici in leggi che colpiscono i palestinesi sia in Israele che nei Territori palestinesi occupati.

Per esempio, ai palestinesi residenti in Israele viene negata la nazionalità, creando una differenziazione giuridica rispetto agli ebrei israeliani. In Cisgiordania e a Gaza, dove Israele controlla i registri anagrafici dal 1967, i palestinesi non hanno alcuna cittadinanza e molti sono considerati apolidi e devono quindi chiedere documenti di identità all’esercito israeliano per vivere e lavorare nei territori.

I rifugiati palestinesi e i loro discendenti, sfollati nelle guerre del 1947-1949 e del 1967, continuano a vedersi negato il diritto al ritorno nel loro precedente luogo di residenza. L’esclusione dei rifugiati da parte di Israele è una evidente violazione del diritto internazionale che lascia milioni di persone in un limbo perpetuo di sfollamento forzato.

I palestinesi della annessa Gerusalemme Est hanno un permesso permanente di residenza invece della cittadinanza – anche se questo status è permanente solo sulla carta. Dal 1967 più di 14’000 palestinesi si sono visti revocare la residenza a discrezione del Ministero dell’Interno, risultante nel loro trasferimento forzato al di fuori della città.

Cittadini inferiori

I cittadini palestinesi di Israele, che rappresentano circa il 21% della popolazione, sono confrontati con diverse forme di discriminazione istituzionale. Nel 2018 la discriminazione nei confronti dei palestinesi è diventata una legge costituzionale che, per la prima volta, descrive Israele come “stato-nazione del popolo ebreo”. La legge promuove inoltre la costruzione degli insediamenti ebraici e degrada l’arabo da lingua ufficiale a lingua con uno status speciale.

Il rapporto documenta come i palestinesi non possano effettivamente fare contratti di locazione sull’80% dei terreni di stato israeliani a seguito di requisizioni razziste di terreni e di una rete di leggi discriminatorie sull’assegnazione delle terre, di piani edilizi e di regolamenti urbanistici locali.

La situazione nella regione del Negev/Naqab, nel sud di Israele, è un esempio di come le politiche di pianificazione e i piani edilizi israeliani escludano intenzionalmente i palestinesi. Dal 1948 le autorità israeliane hanno adottato varie politiche per “giudaicizzare” il Negev/Naqab, incluso designare ampie aree come riserve naturali o zone di tiro militari, e stabilendo obiettivi per aumentare la popolazione ebraica. Questo ha avuto conseguenze devastanti per le decine di migliaia di beduini palestinesi che vivono nella regione.

Attualmente trentacinque villaggi beduini, casa per circa 68 000 persone, sono “non riconosciuti” da Israele: questo significa che non sono collegati alla fornitura elettrica e idrica nazionale e ripetutamente prese di mira per la demolizione. Poiché i villaggi non hanno uno status ufficiale, i loro abitanti subiscono inoltre limitazioni nella partecipazione politica e sono esclusi dal sistema sanitario e educativo. Queste condizioni hanno costretto molti a lasciare le proprie case e i villaggi, ciò che costituisce trasferimenti forzati.

Decenni di deliberato trattamento ineguale dei palestinesi residenti in Israele ha determinato un profondo svantaggio economico rispetto agli ebrei israeliani. Questa condizione è acuita dall’assegnazione evidentemente discriminatoria delle risorse di stato: un esempio recente è il pacchetto di aiuti post Covid-19 di cui solo l’1.7% è stato attribuito alle autorità locali palestinesi.

Lo spossessamento

Lo spossessamento e lo sfollamento dei palestinesi dalle loro case è un pilastro determinante del sistema israeliano di apartheid. Dalla sua istituzione, lo stato israeliano ha eseguito massicce e crudeli requisizioni di terre palestinesi, e continua ad applicare una miriade di leggi e politiche che forzano la popolazione palestinese a vivere in piccole enclavi. Dal 1948, Israele ha demolito centinaia di migliaia di case e di altre strutture palestinesi in tutti i territori sotto la sua giurisdizione ed sotto suo effettivo controllo.

Come nel Negev/Naqab, i palestinesi a Gerusalemme Est e nell’Area C dei Territori palestinesi occupati vivono sotto totale controllo israeliano. Le autorità negano permessi di costruzione ai Palestinesi in queste zone, non lasciando loro altra alternativa che costruire strutture illegali che vengono via via demolite.

Nei Territori palestinesi occupati, la continua espansione di insediamenti israeliani – una politica attuata nel 1967 – rende ancor più grave la situazione. Oggi gli insediamenti coprono il 10 per cento delle terre in Cisgiordania. Tra il 1967 e il 2017 circa il 38% delle terre palestinesi di Gerusalemme Est è stato espropriato.

I quartieri palestinesi di Gerusalemme Est sono spesso presi di mira da organizzazioni di coloni che, con il pieno appoggio del governo israeliano, agiscono per sfollare famiglie palestinesi e annettere le loro case. Uno di questi quartieri, Sheikh Jarrah, è al centro di frequenti proteste dal maggio 2021: le famiglie che vi risiedono si battono per conservare le proprie case, minacciate dagli esposti di sgombero presentate dai coloni.

Drastiche limitazioni di movimento

Dalla metà degli anni Novanta le autorità israeliane hanno imposto restrizioni di movimento sempre più severe ai palestinesi nei Territori palestinesi occupati. Una rete di checkpoint militari, posti di blocco, barriere e altre strutture controlla i movimenti dei palestinesi all’interno dei Territori e limita i loro spostamenti in Israele e all’estero.

Una barriera di 700km, che Israele sta ancora ampliando, ha isolato le comunità palestinesi all’interno di “zone militari” e gli abitanti devono ottenere diversi permessi speciali ogni qualvolta lascino o rientrino nelle proprie case. A Gaza oltre 2 milioni di palestinesi vivono sotto un blocco israeliano che ha creato una crisi umanitaria. È quasi impossibile per gli abitanti di Gaza viaggiare all’estero o in altre parte dei Territori palestinesi occupati e sono quindi segregati dal resto del mondo.

“Per i palestinesi, la difficoltà di viaggiare all’interno e all’esterno dei Territori palestinesi occupati è un ricordo costante della loro impotenza. Ogni loro mossa è soggetta all’approvazione da parte dell’esercito israeliano, e la più semplice attività quotidiana è condizionata da una rete di controlli violenti,” ha dichiarato Agnès Callamard.

“Il sistema di permessi nei Territori palestinesi occupati è emblematico della spudorata discriminazione di Israele nei confronti dei palestinesi. Mentre loro sono circondati da un blocco, fermi per ore ai checkpoint o in attesa del rilascio dell’ennesimo permesso, i cittadini israeliani e i coloni possono muoversi liberamente,” ha sottolineato Callamard.

Amnesty International ha esaminato ciascuna delle giustificazioni di sicurezza che Israele cita come base per il trattamento dei palestinesi. Il rapporto mostra che, mentre alcune delle politiche di Israele possono essere state elaborate per conseguire obiettivi di sicurezza legittimi, la loro applicazione gravemente sproporzionata e discriminatoria non è in regola con il diritto internazionale. Altre politiche non mostrano alcuna ragionevole base in termine di sicurezza e derivano chiaramente dall’intenzione di opprimere e dominare.

I prossimi passi

Amnesty International fornisce numerose raccomandazioni specifiche affinché Israele possa smantellare il sistema di apartheid e la discriminazione, la segregazione e l’oppressione che lo sostengono.

Come primo passo, l’organizzazione chiede la fine della brutale pratica della demolizione di case e degli sgomberi forzati. Inoltre, Israele deve permettere uguali diritti a tutti i palestinesi in Israele e nei Territori palestinesi occupati, in linea con i principi del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Deve riconoscere il diritto dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti di fare ritorno nelle case dove vivevano loro o i loro familiari vivevano. Deve fornire piena riparazione alle vittime di violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità.

L’ampiezza e la gravità delle violazioni documentate nel rapporto di Amnesty International richiedono un drastico cambiamento nell’approccio della comunità internazionale alla crisi dei diritti umani in atto in Israele e nei Territori palestinesi occupati.

Tutti gli stati possono esercitare la giurisdizione universale nei confronti di persone ragionevolmente sospettate di aver commesso il crimine di apartheid definito dal diritto internazionale. Gli Stati parte dello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale hanno l’obbligo di agire in questo senso.

“La risposta internazionale all’apartheid non deve più limitarsi a blande condanne e formule ambigue. Se noi non ne affronteremo le cause, palestinesi e israeliani rimarranno intrappolati in un ciclo di violenza che ha già distrutto moltissime vite,” ha dichiarato Agnès Callamard.

“Israele deve smantellare il sistema di apartheid e iniziare a trattare i palestinesi come esseri umani con pari diritti e dignità. Fino a quando questo non succederà la pace e la sicurezza rimarranno una prospettiva lontana per gli israeliani come per i palestinesi.”