Pierre Casè e i miracoli dell’arte

Memorie, luoghi e radici per non soccombere ai diktat della società 

Con la scomparsa di Pierre Casè se ne è andato un grande protagonista della scena artistica non solo svizzero-italiana degli ultimi decenni, un punto di riferimento, misurato e sempre autocritico,  per l’attività pittorica nel nostro Paese. Un artista ed un testimone che proprio nei mesi scorsi era stato al centro di un nuovo volume di Martino Giovanettina, “Pierre Casè. Cronache da una vita” e che più recentemente era stato intervistato per La Regione da Keri Gonzato per parlare del proprio mondo e dei suoi “lavori in corso”, che certamente non si esauriranno con la sua scomparsa, ma resteranno ad indicare una possibile via di rappresentazione del mondo e della natura ad artisti delle nuove generazioni.

In omaggio a Pierre Casè proporremo sabato prossimo un contributo originale di Martino Giovanettina, mentre in questa sede ripubblichiamo oggi l’incontro con Casè di Keri Gonzato, che ringraziamo. (red.)

                                   Foto Marco D’Anna 

Di Keri Gonzato, Ticino 7 – La Regione

Pierre Casè è nato 77 anni fa a Locarno. La moglie Sandra è levatrice, lui è artista, entrambi si occupano di creatività. Vivono a Maggia, terra delle radici dove si trova l’atelier, ‘locus amoenus’ che protegge le viscere della sua creatività. È stato presidente della Società pittori scultori e architetti svizzeri e Direttore artistico della Pinacoteca Casa Rusca a Locarno, membro della Commissione federale della Fondazione Gottfried Keller e del Consiglio della Fondazione Giovanni Segantini. Da 20 anni la sua attività è tutta rivolta alla produzione artistica. La fascinazione per Venezia lo ha portato a esporre diverse volte nella città lagunare. Da settembre sarà alla Fondazione Ghisla Art Collection a Locarno. In continua evoluzione, non ha mai smesso di guardare e scoprire.

“L’artista è l’uomo che vive nel quotidiano, ma ha la fortuna di poter esprimere quello che ha dentro di sé”, un processo intimo che spesso avviene in atelier. Dopo 15 cambiamenti, nel 1989, Pierre Casè decide di costruire il suo spazio di lavoro a Maggia ed è qui che lo incontro oggi… “Ero presidente della Società pittori, scultori e architetti svizzeri [oggi Visarte, nda] e per semplificarmi la vita chiesi a ben due amici di fare il progetto: un’odissea, lunga, complessa e molto divertente”. Nasce così il tempio agnostico, silenzioso, verticale ma anche tondo, dove da oltre 30 anni evolve la sua arte.

“Penso alle case dove sono nati i miei ultimi figli, dove ritrovo memorie cariche di emozioni”, racconta Casè. I luoghi guidano anche la ricerca artistica. Il movimento da Locarno a Maggia è un ritorno alle radici. Qui si immerge nel territorio che sonda, scortica, odora e traspone in grandi opere materiche. “Cosa c’è di bello qua? Roccia, fronde, acqua che scorre da cui è nata la serie delle Atmosfere arcaiche create con i materiali che vivo sin da bambino”. Spessi e freddi muri in sasso, muschi, filo spinato, fuliggine, barriere e portali verso le origini di sé e il fondo del mondo. “In autunno, esco dall’atelier, guardo la montagna sopra Moghegno ed entro in crisi: cosa dipingo a fare se la natura ha già fatto tutto? Allora vado nel bosco, calpesto la foglia, la sento scricchiolare. Poi in atelier prendo il colore, mescolo le terre, aggiungo i materiali e tento di raccontare”. Il passato nel presente, tra continuità e interruzione. Fasi nette, scavi lunghi e profondi nei tessuti dello spazio e del tempo, cadenzano il suo viaggio creativo. Nel 1999 un ictus lo porta a esplorare in modo ossessivo, catartico e terapeutico il cranio. Agnostico irriverente, nel 2007 espone 1’040 teste nella chiesa di San Stae a Venezia, città dove tornerà per altre esposizioni importanti.

La fiamma si accende

“In Svizzera (da sempre) manca un’Accademia di Belle Arti…”. Pierre Casè parla con voce pacata ma seria. A 18 anni non può frequentare l’Accademia di Brera a Milano per motivi finanziari, essendo la madre rimasta vedova nel 1952. Come autodidatta ci mette il doppio del tempo ma quello che sperimenta penetra più profondamente in lui. Suo fratello maggiore, insegnante, poeta e scrittore, ha un ruolo importante. “Con lui accedevo a fonti di sapere preziose come il deposito di libri della Vallecchi, gestito dal signor Carrara, uomo simbolo di cultura e conoscenza, coi suoi capelli un po’ lunghi e lavallière [una cravatta a fiocco, nda]”. Lì vede i primi libri d’arte dell’editore Skira, con le riproduzioni a colori, ogni scoperta è una forte emozione.

Casè visita quotidianamente l’artista locarnese Bruno Nizzola, che accoglieva in atelier i giovani per passare il messaggio dell’arte. “Grazie a lui non ho mai comprato un tubetto di pittura, mi ha insegnato a miscelare pigmenti e colle, a naso, senza bilancina”. Dallo scultore Max Uehlinger, che aiuta nel fare i calchi in gesso, assorbe i misteri della materia che oggi usa e potenzia. Con il pittore e restauratore Carlo Mazzi, impara a recuperare colori e dipinti antichi. “Questi artisti sono stati la mia scuola, unica e intensa”. Nel 1952 Gisèle Réal apre la prima galleria a Locarno. “Per la prima volta vedevamo opere d’arte non figurativa della scuola parigina. Sbirciavo dalla vetrina e quello che vedevo accendeva una fiamma in me”. La scena artistica locarnese, sentendosi minacciata da quell’arte così diversa, fa però opposizione. La Galleria Cittadella si trasferisce ad Ascona dove Casè, a soli 20 anni, fa la sua prima mostra. Alcuni dei più grandi artisti svizzeri sono stati scovati da Réal che per lui diventa una mentore.

Un percorso laterale

“Mi sono sempre definito un artigiano che lavora con la creatività. L’artista viene spesso messo sul piedistallo ma prima di tutto è un uomo, con il privilegio di far galoppare la fantasia e sperimentare”. Quello che pensa e sente viene espresso, nel suo caso con la pittura e la materia, per essere carpito e discusso dall’altro. La mente indipendente di Casè ricorda di stare accesi e di osare dire la propria opinione anche a costo di andare contro lo statu quo. “Il lavoro artistico non è partitico ma è politico. Avere un pensiero critico e non soccombere ai diktat della società è un’urgenza reale”. Pochi in Svizzera possono vivere della propria arte. Da ragazzo Casè fa il gelataio d’estate e il maronatt d’inverno con il nonno e lo zio. Successivamente diventa decoratore di vetrine per Innovazione e Jelmoli. A lato continua a dedicarsi sempre all’arte.

Nel 1968, superato l’esame federale della Commissione d’Arte svizzera, entra a far parte del comitato. “Nel comitato c’era Pietro Salati, fondatore dello Csia, un tipo vivo e pieno di iniziativa che, per un incidente dell’ultimo secondo, mi permise di insegnare nella scuola”. Una semplice sostituzione si trasmuta in un lavoro continuativo che Casè scopre di amare. Dopo il decennio come direttore artistico della Pinacoteca Casa Rusca, dal 2001 si dedica interamente al fare arte. Sta creando 30 quadretti intitolati Ex Voto, 14 i temi, ciascuno appeso a un chiodo antico recuperato. “Opere che nascono per ringraziare i nostri vecchi e che dedico ai nipoti, per ricordare alle nuove generazioni di vedere oltre allo schermo del telefonino”. Composizioni ludiche dal sapore ancestrale, un tributo alla saggezza popolare, alla memoria collettiva, al sapere che viene dalla realtà e che va tramandato.


La solita musica: stessa spiaggia, stesso mare (di banalità)

Memorie, luoghi e radici per non soccombere ai diktat della società 

“L’estate sta finendo e un anno se ne va”,  recitava un antico motivetto estivo. E la stagione che pigramente volge al termine è stata generosa di argomenti e discussioni social-musicali come da tempo non capitava nella bolla della musica italiana di consumo.  E che grazie alle numerose piattaforme ha offerto la possibilità a tutti di scrivere, commentare, pontificare anche con livore; di distillare e inoculare veleno e frustrazioni in una girandola infinita senza continuità di sorta.

Un’ orgia bulimica di parole e pensieri, tweet e post che si riducono sostanzialmente a dispute da ombrellone per intenderci, sul modello dello sfascio della love story tra Er Pupone e la pettoruta Ilary.

A meno che non siate trapper della “banlieue milanese”, quelli sì che oltre agli insulti e alle minacce si zorlano pure, ribadendo una volta ancora un disagio sociale acuto, e che c’entra davvero poco con la musica. Anche perché la trap in salsa italiana non è che abbia offerto contenuti edificanti e artistici, per impiegare un eufemismo, se non scimmiottare modelli di importazione.

L’estate 2022 ha sancito inoltre la nascita di uno sport di successo quale è stato lo sparare a zero, spesso senza cognizione di causa, sul “Jova Beach Party”[ne abbiamo parlato anche in questa sede, ndr]. Ho letto tutto e il contrario di tutto tra chi vomitava veleno a prescindere e chi, dopo aver vestito i panni del virologo e dello studioso di slavistica oggi disquisisce di ecosistemi e biotopi con la sicumera di chi ha difficoltà a ricordare la formula chimica dell’acqua. Jova è accusato di distruggere l’ecosistema delle spiagge che ospitano i concerti del suo tour sui litorali italiani, con tanto di replica piccata: “Econazisti, il nostro progetto tiene conto dell’ambiente”. Chi c’è stato invece ne parla come di una sorta di Eldorado, di Shangri-La. Intanto la procura di Lucca ha aperto un’inchiesta. Attendiamo gli sviluppi.

Ma procediamo con ordine al netto dell’evento del Jova, che merita analisi molto più approfondite, riferite soprattutto oltre che al senso, all’impatto  che hanno eventi giganteschi e privati (ricordiamolo) sull’ambiente. Certo la Trident, agenzia dei concerti di Jova, aveva depositato un ponderoso progetto, che forse pochi hanno letto, accettato comunque dalle autorità competenti delle località coinvolte che hanno comunque beneficiato di un indotto economico significativo.

Lo scorso mese il noto critico musicale di “Repubblica” e “L’Espresso”, Gino Castaldo,  ha pubblicato un fondo stigmatizzando la pessima qualità delle produzioni musicali che vanno per la maggiore, i tormentoni estivi per intenderci. Esortando gli “artisti” ad impegnarsi di più. Articolo condivisibile a fronte della banalità imperante e dell’obiettiva pochezza artistica di queste produzioni. Un testo  condivisibile che però necessita a mio avviso di un paio considerazioni. Giusto esercitare un sano spirito critico; la pochezza, il piattume, la banalità della produzione mainstream italiana è spesso sconcertante, ma almeno il buon Gino qualche alternativa la poteva offrire. Di alternative di spessore e qualità ve ne sono assai. Poi, diciamocela tutta: lisciar le penne agli stessi artisti fino al giorno prima dello sfogo…

Ricordo anche il polverone relativo al  concerto “bellinzonese” di Sangiovanni, prodotto partorito da “Amici”, talent televisivo che nel corso di vent’anni ha contribuito a livellare e omologare al basso la produzione artistica, soffocandone la qualità. Performance che ha suscitato un vespaio a fronte della recensione negativa del Corriere del Ticino, con replica piccata del diretto interessato.  Aggiungo che sempre il talent della Maria tricolore, che da tempo indirizza una parte importante dell’industria discografica italiana esangue, spesso priva di idee e prospettive, e a cascata le playlist delle radio, tuona che le vendite dei vincitori quest’anno sono pessime, sotto ogni aspettativa. Potrei inoltre citare anche il “Love Mi” di Fedez e J Ax, ma non lo faccio.  

E torniamo dunque a parlare di quella musica, anzi, mi correggo, di quel “prodotto” che nasce volutamente come “distrazione di massa”, specchio, fra i molti, della filosofia dell’usa e getta, dell’effimero, del decadimento sociale e culturale in cui siamo invischiati da tempo e di cui molti sono complici. Produttori e discografici (non tutti ovviamente, personalmente ne conosco alcuni illuminati), media, piattaforme, ipnotizzati dal facile e rapido guadagno, che trattano la materia musicale come un qualsiasi prodotto svuotato di contenuti artistici, in cui conta esser “influencer” prima che “artista” o “musicista”. 

L’investimento artistico e la progettualità sul medio o lungo periodo è sempre più una chimera; coltivare un giovane talento autoriale non è più una priorità.  Si clonano prodotti, voci e volti omologati, canzoni preconfezionate che hanno una precisa scadenza, un’obsolescenza programmata. E si investe sempre più sull’immagine, gli atteggiamenti ammiccanti e le provocazioni stereotipate. Se Elodie non fosse  statuaria e non si atteggiasse come si atteggia nei video, le ciofeche che ha pubblicato avrebbero avuto lo stesso riscontro? E che dire di quegli artisti d’oltreoceano che si sono ribellati alle proprie case discografiche che li obbligano a pubblicare 30 secondi della propria canzone su Tik Tok, vederne l’efficacia e poi, forse, ma proprio forse, pubblicarla in senso tradizionale? È questa l’ultima frontiera dello svilimento artistico?

Siamo in una fase di passaggio in cui soprattutto i giovani non hanno “colpe”. Forse sono semplicemente illusi dalle scorciatoie che gli si propongono, manipolati, sfruttati, utilizzati. In una società accogliente e tollerante come vorremmo che fosse c’è comunque posto per tutti. Mi auguro anche per la qualità, perché c’è, basta cercarla; lo sforzo  merita.  Avrebbe “solo” bisogno di esser promossa la qualità,  di godere di maggior visibilità e sostegno anche mediatico. Perché la sensazione ora è quella che può capitare sotto il tendone del circo: “quando cadono gli acrobati entrano i pagliacci”. Col massimo rispetto per la nobile arte circense.


Dentro un bagno di ansia

Memorie, luoghi e radici per non soccombere ai diktat della società 

In una Bangkok sopraffatta  dalle avvilenti trasformazioni della contemporaneità, in una città piena di indesiderabili, truffatori, girovaghi di professione e “farang” (così i locali chiamano gli stranieri invisi agli  indigeni) c’è il Kingdom, un “luogo non luogo” asfittico dove si svolge il romanzo di Lawrence Osborne: un complesso lussuoso ma in via di decadimento, abitato da residenti stranieri e famiglie dell’ alta società… ”un angolo di opulenza upper-class nascosto dentro uno sfacelo dimenticato“.

Si tratta di quattro torri di ventun piani, separate da porte di vetro e inaccessibili dall’ esterno, rifugio di misteri e paure; un mondo sospeso fatto di vite misteriose e identità nascoste che si sottraggono l’una all’altra, immaginando -più che vivendo- lusso e discrezione. Tutti i personaggi si chiedono però chi siano i propri vicini, chi si nasconda dietro i semplici conoscenti, che cosa aspettarsi da una vita sospesa.

Sarah, una giovane americana in fuga da New York con duecentomila dollari indebitamente sottratti a una scrittrice di fama di cui è stata la segretaria, entra in questo microcosmo di attesa, braccata sin dall’inizio dal sospetto e dalla paura in uno dei pochissimi luoghi dove una donna bianca e sola possa immaginare di passare inosservata.
In verità tutti i personaggi sono fantasmi viventi.

E l’incontro con altre tre residenti, come lei straniere annoiate, avvolte nella più totale indefinitezza, dà inizio a una frequentazione alimentata dalla solitudine, da interesse, forse da sincera amicizia, ma animata dal senso di vuoto nella sospensione del presente, tra lusso e modernità, privilegi di classe, un futuro ambiguo e le incognite del passato.

Ciascuno, a modo suo, inscena una trama e una recita personale, dichiara di essere quello che non è in un gioco fragile fatto di incastri destinato a crollare al primo monsone, alle notti di blackout elettrico.

Braccati da un senso di soffocamento nell’umido mortifero e nel caldo soffocante di Bangkok, ci si addentra nel labirinto di vetro del Kingdom, un mondo a sè, estraneo a ciò che accade all’ esterno, generando una narrazione sospesa tra tinte forti, inquietudine sospesa e una trama degna di una spy story.

Nel suo svolgersi il racconto di Osborne sovverte ogni ipotesi precedente, svelando una realtà sempre diversa e immergendoci in una ghost story. Quando poi là fuori i disordini e i sovvertimenti politico-sociali imperverseranno, i personaggi si sentiranno braccati e isolati all’ interno del Kingdom senza protezione e l’ incertezza esploderà, la scena si farà buia e ci si ritroverà a tessere un nuovo e inaspettato finale.

Le menzogne costruite collasseranno,  verità e fantasia si fonderanno.


Sulle tracce dei grandi interpreti della musica africana – 6

Memorie, luoghi e radici per non soccombere ai diktat della società 

Ali Farka Touré e Ry Cooder, Gomni, da “Talking Timbuktu”

Nella vicenda della circolazione della musica africana a livello internazionale a cui abbiamo assistito da alcuni decenni a questa parte, il Mali occupa senza dubbio una posizione tutta particolare. 

La musica maliana è presente già nell’onda della “nuova musica africana” degli anni Ottanta: in particolare con il successo del cantante Salif Keita, che si afferma tra le star africane di caratura internazionale, e che diventa uno degli emblemi della world music. Ma Keita è portatore di un ibrido in cui la tradizione maliana, con l’intervento di spregiudicati produttori occidentali, è abbondantemente miscelata con rock ed elettronica, e proiettata in una modernità certo di grande effetto ma persino forzata. 

Quella che sarà la peculiarità della presenza maliana nella world music emerge invece nel decennio successivo. Quasi trent’anni fa, nel 1994, esce Talking Timbuktu di Ry Cooder e Ali Farka Touré, un musicista statunitense già di culto e uno maliano: l’album ha un successo clamoroso. 

Per quanto riguarda la musica africana l’exploit di Talking Timbuktu rappresenta una conferma ulteriore, dopo il decollo internazionale della carriera di Cesaria Evora, della possibilità di fare breccia nel consumo europeo e americano senza bisogno di compiacere a tutti i costi il pubblico del “nord” del mondo ricorrendo a pesanti maquillages: come già Cesaria Evora, l’album va cioè esattamente in controtendenza rispetto appunto al tipo di musica proposta da Salif Keita (e da altri artisti africani dell’epoca, fra cui Mory Kanté). 

Non è questa la sede per chiedersi – vecchia questione – se il blues affondi le sue radici nella musica dell’Africa occidentale, e quanto certa musica maliana sia stata influenzata dal blues d’oltre Atlantico e se sì perché: fatto sta che la forte affinità col blues della musica di Ali Farka Touré negli anni novanta richiama l’attenzione di un pubblico internazionale che va ben al di là di quello specificamente motivato sulla musica africana o che ha seguito con passione l’emergere della world music negli anni Ottanta. Ci sono i fan di Ry Cooder, i cultori di blues, ma più in generale c’è tutto un pubblico che cerca degli ascolti diversi dal solito e nemmeno necessariamente esotici, ma di qualità e “autentici”. In questo senso l’album di Ry Cooder e Ali Farka Touré diventa, dopo Cesaria Evora, il secondo momento di un trittico che pochi anni dopo sarà completato da Buena Vista Social Club, di nuovo con di mezzo Ry Cooder: un album fra l’altro nato – guarda caso – come ripiego di un incontro fra musicisti cubani e maliani, saltato perché questi ultimi non avevano ottenuto il visto per il viaggio.

Con Talking Timbuktu la musica del Mali fa un salto nella sua proiezione internazionale, diventando una protagonista di rilievo della world music. Dopo il fortunato incontro discografico tra Ry Cooder e Ali Farka Touré, musicisti di ogni ambito musicale fanno a gara a suonare con musicisti del Mali, e alla musica del grande paese dell’Africa occidentale si dimostrano molto sensibili produttori ed etichette discografiche. A cavallo fra anni Novanta e nuovo millennio raggiunge una ampia notorietà internazionale Toumani Diabaté, che assurge ad ambasciatore della kora, strumento a corde simbolo dell’identità maliana. Nello stesso periodo ha successo in Francia e viene poi scoperta da Manu Chao, con ulteriore impulso alla loro carriera, la coppia di non vedenti Amadou e Mariam: la loro musica candida e piena di contagioso vitalismo è inconfondibilmente maliana, ma Amadou non nasconde certo le passioni che ha nutrito fin dalla gioventù per Hendrix, Clapton, John Lee Hooker, Ten Years After, Deep Purple e Led Zeppelin.

Nel nuovo millennio il Mali si consolida come il paese del continente nero che sul piano musicale gode della maggiore esposizione internazionale. La sua visibilità sulla scena musicale globale si rafforza poi col successo del filone del blues-rock touareg, uno dei fenomeni più consistenti degli ultimi lustri della world music, nel quale la maggior parte dei gruppi, a cominciare dal più importante, i Tinariwen, è maliana. 

Il successo della musica del Mali ha contribuito a ridimensionare certi cliché: una musica in cui abbondano strumenti a corde e ha ampio spazio la melodia ha messo in discussione il luogo comune di una musica africana nient’altro che ritmo e percussioni; e con lo scenario estremamente articolato della sua magnifica musica il Mali è già da solo la prova che la musica del continente non è la notte dove tutte le vacche sono nere. 

Tuttavia, nella grande diffusione della musica maliana c’è qualcosa di paradossale: il Mali è un paese che è arrivato all’indipendenza senza un’industria discografica, che anche oggi è molto modesta; ha venti milioni di abitanti e continua ad essere un paese molto povero. Pensiamo alla Nigeria: ha duecento milioni di abitanti, grandi risorse, una industria discografica poderosa (e anche cinematografica: la musica oggi è fatta anche di videoclip). Eppure, della musica nigeriana la world music non ci fa sapere praticamente niente. 

Possiamo lasciare in sospeso la nostra spiegazione di questo paradosso fino alla prossima (e ultima) puntata di questa serie. Intanto possiamo però constatare che c’è un aspetto della musica del Mali che è rimasto in ombra nella world music, e non è un aspetto da poco: l’hip hop. In Mali il rap aveva cominciato a diffondersi ampiamente fin dai primi anni Novanta, diventando la musica dominante fra i più giovani, per lo meno nei centri urbani, e mostrando anche una significativa originalità, per esempio con un gruppo pionieristico come Tata Pound. Nel nuovo millennio, a Bamako, la capitale, i rapper con un seguito enorme tra i giovani e giovanissimi sono diventati decine, e alcuni in Mali sono delle star. Ma è una scena di cui chi si è fatto in questi decenni un’idea della musica maliana attraverso i dischi di Ali Farka Touré, Toumani Diabaté, Amadou e Mariam non ha in generale avuto alcuna percezione.


Le drammatiche sorti della democrazia rivoluzionaria in Nicaragua

Memorie, luoghi e radici per non soccombere ai diktat della società 

Pareva di assistere a una fiction il 4 agosto scorso per le vie della cittadina rurale di Matagalpa (nel nord del Nicaragua): mons. Rolando Alvarez innalzava l’ostensorio del “santissimo” benedicendo in ginocchio gli ufficiali della polizia che lo sorvegliavano. Mentre gli agenti imbarazzati si scostavano ogni volta più in là, sotto l’inesorabile obiettivo degli smartphone.

Sta di fatto che il prelato è rimasto rinchiuso per ben due settimane nella curia vescovile senza poter uscire né rifocillarsi (insieme ad altri cinque sacerdoti e tre seminaristi) con l’accusa di presunti “crimini di lesa umanità” e per “incitamento all’odio”. Che è poi uno degli ultimi reati inventati dalla cattolicissima (molto a modo suo) Rosario Murillo, vicepresidente nonché consorte di Daniel Ortega. Che a sua volta aveva qualificato tempo addietro gli ecclesiastici come terroristi.

Finché la notte del 19 agosto reparti speciali di sicurezza hanno prelevato con la forza il presule trasferendolo agli arresti domiciliari nella casa dei genitori a Managua, dove gli ha fatto visita l’attuale arcivescovo metropolitano cardinale Leopoldo Brenes. Mentre gli otto suoi collaboratori sono stati tradotti direttamente nel carcere capitalino del Nuevo Chipote.

Durante la rivolta popolare del 2018, soffocata nel sangue dal regime orteguista, mons. Alvarez si era esposto dal pulpito in difesa delle libertà democratiche oltre che di quella religiosa. Da allora, una volta azzerati i partiti dell’opposizione e silenziata la stampa, oltre che qualsiasi espressione della società civile (con la chiusura di oltre 1.400 Ong sia nazionali che straniere) al clan della famiglia Ortega non restava che prendere di mira la chiesa cattolica, che aveva offerto protezione ai giovani ribelli nei propri templi oltre ad aver svolto (invano) un ruolo di mediatrice fra le parti. Sono così iniziate le intimidazioni e le irruzioni nei luoghi sacri; fino alla profanazione, nel marzo 2020, dei funerali del padre/poeta Ernesto Cardenal, ministro della cultura durante la rivoluzione sandinista; e il successivo devastante attentato incendiario della cappella del sangue di Cristo nella cattedrale di Managua.

Domenica scorsa, dopo il clamoroso arresto del monsignore, papa Francesco ha fatto riferimento al Nicaragua durante l’Angelus manifestando “preoccupazione e dolore” e ricevendo l’immediato plauso dell’episcopato locale. Tuttavia alcuni dei suoi detrattori, che gli rimproveravano il prolungato silenzio sul persistente accanimento contro la chiesa nicaraguense, considerano ancora fin troppo cauta la sua breve locuzione poiché neppure ha menzionato il fermo del prelato e soprattutto perché auspica “un dialogo aperto e sincero per una convivenza rispettosa e pacifica” in Nicaragua. 

C’è chi ricorda al pontefice di aver affermato tempo addietro che “con il diavolo non si dialoga …”. In questo caso satana sarebbe impersonato dal presidente Daniel Ortega e soprattutto dalla sua vice Murillo, che in Nicaragua qualcuno soprannomina “la papessa”: una cattolica integralista che porta alle dita almeno una trentina di anelli, ciascuno contro un malocchio differente; e che quando il “fu” comandante guerrillero tornò al governo nel 2007 introdusse per la prima volta nel paese una legge che proibiva l’aborto, compresi i casi di violazione e pericolo di vita della gestante. Si fece pure risposare con Ortega nella cattedrale dal cardinale Obando y Bravo per ingraziarsi i favori dell’allora arcivescovo di Managua (che era stato il più feroce nemico interno durante la rivoluzione sandinista). Salvo poi promuovere le visite di predicatori delle sette fondamentaliste dagli Stati Uniti.

Di tono ben più netto contro l’arresto sono state le condanne giunte da vari episcopati latinoamericani ed europei, compresa la “solidarietà” espressa dal presidente dei vescovi italiani cardinale Matteo Zuppi, che ha parlato di “dure persecuzioni” e di “atto gravissimo contro la libertà di culto e di opinione”.

Anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, ha manifestato la propria preoccupazione per “la grave ostruzione dello spazio democratico in Nicaragua e le recenti azioni contro le organizzazioni della società civile e religiose”.

L’unica nota di biasimo ufficiale di un esponente della Santa Sede era venuta da Juan Antonio Cruz Serrano, rappresentante permanente della Segreteria di Stato presso l’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), che ha condannato al riguardo  il Nicaragua con 27 voti a favore, 1 contrario (San Vicente), 4 astensioni (Messico, Bolivia, El Salvador e Honduras) e l’assenza di Colombia e Nicaragua (oltre che di Venezuela e Cuba).

Nei giorni precedenti la cattura di mons. Alvarez, solo il filosofo messicano Rodrigo Guerra, segretario del Pontificio Consiglio per l’America Latina, aveva giustificato il basso profilo seguito da papa Francesco affermando: “il silenzio del papa non significa che non sia informatissimo su quanto accade in Nicaragua; lui e la Santa Sede lavorano con discrezione…”. A dargli sponda il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, strettissimo collaboratore di Bergoglio in quanto coordinatore del Consiglio dei cardinali che ha redatto la recente riforma della costituzione vaticana.

Intanto mons. Alvarez, che è pure amministratore apostolico di Estelì, rischia ora l’esilio forzato quale mediazione offerta dalla coppia presidenziale. Ma il vescovo, da cittadino nicaraguense quale è, resiste, a rischio di finire nelle segrete del Nuevo Chipote, dove sono già rinchiusi da oltre un anno in condizioni disumane quasi duecento dissidenti delle più diverse tendenze politiche; a partire dai candidati presidenziali che non hanno potuto conseguentemente partecipare alla farsa elettorale del novembre scorso dove Ortega si è perpetuato al potere per la quarta volta consecutiva.

Per non parlare del destino degli altri suoi otto collaboratori nel frattempo già incarcerati nella stessa prigione pur ancora “sotto indagine”. I quali ieri hanno ricevuto sulla rete social un coraggioso comunicato di sostegno di tutto il clero della diocesi di Estelì.

Insomma un complicato dilemma per la Conferenza episcopale nicaraguense, assai prudente fin dall’inizio di questa crisi; ma anche in occasione della cacciata in marzo del nunzio apostolico Waldemar Sommertag, dell’arresto di altri tre preti, della recente espulsione di 18 suore di madre Teresa di Calcutta e la chiusura d’autorità di una decina di radio cattoliche.

Il problema è che il fronte ecclesiastico è diviso dopo che uno dei vescovi, mons. René Sándigo di Leòn e Chinandega, chissà se per qualche inconfessabile ricatto, si è apertamente schierato col governo. Ancora lo scorso fine settimana ha inaugurato ostentatamente col sindaco orteguista locale il nuovo giardino della curia. Il che può spiegare il timidissimo tono dei comunicati di presa di distanza dal regime da parte dell’episcopato (oltre che del pontefice). 

Regime che a sua volta, per eccessiva esposizione, comincia a registrare malesseri tra le sue fila. Con Ortega relegato ai margini per la sua malferma salute; e l’esoterica tuttofare Murillo, da sempre assai detestata, sempre più incontenibile. Il tutto a rischio, prima o poi, di un’implosione.

Nell’immagine: mons. Rolando Alvarez bloccato dalla polizia


La propaganda del Cremlino sta manipolando la storia per giustificare l’invasione dell’Ucraina

Memorie, luoghi e radici per non soccombere ai diktat della società 

Da Meduza – Valigia blu

Con il protrarsi della guerra in Ucraina, anche le strategie di propaganda interna del Cremlino si adattano al corso delle ostilità. Il sito indipendente russo Meduza è venuto infatti in possesso di tre guide di propaganda distribuite a politici e media pro-governativi a partire da luglio.

I tre documenti anonimi (le prime due guide sono opera dell’Amministrazione presidenziale della Federazione russa, riporta Meduza) forniscono “suggerimenti” e “raccomandazioni” su come parlare dell’attuale invasione dell’Ucraina, utilizzando parallelismi storici. Il primo si concentra sul “battesimo della Rus”, quando nel 988 il sovrano della Rus’ di Kyiv, Volodymyr il Grande, avrebbe battezzato la popolazioni di Kyiv al cristianesimo ortodosso, a seguito della sua stessa conversione.

La seconda guida è incentrata sul parallelismo con la battaglia della Neva del 1240. Episodio storico in cui il principe Alessandro di Nvogorod avrebbe sconfitto gli invasori svedesi sulle rive del fiume Neva. La terza guida invece “suggerisce” come paragonare la guerra in Ucraina alla I Guerra Mondiale: in entrambi i conflitti, si legge nelle guide, la Russia sarebbe stata trascinata dall’Occidente contro la propria volontà.

Ucraini “senza Dio” e la colpa dell’“Occidente collettivo”

La prima guida, distribuita a luglio, sottolinea le analogie tra il battesimo della Rus’ e l’attuale guerra in Ucraina. Meduza ne riporta un estratto:

Il battesimo della Rus’ divenne la base per il rafforzamento e l’unità dello Stato russo per centinaia di anni. La fede ortodossa insegna la compassione, l’amore per il prossimo e la tolleranza verso gli altri. Questi valori sono diventati il fondamento della civiltà russa e hanno permesso alla Russia di unire centinaia di popoli diversi. Oggi, i membri di tutti i gruppi etnici russi si sono nuovamente uniti nell’opposizione ai senza Dio e nella difesa dei valori tradizionali e del diritto dei nostri figli a vivere in conformità con essi.

La conversazione è promossa come un contributo per uno Stato unico, centrato sul valore della “tolleranza”. Una simile unificazione, secondo la guida, sta avvenendo attualmente in Ucraina,, grazie alla “coesione sociale” intorno all’esercito. La Russia, si legge, “è di nuovo in grado di compiere la sua missione: difendere gli oppressi”.

La guerra è descritta nella guida come una colpa dell’”Occidente collettivo”:

Il conflitto in Ucraina è stato istigato dai paesi occidentali, che hanno fornito armi all’Ucraina. L’Ucraina doveva diventare un punto di partenza per un attacco alla Russia. L’obiettivo strategico dell’Occidente collettivo è immutato da secoli: contenimento, indebolimento, smembramento e completa distruzione della Russia.

L’importanza dell’elemento religioso e dell’unificazione in nome di un glorioso passato va di pari passo con gli inviti a “combattere i senza Dio”. I nemici da combattere sono raffigurati come “stupratori, ladri e assassini” che “non credono in nulla”. Ancora più esplicitamente, il Cremlino “consiglia” di descrivere le truppe ucraine come “empie”, dedite a “sacrifici rituali” e pronte a usare donne e bambini come scudi umani”:

Per gli ucraino-nazisti non esiste qualcosa come il senso morale; non pensano in questi termini, perché sono veramente senza Dio. Non hanno paura delle sanzioni divine che dovranno affrontare per le loro atrocità. Molti degli ucraino-nazisti sono apertamente satanisti e seguaci di culti deprecabili.

Alcuni di queste strategie di propaganda erano già state usate dai media russi negli scorsi mesi. Oltre a quella degli scudi umani – accusa per la quale di recente è stato strumentalizzato il comunicato di Amnesty International sulle tattiche delle truppe ucraine, nonostante l’ONG sia stata bandita dalla Russia – Meduza riporta come già a giugno su RIA Novosti si affermava che “il satanismo e l’occultismo sono diventati l’ideologia dei battaglioni nazionali ucraini”. Altre testate, come per esempio Gazeta.ru, hanno iniziato a implementare i contenuti delle guide, copiando interi paragrafi.

“Attacco preventivo”

La seconda guida, come anticipato, “consiglia” di paragonare il conflitto in Ucraina con la battaglia della Neva. A sottolineare l’importanza di questa guida è il fatto che è uscita agli inizi di luglio, quando in Russia si celebra l’anniversario della battaglia.

Anche in questa guida si parla di “Occidente collettivo”, descrivendolo come una minaccia storica che dall’esterno ha più volte minacciato l’integrità della Russia, aizzandole contro i popoli vicini. Questo “Occidente collettivo” avrebbe assunto nei secoli varie forme come l’Ordine Teutonico, la Svezia, la Confederazione polacco-lituana, l’Impero di Napoleone, il Terzo Reich e ora la NATO.

Queste minacce, fa presente la guida hanno sempre avuto come esito quello di unire la società russa attorno al suo leader, permettendole di respingere sul campo di battaglia ogni minaccia, ogni invasore. Così è stato nella battaglia di Neva, così – secondo il Cremlino – sarà per l’attuale guerra in Ucraina.

Un altro punto evidenziato è il desiderio dell’Occidente di impadronirsi delle risorse del paese, descrivendo quindi la relazione con la Russia in termini di “colonialismo” e “neocolonialismo”. La cosiddetta “operazione speciale” in Ucraina, quindi, sarebbe un “attacco preventivo” che ha scongiurato quanto avvenuto nel giugno del ‘41, quando i nazisti invasero la Russia.

“Dalla parte degli oppressi”

La terza guida di cui è entrato in possesso il sito Meduza è stata preparata per diffondere un messaggio che amplificasse la ricorrenza del 1° agosto, anniversario della dichiarazione di guerra della Germania contro l’impero russo (nel 1914). L’obiettivo è quindi quello di tracciare un parallelismo tra Prima guerra mondiale e invasione dell’Ucraina.

Anche in questo caso si sottolinea come la Russia sia stata “trascinata” in entrambi i conflitti dall’Occidente e dalle sue aspirazioni “coloniali”. La Russia invece è rappresentata come un paese che “non abbandona i suoi” e “si batte per gli oppressi”. Come fu per la Serbia nel 1914, “suggerisce” la guida, così è stato per il Donbas ucraino, a partire naturalmente dal 2014:

Gli abitanti di alcune regioni che continuavano a parlare russo, ed erano quindi perseguitati dai radicali ucraini e dalle autorità ufficiali di Kyiv, non hanno appoggiato il colpo di Stato e non volevano vivere in uno Stato ucraino ostile ai russi. La Crimea ha annunciato il suo desiderio di divenire parte della Russia, mentre le ex regioni di Donetsk e Luhansk hanno dichiarato l’indipendenza. In questo modo, hanno esercitato il loro diritto internazionale all’autodeterminazione.

La Russia è descritta quindi come una forza pacificatrice, i cui tentativi di evitare il conflitto sono stati vanificati dall’Occidente. Questi, dopo il 2014, hanno iniziato a promuovere “odio e desiderio di uccidere i russi”.

Una sezione della guida è infine dedicata ai “traditori nazionali” e alle “interferenze” dell’Occidente nella politica interna russa. Anche qui viene tracciato un parallelismo storico: da una parte i “bolscevichi sponsorizzati” dalla Germania all’inizio del XX secolo, dall’altra “i movimenti di protesta e i media anti-russi” sostenuti dall’Occidente. A tal proposito, non bisogna dimenticare che di recente è stata presentata una bozza di legge per rendere ancora più repressiva la legge che registrati gli “agenti stranieri”.

Nella parte finale, i toni della guida si fanno persino profetici. Dopo la previsione di una “ondata antiamericana” che metterà a rischio la capacità degli Stati Uniti di trovare partner commerciali e militari, viene preannunciata l’instaurazione di un “nuovo ordine mondiale” una volta concluse le “operazioni speciali” in Ucraina. Questo “nuovo ordine mondiale” (descritto come “più giusto e sicuro”) rappresenta la vera “missione della Russia” nel panorama internazionale.

Nell’immagine: monumento al “santo principe” Vladimir, una delle figure storiche utilizzate dalla propaganda russa


Ognun per sé?

Memorie, luoghi e radici per non soccombere ai diktat della società 

Di Carlo Panella, Linkiesta

È sconcertante l’assenza di intervento dell’Europa a fronte della crisi innescata dall’aumento vertiginoso del prezzo del metano che ormai è del 1.500% rispetto a due anni fa. Le notizie degli ultimi giorni, lette una accanto all’altra, indicano un inarrestabile cammino verso una crisi epocale che coinvolge tutti i paesi europei, tranne Paesi Bassi e Svezia.

Il metano corre imperterrito verso i 300 euro al MWH, così l’inflazione che si avvicina sempre più al 10% tanto che Fabio Panetta, del board della Banca centrale europea, stima ormai che «le possibilità di recessione stanno aumentando nella zona Euro» e avverte che la crisi non può essere combattuta con la politica monetaria della stessa Bce, l’Euro in discesa perde addirittura la parità col dollaro.

Ma, a fronte di questo scenario l’Europa tace, non fa nulla. Non ha un piano, è in vacanza. Sorda agli allarmi per un autunno di tensioni sociali in tutti i paesi e alla prospettiva concreta di perdita di un milione e più di posti di lavoro nel continente a causa della crisi o della chiusura delle industrie energivore. La scelta comunitaria evidente è che ogni paese si arrangi da solo.

Mario Draghi nel Consiglio Europeo di maggio e quello di fine giugno ha combattuto, con l’aiuto di Emmanuel Macron, affinché venisse adottata la prima e più urgente misura di contrasto: il price cup, un accordo di cartello tra tutti i paesi europei acquirenti di metano per imporre un tetto massimo che stabilizzi, in discesa, il mercato energetico. Ma non è stato ascoltato.

Paesi Bassi in testa, tutti gli Stati Ue rigoristi, che guarda caso sono quasi autosufficienti dal punto di vista energetico, si sono opposti e la bassissima mediazione è stata di riparlarne il 20 e 21 ottobre. Ma allora sarà ormai troppo tardi per affrontare la tempesta energetica perfetta dell’autunno e ancor più dell’inverno.

Indicativa la motivazione alta del rifiuto del price cup, presentata dai Paesi Bassi: non si deve creare in Europa un precedente di regolamentazione forzata del mercato che violi la libera contrattazione. Esattamente come per le astruse regole del 3% di deficit e del 60% del debito la teoria iper liberista dei rigoristi nasconde una realtà ben più prosaica: questi paesi sono tra i più sovranisti tra i sovranisti, si rifiutano di guardare al complesso dei paesi dell’Unione e difendono cinicamente i propri interessi economici e la propria autosufficienza energetica.

In più, i Paesi Bassi difendono i lauti proventi e la posizione di potere che le vengono dal controllo monopolista ad Amsterdam del Dutch Title Transfert Facility Natural Gas, l’unica borsa europea del metano. A questa rigidità olandese si è sommata poi la cecità strategica della leadership del cancelliere tedesco Olaf Scholz che si è unito nei Consigli Europei agli oppositori del price cup per una ragione di nuovo sovranista: i contratti pluriennali stipulati a suo tempo con Gazprom sono in larga parte a prezzo bloccato, non indicizzato con i futures di Amsterdam.

Calcolo miope, subito vanificato dalla stessa Gazprom che ha drasticamente abbassato le forniture di metano alla Germania – ora le blocca a fine mese addirittura per tre giorni – obbligando il governo tedesco a cercare altri fornitori a prezzo pieno, col di più che il paese non ha neanche un rigassificatore. Di conseguenza, Berlino ha diminuito le forniture previste e concordate all’Austria e agli altri paesi che dipendono dal flusso di metano che passa per North Stream 1.

In questo contesto non stupisce che la pressione dell’opinione pubblica tedesca per diminuire le sanzioni contro la Russia aprendo North Stream 2, la cui chiusura è stata la prima sanzione contro Mosca nel febbraio scorso, sia tale che se ne è fatto interprete addirittura uno dei più alti esponenti della Fdp, Wolfgang Kubicki. Il dibattito sulla diminuzione delle sanzioni contro Mosca è entrato ufficialmente nel circuito politico del governo tedesco.  Inutile dire che questa sarebbe una eccellente vittoria politica per Vladimir Putin.

Nell’immagine: l’evoluzione del prezzo del gas naturale in Europa


Viva il quiet quitting!

Memorie, luoghi e radici per non soccombere ai diktat della società 

Ancora si parla della cosiddetta great resignation – la grande dimissione, cioè l’uscita volontaria di molti dal loro posto di lavoro dopo che il Covid ha fatto capire loro che la vita è più preziosa del lavoro e che può contenere molte cose bellissime e diverse dal lavoro e che vanno vissute prima di morire – ed ecco arrivare il quiet quitting. Se non è una fake news; se non è una moda effimera e a scadenza; se non è una invenzione dei mass-media a caccia estiva di notizie che non siano quelle di Damiano dei Måneskin che con la sua fidanzata adotta un gatto maltrattato; e se davvero la tendenza venisse confermata e si rafforzasse ancora, allora potrebbe essere qualcosa – sì – di molto interessante.

Interessante perché potrebbe esprimere un cambio di paradigma questa volta antropologico e non meramente tecnologico, capace di rovesciare quarant’anni di ideologia neoliberale, cioè di mercato del lavoro iper-competitivo e iper-flessibile dove tutti devono essere in concorrenza con tutti e con salari tendenzialmente low cost perché così è imposto dalla globalizzazione e dalla competizione internazionale. Un mercato del lavoro neoliberale-deregolamentato dove che tu sia leone o gazzella, importante è correre sempre più velocemente; o, detto con una metafora diversa, dove tutti devono viversi come criceti che devono correre velocemente e incessantemente nella ruota della loro gabbietta; oppure, dove tutti devono introiettare quanto detto tempo fa da Jeff Bezos per i suoi iper-sfruttati dipendenti, magazzinieri e corrieri: It’s still day one, cioè è sempre il primo giorno, bisogna sempre dare il massimo di sé per l’impresa senza mai rallentare e semmai accelerare, perché il secondo giorno è già stasi, lentezza, declino, abitudine…e questo è male per l’impresa (e per i profitti di Bezos).

Da quarant’anni le retoriche manageriali (la realtà del lavoro è invece molto diversa) e i media e i politici mainstream ci dicono che ciascuno è un virtuoso capitale umano che deve valorizzare se stesso sul mercato; che dobbiamo attivarci sempre più in self management; che fondamentali sono il nostro engagement e il nostro empowerment (tutto in inglese, ovviamente, perché fa più figo e soprattutto sembra nuovo e bello – dimenticando che qualcosa di non molto diverso scriveva anche Taylor cento e più anni fa nell’esempio dell’operaio Schmidt); che dobbiamo essere imprenditori di noi stessi; che dobbiamo convincerci di non essere più lavoratori ma collaboratori dell’impresa e dell’imprenditore/manager, che a sua volta non sarebbe più il padrone o il capo di un tempo ma un leader carismatico/empatico che vuole la felicità dei suoi collaboratori; eccetera, eccetera.

Ora c’è appunto il quiet quitting. Che significa mettere sempre la propria vita prima del lavoro, senza però licenziarsi e rinunciare allo stipendio, ma lavorando solo il minimo indispensabile per conservarlo. Una tendenza che coinvolgerebbe soprattutto i giovani – millennial e generazione Z – e riguarderebbe sia gli Usa che l’Europa e la Cina. Perché infatti dannarsi – sembrano pensare questi giovani – in un lavoro precario e a tempo determinato senza prospettive di futuro; perché passare ore davanti a un pc senza reali prospettive di carriera; perché dover credere davvero di poter essere imprenditori di se stessi se poi il sistema, al di là appunto delle sue retoriche, produce esattamente il contrario e impoverisce il lavoro di contenuti e di conoscenza; perché vedere il nuovo là dove non c’è – e siamo infatti sempre nel taylorismo e nel fordismo, anche se digitale e siamo sempre nella divisione del lavoro e nella sua organizzazione, comando e sorveglianza eterodiretta da parte dell’impresa e anche il manager non è un leader ma è sempre più un algoritmo e tutti siamo dipendenti da una piattaforma?

Tutto questo è confermato – insieme smontando appunto le retoriche manageriali viste sopra – da uno studio Gallup (“State of the global work-place 2022 Report”) per il quale solo il 21% dei dipendenti si sente coinvolto dal/nel lavoro (cade quindi la favola dell’essere collaboratori) e solo uno su tre si sente in una condizione di benessere (e quindi, quasi il 70% lavora male), mentre il 44% si dice stressato.

Se il quiet quitting diventerà davvero una tendenza reale e soprattutto duratura, trasformerà forse (forse) il vecchio e sempre rinnovato Beruf weberiano (il lavoro come vocazione dell’uomo, la vita come lavoro, il lavoro come vita) in qualcosa di molto diverso. Produrrà forse (forse) la fine dell’organizzazione scientifica del lavoro di ieri (Taylor) e di oggi (appunto il taylorismo digitale dell’Industria 4.0 e delle piattaforme). Darà il segnale che (forse) il neoliberalismo è finalmente morto, ma non per le sue contraddizioni interne (vive anzi di queste contraddizioni, quindi non le risolverà mai), bensì per una reazione umana e umanistica ai suoi eccessi e alla sua coazione a ripetere le sue paranoie e il suo cinismo. Certo, il quiet quitting è una condizione esistenziale individuale, anche se di molti, che quindi non produce – direbbe Marx – coscienza di classe e conflitto. Ma in società cinicamente iper-individualiste e iper-competitive come le nostre sarebbe già molto se si diffondesse sempre più.

La reazione neoliberale e imprenditoriale è prevedibile: questi giovani si stanno ammosciando, sono scansafatiche – se non, e peggio, sono fancazzisti. Non sono determinati a fare (produrre, consumare, generare dati sempre di più) come invece servirebbe al tecno-capitalismo, ma vogliono vivere meglio: che scandalosa eresia! Quindi il sistema farà di tutto, ne siamo certi, per rimetterli sulla retta via. A noi piace però sognare – pur sapendo che saremo smentiti – che il quiet quitting sarà una tendenza che si consoliderà davvero. Noi tutti facendoci anche così più sostenibili nei confronti di una Terra sempre più stressata dopo tre secoli di rivoluzione industriale e di capitalismo.

Nell’immagine: nel secolo scorso bastava un Cynar


Quanto conta davvero Dugin in Russia

Memorie, luoghi e radici per non soccombere ai diktat della società 

Da Il Post

L’attentato in cui sabato notte nella regione di Mosca è stata uccisa la giornalista Darya Dugina, figlia di Alexander Dugin, non ha al momento responsabili e motivazioni chiare. Alcune ipotesi fatte negli ultimi giorni sostengono che il reale obiettivo dell’autobomba fosse il padre, politico e filosofo dell’estrema destra russa, descritto un po’ frettolosamente e superficialmente dalla stampa occidentale come «l’ideologo di Putin».

La reale vicinanza di Dugin al presidente russo Vladimir Putin, e la sua influenza, sono però questioni assai discusse, e molti esperti di politica russa tendono a ridimensionarle. Dugin sembra essere più popolare nei movimenti di estrema destra e nell’opinione pubblica occidentale che in Russia: non avrebbe accesso nemmeno alla cerchia ristretta dei collaboratori di Putin.

Nato nel 1962 in una famiglia di militari di alto rango, Dugin in gioventù fu un militante anti-comunista, si unì a vari collettivi di avanguardia e negli anni Novanta, in corrispondenza con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, fondò il Partito Nazional Bolscevico con Eduard Limonov, personaggio reso celebre dal romanzo di Emmanuel Carrère. Vicino a formazioni neonaziste tedesche, nel 1997 Dugin scrisse il libro ”Fondamenti di Geopolitica: il futuro geopolitico della Russia”, in cui sviluppava la teoria del “Neo-eurasismo”, secondo cui la Russia sarebbe dovuta tornare a essere una potenza mondiale come ai tempi sovietici e in opposizione al mondo occidentale, ma senza comunismo. Ipotizzava anche una spartizione delle zone di influenza con la Germania, che avrebbe dovuto lasciare l’Unione Europea.

Alcune delle sue teorie e ambizioni per la Russia sono coincise nel tempo con quelle dell’attuale regime di Mosca.

Come ha scritto il ricercatore e scrittore esperto di Russia Mark Galeotti, queste teorie hanno reso Dugin piuttosto popolare nel 2014, quando iniziò la guerra in Ucraina orientale tra esercito ucraino e separatisti filorussi appoggiati dalla Russia: «Di colpo era ovunque in televisione, il suo libro era citato e gli fu offerta una cattedra all’Università statale di Mosca. Ma poi il Cremlino decise di non procedere con l’annessione diretta dell’autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk e Dugin non fu più utile». Gli inviti in tv scomparvero, così come il contratto con l’università.

Sempre secondo Galeotti, da allora Dugin, che non ha mai avuto accesso diretto a Putin o ai suoi più stretti collaboratori, ha spesso cercato di intuire le mosse future del governo, promuovendole e invocandole all’interno di una sua ricca produzione di articoli e libri, e cercando così di accreditarsi come “ideologo” della nuova politica russa, specialmente all’estero e in Occidente, dove nonostante le sue tesi estreme e le sue simpatie naziste era spesso invitato a dibattiti (per le interviste con i media occidentali chiede un cachet di 500 euro, scrive il Guardian).

La sua presunta vicinanza col Cremlino è quindi, secondo molti esperti che vivono in Russia, una costruzione dello stesso Dugin, per profitto personale e autopromozione. Non esistono foto o testimonianze di suoi incontri con i leader del governo russo, che però pare lo consideri (o lo abbia considerato) utile per la sua notorietà in certi ambienti del mondo occidentale.

In Italia arrivò nel 2015, attraverso la mediazione di Gianluca Savoini, uomo di fiducia di Matteo Salvini già al centro dei discussi rapporti fra la Lega e la Russia. Savoini, scrivono molti giornali italiani fra cui la Stampa, è un grande estimatore di Dugin, che nel 2018 riportò in Italia per una sorta di tour promozionale dei suoi libri.

Dugin incontrò più volte Salvini (esiste anche una foto della figlia Darya con il leader leghista): fu sostenitore in varie interviste del governo Conte I e dell’alleanza fra Movimento 5 Stelle e Lega («primo passo storico verso l’affermazione irreversibile del populismo e il passaggio a un mondo multipolare»). Recentemente si è detto deluso dalla decisione di Salvini di sostenere il governo Draghi e il suo approccio atlantista e ha profetizzato un «grande futuro» per Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia.

In Russia le sue posizioni e le sue tesi, spesso intrise di un certo esoterismo e profezie sul “destino” del paese, non sono poi sempre allineate con quelle del regime. Di recente ha scritto su Telegram che la Russia non potrà vincere la guerra con l’Ucraina a meno che non mobiliti l’intera società in sostegno dello sforzo bellico, decisione che Putin non ha mai voluto prendere finora. In questa e in altre dichiarazioni Dugin è sembrato più vicino alle posizioni dei nazionalisti di estrema destra russi critici con Putin per il poco successo di una guerra da loro considerata giusta e inevitabile.

La figlia di Dugin, Darya Dugina, era stata inserita nella lista delle persone colpite dalle sanzioni occidentali in quanto impegnata in opere di disinformazione sulla guerra per un canale televisivo di proprietà di Evgeny Prigozhin, uno dei principali finanziatori dei mercenari del gruppo Wagner (gruppo che ha forti legami con il regime russo e che da anni è coinvolto in conflitti in diversi paesi del mondo, Ucraina compresa). Non era però molto nota in Russia, anche se alcuni la consideravano una persona che in futuro avrebbe potuto ritagliarsi un ruolo importante.

La reale rilevanza di Dugin e della figlia nella vita politica russa rendono le accuse fatte dalla stampa russa su un presunto coinvolgimento dell’Ucraina nell’attentato un po’ semplicistiche e poco credibili. Lunedì queste accuse sono state formalizzate anche dall’FSB, l’agenzia federale dei servizi segreti russi: con un comunicato, l’FSB ha incolpato l’intelligence ucraina di aver organizzato l’omicidio di Dugina, pagando una donna per compierlo materialmente.

Fonti citate dai giornali russi hanno poi sostenuto che domenica sera sarebbe arrivata una rivendicazione dal cosiddetto “Esercito repubblicano nazionale”, una formazione partigiana fin qui sconosciuta e accusata di essere ispirata dai servizi segreti ucraini che avrebbe promesso altri attacchi con l’obiettivo di rovesciare il regime di Putin.

Sono però informazioni da prendere con grande scetticismo, considerati i vantaggi politici che la diffusione di un’informazione di questo tipo darebbe alla Russia e considerato anche il frequente ricorso del governo russo alla disinformazione.

Daniele Raineri su Repubblica ha ipotizzato piuttosto che i motivi dell’attentato siano da ricercare in Russia, parlando di «strategia della tensione dei servizi segreti, un avvertimento da chi è stato danneggiato in Russia dalla guerra di Putin, oppure la volontà di mettere a tacere Dugin che parlava di guerra fallimentare».

Nell’immagine: illustrazione da Darts & Letters


Dove vanno le armi?

Memorie, luoghi e radici per non soccombere ai diktat della società 

Di Laurence Wuillemin, Pressenza

Le organizzazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti umani Facing Finance e Urgewald hanno pubblicato questa settimana il database “ExitArms”. Si tratta del primo database pubblico e mondiale sulle imprese coinvolte nell’esportazione di armi verso delle parti in conflitto. Il suo lancio è sostenuto da ENAAT, la rete europea contro il commercio di armi. Ad oggi si hanno i dati dal 2015 al 2020. Sono elencate circa 500 aziende coinvolte in quasi 1.400 esportazioni di armi lungo tutta la catena di approvvigionamento, sia direttamente che tramite filiali o joint ventures. Tali esportazioni hanno rifornito 33 “clienti” implicati in 52 guerre, per la maggior parte interne agli stati.

Il punto di partenza del database è il Barometro dei Conflitti di Heidelberg, che permette di selezionare, da una parte, i conflitti che raggiungono un certo livello di intensità e gli attori coinvolti, e dall’altra il database del SIPRI sui trasferimenti di armi, che ci rivela i trasferimenti internazionali delle principali armi convenzionali.

Successivamente le due associazioni hanno studiato meticolosamente la “catena di approvvigionamento delle armi” a livello di impresa, dalla concezione dell’arma o del sistema di armamenti prodotto, fino al suo trasporto.

L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l’Egitto, l’India e il Pakistan compaiono tra i paesi belligeranti più riforniti al mondo tra il 2015 e il 2020. Le tre guerre più alimentate e rifornite di armi sono la guerra in Libia, quella in Yemen e il conflitto nel Kashmir. Le dieci imprese che hanno maggiormente rifornito le parti in guerra in questo periodo sono: Rostec (21 belligeranti), Raytheon e Airbus (14 ciascuna), Leonardo (13), Lockheed Martin (12), BAE Systems, Pratt & Whitney e Boeing (10 ciascuna), AVIC e Rolls-Royce (9 ciascuna).

La UE non dovrebbe finanziare imprese che forniscono armi a parti in conflitto. Tra queste dieci, Leonardo è il primo beneficiario del Fondo europeo per la difesa (FED), un programma UE dedicato a ricerca e sviluppo di armamenti a partire dal 2017. L’azienda ha finora ricevuto 28 milioni di euro da soldi dei contribuenti europei per sviluppare armi di prossima generazione. Airbus è il quinto beneficiario del fondo con sovvenzioni europee che finora ammontano ad almeno 10 milioni di euro.

Tra i primi dieci beneficiari del fondo FED per il periodo 2017-2020, otto sono attualmente registrati nel database ExitArms come fornitori di armi a parti in guerra: Leonardo, Indra, Safran, Thales, gruppo Airbus, Saab, Hensoldt e KMW-Nexter. Laetitia Sédou, incaricata del progetto all’ENAAT, avverte: “Per evitare che gli armamenti finanziati dall’UE non finiscano per alimentare i conflitti, essa dovrebbe applicare norme più severe nella selezione dei progetti nel quadro del fondo europeo per la difesa, e in particolare non finanziare le aziende militari che sono solite esportare verso parti ingaggiate in conflitto.”

Il settore finanziario dovrebbe rifiutare il “greenwashing” dell’industria degli armamenti

Negli ultimi decenni le banche, le compagnie di assicurazione e i fondi pensione hanno cominciato ad adottare norme internazionali dell’ONU e dell’OCSE, che predicano il rispetto dei diritti umani nelle pratiche commerciali, tra i quali criteri sociali ed etici.

“L’industria della difesa sembra ritenere che ad essa non si applichino gli standard etici e sociali internazionali”, ricorda Thomas Küchenmeister. Se il settore finanziario non vuole diventare una semplice “macchina di greenwashing”, perdendo così ogni credibilità, non deve mai classificare l’industria degli armamenti come sostenibile o sociale”.

“Il database ExitArms ci mostra soltanto la punta dell’iceberg”, aggiunge Niels Dubrow, esperto di armamenti presso Urgewald, ma dimostra empiricamente che l’industria delle armi non ha alcuno scrupolo e arma sistematicamente le parti in guerra. Finché sarà questo il caso, le aziende elencate nel database dovrebbero essere escluse da prestiti, assicurazioni, investimenti e mandati di sottoscrizione da parte delle istituzioni finanziarie.”

Facing Finance, Urgewald e l’ENAAT criticano l’attuale tendenza delle singole istituzioni finanziarie ad allentare le politiche e/o d’investimento esistenti in materia di esportazione di armi. Nonostante l’attacco russo all’Ucraina sia al momento utilizzato come giustificazione, questa tendenza è cominciata ben prima della guerra, come illustra il vivace dibattito sulla tassonomia dell’UE, sotto forte influenza della lobby dell’industria degli armamenti.

Traduzione dal francese di Diego Guardiani, revisione di Dominique Florein
Nell’immagine: i paesi verso i quali secondo ExitArms la Svizzera esporta armi