Biotopi e anfibi: a Lugano si risolve tutto con una ruspa?

Emergono già i primi "effetti collaterali" dei lavori preparatori del progetto luganese del PSE, un Polo destinato a far discutere ancora a lungo – Di Olmo Cerri 

Sul Piano della Stampa, a Canobbio, era presente da anni un piccolo stagno: una grossa pozza dietro al campo sportivo, ai margini del bosco. Ogni primavera si riempiva di gelatinose uova di rana, dalle quali nascevano i girini che poi si trasformavano in rane gracidanti. Io ci passavo tutte le settimane ed era un piacere vedere l’evoluzione stagionale dello stagno e degli animaletti che lo abitavano. Per anni non ha dato fastidio a nessuno, fino all’inizio dei lavori per il nuovo Centro Sportivo al Maglio (CSMA). La sua unica “colpa”: trovarsi nel bel mezzo del cantiere dei campi da calcio previsti nel nuovo progetto.

Lo stagno non è inserito nell’inventario dei biotopi e delle zone palustri, il documento redatto dalla Confederazione che determina quali zone umide sono meritevoli di protezione, quindi non era tutelato per legge. Ai responsabili dei lavori sarà probabilmente sembrato possibile cancellare lo stagno senza troppe preoccupazioni. Però, forse, gli stessi responsabili non hanno tenuto presente che, benché lo stagno non fosse protetto, gli anfibi presenti nella pozza invece lo erano. Quelle masse gelatinose di uova appena deposte avrebbero potuto causare parecchi grattacapi al cantiere: ritardi, costi supplementari e chissà cos’altro.

Il 21 marzo 2022 nelle pozze era ancora presente un po’ d’acqua e le uova erano ancora immerse

Con i primi caldi è iniziato il disboscamento completo dell’area. Centinaia di piante tagliate in pochi giorni, per lasciare posto ad una distesa polverosa che, presto, ospiterà i mezzi da cantiere. Nessun pannello di segnalazione e nessuna indicazione sul progetto in corso. Nell’operazione speciale sono state tagliate anche tutte le piante attorno al biotopo, che è così rimasto esposto senza protezione al sole e al vento. E con la siccità di questo inverno, l’acqua presente nello stagno si è ridotta sempre di più. I raggi del sole, non più schermati dalle piante che proteggevano la pozza, hanno quasi completamente essiccato anche le ultime zone umide.

Preoccupato da quanto stava succedendo, ho raccontato l’accaduto sui social e ho segnalato il problema all’Ufficio della natura e del paesaggio del Cantone, alla Città di Lugano e al Karch (il Centro per la protezione degli anfibi e rettili in Svizzera) che si sono recati sul posto per capire la situazione. Non potendo che constatare che le ovature erano ormai già inesorabilmente compromesse e non essendoci più anfibi da tutelare, si è deciso che lo stagno poteva essere definitivamente coperto di terra. Anzi questa misura drastica si è resa necessaria e urgente per evitare che le piogge previste nei giorni successivi facessero riempire nuovamente lo stagno d’acqua e richiamasse quindi altre rane pronte a deporre le loro uova, rendendolo così di nuovo un habitat sotto tutela. E così, alla fine, ci ha pensato la ruspa, distruggendo per sempre il piccolo stagno.

La ruspa in azione il 30 marzo 2022 (foto Nicolò Bianca)

La Municipale Cristina Zanini Barzaghi ha risposto sulla sua pagina Facebook e desidera precisare che “non è mai semplice affrontare un cantiere e toccare il verde temporaneamente. Al Maglio abbiamo un accompagnamento ambientale fatto dallo studio Dionea (Stefano Castelli), e per gli anfibi è stato consultato Tiziano Maddalena il massimo esperto degli anfibi dell’ufficio natura e paesaggio. Alla fine dei lavori ci sarà molto più verde di prima perché il biotopo verrà ricostituito con vegetazione adatta e il torrente sull’altro lato che transitava vicino alla “baraccopoli” verrà pure rinaturato. Ho avuto indicazioni sul biotopo che non è inventariato, ma verrà ricostituito appena possibile.” Al di là delle rassicurazioni istituzionali si è comunque deciso di distruggere un habitat prezioso, proprio nel periodo della deposizione, senza ancora aver predisposto un’alternativa. Non sarebbe stato più sensato provvedere al nuovo stagno prima di distruggere quello presente? È sempre difficile capire la relazione di causa-effetto fra le cose: ma è chiaro che si potrebbe ipotizzare che l’abbattimento degli alberi abbia causato un’importante perturbazione dell’habitat, che a sua volta ha favorito e agevolato il prosciugamento dello stagno, causando così una moria delle uova. Se così fosse, si tratterebbe di una violazione dell’ordinanza e delle relative leggi?


Un decreto ingiusto e da bocciare

Emergono già i primi "effetti collaterali" dei lavori preparatori del progetto luganese del PSE, un Polo destinato a far discutere ancora a lungo – Di Olmo Cerri 

Il 15 maggio andremo a votare sul decreto di legge Morisoli, che chiede il pareggio del conto economico delle finanze cantonali entro il 31 dicembre 2025 con misure di contenimento della spesa e senza riversamento di oneri sui Comuni.

Una proposta pericolosa e irresponsabile! Pericolosa perché a pagare il conto saranno le famiglie e le persone più fragili, visto che inevitabilmente verranno tagliati servizi e prestazioni. Irresponsabile perché risanare le finanze pubbliche agendo unicamente sulla spesa vuol dire mettere la polvere sotto lo zerbino rispetto ai bisogni e alle sfide della società, accumulando un debito occulto che dovranno pagare le generazioni future.

Inevitabilmente le spese più a rischio sono quelle che negli ultimi anni sono cresciute maggiormente: assistenza, assegni famigliari di complemento, sussidi cassa malati, istituti per anziani, istituti per invalidi, servizi de assistenza e cura a domicilio, USI e SUPSI, trasporti pubblici.

Risanare le finanze pubbliche agendo unicamente sulla spesa vuol dire non poter rispondere alle sfide future. A mettere in guardia i Cantoni è la Confederazione stessa, che evidenzia come già oggi alle finanze cantonali, solamente per affrontare l’invecchiamento della popolazione, manchino mediamente ricavi pari allo 0.2 – 0.4 del PIL e a questo dobbiamo aggiungere i costi per affrontare i cambiamenti climatici e la decarbonizzazione.

Quello che dobbiamo respingere però non è solo il decreto Morisoli, ma anche la favola della spesa fuori controllo, su cui la destra continua a giocare per ridurre la forza dello Stato.

La spesa non è fuori controllo, nel 2002 la spesa lorda (tolte le partite di giro) era l’undici per cento del Prodotto interno lordo cantonale, oggi è scesa al 10.5 per cento. Ma non è tutto, se guardiamo agli altri Cantoni siamo fra quelli che spendono meno con ben due punti percentuali sotto la media svizzera, che tradotto in cifre significa 600 milioni in meno all’anno.

Nonostante questo i conti del cantone in questo ultimo ventennio sono stati quasi sempre in rosso. Questo però non è stato a causa di una crescita fuori controllo della spesa, ma di una politica di sgravi ingiusti e insostenibili, che sistematicamente hanno ridotto le entrate cantonali. Oggi, ancora una volta, Governo e Parlamento si stanno apprestando a tagliare, mentre parallelamente preparano una nuova serie di sgravi! La crescita della spesa è da attribuire ai cambiamenti socioeconomici della società: aumento dell’aspettativa di vita e invecchiamento della popolazione, progresso della medicina, aumento delle disuguaglianze, aumento del numero di studenti universitari e sviluppo di due sedi universitarie, necessità di potenziamento della rete dei trasporti pubblici.

La destra vuole ridurre la spesa, ma nel contempo nei momenti di crisi chiede aiuti per l’economia. Forse non si rende conto che se nel 2020 avessimo dovuto seguire i dettami dell’iniziativa Morisoli non avremmo potuto aderire al programma federale sui casi di rigore, avremmo dovuto risparmiare sull’impianto per il contact tracing e le vaccinazioni e non avremmo avuto le risorse per l’aumento del numero di letti in terapia intensiva (costo per il Cantone di circa 80 milioni).

Oggi la guerra in Ucraina è un nuovo fattore di instabilità, che sta causando un aumento dei prezzi non solo in ambito energetico, ma anche alimentare. Se a questo aggiungiamo il preannunciato aumento dei premi dell’assicurazione malattia possiamo facilmente immaginarci con quale fatica il ceto medio e medio basso riuscirà a fare quadrare i conti a fine mese.

In questi momenti servono risorse per aiutare sia le aziende che i cittadini in difficoltà, ma questo non sarà possibile se a guidare l’azione politica sarà il corsetto neoliberista dell’iniziativa Morisoli, che attraverso l’alibi del riequilibrio delle finanze punta al meno Stato.

L’autore è deputato e capogruppo del PS in Gran Consiglio

Nell’immagine: il proponente del decreto dopo aver sperimentato su di sé la propria ‘ricetta’


La Moskva affondata e la rabbia di Putin

Emergono già i primi "effetti collaterali" dei lavori preparatori del progetto luganese del PSE, un Polo destinato a far discutere ancora a lungo – Di Olmo Cerri 

Di Emanuele Rossi, Formiche.net

Una fonte militare ucraina fa sapere in via informale che il mare davanti a Odessa “era brutto, ma non così brutto”, e dunque “il Moskva è probabilmente affondato perché danneggiato in modo molto grave dai missili che lo hanno colpito”. C’è una fitta cortina fumogena sull’accaduto: sul Mar Nero c’era maltempo, tanto che le immagini satellitari sembrano non disponibili. Le dichiarazioni delle due parti sono farcite di propaganda e narrazione, perché la vicenda è una di quelle che potrebbe segnare il corso della guerra.

Secondo la versione russa l’incrociatore portabandiera della Flotta del Mar Nero è colato a picco mentre era al traino dei rimorchiatori, che lo stavano portando al porto di Sebastopoli (in Crimea, dove la flotta ha stanza da dopo l’occupazione del 2014). Era danneggiato da quello che il ministero della Difesa russo ha sempre definito un incendio probabilmente esploso nel locale armi. La nave non avrebbe retto il mare grosso, ha perso stabilità ed è affondata.

La versione ucraina differisce perché imputa l’incendio come conseguenza di due colpi ben assestati: due missili Neptune hanno centrato la nave. I Neptune sono vettori da crociera anti-nave sviluppati sulla base dei Kh-35 sovietici, ma con una tecnologia molto più evoluta grazie al lavoro del Luch Design Bureau, azienda di Kiev specializzata nello sviluppo di componentistica militare. Il progetto di aggiornamento è del 2014, assolutamente collegato alla crescente minaccia russa dal Mar Nera, prodotta dall’annessione. Se venisse confermato che sono stati i Neptune, usati per la prima volta in battaglia, sarebbe un successo eccezionale per Kiev (e per la sua industria bellica).

Le ricostruzioni di Mosca e Kiev potrebbero essere sovrapponibili: i Neptune potrebbero aver colpito la santabarbara e da lì si potrebbero essere innescate esplosioni secondarie e l’incendio a bordo. Risultato: la nave è stata pesantemente danneggiata, non è affondata subito ma dopo qualche ora — colpita nella serata di mercoledì 13 aprile, affondata la notte di giovedì. Possibile che i russi, una volta messo in salvo l’equipaggio (al momento non si hanno notizie di vittime), abbiano provato ad attraccarla e riportarla al porto, senza successo. Possibile che, visti i danni, abbiano scelto di farla colare a picco, anche per evitare il rientro dell’ammiraglia pesantemente danneggiata. Va notato che la versione dell’incendio a bordo non sarebbe meno deleteria.

Nella vicenda l’immagine è tutto, più del valore della nave in sé; anche perché il Moskva non trasportava armi fondamentali per l’attacco — imbarcava missili anti-nave “Vulkan”, sistemi anti-aerei Fort” (simili agli S-300) e “Gecko”. Per ragioni di immagine la Russia potrebbe essere stata portata a negare di aver subito l’attacco. Il quale probabilmente è avvenuto per un errore tattico: la nave si era portata troppo sotto costa (inutilmente visto il suo ruolo), finendo nel raggio in cui i Neptune sono più efficaci.

Tutto ciò che è accaduto racchiude in sé molti degli aspetti negativi generali dell’invasione, dagli errori militari all’incapacità di sostenere con i fatti la volontà di potenza che Vladimir Putin intendeva trasmettere con l’aggressione all’Ucraina. Un messaggio di deterrenza che nei fatti sta andando malissimo, visto anche come la Nato si sta compattando.

Per stazza, è la più grossa perdita navale in un conflitto dai tempi della Seconda guerra mondiale — paragonabile solo l’affondamento dell’incrociatore della marina argentina “General Belgrano”, più piccolo, affondato da un siluro lanciato dal sottomarino nucleare inglese “HMS Conqueror” durante la guerra delle Falkland.

È un colpo duro per Mosca, che potrebbe spingere Putin a schiacciare l’acceleratore sulla volontà di prendere Odessa, e in generale sulla forza degli attacchi. Una forma di ritorsione per dimostrare di non essere in difficoltà — anzi. E qui si apre lo scenario delle preoccupazioni, su cui la vicenda del Moskva potrebbe avere un peso.

Durante una sessione di domande e risposte dopo un discorso tenuto al Georgia Institute of Technology, il direttore della Cia, William Burns, ha detto: “Data la potenziale disperazione del presidente Putin e della leadership russa, date le battute d’arresto che hanno affrontato finora militarmente, nessuno di noi può prendere alla leggera la minaccia posta da un potenziale ricorso alle armi nucleari tattiche o alle armi nucleari a basso rendimento”.

È la prima volta che un così alto funzionario dell’amministrazione statunitense descrive in pubblico la possibilità che Putin possa essere portato all’uso delle capacità nucleari per costruire una parvenza di vittoria nella guerra. E d’altronde, la vicenda del Moskva tanto quanto il ritiro da Kiev e il generale corso dell’invasione, dimostrano che le capacità convenzionali russe sono limitate.

Ma lo spettro della guerra atomica è spaventoso. Ancora di più se si considera da dove arriva — la Cia ha profonde informazioni di intelligence sia sulla guerra che sulla Russia — e da chi: Burns è stato ambasciatore a Mosca e conosce perfettamente il modus operandi e il pensiero del Cremlino e del suo leader. “Ho osservato nel corso degli anni Putin stufare in una combinazione incendiaria di rancore, ambizione e insicurezza”, ha detto Burns, spiegando che il presidente russo ha nutrito voglia di rappresaglia contro l’Occidente per decenni, convinto che gli Stati Uniti e la Nato (dunque l’Europa) abbiano approfittato della debolezza della Russia dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Di più: Burns ha dato quella risposta sulle armi nucleari a una domanda posta dall’ex senatore Sam Nunn, democratico della Georgia, che ha contribuito a creare il programma che ha portato le armi nucleari fuori dall’Ucraina e da altri stati ex sovietici 30 anni fa.

Le armi nucleari tattiche sono a volte chiamate “atomiche da campo di battaglia”: più piccole, possono essere sparate da un mortaio o anche esplose come una mina, al contrario delle armi “strategiche” che sono messe su missili balistici (di solito a gittata intercontinentale). La Russia ha un grande arsenale di armi tattiche (gli Stati Uniti ne hanno relativamente poche): queste armi nucleari a basso rendimento sono state progettate per produrre un’esplosione abbastanza piccola, il che a volte produce confusione nel differenziarle con quelle convenzionali.

L’uso di questo genere di armamenti violerebbe una linea rossa americana e Nato. Anche per questo la Casa Bianca sta valutando l’ipotesi di inviare una delegazione di altissimo livello a Kiev, in modo da creare una forma di deterrenza politica che scoraggi il ricorso all’extrema ratio, l’arma atomica, Putin. Il consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, Jake Sullivan, ha detto che la Casa Bianca aveva brevemente anche considerato di far andare il presidente Joe Biden in Ucraina, ma non appena è diventato chiaro che tipo di sistema di sicurezza, che tipo di risorse richiederebbe agli ucraini così come agli Stati Uniti, l’idea è stata respinta.

Resta la possibilità che viaggino il segretario di Stato o il capo del Pentagono nella capitale ucraina. La guerra si stava muovendo verso una nuova fase che Putin vuole (e deve) assolutamente vincere, costi quel che costi. Forse anche per questo sulla vicenda della Moskva gli Stati Uniti sono rimasti cauti, senza sposare apertamente la versione ucraina.


Il progetto della Russia sull’Ucraina (e su di noi)

Emergono già i primi "effetti collaterali" dei lavori preparatori del progetto luganese del PSE, un Polo destinato a far discutere ancora a lungo – Di Olmo Cerri 

Questo articolo si basa sul documento tradotto e pubblicato integralmente da Naufraghi/e il 6 aprile scorso e che rilanciamo oggi (Come la Russia vuole ‘denazificare’ l’Ucraina). Segnaliamo inoltre l’intervista a David Puente sull’attendibilità del testo. 

Di Lorenzo Erroi

Smembrare l’Ucraina – giudicata “impossibile come Stato nazionale” – in “repubbliche popolari di nuova costituzione” occupate dalla Russia. Procedere immediatamente alla “denazificazione”, intesa in realtà non solo come eliminazione dell’attuale classe dirigente a Kiev, ma anche come repressione di quella gran parte della popolazione ritenuta sua complice. Avviare una “rieducazione, che si ottiene col soffocamento degli atteggiamenti nazisti e con una rigida censura: non solo nella sfera politica, ma necessariamente anche nella sfera della cultura e dell’educazione”. Negare agli ucraini qualsiasi sovranità per almeno una generazione, gesto giustificato per una Russia che si ritiene “custode del processo di Norimberga”. È quanto invoca un lungo articolo dell’agenzia di Stato russa RIA Novosti, ottimamente tradotto da Donato Sani e pubblicato dal sito d’informazione ticinese ‘Naufraghi.ch’. Ma cosa abbiamo tra le mani? È solo il delirio di un autore ansioso di blandire il Cremlino, oppure abbiamo sfogliato la reale illustrazione dei piani del presidente Vladimir Putin? Dobbiamo preoccuparci?

«Non poco», ci risponde subito Luca Lovisolo, autore dell’attualissimo saggio ‘Il progetto della Russia su di noi’. «Questo non è un delirio, ma un piano reale, peraltro in linea con l’elaborazione teorica di personaggi come l’ideologo Aleksandr Dugin e il Capo di stato maggiore delle forze armate russe Valerij Gerasimov. Non c’è nulla di inventato: si tratta della visione di Putin, che ormai concepisce la sua missione storica come ricostruzione dell’antica unità imperiale, un’unità nella quale i popoli non russi dell’Impero erano oppressi e sottomessi con la forza», spiega il traduttore e ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali, sottile conoscitore del mondo politico russo e ucraino.

Come nasce e a chi si rivolge l’articolo di RIA Novosti?

Possiamo considerarlo alla stregua delle ‘Betrachtungen’ che apparivano un tempo sui giornali della Germania Est: trattazioni utili non a chiarire i fatti, ma a spiegare come leggerli alla luce dell’ortodossia ideologica comunista. Caduto il comunismo resta il metodo, atto a produrre vademecum di propaganda da diffondere poi in patria, ma soprattutto all’estero.

Ma non è controproducente? Dopotutto, a molti lettori occidentali un testo del genere farà venire la pelle d’oca.

In realtà molte persone sono probabilmente indifferenti al testo o lo liquidano erroneamente come un delirio isolato. Altre, più preparate ma minoritarie, proveranno in effetti ribrezzo. Ma questo testo – elaborato dalla più nota delle agenzie di stampa russe – non parla a loro: parla a quella componente della nostra società che simpatizza con Putin o che è comunque particolarmente vulnerabile alla propaganda ideologica antioccidentale. Parliamo anche di persone istruite, che magari nutrono dubbi apparentemente ragionevoli, che però si rivelano infondati a una più accurata disamina dei fatti.

Che ruolo giocano ideologie e pregiudizi?

A sinistra certi testi fanno presa soprattutto tra chi ha già una lunga storia di antiamericanismo, ed è più propenso a identificare la “denazificazione” con quella che crede essere la tradizione dell’antifascismo. Allo stesso tempo l’articolo contiene concetti speculari che alludono all’autoritarismo, all’uomo forte, alla purificazione del Paese dall’elemento ‘allogeno’, tutti temi cari all’estrema destra: è il putinismo che piace ai Salvini e alle Le Pen. Che l’immediata avversione per Putin sia tutt’altro che universale, d’altronde, lo dimostrano proprio le Presidenziali francesi, dove i candidati filorussi o con simpatie moscovite, da Éric Zemmour a Jean-Luc Mélenchon passando per la stessa Marine Le Pen, Valérie Pécresse e altri, hanno totalizzato circa il 60% dei consensi, un dato che rispetto ai sondaggi prima della guerra è addirittura leggermente cresciuto.

Al netto delle bufale vere e proprie – il “nazismo” di Volodymyr Zelensky, il fatto di ingigantire la penetrazione estremista tra battaglioni e politici che costituiscono un’infima minoranza della società ucraina – l’impressione è che lo stesso termine “nazismo” acquisisca in Russia un significato ambiguo: forse suona bene a certe orecchie occidentali, ma nasconde di fatto concetti ben diversi da quelli che vi associamo abitualmente. Nell’articolo, ad esempio, si intuisce un’identificazione surreale tra nazismo, europeismo e capitalismo.

In effetti nella Russia di oggi “nazismo” e “fascismo” – termini utilizzati in modo pressoché equivalente – hanno ben poco a che fare con i regimi storici che portavano queste etichette. In una sorta di ripiegamento semantico, hanno finito per designare qualsiasi cosa venga percepita come etnicamente non russa e antirussa. Si tratta di un processo iniziato in Unione Sovietica dopo la Seconda guerra mondiale: allora tali termini furono utilizzati per rimarcare la superiorità morale dell’URSS e del comunismo rispetto all’Occidente, tant’è vero che il muro di Berlino aveva assunto la designazione, assurda alle nostre orecchie, di “baluardo antifascista”. Crollati l’Unione sovietica e il comunismo, la Russia si è impossessata della stessa retorica, escludendo da quell’apparente contrassegno di eroismo tutte le altre 14 repubbliche sovietiche. Che ora si definisca “nazismo” qualsiasi rivendicazione nazionale non russa si vede bene proprio in questo testo: se a “denazificazione” sostituiamo “denazionalizzazione” dell’Ucraina, il ragionamento continua a filare da capo a fondo e tutto diventa più chiaro.

Che Ucraina vede Putin?

Nella sua conferenza stampa di fine 2021 Putin ha utilizzato un’espressione rivelatrice, dicendo che “i Paesi dell’ex Unione Sovietica sono Russia storica al di fuori dei confini della Federazione Russa”. Un discorso che si applica all’Ucraina – che peraltro lui concepisce tale solo nella sua componente russa e ortodossa – ma anche alle Repubbliche baltiche, alla Bielorussia (di fatto già sotto controllo), alla Moldavia. Il documento illustra uno scenario in cui vi sarebbero un est “russo” e un ovest “cattolico” dell’Ucraina, anch’esso comunque da mantenere sotto il dominio di Mosca. È facile intuire che tipo di rimozioni etniche e culturali, di deportazioni in stile stalinista potremmo aspettarci in un contesto del genere. Lo stesso concetto di ‘rieducazione’ rievoca chiaramente un certo passato russo e sovietico.

Le ambizioni imperiali di Putin non sono illusorie?

Sì, se l’Occidente saprà sostenere la resistenza ucraina e questa continuerà a infliggere quelle perdite che già hanno costretto le truppe russe a ripiegare dall’Ucraina occidentale. Se invece si abbandonasse l’Ucraina al suo destino, crescerebbero per Putin le probabilità di realizzare almeno in parte certi progetti. Anche perché il presidente russo non è soggetto ai cicli rapidissimi delle democrazie occidentali: può anche aspettare una decina d’anni e riprendere da dove aveva cominciato, proprio come vediamo ora dopo che nel 2014 si era allargato in Crimea e Donbass, ma era poi stato respinto da avamposti quali Kharkiv e Odessa. E se non lo farà lui, potrebbe farlo qualcun altro: a differenza dei totalitarismi dell’Europa occidentale novecentesca, l’ideologia del neoimperialismo russo somiglia a quella di Lenin, nel suo essere filosoficamente fondata per sopravvivere anche alla scomparsa dell’‘uomo forte’ del momento.

A voler essere cinici, però, noi occidentali potremmo comunque considerarci al di fuori delle brame di Putin. O no?

No, perché vediamo chiaramente con quale facilità quello stesso approccio permetta di installare politici filorussi anche da noi. Lo si nota bene in Italia, dove la maggioranza del Parlamento è clamorosamente filorussa.

Proprio quelle componenti ci ricordano però che sarebbe stata l’Ucraina a commettere un genocidio in Donbass e a vietare la lingua russa.

Si tratta di un’idiozia totale. Con tutti i suoi difetti, il sistema istituzionale e mediatico ucraino è tale che il presunto genocidio di 14mila russofoni – la cifra ripetuta da Putin – non sarebbe passato inosservato. Invece non ve n’è traccia, e i sostenitori di questa tesi non hanno mai portato alcuna prova. Il numero di vittime citato da Putin conta tutti i caduti degli scontri in Donbass, truppe ucraine e separatiste incluse, un genocidio è qualcosa di ben diverso. Non è neanche vero che la lingua russa sia vietata, come sa benissimo chiunque visiti l’Ucraina: si parla liberamente. Ciò non significa che in Ucraina non ci siano frizioni tra comunità linguistiche, ma siamo ben lontani dalla drammatizzazione che ne fa la propaganda. Le leggi ucraine hanno cercato – dopo decenni di sovietizzazione che di fatto imponeva il russo a chiunque volesse avere una vita sociale – di ricostituire quella conoscenza diffusa dell’ucraino necessaria ai rapporti con lo Stato. Questo, lo ricordo, in un Paese che conta una quindicina di diversi gruppi etnici, nei quali peraltro le lingue – ucraino, russo, ma anche polacco, rumeno e così via – si diversificano anche tra città e campagna circostante, o convivono persino nella stessa famiglia e nei diversi raggruppamenti sociali. Un ordinamento linguistico fondato su un federalismo cantonale, come lo conosciamo in Svizzera, in Ucraina sarebbe impraticabile per ragioni oggettive. Le dirò di più, proprio Putin ha fatto il peggior disservizio alla lingua russa: dal 2014 a oggi le statistiche testimoniano di sempre più persone che sono passate dal russo all’ucraino pur di non parlare la lingua dell’invasore.

Eppure c’è ancora chi pensa che la popolazione russofona sia automaticamente filorussa, un po’ come se in Ticino tutti gli italofoni fossero favorevoli a un’annessione all’Italia.

Gli ucraini sono ucraini, punto. Il loro comportamento in questa guerra ce lo sta dimostrando, casomai ve ne fosse ancora bisogno. Anche tra i russofoni solo una minoranza si sente particolarmente legata alla Russia, e un numero ancora più esiguo coltiva propositi separatisti, i sondaggi svolti ancora nel 2013/14 parlano chiaro. Le stesse spinte autonomiste del Donbass sono nate per questioni politico-economiche e solo ex post sono state strumentalizzate in chiave linguistica e identitaria, soprattutto quando la fuga a ovest di gran parte della popolazione ha lasciato centri come Donetsk e Lugansk in mano ai separatisti e alle milizie russe, che hanno limitato la libera circolazione delle idee, lavorato di propaganda e oscurato i media ucraini.

Anche se Putin dovesse ritirarsi, non c’è il rischio che l’invasione rafforzi un ‘contronazionalismo’ ucraino, spostando il potere nelle mani di gruppi ultranazionalisti?

Certo, e questa sarebbe un’ulteriore conseguenza dei clamorosi errori di valutazione di Putin. Ogni attacco comporta il riaccendersi degli estremismi, di destra come di sinistra. D’altronde, questa guerra nasce dall’incapacità storica da parte di Mosca – al netto della primissima fase di Boris Eltsin – di gestire la transizione post-sovietica in chiave collaborativa invece che antagonistica. Con le conseguenze che possiamo ben vedere.

Per gentile concessione de laRegione

Nell’immagine: Timofey Sergejcev (a destra) con Dmitry Kulikov sulla copertina dell’e-book “Crisi mondiale. Oriente e Occidente nella New Age”. Nella presentazione si dice: “Su cosa scommette l’Occidente in questo gioco globale? Ci stiamo opponendo agli USA o alla vera superpotenza della supersocietà globalista, per la quale gli USA sono solo uno strumento per conquistare il mondo? Quali sono le nostre opportunità e punti di forza e quali sono i problemi? Qual è l’alternativa russa e come implementarla?”


Come la Russia vuole ‘denazificare’ l’Ucraina

Emergono già i primi "effetti collaterali" dei lavori preparatori del progetto luganese del PSE, un Polo destinato a far discutere ancora a lungo – Di Olmo Cerri 

‘Denazificare’ l’Ucraina. Vladimir Putin lo ha ripetuto spesso, come giustificazione e obiettivo dell’ ”operazione militare speciale”, come Mosca chiama ufficialmente l’invasione. Ma in concreto cosa prevederebbe il piano postbellico del Cremlino? L’agenzia RIA Novosti – controllata dalle autorità russe – pubblica in proposito un clamoroso e allucinante documento, ripreso negli scorsi giorni in sintesi da diverse testate internazionali, e che oggi Naufraghi/e pubblica integralmente in una fedele traduzione italiana.

Un lungo testo che non solo denuncia i governi di Kiev dell’ultimo ventennio per aver imboccato appunto la via della ‘nazificazione’ del paese con l’appoggio dell’Occidente (Europa e Stati Uniti), ma che fa l’elenco dei provvedimenti necessari e imprescindibili per riportare l’Ucraina sulla ‘retta via’. Ciò che soprattutto colpisce, è la ‘punizione’  collettiva che verrebbe inflitta a quella parte (largamente maggioritaria) di popolazione non russofona che attivamente o anche solo con la sua ‘complice passività’ ha sostenuto e seguito la politica dei suoi dirigenti dal momento in cui il paese ha ottenuto l’indipendenza dall’ex Unione Sovietica.

Un programma  di ‘denazificazione’ che già nel maggio del 2021 l’autore, analista  e politologo nato in Ucraina, aveva in parte anticipato. E che ora, in piena guerra, viene ulteriormente dettagliato, e soprattutto reso pubblico attraverso un organo di stampa ufficiale. Per i suoi contenuti particolarmente violenti e punitivi anche nei confronti della popolazione (la leadership andrebbe semplicemente ‘eliminata’) , alcuni commentatori occidentali lo hanno messo in relazione con la  recente strage di civili a Bucha, che il Cremlino continua a definire una messinscena organizzata dalle autorità ucraine.  Se è vero che nelle ultime settimane, di fronte alla resistenza dell’esercito ucraino, Vladimir Putin non ha più insistito sul tema della ‘denazificazione’, il Cremlino non ha ha preso le distanze né smentito il contenuto dell’articolo, che mantiene dunque la sua allarmante attualità. 


di Timofey Sergejcev, agenzia RIA Novosti

Già nell’aprile dell’anno scorso abbiamo scritto sull’inevitabilità della denazificazione dell’Ucraina. Un’Ucraina nazista, banderista [da Stepan Bandera, fondatore nel 1929 del movimento di destra Organizzazione dei nazionalisti ucraini, ndr], nemica della Russia e strumento dell’Occidente per distruggere la Russia non ci serve a nulla. Oggi la questione della denazificazione è passata ad un livello più pratico.La denazificazione è necessaria quando una parte significativa del popolo – molto probabilmente la sua maggioranza – è controllata e trascinata dal regime nazista nella sua politica. Cioè, quando l’ipotesi “il popolo è buono – il governo è cattivo” non funziona. Il riconoscimento di questo fatto è il fondamento della politica di denazificazione, di tutte le sue misure, e il fatto stesso costituisce l’oggetto di questa politica.

L’Ucraina si trova proprio in questa situazione. Il fatto che gli elettori ucraini abbiano votato per la “pace di Poroshenko” e per la “pace di Zelensky” non deve fuorviarci – gli ucraini erano piuttosto soddisfatti della scorciatoia alla pace via Blitzkrieg, a cui gli ultimi due presidenti ucraini hanno fatto palesemente cenno quando sono stati eletti. È proprio questo metodo di “pacificazione” degli antifascisti interni – attraverso il terrore totale – che è stato usato a Odessa, Charkiv, Dnepropetrovsk, Mariupol e in altre città russe. Un metodo che ha incontrato in buona parte il favore del cittadino medio ucraino. La denazificazione è un complesso di misure verso la massa nazificata della popolazione, che tecnicamente non può essere direttamente processata come criminale di guerra.

I nazisti che hanno preso le armi devono essere distrutti il più possibile sul campo di battaglia. Non bisogna fare distinzioni significative tra le Forze Armate Ucraine e i cosiddetti Nacbaty [i battaglioni nazionalisti, ndt], e neppure a riguardo delle milizie di difesa territoriale che si sono unite a questi due tipi di formazioni militari. Tutti loro sono ugualmente coinvolti in una crudeltà indebita contro i civili, sono ugualmente colpevoli del genocidio del popolo russo e di non osservare le leggi e le consuetudini di guerra. I criminali di guerra e i nazisti attivi devono essere puniti in modo esemplare ed eloquente. Deve essere effettuata una lustracjia totale [lustracija o lustrismo: si tratta di neologismi nati nell’Europa orientale post-comunista per indicare l’ostracismo politico delle vecchie classi politiche, ndt]. Tutte le organizzazioni che si sono legate alla pratica del nazismo devono essere liquidate e bandite. Tuttavia, oltre ai vertici, è colpevole anche una parte significativa della massa popolare costituita da nazisti passivi, complici del nazismo. Hanno sostenuto e assecondato il governo nazista. Una giusta punizione per questa parte della popolazione è possibile solo attraverso lo strumento della guerra giusta – con i suoi inevitabili fardelli – contro il sistema nazista, una guerra condotta nel modo più delicato e discreto possibile per la popolazione civile. L’ulteriore denazificazione di questa massa della popolazione consiste nella rieducazione, che si ottiene con la repressione ideologica (il soffocamento) degli atteggiamenti nazisti e con una rigida censura: non solo nella sfera politica, ma necessariamente anche nella sfera della cultura e dell’educazione. È stato proprio attraverso la cultura e l’educazione che è stata preparata e realizzata la profonda nazificazione di massa della popolazione, consolidata dalla promessa dei dividendi della vittoria del regime nazista sulla Russia, dalla propaganda nazista, dalla violenza interna e dal terrore, e pure dalla guerra di otto anni contro il popolo del Donbass ribellatosi all’Ucraina nazista.

La denazificazione può essere effettuata solo dal vincitore, il che presuppone (1) il suo controllo incondizionato sul processo di denazificazione e (2) il potere di assicurare tale controllo. In questo senso, il paese denazificato non può essere sovrano. Lo stato denazificatore – la Russia – non può procedere alla denazificazione da un approccio liberale. L’ideologia del denazificatore non può essere contestata dalla parte colpevole sottoposta a denazificazione. Il riconoscimento da parte della Russia della necessità della denazificazione dell’Ucraina significa il riconoscimento del fatto che uno scenario come quello della Crimea è impossibile per l’intera Ucraina. Tuttavia, questo scenario era impossibile anche nel 2014 nel Donbass ribelle. Sono solamente gli otto anni di resistenza alla violenza e al terrore nazista che hanno portato ad una compattezza interna e a un rifiuto di massa, consapevole ed inequivocabile, di mantenere qualsiasi tipo di unità e legame con l’Ucraina, definitasi come società nazista.

La durata della denazificazione non può assolutamente essere inferiore a una generazione, che deve nascere, crescere e maturare nelle condizioni della denazificazione. La nazificazione dell’Ucraina è durata più di 30 anni – a partire almeno dal 1989, quando il nazionalismo ucraino ottenne forme legali e legittime di auto-espressione politica e si mise a capo del movimento per “l’indipendenza”, destinato a dirigersi verso il nazismo.

La peculiarità dell’Ucraina moderna nazificata è nella sua natura amorfa e ambivalente, che permette al nazismo di essere mascherato da aspirazioni verso “l’indipendenza” e verso un cammino “europeo” (occidentale, filoamericano) di “sviluppo” (in realtà si va verso un degrado), che permette di sostenere che “non c’è nazismo in Ucraina, solo eccessi sporadici particolari”. Non c’è un partito nazista principale, nessun Führer, nessuna legge razziale a pieno titolo (solo una versione ridotta sotto forma di repressione della lingua russa). Di conseguenza, non c’è opposizione né resistenza al regime.

Tuttavia, tutto ciò non fa del nazismo ucraino una “versione light” del nazismo tedesco della prima metà del XX secolo. Al contrario – poiché il nazismo ucraino è libero da tali cornici e limitazioni (sostanzialmente politico-tecnologiche) di “genere”, esso si dispiega liberamente come base fondamentale di qualunque nazismo – come il razzismo europeo e, nella sua forma più sviluppata, quello americano. Pertanto, la denazificazione non può essere un’operazione di compromesso, sulla base di una formula come “NATO – no, UE – sì”. Lo stesso Occidente collettivo è l’ideatore, la fonte e lo sponsor del nazismo ucraino, mentre l’élite banderista dell’Ucraina occidentale e la sua “memoria storica” è solo uno degli strumenti della nazificazione dell’Ucraina. L’Ucronazismo reca in sé una minaccia non minore, ma maggiore per il mondo e per la Russia di quella del nazismo tedesco nella versione di Hitler.

Il nome “Ucraina” non può, con tutta evidenza, essere mantenuto come titolo di una formazione statale completamente denazificata sul territorio liberato dal regime nazista. Le repubbliche popolari di nuova costituzione in territorio liberato dal nazismo cresceranno dalla pratica dell’autogestione economica e del benessere sociale, e dalla ricostruzione e modernizzazione dei mezzi di sostentamento della popolazione.

Le loro aspirazioni politiche non possono infatti essere neutrali – la redenzione dal senso di colpa verso la Russia per averla trattata come un nemico può essere realizzata solo nella dipendenza dalla Russia nei processi di ricostruzione, rigenerazione e sviluppo. Nessun “Piano Marshall” per questi territori dovrebbe essere permesso. Non ci può essere una “neutralità” in senso ideologico e pratico compatibile con la denazificazione. I quadri statali e le organizzazioni che saranno strumenti della denazificazione nelle nuove repubbliche denazificate non possono che contare sul potere diretto e sul sostegno organizzativo della Russia.

La denazificazione sarà inevitabilmente una de-ucrainizzazione – un rifiuto del rigonfiamento artificiale su larga scala della componente etnica dell’auto-identificazione della popolazione dei territori della Malorossia [Piccola Russia] e della Novorossia [Nuova Russia] storiche, che fu iniziata dalle autorità sovietiche. Essendo stato strumento della superpotenza comunista, l’etnocentrismo artificiale non è rimasto orfano dopo la caduta del comunismo. In questa veste utilitaristica è stato assunto da un’altra superpotenza: l’Occidente (un potere sovrastatale). Deve essere restituito ai suoi confini naturali e spogliato della sua funzionalità politica.

A differenza, per esempio, della Georgia e dei paesi baltici, l’Ucraina, come la storia ha dimostrato, è impossibile come stato nazionale, e i tentativi di “costruire” un tale stato portano inevitabilmente al nazismo. L’ucrainismo è una costruzione artificiale anti-russa senza un proprio contenuto di civiltà, un elemento subordinato di una civiltà straniera e aliena. La debanderizzazione da sola non sarà sufficiente per la denazificazione – l’elemento Bandera è solo un interprete e uno schermo, un travestimento per il progetto europeo dell’Ucraina nazista, così la denazificazione dell’Ucraina è anche la sua inevitabile de-europeizzazione.

La leadership banderista deve essere eliminata, non può essere rieducata. La “palude” sociale che l’ha sostenuta attivamente e passivamente attraverso l’azione e l’inazione deve esperimentare le difficoltà della guerra e assorbire l’esperienza come lezione storica ed espiazione della propria colpa. Coloro che non hanno sostenuto il regime nazista, che hanno sofferto per esso e per la guerra che ha scatenato nel Donbass, devono essere consolidati e organizzati, devono diventare la spina dorsale del nuovo governo, la sua dimensione verticale ed orizzontale. L’esperienza storica dimostra che le tragedie e i drammi di guerra giovano ai popoli che sono stati sedotti ed attratti dal ruolo di nemico della Russia.

La denazificazione come scopo dell’operazione militare speciale stessa è intesa come una vittoria militare sul regime di Kiev, la liberazione dei territori dai sostenitori armati della nazificazione, l’eliminazione dei nazisti intransigenti, la cattura dei criminali di guerra, e la creazione delle condizioni sistemiche per la successiva denazificazione in tempo di pace.

Quest’ultima, a sua volta, dovrebbe iniziare con l’organizzazione di organi di autogoverno locale, di polizia e di difesa ripuliti da elementi nazisti, innestando sulla loro base i processi di fondazione della nuova statualità repubblicana, integrando questa statualità in stretta cooperazione con l’agenzia russa di denazificazione dell’Ucraina (di nuova creazione o rifatta, diciamo, a partire dal Rossotrudnichestvo [un’agenzia federale russa che si occupa di collaborazione con la CSI, di assistenza a russi espatriati e di cooperazione internazionale, ndt]), con l’adozione, sotto il controllo russo, di un quadro normativo repubblicano (una legislazione) sulla denazificazione, una ridefinizione dei limiti e della portata dell’applicazione diretta del diritto russo e della giurisdizione russa nel territorio liberato nell’ambito della denazificazione, e l’istituzione di un tribunale per i crimini contro l’umanità nell’ex Ucraina. In questo senso la Russia dovrebbe agire come custode del processo di Norimberga.

Tutto ciò significa che per raggiungere gli obiettivi della denazificazione, è necessario che la popolazione sostenga la Russia dopo essere stata liberata dal terrore, dalla violenza e dalla pressione ideologica del regime di Kiev, dopo essere stata sottratta al suo isolamento mediatico. Naturalmente, ci vorrà del tempo perché la gente si riprenda dallo shock dell’azione militare e si convinca delle intenzioni a lungo termine della Russia – che “non sarà abbandonata”. È impossibile prevedere in anticipo in quali territori questa massa di popolazione costituirà una maggioranza critica necessaria. “La provincia cattolica” (l’Ucraina occidentale, che comprende cinque regioni) è improbabile che faccia parte dei territori filorussi. La linea di confine, tuttavia, sarà l’esito dell’esperienza. Un’Ucraina ostile alla Russia, ma forzatamente neutrale e smilitarizzata, con il nazismo formalmente vietato, rimarrà al di là dei suoi confini. Chi odia la Russia si trasferirà lì. Una garanzia che questa Ucraina residua rimanga neutrale dovrebbe essere garantita dalla minaccia di una continuazione immediata dell’operazione militare se i requisiti elencati in precedenza non saranno soddisfatti. Questo richiederebbe probabilmente una presenza militare russa permanente sul suo territorio. Dalla linea di confine fino alla frontiera russa diventerebbe un territorio di potenziale integrazione nella civiltà russa, che è antifascista per sua natura interiore.

L’operazione di denazificazione dell’Ucraina, iniziata con una fase militare, seguirà in tempo di pace la stessa logica a tappe di un’operazione militare. In ognuno di essi si dovranno realizzare dei cambiamenti irreversibili, che saranno i risultati della tappa corrispondente. I passi iniziali necessari per la denazificazione possono essere definiti come segue:

  • L’eliminazione delle formazioni armate naziste (intendendo qualsiasi formazione armata dell’Ucraina, comprese le Forze Armate Ucraine), così come l’infrastruttura militare, informativa ed educativa che assicura la loro attività;
  • La formazione di organi di autogoverno e di una milizia popolare (difesa e ordine pubblico) nei territori liberati, proteggendo la popolazione dal terrore di gruppi nazisti clandestini;
  • L’installazione di uno spazio informativo russo;
  • La rimozione del materiale didattico e la proibizione a tutti i livelli dei programmi educativi che contengono posizioni ideologiche naziste;
  • inchieste massicce per stabilire la responsabilità personale per i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, la diffusione dell’ideologia nazista e il sostegno al regime nazista;
  • L’elencazione, la divulgazione dei nomi dei collaboratori del regime nazista e il loro lavoro forzato per ricostruire le infrastrutture distrutte come punizione per le loro attività naziste (tra coloro che non saranno soggetti alla pena di morte o al carcere);
  • Adozione a livello locale, sotto la curatela russa, di norme primarie di denazificazione “dal basso”, vietando ogni tipo e forma di ripresa dell’ideologia nazista;
  • Edificare memoriali, installare cartelli commemorativi, monumenti alle vittime del nazismo ucraino, commemorare gli eroi della lotta contro di esso;
  • L’inclusione di un insieme di norme antifasciste e di denazificazione nelle costituzioni delle nuove Repubbliche popolari;
  • Creazione di corpi permanenti di denazificazione per un periodo di 25 anni.

La Russia non avrà alleati nella denazificazione dell’Ucraina. Poiché si tratta di un affare puramente russo. E anche perché non solo la versione banderista dell’Ucraina nazista sarà sradicata, ma anche e soprattutto il totalitarismo occidentale, i programmi da questi imposti volti alla degradazione e disintegrazione della civiltà, i meccanismi di subordinazione alla superpotenza dell’Occidente e degli USA.

Per attuare il piano di denazificazione dell’Ucraina, la Russia stessa dovrà finalmente rinunciare alle sue illusioni europeiste e filo-occidentali, per realizzarsi come ultima istanza di protezione e conservazione di quei valori dell’Europa storica (il Vecchio Mondo), che meritano di essere difesi e che l’Occidente ha infine abbandonato, avendo perso nella lotta per se stesso. Questa lotta continuò per tutto il ventesimo secolo e si manifestò nella guerra mondiale e nella rivoluzione russa, inestricabilmente legate l’una all’altra.

La Russia ha fatto tutto il possibile per salvare l’Occidente nel ventesimo secolo. Ha realizzato il principale progetto occidentale, l’alternativa al capitalismo che ha sconfitto gli stati nazionali – il progetto socialista, rosso. Ha schiacciato il nazismo tedesco, la mostruosa progenie della crisi della civiltà occidentale. L’ultimo atto di altruismo russo è stata la mano tesa di amicizia della Russia, per la quale la Russia ha ricevuto un colpo mostruoso negli anni ’90.

Tutto quello che la Russia ha fatto per l’Occidente, l’ha fatto a proprie spese, facendo i più grandi sacrifici. L’Occidente alla fine ha rifiutato tutti questi sacrifici, ha svalutato il contributo della Russia alla soluzione della crisi occidentale e ha deciso di vendicarsi della Russia per l’aiuto che ha disinteressatamente fornito. Da qui in poi, la Russia andrà per la sua strada, senza preoccuparsi del destino dell’Occidente, a partire da un’altra componente della sua eredità storica: la leadership nel processo di decolonizzazione globale.

Come parte di questo processo, la Russia ha un alto potenziale di partenariato e alleanza con paesi che l’Occidente ha oppresso per secoli e che non hanno intenzione di rimettersi sotto il suo giogo. Senza il sacrificio e la lotta russa, questi paesi non sarebbero stati liberati. La denazificazione dell’Ucraina è allo stesso tempo la sua decolonizzazione, cosa di cui la popolazione ucraina dovrà rendersi conto quando comincerà a liberarsi dai fantasmi, dalle tentazioni e dalle dipendenze della cosiddetta scelta europea.

Traduzione dal russo di Donato Sani
Nell’immagine: la pagina con l’articolo originale su RIA Novosti
Questo articolo è stato pubblicato originariamente da Naufraghi/e il 6 aprile 2022


La guerra in Ucraina infiamma il dibattito sulla neutralità

Emergono già i primi "effetti collaterali" dei lavori preparatori del progetto luganese del PSE, un Polo destinato a far discutere ancora a lungo – Di Olmo Cerri 

L’atroce guerra in Ucraina riaccende le discussioni sulla neutralità. Caso più unico che raro, ben 3 ex consiglieri federali sono ricomparsi contemporaneamente sulla scena politica. Kaspar Villiger scrive sulla NZZ che in Ucraina si scontrano la democrazia e il dispotismo, lo stato di diritto e l’arbitrio, la libertà e la coercizione, noi ci schieriamo per la democrazia, in questo caso non possiamo essere neutrali. Christoph Blocher è di tutt’altro parere, per lui la neutralità è una saga intangibile, dev’essere “perpetua, armata e integrale”. In due confronti diretti con Micheline Calmy-Rey, organizzati da Tamedia, Blocher inveisce contro le sanzioni decise dal Consiglio federale.

“Partecipiamo ad una guerra economica contro la Russia – dice – non siamo più neutrali”. Come no – replica Micheline Calmy-Rey – la neutralità non è un paravento per rimanere passivi di fronte alle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che sono l’essenza dei valori della Svizzera. Chi sta a guardare senza intervenire si schiera di fatto dalla parte dell’oppressore e non è neutrale almeno indirettamente, poi Calmy-Rey si rivolge personalmente a Blocher: “tu Christoph ti schieri dalla parte di Putin”. Il fatto è che la neutralità che ci vincola ai trattati internazionali si limita alle implicazioni militari, la cosiddetta neutralità politica è invece molto più flessibile, viene interpretata di volta in volta.

Il ventaglio va dalle attuali severe sanzioni contro la Russia fino al rifiuto di aderire alle sanzioni internazionali contro l’apartheid in Sudafrica che ha contribuito a fare della Svizzera il più grande trafficante d’oro al mondo, anche di oro insanguinato. Christoph Blocher vuole di fatto tornare a queste pratiche, vuole impedire le sanzioni e preannuncia un’iniziativa per una neutralità perpetua e praticamente assoluta.

Di fatto sconfessa il generale Henri Guisan, l’icona della libertà e dell’indipendenza della Svizzera durante la seconda guerra mondiale. Affermava già allora che “la neutralità è uno strumento della politica estera che cambia nel corso degli anni e deve adattarsi ai tempi”. Basti pensare alla recente quanto sorprendente proposta del presidente del PLR Thierry Burkart di intensificare la collaborazione con un’alleanza militare come la Nato. Insomma il concetto di neutralità non rimane fermo ai tempi delle alabarde, si adegua all’era dei droni e dei missili intercontinentali. Non cambia invece il principio morale formulato dallo scrittore e superstite dell’olocausto Elie Wiesel: “Prendi posizione. La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, non il torturato.”


Blocher

Emergono già i primi "effetti collaterali" dei lavori preparatori del progetto luganese del PSE, un Polo destinato a far discutere ancora a lungo – Di Olmo Cerri 


Cina e Covid, caos a Shanghai e non solo

Emergono già i primi "effetti collaterali" dei lavori preparatori del progetto luganese del PSE, un Polo destinato a far discutere ancora a lungo – Di Olmo Cerri 

Un drone della polizia sorvola la città di Shanghai e, tramite un altoparlante, invita i suoi residenti a rispettare le regole di isolamento, e a “tenere sotto controllo i desideri di libertà”. Sono settimane di caos quelle che vive la metropoli cinese da 26 milioni di abitanti, l’ultima vittima di un’ondata di covid-19 che ha spinto le autorità ad imporre un severo lockdown della città.

Hanno lasciato stupefatti le immagini e i video che circolano in rete: le urla dai balconi delle persone arrabbiate ed affamate, catenacci fuori dalle abitazioni senza spiegazione, test a tappeto più volte alla settimana, e malati senza sintomi portati, anche con la forza, in centri di detenzione, dove decine di migliaia di persone sono ammassate in condizioni spartane, e dove le madri sono separate dai propri figli. Immagini drammatiche che sembrano uscite da un inquietante film.

La Cina sembra affrontare l’ondata di Omicron nel 2022 come ha gestito la prima variante del coronavirus nel 2020. Ma i risultati e la pazienza della popolazione non sono gli stessi. Nemmeno la fiducia nel governo è la stessa, anche se non si può dire che il sostegno sia del tutto evaporato. Se per tutti è chiaro che le misure di due anni fa hanno evitato la morte di almeno 1 milione di persone, ora chi vive in Cina fatica ad accettare il protrarsi della tolleranza zero e non perdona l’impreparazione delle autorità di fronte all’ondata di coronavirus, che giunge dopo almeno 18 mesi di relativa normalità. Anche se non sapremo mai quante persone abbiano perso la vita in Cina a causa della pandemia, la stima ufficiale parla di meno di cinquemila morti dall’inizio della crisi sanitaria.

Dopo le tensioni e le proteste degli ultimi giorni, dovute anche alla confusione sulle regole anti-covid, che cambiano quotidianamente e, spesso, da quartiere a quartiere, le autorità hanno allentato alcune misure, permettendo ai residenti di un limitato numero di immobili di uscire di casa per la prima volta in più di due settimane. Ma la maggior parte della popolazione rimane confinata. Basta un caso positivo in un edificio e per tutti gli inquilini scatta un nuovo confinamento di 15 giorni. Shanghai non è l’unica città a trovarsi in questa situazione: 370 milioni di abitanti sono sottoposti a blocchi totali o parziali in tutto il Paese.

Buona parte dei cinesi ha genuinamente paura del virus, ma le conversazioni sui media sociali mostrano che cresce la consapevolezza sulla natura meno grave della variante Omicron. Dei 200 mila casi registrati a Shanghai nell’ultimo mese, soltanto due persone si troverebbe in condizioni serie e nessuno sarebbe morto a causa del virus. La paura è ora quella di risultare positivi ed essere trasportati nelle strutture governative senza privacy e in condizioni igieniche deplorevoli. Sarebbe diverso se non ci fosse il lockdown? Questa è la domanda da un milione di dollari.

Il governo di Xi è cosciente della frustrazione ed anche delle ripercussioni economiche, ma deve aver fatto i propri calcoli. I numeri e le statistiche contano in un paese da 1,3 miliardi di persone. Prepararsi per il peggio, sembra essere parte della strategia, anche se ci si chiede sempre di più quanto alte siano le probabilità dello scenario apocalittico, che spesso viene citato e soprattutto se i leader politici sopravvalutino la possibilità di milioni di decessi ed ignorino le voci di alcuni esperti che mettono in guardia dal prolungamento di un approccio che rischia ora di creare più danni che benefici.

Quanto successo a Hong Kong nelle scorse settimane, città di 7,5 milioni di abitanti, ha allarmato il governo centrale. Tra gennaio e marzo, l’ex colonia britannica ha registrato uno dei tassi di mortalità più alti al mondo. Uno studio pubblicato dai centri di controllo e prevenzione della malattia cinese e americano, ha evidenziato i rischi di morte quando non si vaccinano le persone anziane, un problema esistente a Hong Kong e nel resto della Cina. A fine dicembre 2021, circa il 67% dei residenti di Hong Kong idonei al vaccino, aveva ricevuto almeno una dose, ma solo il 5% aveva ricevuto la terza dose. Delle persone di età pari o superiore a 60 anni, solo il 52% aveva ricevuto una razione dell’antidoto, mentre tra gli anziani di 80 anni o più, soltanto il 20%, risultava immunizzato.

A Hong Kong, le prime infezioni di Omicron sono state rilevate il 6 gennaio, ma il 21 marzo si erano registrati più di un milione di contagi e 5.906 decessi associati al coronavirus. Il tasso di mortalità giornaliero era tra più alti al mondo. Ha pesato la cattiva gestione della crisi sanitaria, ma Pechino teme che senza misure rigide le infezioni potrebbero propagarsi come nell’ex colonia britannica, causando decine di migliaia di morti al giorno soltanto a Shanghai. Gli ospedali cinesi non sono pronti per far fronte ad una tale emergenza.

Sebbene si parli di un tasso di vaccinazione del 90% nella Cina continentale, non c’è chiarezza su quante persone abbiano ricevuto la seconda e la terza dose. E non c’è nemmeno unanimità sull’efficacia dei vaccini Sinovac e Sinopharm, gli unici disponibili in Cina. Come a Hong Kong tra gli ultra 60enni soltanto il 50% sarebbe immunizzato e tra gli ultra 80enni ancora meno. Come è capitato in molti altri paesi asiatici, gli anziani non vedono la necessità di farsi inoculare.

Ironicamente, un Paese che costringe centinaia di milioni di persone a restare nelle proprie case ed è pronto a punirle in caso di infrazione, non ha mai forzato i propri decani a vaccinarsi. E anche se soltanto il 10% o 20% della popolazione non fosse immunizzata con due o tre dosi, parliamo comunque di milioni di cittadini già vulnerabili, a rischio. Le autorità cominciano a rendersi conto che i pericoli provengono anche dal mancato accesso a medicine ed ospedali, dovuti al lockdown, ma cambiare strategia richiede tempo. Gli ordini del governo centrale non vengono sempre seguiti o implementati sul terreno, dalle autorità regionali, locali e comunitarie.

Se è vero, come suggeriscono alcuni analisti, che Pechino voglia evitare il danno all’immagine, provocato da un eventuale alto numero di decessi da coronavirus, cosa dire delle scene viste a Shanghai nelle ultime settimane per la sua reputazione? Queste sono le contraddizioni della Cina, paese complicato, indecifrabile e immenso… con problemi immensi.

Nell’immagine: protesta silenziosa a Shanghai, un frigorifero vuoto esposto al balcone di un palazzo


Guarda l’incontro con Elly Schlein

Emergono già i primi "effetti collaterali" dei lavori preparatori del progetto luganese del PSE, un Polo destinato a far discutere ancora a lungo – Di Olmo Cerri 

Video della serata di discussione con Elly Schlein, Marina Carobbio e Greta Gysin


Elly Schlein – Giustizia sociale e ambientale, vie intrecciate

Emergono già i primi "effetti collaterali" dei lavori preparatori del progetto luganese del PSE, un Polo destinato a far discutere ancora a lungo – Di Olmo Cerri 

La vice presidente della Regione Emilia-Romagna Elly Schlein parteciperà. giovedì 14 aprile presso il cinema LUX di Massagno (inizio alle 20.30) ad un incontro pubblico in occasione della pubblicazione del suo libro La nostra parte (ed. Mondadori), con la partecipazione della Consigliera agli Stati Marina Carobbio e della Consigliera nazionale dei Verdi Greta Gysin.
L’incontro, come indicato qui sopra, potrà anche essere seguito in diretta nel nostro sito