Russi in Ucraina, manuale del genocidio

C’è sia l’evidenza delle atrocità commesse dall’esercito di Putin, sia l’intenzione di volerle commettere: il grande storico delle uccisioni di massa Timothy Snyder rilegge e spiega l’articolo pubblicato dalla Novosti e tradotto in italiano da Naufraghi/e 

di Timothy Snyder, storico, dal suo blog Thinking about

La Russia ha recentemente pubblicato un manuale sul genocidio nell’Ucraina in guerra. L’agenzia stampa ufficiale “RIA Novosti” ha presentato un esplicito programma per la completa eliminazione della nazione ucraina in quanto tale. Lo si può tuttora visualizzare, ed è già stato più volte tradotto all’estero [qui in italiano].

Come ho sostenuto dall’inizio della guerra, ‘denazificazione’, nell’uso ufficiale russo, significa semplicemente la distruzione dello Stato e della nazione ucraini. Un ‘nazista’, come spiega questo manuale del genocidio, è semplicemente un essere umano che si auto-identifica come ucraino. Sempre secondo il manuale, l’istituzione di uno Stato ucraino trent’anni fa è stata la ‘nazificazione dell’Ucraina’. In effetti, ‘ogni tentativo di costruire un tale Stato’ non può che essere un atto ‘nazista’. Gli ucraini sono ‘nazisti’ perché non accettano ‘la necessità che il popolo appoggi la Russia’. Gli ucraini dovrebbero pagare e soffrire per aver creduto di esistere come un popolo separato [dai russi, ndt]: soltanto questo può portare alla ‘redenzione’ della colpa’.

A chiunque creda ancora che la Russia di Putin si opponga all’estrema destra in Ucraina o altrove, il programma di genocidio offre un’opportunità per ricredersi. Il regime russo di Putin parla di ‘nazisti’ non perché si opponga all’estrema destra, cosa che certamente non fa, ma come espediente retorico per giustificare guerre non provocate e politiche genocide. Il regime di Putin è l’estrema destra. È il centro mondiale del fascismo. Sostiene in tutto il mondo fascisti e personalità autoritarie di estrema destra. Alterando il significato di parole come ‘nazista’, Putin e i suoi propagandisti stanno creando più spazio retorico e politico per i fascisti in Russia e altrove.

Il manuale sul genocidio spiega che la politica russa di ‘denazificazione’ non è diretta contro i nazisti nel senso con cui la parola è normalmente usata: il manuale asserisce, senza esitazione, che non ci sono prove che il nazismo, come generalmente lo intendiamo, sia rilevante in Ucraina. Opera invece all’interno della speciale definizione che la Russia dà al termine ‘nazista’: un nazista è un ucraino che non ammette di essere russo. Il ‘nazismo’ in questione è ‘amorfo e ambivalente’: quindi bisogna essere in grado di andare oltre l’apparenza per decodificare l’affinità ‘nazista’ con la cultura ucraina o con l’Unione europea.

La vera storia dei nazisti e dei loro crimini negli anni ’30 e ’40 [del secolo scorso, ndt] è quindi totalmente irrilevante e completamente messa da parte. Ciò è perfettamente coerente con la guerra russa in Ucraina. Al Cremlino non vengono versate lacrime per l’uccisione per mano russa di sopravvissuti all’Olocausto, o per la distruzione russa di memoriali dell’Olocausto, perché gli ebrei e l’Olocausto non hanno nulla a che fare con la definizione russa di ‘nazista’. Questo spiega perché Volodymyr Zelensky, sebbene sia un presidente eletto democraticamente, e un ebreo con un famigliare che combatté con l’Armata Rossa e morì nell’Olocausto, possa essere definito un ‘nazista’.

Secondo questa definizione assurda, per cui i nazisti devono essere ucraini e gli ucraini devono essere nazisti, la Russia non può essere fascista, qualunque cosa facciano i russi. Questo è molto conveniente: se a ‘nazista’ è stato assegnato il significato di ‘ucraino che rifiuta di essere russo’, ne consegue che nessun russo può essere un nazista. Visto che per il Cremlino essere nazista non ha nulla a che vedere con l’ideologia fascista, simboli simili a svastiche, palesi bugie, manifestazioni, retorica delle pulizie etniche, guerre aggressive, rapimenti di élite, deportazioni di massa e uccisioni in massa di civili, sono tutte cose che i i russi possono fare senza mai doversi chiedere se stiano dalla parte sbagliata del libro mastro della Storia. E così troviamo russi che attuano politiche fasciste in nome della ‘denazificazione’.

Il manuale russo è uno dei documenti che sostengono più apertamente il genocidio che abbia mai letto. Chiede la liquidazione dello Stato ucraino, e l’abolizione di qualsiasi organizzazione che abbia qualche associazione con l’Ucraina. Postula che ‘la maggioranza della popolazione’ dell’Ucraina sia ‘nazista’, vale a dire ucraina. Questi ucraini, ‘la maggioranza della popolazione’, quindi più di venti milioni di persone, devono essere uccisi o mandati nei ‘campi di lavoro’ per espiare la loro  colpa di non aver amato la Russia. I sopravvissuti devono essere sottoposti a ‘rieducazione’. I bambini saranno cresciuti per essere russi. Il nome ‘Ucraina’ scomparirà.

Se questo manuale del genocidio fosse apparso in un altro momento, e in un ambito meno ufficiale, avrebbe potuto sfuggire all’attenzione. Ma è stato pubblicato proprio al centro del panorama mediatico russo durante una guerra russa di distruzione esplicitamente legittimata dall’affermazione del capo dello Stato russo, secondo la quale una nazione vicina [l’Ucraina, ndt] semplicemente non esiste. Esso è apparso il 3 aprile, due giorni dopo la prima rivelazione che i militari russi in Ucraina avevano ucciso centinaia di persone a Bucha, e proprio mentre la notizia appariva sui principali giornali del mondo. Il massacro di Bucha è stato uno dei numerosi casi di uccisioni di massa emersi quando le truppe russe si sono ritirate dalla regione di Kiev. Ciò significa che il programma di genocidio è stato pubblicato consapevolmente, nonostante le prove fisiche del genocidio stessero emergendo. L’autore e la redazione hanno scelto questo particolare momento per rendere pubblico il programma per l’eliminazione della nazione ucraina in quanto tale.

Come storico delle uccisioni di massa mi è difficile trovare altri casi in cui uno Stato ha pubblicizzato esplicitamente il carattere genocida delle proprie azioni proprio nel momento in cui tali azioni diventavano di dominio pubblico. Da un punto di vista legale l’esistenza di un testo del genere (nel contesto più ampio di dichiarazioni simili, e della ripetuta negazione di Vladimir Putin sull’esistenza dell’Ucraina) rende molto più facile formulare l’accusa di genocidio. Legalmente, genocidio significa la distruzione intenzionale di un gruppo [etnico o religioso, ndt], in parte o nella sua totalità. La Russia ha compiuto l’atto, e ha confessato l’intenzione.


Le dimesse dimissioni del rettore Boas Erez. E ora?

C’è sia l’evidenza delle atrocità commesse dall’esercito di Putin, sia l’intenzione di volerle commettere: il grande storico delle uccisioni di massa Timothy Snyder rilegge e spiega l’articolo pubblicato dalla Novosti e tradotto in italiano da Naufraghi/e 

Di separazioni consensuali è piena la storia ma alla fine l’unico dato che conti veramente è la separazione, non certo il “consenso”. Che la notizia delle dimissioni-lampo di Boas Erez dal ruolo di rettore dell’Università della Svizzera italiana, alla cui testa stava dal 2016, sia stata “un bel terremoto per un piccolo borgo”, come scriveva ieri tra il serio e il faceto un amico italiano, è pacifico a chi guardi le prime pagine dei giornali di questa mattina, che a lettere cubitali e con foto a piena pagina danno il giusto peso alla partenza di una figura che negli anni aveva finito per identificarsi in toto con l’USI, e che certo sarà difficile sostituire in tempi brevi.

Il comunicato stampa rilasciato venerdì pomeriggio parla laconicamente di “divergenze di vedute sulla gestione amministrativa”: una motivazione che dice tutto e dice niente e che richiede, per essere compresa a fondo, almeno un paio di passi indietro. Fondata nell’autunno del 1996 come ente autonomo di diritto cantonale, l’USI è stata retta per alcuni mesi dall’amministratore delegato Giuseppe Buffi, per passare poi nel febbraio del 1997 al primo presidente-rettore Marco Baggiolini. La scelta di fondere in un’unica figura le due cariche storicamente separate del presidente (con compiti strategici e di fundraising) e del rettore (con compiti per lo più accademici) era stata dettata dalle dimensioni inizialmente ridotte dell’ateneo ticinese e, come tale, riconfermata nel 2006 in occasione del passaggio di consegne tra Baggiolini e il fisico Piero Martinoli, anche se nel frattempo l’USI era oramai diventata una realtà assai più complessa. I tempi furono giudicati maturi per un radicale cambiamento di governance soltanto dieci anni più tardi, con l’assunzione appunto di Boas Erez, giunto da Bordeaux con alle spalle una solida esperienza di gestione universitaria ad alto livello in contesto francese. 

Il capitolo che si è chiuso bruscamente il 22 aprile, con un anno e mezzo di anticipo sul termine del secondo mandato, era insomma il primo esperimento di gestione dell’ USI con un presidente e un rettore divisi tra due persone. Il sospetto, al netto delle difficoltà che possono sempre sorgere tra i singoli e che inevitabilmente impattano anche sulla vita delle istituzioni, è che la ripartizione dei compiti tra Consiglio dell’USI e Rettorato non fosse così chiara nemmeno ai diretti interessati, e che il logorio degli scorsi mesi abbia portato quelle frizioni a un esito quasi inevitabile. Non metterei sul medesimo tavolo, come è stato fatto da più parti, questioni di politica comunale, cantonale o federale nelle quali l’oramai ex rettore si è esposto in prima persona negli ultimi anni (dall’autogestione giovanile luganese alle strategie nazionali di contenimento della pandemia) perché rischierebbero di dare un’impressione sbagliata e in fondo provinciale della reale posta in gioco: il rettore dell’USI non lo nomina, per fortuna, il Municipio di Lugano e nemmeno direttamente il Dipartimento cantonale dell’educazione, della cultura e dello sport.

La goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo da tempo è stato lo scontro, silente ma fermo, attorno alla direttrice amministrativa Cristina Largader, difesa d’ufficio da Erez nonostante l’infittirsi di problemi nella gestione del personale che erano stati portati recentemente all’attenzione del Consiglio dell’USI. La nomina di un nuovo “direttore operativo con compiti amministrativi”, annunciata dalla presidente Monica Duca Widmer il 31 marzo, ha finito per esautorare la linea del rettore, imponendogli un modello separato di gestione amministrativa e accademica, simile a quanto accade in molti atenei italiani. Un modello evidentemente non condiviso. Ci si potrebbe chiedere ora quale sarà il destino della Largader e quello, pure cruciale, di Giovanni Zavaritt, che ha ereditato il difficile ruolo di segretario generale dell’USI da figure storiche come Mauro Dell’Ambrogio e Albino Zgraggen, ma che ha dovuto interpretarlo in un contesto assai più complesso, costantemente chiuso tra il martello della presidente e l’incudine del rettore…

I meriti di Boas Erez, nei suoi quasi sei anni di rettorato, sono sotto gli occhi di tutti e vanno da una repentina scalata dei ranking internazionali (anche grazie alla stratosferica bibliografia scientifica di un istituto affiliato come l’IRB) a una maggiore democratizzazione delle strutture accademiche, con la creazione ad esempio del Senato dell’USI. Ci ha inoltre ricordato in più occasioni che quella da lui diretta non era l’università “di Lugano” ma dell’intera Svizzera italiana: da Chiasso e Balerna, dove ha fatto trasferire l’Archivio del Moderno, alla Casa della Sostenibilità da lui promossa nel comune di Airolo. Il consolidamento dei rapporti con l’EOC per la nuova facoltà di biomedicina e l’affiliazione dell’Istituto di Ricerche Solari e della Facoltà di Teologia hanno chiuso il cerchio di una visione strategica che è parsa chiara e coerente sin dall’inizio, giustamente celebrata nei molti eventi che hanno contraddistinto, lo scorso anno, il 25esimo di fondazione dell’ateneo.

E ora? La ricerca del successore non sarà semplice (nulla è mai semplice nel piccolo e litigioso Canton Ticino) ma una cosa è certa: il nuovo rettore riceverà dal Consiglio dell’USI un mansionario dettagliato dei suoi compiti e dei “confini” che contraddistingueranno il proprio raggio d’azione. Che questa figura venga espressa dall’interno dell’USI oppure giunga ancora una volta da fuori è secondario rispetto alla necessità di un ritrovato equilibrio tra le parti. Per amicizia e stima, personalmente terrò d’occhio anche il futuro professionale di Boas Erez, che ha sì di diritto il titolo di professore ordinario dell’USI, ma che difficilmente resterà a lungo, in quella veste, nell’università che ha diretto per tanti anni. Ha messo un piede, e forse anche uno e mezzo, nell’agone della politica, da battitore libero di sensibilità liberale (non però di destra) quale è sempre stato. Che possa aprirsi, anche per lui, un nuovo capitolo? Affaire à suivre.

Foto Boas Erez  dal sito RSI


La pace delle donne

C’è sia l’evidenza delle atrocità commesse dall’esercito di Putin, sia l’intenzione di volerle commettere: il grande storico delle uccisioni di massa Timothy Snyder rilegge e spiega l’articolo pubblicato dalla Novosti e tradotto in italiano da Naufraghi/e 

Non ci sono attenuanti per l’aggressione all’Ucraina e i crimini nei confronti dei civili da parte dell’esercito di Putin. Nessun antecedente storico, politico o calcolo economico potrà mai giustificare una simile barbarie. Su tutto questo non ho dubbi: sono solidale con la resistenza di fronte all’invasore. Ma sono anche profondamente pacifista.

Guardando la TV dal mio comodo divano provo un insopportabile senso di impotenza, paralizzata dal dilemma fra “fornire più armi” all’esercito ucraino, col rischio di prolungare la guerra e i relativi massacri, oppure lasciare che gli ucraini affrontino l’aggressore a mani nude fino alla resa, come a dire “porgete l’altra guancia” per evitare il sacrificio di altre vite umane.

Una cosa è certa: dichiarare la guerra, fare la guerra e poi condurre le trattative fra vinti e vincitori, salvo rare eccezioni, è sempre esclusivamente una faccenda di uomini. Come scrive Lea Melandri “gli orrori hanno un genere”. E le donne, che ruolo svolgono sulla scena della guerra? Soprattutto quello di vittime! Prevalentemente intente a proteggere i loro bambini nei rifugi, o in fuga verso la salvezza. Sono anche vittime dello stupro usato come arma di guerra. Corpi “per natura” senza voce e senza potere. Allora perché, invece di scegliere fra due soluzioni estreme, non proviamo a cambiare la prospettiva chiamandole sulla scena col ruolo di protagoniste, di custodi della vita e della pace?

Pensando a tutto questo è nato un sogno: che il movimento femminile e femminista svizzero, in nome della nostra tradizione di paese mediatore, possa allestire il più presto possibile un tavolo di trattative fra un gruppo di autorevoli donne ucraine e russe (possibilmente anche mamme). Donne politicamente competenti ma anche impegnate per la parità dei diritti e per la pace. Potrebbero provare a negoziare una soluzione concreta per fermare questa assurda guerra fratricida, per affrontare e risolvere il conflitto senza vinti né vincitori, evitando le umiliazioni che poi anticipano le prossime guerre.

La mia proposta può sembrare una vana chimera perché è vero che queste trattative non otterrebbero nessun riconoscimento ufficiale. Ma credo che avrebbero un grande valore simbolico se fossero mediatizzate sul piano internazionale. Renderebbero visibile quanto la guerra, espressione estrema della cultura patriarcale tutt’ora dominante, esalti la disuguaglianza di genere. Sarebbe anche un modo per ridare dignità alla “neutralità attiva” e per dare prestigio al movimento delle donne e ai molti uomini che non si identificano più nei valori del patriarcato.

PS: Mi piace Immaginare che la compianta amica e complice di tante battaglie Tiziana Mona avrebbe potuto condividere questo sogno con il suo incrollabile entusiasmo.


Se è lecito confrontare le cose piccole con le grandi…

C’è sia l’evidenza delle atrocità commesse dall’esercito di Putin, sia l’intenzione di volerle commettere: il grande storico delle uccisioni di massa Timothy Snyder rilegge e spiega l’articolo pubblicato dalla Novosti e tradotto in italiano da Naufraghi/e 

Si perdoni il latino, ma è efficace. “Si parva licet componere magnis”, se è lecito confrontare le cose piccole con le grandi, espressione famosa del prudente Virgilio nelle sue “Georgiche”. Osava mettere a confronto il lavorio delle api con quello dei Ciclopi. Ora, supponiamo che le api siamo noi, povericristi, indaffarati nella nostra pochezza umana, patrimoniale e geografica, e i ciclopi, che ci sovrastano, siano i miliardari espansi o poco più contenuti o alcuni capi di Stato o partito che pavoneggiano e dispongono. Osiamo allora qualche confronto, sul filo dell’attualità. Rischiamo forse il ludibrio della gente per bene, ma rileviamo agli antipodi singolari denominatori comuni. E scommettendo sull’ironia. La quale, come suggeriva un grande francese, consiste nel “jouer au con pour exposer les véritables sentiments ”. E chi vuol capire, capisca.

L’informazione sono io

L’uomo più ricco del mondo, Elon Musk (quello della Tesla o dei voli turistici-interspaziali di SpaceX, tanto per intenderci) ha cominciato con l’acquisire il 9.2 per cento del capitale di Twitter (la rete sociale seguita da 82 milioni di persone), e ora vuole fare un boccone di tutta Twitter sborsando 43 miliardi di dollari (un sesto della sua fortuna, valutata a 250.6 miliardi di dollari, secondo la nota agenzia finanziaria Bloomberg) e spera di riuscirci. Non tanto per un affare economico, quanto per una ingordigia politica: così ammette.

Ci interessano infatti i motivi di questo acquisto. “È importante che ci sia un’arena inclusiva per la libertà d’espressione – ha detto Musk in un’intervista. Twitter è come una piazza pubblica ed è importante che la gente abbia la realtà e la percezione di poter parlarvi liberamente… nei limiti della legge”. Ha subito aggiunto che, se controllerà la piattaforma, renderà pubblico l’algoritmo che determinerà quali tweet abbiano priorità informativa per gli utenti, quali siano da valorizzare e quali da declassare o scartare e si è dichiarato contrario all’esclusione permanente di utenti che non rispettano le regole di moderazione della piattaforma (pensava all’amico Trump, escluso da Twitter per incitamento alla violenza dopo i fatti del Capitol). Qualcosa ciurla nel manico; quindi: la libertà a sua immagine e somiglianza? Si dice che il padrone di Tesla sia conosciuto “per le sue posizioni libertarie”. Che non vuol dire “liberali”. Non è detto che Musk riesca nel colpo; se ci riuscisse – osa commentare sul “Wall Street Journal” Walt Mossberg, riconosciuto esperto nel settore, “significherà che Twitter ridiventerà un luogo ancora più pericoloso” (per la libertà e la democrazia?).

Un nostro miliardario, nello “spazio libero sa pubbliredazionale a pagamento”- cioè lo spazio redazionale che i quotidiani vendono con l’etichetta “publi” a chi può permettersi di pagarlo – scrive tra altre cose: “Per quanti anni andremo avanti senza una legge efficiente, che colpisca duramente chi, pagato e preposto a parlare di cose così importanti alla popolazione (v. giornalisti, specie tv) si permette di non essere obiettivo e di seguire una strategia comunicativa prefissata da una parte politica o più semplicemente voluta per far aumentare gli indici di ascolto? Quando potremo fidarci dell’informazione? Non per nulla in Svizzera il Popolo Sovrano ha votato contro il finanziamento dei media da parte dello Stato. La gente non crede sempre a quello che sente o legge e ha votato contro perché non si fida. Già questa conquista sarebbe un grande passo avanti per tutti noi, bombardati ogni giorno in modo martellante dall’informazione, nelle sue varie forme”. Qualcosa ciurla anche qui nel manico: non fidarsi dello Stato, finanziariamente controllabile, ma fidarsi del publiredazionale a pagamento, finanziariamente incontrollabile? Fondamentalmente siamo sullo stesso discorso che muove Elon Musk. Riassumendo: faccia l’informazione chi può pagarsela, o accaparrandosi e comprandosi i mezzi di informazione o inducendo i mezzi di informazione cosiddetti “indipendenti”, ma sempre in agitazione finanziaria, ad appaltare perlomeno parte della loro redazione; siamo così sicuri che si farà buona informazione (la nostra) e non si dovrà dipendere né dallo Stato, anche se tra i suoi obblighi avrebbe anche quello di difendere e sostenere la libertà d’espressione, né dagli incantamenti degli indici di ascolto (forse si poteva onestamente aggiungere: né dalle quotazioni in Borsa); saremmo sempre in grado, con le nostre private finanze e con la certezza dei nostri principi, o di proporre dei supervisori-controllori formati “ad hoc” (o udc, proposta già formulata) o di impostare degli algoritmi che scelgano ciò che è buono, meno buono, utile, secondo i nostri giusti fini senza alternative, oppure da scartare nel modo più assoluto perché nocivo al popolo che rimane sovrano; la libertà di informazione e di espressione sarà in tal modo garantita e libera, né più né meno come la buona moneta che scaccia la cattiva, come ora il dollaro democratico scaccia il rublo dittatoriale.

Il celodurismo afflosciato

Due premesse per “jouer au con” (è il caso di dirlo) e dare corpo a un altro confronto tra piccolo e grande. La prima: anche dalle nostre parti, su imitazione della Lega bossiana, correva spesso il detto, da una certa parte politica, ch’eri il migliore perché avevi gli attributi e ce l’avevi duro. È un derivato mussoliniano o fascistoide che agganciava alla declamata eccezionale virilità sia la mascolinità forzuta e mai effeminata, sia l’efficienza politica, sia la potenza militare e la fecondità demografica che ne è condizione. La seconda: è tornata con impeto la convinzione che se vuoi la pace devi fare la guerra, si è riavviata una più intensa corsa all’armamento con l’obbligo per ogni Stato (compresa la neutrale Svizzera) di fare della spesa militare una priorità tra le priorità.

Il confronto con quel che capita nel Brasile, sull’orlo ormai di una quasi crisi per il governo Bolsonaro, e persino per le chiese evangeliche che lo sostengono, illumina di luce nuova l’una e l’altra premessa. Che cosa capita nel Brasile del forzuto ex-generale presidente Jair Messias Bolsonaro, che si è spesso definito con orgoglio “imbrochàvel” (che potremmo definire “inafflosciabile”, equivalente del “ce l’ho duro” che ha imperversato anche dalle nostre parti su imitazione italiana, come avviene spesso)? Capita che il suo governo ha speso milioni di dollari per fornire l’esercito di migliaia di pillole contro le disfunzioni erettili (Viagra, comperato tra l’altro al 143% in più del prezzo di mercato) e una sessantina di protesi del pene (da 10-12 mila dollari l’una, forse quindi destinate ai generali), oltre anche a rimedi contro le calvizie. Ed era ovvio che la stampa d’opposizione di scatenasse subito commentando: “Até isso Bolsonaro destruiu uma instituçao que tinha credibilidade”. Afflosciata, insomma, la dignità dell’esercito.

Due conclusioni, che possono esserci utili. Seppelliamo il complesso del celodurismo, la politica richiede altro. Tuttavia, se gli eserciti del mondo, compreso quello svizzero, invece che di armi fossero forniti di pillole o aggeggi erettili, per la disattenzione o altro impegno che generano, quella dell’esercito brasiliano, anche se artificiosamente coerente, non è un’idea da scartare.

Sportelli luganesi in Kazakistan

C’è chi ha scoperto che c’è un modo profittevole per aggirare le sanzioni occidentali che vogliono colpire il sistema bancario russo. Basterebbe, a quanto pare, operare con carte di credito nelle ex-repubbliche sovietiche, per ottenere dei trasferimenti in rubli (l’equivalente di 10 mila dollari al colpo), senza restrizioni, e convertirli poi in monete straniere.

È nel Kazakistan che questi trasferimenti bancari hanno assunto un’ampiezza inattesa. Citando l’Agenzia della Repubblica del Kazakistan per la regolazione e lo sviluppo del mercato finanziario, il media kazako “Vlast” ha informato che i Russi e i Bielorussi hanno aperto più di 12 mila conti bancari nel paese in poche settimane. “Tra questi, 10.725 conti sono stati aperti in presenza del richiedente o del rappresentante autorizzato in una banca kazaka, 1.215 sono stati aperti a distanza. Di conseguenza il numero totale dei cittadini aventi dei conti nelle banche della Repubblica del Kazakistan ha superato ora le 162.000 unità”, così informa il regolatore finanziario kazako (riportato dal quotidiano economico “Echos”). Come a dire, in barba alle sanzioni.

A un luganese, in particolar modo a un banchiere, si accendono mille lampadine. Kazakistan, con la sua capitale Nur-Sultan, gli suona bene: c’è gemellaggio con la città del Ceresio. È l’anticipo che la piccola Lugano vuol ora avere sui grandi sistemi e percorsi della Storia. Kazakistan, non solo un paese specializzatosi in “mining” di criptovalute, di quelli, insomma, che estraggono bitcoin a blockchain battente, collocandosi, per estrazione, al secondo posto al mondo e può quindi essere una briscola vincente per la programmata futura capitale europea delle criptovalute. Non solo “forziere dell’uranio”, come vien definito, uranio pronto ad esserci consegnato dal paese gemello, proprio in un momento in cui l’udc nazionale, in nome dell’indipendenza e autonomia nazionali, preferisce credere nell’energia nucleare, che domanda uranio, che non negli incerti seppur gratuiti sole o venti nazionali. No, ecco che si presenta un’altra gioiosa opportunità: contraccambiare, trovando il modo di aprire sportelli, anche solo a distanza, in Kazakistan, dove ce ne sarà a lungo grande bisogno.

Nell’immagine: come in molti altri luoghi del mondo, anche nella capitale del Kazakistan non può mancare un bel “Ristorante Lugano”


22.04.2022 Giornata mondiale della Terra

C’è sia l’evidenza delle atrocità commesse dall’esercito di Putin, sia l’intenzione di volerle commettere: il grande storico delle uccisioni di massa Timothy Snyder rilegge e spiega l’articolo pubblicato dalla Novosti e tradotto in italiano da Naufraghi/e 


Educazione ambientale: imparare nella e dalla natura

C’è sia l’evidenza delle atrocità commesse dall’esercito di Putin, sia l’intenzione di volerle commettere: il grande storico delle uccisioni di massa Timothy Snyder rilegge e spiega l’articolo pubblicato dalla Novosti e tradotto in italiano da Naufraghi/e 

Di Manuela Varini, Docente e Pres. Società ticinese di Scienze Naturali

‘’Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.’’      Bernardo Di Clairvaux

In occasione della giornata mondiale della Terra, è importante fare una riflessione su come possiamo contribuire per aumentare, in generale, il rispetto per la natura e per le persone, in modo da costruire un futuro migliore per il nostro pianeta e per l’umanità nel suo insieme. Per questo, è essenziale l’educazione e il fatto di coltivare questo profondo amore e rispetto, per la natura e per tutti gli organismi viventi, nei bambini e nei giovani. 

Un ruolo importante in questo senso lo gioca la cosiddetta ‘scuola all’aperto’. Fare scuola all’aperto è tornato in auge negli ultimi decenni, anche se c’è ancora molto lavoro di sensibilizzazione da fare in questo ambito. Dagli anni Settanta del secolo scorso questa corrente si è, infatti, sviluppata sempre più; tuttavia, non si tratta di un’idea nuova. Se facessimo un salto nel passato, vedremmo che, più volte, nel secolo scorso, questa modalità era stata raccomandata per cercare di far fronte ad epidemie, ad esempio di tubercolosi. Se andassimo ancora più indietro nel tempo e arrivassimo al lontano 335 a.C., vedremmo Aristotele intento a far lezione intrattenendosi e passeggiando con i propri allievi del liceo per studi filosofici e scientifici, da lui fondato, denominato ‘Scuola peripatetica’. Dove questo termine non stava chiaramente a indicare che il suo insegnamento fosse ‘patetico’, ma, derivando dal verbo dell’antico greco περιπατέω (pronuncia: peripatéo), si riferiva all’atto di camminare, di creare la propria via e di avanzare. 

Il che racchiude un doppio significato sia concreto che metaforico. Quest’ultimo legato quindi a un senso più profondo, cioè quello di avanzare, di evolvere sia a livello delle proprie conoscenze, che della propria personalità e vita. Questo esempio, di cui sono venuta a conoscenza durante i miei studi liceali, mi aveva colpita sin dall’inizio. Infatti, la domanda che mi era subito sorta spontanea era: ‘Ma non sarebbe meglio e più stimolante svolgere le lezioni all’esterno delle aule invece che all’interno, anche nella nostra società?’. Dopo parecchi anni di attività sia in qualità di docente, sia di animatrice per attività di educazione ambientale con bambini e ragazzi all’interno e all’esterno del contesto scolastico, la risposta, che mi sono data, rimane la stessa. Sì, le attività all’aperto permettono di sviluppare tutta una serie di competenze, che possono completare in maniera ottimale le lezioni in aula. 

La conoscenza della biodiversità è importante, in quanto si tratta del primo passo per rispettarla e proteggerla. Infatti, si è portati a proteggere ciò che si ama, ma si può amare solo ciò che si conosce. La natura fuori dalla porta di casa può riservarci molte sorprese e momenti di rara bellezza. È infatti molto facile scoprire la meraviglia dei piccoli miracoli che ci circondano quotidianamente. In genere, i bambini sono particolarmente affascinati dalla natura. È importante sostenerli e incoraggiarli nella loro curiosità e nel loro piacere della scoperta, per mantenere viva la loro passione per l’ambiente. 

Inoltre, le attività all’esterno permettono un approccio interdisciplinare per quel che concerne non solo le scienze sperimentali, ma ogni singola disciplina. Questo anche in un’ottica di approfondimento dell’impatto umano sull’ambiente e del tema della sostenibilità. Gli allievi possono quindi imparare grazie a esperienze dirette, che permettono loro di capire meglio concetti altrimenti approfonditi solo a livello teorico. 

Inoltre, viene spesso menzionata l’importanza del contatto con la natura per crescere in modo sano ed equilibrato e come la vita sedentaria e la lontananza dall’ambiente naturale possano essere alla base di diversi disagi e malesseri. All’esterno, gli allievi hanno maggiore libertà di movimento, rispetto ai banchi di scuola, e il rapporto con il docente può assumere un livello meno formale. Il loro interesse può essere maggiormente stimolato. 

Ecco però alcune ragioni che potrebbero frenare un docente a svolgere attività all’esterno: il timore di non avere le competenze adeguate; quello di essere visto e giudicato nel proprio operato da parte di possibili osservatori esterni; quello di avere maggiore difficoltà a gestire la classe in un contesto più libero e ricco di stimoli, in parte imprevedibili; l’incertezza delle condizioni meteorologiche. Ognuno di questi aspetti, potrebbe però essere superato grazie a svariate strategie e all’esperienza. 

Per incoraggiare gli insegnanti a svolgere maggiormente lezioni all’aperto il progetto ‘Imparare nella natura’ del CERDD-DECS si prefigge di creare una piattaforma didattica on-line per la condivisione di materiali didattici per attività all’esterno dell’aula scolastica. In questo senso, tramite l’offerta di formazione continua del Dipartimento Formazione e Apprendimento (DFA) della SUPSI, verrà proposto anche un corso di aggiornamento per docenti della Scuola Media per l’anno scolastico 2022-23. Di questi e di altri temi correlati, si parlerà con diversi interlocutori durante la giornata di studio “Saper leggere la natura. La Scuola pubblica ticinese e le scienze naturali” prevista il prossimo 30 aprile al Museo Cantonale di Storia Naturale organizzata dalla Società Demopedeutica ticinese, in collaborazione con la Società ticinese di scienze naturali. 


Giornata di studio “Saper leggere la natura. La Scuola pubblica ticinese e le scienze naturali”

Link alla locandina: https://www.stsn.ch/wp-content/uploads/2022/02/Locandina-convegno-demopedeutica-30.04.22.jpg

Link al flyer: https://www.stsn.ch/wp-content/uploads/2022/02/Flyer-demopedeutica-30.04.22.jpg


Perché la guerra in Ucraina è anche un momento decisivo per il clima

C’è sia l’evidenza delle atrocità commesse dall’esercito di Putin, sia l’intenzione di volerle commettere: il grande storico delle uccisioni di massa Timothy Snyder rilegge e spiega l’articolo pubblicato dalla Novosti e tradotto in italiano da Naufraghi/e 

L’invasione russa dell’Ucraina è cominciata da una quarantina di giorni, ma ha già causato sofferenze e distruzione indicibili e cambiamenti epocali nell’ordine globale. Mentre i paesi occidentali hanno iniziato a dissociarsi dalla Russia sia economicamente che politicamente, l’attenzione si sta ora concentrando sulla sicurezza energetica – e sulla tentazione di aumentare la produzione di combustibili fossili altrove per disincagliarsi dalla dipendenza al petrolio e al gas russi. “Possiamo occuparci più tardi del cambiamento climatico”, si comincia a sentir dire. Ciò rischia di fare dello sforzo esistenziale di decarbonizzare l’economia globale un danno collaterale della guerra. Sarebbe catastrofico.

La domanda diventa quindi: Possiamo essere indignati per la guerra, preoccuparci della sicurezza energetica e combattere il cambiamento climatico allo stesso tempo?

Questi obiettivi non sono necessariamente in contrasto. Ma richiedono una comprensione chiara delle forze in gioco, sia economicamente che geopoliticamente.

La guerra in Ucraina è, per molti versi, una guerra dell’energia. L’Europa in particolare sta diventando drammaticamente consapevole della propria dipendenza dai combustibili fossili russi – e di come ciò stia letteralmente alimentando il conflitto. L’Unione Europea, e in misura minore il Regno Unito e gli Stati Uniti, acquistano ogni giorno per centinaia di milioni di dollari di petrolio e gas dalla Russia (che in parte transitano in oleodotti e gasdotti che attraversano l’Ucraina), e sono quei molti milioni che finanziano il regime russo e il suo esercito.

L’Europa dipende oggi dalla Russia per circa il 40% del proprio fabbisogno di gas, e per circa un quarto delle importazioni di petrolio. Interrompere questi flussi sarebbe a doppio taglio: paralizzerebbe la Russia economicamente, ma potrebbe anche innescare blackout e caos in tutto il continente. Questo aiuta a spiegare perché le sanzioni dell’UE attualmente non si estendano ai combustibili fossili della Russia (gli Stati Uniti e il Regno Unito ne importano molto meno e si sono mossi per vietare le importazioni di petrolio).

Il cancelliere tedesco recentemente eletto Olaf Scholz, che con un unico, storico discorso ha rovesciato decenni di politica estera non militarizzata, ha dovuto riconoscere che la disponibilità di energia in Europa “al momento non può essere assicurata altrimenti”. Il suo ministro dell’economia e dell’energia Robert Habeck, del partito dei Verdi, ha messo in guardia contro il rischio di “disoccupazione di massa e la povertà”. E così i combustibili continuano a scorrere, e il pieno di benzina e il riscaldamento delle case europee finanziano la guerra.

La situazione energetica dell’Europa è un problema auto-inflitto. Ma ciò non cambia il fatto che sganciare il continente dal gas e dal petrolio russo – una necessità di cui si è parlato per anni tra le righe nelle discussioni europee – è diventato un imperativo di sicurezza urgente. La Commissione europea ha presentato un piano per rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi prima del 2030, iniziando con la riduzione delle importazioni di gas di due terzi entro la fine dell’anno. (Questo include l’aumento delle importazioni di gas liquido (LNG), l’adozione più rapida delle energie rinnovabili, il risparmio energetico, lo sviluppo dell’idrogeno e l’introduzione di misure per far fronte all’aumento dei prezzi dell’energia). L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha poi aggiunto le proprie riflessioni sui modi per ridurre questa dipendenza.

Queste misure possono contribuire ad affrontare il cambiamento climatico, e molti vedono l’instabilità provocata dalla guerra come un momento di svolta, un rinnovato e potente incentivo ad accelerare la (peraltro necessaria per decarbonizzare l’economia globale) adozione delle energie pulite. Sbarazzarsi della dipendenza dai combustibili fossili russi significa sbarazzarsi dei combustibili fossili – e una volta passati a fonti energetiche più pulite non ci sarebbe più ragione di tornare indietro. Questa è, per ora, la posizione dell’Europa, che ha trovato nuova unità e vigore politico in risposta alla guerra. (Vale la pena notare che a questo obiettivo condiviso non corrisponde ancora un consenso sul metodo: mentre la Germania sta eliminando gradualmente le centrali nucleari, la Francia sta progettando una vasta espansione dell’energia nucleare, per esempio).

Altri, tuttavia, pensano che non sia possibile affrontare contemporaneamente la sicurezza energetica e la decarbonizzazione. Secondo questo punto di vista l’instabilità provocata dalla guerra crea aumenti di prezzo e istabilità nell’approvvigionamento energetico, con ripercussioni economiche e sociali significative. Dovremmo quindi affrontare dapprima questa crisi, e solo dopo preoccuparci del cambiamento climatico, dando la priorità alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici, aumentando la produzione di petrolio e gas e ritardando l’abbandono del carbone. Questa sembra essere la posizione degli Stati Uniti (che stanno persino cercando di convincere il Venezuela e l’Iran ad aumentare la produzione di petrolio), e in una certa misura, anche del Regno Unito e della Cina.

Chi ha ragione? Questo conflitto tra le esigenze di sicurezza energetica e gli obiettivi globali di transizione ad un’economia “pulita” è ora centrale nella discussione sul clima. Non può essere – e non dovrebbe essere – risolto facilmente. Porre questi due obiettivi come alternative è un lusso che non possiamo permetterci. Ci sono aspetti ragionevoli in entrambi i punti di vista, almeno a breve termine. Non è tanto una scelta quanto un dilemma – uno di quei casi dove dobbiamo tener presente, in parallelo, due obiettivi contrastanti, attribuendo ad entrambi lo stesso alto livello di priorità.

Il che ci porta alla seconda grande minaccia che rischia di rallentare l’azione contro il cambiamento climatico: la deglobalizzazione. Affrontare il problema necessita di collaborazione globale. Tuttavia dopo decenni di integrazione, accelerata nel 2001 quando la Cina è entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il mondo sta ora diventando meno integrato. Questa tendenza alla deglobalizzazione non è nuova. Può essere fatta risalire alla crisi finanziaria del 2008, ed è stata accelerata negli ultimi anni dalla crescente rivalità economica e strategica tra Stati Uniti e Cina, e dalla pandemia di Covid-19, che ha approfondito le disuguaglianze globali e fornito nuovi motivi per politiche più protezionistiche.

Anche per questa tendenza la guerra in Ucraina è un drammatico fattore di accelerazione. Per evitare lo scontro con una Russia dotata di ordigni nucleari, che potrebbe degenerare in un conflitto generalizzato (una terza guerra mondiale) l’Occidente ha scelto di non impegnarsi militarmente in modo diretto in Ucraina ma di offrire supporto esterno. Di per sé, questa è una decisione prudente e razionale: nessuno vuole che i caccia della NATO e della Russia volino troppo vicini gli uni agli altri.

Parallelamente, tuttavia, i paesi occidentali hanno iniziato ad attuare sanzioni economiche severe ed espansive, mirate alle banche russe, alle importazioni di tecnologia, ai beni degli oligarchi. Come conseguenza delle sanzioni (e dell’indignazione dei loro clienti per la guerra) centinaia di aziende si sono ritirate dalla Russia o vi hanno sospeso le loro attività. Molti pensano che il paese sia diventato “non adatto agli investimenti” e lo rimarrà per molto tempo. Ciò sta mettendo un’enorme pressione sulla Russia, ma ha anche esteso la scena del conflitto alla sfera economica globale.

Per esempio, in una recente conversazione TED il geopolitologo Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, mi ha detto che l’ambasciatore cinese a Mosca ha riunito gli investitori cinesi in Russia per suggerire loro che il ritiro occidentale rappresenta un’opportunità unica per “impegnarsi e fare di più, perché la Russia dovrà contare su di noi”. La maggior parte delle sanzioni, ha suggerito Bremmer, sono potenzialmente permanenti (almeno finché il presidente Putin sarà al potere, e soprattutto se mette in atto la sua minaccia di sequestrare i beni delle aziende occidentali), e i loro effetti a catena stanno già attivando una riorganizzazione dell’economia globale.

Molti scenari possono scaturire da questa situazione, ed eccone uno. Il mondo si divide in due parti ideologicamente incompatibili, una autoritaria intorno alla Cina e alla Russia, e una democratica intorno agli Stati Uniti e all’Europa. Anche l’infrastruttura sottostante inizia a divergere, con sistemi di carte di credito e di pagamento, reti Internet, sfere di informazione (questo sta già accadendo, soprattutto dopo la chiusura completa di qualsiasi media e network indipendente in Russia), sviluppi tecnologici e catene di approvvigionamento separati. Se suona familiare è perché lo è. Il mondo era già diviso in due durante la guerra fredda.

Questa Nuova Guerra Fredda tuttavia è diversa, per almeno tre ragioni. In primo luogo, il mondo è diventato molto più interconnesso e interdipendente, il che significa che una rapida riorganizzazione (o disorganizzazione) delle catene di approvvigionamento globale porterà perturbazioni significative e prezzi più alti. In secondo luogo, la Cina non è l’Unione Sovietica: è una grande economia di successo con una politica estera assertiva, che ha praticamente raggiunto la parità tecnologica con gli Stati Uniti, ha la più grande marina del mondo e si avvicina ogni giorno di più al momento in cui riprenderà il controllo di Taiwan, il centro mondiale dei semiconduttori.

Infine, non è ovvio che gran parte del resto del mondo si allinei con Europa e Stati Uniti. I media occidentali si sono concentrati sul fatto che la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che condanna l’invasione dell’Ucraina ha raccolto 141 voti, con 35 paesi che si sono astenuti e solo 5 che hanno votato contro (Bielorussia, Eritrea, Corea del Nord, Siria e la stessa Russia), considerandola la dimostrazione che il mondo è unito contro la Russia.

Un’attenzione troppo scarsa è invece stata prestata alla lista dei paesi che hanno effettivamente aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia, che è molto più breve: Stati Uniti, Regno Unito, UE, Canada, Giappone, Svizzera e una dozzina di altri. I paesi del Sud, per esempio, ne sono restati fuori, forse perché vedono i doppi standard che l’Occidente sta applicando. Anche i paesi del Medio Oriente si tengono a distanza. Le loro motivazioni sono probabilmente sia economiche che politiche.

In altre parole siamo ad un punto di snodo geopolitico, di fronte a un futuro con meno “ordine liberale globale” e più crudi interessi nazionali. Vediamo già meno attenzione alle istituzioni e alle regole internazionali – che hanno bisogno di essere re-immaginate – e più alla sovranità nazionale, e al vantaggio competitivo di coloro che controllano fonti affidabili di energia, materie prime e prodotti alimentari, così come la tecnologia e le catene di approvvigionamento. L’Europa sta rendendosi conto che stanno accadendo “movimenti tettonici” e, nelle parole del presidente francese Emmanuel Macron al recente incontro di Versailles dei capi di Stato dell’UE, che l’energia, l’alimentazione e la difesa sono questioni centrali per la sovranità di un paese.

All’interno dei paesi la spirale dei prezzi dell’energia (e dei prodotti alimentari), che colpisce più duramente gli strati sociali meno abbienti, potrebbe destabilizzare i sistemi politici, rendendo ancora più difficili politiche climatiche ambiziose. In questo senso questa crisi energetica sarà un test cruciale. Mostrerà molto chiaramente quanto sarà costosa la transizione climatica, e la risposta sarà la misura di quanto siamo seri nell’affrontarla. Come lo dice l’AIE, “più velocemente i politici dell’UE cercheranno di rinunciare alle forniture di gas russo, maggiori saranno le implicazioni potenziali, in termini di costi economici e di emissioni a breve termine”. Assorbire questi costi richiederà enormi sforzi, impegno e creatività politica, e coesione sociale.

Quali sono le implicazioni di tutto questo per il clima? Negli ultimi anni la lotta contro il cambiamento climatico ha finalmente guadagnato slancio, spinta da una combinazione di pressione pubblica da parte dei movimenti giovanili, crescente apprensione per i catastrofici incendi, le inondazioni, la siccità e le ondate di calore in tutti i continenti, le prove scientifiche sempre più accurate (e inquietanti) e lo sviluppo di concetti ancora vaghi (e spesso abusati) ma utili come net-zero ed ESG.

La conferenza sul clima COP26 dello scorso novembre a Glasgow, anche se dipinta da alcuni attivisti come un fallimento, ha prodotto una serie di impegni reali che vedono in prima fila le città, il settore privato, la finanza, la scienza e la società civile. Lo scienziato del clima Johan Rockström, che partecipa regolarmente alle riunioni della COP, ha detto che per la prima volta ha visto “uno slancio che va oltre i piccoli passi”.

Nel complesso lo slancio è ancora verso la transizione energetica (anche quando lo si guarda attraverso il comportamento degli investitori sul mercato azionario). Ma ora è spaventosamente facile intravvedere come rischiamo invece di indirizzarci verso un mondo in cui gli sforzi di decarbonizzazione di alcuni potrebbero essere interamente spazzati via da altri, meno sensibili alla pressione dell’opinione pubblica e più concentrati sulla crescita economica, che pompano e bruciano senza scrupoli. E quando si tratta di emissioni di CO2, non importa dove e da chi viene prodotta, perché l’atmosfera è una sola, e condivisa.

Proprio per questo la lotta al cambiamento climatico ha bisogno di una cooperazione globale. La nuova configurazione che emerge dall’invasione russa dell’Ucraina e dalle sanzioni economiche dell’Occidente minaccia di rendere questa collaborazione esponenzialmente più difficile, se non impossibile.

Inoltre, la lotta contro il riscaldamento globale e i suoi effetti ha bisogno che i paesi ricchi condividano tecnologie e risorse finanziarie con quelli più poveri, per permettere loro di adattarsi e sviluppare le proprie economie e società senza ricorrere ai combustibili fossili.

Finora questo sostegno è mancato, come ha detto il primo ministro delle Barbados Mia Mottley nel suo discusso discorso alla COP26, aggiungendo che “il nostro popolo sta guardando e prendendo nota”. È la stessa Mottley che in una più recente conferenza del Financial Times ha difeso il piano del suo paese di espandere la ricerca di combustibili fossili al largo della costa. Secondo il resoconto del giornale ha spiegato che i paesi emergenti hanno bisogno di “un modo per finanziare il proprio percorso verso l’economia decarbonizzata”, e se le nazioni ricche che “hanno causato il problema” non forniranno finanziamenti, dovranno trovare altri modi per generare entrate, come l’estrazione e l’esportazione di combustibili fossili. Questo è probabilmente un punto di vista condiviso da una maggioranza di i politici dall’Africa all’India, e favorisce la potenziale divisione geopolitica che la guerra in Ucraina sta innescando.

Quello che vale per l’energia vale anche per i prodotti alimentari e i minerali. Dall’Ucraina e dalla Russia vengono circa il 12% delle calorie scambiate nel mondo, e gli effetti della guerra sulle forniture alimentari si sono già fatti sentire attraverso il pianeta. Inoltre molte delle materie prime necessarie per una transizione energetica pulita sono pure dipendenti da instabili catene di approvvigionamento globali, delle quali fa parte pure la Russia (e che non ho spazio di trattare qui).

Quindi cosa possiamo fare? Questo è il momento di mettere tutte le carte in tavola ed esplorare un nuovo tipo di politica climatica.

Come la crisi del Covid-19 prima di essa, è improbabile che la guerra in Ucraina sia l’ultimo shock sistemico globale in grado di far deragliare l’azione sul clima. Ci saranno altre crisi, e non possiamo continuare a rimandare la questione climatica allo scoppio di ogni altra crisi. Abbiamo bisogno di sviluppare un piano adesso, un piano che, come mi ha detto la scrittrice sul clima Gabrielle Walker in una e-mail, “sia dinamico e flessibile, tenga presenti tutti gli aspetti e si adatti alle circostanze del momento”.

In primo luogo dobbiamo riconoscere che in un mondo in cui l’obiettivo è quello di sbarazzarsi della fonte principale (i combustibili fossili) che fornisce circa l’80% della nostra energia, le soluzioni climatiche non possono essere disgiunte dalla sicurezza energetica. Le società moderne non possono funzionare senza una fornitura affidabile di energia.

Anche se le rinnovabili sono ora la fonte di energia più economica e i paesi occidentali dovessero collaborare per accelerare la loro diffusione, adottando serie misure per aumentare l’efficienza e ridurre i consumi, sviluppando nuovi approcci come il geotermico e l’idrogeno, e investendo massicciamente in nuove tecnologie (per esempio per lo stoccaggio), sarà impossibile mantenere la stabilità dei loro sistemi economici nel breve-medio termine senza combustibili fossili e nucleare. Ci vogliono anni per mettere in rete una grande centrale solare, per esempio. In altre parole – e lo dico da attivista per il clima – nel breve termine dovremo sopravvivere alla crisi energetica con soluzioni “impure”, mantenendo lo sguardo sugli obiettivi climatici a più lungo termine.

In secondo luogo, mentre lavorano per assicurare il loro approvvigionamento energetico, i paesi occidentali devono diventare molto più seri nel finanziare le infrastrutture energetiche in tutto il Sud del mondo. È una questione di equità, ma anche un elemento cruciale per contrastare la divisione geopolitica che sta iniziando a formarsi. Vale anche la pena sottolineare che la Cina ha ancora un impegno “net-zero”, ed è ovviamente interessata ad essere un fornitore di soluzioni a basse emissioni di carbonio (si pensi alla tecnologia solare) al mondo. Anche questo è un tema che non dovrebbe diventare vittima delle bombe russe.

Anche riformulare il modo in cui usiamo il concetto di “net-zero” potrebbe essere utile, per quanto avrebbe bisogno di una definizione più stringente, che colleghi in modo rigoroso il permesso di compensare alcune emissioni alla decarbonizzazione effettiva. Potrebbe essere considerato non come un obiettivo climatico, ma come una via sicura per il mondo, il meccanismo attraverso il quale la sicurezza energetica e la decarbonizzazione possono essere entrambe raggiunte.

Christiana Figueres, la diplomatica costaricana che ha diretto le trattative che hanno portato all’accordo di Parigi, mi ha detto in una discussione recente che “quello che sta succedendo ora dovrebbe essere, per l’accelerazione della lotta ai cambiamenti climatici, un momento assolutamente decisivo”. Il suo collega Tom Rivett-Carnac, che partecipava alla conversazione, ha aggiunto che “spera che il mondo sappia unirsi intorno alla tripla sfida della sicurezza energetica a breve termine, delle preoccupazioni di stabilità sociale e della necessità imperativa della decarbonizzazione a lungo termine”. E questo vale non solo per coloro che si identificano come scienziati del clima, esperti del clima, investitori del clima o attivisti del clima, ma per tutti coloro che si preoccupano di mantenere il pianeta accogliente per la vita umana. Finora l’unità non è stata una caratteristica della comunità “climatica”.

Il 28 febbraio 2022 un rapporto scioccante è passato quasi inosservato, scansato dalle prime pagine dalla guerra in Ucraina, iniziata quattro giorni prima. L’IPCC, il gruppo di scienziati di tutto il mondo riuniti sotto l’egida delle Nazioni Unite che valuta lo stato del clima, ha pubblicato quel giorno una devastante seconda parte (su tre) della sua sesta valutazione, che descrive come il degrado del clima stia accelerando. È un documento incontrovertibile: il “riassunto per i responsabili politici” del rapporto deve essere approvato all’unanimità, parola per parola, da tutti i 195 governi membri. Il segretario generale dell’ONU António Guterres l’ha definito “un catalogo della sofferenza umana e un’accusa schiacciante di fallimento per la leadership climatica”.

Questo documento è stato seguito, l’8 marzo, dal ‘Global Energy Review’ dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Dice che il 2021 ha registrato “il più grande aumento annuo delle emissioni di CO2 legate all’energia in termini assoluti”, con un aumento del 6 per cento principalmente determinato dal carbone, e raggiungendo il livello più alto di sempre. Nel frattempo piogge record hanno causato inondazioni calamitose e morti nell’Australia orientale. In altre parole la crisi climatica sta accelerando, e l’urgenza di decarbonizzare è indiscutibile.

È quindi vitale conciliare gli obiettivi energetici a breve termine con gli obiettivi climatici a lungo termine, in questo mondo in fase di deglobalizzazione, con un’unità di intenti e di direzione. Ma nel frattempo la sofferenza e la distruzione in Ucraina si intensificano, e affrontarle è urgente. Non fare entrambe le cose allo stesso tempo avrebbe ripercussioni sul mondo per generazioni a venire.

Quando ha tenuto il suo discorso inaugurale nel 2019, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lanciato un messaggio che era diretto al parlamento, mai che dovrebbe risuonare nel mondo intero di oggi. Ha detto: “Costruiremo ‘il paese delle altre opportunità (…) e per questo abbiamo bisogno di persone al potere che servano il popolo. Ecco perché non voglio la mia foto nei vostri uffici. Perché il presidente non è un’icona, un idolo o un ritratto. Appendete invece le foto dei vostri figli, e guardatele ogni volta che prendete una decisione”.

Bruno Giussani è il responsabile europeo della non-profit TED e il co-fondatore della sua iniziativa climatica, Countdown. Recentemente sulla guerra in Ucraina ha intervistato lo storico Yuval Noah Harari e l’analista geopolitico Ian Bremmer.

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata sul sito TED Ideas il 16 marzo 2022.
Poiché è stato redatto originariamente in inglese i link, che abbiamo mantenuto, rimandano a pagine e siti non in italiano. La traduzione è di Mario Conforti.


In difesa del debito pubblico

C’è sia l’evidenza delle atrocità commesse dall’esercito di Putin, sia l’intenzione di volerle commettere: il grande storico delle uccisioni di massa Timothy Snyder rilegge e spiega l’articolo pubblicato dalla Novosti e tradotto in italiano da Naufraghi/e 

Lo Stato non è un’economia domestica e contrariamente a quest’ultima può rimanere permanentemente indebitato. Non deve necessariamente estinguere il proprio debito, ma deve garantire che sarà sempre in grado di servirlo.

Chiarito questo aspetto, il punto centrale che non emerge mai con sufficiente enfasi, a maggior ragione quando si mette al centro della discussione l’errata analogia tra Stato e economia domestica, è questo: a fronte di un debito emesso vi è un credito di pari importo. La generazione che eredita il debito (pubblico) eredita anche il credito. Se proprio stanno a cuore le sorti delle generazioni future, ci si interroghi più opportunamente sugli effetti redistributivi del debito pubblico, ossia su coloro che detengono i titoli del debito pubblico, tra i quali troviamo le classi di reddito elevato e i loro figli che beneficeranno dei redditi generati dai titoli detenuti dai genitori e per i quali il debito pubblico non rappresenterà certo un fardello. Anzi.

Ma anche coloro che non detengono direttamente titoli, così come i loro figli, possono beneficiare del debito pubblico, se questo viene utilizzato per investimenti produttivi e per mantenere e migliorare i servizi pubblici e le infrastrutture. Senza trascurare un elemento fondamentale: la maggior parte del debito pubblico svizzero, ossia un’ottantina di miliardi, è costituita da titoli di debito che la Confederazione emette sul mercato monetario e dei capitali. Non essendo nominativi, ma negoziabili, non è possibile sapere con certezza chi lo detiene. Tuttavia, l’Amministrazione federale delle finanze, basandosi su dati raccolti dalla Banca Nazionale Svizzera (BNS), ha potuto evincere la composizione per categoria dei detentori del debito della Confederazione. Ebbene, una buona parte è costituita da fondi di investimento e assicurazioni svizzere, poco meno di un quinto è costituito da investitori esteri e la parte restante si divide tra casse pensioni, banche e altri investitori svizzeri.

La Confederazione è quindi prevalentemente indebitata nei confronti di investitori istituzionali svizzeri. È probabilmente a questi che lo Stato vuole assicurare la solidità del sistema attraverso un contenimento del debito a garanzia della sua sostenibilità, anche a costo di risultare anormalmente zelante nel mutato contesto mondiale.

Occorre inoltre sottolineare che è dal confronto tra indebitamento dello Stato e patrimonio finanziario e non finanziario che deve muovere una valutazione delle condizioni delle finanze pubbliche. A fronte di un debito pubblico cumulato, esistono beni amministrativi e beni patrimoniali ai quali occorre anche aggiungere il “patrimonio umano” accumulato dai cittadini in salute, educazione e cultura, il quale dipende dagli investimenti operati in passato e consentiti dalle precedenti generazioni. Le generazioni future, oltre a pagare gli interessi sul debito contratto, beneficeranno anche degli investimenti in infrastrutture, servizi sociali e sanitari, istruzione e cultura decisi dalle generazioni che le hanno precedute. Questi investimenti sono i veri motori della crescita e dello sviluppo economico e sociale.

Il punto è che una generazione futura non è necessariamente né impoverita né arricchita attraverso il debito pubblico.

In fondo vi è un solo modo in cui la generazione presente può indebitarsi a scapito delle generazioni future, lasciando ad esse il compito di pagare il conto: contraendo nei confronti dell’estero più debiti che crediti, ad esempio importando più beni e servizi di quanti ne esporti. Ebbene, non è il caso della Svizzera.

Dal 1980, la Bilancia svizzera delle partite correnti, che registra le transazioni internazionali in merci e servizi, redditi e trasferimenti unilaterali correnti, si chiude regolarmente con un’eccedenza. Quando un Paese realizza un deficit di partite correnti significa che ha importato più beni e servizi di quanti ne ha esportati e che perciò si è indebitato con altri Paesi. Anche in questo caso, tuttavia, indebitarsi non è necessariamente un fatto negativo, se l’indebitamento serve a finanziare investimenti il cui rendimento potrà contribuire a ripagare il debito contratto. Se poi andiamo a osservare la Posizione patrimoniale netta sull’estero, ossia il saldo tra le attività detenute dagli stranieri in Svizzera (quindi anche i titoli del debito pubblico) e le attività possedute all’estero dagli svizzeri, scopriamo che anch’essa è regolarmente positiva da molti anni.

Il debito pubblico non è quella sciagura che molti tendono a dipingere, presentandolo come un fardello insostenibile che graverà sulle spalle delle prossime generazioni. Il vero problema che rischiamo di lasciare alle generazioni future è legato all’eventuale disimpegno dello Stato in settori come la socialità, la sanità, l’istruzione e la cultura. È riducendo la spesa pubblica in questi e in altri settori cruciali per la crescita e lo sviluppo economico, con lo scopo dichiarato di non lasciare (presunti) debiti alle generazioni future che si rischia invece di minacciarne il benessere. A quel punto, le generazioni future dovranno sostenere privatamente, magari indebitandosi, quelle spese che lo Stato non vuole (o non può) più assumersi. Già oggi il debito privato è molto elevato nel nostro Paese, come hanno ben mostrato due ricercatori di Avenir Suisse in un interessante e documentato studio pubblicato di recente. Dopo aver opportunamente ricordato la complessità delle questioni legate al debito, gli autori richiamano l’attenzione sul volume dei crediti ipotecari, la cui crescita si attesta da almeno 35 anni a ritmi superiori a quelli dell’economia. Non solo il tasso di indebitamento delle economie domestiche oggi è nettamente superiore al Prodotto interno lordo (PIL) svizzero, ma è anche molto elevato nel confronto internazionale.

Indebitarsi collettivamente attraverso lo Stato senza nessun freno, allora? Evidentemente no. Il debito pubblico ed il suo eventuale aumento devono essere chiaramente difesi se c’è una contropartita in termini di investimento. A maggior ragione in periodi dove il settore privato e le economie domestiche sono più riluttanti a indebitarsi o fanno fatica a sostenere i loro livelli di spesa. Occorre evitare una deriva del debito, sia pubblico che privato, ma l’indebitamento è necessario al sistema economico per funzionare e crescere, oltre a rappresentare un buon affare per gli investitori privati.

L’autore è economista
Nell’immagine: evoluzione del debito e del tasso d’indebitamento della Svizzera, 1990–2021


Perché il nucleare non tiene il passo della transizione energetica

C’è sia l’evidenza delle atrocità commesse dall’esercito di Putin, sia l’intenzione di volerle commettere: il grande storico delle uccisioni di massa Timothy Snyder rilegge e spiega l’articolo pubblicato dalla Novosti e tradotto in italiano da Naufraghi/e 

Di Antonio Scalari, Valigia blu

La transizione energetica non è un punto di arrivo ma, come suggerisce il termine, è un processo. L’Europa ha fissato degli obiettivi di riduzione delle emissioni già per il 2030. Entro quell’anno le emissioni di gas serra dovranno ridursi almeno del 55%. Mancano solo 8 anni. Nel 2050, almeno in Europa, dovremmo arrivare a emissioni nette zero. Per centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima (contenere il riscaldamento del pianeta entro 1.5°) la decarbonizzazione deve essere rapida. Il riscaldamento globale è infatti il risultato delle emissioni cumulative: finché si continuerà a emettere CO2 in atmosfera, la temperatura del pianeta continuerà ad aumentare.

Nel 2021 L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha sviluppato un percorso verso le emissioni zero in cui nel 2050 il 90% della produzione globale di elettricità dovrebbe derivare dalle energie rinnovabili, di cui il 70% solare ed eolico. Il documento definisce questo percorso «il più tecnicamente fattibile, conveniente dal punto di vista dei costi e socialmente accettabile». La IEA è nota per aver sempre sottostimato lo sviluppo delle rinnovabili. Se oggi immagina un futuro energetico al 90% rinnovabile non è perché si è convertita al fondamentalismo verde, ma è perché ha il polso di ciò che sta accadendo nel panorama globale dell’energia.

Secondo la IEA, l’energia nucleare continuerà a svolgere un «contributo significativo» nella produzione di energia elettrica globale nel 2050. Nel percorso dell’agenzia, la produzione di energia nucleare dovrebbe raddoppiare a metà secolo. Ma nel complesso la sua quota, nella produzione globale di energia elettrica, dovrebbe scendere sotto il 10%, la percentuale a cui si trova oggi. Inoltre, due terzi della nuova capacità dovrebbero essere installati nelle economie emergenti come la Cina. Mentre nelle economie avanzate dovrebbe scendere dal 18% al 10%. In tutto il mondo, dagli anni ‘90 a oggi, è scesa dal 17% al 10%.

La IEA ricorda che «mentre progetti sono stati completati nei tempi previsti in Cina, Russia ed Emirati Arabi Uniti, ci sono stati notevoli ritardi e sforamenti dei costi in Europa e negli Stati Uniti». Nei paesi più sviluppati il futuro dell’energia nucleare dipenderà soprattutto dalla decisione di prolungare l’attività dei reattori già in funzione, oltreché da possibili investimenti nella costruzione di nuovi impianti. Ma anche la Francia, mentre annuncia la costruzione di nuove centrali, prevede di ridurre la percentuale del nucleare, nella produzione di elettricità, dal 70% al 50%.

Il documento fotografa una situazione ben nota a chi si occupa di energia: il nucleare ha segnato il passo rispetto allo sviluppo delle energie rinnovabili, diventate sempre più competitive. Il costo dell’elettricità prodotta dall’energia solare ed eolica on-shore è crollato, rispettivamente, del 85% e del 70% nell’ultimo decennio. Il costo dei moduli fotovoltaici si è ridotto del 99% dalla fine degli anni ‘70 ad oggi. Questo non è dovuto a un’ipnosi verde collettiva ma, come spiega uno studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT), è il risultato delle politiche pubbliche che hanno stimolato il mercato del settore, della ricerca sia pubblica che privata e di quella che viene definita economia di scala, cioè il rapporto tra l’aumento della produzione industriale e la caduta dei costi.

Nel 2020 la IEA dichiarava che il solare «è oggi la fonte di energia più economica della storia». Lo sviluppo dell’energia solare ed eolica ha mostrato infatti di seguire quella che in economia viene chiama curva di apprendimento: a ogni raddoppio della capacità installata, il costo si riduce di una certa frazione. Anche il prezzo delle batterie, fondamentali per gli accumuli di energia prodotta da fonti aleatorie come il solare ed eolico, è crollato dagli anni ’90 a oggi. Quello delle batterie è uno dei settori tecnologici in cui l’innovazione corre di più.

Perché l’energia nucleare non ha seguito un andamento simile a quello delle rinnovabili? Una delle ragioni riguarda le regolamentazioni che hanno imposto crescenti standard di sicurezza. Ma c’è anche un fattore tecnologico e industriale. Quella nucleare è una tecnologia che, nelle sue diverse componenti, viene costruita in modo poco standardizzato e in pochi esemplari. Come riporta Bloomberg, se si confrontano le curve della produzione globale di energia nucleare e di energia da fonti rinnovabili (esclusa quella idroelettrica), dagli anni ’60 a oggi, si nota un andamento diverso. La curva dell’energia nucleare è più spezzettata e irregolare e a un certo punto smette di crescere. Quella delle rinnovabili mostra un andamento liscio e in continua crescita. L’aspetto della seconda è il risultato dell’installazione di un numero di turbine eoliche e moduli fotovoltaici dell’ordine, rispettivamente, di centinaia di migliaia e centinaia di milioni, in molti mercati globali. Al contrario, il numero di impianti nucleari operativi è molto più piccolo ed è distribuito in un numero più ridotto di paesi. È cresciuto di poco negli ultimi 30 anni, passando da 416 nel 1990 a 441 nel 2020.

Il fatto che l’energia nucleare sia in difficoltà costituisce un problema? Sì, se è vero che non potremo farne a meno in futuro. Un suo rilancio potrebbe derivare dalla diffusione di nuovi modelli di reattori, come i cosiddetti small modular reactors, più piccoli di quelli tradizionali. È una tecnologia che potrebbe rendere la progettazione e costruzione dei reattori più standardizzabile, quindi meno costosa. Ma ad oggi è ancora in fase di sviluppo e, come la fusione nucleare, non è certo una soluzione energetica subito disponibile.

Peraltro, anche la possibilità di raggiungere un mix energetico composto al 100% da fonti rinnovabili (non solo energia solare ed eolica, ma anche idroelettrica, geotermica e da biomasse) non è oggi un’idea utopistica né da ciarlatani, ma un possibile scenario oggetto di studi. In ogni caso, già il 90% o 80% dovrebbero essere sufficienti a mettere in crisi certi slogan e narrative. Ma anche su questo il dibattito si impantana. «Non è possibile arrivare a un mix energetico 100% rinnovabile», obietta qualcuno. Ben prima di preoccuparci se sia o meno fattibile il 100%, dovremmo almeno avvicinarci al 50% o al 70%.

Ricordate come deve essere la transizione energetica? Rapida.

C’è un’ultima questione su cui è necessario fare chiarezza: la differenza tra attivismo e informazione. Si può sostenere la causa più nobile e giusta di questo mondo. Io stesso, come essere umano che vive su questo pianeta, mi considero un attivista per il clima e l’ambiente. Ma questo, per quanto possibile, non dovrebbe impedirci di formulare giudizi e valutazioni corrette. Non si tratta soltanto della nota differenza tra fatti e opinioni. A partire dai fatti, si possono maturare opinioni diverse. Si tratta, piuttosto, della capacità di dare una rappresentazione il più corretta possibile di una questione.

Il genere di attivismo che prende di mira quelli che ritiene essere i propri avversari finisce per essere un attivismo non solo pro ma anche contro. Un certo attivismo pro-nucleare, come abbiamo visto, non si limita a difendere le buone ragioni di questa fonte di energia, ma mette in discussione il ruolo delle energie rinnovabili alimentando miti e pregiudizi sul loro contributo alla produzione di energia elettrica. Di fatto, questo attivismo mette in competizione nucleare e rinnovabili, invece di descrivere, in modo corretto, il loro rispettivo ruolo nella transizione energetica.

Settarismo e manicheismo caratterizzano da tempo il dibattito sul nucleare. Invece di un’accademia platonica, il modello è un ring dove si lotta senza regole. Anche queste discussioni finiscono per consumare inutilmente quel tempo che non abbiamo, mentre le lancette della crisi climatica corrono.


Gerusalemme si infiamma

C’è sia l’evidenza delle atrocità commesse dall’esercito di Putin, sia l’intenzione di volerle commettere: il grande storico delle uccisioni di massa Timothy Snyder rilegge e spiega l’articolo pubblicato dalla Novosti e tradotto in italiano da Naufraghi/e 

Di Gabriele Carrer, Formiche.net

Sugli scontri tra la polizia israeliana e i palestinesi alla moschea di Al-Aqsa, nella Città vecchia di Gerusalemme, che avrebbero già causato 170 feriti, è alta l’attenzione internazionale. La questione è al centro di una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Si sono mossi a livello diplomatico diversi Paesi. Tra questi la Turchia, con il presidente Recep Tayyip Erdogan che ha sentito telefonicamente l’omologo israeliano Isaac Herzog; gli Emirati Arabi Uniti, il cui ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore israeliano Amir Hayek per protestare contro le condotte della polizia; e anche gli Stati Uniti, con il segretario di Stato Antony Blinken che ha avuto colloqui telefonici con il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas e con gli omologhi israeliano (Yair Lapid) e giordano (Ayman Safadi) in cui ha sottolineato “l’importanza” di mantenere lo status quo dei luoghi religiosi di Gerusalemme.

Ma gli scontri stanno causando anche scricchiolii nel governo israeliano. Il partito arabo Raam ha deciso di sospendere la sua partecipazione ai lavori della coalizione. Il gruppo alla Knesset è composto da quattro deputati: se dovesse maniere questa posizione anche l’8 maggio, quando è previsto il rientro del Parlamento dalla pausa, allora l’esecutivo è destinato a cadere. Anche perché nei giorni scorsi Idit Silman aveva annunciato l’uscita da Yamina, il partito del primo ministro Naftali Bennett, di cui era capogruppo portando sul 60 a 60 gli equilibri alla Knesset tra maggioranza e opposizione. Lei spera nella nascita di un governo di destra, dunque con Bennett e con il suo predecessore (di cui era un fedelissimo) Benjamin Netanyahu, senza necessità di passare dalle elezioni (i numeri alla Knesset ci potrebbero essere, a mancare sembra essere la volontà delle parti a lavorare assieme). Ma sarebbero in corso le trattative per un suo approdo al Likud, il partito dell’ex primo ministro.

Le mosse di Raam e di Silman, alle quali si somma la reticenza di Bennett ad affrontare la questione palestinese per evitare ulteriori tensioni nel governo, rischiano così di portare Israele alle urne per la quinta volta in soli tre anni.

Anche per questo motivo gli Stati Uniti si stanno spendendo molto a livello diplomatico per calmare le acque. Washington ha molto scommesso, meno di un anno fa, sulla nascita del governo Bennett per due ragioni in particolare. La prima: ha rappresentato una svolta dopo 12 anni di regno ininterrotto di Netanyahu, che aveva coltivato un ottimo rapporto con il predecessore di Joe Biden alla Casa Bianca, Donald Trump. La seconda: secondo gli accordi “di rotazione” siglati alla nascita dell’esecutivo, il primo ministro Bennett dovrebbe lasciare la guida del governo a Lapid, politico centrista molto in sintonia con l’amministrazione Biden, a metà legislatura, cioè alla fine del mese di agosto del 2023.

La diplomazia statunitense è “in contatto con alti funzionari israeliani e palestinesi per cercare di allentare le tensioni” e “garantire la sicurezza” tramite telefonate “anche di altissimo livello”, ha spiegato Ned Price, portavoce del dipartimento di Stato. E, esprimendo “profonda preoccupazione”, ha aggiunto: “Continuiamo a chiedere a tutte le parti di esercitare la moderazione, di evitare gesti e retorica di provocazione, e di preservare lo status quo storico”. Nessun riferimento diretto al governo Bennett-Lapid, a dimostrazione di quanto delicata sia la situazione vista da Washington.