Chiara Frugoni e il Medioevo di tutti, per tutti

Omaggio a Chiara Frugoni, la storica scomparsa, che ‘illuminò’ un periodo circondato da ignoranza e preconcetti 

Basta pronunciare la parola «medioevo» e subito parte la colonna sonora dei Carmina Burana (composti da Carlo Orff nel 1935), saltano su roghi di streghe (un fenomeno tipico soprattutto del XVI e del XVII secolo), si stagliano sullo sfondo minacciosi inquisitori e si intravedono le sfortunate sagome di Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Galileo Galilei (tutti ben addentro la luminosa epoca moderna). È curiosa l’imperitura leggenda nera di questo millennio abbondante della storia dell’uomo, tuttora associato, dai più, a torture e stragi di vario genere, come se le ere che l’hanno preceduto o seguito ne siano state in qualche modo esenti. Le bianche statue marmoree dell’antichità greco-latina furono in realtà imbrattate del sangue di innumerevoli popolazioni (un milione e duecentomila morti soltanto nelle campagne del De bello gallico, che fu un genocidio in piena regola) e mentre si stendeva in Francia la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino l’Europa del Settecento continuava a vessare i più deboli in ogni angolo del globo. Nonostante questo, tali colpe continuano a essere quasi esclusivamente “medievali”.

Un buon antidoto a questa vulgata dura a morire potrebbe essere la lettura degli studi di grandi medievisti come Jacques Le Goff o Jacques Verger oppure, per la cultura italofona, dei nostri Franco Cardini, Alessandro Barbero e Chiara Frugoni, quest’ultima venuta a mancare domenica pomeriggio all’età di 82 anni dopo una vita spesa a raccontare un’epoca tra le più ricche e affascinanti, in perenne contrasto con le banalizzazioni del sentire comune. Nata a Pisa nel 1940, portava nel nome un destino che pareva segnato: «Chiara» come la Santa di Assisi a cui dedicò pagine memorabili (vedere almeno Una solitudine abitata, 2006, e Storia di Chiara e Francesco, 2011), ma anche «Frugoni» come il padre Arsenio (1914-70), celebre medievista della Scuola Normale di Pisa e dell’Università di Roma, dal quale aveva mutuato la sua passione per l’epoca di mezzo e per le peregrinazioni scientifiche in terra toscana.

A chi l’osservi con attenzione, il Medioevo non necessiterebbe infatti di alcuna difesa d’ufficio, tali sono la qualità e l’importanza delle sue principali “invenzioni”: dalle università alle banche alle prime associazioni professionali. Per non parlare naturalmente dell’arte, a cui Chiara Frugoni ha dedicato gran parte delle sue energie per cercare di decrittare il codice figurativo di un’epoca ricca quant’altre mai, nella convinzione che attraverso La voce delle immagini (così si intitola un suo bellissimo saggio del 2010) fosse possibile entrare nella mente del popolo, e non soltanto in quella delle élite; allo stesso modo in cui, con la sua scrittura scientificamente rigorosa eppure sempre accessibile e sempre piacevole, ha cercato di raccontare al grande pubblico di oggi lo spirito di quei secoli, senza chiudersi nel consueto recinto dei tecnicismi accademici. Perché Chiara Frugoni ha scritto non solo di tutti («uomini, donne e soprattutto bambini», come recita il sottotitolo di Vivere nel Medioevo, 2017), animali non esclusi, ma anche per tutti, quasi a voler portare il popolo dell’anno mille in contatto con quello dell’anno duemila, con un vasto progetto di divulgazione a tutto tondo frutto di grande umiltà – oltre che di grande competenza – che ha pochi eguali nella nostra storia recente. Per sincerarsene basterebbe dare un’occhiata a campione ad alcuni dei suoi testi proemiali: dalla Breve introduzione (se possibile, da non saltare) che apriva con grande understatement il recentissimo Uomini e animali nel Medioevo, 2018, ai continui appelli ai suoi lettori, che invitava ogni volta a scriverle per suggerimenti, correzioni, scambi di idee.

Non possono esserci dubbi attorno al valore della sua opera per la nostra epoca tormentata, questa sì veramente “media” e di transizione, soprattutto se si pensa alle pagine sull’ecologismo precoce e provocante di San Francesco, oppure a quelle sull’Allegoria del Buon Governo [sullo sfondo nell’immagine, ndr] di Ambrogio Lorenzetti per le sale di Palazzo Pubblico. Proprio attorno a questa sua ultima ricerca, che partendo dal lontano passato senese finiva per affrontare il tema sempre vivo delle politiche del bene comune, ci aveva concesso per “Cenobio” nel dicembre del 2020 una generosa intervista che così si chiudeva:

«Il comune cittadino a chi si deve rivolgere? Alla scuola; ai libri; ai giornali e agli amici. Io, per esempio, anche se purtroppo non ho più un giornale dove mi sento ben rispecchiata, ne prendo vari e cerco di farmi un’idea. Ma il discorso è difficile, mancano spazi e momenti di discussione sana, di confronto. Bisognerebbe che anche nelle famiglie si ricominciasse a parlare. I momenti un tempo deputati allo stare insieme e scambiarsi parole ed esperienze non ci sono più: il pranzo perché molto spesso si mangia fuori; la cena perché poi si accende la televisione. È un grandissimo peccato. Comunque penso che il ruolo della scuola rimanga fon­damentale. E poi, se si riuscisse a far sì che ai ragazzi piacesse leggere… Perché se uno legge, non è mai solo».

  • Sulla figura di Chiara Frugoni segnaliamo anche la puntata di Laser (RSI Rete Due) curata da Roberto Antonini e Raffaella Barazzoni


L’alternativa agli attentati

Omaggio a Chiara Frugoni, la storica scomparsa, che ‘illuminò’ un periodo circondato da ignoranza e preconcetti 

Tel Aviv – Al mio risveglio questo sabato mattina di primavera, il silenzio del giorno sacro per l’ebraismo è rotto solo dal canto degli uccellini.

A interrompere l’idillio, riportandomi alla realtà, sono tuttavia le immagini del telegiornale che riprendono i mezzi blindati dell’esercito israeliano mentre escono dal campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, dopo aver individuato il luogo di residenza dell’attentatore che giovedì sera ha aperto il fuoco a Tel Aviv provocando tre morti e numerosi feriti. Il ventottenne palestinese che ha sparato sulla folla dei clienti di un pub di Dizengoff, una delle vie centrali più frequentate nel fine settimana, è rimasto ucciso a sua volta in uno scambio di colpi intorno alle 4 del mattino successivo, dopo essere stato localizzato a Yaffo al termine di una lunga ed estenuante caccia all’uomo da parte delle forze dell’ordine israeliane.

L’attentato di Tel Aviv si somma a quelli delle scorse settimane, compiuti nelle città di Beer Sheva, Hadera, Bnei Brak e Ramat Gan, che hanno inaugurato una nuova ondata di violenza che coincide non solo con le celebrazioni del mese del Ramadan, ma anche con una crisi politica interna israeliana che potrebbe condurre a nuove elezioni e persino al paventato ritorno al potere dell’ ex primo ministro Benjamin Netanyahu.

Come “da tradizione” Israele risponderà, tra le altre cose, demolendo l’abitazione della famiglia dell’attentatore e, come per ricordare chi comanda, ieri mattina ha compiuto il primo passo di una lunga serie di drammatiche rappresaglie.

Dopo una notte asserragliati in casa mentre l’attentatore si aggirava armato per le vie, già ieri gli abitanti di Tel Aviv, soprannominata la città che non dorme mai, hanno ripreso la loro frenetica vita, immersi come sono nei preparativi per la settimana della Pasqua ebraica, che avrà inizio il prossimo venerdì sera con la celebrazione del Seder.

Se per anni questa capacità di integrare simili eventi traumatici nella coscienza, liquidandoli con apparente facilità, mi sembrava sinonimo di attaccamento alla vita e di resilienza, oggi non posso fare a meno di disperarmi di fronte al rifiuto e all’incapacità degli israeliani di porsi degli interrogativi, effettuare correlazioni e assumersi la responsabilità degli effetti dell’occupazione.

Social media e mezzi di informazione che celebrano esercito, polizia e servizi, fanno parte del disgustoso copione che segue ogni attentato all’incolumità di civili israeliani, rendendo le vicende di questo conflitto asimmetrico ancora più surreali, soprattutto se si pensa che, stando alle stime delle Nazioni Unite, negli anni dal 2008 al 2020 i morti palestinesi ammontano a circa 5600 contro 250 israeliani, mentre i feriti palestinesi sarebbero 115000 contro i 5600 israeliani.

Senza nulla sottrarre al valore di ogni singola vita, al dramma delle famiglie delle vittime e alle legittime e umane paure e angosce dei civili, compresa la sottoscritta, quello del ‘denial’, cioè del ‘rifiuto’, è un prezzo che gli israeliani pagano caro da decenni e che alimenta futuri scenari tutt’altro che rosei per quest’infausto angolo di mondo.

Tuttavia, onde evitare di cedere alla seduzione depressiva propongo invece di soffermarci su di un’interessante e forse costruttiva coincidenza. Proprio questa settimana, infatti, cadeva l’undicesimo anniversario dell’uccisione di Juliano Mer Khamis, attore, regista e attivista, direttore artistico del Freedom Theatre nel campo profughi della stessa Jenin.

Inizialmente il teatro era sorto per iniziativa dell’ebrea israeliana Arna Mer Khamis, attivista politica e protagonista di campagne di lotta per la libertà e i diritti umani, impegnata per la difesa e l’educazione dei bambini palestinesi. Dopo essere stato distrutto durante la battaglia del 2002, nel 2006 il Freedom Theatre è stato rifondato da Juliano, figlio di Arna e del palestinese Saliba Khamis, affermandosi come modello di resistenza civile e non violenta all’occupazione israeliana.

Il teatro utilizza giochi di ruolo, musica, danza e arte per aiutare gli studenti a esprimere le loro frustrazioni e a mettere in scena le personali lotte quotidiane. Laboratori teatrali, corsi di cinema, fotografia, scrittura creativa e altre forme culturali sono infatti gli strumenti che il Freedom Theatre offre ai giovani del campo per affrontare, esprimere e canalizzare la paura cronica, la depressione e lo stress post-traumatico di cui sono vittime.

Tale processo di autoespressione ed esplorazione dell’identità tramite l’arte rende la performance teatrale ed estetica un catalizzatore di energie per il cambiamento sociale nei territori palestinesi, promuovendo al contempo un’identità collettiva e la creazione di una narrativa alternativa in grado di sfidare i discorsi dominanti del conflitto israelo-palestinese, sia a livello locale che internazionale.

Attorno al teatro si è formata una comunità artistica vivace e creativa che ha prodotto anche diversi adattamenti di opere famose come La fattoria degli animali di George Orwell (2009), Gli uomini al sole di Ghassan Khanafani (2010) e Alice nel paese delle meraviglie (2011) di Lewis Carroll.

“La terza intifada si combatterà con la cultura”, affermava Juliano Mer Khamis sottolineando fiero come il progetto costituisca una forma di resistenza dei palestinesi nella lotta per la liberazione, e non un’alternativa alla stessa.

Khamis è stato ucciso a Jenin, il 4 aprile 2011, da un uomo armato mascherato nei pressi del teatro. Nonostante sia stato indagato da molteplici autorità, tra cui lo Shin Bet, l’omicidio rimane irrisolto.


Macron, un travagliato quinquennio e l’inseguimento di Marine le Pen

Omaggio a Chiara Frugoni, la storica scomparsa, che ‘illuminò’ un periodo circondato da ignoranza e preconcetti 

Alla vigilia del primo turno delle presidenziali di domenica, i sondaggi danno una Marine Le Pen in continua ascesa. Con ogni probabilità sarà lei a qualificarsi per il secondo turno di domenica 24, e quindi a sfidare il presidente uscente, sempre dato in testa nei sondaggi ma in leggero calo in questi ultimi giorni. Si ripeterà il duello di cinque anni fa, vinto da Emmanuel Macron con un perentorio 64% a 36%. Nel corso dell’esercizio del suo mandato, Macron ha sempre pensato e anche sperato in un nuovo confronto con la Le Pen, nella certezza di stracciarla ancora durante il classico dibattito finale tra i due turni. Tuttavia, il bilancio del suo mandato si presenta in chiaroscuro, mentre le quotazioni della rivale sono in netto rialzo e la sua terza partecipazione alla corsa dell’Eliseo potrebbe rivelarsi quella buona.

Per capire questa nuova situazione, dobbiamo tornare al 2017, l’anno dell’elezione di Macron, non ancora quarantenne ma già con una forte personalità. Ha frequentato le più prestigiose università francesi, ottenendo voti sempre brillanti. Presso l’ispettorato delle finanze avverte tutta la macchinosità delle strutture amministrative dello Stato. Si fa poi le ossa nel privato presso la banca Rotschild. Nel 2012, Francois Hollande lo fa entrare nello staff dei suoi più stretti collaboratori. Due anni dopo, su consiglio del primo ministro Manuel Valls, Hollande gli affida il ministero dell’economia. Nel settembre 2016, improvvisamente, rassegna le dimissioni. Svela la sua segreta ambizione: partecipare alla corsa per la conquista dell’Eliseo. Si ritiene in grado di imporre una svolta al governo della cosa pubblica. Nel maggio 2017, viene eletto nel segno del ricambio di una classe politica che da più di trent’anni poco o nulla fa per rilanciare un’economia che ristagna e che soffre della globalizzazione in corso. Macron ottiene persino una maggioranza assoluta all’ Assemblée Nationale, composta di molti giovani provenienti dal settore privato.

Il nuovo presidente è deciso a imporre le riforme di cui il paese ha un urgente bisogno. Non intende tergiversare. Vuole una vera e autentica rottura con il modo di governare dei suoi predecessori. Ritiene prioritaria la necessità di dare fiato al mondo delle imprese. Procede subito a modificare il codice del lavoro per togliere al ceto imprenditoriale quelle remore che frenano l’assunzione di nuovi dipendenti. Detto in modo esplicito: “se io padrone non ho più le mani legate quando ritengo di dover licenziare, ebbene sarò più propenso ad assumere”. La seconda importante riforma riguarda la SNCF (Société Nationale des Chemins de Fer). Si tratta di svecchiare un’azienda che presto sarà chiamata ad affrontare la concorrenza europea. La riforma è fortemente contestata dai sindacati. Per parecchie settimane lo sciopero dei ferrovieri perturba la vita sociale ed economica del paese. Ma il governo del primo ministro Edouard Philippe non indietreggia.   Nel contempo, agli occhi del ceto medio-basso, Macron è diventato il presidente dei ricchi. La riforma fiscale alleggerisce i contributi delle grandi e medie aziende per renderle più competitive, sia sul mercato interno, sia su quello estero. La popolarità del nuovo presidente viene ulteriormente intaccata dalla vicenda in cui è coinvolto Alexandre Benalla, sua guardia del corpo sin dai tempi della campagna elettorale. Si vuole scoprire chi ha autorizzato il Benalla a scendere in campo e a schierarsi a fianco delle forze dell’ordine in occasione delle manifestazioni del primo maggio (2018), nel corso delle quali il Benalla si è macchiato di violenze gratuite.

In questa occasione, Macron si espone con un tono decisamente arrogante: “Cercate il colpevole? Ebbene sono io. Sono qui. Venite pure a prendermi” Arroganza confermata in occasione della Fête nationale del 14 luglio. A un giovane che si lamenta di non trovare lavoro, Macron risponde in modo sprezzante: “si vous voulez trouver du travail, vous n’avez qu’à traverser la rue”. La popolarità del presidente precipita. Il malcontento è generale, soprattutto in provincia. Anche perché nel frattempo il primo ministro Edouard Philippe decide di aumentare la tassa sul carburante e l’abbassamento della velocità sulle strade nazionali dai 90 agli 80 km orari. (130 il limite sulle autostrade), due misure fortemente volute da Philippe, ma che in autunno scatenano la lunga e a volte violenta contestazione dei gilets jaunes. (e dire che oggi l’ex primo ministro è la persona politica più popolare!) . Scendono in piazza ogni sabato. Su molti striscioni si chiedono le dimissioni del presidente. Su altri si schizza la sua testa mozzata. A Parigi i gilets jaunes investono gli Champs Elysées. Gli scontri con le forze dell’ordine sono violenti. Un miracolo che non scappi il morto. La maggioranza della popolazione è con loro. Inizio dicembre, Macron annuncia alcune concessioni, in particolare un aumento dello SMIC, il salario minimo garantito e un lieve rialzo delle pensioni. Misure che non bastano a sedare il malcontento dei manifestanti.

Macron avverte il profondo scollamento delle istituzioni dal paese reale. Che fare? Decide di compiere una tournée nel paese per incontrare i rappresentanti del territorio, i sindaci in primis, per spiegare loro le linee direttrici della sua politica. È il tempo del grand débat. In ogni meeting Macron non si risparmia. Per 7-8 ore risponde a tutti. Entra nei più minimi dettagli dei problemi che assillano i numerosi presenti nella gestione del loro territorio. Evita battute arroganti. Nei sondaggi risale un po’ la china. Ma per poco. Nella seconda metà del 2019, lancia la riforma di cui la Francia ha il più urgente bisogno, quella delle pensioni (su 1’000 euro spesi dallo stato 272 sono per le pensioni). Il progetto è molto ambizioso ma pure complesso. E quando il primo ministro Philippe lascia intendere che l’âge pivot, ossia l’età del pensionamento, dovrà essere di 64 anni, le piazze delle città sono di nuovo in subbuglio. Per uscire da questa nuova crisi Macron ha presto un alleato: il Covid 19. Per l’economia del paese, come per quella di tutta l’Europa, è una sciagura. Tutto sommato però Macron riesce a gestirla, a volte persino in opposizione agli esperti. Non lesina aiuti alle imprese e ai loro dipendenti. Sul piano europeo, lui e la cancelliera Merkel riescono a fare accettare ai “frugali” paesi nordici la necessità di accendere un mutuo presso la Banca Centrale Europea. Una prima per i membri dell’UE. I francesi apprezzano e Macron riconquista punti.

L’aggressione russa contro l’Ucraina rafforza la posizione del presidente. Il suo tentativo di interloquire con Putin è ben accolto. Purtroppo questi non desiste. Semina sangue e dolore nel paese del quale nega addirittura l’esistenza. Macron è costretto a trascurare la campagna elettorale in corso. Tra i francesi il timore di un’estensione del conflitto rientra. A preoccuparli è in assoluto il potere d’acquisto, tema sul quale da mesi punta la candidata del Rassemblement National (non più Front). E nei sondaggi per il primo turno la Le Pen è soltanto a un paio di punti dal presidente uscente. L’esponente dell’estrema desta ha saputo darsi un volto meno spigoloso, più da mamma tranquilla, tutta dedita alla casa e ai suoi gatti. Nonostante ciò, il suo programma è sempre improntato allo slogan “priorité nationale”, accompagnato da un lungo elenco di misure (tra le quali un forte abbassamento e persino un azzeramento della Tva su un ampio numero di prodotti) che dovrebbero consentire al francese medio di risparmiare addirittura dai 200 ai 300 euro al mese.

Finanziamento? Prestazioni sociali tolte a un buon numero di stranieri e rinvio immeditato degli immigrati clandestini. Ovviamente non manca la caccia all’evasione fiscale, operazione che non ha mai registrato sostanziosi recuperi. In questi ultimi giorni il caso delle consulenze McKinsey complica la posizione di Emmanuel Macron. Per il 35-40% dei francesi torna ad essere l’odiato “presidente dei ricchi”, anche se nel bilancio della sua presidenza vanta un successo non indifferente: la riduzione della disoccupazione dal 9,6 al 7,3 %. E il suo programma non si scosta dal disegno di facilitare le iniziative del mondo imprenditoriale. Assicura tuttavia di non trascurare chi è nel bisogno. Per darsi i mezzi della sua politica torna a preconizzare la madre delle riforme, quella delle pensioni. Ne fissa l’età a 65 anni, mentre la Le Pen la mantiene a 62. Lunedì prossimo, alla luce dei risultati del primo turno, si potranno valutare le possibilità se non addirittura le probabilità dell’arrivo di una donna all’Eliseo.


Come avremmo potuto salvare milioni di persone dal covid-19

Omaggio a Chiara Frugoni, la storica scomparsa, che ‘illuminò’ un periodo circondato da ignoranza e preconcetti 

Di , The New York Times – da Internazionale

Non possiamo entrare due volte nello stesso fiume, sosteneva il filosofo greco Eraclito, perché né noi né le acque del fiume saremo gli stessi.

È vero, ma non significa che non possiamo imparare qualcosa chiedendoci quali altre direzioni avrebbe potuto prendere il fiume. Mentre comincia il terzo anno di pandemia, dobbiamo analizzare quei momenti in cui il fiume ha cambiato corso, e i governi di tutto il mondo hanno preso decisioni che hanno influenzato migliaia, se non milioni, di vite.

Cosa sarebbe successo se nel dicembre 2019 la Cina avesse agito con più onestà e apertura? E se nel gennaio 2020 tutto il mondo avesse risposto con la stessa decisione e rapidità di Taiwan? E se gli Stati Uniti avessero adottato misure di protezione adeguate già nel febbraio 2020, prendendo esempio dalla Corea del Sud? Analizzare queste ipotesi significa riconoscere un’amara verità: in molte fasi cruciali della pandemia, sarebbe stato possibile evitare molte sofferenze semplicemente prendendo decisioni che erano a portata di mano. Esaminando questi momenti e capendo cos’è andato storto possiamo sperare, in futuro, di evitare simili errori.

Cos’è successo nelle prime settimane: la Cina ha nascosto la malattia

Le informazioni a nostra disposizione su cos’è successo nel dicembre 2019, quando il virus sars-cov-2 è stato individuato per la prima volta a Wuhan, in Cina, sono ancora limitate. I giornalisti che lavoravano per i mezzi d’informazione occidentali sono stati espulsi, mentre i cittadini e i giornalisti cinesi che avevano condiviso informazioni in quei primi giorni sono stati arrestati. Ma le prove suggeriscono che la Cina fosse a conoscenza del pericolo ben prima di comunicarlo al resto del mondo.

Secondo il South China Morning Post, quotidiano di proprietà di una grande azienda cinese, i funzionari cinesi hanno rilevato i primi casi il 17 novembre 2019. Alcuni scienziati occidentali riferiscono che i colleghi cinesi li avevano informati dell’epidemia a metà dicembre. Ma, da quel momento in poi, i medici che avevano lanciato l’allarme sono stati messi a tacere. Poi alla fine di dicembre gli ospedali di Wuhan hanno cominciato a mettere in quarantena i pazienti, mentre il personale sanitario si ammalava sempre più spesso. Era una chiara prova del fatto che il virus si trasmetteva da persona a persona, il primo passo verso una pandemia.

Il 31 dicembre 2019, tra voci sempre più insistenti, le autorità sanitarie di Wuhan hanno riconosciuto l’esistenza di 27 casi di una “polmonite d’origine sconosciuta” causata da un virus, precisando però di non avere “prove chiare della trasmissione diretta tra esseri umani”. Il 1 gennaio 2020 i mezzi d’informazione cinesi hanno dato la notizia di otto persone punite per aver diffuso indiscrezioni sul virus. Tra loro c’era Li Wenliang, un medico che aveva notato somiglianze tra la polmonite misteriosa e la sindrome respiratoria acuta grave (sars), e aveva invitato i colleghi a indossare equipaggiamenti protettivi (in seguito, il dottor Li è morto di covid-19). Solo il 20 gennaio 2020 le autorità cinesi hanno ammesso pubblicamente che il virus si trasmetteva da un essere umano all’altro. Tre giorni dopo hanno isolato l’intera città di Wuhan.

A quel punto il virus aveva potuto circolare liberamente per settimane e uscire dalla Cina. In tutto il mondo emergevano i primi focolai. La pandemia era in arrivo.

Cosa sarebbe dovuto succedere: la Cina avrebbe potuto dire la verità evitando la pandemia

Tra l’inizio e la metà del dicembre 2019, la Cina avrebbe potuto comunicare all’Organizzazione mondiale della sanità di aver rilevato un’epidemia causata da un coronavirus sconosciuto, simile a quello della sars. Subito dopo avrebbe dovuto sequenziare il genoma del virus e condividere i dati, permettendo di fabbricare i test per rilevarlo. Il resto del mondo avrebbe potuto agire più prontamente: i governi avrebbero dovuto garantire la produzione immediata di test per individuare il maggior numero possibile di casi. Le autorità sanitarie avrebbero potuto isolare i contagiati, tracciando i contatti e avviando le quarantene. Le limitazioni dei viaggi e il tracciamento dei contagi avrebbero potuto impedire la diffusione del virus fuori della Cina.

L’idea che l’epidemia si potesse neutralizzare prima di diventare una pandemia può sembrare irrealistica, ma sappiamo che successivi focolai sono stati contenuti. Quindi poteva esserlo anche il primo. In questo modo avremmo evitato la pandemia, risparmiando al mondo milioni di morti ed enormi sofferenze.

Cos’è successo dopo il silenzio cinese: il mondo ha ignorato gli allarmi e reagito lentamente

Il 30 dicembre 2019 ProMED, un servizio che traccia le malattie infettive a livello mondiale, ha registrato a Wuhan casi di “polmonite d’origine sconosciuta”. Il giorno successivo Helen Branswell, una giornalista esperta di malattie infettive, ha lanciato l’allarme su Twitter scrivendo che la malattia ricordava la sars. Lo stesso giorno il centro per il controllo delle malattie di Taiwan, grazie ai contatti stretti nella Cina continentale, ha inviato un’email all’Oms in cui esprimeva preoccupazione per la presenza di pazienti in isolamento a Wuhan, un chiaro segnale di un’epidemia in corso, con contagi diretti tra esseri umani.

L’11 gennaio 2020 uno scienziato cinese ha coraggiosamente permesso a un collega australiano d’inserire il genoma del virus in una banca dati, senza attendere l’autorizzazione del governo. Il mondo intero ha potuto verificare l’esistenza di un nuovo coronavirus, imparentato con quello che provoca la sars. Il giorno dopo il laboratorio dello scienziato cinese è stato chiuso.

I dubbi sulla trasmissione diretta del virus tra esseri umani avrebbero dovuto cadere già a metà gennaio, quando si è saputo di una donna in Thailandia e di un uomo in Giappone risultati positivi. Nessuno dei due era mai stato al mercato di Wuhan, che secondo le autorità cinesi era l’origine dell’epidemia. Intanto le autorità cinesi avevano tenuto fermo a 44 il conteggio dei nuovi casi (in un secondo momento abbiamo saputo che gli operatori sanitari non erano autorizzati a riportare casi non collegati al mercato di Wuhan). L’Oms ha continuato a dare retta alla Cina, secondo cui ancora non c’erano prove che il contagio potesse avvenire tra esseri umani.

Solo quando le autorità cinesi hanno isolato Wuhan, il 23 gennaio 2020, il resto del mondo ha capito la serietà della minaccia. Anche in quel caso la risposta globale è stata insufficiente.

Cosa sarebbe potuto succedere: il mondo avrebbe potuto svelare l’inganno cinese e darsi da fare

In che modo i governi del mondo avrebbero potuto squarciare la cortina fumogena cinese? Facendo come Taiwan. Il 31 dicembre 2019, lo stesso giorno in cui hanno inviato l’email all’Oms, le autorità taiwanesi hanno cominciato a controllare tutti gli aerei in arrivo da Wuhan per verificare la presenza di passeggeri con sintomi come la febbre.

“Non siamo riusciti a ottenere risposte soddisfacenti dall’Oms né dalle autorità sanitarie cinesi, quindi ci siamo insospettiti e abbiamo preso delle misure autonomamente”, ha dichiarato a Time il ministro degli esteri taiwanese Joseph Wu.

Le mascherine sono state razionate in modo che ce ne fossero abbastanza per tutti, e sono state distribuite nelle scuole. I soldati sono stati mandati a lavorare nelle fabbriche di mascherine per aumentare la produzione. Il governo ha rapidamente stanziato fondi per le aziende che stavano perdendo clienti e guadagni. Per gran parte del 2020 i casi di covid-19 a Taiwan sono stati pochissimi. Per 253 giorni consecutivi non sono stati registrati nuovi contagi locali, e questo nonostante i numerosi collegamenti con la Cina (Wuhan compresa) prima del gennaio 2020. Grazie ai test e al tracciamento dei contatti, le autorità taiwanesi hanno neutralizzato due grandi focolai – uno nel marzo 2020 e un altro nell’estate 2021, causato dalla variante alfa, più contagiosa – riportando a zero il numero di contagi. Tutto questo dimostra che una risposta tempestiva ed efficace era possibile.

A Taiwan sono stati registrati 853 decessi per covid-19. Se gli Stati Uniti fossero riusciti a mantenere un tasso di mortalità paragonabile, i morti sarebbero stati dodicimila, invece di quasi un milione. Inoltre il caso taiwanese mostra che all’inizio del gennaio 2020 avevamo già informazioni sufficienti per non sottovalutare il virus, e per spegnere possibili focolai.

Cos’è successo dopo che la malattia si è diffusa nel mondo: la gravità della minaccia è stata ignorata

All’inizio della pandemia, nonostante l’abbondanza di prove, molte autorità sanitarie non hanno capito quanto rapidamente si diffondesse il virus, dunque non hanno limitato adeguatamente i contagi. La conseguenza sono stati migliaia di morti.

Il 3 febbraio 2020 la nave da crociera Diamond Princess ha ricevuto l’ordine di restare ferma nel porto giapponese di Yokohama, due giorni dopo la notizia che un passeggero sbarcato a Hong Kong era risultato positivo. Quando è arrivata la notizia che altre dieci persone a bordo erano positive, la nave è stata messa in quarantena. Alla fine le persone contagiate sono state 712, circa il 19 per cento dei passeggeri, con quattordici morti.

Nove operatori sanitari che lavoravano sulla nave si sono contagiati. Il virologo giapponese Hitoshi Oshitani ha sottolineato quanto fosse improbabile che tutti, professionisti esperti di malattie infettive, non avessero preso le dovute precauzioni. In quel momento le linee guida dell’Oms e dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie statunitensi (Cdc) si basavano ancora sulla convinzione che il virus si diffondesse attraverso le goccioline (droplet) espulse da naso e bocca, che precipitavano a terra o sulle superfici a causa delle loro dimensioni consistenti. Il consiglio, dunque, era mantenere la distanza per non entrare nel raggio delle goccioline e lavarsi spesso le mani per neutralizzare quelle raccolte dalle superfici.

Poiché gli operatori erano stati contagiati lo stesso e i passeggeri avevano contratto la malattia nonostante la quarantena, Oshitani sospettava che il virus si diffondesse attraverso particelle più piccole, gli aerosol, che possono percorrere una distanza maggiore, fluttuando e concentrandosi negli spazi chiusi.

La teoria degli aerosol è stata confermata dopo il caso del contagio di massa a una prova di coro con 61 partecipanti a Skagit, negli Stati Uniti, il 10 marzo 2020. La chiesa aveva adottato le linee guida basate sulla teoria delle goccioline, tenendo la porta aperta in modo che nessuno toccasse la maniglia ed evitando strette di mano e abbracci. Nessuno si è avvicinato a meno di due metri dalla persona sospettata di aver portato il virus nella sala. Eppure 52 persone (l’85 per cento dei presenti) sono state contagiate.

Molti esperti occidentali – negli Stati Uniti, in Europa e dell’Oms – hanno ignorato le prove della trasmissione via aerosol. Paesi come gli Stati Uniti non hanno voluto imporre l’uso delle mascherine, preoccupandosi invece di disinfettare dai germi le lettere e le derrate alimentari.

Con l’emergere di nuove prove e di test condotti dagli esperti di aerosol sono arrivati i primi aggiustamenti, che tuttavia sono stati saltuari, limitati e poco pubblicizzati. Per esempio, l’Oms ha raccomandato l’uso delle mascherine negli spazi chiusi, a prescindere dal mantenimento della distanza di sicurezza, solo nel dicembre 2020 e anche allora il consiglio riguardava gli spazi scarsamente ventilati. E abbiamo dovuto attendere il dicembre 2021, due anni, prima che agli operatori sanitari fosse raccomandato l’uso di mascherine più filtranti.

Il 26 gennaio 2020 il ministro della salute cinese ha tenuto una conferenza stampa per dire che anche le persone asintomatiche potevano trasmettere il virus. La stessa settimana un articolo di The Lancet documentava un caso in cui il contagio era visibile nei polmoni di un paziente che per il resto non manifestava sintomi. Un altro articolo del New England Journal of Medicine parlava di casi con sintomi lievi e molto difficili da rilevare. Articoli pubblicati da scienziati tedeschi sono arrivati a conclusioni simili.

Tuttavia le autorità sanitarie di molti paesi hanno ignorato, negato e sminuito le prove di infezioni contratte da soggetti asintomatici. Solo a marzo inoltrato le autorità statunitensi hanno ammesso questa possibilità. In questo modo non ci siamo resi conto dell’urgenza di un rilevamento di massa dei contagi. Così il virus si è diffuso in silenzio, senza che fossero prese le dovute precauzioni, fino a quando non sono esplosi i casi in città come New York. Negli Stati Uniti il suggerimento d’identificare e mettere in quarantena le persone entrate in contatto con gli infetti è stato considerato inutile e allarmista. Inizialmente i Cdc e l’Oms raccomandavano l’uso delle mascherine solo per i malati.

Un altro errore è stato non riconoscere una tendenza dominante nella diffusione del virus: i grandi focolai. Nel febbraio 2020 Oshitani e i suoi colleghi sono arrivati alla conclusione che gran parte delle persone infettate non aveva trasmesso il virus e che invece un piccolo gruppo di individui era responsabile di una superdiffusione in spazi chiusi come ristoranti, discoteche, karaoke bar e palestre, soprattutto dove la ventilazione era scarsa. Gli scienziati hanno poi sviluppato nuove tecniche per tracciare i contagi fino all’origine, individuando i “grappoli” di trasmissioni per ricercare altri casi.

Cosa sarebbe potuto succedere: le autorità avrebbero potuto adottare strategie efficaci per bloccare la pandemia sul nascere

Il resto del mondo avrebbe dovuto ascoltare gli scienziati giapponesi. All’inizio di marzo il Giappone – convinto che il virus si diffondesse via aerosol, anche in mancanza di sintomi, e per “grappoli” – ha raccomandato l’uso delle mascherine, sottolineando la necessità di garantire la ventilazione degli spazi e invitando la popolazione a evitare i posti chiusi, affollati e i contatti ravvicinati.

Gli Stati Uniti, invece, hanno continuato a disinfettare i prodotti alimentari, mentre l’Oms continuava a insistere sulla necessità di lavarsi le mani e mantenere le distanze. Il Giappone ha registrato circa 25mila decessi per covid-19, l’equivalente di 66mila decessi in un paese delle dimensioni degli Stati Uniti. Il rilevamento di massa dei contagi avrebbe potuto permettere di individuare gli infetti prima che diventassero contagiosi, a volte anche in assenza di sintomi. La ventilazione e un buon filtraggio dell’aria avrebbero potuto rendere più sicuri gli spazi chiusi.

Invece di chiudere i parchi, molte attività avrebbero potuto tenersi all’aperto (clima permettendo) dove il virus si disperde. Il ruolo cruciale delle mascherine avrebbe potuto essere compreso in anticipo, così come la maggiore efficacia di quelle più filtranti. Piuttosto che sprecare soldi in barriere di plexiglass (che non possono bloccare gli aerosol e invece fermano le correnti d’aria, aumentando il rischio di contagi) le scuole avrebbero potuto ammodernare i loro sistemi di ventilazione, condizionamento e riscaldamento, e installare filtri in grado di bloccare i virus. La strategia contro il contagio a grappoli del Giappone avrebbe potuto essere adottata altrove.

Un’azione tempestiva – indispensabile per arginare una qualsiasi epidemia – sarebbe stata ancora più importante per fermare la diffusione silenziosa e gli eventi superdiffusori, come dimostra il caso sudcoreano. La Corea del Sud ha assistito a gravi eventi superdiffusori nel febbraio 2020, tra cui quello di un raduno religioso con cinquemila contagi, e un unico individuo sospettato di essere la fonte. Il paese si è trovato con il maggior numero di casi, a parte la Cina. Le autorità sudcoreane hanno reagito tempestivamente introducendo un programma intensivo di rilevamento dei contagi (già in preparazione da gennaio) con test effettuati in auto e un attento tracciamento dei contatti.

In questo modo la Corea del Sud ha evitato una possibile catastrofe e ha continuato a limitare i contagi. In tutto il 2020 i morti sono stati meno di mille. Negli Stati Uniti sarebbe stato l’equivalente di settemila morti nel 2020. Le stime, invece, parlano di più di 375mila decessi.

Cos’è successo: quando i vaccini sono stati pronti, li hanno monopolizzati i paesi ricchi

Il più grande risultato scientifico della pandemia è stato probabilmente il rapido sviluppo di vaccini sicuri ed efficaci. Nel gennaio 2020 l’amministratore dell’azienda tedesca BioNtech, Uğur Şahin, ha cominciato a lavorare su un vaccino subito dopo aver letto lo studio di The Lancet sui pazienti asintomatici, convinto che avremmo dovuto affrontare una pandemia. Şahin ha convinto la Pfizer, inizialmente scettica, a sostenerlo.

Il 15 maggio 2020 gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione Warp speed per finanziare sei possibili vaccini. Cinque hanno dimostrato di essere efficaci, un dato di per sé straordinario. Il primo a dare risultati promettenti è stato quello della Pfizer-BioNtech, seguito da quello della Moderna.

Le forniture sono state da subito un problema. La Pfizer ha stimato di poter produrre fino a 1,35 miliardi di dosi nel 2021, sufficienti a garantire la doppia dose all’8,5 per cento della popolazione mondiale. La Moderna, un’azienda di dimensioni più ridotte, non avrebbe potuto superare quella cifra. Anche l’AstraZeneca non poteva produrne abbastanza per tutti.

La possibilità di distribuire equamente il vaccino nel mondo è stata completamente ignorata. I paesi ricchi che avevano ordinato il vaccino o avevano finanziato la ricerca si sono accaparrati la maggior parte delle dosi. In seguito la produzione è aumentata, ma non abbastanza rapidamente. Non è stato formato nessun consorzio né una condivisione delle risorse per aumentare le forniture. La tecnologia non è stata trasferita ai paesi a redditi medio e basso. I brevetti non sono stati sospesi. L’iniziativa Covax, promossa dell’Oms per portare i vaccini nei paesi poveri, non ha potuto comprare un numero sufficiente di dosi. Le donazioni sono state scarse e saltuarie. Alla fine del 2020, con un colpo di scena ampiamente previsto, sono emerse varianti più pericolose del virus: alfa, delta e omicron.

Una distribuzione tempestiva dei vaccini avrebbe potuto scongiurare la comparsa delle varianti, molte delle quali si sono sviluppate nel corso di infezioni persistenti in pazienti immunodepressi, come quelli affetti da aids e non adeguatamente curati. Un altro vergognoso effetto delle disuguaglianze globali in campo sanitario.

Cosa sarebbe potuto succedere: i vaccini avrebbero potuto essere prodotti in quantità e distribuiti equamente

I leader dei paesi ricchi avrebbero dovuto chiamare a raccolta i produttori di vaccini e fargli accettare certi accordi e condizioni, tra cui la condivisione delle strutture di produzione, l’addestramento di personale qualificato e la rinuncia ai brevetti. Il trasferimento delle competenze ai paesi poveri avrebbe potuto garantire l’obiettivo finale di avere un mondo in cui molti paesi sono in grado di produrre vaccini. Le aziende farmaceutiche avrebbero comunque guadagnato somme enormi, soprattutto se si considera la quantità di fondi pubblici che hanno ricevuto per svolgere la ricerca.

I governi naturalmente pensano prima ai loro cittadini, anche a quelli che corrono i rischi minori. Ma per salvare il maggior numero di vite le priorità avrebbero dovuto essere fissate a livello globale. Operatori sanitari, anziani e soggetti a rischio avrebbero dovuto essere i primi. Sarebbe stato opportuno valutare la possibilità di ritardare la somministrazione della seconda dose in modo da garantire una prima vaccinazione al maggior numero possibile di persone in tutto il pianeta. I primi dati sulla protezione offerta da una dose, tra l’altro, erano incoraggianti.

Alcuni paesi, tra cui Canada e Regno Unito, hanno allungato l’intervallo tra le due somministrazioni per proteggere un numero maggiore di cittadini, con ottimi risultati: gran parte della popolazione vulnerabile è stata protetta in tempi brevi. E gli intervalli più lunghi, come avevano predetto molti immunologi, non hanno cancellato la protezione. Del resto il richiamo dopo tre/quattro settimane era stato deciso per accelerare i tempi in fase di sperimentazione. Negli Stati Uniti, però, l’idea di prolungare l’intervallo non è stata proprio presa in considerazione.

Cosa dovrà succedere
Quando la pandemia sarà finita, saremo tentati di lasciarcela alle spalle e tornare alla vita di prima. Per i singoli individui va bene così. Ma all’interno dei nostri governi e dei nostri sistemi sanitari sono emerse della fratture, causate da due anni di inerzia, errori e ostinazione a non arrendersi all’evidenza. Oggi è importante analizzare quello che è accaduto per affrontare meglio le sfide future.

Sarà necessario creare commissioni nazionali e internazionali per capire dove abbiamo sbagliato e come rispondere alle prossime epidemie, senza cercare capri espiatori ma evitando di giustificare ciò che le autorità sanitarie e politiche hanno sbagliato. In alcuni paesi è facile puntare il dito contro persone come Donald Trump, che ha gravemente compromesso la risposta degli Stati Uniti. Ma anche i dirigenti del sistema sanitario e i governatori degli stati hanno delle responsabilità. In un’epoca segnata da una crescente sfiducia internazionale dobbiamo lavorare per rafforzare la cooperazione. Abbiamo bisogno di capire come incorporare rapidamente i dati raccolti sul campo in una politica sanitaria adeguata, migliorando il nostro modo di reagire a eventi complessi.

Se ci riusciremo, se in futuro sapremo salvare vite ed evitare sofferenze, non avremo cancellato tutto il dolore e tutte le perdite degli ultimi due anni, ma almeno potremo dire di aver fatto del nostro meglio per imparare. E speriamo che questa possa essere l’eredità positiva della pandemia.

Traduzione di Andrea Sparacino
I link, che abbiamo conservato per scrupolo di completezza, portano a siti in lingua inglese


Chiudere col gas russo

Omaggio a Chiara Frugoni, la storica scomparsa, che ‘illuminò’ un periodo circondato da ignoranza e preconcetti 

Di Lorenzo Erroi

“Il gas non può essere sostituito nel breve termine. Infliggeremmo più danni a noi stessi che ai russi”. Lo ha dichiarato qualche giorno fa Christian Lindner, il ministro dell’Economia tedesco, rispondendo alla proposta di smettere di importarlo dalla Russia. L’intera Europa dipende fortemente da gas e petrolio russi: secondo alcuni rinunciarvi infliggerebbe un duro colpo a Mosca, ma anche alle nostre economie già reduci dalla crisi pandemica.

Giacomo Luciani, professore di politica ed economia dell’energia a Sciences Po (Parigi) e al Graduate Institute (Ginevra), la pensa diversamente.

Si può davvero “chiudere il gas” russo?

Certo che si può. Si tratta di capire se si è intenzionati a subirne le conseguenze, che però sarebbero ben marginali rispetto alle sofferenze di questa guerra. Occorre insomma decidere se riteniamo che contrastare Mosca, punirne l’invasione dell’Ucraina e rendersene più indipendenti sia o meno una priorità, tenendo conto del fatto che ci troviamo in una situazione eccezionale, che non si può osservare solo con le lenti della contabilità economica: di fronte a una guerra bisogna essere pronti a fare dei sacrifici. Ma ripeto: non sono questioni di vita o di morte, bensì conseguenze materiali verosimilmente piuttosto limitate, perché nel frattempo si potrebbe avviare una riconversione che creerebbe anche nuove opportunità.

Anche il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi si è chiesto: “Preferiamo la pace o il termosifone acceso, o meglio ormai l’aria condizionata accesa tutta l’estate?” Ma in concreto come ci si potrebbe muovere?

Anzitutto cercando di sviluppare altre fonti di approvvigionamento di gas, e ce ne sono: con investimenti accelerati è possibile tanto aumentare la produzione interna all’Europa quanto iniziare a sfruttare giacimenti promettenti altrove, ad esempio in Mozambico e in Senegal, dove sarebbe possibile attivare nuovi grandi impianti nel giro di 12-18 mesi. Nel frattempo occorrerà appoggiarsi ad altre fonti e tenere in vita le centrali nucleari in via di dismissione: forzarne l’abbandono proprio ora sarebbe un’assurdità. Infine è importante almeno nel breve periodo ridurre i consumi, dal riscaldamento domestico a quelli di produzioni non prioritarie: non credo che sia necessario a tutti i costi continuare a consumare energia per ‘estrarre’ criptovalute o riscaldare le serre per accelerare la crescita di certe primizie. In generale, vedo meglio questo riorientamento – rapido, seppur non immediato – rispetto a sanzioni ed embarghi improvvisi o rotture dei contratti in essere, col rischio di arbitrati e penali pesantissime.

Molti osservatori ritengono che un grave errore europeo sia stato quello di diventare sempre più dipendenti dall’energia russa e di svegliarsi solo ora, invece di capire prima che occorreva cambiare strategia per arginare il Cremlino e preservare i propri margini di manovra sulla scena internazionale. È d’accordo?

Non mi piace molto la caccia all’errore, e se errori ci sono stati, sono figli di un’illusione che è stata per anni molto diffusa. Si pensava che gli scambi avrebbero permesso di creare una dipendenza reciproca, capace di garantire la pace secondo il vecchio motto dell’economista Frédéric Bastiat: “Dove passano le merci, non passano gli eserciti”. Forti di questa convinzione – smentita anche in altri Paesi nei quali il denaro per le materie prime è stato sfruttato da dittatori e signori della guerra – si è ignorato il peso politico della dipendenza energetica, mentre scelte come la liberalizzazione del mercato dell’energia creavano forti incentivi a ridurre le scorte, che non sono sempre redditizie. Ora occorre prendere atto del fatto che quella previsione era sbagliata, come d’altronde si sarebbe dovuto prestare più attenzione alle molte provocazioni di Vladimir Putin, già eclatanti ben prima di questa guerra: si pensi ai conflitti in Cecenia e in Georgia, al ruolo russo in Siria e alle uccisioni degli oppositori politici.

Ma il ‘blocco’ del gas fermerebbe davvero la guerra?

Non sono convinto che il colpo all’economia russa, certamente grande nel lungo periodo, possa fermare subito l’esercito russo. Quello che si verificherebbe – ad esempio in caso di sanzioni e di un embargo – sarebbero una mancanza di valuta estera e un default russo sul debito internazionale, che però limiterebbero poco un esercito principalmente dipendente da filiere interne. La Russia potrebbe comunque assorbire lo choc almeno nel breve periodo. Questo ci fa anche capire che più che grandi gesti immediati risulta decisiva la conquista strutturale di una maggiore indipendenza energetica nel medio e lungo periodo. Ora l’Europa importa dalla Russia il 40% del suo gas e una quota importante di petrolio (quest’ultimo, data la sua natura, più facile da sostituire in breve, anche se poi la Russia potrebbe rivenderlo a Paesi come Cina e India): basterebbe già ridurre quella quota al 10% per cambiare completamente gli equilibri, arrivando in tempi relativamente brevi a un forte ridimensionamento dell’economia russa, e dunque dello strapotere del Cremlino.

Una teoria del complotto sostiene che gli Usa abbiano fomentato questa guerra per venderci il loro gas – trasportabile in forma liquida – e renderci così più dipendenti da Washington. Al netto del cospirazionismo, quanto interessa agli Usa il nostro mercato dell’energia?

Non credo che gli Stati Uniti di Joe Biden, che hanno anche riavviato un processo di decarbonizzazione e riportato il Paese negli Accordi di Parigi, siano particolarmente interessati a conquistare il mercato dell’energia europeo. Semmai sono gli europei che guardano con favore a maggiori quote di gas americano, per un motivo molto semplice: il gas negli Usa costa 5 dollari al milione di Btu (British thermal unit, l’unità di misura internazionale del gas, ndr), contro gli oltre 30 che si devono pagare sui mercati europei. Non solo la guerra, ma anche la ripresa post-Covid ha fatto schizzare quel prezzo che a maggio del 2020 era fermo a circa 2 dollari.

Gli Usa hanno risolto (o quasi) i loro problemi di approvvigionamento tramite lo shale gas, il gas di scisto estratto con la tecnica del fracking, estremamente invasiva. È una possibilità anche per l’Europa?

Non credo, anche perché questo tipo di formazione geologica in Europa non c’è, al netto di qualche giacimento in Gran Bretagna. Inoltre si tratta di estrazioni il cui impatto non sarebbe sostenibile in zone densamente popolate come quelle del continente europeo. Altri problemi limitano anche l’estrazione di gas ‘tradizionale’ nell’Adriatico, dove si teme di accelerare la subsidenza che ad esempio genera lo sprofondamento di Venezia. Si può comunque potenziare la produzione interna, ma non col fracking.

Meglio puntare sulle rinnovabili?

Purtroppo alcune energie rinnovabili – in particolare l’eolico e il solare – hanno deluso: non sono immagazzinabili e funzionano solo nelle giuste condizioni meteorologiche. Per cui, oltre a svilupparne le potenzialità, resta fondamentale nel breve periodo combattere la dipendenza energetica anche puntando su altre fonti, carbone incluso, e ritornando sulla scelta sciagurata di dismettere nell’immediato le centrali nucleari.

In che situazione si trova la Svizzera?

La Svizzera si trova in una posizione favorevole grazie a un mix che dipende principalmente da idroelettrico e, appunto, nucleare, sebbene anche qui vi siano piani per la sua dismissione che andranno rivisti. Però, attenzione: non ha molto senso parlare di un singolo Paese in un mercato fortemente integrato a livello continentale come quello dell’energia, e in una situazione logistica tale che lo stesso gasdotto che attraversa la Confederazione corre dall’Olanda all’Italia. È abbastanza chiaro che le autorità politiche ed economiche europee dovranno pensare a soluzioni coordinate, senza illudersi di poter procedere ciascuna per conto suo.

Un’altra polemica che ha tenuto banco per settimane è stata quella dei pagamenti in rubli per le materie prime. Putin ha decretato un sistema in cui gli acquirenti occidentali dovrebbero versare i pagamenti nella loro valuta su un conto presso Gazprombank, che a sua volta la convertirà su un secondo conto in rubli. Non si capisce però bene cosa cambi per il valore della moneta nazionale: già ora l’80% dei pagamenti viene immediatamente convertito in rubli. È un “ricatto”, come dicono molti leader europei, un astuto tentativo di consolidare il rublo e magari farne una divisa corrente sui mercati dell’energia (oggi dominati da dollari ed euro), oppure una semplice mossa propagandistica, tanto per salvare la faccia?

È in effetti una questione di facciata, l’azzardata trovata di un Putin che si trova molto isolato e non ascolta nessuno, neppure i suoi collaboratori. A quanto pare si è anche convinto che le imprese di Stato gli nascondano fondi in valuta estera, ma non si capisce a che pro, dato il congelamento dei conti internazionali. Davvero non si capisce l’utilità di questa operazione che cambia ben poco sul piano economico-finanziario. In compenso costituisce una potenziale rottura di contratto, che espone Gazprom ad arbitrati internazionali i quali a loro volta potrebbero avere pesanti conseguenze economiche per l’impresa e il sistema russo.

Per gentile concessione de la Regione


Un selfie dall’Ucraina – Sono stato testimone del suo processo democratico

Omaggio a Chiara Frugoni, la storica scomparsa, che ‘illuminò’ un periodo circondato da ignoranza e preconcetti 

Fine marzo 2019. In Ucraina si svolge il primo turno delle elezioni presidenziali, che seguo come osservatore elettorale per l’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Il giorno delle elezioni dobbiamo osservare le operazioni di apertura di un seggio elettorale scelto a caso. Con la mia partner, una diplomatica canadese di origine inuit, scegliamo di recarci in un villaggio di un migliaio di abitanti a nord di Odessa. Il seggio elettorale si trova in una scuola. Alle 6 e 30 troviamo l’ufficio elettorale in piena attività, sotto gli occhi attenti degli osservatori dei differenti partiti. Si svolge tutto normalmente. Ne siamo sicuri anche perché gli osservatori hanno tutto l’interesse a controllarsi a vicenda.

Dopo aver verificato l’inizio regolare delle operazioni di voto, una giovane ragazza con in mano un mazzo di fiori ci chiede di fare una foto con lei. Ha votato per la prima volta, e la presidente del seggio le ha regalato i fiori. Li ha comperati a sue spese. “Ai tempi dell’Unione sovietica si faceva sempre un piccolo regalo a chi votava per la prima volta. Adesso non è più previsto, ma io ho voluto mantenere la tradizione,” ci spiega la presidente del seggio, che è anche preside della scuola.

I contendenti principali sono il presidente uscente Petro Poroshenko, Yulia Timoschenko, ex primo ministro e protagonista del movimento contro i brogli elettorali del 2004, e un attore, Volodimir Zelensky, molto popolare per la serie televisiva in cui interpreta la parte di un brav’uomo eletto presidente suo malgrado. Nei diversi briefing pre-elettorali tenutisi a Kiev, gli analisti dell’OSCE insistono sul pericolo che il presidente uscente, sfruttando la sua posizione di potere, possa cercare di influenzare l’esito delle elezioni a suo favore.

Poroshenko, facendo largo uso di mezzi pubblici, ha condotto una campagna elettorale piuttosto marziale, improntata ai timori di un tentativo di rivincita russo dopo la rivolta che aveva portato alla destituzione del presidente filorusso Viktor Yanukovich. Julia Timoshenko promette una nuova costituzione che ponga un limite allo strapotere degli oligarchi. Volodimir Zelensky vuole lottare contro la corruzione e punta sul desiderio di normalità degli ucraini, stanchi del soffocante retaggio della tradizione sovietica. Si spera anche che Zelensky, di lingua madre russa, possa più facilmente trovare un modus vivendi con Mosca, tanto che gli altri contendenti lo accusano di esser pronto a capitolare di fronte alla Russia.

All’alba del giorno successivo, dopo aver percorso 300 chilometri e visitato una quindicina di seggi elettorali, rientriamo a Odessa convinti che le preoccupazioni della vigilia erano infondate. In tutti i seggi abbiamo percepito l’orgoglio di seguire correttamente le procedure, la fierezza di poter scegliere liberamente fra candidati diversi, a differenza di quanto si era visto un anno prima in Russia, dove Alexei Navalny, l’unico candidato che avrebbe potuto contrastare la vittoria di Vladimir Putin, era stato escluso dalla consultazione con ragioni considerate pretestuose anche da Amnesty International.

I risultati del primo turno riflettono il quadro di una vera contesa. Il presidente uscente Poroshenko si deve accontentare del 15.95 %, l’altra favorita Yulia Timoshenko raccoglie il 13,4% delle preferenze, mentre con il 30,24% Zelensky raccoglie il maggior numero di voti. Il candidato filorusso Yuri Boyko ottiene l’11,67%; l’estrema destra ultranazionalista non raccoglie più dell’1,6% dei suffragi.

Di ritorno in Ucraina all’inizio di aprile per seguire il secondo turno, assistiamo alla vittoria di Volodimir Zelensky, che viene eletto presidente con il 73,22% dei voti. Con grande delusione di Vania, la nostra traduttrice, una studiosa di letteratura inglese, per la quale il comico Zelensky non rappresenta una scelta seria. Ma neppure lei, russofona, nipote di un importante funzionario comunista ai tempi dell’Unione sovietica, rimpiange anche solo per un momento l’indipendenza ucraina. Per consolarsi ci fa visitare la bellissima Odessa, la cui architettura tradisce la mano degli architetti e ingegneri italiani che l’hanno costruita. La famosa scalinata, quella della corazzata Potemkin, è anche un po’ ticinese: l’ha progettata un architetto Boffo, che ha imparato il mestiere ad Arasio.

Quando confronto questi ricordi con certi interventi che mi capita di leggere in questi giorni, mi sembra di leggere racconti di fantapolitica. C’è chi parla, prendendo sul serio le elaborazioni della propaganda del Cremlino, di un Paese in mano a una congrega di neonazisti, e inoltre si scopre che per gli ideologi attualmente in auge presso il Cremlino è nazista praticamente ogni persona che si considera ucraina. Tacciamo poi su ‘Zelensky nazista’ (di religione ebraica), quando tre anni fa, in campagna elettorale, veniva accusato di essere troppo compiacente con la Russia.

Io non sono uno storico come pretendono di esserlo certi commentatori anche nostrani, che disquisiscono sul diritto dell’Ucraina di essere una nazione. So però che anche gli abitanti di alcune valli alpine situate nel cuore della Svizzera, un migliaio di anni fa, decisero di essere una nazione, in barba a ogni logica e incuranti dei rapporti di forza, visto che si mettevano contro nientemeno che al Sacro Romano Impero. E adesso ci ritroviamo ad essere cittadini di una nazione che in quanto a omogeneità culturale è quanto di più improbabile ci possa essere.

Poi ci sono quelli bendisposti, che esprimono comprensione per il desiderio degli ucraini di emanciparsi dalla tutela del potente vicino. Ma che immediatamente spiegano loro che avendo la sfortuna di essere geograficamente collocati vicino a un Paese dotato di armi nucleari, non possono fare quello che vogliono, soprattutto se c’è il rischio di sconvolgere i rapporti di forza fra i potenti del mondo, creando conflitti che potrebbero mettere in pericolo il nostro benessere. Ma chi siamo noi per pretendere che chinino la testa e accettino passivi il loro triste destino?

Negli ucraini che ho conosciuto, io ho visto solo il desiderio di vivere in un Paese normale, chiamato Ucraina, i cui abitanti possano decidere liberamente da chi essere governati. Poi è chiaro che a un risultato accettabile non si arriva in qualche anno. Per rimanere nel nostro piccolo: in Svizzera abbiamo combattuto la nostra ultima guerra civile 500 anni dopo il Patto del Grütli. Si tratta di un percorso lungo e difficoltoso, costellato di fallimenti, di fughe in avanti, e anche di decisioni sbagliate. Ne sono state prese anche a Kiev. Ma una cosa sembra evidente: gli ucraini vogliono essere ucraini, e non russi. Lo hanno dimostrato nelle ultime settimane, e noi non possiamo che prenderne atto.

In questi giorni seguo Vania su Facebook, preoccupato per quel che potrebbe succederle. Non pubblica più niente già da due settimane. Nel suo ultimo post lanciava un appello per raccogliere materiale sanitario per la difesa territoriale. Nessuna idea di come stia la giovane elettrice del villaggio vicino a Odessa. Sembrerebbe che la sua regione sia per ora stata risparmiata dalla guerra.

Speriamo in bene.

Nell’immagine: i risultati delle elezioni presidenziali del 2019. In verde il voto per Zelensky


Sarajevo, mon amour

Omaggio a Chiara Frugoni, la storica scomparsa, che ‘illuminò’ un periodo circondato da ignoranza e preconcetti 

La guerra che distrusse la Jugoslavia per me comincia su un’isola greca: sono in vacanza e gli osti, avendo visto il mio nome sul passaporto, mi indicano ridendo certi boschi oscuri che compaiono alla tv: le didascalie non mentono, la guerra in Jugoslavia è in corso.

Ci furono molti altri episodi associati a quella guerra: feci da “ponte telefonico” tra persone che diversamente non riuscivano a parlarsi, magari mariti e mogli, padri e figli ritrovatisi su fronti opposti; ospitai una fuggiasca, un medico, scappata da un “campo di raccolta” di Mostar e approdata miracolosamente a Lugano (alle 3 di notte mi telefonò dicendo che avrebbero dovuto avvertirmi che sarebbe giunta “una donna di Sarajevo”: si trovava allo stadio; le chiesi se era allo stadio Grbavica del Željezničar o allo stadio Koševo dell’altra squadra di calcio della città, mi rispose che era a Cornaredo e chiese se poteva venire a casa mia); andai nelle scuole ticinesi a “spiegare” quella guerra inspiegabile: gli allievi delle varie etnie continuavano a frequentarsi, i genitori non più; i miei ex compagni di università di Zagabria mi telefonavano dicendo che non avevo diritto di parlare di quella guerra perché non l’avevo vissuta sul posto.

Ma il colpo più basso e terribile della guerra fratricida fu l’assedio di Sarajevo. Furono scritti libri su Sarajevo (“Le Marlboro di Sarajevo” di Miljenko Jergović è uno dei migliori), vi si recarono scrittori (l’amico Predrag Matvejević), il filosofo francese Alain Finkielkraut chiese alle autorità croate “cosa è stato fatto per Sarajevo?”, mentre i serbi da Pale, cittadina sovrastante Sarajevo, cecchinavano la popolazione inerme. Il poeta russo Limonov (da leggere senz’altro il libro omonimo di Emmanuel Carrère) partecipò alla sparatoria in nome di non meglio definiti “valori” dell’ortodossia politico-religiosa. La grande e importante biblioteca cittadina fu semidistrutta.

Nel nostro immaginario di jugoslavi Sarajevo era stata tenuta in piedi durante la seconda guerra mondiale dai partigiani (il film “Valter brani Sarajevo – Valter difende Sarajevo” è eloquente: durante un interrogatorio da parte dei tedeschi, nel film un cittadino di Sarajevo risponde: “chi è Valter? Valter è Sarajevo, è la città intera”). Ma perché, allora, la guerra civile? Perché i palazzi alla periferia della città, quelli enormi di architettura socialisteggiante, all’inizio avevano resistito a tutte le provocazioni cacciando via tutti i nazionalisti, per poi arrendersi al nazionalismo dopo i primi eccidi, dopo aver scoperto i propri morti? Perché? Perché? Ma perché la guerra è un destino travolgente, una macchina d’odio, un meccanismo infernale. Che cosa fareste, come reagireste se vi uccidessero il padre, un figlio, la madre? L’assedio di Sarajevo fu lunghissimo, interminabile. “Una ferita nel cuore dell’Europa” scrissero i giornali. Dopo l’eccidio del mercato intervennero gli americani. Come in ogni guerra che si rispetti, ci fu chi disse che l’eccidio era stato inscenato da parte delle vittime. È una storia infinita di bugie, grandi, grandissime bugie.

Intanto, i presidenti serbo e croato, Milošević e Tuđman, si erano incontrati non meno di 50 volte durante il conflitto, famosa è la tovaglia di Dayton (durante la conferenza di pace negli USA) su cui Tuđman tracciò la divisione della Bosnia tra Serbia e Croazia.

Nel secondo dopoguerra fu girato un film famoso sul bombardamento atomico di Hiroshima: “Hiroshima, mon amour”. Per noi che abbiamo vissuto la distruzione di Sarajevo, il lato inumano di quell’assedio è stato parimenti tragico. Chi girerà, scriverà, metterà in scena “Sarajevo, mon amour”, l’opera che ricorda quel colpo al cuore dell’Europa?

Nell’immagine: il violoncellista Vedran Smailović suona tra i ruderi della Biblioteca nazionale di Sarajevo, semidistrutta durante l’assedio


Massimo Nava – Gli eredi in crisi del generale e di Mitterrand

Omaggio a Chiara Frugoni, la storica scomparsa, che ‘illuminò’ un periodo circondato da ignoranza e preconcetti 

Massimo Nava è corrispondente da Parigi e analista politico del Corriere della Sera


Accade anche nel nostro piccolo

Omaggio a Chiara Frugoni, la storica scomparsa, che ‘illuminò’ un periodo circondato da ignoranza e preconcetti 

Viktor Orbán, per finire, è stato rieletto. In barba a chi pensava che la sua rielezione fosse in dubbio. In barba anche alle accuse di presunti brogli elettorali. Ora l’ometto, per la quarta volta di seguito, dirigerà l’Ungheria come ben sa fare: limitando le libertà, imbavagliando la giustizia, usando come si deve i media, facendo balenare lucciole per lanterne, e così via.

Ma non è un caso che Orbán sia stato rieletto, e probabilmente nemmeno il frutto di una gigantesca manomissione delle urne: non ce n’era bisogno. I dittatori, nemmeno quelli che operano nelle democrazie, non sono mai soli, hanno al loro fianco sostenitori e silenzi interessati, e di quei sistemi è pieno il mondo. Da dodici anni il “sistema Orbán” trasforma la società ungherese. E ciò facendo leva sul nazionalismo esasperato, sull’oscurantismo religioso, sull’elargizione di sussidi e favori, accecando la società con radio, televisioni, giornali in mano ai suoi ricchi pretoriani. Nel suo piccolo, per intenderci, Orbán fa ciò che Putin fa in grande nella sua grande Russia (lasciamo stare l’Ucraina: quella è ancora un’altra cosa). Non per niente si dice che l’Ungheria, con Orbán, sia diventata il cavallo di Troia della Russia in Europa: e probabilmente c’è da crederci.

Il dramma è che questi regimi falsamente democratici, che usano la democrazia per farsi eleggere e per poi tradirla, sono difficilissimi da contrastare ed esautorare poiché riescono a costruire un consenso malsano e duraturo in uno zoccolo duro della popolazione che ne garantisce una relativa (per fortuna) perennità.

Sembrerà forse forzato o iperbolico, ma è lecito intravvedere in quel modo di “fare politica”, alcune nemmeno troppo lontane analogie con situazioni “nostrane”. In tutt’altro contesto, e fortunatamente in tutt’altro quadro istituzionale, certo, ma quei fenomeni di subdola modifica della verità attraverso il ben collaudato sistema della paura che crea consensi, sono in atto da più di un ventennio anche da noi.

Come spiegare, sennò, il seguito che la Lega all’inizio e l’UDC oggi (che si sta oramai mangiando la prima) hanno ottenuto e continuano ad ottenere senza che abbiano mai proposto un vero e proprio disegno di società, di convivenza e di sviluppo civile, culturale, economico e sociale?

Come si spiega, se non con la menzogna, la malafede e la manipolazione della realtà, che un movimento nato prendendo a pretesto la necessità di “difendere i nostri” sia riuscito, da quando partecipa al potere, a far raddoppiare il numero dei frontalieri, che esso stesso considera la causa di tutti i mali? Come si spiega, se non con l’affermazione di una non-verità (” l’amministrazione, la scuola e i media sono in mano alla sinistra”) e con l’infiltrazione sistematica, che oggi quella destra sia sempre più presente in tutte le strutture che aveva osteggiato e denigrato fino a ieri (e in parte continua a farlo)?

Come si spiega, se non con l’appiattimento verso il “pensiero comune”, che i mezzi di informazione, già in grave crisi, puntando sostanzialmente più sull’effetto emotivo che non su quello razionale, stanno allontanandosi vieppiù dal loro ruolo di formazione di opinioni e di educazione culturale privilegiando non di rado un linguaggio “social” fatto di polemiche sterili e fluviali discussioni fra presunti esperti?

Si potrebbero proporre altri numerosi esempi di degenerazione calcolata della nostra piccola società, come le iniziative razziste, il rifiuto o addirittura l’espulsione di stranieri – taluni giovanissimi e oramai stabilmente integrati da noi – come la tolleranza verso imprenditori di comodo che impoveriscono il Paese, o quelli che “usano” i frontalieri quale leva di intimidazione verso i lavoratori indigeni, e così via.

Le nostre istituzioni, che in molti ci invidiano (sovente senza nemmeno conoscerle davvero) e che tanti fra noi sottovalutano, sono solide, e ci possono difendere da derive di quel tipo. Sempre che lo si voglia. Ogni tanto vien da credere che non tutti ne siano coscienti, nemmeno fra le forze borghesi che hanno costruito con intelligenza e convinzione, e con la paziente collaborazione delle forze lavorative, uno Stato vivibile nel quale la formazione e la cultura, il lavoro e la socialità, l’economia e la finanza riescono a convivere in discreta armonia; non tutti paiono in fondo convinti che la democrazia, che è poi convivenza e giustizia, sia un bene da difendere con irremovibile fermezza. Ogni tanto, guardando oltre la porta e pensando al nostro piccolo, vien fredda la camicia.

Il nome dell’autore è noto alla redazione


Massimo Nava – ‘Fenomeno’ Zemmour, il candidato più scorretto

Omaggio a Chiara Frugoni, la storica scomparsa, che ‘illuminò’ un periodo circondato da ignoranza e preconcetti 

Massimo Nava è corrispondente da Parigi e analista politico del Corriere della Sera