Di Putin fa paura anche la debolezza

Un’analisi sull’evidente fallimento della Russia in Ucraina, e sulle possibili reazioni di uno zar comunque in difficoltà e dipendente dalla Cina 

“L’invasione russa dell’Ucraina si sta dimostrando un vero disastro. Lontani gli obiettivi militari iniziali, tuttora da centrare quelli fissati di recente, assai dure le sanzioni approvate dall’Occidente contro Mosca. Ancora più rilevante, difficilmente la Federazione potrà riprendersi dal danno di immagine in cui è incappata. Vera tragedia pere un impero antico, dunque abituato a vivere anzitutto lo status del riconoscimento della sua potenza da parte degli altri, del timore indiscusso dei suoi interlocutori”.

Affermazioni di Dario Fabbri, analista geopolitico, fra i responsabili della rivista ‘Limes’ di Lucio Caracciolo, il direttore che non ha mai nascosto dubbi, scetticismi e contrarietà in merito alla consegna di armi occidentali e di addestramento americano alla resistenza ucraina L’analisi di Fabbri, apparsa la vigilia di Pasqua sul supplemento ‘Scenari’ del quotidiano ‘Domani’, è dunque di particolare interesse, anche se evita di ricacciarsi nel dibattito su quanto la reazione dell’esercito di Zelensky si debba al rifornimento di armi difensive da parte di Stati Uniti ed Europa. Analisi che porta un titolo schietto, senza equivoci, che si vuole profetico. Eccolo: ”Comunque vada, il fallimento della Russia è già evidente”.

Continua l’autore: “In definitiva tale sconclusionata campagna avrà un effetto molto negativo sulla capacità di Mosca di imporre la propria visione, di sconsigliare un’eventuale azione contro di sé. Ormai aggrappata soltanto all’idea di imprevedibilità che la riguarda, abbastanza per sopravvivere, non per scongiurare di essere diretta da una Cina famelica”. Altra indispensabile passaggio per capire la catena di errori commessi dal ‘generale Vladimir’ : naufragata la prima fase dell’invasione (rapida caduta di Kiev, istaurazione di un governo vassallo), ”Mosca ha provato a cingere d’assedio le altre principali città d’Ucraina, nella speranza di fiaccare la resistenza e la popolazione, per conquistare i centri nevralgici, e tirare verso sé ampie fette della popolazione. Prima di scoprire, con sommo stupore, che seppure russofoni gli abitanti non avevano alcuna intenzione di arrendersi, di fondersi con gli occupanti. Allora il Cremlino ha compreso di mancare degli effettivi di fanteria per conquistare una nazione di oltre quaranta milioni di abitanti, ampiamente ostile a ovest del (fiume) Dnepr”.

Sperava, il neo zar, di sopperire con i terribili ceceni di Kadyrov – esperti di guerriglia urbana, e corresponsabili della feroce repressione (da 50 m ila a 100 mila morti tra i civili) con cui ottennero da Putin di rimanere nella Federazione russa marciando su una capitale Grozny ridotta letteralmente in macerie; oppure con i turcofoni della Siberia, modello di quella gioventù in cerca di ruolo e rivincita sociale perché più isolata e povera e marginale della Madre Russia; o ancora con le formazioni siriane di Assad salvato dai bombardamenti russi a tappeto sotto la guida del generale Dvornikov, ‘il macellaio della Siria’, che Putin ha ripescato mettendolo alla guida dell’ ‘operazione militare speciale’. Nemmeno questo è finora bastato, convincendo il Cremlino a ripiegare sull’obbiettivo minimo: 1. la conquista della maggior parte del Donbass (in realtà già sotto ‘protettorato russo’ con buona e cinica pace degli occidentali), cassaforte ucraina delle ricchezze minerarie ed industriali del paese, 2. il controllo a sud lungo coste dei due mari (Azov e Nero) che garantiscono il deflusso di esportazioni vitali, anche di grano (Russia e Ucraina insieme, ne garantiscono quasi il 25 per cento a livello mondiale). Traguardi ancora da raggiungere (e l’affondamento dell’ammiraglia Moskva nel Mar Nero è un’ulteriore mortificazione) per poi essere eventualmente esibiti come scalpo trionfante, soprattutto a un’opinione pubblica russa imbevuta di nazional-imperialismo, pur senza escludere la prospettiva di un brusco, amaro e frustrante risveglio.

Conclusione di Diego Fabbri: “È questa la principale sconfitta per il Cremlino. Ogni impero vive innanzitutto di credibilità, della propria immagine riconosciuta, specie la Russia da molti decenni mancante di mezzi per sostenere le velleitarie ambizioni di potenza. Negli ultimi anni era riuscita a raccontarsi come un soggetto eccezionalmente efficace e minaccioso, a fronte di un relativo dispendio di energie, attraverso campagne discretamente semplici come tutte quelle condotte in Siria e in Libia. Le disastrose operazioni attuate in Ucraina squarciano inevitabilmente tale propaganda, la rendono non più percorribile…Più concretamente Putin sa che nel prossimo futuro la paura esercitata sugli altri, di cui vive la sua nazione, andrà inevitabilmente scadendo, sommersa dalle immagini di mezzi antiquati impantanati nel fango ucraino, dalle scene di soldati russi spaesati, tipiche di una media potenza militare e non certo di un egemone indiscusso. Danno ingente, da cui sarà complesso riprendersi nell’immediato, fallimento innegabile della guerra. Poco cambierà pure se Mosca imponesse la neutralità a Kiev – giacché questa si tradurrà comunque in una non dichiarata appartenenza al fronte occidentale. Né se le impedisse di aderire alla NATO – nessun membro dell’Alleanza Atlantica ha mai concretamente sognato di accogliere il paese di Zelensky. Né se l’armata prendesse l’intero Donbass, regione da tempo controllata (dai russi) da remoto, come dimostrato nel 2018 dal blocco imposto alle navi ucraine nel mare d’Azov. Niente potrà mascherare le nefaste sofferenze provocate dalla disinvoltura del Cremlino, tanto ingenti da trasformare la Russia in un socio di minoranza dell’impero cinese. Destino umiliante per chi tempo fa rifiutò di assumere il medesimo ruolo nello schema americano”.

A questo punto dove sta il pericolo? Non solo nel protrarsi del conflitto, con altre numerose vittime e massicce distruzioni. Ma anche nella eventualità che il pericolo sta proprio e paradossalmente … nella debolezza di Putin. Se la lettura di Fabbri e altri analisti è corretta, in una disperata irrazionale risposta dello sconfitto per uscire dall’angolo in cui ha schiacciato sé stesso e la sua nazione. In molte biografie autorizzate, il presidente russo racconta quella che ritiene essere stata una ‘lezione di vita’. Nel palazzone di San Pietroburgo in cui viveva da ragazzo, in un misero monolocale, il suo divertimento preferito era la caccia ai topi. Finché non incontrò quello che definisce ‘il Topo alfa’. Che vistosi senza scampo, decise di contrattaccare. Un insegnamento indimenticabile, ha sempre affermato Putin. Che potrebbe concretamente tentarlo anche oggi.

Per ribaltare la situazione. Per non rimanere schiacciato dai suoi errori. Dalla Storia. E dalla mancata promessa di una Russia laboratorio di un mondo nuovo, anti-liberale, anti-democratico, conservatore, imperiale e basato sui valori ‘religiosi’. Il ‘Putin Alfa’ potrebbe reagire con l’arma più volte evocata, che può rovesciare l’immagine dell’impotenza: quella nucleare, anche se nella versione ‘tattica’, devastante ma destinata a un obiettivo e a un perimetro limitati. Provocando quale tipo di replica? Inizio di una eventuale, possibile, imprevedibile escalation? Ecco perché temere un Putin debole. Con o senza guerra. Peggio ancora, se a Ovest dovesse spuntare qualche ‘dottor Stranamore’ convinto che nella risposta occidentale, con le stesse armi, dovesse prevalere chi pensa che sarebbe il momento buono per un definitivo regolamento dei conti col putinismo. Meglio allora pensare fin d’ora in che modo eventualmente maneggiare un materiale così esplosivo e devastante: come, in qualche modo, imitare Bismark, che cooptò gli sconfitti, e non Versailles, che li umiliò: come recuperare la Russia (con o senza Putin) e non perderla in uno scenario post-imperiale che potrebbe anche diventare catastrofico


Scontro decisivo sotto l’urto russo

Un’analisi sull’evidente fallimento della Russia in Ucraina, e sulle possibili reazioni di uno zar comunque in difficoltà e dipendente dalla Cina 

Di Emanuele Rossi, Formiche.net

La Russia ha iniziato l’offensiva orientale, anticipata da una serie di manovre tattiche ucraine: forme di contro-attacchi preventivi frutto anche di una fase di galvanizzazione di Kiev. Nella notte, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva anticipato i russi anche sulla narrazione: in un video messaggio pubblico aveva reso noto l’inizio di violenti attacchi lungo i quasi cinquecento chilometri di fronte nel Donbas.

“Non importa quanti militari vengono schierati, noi combatteremo, ci difenderemo”, ha detto il presidente ucraino. Secondo alcune ricostruzioni effettuate dal Pentagono nel corso degli ultimi giorni, la Russia avrebbe schierato nell’area 76 gruppi tattici da combattimento, che sono le unità da 600/800 uomini che fanno da scheletro alle unità d’attacco del Cremlino. Se i dati sono giusti, significa che circa la metà della forza attualmente operativa di Mosca è stata posizionata lì (va da sé che parte del rimanente enorme Paese è strategicamente scoperto).

Nella mattinata di ieri, martedì 19 aprile, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha annunciato in forma ufficiale l’inizio di questa seconda fase della “operazioni militare speciale — come notoriamente il Cremlino chiama l’invasione ucraina per minimizzare ciò che sta facendo davanti ai propri cittadini. Anche il ministero della Difesa russo, che ha già dichiarato che gli obiettivi iniziali e la prima fase dell’operazione militare speciale erano stati completati, ha parlato della fase-2.

Non è chiaro quali siano stati questi obiettivi raggiunti secondo il ministero di Mosca, sembra più chiaro che dopo una fase di riorganizzazione di due settimane — dovuta piuttosto agli arretramenti subiti a Kiev e al nord — ora gli attacchi saranno circoscritti alla porzione orientale dell’Ucraina. Una fascia nord-sud, da Kharkiv al Mar Nero (Mariupol e Kherson). È uno shift che potrebbe cambiare l’efficacia russa per due ragioni.

Primo, i russi adesso lavorano sotto il comando centralizzato del generale Aleksander Dvornikov, “il boia di Aleppo” (soprannome guadagnato in Siria per la violenza con cui soffocava le città che il regime assistito dalla Russia intendeva conquistare, come Aleppo appunto, stremate fino alla fame, rase al suolo). Secondo: la concentrazione su un unico obiettivo (le unità di difesa ucraine nel Donbas) e su un’area più ristretta, oltretutto più vicina alla Russia e dunque con una logistica più corta.

I soldati di Mosca sotto un unico coordinamento e su uno spazio d’azione più limitato potrebbero essere più organizzati, ordinati, efficaci. Allo stesso tempo gli ucraini potrebbero avere ragioni per essere portati a spingere la difesa e i contrattacchi, anche legati ad almeno tre booster psicologici recenti.

Primo, la definizione di “genocidio” arrivata da Joe Biden: la Casa Bianca ha rapidamente spiegato che non ci saranno cambiamenti nelle policy, ma certe parole contano sull’orgoglio e sulla motivazione (tra l’altro oggi Biden farà il punto della situazione in una call con alcuni alleati Nato). Secondo, l’affondamento del “Moskva” e tutto l’insieme di simboli che questo si è portato dietro: il significato è che niente è impossibile. Terzo, le informazioni circolate sul training diretto fornito da gruppi di forze speciali britanniche (e di altri Paesi): gli ucraini che combattono si potrebbero sentire meno soli nel difendere la propria causa.

Le aree di attacco nel Donbas seguono quattro punti di sfogo: Izyum, Rubizhne, Popasna e Marinka, mentre Kreminna sarebbe già stata conquistata dai russi. Se come di norma succede l’attacco dipenderà dalle capacità delle forze avanzate di sfondare (e dunque anche dell’efficienza con cui la logistica fornirà il supporto necessario), le prossime 48-72 ore saranno decisive per comprendere l’andamento dell’offensiva. Là, dove si combatte da otto anni lungo la Joint Force Operations, Kiev ha schierato le truppe migliori. Inutile dire che un’ulteriore insuccesso potrebbe inasprire ancora di più le violenze ordinate da Vladimir Putin.

Le forze russe possono essere in grado di guadagnare terreno attraverso la pesante concentrazione di artiglieria. Tuttavia, l’Institute for the Study of War, che ha seguito centimetro per centimetro la guerra, ritiene improbabile che le operazioni russe abbiano molto più successo delle precedenti grandi offensive intorno a Kiev. La ragione di questa considerazione è che è improbabile che l’esercito russo abbia affrontato le cause di fondo — scarsa coordinazione, incapacità di condurre operazioni a livello transnazionale e basso morale — che hanno impedito successi precedenti.

Il successo dei contrattacchi ucraini a sud-est di Kharkiv probabilmente costringerà le forze russe a deviare alcune unità destinate all’offensiva di Izyum, ma è altrettanto improbabile che le forze ucraine interrompano completamente le linee di comunicazione russe a nord nei prossimi giorni. A Mariupol intanto. contro l’artiglieria russa pesante e il bombardamento aereo, l’ultima resistenza tiene l’acciaieria Azovstal, asserragliata insieme a un migliaio di civili che hanno trovato rifugio nei tunnel sotto l’impianto.

È scaduto un ultimatum russo e si teme il peggio, c’è un cessate il fuoco temporaneo per evacuare i civili. Come per la vicenda della Azovstal, sembra non essere chiaro un end game al momento. L’andamento e l’intensità degli scontri nell’Est potrebbe influenzare notevolmente il procedere dei contatti diplomatici avviati settimane fa, che sono praticamente fermi nella sostanza. L’Ucraina si sente in grado di resistere, la Russia di sfondare: la battaglia è inevitabile.

Nell’immagine: l’acciaieria Azovstal di Mariupol prima dell’inizio dei bombardamenti


Massimo Nava – Marine spera ancora nel voto anti-sistema

Un’analisi sull’evidente fallimento della Russia in Ucraina, e sulle possibili reazioni di uno zar comunque in difficoltà e dipendente dalla Cina 

Massimo Nava è corrispondente da Parigi e analista politico del Corriere della Sera
Nell’immagine: un “ambigramma” sul nome di Mélenchon (“Mélenchon” diventa “Voyou à la rue”)


Elogio del «però»

Un’analisi sull’evidente fallimento della Russia in Ucraina, e sulle possibili reazioni di uno zar comunque in difficoltà e dipendente dalla Cina 

L’odierno linguaggio di guerra in Italia trova nel lessico rutilante del Gabriele D’Annunzio interventista ispirazione per i propri neologismi. Nei radiosi aprile-maggio 1915 il poeta-soldato giustificava l’aggressione con un modello argomentativo che è esattamente quello putiniano. L’Italia doveva strappare le terre dell’Adriatico orientale all’Austria perché il possesso di quel mare «ci apparteneva per diritto divino e umano», in quanto «la vita civile delle due coste adriatiche [era] stata sempre d’origine e d’essenza italiane» (aprile). Indipendentemente dall’avversario di turno, quell’insieme lessicale può essere riservato anche a coloro che si pongono al di fuori di logiche guerresche narrate attraverso assolutismi astratti e sacri principi. Costoro sono, nel migliore dei casi, ignavi, ma, «oggettivamente» in via di tradimento o già traditori: «manutengoli, mezzani, leccapiatti, leccazampe», allora delle cancellerie di Vienna, ora di quelle di Mosca. La fraseologia dannunziana combinava insieme l’aspetto trucido, prevalente, e quello dell’irrisione e del dileggio. I contrari alla guerra erano contemporaneamente «un pugno di ruffiani» seguaci del neutralismo di Giolitti («vecchio boia labbrone») e dei socialisti. Nello stesso tempo i non interventisti, che volevano misurare «con la spanna del merciaio» imperativi assoluti misurabili solo «con la spada lunga», argomentavano ridicolmente «ciangottando da rivenduglioli» (maggio).

Così oggi i non interventisti, quelli che si dichiarano contro gli imperi sia del bene che del male, sono diventati i «no vax della geopolitica», tendenti «alla capziosità», tanto da utilizzare nel loro subdolo ciangottìo da rivenduglioli, persino l’innocente congiunzione avversativa «però», sotto accusa come strumento di giustificazione del nuovo zar: «Putin è un criminale, Biden però…» (A. Grasso, «Corriere della Sera» 10 aprile).

Non hanno torto i tardi epigoni della lunga tradizione dannunziana a diffidare, dal loro punto di vista, dell’uso frequente di questa avversativa da parte di coloro che si pongono il problema primario della comprensione dell’evento bellico in corso. Comprensione significa innanzitutto contestualizzazione dell’oggetto, cioè il suo inserimento in un sistema di relazioni che abbiano una propria coerenza (struttura) sia nello spazio che nel tempo. Il «però» esprime, dunque, una prima consapevolezza della necessità di porsi domande critiche di fronte a narrazioni unilineari e monodimensionali.

Quando si dice che l’aggressione della Russia all’Ucraina non è, come recita la propaganda di Putin, un’«operazione» militare, ma una guerra orrenda, un crimine, però l’Iraq… non si intende giustificare un orrore con un altro orrore, bensì verificare il tipo di relazione esistente tra i due orrori.

L’invasione di uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti e di alcuni paesi della Nato ha avuto come inseparabili compagni cumuli di menzogne e di cinismo. Indicibile lo spettacolo di un segretario di stato che agita una provetta contenente polvere bianca davanti all’assemblea Onu come prova di legittimazione dell’aggressione. Intollerabile la risposta di Madeleine Albright alla domanda di un giornalista che gli chiedeva se era valsa la pena di provocare la morte di mezzo milione di bambini iracheni: «Penso che sia una scelta molto difficile, ma il prezzo, pensiamo, il prezzo ne vale la pena».

In questo caso (se ne potrebbero aggiungere molti altri recenti di analogo significato) il «però» apre la prospettiva d’indagine sulle logiche delle forme imperialismo nel nostro presente. Una prospettiva che necessita di uno sguardo analitico che percorra, in tutte le sue direzioni, gli ultimi trent’anni. Il nostro presente, infatti, coincide con un tempo che ha inizio da un evento dalla fortissima carica periodizzante: la fine dell’Urss. Lo sguardo suddetto non dovrebbe essere prerogativa solo degli storici che, peraltro, cercano elementi di comprensione dei trent’anni del nostro presente in temporalità multiple, ma dovrebbe esserlo anche quel giornalismo che si avventura sul piano dell’analisi politica. Ovviamente si tratta di una dimensione dove gli interrogativi abbondano insieme ai «però».

L’invasione dell’Iraq è stata un «errore»/orrore relegato al passato (Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto. Chi ha dato, ha dato, ha dato. Scurdammoce o’ passato)? Oppure un evento, non deterministicamente necessario, di una lunga opzione strategica maturata dagli Stati Uniti dopo il 1991? L’invasione dell’Ucraina è un evento dovuto ad un colpo di pazzia di Putin, oppure un errore / orrore, anch’esso non deterministicamente necessario, di una lunga opzione strategica della Russia maturata fin dagli inizi del nuovo secolo? E questi errori / orrori non erano forse delle possibilità interne al clima conflittuale di due imperialismi dei nostri tempi?

Certo che la rappresentazione in termini di scontro di civiltà, universalismo democratico contro universalismo delle dittature, è narrazione caricaturale e propagandistica. Però…

Ecco, anche chi è contro la logica dei nuovi/vecchi imperialismi non può sfuggire agli interrogativi posti dalla piccola, innocente congiunzione avversativa.

Paolo Favilli è filosofo
Nell’immagine: Gabriele D’Annunzio a Quarto nel 1915


Sergio Rossi – Casse malati, aumenti ‘drammatici’?

Un’analisi sull’evidente fallimento della Russia in Ucraina, e sulle possibili reazioni di uno zar comunque in difficoltà e dipendente dalla Cina 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Tesi, testi e protesi (editoriali)

Un’analisi sull’evidente fallimento della Russia in Ucraina, e sulle possibili reazioni di uno zar comunque in difficoltà e dipendente dalla Cina 

In mezzo all’Europa, in un’area storicamente fra le più tormentate, da oltre 50 giorni è in corso la guerra. Su questo non c’è dubbio. A scatenarla vi è un Paese, la Russia di Putin, che ha invaso militarmente uno Stato confinante, l’Ucraina di Zelensky, in spregio ad ogni diritto e convenzione. Anche su questo non c’è dubbio.

Questa guerra sta generando un esodo di profughi, specie donne e bambini, in fuga dalle bombe e dalle peggiori atrocità. Ne stiamo accogliendo anche noi, con slancio indiscutibile di solidarietà e generosità. Donne e bambini che sono fra noi, che possiamo incontrare davanti alle scuole o nei supermercati, con quell’aria smarrita e quella lingua incomprensibile. È un fatto, non c’è dubbio.

Per tutto il resto, i dubbi ci sono, eccome, e crescono, si alimentano. I fatti della guerra sono analizzati, raccontati, diffusi, interpretati, passando da inviati e agenzie alle testate giornalistiche e ai siti informativi di tutto il mondo. Ogni giorno ci piovono addosso dosi sempre più massicce di notizie, spesso contraddittorie, in ogni caso di fonte incerta, non precisata, o già definita “di parte”.

Nella sua ineluttabile tragicità, questa guerra, sembra anche voler segnare un momento cruciale per il giornalismo, a tutti i livelli, in ogni parte del mondo. In quanto conflitto ipermediatizzato, soggetto come non mai all’azione costante degli apparati propagandistici che trovano “in rete”, canali di trasmissione pressoché infiniti, la guerra in Ucraina chiama i media informativi ad una nuova, terribile prova, proprio quando sono in piena “crisi d’identità” di fronte al processo, ancora tutto da capire e regolare, della rivoluzione digitale.

Fra i numerosi suoi aspetti, questa guerra è, giornalisticamente, terreno quotidiano di fact checking, nella verifica, minuto per minuto, della veridicità dei fatti che vengono raccontati e diffusi; una pratica sempre più importante svolta da una categoria di giornalisti, i debunker, cui oggi dobbiamo molto se possiamo, qualche volta, arrivare a dire che “quei fatti” si sono svolti proprio così.

Ma non è per niente facile: ogni redazione giornalistica sa perfettamente quanto sia fondamentale il lungo e faticoso lavoro di controllo delle fonti, la messa in relazione di fatti e riscontri; per i giornalisti, in particolare, chiamati a lavorare tendenzialmente in condizioni sempre più “estreme”, svolgendo mansioni plurime sulle diverse “tastiere”, dentro redazioni decimate dalle misure di risparmio, questa della guerra è una prova cruciale, che merita attenzione, certo, da parte loro, ma anche comprensione per chi, da lettore, fruitore, pubblico, sa quanto conti il loro lavoro.

E preoccupa non poco leggere, sui nostri due principali quotidiani, un’articolessa sulla guerra firmata da Alberto Siccardi, in cui il noto imprenditore e fondatore di Medacta, azienda leader nel campo delle protesi articolari, così si esprime a proposito della difficoltà a capire i fatti del conflitto in Ucraina: “Per quanti anni andremo avanti senza una legge efficiente, che colpisca duramente chi, pagato e preposto a parlare di cose così importanti alla popolazione, si permette di non essere obiettivo e di seguire una strategia comunicativa prefissata da una parte politica o più semplicemente voluta per far aumentare gli indici di ascolto.

Quando potremo fidarci dell’informazione? Non per nulla in Svizzera il Popolo Sovrano ha votato contro il finanziamento dei media da parte dello Stato. La gente non crede sempre a quello che sente o legge e ha votato contro perché non si fida. Già questa conquista sarebbe un grande passo avanti per tutti noi, bombardati ogni giorno in modo martellante dall’informazione, nelle sue varie forme.” (v. “Corriere del Ticino” e “laRegione” del 14.4.22)

Insomma, è tutta colpa dei giornalisti, incapaci di essere obiettivi e giustamente puniti per questo dal pubblico di votanti che hanno affossato un sostegno ai media (e correranno, c’è da credere, a sottoscrivere l’iniziativa per il canone RTV a 200.-). Una conclusione davvero un po’ tanto drastica, e per di più paradossale.

Che la categoria dei giornalisti possa e debba fare un po’ di conti con la propria funzione, può essere anche opportuno. Per quella degli editori, varrebbe la pena, in ogni caso, fare l’esercizio di capire che strada “obiettiva” prenda un giornale “indipendente” nell’ospitare settimanalmente le pagine di uno spazio chiamato “Pubbliredazionale a pagamento”, una sorta di “protesi editoriale” in cui si lascia dire quello che vuole a chi ha i soldi per farlo.

E chi ha i soldi per farlo, come Alberto Siccardi, usa questo spazio, per dire la sua o proporre commenti di amici come Tito Tettamanti, comprando una pagina attraverso una società anonima, la “Spazio Libero SA” (con un capitale di 300.000 franchi), di cui è ovviamente presidente, accompagnato dall’unico “membro”, che è l’ex-direttore del “Corriere del Ticino” Giancarlo Dillena (Si veda il Registro di Commercio della Confederazione).

Siccardi scrive, qui, con il pretesto della guerra, per parlare di obiettività, senza spiegare in cosa dovrebbe consistere, e per invocare una legge che predisponga punizioni esemplari nei confronti di chi, a suo dire, obiettivo non lo è (in pratica, per chiunque voglia essere giornalista fino in fondo, mettendo nel lavoro il prezioso bagaglio delle proprie esperienze e competenze).

Ma di questo passo, davvero, si finirà per ottenere il contrario di quanto, più o meno pretestuosamente, si invoca quando si domanda ai media di “spiegare quel che accade”. Di questo passo, i mezzi di informazione avranno redazioni ancor più ridotte all’osso: scriverà e sentenzierà chi paga (e non poco) per farlo. Con buona pace dell’indipendenza e dell’obiettività.


Banalità del male

Un’analisi sull’evidente fallimento della Russia in Ucraina, e sulle possibili reazioni di uno zar comunque in difficoltà e dipendente dalla Cina 


Il pacifismo difficile

Un’analisi sull’evidente fallimento della Russia in Ucraina, e sulle possibili reazioni di uno zar comunque in difficoltà e dipendente dalla Cina 

“La guerra, anche quella che si invoca o si fa per porre fine ad altre atrocità, ‘per far finire tutte le guerre’, non può funzionare perché è di per sé antitetica alle ragioni che la sostengono: la guerra è la negazione di ogni diritto”. (Gino Strada)

Di fronte alla barbara invasione dell’Ucraina da parte della Russia l’opzione pacifista fatica a farsi sentire. Siamo di fronte a un clima belligerante che ritiene ineluttabile il confronto armato e la necessità di sostenere la resistenza ucraina con l’invio di armi.

I pacifisti sono presi di mira, spesso insultati, quasi sempre derisi, snobbati come ignoranti e accusati di “collaborazionismo con Putin”, o di essere vigliacchi, pusillanimi e infantili. Come mai tanta acredine contro il pacifismo e l’ideale non violento? Se vogliamo provare ad abbozzare un controcanto, ponendo qualche interrogativo, dobbiamo precisare subito, a scanso di equivoci, che l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin è un atto criminale e va condannata, senza se e senza ma. Il pacifismo non è equidistante. Questo però non significa applaudire la smania militarista che si è impadronita dell’Europa con la corsa al riarmo.

È possibile sostenere l’Ucraina senza invocare l’uso delle armi per rispondere all’aggressione?

Non ci sono guerre giuste

Il primo pacifista è Papa Francesco: “La vera risposta non sono altre armi o altre sanzioni. Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si è impegnato a spendere il 2% del PIL nell’acquisto di armi”. “Non ci sono guerre giuste, non esistono”.

Il fatto nuovo di questi ultimi cinquant’anni, riconosciuto da tutti, è che siamo di fronte al rischio di guerra nucleare. Forse non mondiale, ma certo con armi atomiche tattiche che possono distruggere parte dell’Europa e colpire milioni di abitanti. L’osservazione di Albert Einstein del 1964 rimane più che mai attuale: “Il potere che può scatenare l’atomo ha cambiato tutto, salvo il nostro modo di pensare”. La minaccia di una guerra nucleare modifica radicalmente il giudizio sul conflitto in corso in Ucraina. Perciò appaiono strampalati e infondati alcuni confronti avanzati dai commentatori: il risorgimento italiano, la guerra di Spagna, il Vietnam, le guerre di liberazione. No, siamo nel 2022, e la deterrenza nucleare espressione della guerra fredda è ormai svanita.

Un campione di realpolitik (merce rara, ormai, fra i contemporanei), Henry Kissinger, poneva nel 1957 un dubbio. “Se ci basiamo sulla nozione di guerra totale come maggior criterio dissuasivo (…) abbiamo due possibilità: o i nostri alleati ritengono che qualsiasi sforzo militare è inutile, oppure acquisiscono la convinzione che la pace, anche capitolando, è meglio della guerra. Nella misura in cui si conosce meglio la capacità distruttiva delle armi moderne, sembra sempre meno ragionevole assicurare che gli Stati Uniti, e ancor più il Regno Unito, sarebbero pronti al suicidio pur di rifiutare una zona, pur importante, a un nemico”. Dunque Kissinger, che tra l’altro ha criticato ancora recentemente l’allargamento a est della NATO, esprimeva un quesito fondamentale: meglio russi che morti?

Resistenza disarmata

Un recente articolo su Foreign Affairs che valuta cosa può accadere nel dopoguerra ucraino afferma: “Putin ha scatenato la guerra per creare un cuscinetto tra la Russia e il sistema guidato dagli Stati Uniti in Europa. Non potrebbe fare a meno di mettere in piedi una struttura politica per raggiungere i suoi obiettivi e mantenere un certo livello di ordine nel paese. Ma la popolazione ucraina ha già dimostrato che non accetterà l’occupazione. Resisterà con determinazione, con atti di ribellione quotidiani e con un’insurrezione interna o contro uno stato fantoccio messo in piedi dall’esercito russo nell’est del paese”. E ancora: “Un’Ucraina russificata può esistere nella fantasia di Mosca, e i governi sono certamente capaci di agire basandosi sulle loro fantasie. Ma non potrebbe mai funzionare in pratica, a causa delle dimensioni del paese e della sua storia recente”.

Questo scenario, che viene suggerito per il dopoguerra, non poteva essere immaginabile fin dal 24 febbraio, pensando a una resistenza disarmata da parte degli ucraini?

Difesa nonviolenta

L’opzione pacifista significa non rispondere con le armi all’aggressione. È accaduto in Crimea, occupata dai russi nel 2014. Obama allora si accontentò di alcune sanzioni economiche contro la Russia. L’Ucraina non reagì e la popolazione della penisola nemmeno, anzi. Il referendum popolare (81,3% la partecipazione) confermò la volontà dei cittadini della Crimea all’annessione alla Russia con il 96,77%. Referendum condizionato e messo in discussione dall’Ucraina e dall’Occidente.

Maciej Bartkowski, esperto di resistenza civile alla John Hopkins di Washington e membro dell’International Center on Nonviolent Conflict (ICNC), ha illustrato le possibilità di resistenza non violenta in Ucraina, citando un sondaggio del 2015 dell’Istituto internazionale di sociologia di Kiev: “Il sondaggio ha avuto luogo subito dopo la rivoluzione di EuroMaidan e la presa della Crimea e della regione del Donbas da parte delle truppe russe, quando ci si poteva aspettare che l’opinione pubblica ucraina fosse fortemente a favore della difesa della patria con le armi. I risultati, tuttavia, hanno rivelato un sostegno sorprendentemente forte per un’alternativa al tipo di resistenza armata: la difesa nonviolenta guidata dai civili”. I dati mostrano che le lotte nonviolente contro gli occupanti tra il 1900 e il 2006, sostiene Bartkowski, hanno avuto successo il 35% delle volte, mentre la resistenza armata è riuscita il 36% delle volte, ma a costi enormi in termini di sacrifici umani e materiali. Una resistenza nonviolenta – annota Bartkowski – conserva più efficacemente il tessuto della società civile e offre possibilità maggiori di costruire la democrazia.

Le logiche militari alla fine inquinano la politica e la società civile, mentre la forza del pacifismo è dimostrata storicamente da alcune personalità vincenti: Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela, il presidente del Kossovo Rugova, ma anche il fondatore di Emergency Gino Strada.

Se l’Ucraina avesse avuto un atteggiamento nonviolento, i russi sarebbero arrivati a Kiev in pochi giorni. Da quel momento il popolo ucraino, che sta dimostrando nella guerra grande slancio patriottico e capacità di resistenza, avrebbe potuto iniziare una lotta su tanti fronti: manifestazioni oceaniche nelle strade, scioperi generali, disubbidienza civile, richiesta di sostegno pacifico e diplomatico all’occidente, al Papa, all’ONU. Creare due, tre, molte EuroMaidan.

Osare la pace

I civili che perdono la vita in Ucraina sono una tragedia, così come la certezza di ritrovarsi con un paese distrutto, con città rase al suolo. Ma anche i profughi, che ormai superano i quattro milioni, rappresentano una realtà drammatica e preoccupante. Quanto durerà l’esilio? E quanti problemi si creeranno nei paesi ospitanti se la guerra si prolunga? E quali conseguenze avrà la mancata raccolta del grano ucraino, che affamerà le popolazioni più povere del pianeta e gli stessi contadini produttori? Intanto, la funesta realtà della guerra e la vertigine del riarmo hanno annullato qualsiasi iniziativa diplomatica internazionale. Si sono mossi i turchi e gli israeliani, non proprio garanti di capacità di pacificazione. E la piccola Austria di fronte a un Putin sordo. L’Europa non ha una posizione negoziale e non è riuscita a manifestarsi come attore diplomatico, anche perché paga l’inesistenza della sua politica estera e la simbiosi con la NATO.

Se il Papa andasse a Kiev sarebbe “portentoso”, ha detto padre Alex Zanotelli, direttore della rivista Mosaico di pace.

A proposito di diplomazia, dov’è l’ONU, con la sua opera di peacekeeping? Dove sono i caschi blu? L’assemblea ha votato la condanna dell’invasione (141 su 193 Paesi), ma poi non se ne fa niente perché il Consiglio di sicurezza, con il diritto di veto della Russia, blocca eventuali misure. Il segretario Antonio Guterres dovrebbe farsi sentire maggiormente. Il diritto di veto del Consiglio di sicurezza andrebbe riformato. Kofi Annan aveva tentato, ma poi non se n’è fatto nulla. Il letargo dell’ONU di questi anni dovrebbe svegliare i leader politici.

“Tutte le volte, quando si arriva verso la fine di una guerra, si riconosce che l’ipotesi del pacifismo e della nonviolenza sarebbe stata giusta. Si dice, Dio mio cosa abbiamo fatto, ora è tutto distrutto, ecc. È accaduto alla fine della prima e anche della seconda guerra mondiale. Allora si scoprì l’importanza della nonviolenza”. Lo dice Luciana Castellina, militante del movimento per la pace da una vita.

Nall’immagine: manifestazione pro-europeista (Euromaidan) in piazza Maidan a Kiev nel dicembre 2013


Bella Pasqua

Un’analisi sull’evidente fallimento della Russia in Ucraina, e sulle possibili reazioni di uno zar comunque in difficoltà e dipendente dalla Cina 


Il peso delle parole e dei silenzi

Un’analisi sull’evidente fallimento della Russia in Ucraina, e sulle possibili reazioni di uno zar comunque in difficoltà e dipendente dalla Cina 

Misurare le parole, oggi, è più che mai necessario. Vuol dire considerarne il peso, quello specifico e quello relativo al contesto in cui le si usa (o se ne abusa). Se il contesto è quello di questi giorni di guerra in Ucraina, allora pare ancor più gravoso il compito di voler “dire”, “parlare”, “raccontare”, “analizzare”, perché non c’è, di principio, parola che non sia, oltre che grave, anche tendenzialmente gravida di conseguenze.

La “gravità” delle parole ha a che fare con la stessa forza, di gravità appunto, che ne definisce il peso, che le tiene a terra, che ne contrasta la fin troppo ricorrente fatale volatilità. Perché le parole si manifestino più pesanti e pensanti, le si scrivono, molto spesso senza troppa considerazione o consapevolezza circa il fatto che pensare, dire e scrivere non sono proprio la stessa cosa.

In quest’epoca in cui si assiste ad una diffusione estrema della parola scritta attraverso la rete pervasiva di chat e social media, proprio mentre sembra di vivere dentro un proliferante cicaleggio di voci e di messaggi, che vanno dalla leggerezza conturbante degli slogan (pubblicitari quanto politici) alla gravità di situazioni estreme che invocano un dialogo per ora fra sordi, la parola continua, una volta di più, ad essere uno strumento cruciale di lettura del mondo e di confronto fra visioni ed opinioni.

Ma, appunto, va “misurata”, e commisurata al contesto, alle circostanze. Ce lo ha mostrato, per esempio, il presidente americano Biden con quel suo “macellaio” affibbiato a Putin, da cui tutti i leader politici sono corsi, diplomaticamente, a prendere le distanze. Ora, sappiamo che l’ineffabile inquilino della Casa Bianca non ha sempre propriamente sotto controllo il fiato che emana, ma quanti si sono chiesti se non avesse poi così torto? Quanti hanno poi, di seguito, appesantito l’aria già grave (e pure greve) nell’alimentare lo scontro totale, a livello planetario, che certo non aiuta a capire e a cercar di parlare?

E da noi, quanto conta, quanto vale, quanto pesa in questi tristi giorni la parola “neutralità”, rimasticata un po’ da tutti, a seconda degli schieramenti, per dire che è “adattata”, “commisurata”, “stravolta”, “tradita”?

Guardando appena un po’ più a Sud, affacciandoci dal finestrino rivolto oltre frontiera (da cui sappiamo, per esperienza ferroviaria, che può essere pericoloso sporgersi), come non ritrovare, ancora una volta, tutta un serie di spunti (di riflessione?) che ci vengono dalla persistente predisposizione di tanta stampa, radio e televisione, a tradurre ogni pensiero (poco importa di chi) in una voce da dibattito, da collocare dentro arene incandescenti dove volano “parole grosse” (e non sempre pesanti).

Da un “circo mediatico” non propriamente incoraggiante, si sfornano “personaggi”, che assurgono in un batter d’occhio al ruolo di demiurghi più che per le loro ipotetiche “opinioni” per la maniera che hanno di esprimerle, in un ininterrotto susseguirsi di “mi lasci finire”, “lei è un maleducato”, “non ha capito”, “si informi” declinati un po’ a mo’ di preghiera un po’ a mo’ di minaccia.

Il caso più eclatante di queste settimane, è quello di Alessandro Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale, professore associato nel dipartimento di Scienze politiche della Luiss, dove insegna Sociologia generale e Sociologia del terrorismo. Insomma, quel che si dice un esperto, che un po’ a peso morto si è tuffato nel rutilante tritacarne televisivo, forte del peso specifico del suo curriculum e soprattutto di una progressiva acclimatazione ai meccanismi dei torridi dibattiti televisivi di cui è diventato in men che non si dica un vero campione, in presenzialismo, in capacità di provocare le reazioni più spropositatamente pesanti, compresa la cancellazione del suo profilo in Wikipedia.

Orsini non è per nulla uno stolto, anzi, è colto e preparato. Naturalmente è “schierato”, come si conviene in ogni ring di ogni dibattito: dove va (pagato o no), rappresenta il “filo-putiniano per eccellenza”, poco importa se qua e là dica cose che filo-putiniane non lo sono. Ma anche a lui sta bene così, e con il suo atteggiamento grave e corrucciato, dà tendenzialmente dell’ignorante (direttamente o in modo indotto) a chiunque si confronti con lui e non sia della sua opinione.

Ora che ha raggiunto un’insperata notorietà (non necessariamente per meriti, ma ci vogliono anche i “cattivi” o i “finti buoni” nei film!) ha da poco annunciato che partirà in tournée teatrale, mettendo in scena un monologo tratto dal suo libro, di prossima pubblicazione, dedicato alla “sua” guerra in Ucraina. Perché in teatro? “Perché lì non vengo continuamente interrotto”, ha spiegato. Beh, certo, con Orsini facciamo proprio un bel passo avanti nella direzione del confronto e del dialogo.

Quali alternative? Beh, una ci sarebbe, anzi c’è, ed è di un “peso massimo” (lo si consenta, detto con rispetto): nientemeno che Papa Francesco, che, lo sappiamo, ha ripetutamente preso posizione contro la guerra (al punto da diventare, per qualche giornalista alla Galli della Loggia, un filoputiniano: un’assurdità!), e che proprio nel giorno del Venerdì Santo, intervistato alla RAI, ha deciso di dire… senza parlare. Alla domanda su come vivesse il momento, quel momento, delle tre del pomeriggio, il Papa è rimasto in silenzio, per un minuto. Un silenzio che pesa, eccome, nel dire che non sempre si deve o si può parlare, senza una profonda riflessione, senza pensare a quanto vale quel che si dice, a quanto sia difficile, a volte impossibile, esprimersi a parole “giuste” sull’orrore, il terrore, il dolore.

Senza dirlo, il Papa ha detto che forse sarebbe anche il momento di prendere fiato, soppesare le parole ed i termini, provare a cercarne di nuovi, che dicano, certo, ma soprattutto inducano a prendere la strada del confronto e del dialogo, che è una strada che ad un certo punto, prima o poi, conduce ad un incrocio. A noi sta, forse, di capire, anche a Pasqua, che a quell’incrocio potremmo andare tutti a sbattere. Oppure no.

Nell’immagine: Lucio Fontana, Concetto spaziale (dettaglio)