L’Udc, Chiesa, e il furto della realtà

La retorica populista della destra è giunta ormai, senza vergogna, a parlare di “dittatura rosso-verde” 

Delle due, l’una, oppure tutt’e due: o si è perso il senso della vergogna o c’è un furto della realtà. Nel primo caso perché si attribuisce ad altri la responsabilità delle proprie scelte e colpe. Nel secondo caso perché si pretende che gli altri siano“sconnessi” dalla realtà mentre è proprio l’ignoranza o il non riconoscimento della realtà illustrata e denunciata dai pretesi “sconnessi”a gettarci nella situazione in cui ci si trova.

Oppure – come capita sempre con l’Udc, di Chiesa o di altri, pronta a cavalcare ogni malumore per smuovere adesioni viscerali – si tratta semplicemente di un furto della realtà degli altri (rosso-verdi), per renderla ignominiosa (addirittura dittatoriale) o per carenza di idee proprie o solo per deriderla, facendo cassetta elettorale. Dimenticando comunque sempre, senza vergogna, quale è (o come peggio sarebbe stata, senza i deprecati “sconnessi”) la “propria” realtà. Diamone alcuni esempi, tutti di attualità.

Guerra in Ucraina, causa di quasi tutti i mali, in particolar modo quelli energetici. C’è una singolarità, messa in luce da pochi. Dall’inizio dell’invasione russa (24 febbraio) si temeva il completo disfacimento del sistema energetico ucraino. Situazione bellica disperata. Il Cremlino, poi, si è subito occupato delle centrali elettriche. Sei mesi più tardi il settore, nonostante tutto, tiene ancora, anche se con l’inverno si teme il peggio. Come si è potuto resistere? Perché il Paese ha fatto di tutto per sincronizzarsi sulla rete euopea, accelerando un’operazione ch’era prevista per il 2023. Dallo scorso giugno le due reti sono interconnesse. In luglio l’Ucraina è persino riuscita a vendere 250 megawatt all’Europa.

In Svizzera si è tornati a ripetere nei passati giorni che senza un accordo sull’energia elettrica con l’Unione europea la situazione è resa più difficile e complicata, tanto che (indipendentemente dalla guerra in Ucraina) “il Paese potrebbe essere confrontato con problemi di approvvigionamento poiché le importazioni dall’UE potrebbero diminuire in quanto il 70 per cento delle capacità di scambio saranno riservate ai paesi membri” (dichiarazione del consigliere federale Parmelin). È dal 2007 che la Svizzera ha avviato negoziati con l’Ue per un accordo bilaterale sul mercato energetico. Il 26 maggio 2021 il Consiglio federale ha però posto fine ai negoziati sul progetto di accordo con l’UE. Ne è stata felice ed entusiasta l’Udc, ritenendolo un coronamento della sua politica antieuropeista ed isolazionista. Ucraina – anche se in stato di necessità e in situazione bellica – certamente più intelligente e perspicace della Svizzera… egemonizzata dall’Udc.

La maggior resistenza alla politica energetica svizzera, con lo sviluppo e il finanziamento (anche attraverso il prelevamento di tasse sull’emissione di CO2) delle energie rinnovabili (quelle che oggi, tutto sommato, riescono forse a salvarci), è sempre stata dell’Udc. La quale, infatti, ancora oggi, per bocca del suo presidente, ritiene che la sinistra rosso-verde che l’ha promossa, stia godendo “segretamente” dello scenario catastrofico attuale (che le dà ragione: qui sta forse il dente avvelenato). Così che la crisi “l’avvicina a grandi passi al suo obiettivo: la rieducazione della popolazione e la messa in atto di una dittatura ecologista”. Come, con quel che è capitato solo in questa estate, il responsabile del maggior partito svizzero riesca ancora a combinare elucubrazioni del genere… ignorando la realtà, senza vergognarsi, e svendendo malignamente quella innegabile dei suoi pretesi “sconnessi” e soprattutto come abbia séguito, forse non è più roba da Democrazia (il popolo sovrano ha sempre ragione) ma di… Ragione (la ragione ha delle ragioni che il popolo misconosce). Anche se Chiesa se l’attribuisce tutta, la ragione, com’è paradossalmente logico.

Tra le soluzioni proposte dall’Udc o da suoi esponenti per far fronte al catastrofismo energetico imperante c’è il ritorno all’energia nucleare. Non solo da mantenere abrogando quindi la politica dello smantellamento, adottata anche dal popolo (che quindi… non ha sempre ragione), ma da intensificare, anche con piccole centrali “ad hoc”, dislocate. Qui si copia tristemente l’Unione europea (che, paradossalmente, è dipendente dalla Russia per più del 20 per cento della materia prima essenziale, l’uranio arricchito).

Per l’energia nucleare ci vuole appunto l’uranio, che in Svizzera non c’è. Il prezzo dell’uranio, metallo essenziale per le centrali nucleari, è pure aumentato negli ultimi tempi del 40 per cento. Se disponiamo di una stima del gas bruciato in Svizzera che è di provenienza russa (43%), nessun dato è disponibile per l’uranio. Sappiamo solo che più di mille tonnellate di uranio naturale acquistate dalla Svizzera sono stoccate in Germania, Francia, Svezia e Gran Bretagna perché la legge richiede che gli stock all’estero di combustibili nucleari svizzeri siano dichiarati. Per ragioni di sicurezza Berna non pubblica le cifre sull’origine. Sappiamo però che l’uranio utilizzato a Beznau proviene dalla Russia, attraverso la ditta tedesca Framatome e che nelle altre centrali più della metà proviene pure dalla Russia o dal Kazakistan e dall’Uzbekistan, spesso via Russia. Basterebbero questi dati per capire l’incoerenza massima che naviga in certi partiti (tralasciando altri essenziali aspetti: l’insicurezza, il deposito delle scorie radioattive, l’inquinamento altissimo nell’estrazione del metallo). L’indipendenza energetica, tanto auspicata e associata al nucleare, non esiste nel modo più assoluto. L’incoerenza o la confusione, invece, prosperano.

Non si può mancare di aggiungere un altro fatto di attualità: la mancanza di personale in diversi settori economici si fa sempre più allarmante. In particolar modo nell’industria alberghiera e nella ristorazione (10.600), nel settore della salute (30.000), nel settore informatico (5.700). È significativo (e anche penoso e inquietante) dover constatare come persino i profughi ucraini siano diventati subito un’opportunità, colta senza remore burocratiche o formative, per settori come la ristorazione e persino l’informatica.

Immaginamoci in quale altra“realtà” ci troveremmo se alcune delle proposte più volte avanzate dell’Udc (immigrazione, libera circolazione, contingentamenti, frontalieri) si fossero semplicemente imposte senza i freni degli “sconnessi”. Il partito della realtà non teneva conto (o la scombussolava ancora, a scopo solo elettoralistico) della realtà vera, ch’era di povertà demografica o di scelta economica che certamente non voleva fare (crescita o decrescita).

In questo modo ha continuato a dimostrare la sua ignoranza della realtà e l’incoerenza o l’irrazionalità della sua ideologia perché, tradotta in politica, significava scegliere la decrescita, non certo gradita ai filibustieri che dietro le quinte sostengono e foraggiano l’Udc. Che sono poi gli stessi che ora si lamentano per le sanzioni prese contro la Russia (si vedano le dichiarazioni di Blocher), tanto da accusare la Svizzera di aver perso la sua neutralità e di avere le mani sporche di sangue.


Tristi paradossi

La retorica populista della destra è giunta ormai, senza vergogna, a parlare di “dittatura rosso-verde” 


Il primo inverno di guerra in Ucraina sarà pieno di pericoli

La retorica populista della destra è giunta ormai, senza vergogna, a parlare di “dittatura rosso-verde” 

Di Pierre Haski, L’Obs – Internazionale

I prossimi mesi saranno particolarmente insidiosi: il conflitto ucraino entrerà infatti in un periodo critico, sei mesi dopo l’inizio dell’invasione russa e in un momento in cui non si intravede la fine dei combattimenti. Gli ultimi sei mesi non hanno permesso all’esercito di Vladimir Putin di ottenere la vittoria sperata né al popolo ucraino di respingere l’invasore oltre le frontiere, e questo malgrado una mobilitazione eccezionale e la consegna di armi sempre più sofisticate.

La nuova fase del conflitto si svolgerà su tre piani distinti ma evidentemente collegati: quello militare, quello diplomatico e quello politico. La guerra, si sa, non è mai una questione esclusivamente militare. Il conflitto riguarda pure noi che viviamo dall’altra parte dell’Europa, anche perché l’onda d’urto è planetaria.

Sul campo, dopo i fallimenti iniziali nella regione di Kiev – affidandosi a una serie di intercettazioni, il Washington Post ha rivelato che Mosca pensava di conquistare la capitale e installarvi un governo fantoccio nel giro di pochi giorni – l’esercito russo ha ottenuto diversi successi a Mariupol, sul mar d’Azov, e in una parte del Donbass. Oggi i russi possono contare su una potenza di artiglieria ben superiore a quella ucraina, ma in questo periodo tardoestivo stanno rallentando la loro avanzata. L’esercito ucraino, dal canto suo, moltiplica le operazioni di “sabotaggio” dell’apparato russo, con attacchi mirati contro depositi di armi e punti logisticamente cruciali, anche in Crimea (ed è una novità), territorio occupato dal 2014 dalla Russia che ospita la flotta sul mar Nero.

Negoziati lontani

Mancano ancora alcune settimane prima del ritorno dell’inverno, un lasso di tempo in cui i due eserciti cercheranno di avvantaggiarsi. L’esercito ucraino, in particolare, prepara una controffensiva per cercare di riconquistare Cherson, nel sud. Per la Russia sarebbe un colpo durissimo.

La situazione militare evidenzia che il momento del negoziato non è ancora arrivato: né per Putin, che nonostante l’avanzata del suo esercito non ha ottenuto il successo decisivo che gli permetterebbe di trattare in posizione di forza; né per gli ucraini, che oggi sarebbero costretti a fare concessioni territoriali che la popolazione non è pronta ad accettare dopo tutti i sacrifici fatti. Ognuno dei due schieramenti è convinto che il tempo sia dalla sua parte: l’Ucraina perché riceve ogni mese nuove armi (principalmente dagli Stati Uniti) che crede possano fare la differenza sul campo, e la Russia perché può contare su una superiorità numerica e perché Putin non è nelle condizioni di poter fare un passo indietro.

Ma questi non sono gli unici parametri del conflitto. La guerra si gioca anche sul piano diplomatico. In questo senso un appuntamento decisivo sarà il vertice del G20 in programma a metà novembre a Bali, in Indonesia. I leader di Russia e Cina, Putin e Xi Jinping, hanno annunciato che parteciperanno all’evento. Se l’impegno sarà confermato e se saranno presenti anche gli occidentali – statunitensi, europei, giapponesi, australiani – sarà il primo faccia a faccia dopo l’inizio della guerra in Ucraina. A Bali ci saranno anche i grandi paesi emergenti come l’India, il Sudafrica, il Brasile e l’Arabia Saudita, la cui posizione è fondamentale per l’equilibrio del mondo di oggi.

In vista di novembre, i due “fronti” globali – quello degli occidentali, ricostituito sotto la guida degli Stati Uniti, e quello dei contestatari dell’ordine internazionale, incarnato da Russia e Cina – moltiplicheranno gli sforzi per ottenere l’appoggio dei paesi emergenti. Gli occidentali, paradossalmente, partono svantaggiati, perché credono di rappresentare la legalità internazionale nel contesto della guerra in Ucraina, mentre all’estero sono accusati di usare due pesi e due misure: mobilitati a sostegno dell’Ucraina dopo essere rimasti largamente immobili quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq nel 2003, gli occidentali chiudono gli occhi davanti al dramma dei palestinesi e alle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita e in altri paesi alleati. Questa differenza di percezione è particolarmente forte in Africa, dove le ex potenze coloniali come la Francia sono derise dai giovani ogni qual volta sventolano la bandiera della democrazia e del diritto contro la Russia. La guerra dell’informazione che imperversa in Africa, soprattutto nei paesi francofoni, è una delle sfaccettature di questo scontro planetario.

Il test italiano

Infine la guerra in Ucraina si svolge al livello dell’opinione pubblica, in Russia come all’interno dell’Unione europea. Con un quesito fondamentale: chi cederà per primo? Sarà la Russia, sottoposta a sanzioni senza precedenti ma che si è rivelata più resistente del previsto e capace di controllare l’informazione e dunque la percezione della guerra da parte della sua popolazione? O saranno gli europei, in gran parte spontaneamente solidali con l’Ucraina ma il cui appoggio sarà messo a dura prova dalla crisi energetica che rischia di arrivare in inverno? La dichiarazione recente del presidente francese Emmanuel Macron, che ha invitato i francesi ad accettare di “pagare il prezzo della libertà”, fa capire quanto siano profonde le preoccupazioni dell’occidente in vista dell’inverno, con una spesa energetica che potrebbe rivelarsi mastodontica.

La Russia punta sulla stanchezza se non addirittura sulla rivolta di una parte dell’opinione pubblica occidentale. L’ex presidente e primo ministro russo Dmitrij Medvedev, diventato il “cecchino” di Putin sui social network, ha esplicitamente invitato gli europei a “punire” i propri leader, ironizzando sul fatto che “l’inverno sarà più caldo in compagnia della Russia che nella solitudine di un termosifone spento”. Il primo test di questo braccio di ferro sarà in Italia, dove le elezioni legislative anticipate in programma il 25 settembre rischiano di premiare alcuni partiti di destra ed estrema destra vicini a Putin. Un eventuale successo di forze politiche che in passato non hanno nascosto il loro apprezzamento per il capo del Cremlino sarebbe immancabilmente interpretato come un successo per Putin, anche se la Russia non è l’unico criterio di scelta per gli elettori italiani.

Quella che ci aspetta in autunno e in inverno, dunque, sarà una guerra su vari fronti: quello militare, quello dell’influenza diplomatica e quello delle opinioni pubbliche. Sarà un periodo insidioso, come dimostrano le tensioni con la Cina su Taiwan e la situazione critica attorno alla centrale nucleare di Zaporižžja, ma anche un periodo in cui ognuno degli attori di questa crisi scoprirà se sarà in grado di raggiungere i suoi obiettivi e in quale momento sarà costretto a fare compromessi. Per il momento, comunque, l’escalation continua.

Traduzione di Andrea Sparacino
Nell’immagine: Kiev, 24 agosto 1991. “L’Ucraina lascia l’Unione sovietica”


I metalli critici non sono così rari, è che sono “sporchi”. Ora l’Ue si muove per produrli

La retorica populista della destra è giunta ormai, senza vergogna, a parlare di “dittatura rosso-verde” 

Di Otto Lanzavecchia, Formiche.net

Non è un segreto che per completare la transizione ecologica – che secondo i piani attuali passa da parchi eolici, pannelli solari, maxi-accumulatori e auto elettriche – si dovranno estrarre e raffinare quantità impensabili di alcune materie prime. Metalli critici, terre rare: alcuni sono effettivamente difficili da trovare, in realtà molti hanno un pesante costo sociale e ambientale e dunque sono “rari” perché gli occidentali sono sono stati ben contenti di lasciare a Paesi terzi il peso dell’estrazione. Ma il crescente valore strategico, unito al rischio strategico che deriva dal monopolio cinese nel settore, stanno costringendo l’Occidente a un ripensamento. Nel 1993 gli Usa lavoravano il 33% di questi materiali, la Cina il 38%. Nel frattempo oltre il 90% della produzione si è spostato in Asia.

A giugno, diversi alleati occidentali – tra cui Australia, Canada, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti, Svezia, Regno Unito e la Commissione europea – hanno annunciato il lancio di una partnership per rafforzare la sicurezza delle supply chain di queste materie prime. Questa Minerals Security Partnership serve appunto per far fronte alla doppia sfida dell’aumento della domanda e del disaccoppiamento dalla Cina, che da parte sua non nasconde l’intenzione di mantenere e rafforzare la leva dei materiali contro i Paesi occidentali – consolidando la presa sul settore e dissuadendo la competizione.

Viste le premesse, la Commissione sta pensando a come aumentare la produzione interna. Secondo il Financial Times, il braccio esecutivo dell’Ue sta preparando una serie di misure (un Raw Materials Act?) per abbattere le barriere regolatorie attorno all’estrazione e alla produzione dei metalli critici come il litio, il cobalto e la grafite. Tra i metodi previsti ci sono la designazione e l’approvazione accelerata di progetti strategici, la creazione di uno sportello unico per le autorizzazioni, sistemi per accelerare i processi legali nazionali in caso di contestazioni.

I piani sono ancora nella loro infanzia, ma si basano su anni di ricerche e mirano a sbloccare il potenziale praticamente intoccato del sottosuolo europeo. In un rapporto del 2021 i ricercatori del Joint Research Centre europeo hanno evidenziato che le risorse potenziali dell’Europa sono poco esplorate, i dati sulle riserve nebulosi, e i Ventisette hanno il più basso grado di investimento in attività minerarie rispetto a qualsiasi altra grande regione.

Ancor prima che il ricatto energetico di Vladimir Putin ricordasse all’Ue il rischio della dipendenza strategica, da Bruxelles avvertivano che la domanda europea di terre rare sarebbe quintuplicata entro il 2030. Secondo il Centro, la domanda globale di litio probabilmente aumenterà di sessanta volte da qui al 2050. Quella di cobalto e grafite, quindici. Per mettere il dato in prospettiva: oggi l’Ue produce l’1% delle batterie al litio su scala mondiale, mentre la Cina, forte delle sue catene di approvvigionamento globali, ne fabbrica il 66%.

“Troppo spesso siamo quasi interamente dipendenti dalle importazioni, mentre la geopolitica delle catene di approvvigionamento è sempre più instabile”, ha detto di recente il commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, dunque serve un “dibattito aperto” sull’aumento delle attività di estrazione, lavorazione, raffinazione e riciclaggio in Europa. “Preferiamo importare da Paesi terzi e chiudiamo gli occhi sull’impatto ambientale e sociale, per non parlare dell’intensità carbonica delle importazioni. Ma l’estrazione mineraria in Europa non deve [per forza] essere un affare sporco”.

Parallelamente alla produzione interna, Bruxelles mira anche a potenziare le supply chain condivise con i partner più geopoliticamente affini – una pratica che gli statunitensi definiscono friend-shoring. Valdis Dombrovskis, commissario al commercio, ha detto a luglio che le pressioni geopolitiche stanno “cambiando la nostra prospettiva sulla politica commerciale” e che l’Ue deve stringere più accordi con i partner internazionali. I suoi obiettivi includono un accordo con il Cile – patria del 55% del litio presente al mondo – entro fine 2022, più un accordo con l’Australia – prima produttrice di carbonato di litio – nella prima metà del 2023.


Il PS senza alibi

La retorica populista della destra è giunta ormai, senza vergogna, a parlare di “dittatura rosso-verde” 

Greta Gysin ci ha pensato bene, e ha detto “no, grazie”. La Consigliera nazionale verde è una donna intelligente ed una politica coerente, oltre che agguerrita.

Forse Gysin ha fatto attentamente i conti e ha capito che le chance di un candidato verde, chiunque esso sia e pur in una lista comune, sono limitate dalla forza elettorale notevolmente superiore del PS. Forse non è ancora pronta a gettare tutte le sue forze in una campagna elettorale che le avrebbe chiesto un’energia enorme e una soverchiante disponibilità di tempo. Probabilmente il suo lavoro a Berna la interessa molto, e sa che è a Berna che si prendono le decisioni anche per il Ticino.

Probabilmente sa che a Bellinzona avrebbe avuto mani e piedi legate dalla destra e dalla sinistra, che difficilmente si sarebbe potuto notare il suo lavoro e che, in quelle condizioni, la sua ancora giovane carriera politica (suscettibile di ulteriori, brillanti traguardi) ne avrebbe certamente sofferto. Certamente Greta Gysin è una politica che porta rispetto verso i propri elettori, ai quali vuole rendere conto di un lavoro compiuto; e a Berna non mancano né i problemi, né le sfide.

Dicendo “no, grazie”, Greta Gysin in una articolata intervista a “laRegione” ha sottolineato un paio di cosette che vale la pena ricordare.

Gysin, tra altre interessanti prese di posizione, dice “Non credo di essere così importante, né che l’area sia così tanto in crisi”; oppure “Sarebbe tragico se il destino di un’area politica fosse legato a una sola persona”; oppure ancora “Dobbiamo fare un discorso di contenuti e obiettivi concreti (…) non pensare solo a chi siederà in governo nella prossima legislatura”; e infine “…se il destino dell’area dipende da una sola persona questo la dice lunga sullo stato dell’area, e quello su cui lavorare è rafforzarla. Questo può accadere facendo crescere più persone e nuovi profili, dando loro spazio”.

Una bella lezione di umiltà, ma anche di politica, sulla quale i capi del PS, e il gruppo che si occupa delle candidature (che poi sono le stesse persone), dovrebbero riflettere e trarne coerentemente le conseguenze. Le due paventate candidature progressiste al Consiglio di Stato per le elezioni del prossimo aprile (quelle di Gysin e di Carobbio Guscetti) avrebbero dovuto portare i due partiti ad ottenere il raddoppio delle forze di sinistra in Governo. In questa sede si è già detto come quella fosse più un’illusione elettoralistica che una possibile realtà. Allo stesso modo, è altamente improbabile che il seggio del PS, presentato nell’ambito di una lista comune, possa essere messo in discussione.

Il PS si trova ora in una situazione tra il grottesco e l’imbarazzante, nella quale la cerchia dirigente del partito deve onestamente dire ai propri elettori che gli allarmi sono rientrati: lo spauracchio Gysin non c’è più, e l’emergenza sorpasso da parte dei verdi neppure. Il problema è che lo spauracchio e l’emergenza, creati ad arte per preoccupare i propri elettori, servivano ai dirigenti del PS per portare avanti la candidatura “forte” e salvatrice di Marina Carobbio Guscetti. La quale non si è ancora ufficialmente pronunciata: era in evidente imbarazzo, e oggi, con la rinuncia di Gysin, lo è ancora di più.

Infatti l’alibi di una candidatura verde forte, che facesse tremare il PS, non esiste più, e l’esempio cristallino di Gysin che vuole onorare il proprio mandato a Berna pesa come un macigno. Sì, perché a Berna anche Carobbio Guscetti ha fatto e sta facendo un ottimo lavoro, con pieno merito. Ma sembrerebbe che per lei, in prospettiva, si palesi come prioritaria la propria incerta presenza in Consiglio degli Stati l’anno prossimo. L’operazione salvataggio (via da Berna per non perdere) di Carobbio Guscetti, con la caduta dei presupposti chiave, comincia ad essere imbarazzante per la stessa Consigliera agli Stati.

È di oggi la dichiarazione di Manuele Bertoli, consigliere di Stato uscente per il PS, che annuncia il proprio ritiro: ha capito che le urgenze e i “pericoli gravi” per il suo partito sono oramai alle spalle, e che la sua presenza sulla lista rosso-verde non è più né necessaria, né utile. Quanto ai suoi apprezzamenti su Carobbio Guscetti, hanno tutta l’aria di un normale quanto dovuto fair-play.

Come dice Gysin, sarebbe tragico se il destino di un’area (in questo caso di un partito che siede in Governo da cento anni) fosse legato ad una sola persona. In tempi passati il PST soffrì molto della longevità politica di Guglielmo Canevascini, che creò per anni tensioni nel partito e impedì a persone pronte e preparate di accedere al Governo in occasione di diverse elezioni. E non si parla di un Consigliere qualunque, ma di Canevascini, un uomo che in tempi durissimi, con forza, creatività e determinazione unici (e con l’aiuto di Consiglieri borghesi illuminati) rovesciò il Paese come un calzino facendolo uscire dal medioevo economico e sociale nel quale languiva.

Oggi, come per incanto, quelle stesse tensioni – che pure ci sono – appaiono “insonorizzate” da una macchina bene oliata che decide e avanza. Siamo sicuri che il gruppo incaricato di vagliare tutti i possibili candidati lo faccia in modo aperto e trasparente, magari in ascolto di base e sezioni e non solo rispondendo a chi si “autocandida”? Siamo certi che tutti i potenziali candidati vengano considerati con totale disponibilità di ascolto e che non se ne scartino a priori alcuni partendo da un soggettivo presupposto secondo il quale questo o quel candidato – ed evidentemente candidata – non “sarebbero interessati”?

Ora la candidatura Carobbio Guscetti non è più necessaria per salvare il Partito, il quale ce la farà da solo, comunque. Occorre tuttavia, a questo punto, che i candidabili escano allo scoperto e che indichino problemi e temi che intenderebbero affrontare, e soprattutto che indichino come il PS, secondo loro, debba concretamente muoversi tra elettori, alleati, area progressista e avversari, per fare avanzare questo benedetto, povero e immobile Paese.

Tutti si aspettano solo quelle proposte: forza e coraggio.


Praga e Kiev, due tragedie lontane ma non del tutto dissimili

La retorica populista della destra è giunta ormai, senza vergogna, a parlare di “dittatura rosso-verde” 

Quasi sempre le analogie storiche sono terreno scivoloso. Addirittura proibitivo se si tenta il raffronto fra l’intervento sovietico per ‘normalizzare’ la Cecoslovacchia, di cui ricorre il 54° anniversario, e l’invasione russa dell’Ucraina. Dopo oltre mezzo secolo, profondamente diverso è il contesto storico e geo-strategico. Il ‘muro’ non esiste più, l’Urss si è disintegrata sotto il peso dei suoi fallimenti socio-economici, attorno alle macerie dell’ex superpotenza sono nate nuove nazioni, e l’Occidente si è illuso che la vittoria presunta del suo modello decretasse ‘la fine della storia’. 

Così non è stato, né poteva essere, la storia si è immediatamente rimessa in marcia con guerre, conflitti di civiltà, sfide mondiali (Cina-Usa in primis). Del resto, oltre mezzo secolo fa il Cremlino intervenne all’interno del Patto di Varsavia, nel perimetro che gli era stato attribuito dagli accordi di Jalta (febbraio 1945), in base a una logica spartitoria che faceva comodo anche agli Stati Uniti per legare al suo campo l’Europa, condizionarne gli orientamenti, vigilare su eventuali pulsioni autonomiste tedesche (secondo il motto ‘l’America sopra, l’Europa in mezzo, la Germania sotto’). Il brutale intervento contro il ‘socialismo dal volto umano’ di Alexander Dubcek, non smosse l’Europa (semmai, insieme ai precedenti interventi nella Germania Est e in Ungheria, non se ne perse la memoria, contribuendo al trasferimento in blocco, e non forzato, dei paesi ex satelliti nell’Alleanza Atlantica). 

Praga venne dunque ‘normalizzata’ all’interno di queste ferree logiche, rassegnandosi alla falsa ma ineludibile logica imposta da Gustav Husak, “chi non è contro noi, è con noi”. La distanza appare siderale. Come può allora prestarsi la lontana tragedia cecoslovacca a parallelismi con quella attuale? Quale cucitura è possibile fra Praga 1968 e Kiev 2022? In realtà, certi binari si incrociano fra modello Breznev e modello Putin. La ‘sovranità limitata’ teorizzata allora trova il suo sviluppo nella ‘sovranità espansionista’ dell’odierna Russia. Anche quella fu operazione militare di soccorso ‘fraterno’, come recitava la copertina del ‘libro bianco’ pubblicato dal Cremlino (a cui la resistenza rispose con un clandestino ‘libro nero’ sull’occupazione che denunciava il ‘volto umano dello stalinismo’). E pure allora, come scrisse la “Pravda” il giorno stesso dell’invasione, la Cecoslovacchia doveva essere ‘difesa dalle forze controrivoluzionarie’ interne ma anche esterne, ‘una minaccia alle basi della pace europea’. Critica e allarme del resto lanciate in modo esplicito nella Conferenza del Patto a Dresda del 23 marzo , mentre uno dei comandanti russi dell’epoca nelle sue memorie ha confermato di aver ricevuto un piano di invasione già il 12 aprile 1968.

Allora, come oggi, la Nato, ammonivano a Mosca, era pronta a impadronirsi del paese, tanto che i generali russi incaricati di gestire l’operazione militare affermarono poi di “aver evitato la perdita della Cecoslovacchia e salvato il mondo dalla terza guerra mondiale”. Non mancarono invocazioni e richiami etnici, e per giustificare i tank dell’Armata Rossa vennero sottolineati ‘i legami di sangue slavo’. Nemmeno venne risparmiata l’accusa di pericolo genocidario (sotto la guida di… Dubcek?) contro gli esponenti più fedeli alla linea sovietica, visto che le forze controrivoluzionarie, sempre secondo la Pravda, avrebbero creato “un’atmosfera di autentico pogrom” contro i comunisti locali, e “un clima di odio verso l’Urss”. 

Aggiungeteci infine una sorta di ‘guerra ibrida’ ante-litteram, visto che nello studio di Breznev vennero ritrovati appunti in cui il segretario generale ordinava “un ampio spettro di misure speciali nell’ambito della disinformazione”. Certo, sull’altro fronte, l’imperialismo ‘yankee’ avrà pure le sue Bibbie utilizzabili per ogni battaglia ‘anticomunista’. Chi lo può negare? Ma nemmeno si può tacere del riflesso bolscevico con cui la ’dottrina Putin’ pesca nel passato sovietico-bolscevico. Del resto parte non secondaria dello stalinismo è stato rivalutato dal nuovo zar, per la vittoria nella guerra patriottica anti-nazista ma anche se non soprattutto per esaltarne la tenuta imperiale. E il filosofo recentemente più ascoltato da Putin non è forse il ‘rosso-bruno’ Alexander Dugin? È il filosofo che ha fondato il partito nazional-bolscevico.

In “La Russia da Gorbaciov a Putin”, Lev Gudkov e Victor Zaslavsky (il primo dirige a Mosca il Centro studi sull’opinione pubblica, il secondo fu costretto a espatriare nel 1975) , si chiedono anche come nell’Urss si guardasse agli altri paesi del Patto di Varsavia. Ecco la loro risposta: “Nel periodo sovietico il migliore tenore di vita dei Paesi dell’Europa orientale era compensato, agli occhi dei russi, dal senso di superiorità che conferiva loro l’impero, tale da far considerare loro i cittadini di quei Paesi come dipendenti di Mosca, o ‘fratelli minori del campo socialista’. Ai rapporti si applicavano le norme del paternalismo di Stato, tipico delle società con la cultura politica di grande potenza. La popolazione sovietica considerava tutti gli avvenimenti che la riguardavano dal punto di vista delle opposizioni ‘amici-nemici’ e ‘centro-periferia’, identificando sé stessa con il potere imperiale, in contrapposizione a tutti gli altri. Simili idee erano diffuse non solo in vasti strati della popolazione soprattutto urbana, ma anche nell’intellighenzia sovietica, per la quale il paternalismo di Stato aveva il proprio fondamento nella presunta superiorità degli eredi di una grande cultura imperiale nei confronti delle ‘piccole’ culture”. Anche in questo giudizio emergono elementi di continuità col presente putiniano, reso possibile da una transizione che nel dopo Eltsin è stato regolato da un imponente apparato burocratico, poliziesco e militare, dando una certa continuità agli aspetti peggiori dell’esperienza sovietica.

Torniamo a Praga. Soltanto tre anni dopo la ‘rivoluzione di velluto’ del 1989, che aveva liberato e democratizzato la parte d’Europa tenuta in ostaggio per decenni dietro la ‘cortina di ferro’, la Cecoslovacchia dovette affrontare una prova per cui non mancarono i timori per i rischi di una svolta non pacifica. Ci fu la secessione della Slovacchia, realizzata da forze nazionaliste di Bratislava maggioritarie nel parlamento locale, che non tennero conto del fatto che la maggioranza della popolazione delle due parti della Federazione fossero contrarie alla dissoluzione. Non ci furono giorni tragici, non ci furono movimenti di truppe, non si sparò un colpo. Piacesse o meno, quella frattura venne accolta: democraticamente. Il presidente Vaclav Havel (drammaturgo che dall’opposizione antisovietica, per anni, aveva animato ‘Carta 77’) fece il gesto più eclatante: annunciò le sue dimissioni, perché genuinamente convinto che veniva spezzata inutilmente e in modo controproducente una unità storica e culturale, prima ancora che politica.

In anni in cui la “questione ucraina” rimaneva sottotraccia ma non era ignota la sua esplosività a causa dei moniti di Mosca, rispondendo alla domanda di un eminente uomo politico straniero, Havel non ebbe dubbi: “La risposta che ho dato al politico in questione è stata inequivocabile, e probabilmente poco diplomatica: non spetta né agli Stati Uniti né alla Federazione russa né a chiunque altro prendere la decisione di dove vada collocata l’Ucraina. A decidere quale sia il suo posto può essere solo l’Ucraina stessa”. Le rivoluzioni post-caduta del Muro avevano cancellato la ‘prigione’ di Jalta. E la logica degli stati cuscinetto attorno all’ex Urss, rianimando l’antica preoccupazione-ossessione russa, imperiale o sovietica, dell’accerchiamento. Havel non poteva certo ignorarlo. Ma era convinto che fosse impensabile obbligare i popoli dell’est europeo a ridare fiducia alla nuova Russia accettando di ripristinare le logiche dell’immediato dopoguerra, visto che, come ricorda con semplicità e una certa dose di ironia lo scrittore Milan Kundera in ‘Occidente prigioniero’ (ripubblicato subito dopo l’attacco russo del 24 febbraio scorso), “ai confini orientali di quell’Occidente che è l’Europa centrale, siamo sempre stati più sensibili al pericolo della potenza russa”.

La convinzione di Vaclav Havel era che non in una semplice riproduzione dei rapporti di forza, ma soltanto in un generale processo democratico – lungo le due dorsali dell’ex cortina di ferro – si potesse trovare una soluzione all’interno della ‘casa comune’ auspicata da Gorbaciov. Con una certezza: “Non solo geograficamente, ma anche per tutta la sua lunga storia passata… l’Ucraina è una nazione profondamente europea”.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: la popolazione di Praga protesta contro l’invasione delle forze del Patto di Varsavia


Lo scandalo Sanna Marin: contro le accuse, il sostegno delle donne finlandesi

La retorica populista della destra è giunta ormai, senza vergogna, a parlare di “dittatura rosso-verde” 

Di Alice Michielon, Alfemminile.com 

Durante la scorsa settimana, la pubblicazione online di un video privato raffigurante la prima ministra finlandese Sanna Marin ballare e divertirsi con delle amiche, ha buttato la leader nell’occhio del ciclone. Uno scandalo che non ha motivi validi per essere tale, ma che racconta con precisione il double standard che investe diversamente uomini e donne (ma anche anziani e giovani) in ruoli di potere.

Sanna Marin è la più giovane leader di governo nel mondo: dal 2019 è premier della Finlandia, oltre che vicepresidente del Partito Socialdemocratico Finlandese, membro del Parlamento e Ministra dei Trasporti. Aveva solo 34 anni quando è diventata capo del governo. Una leader, Marin, apprezzata per il suo contributo alle politiche giovanili, per l’interesse mostrato verso il tema del welfare e per la dedizione nei confronti di temi quali ecologia e inclusività. Inoltre, la guerra tra Ucraina e la vicina Russia non ha scomposto la giovanissima, che ha continuamente dimostrato il suo appoggio nei confronti di Zelensky, chiaramente esplicitato dall’ingresso della Finlandia nella NATO. E se tutto questo è vero, e lo è, perché basta un video in cui la 36enne si diverte, per rovinare la sua credibilità politica?

Il video – scandalo incriminato: il ballo della leader

Già in tempi non sospetti, la prima ministra finlandese aveva diviso il pubblico con una foto che la immortalava ad un festival rock: c’era chi ne acclamava la genuina e rinfrescante vitalità (grande successo, quindi, sui social) e chi, invece, la giudicava per mancanza di serietà e rispetto verso il proprio ruolo. La storia si è ripetuta lo scorso weekend, quando sui social, è trapelato un video che ritrae Sanna Marin a una festa insieme a degli amici, tutte figure popolari nel Paese: cantano, ballano e bevono. Come qualunque altro gruppo di trentenni, verrebbe da dire; in realtà, dopo la diffusione del footage, un mare di critiche si sono immediatamente riversate sulla politica. Rispetto a quanto accaduto, le parole di Marin sono di dispiacere: “Naturalmente, non commenterò dove sono stati girati questi video o chi li ha girati, perché si tratta di spazi privati. Sono rattristata che siano diventati di dominio pubblico”.

Viene hackerato un secondo video: si sospetta la mano della Russia

E mentre c’è chi ancora (molti, in realtà) si convince di quanto la “cattiva condotta” della premier sia uno smacco al suo ruolo di potere, su internet trapela un secondo video, palesemente mirato a minare la reputazione di Marin. In questo, la scena vede come protagonisti la leader e il cantautore Olavi Uusivirta, ritratti in atteggiamenti intimi all’interno di un club di Helsinki; un episodio che, secondo le ricostruzioni, dovrebbe risalire al weekend del 6 agosto, lo stesso incriminato dal video precedente. Anche in merito a questo, Marin si è esposta con i media: “Non ho fatto nulla di illegale. Spero che nel 2022 si possa accettare che una persona che prende decisioni per il Paese possa ballare, cantare e andare alle feste”. Dopodiché, in seguito alle accuse che a vedevano fare uso di sostanze stupefacenti, la premier si è sottoposta a un test antidroga, risultato ovviamente negativo.

https://www.instagram.com/p/CfgvG6ZtV36

In merito alla diffusione di questi video privati, si è espresso l’esperto di cyber sicurezza Petteri Järvinen, che ha manifestato la possibilità per cui ad hackerare il telefono e i social del gruppo di amici della leader, sia stato il Cremlino. Oltre ad aver portato la Finlandia a entrare nella Nato, infatti, Sanna Marin nelle ultime settimane si sta anche battendo contro i visti turistici per i russi in Europa.

La reazione dell’Europa conservatrice

Il video si è fatto evento e ha creato divisioni in tutto il mondo, non solo in Europa: ne ha parlato anche il presentatore americano Trevor Noah, che nel suo ironico monologo durante il The Daily Show ha voluto concentrarsi su quanto l’unica differenza tra Sanna Marin e i politici americani sia il fatto che, essendo decisamente più anziani, quest’ultimi non sappiano filmarsi con la videocamera del cellulare. D’altro canto, c’è chi rivendica la libertà e il diritto di poter essere sé stessi e umani fuori dal Gabinetto e dentro le quattro mura della propria vita privata. Sull’altra sponda del fiume, invece, ci sono i più conservatori dell’opposizione, che criticano aspramente il comportamento non consono al ruolo di potere che Marin investe, visto come irrispettoso nei confronti della sua posizione. 

Il flashmob delle donne finlandesi

A difendere a spada tratta la premier Sanna Marin ci pensano le donne finlandesi, che sui propri canali social si sono lasciate andare a una sorta di flashmob non organizzato, una traduzione del sentimento nazionale femminile che vuole dimostrare completa solidarietà alla propria premier. Gli hashtag #idancewithsanna et similia hanno proliferato su Twitter, Instagram e TikTok nelle ultime ore, a cornice di video di giovani donne che ballano e sostengono moralmente Marin. Un gesto che dimostra quanto sia chiaro agli occhi di tanti quanto le accuse di mancata professionalità nascondano, in maniera poco velata, un double standard di giudizio basato sul genere e sull’età.

Cosa c’è di sbagliato nei giudizi contro Sanna Marin

A scandalizzare, in primis, è che questi video siano diventati uno scandalo internazionale: nel vederli e nell’osservare i commenti polarizzati di chi la difende a spada tratta e di chi invece la accusa senza ritegno, soprattutto gli italiani fanno fatica a non fare paragoni con scandali simili che hanno visto protagonisti i nostri leader italiani. Paragoni che, però, hanno vita breve e il motivo risiede, purtroppo, nelle anagrafiche di Sanna Marin: giovane, donna e potente. Caratteristiche diametralmente opposte rispetto a quelle che hanno caratterizzato i nostri leader e che rappresentano un connubio che, più di ogni altro, ti pone sotto le luci della ribalta e fa di te facilissimo oggetto di critiche. A rendere compulsivamente errati i pregiudizi su Sanna Marin non solo la mancanza totale del rispetto della sua privacy, quindi, ma anche e soprattutto l’idea che la premier non possa permettersi atteggiamenti disinibiti, divertiti e perfettamente in linea con la sua età. Un’idea che viene amplificata proprio dal modello che Sanna Marin rappresenta, quello di giovanissima donna non solo potente, ma anche libera e progressista. Un modello che fa ancora paura.

Nell’immagine: fotogrammi dai video citati


“Combattere le devianze per far crescere italiani sani”

La retorica populista della destra è giunta ormai, senza vergogna, a parlare di “dittatura rosso-verde” 

Da globalist

Giorgia Meloni ha detto di voler “Combattere la droga, le devianze… crescere nuove generazioni di italiani sani e determinati…”

Parole lugubri e reazionarie, che rimandano a concetti che qualcuno si illudeva appartenessero ad un passato da dimenticare ma che in realtà sono state dette da una persona che è presente in mezzo a noi e ha il volto di Giorgia Meloni, che non ha caso proviene politicamente da dove proviene ed è una grande estimatrice del fascista Giorgio Almirante che fu tra i corresponsabili della diffusione del razzismo e dell’antisemitismo in Italia anche con la sua partecipazione alla rivista ‘Difesa della razza’.

Che ha detto Giorgia Meloni? Di voler “Combattere la droga, le devianze… crescere nuove generazioni di italiani sani e determinati…”

E quali sarebbero le devianze? Il termine è ovviamente ambiguo perché da un punto di vista sociologico la devianza è qualsiasi cosa che va contro le norme socialmente accettate e che suscita disapprovazione.

Ma il termine ha un’accezione più generale, ossia i deviati che sarebbero tutti coloro che non seguono le pseudo regole naturali riguardo alla sessualità o alle regole morali. In altri termini i “depravati” e i “pervertiti”, ossia i bersagli principali delle violenze nazi-fasciste di un tempo e di estrema destra di oggi. Altrimenti invece che parlare di devianze avrebbe detto combattere i mafiosi, i no-vax che aiutano la diffusione del virus, i mafiosi, i corrotti, quelli che incitano all’odio razziale.

E invece no: il termine devianze messo in mezzo a droga e a italiani sani. Ossia i deviati gente malata.

Serve altro?  Chi ha dubbi può chiedere ad un ungherese che sta sotto terapia Orbán e a un russo sotto terapia Putin. Oppure potrebbe leggere quello che scrisse Adolf Hitler in Mein Kampf a proposito di come eliminare i ‘difettosi’ attraverso le magnifiche sorti dell’eugenetica.

Nell’immagine: Giorgia Meloni con Viktor Orbán


Amnesty nella bufera

La retorica populista della destra è giunta ormai, senza vergogna, a parlare di “dittatura rosso-verde” 

Finire nelle torbide acque delle manipolazioni, disinformazione, polemiche, non è una novità per Amnesty International. Che sia Israele con i palestinesi, Cuba con i dissidenti, L’Arabia Saudita, l’Iran o  la Cina con la sventagliata di esecuzioni capitali, la Siria con gli oppositori seviziati o le torture con le quali le forze di occupazione americane hanno trasformato la prigione irachena di Abu Graib in un luna park dell’orrore, i rapporti di Amnesty vengono sistematicamente respinti al mittente. 

La forza dell’Ong, che nei 60 anni di vita si è conquistata un’indubbia credibilità internazionale,  si nutre della propria indipendenza ed è  speculare alle critiche di governi e regimi: AI non guarda in faccia a nessuno. Ciò non significa che a volte non possa prendere qualche pericolosa cantonata.

 L’abbaglio, secondo molti critici, è contenuto nel rapporto, presentato a fine luglio, in cui AI punta il dito contro le forze ucraine che metterebbero in pericolo la popolazione civile. In estrema sintesi: nelle regioni di Kharkiv, del Donbass o di Mykolaiv, l’esercito di Kiev avrebbe violato il diritto umanitario internazionale installando, in 19 villaggi e città,  proprie strutture e unità in edifici civili, ospedali, scuole. Il rapporto si basa su testimonianze dirette, rilevamenti  degli inquirenti, immagini satellitari. Amnesty sostiene che ci sarebbero state alternative (spostando le installazioni a qualche chilometro, sulla linea del fronte). 

Mosca applaude suscitando un tripudio di ola tra la sua eccitata tifoseria. AI si schermisce, replica e precisa: “nulla giustifica le violazioni russe. La Russia è l’unica responsabile delle violazioni commesse contro i civili ucraini”. Ma ciò non basta: Kiev respinge con indignazione, il presidente Zelensky calca la mano “Amnesty riprende la narrazione dell’aggressore”. L’Ong viene travolta da critiche ma anche da dissenso interno e dimissioni: sbatte la porta la presidente della sezione ucraina ma pure , dopo 60 anni di incessante attivismo, il  co-fondatore Per Wästberg, autorevole accademico svedese membro del comitato per il Nobel della Pace. 

Alcuni giornalisti presenti sul terreno (in Italia Tinazzi e Cremonesi) smentiscono AI e raccontano quanto hanno potuto vedere coi loro occhi: gli ucraini hanno fatto di tutto per proteggere i civili, sfollandoli dalle aree pericolose; le scuole erano comunque chiuse; per proteggere le città, a loro giudizio era impossibile avanzare sulla linea del fronte dove i militari si sarebbero fatti massacrare. Il vice-ministro della difesa ucraino precisa: per difendere le città e i suoi civili  la contraerea deve essere operativa nelle aree urbane. 

L’analisi dell’Institute for war and peace reporting (IWPR) entra nello specifico strategico e giuridico: il rapporto di Amnesty ha una grande pecca, non considera che questa  guerra è asimmetrica, il diritto internazionale umanitario deve tener conto di come ci si può muovere di fronte a un’aggressione unilaterale. AI ha regolarmente dimostrato di essere al di sopra di ogni sospetto. Ma può ovviamente sbagliare. 

Di fronte a un crimine russo paragonabile alla spartizione della Polonia tra Stalin e Hitler (Noam Chomsky), con massacri, stupri saccheggi, è opportuno indagare anche sugli aggrediti? Risposta a nostro giudizio affermativa, ma con la consapevolezza che errori anche importanti  possono  essere stati commessi. Sarà ora un panel esterno indipendente, incaricato dalla stessa Amnesty International, a tentare di dissipare gli innumerevoli dubbi. 

Nell’immagine: la valutazione interna del rapporto sull’Ucraina nel sito di Amnesty International Svizzera 


Insegnanti qualificati: cioè?

La retorica populista della destra è giunta ormai, senza vergogna, a parlare di “dittatura rosso-verde” 

A pochi giorni dalla riapertura delle scuole, sulla scorta delle considerazioni espresse negli scorsi giorni in questa sede da un intervento di Fabio Camponovo sulle difficoltà della scuola ticinese di dotarsi di docenti qualificati pubblichiamo queste riflessioni, auspicando che su un tema tanto importante possano trovare voce, qui, nei prossimi giorni, ulteriori pareri e contributi (red). 


Premessa: ho tentato di utilizzare forme linguistiche inclusive ma non ce l’ho fatta e ho quindi usato il maschile esteso. Se ciò dovesse urtare qualche lettrice/lettore mi scuso da subito. 

In questi giorni è riapparso il problema, tutt’altro che nuovo, posto dall’inserimento, faute de mieux, di docenti senza titolo di studio specifico nei vari ordini scolastici. Ho quindi ripescato dalla pancia del mio computer uno scritto di qualche anno fa.

Ho compiuto un esperimento mentale: un ex allievo viene da me e mi chiede di valutare se per lui la professione di docente entra in linea di conto. Come procederei?

Prima di tutto, penso, gli chiederei se per lui ha senso darsi a quella professione. In altre parole: “Credi che chi ti troverai davanti come allievo possa imparare? Solo i più dotati o tutti?” Se mi rispondesse “Solo i più dotati” gli direi di lasciar perdere. Quanto più la risposta si avvicinasse a “tutti”, tanto più sarei propenso a valutarlo positivamente. Credo che si parli di “credere nell’educabilità dell’allievo”.

Poi gli chiederei quale condizione faciliti l’educabilità, e mi aspetterei una risposta del tipo “far sì che l’allievo concepisca interesse / amore per la materia che intendo insegnarli”. Anche qui, quanto più – tanto più.

Poi: “Quale condizione è necessaria perché l’allievo concepisca interesse/amore per la materia che intendo insegnarli?”. Qui la risposta accettabile è una sola, discriminante: “Perché io sento interesse/amore per la materia che vorrei insegnargli”.

Poi, ancora: “Come intendi comportarti per dimostrare a te stesso che senti interesse/amore per la disciplina che insegnerai?”. Risposta attesa: “Approfondendone la mia conoscenza, ampliandola, mettendola in relazione con la sua storia, con la sua epistemologia, con altre discipline”, o simili.

Allora aggiungerei: “Quindi, se dovessi insegnare matematica, ti interesseresti anche di storia, letteratura e quant’altro e inseriresti queste tue nuove conoscenze nel tuo insegnamento?” Per non essere troppo fiscale, accetterei una risposta del tipo “Nei limiti del possibile, sì”.

Finalmente: “Questo modo di lavorare potrebbe però essere visto dai tuoi colleghi come un’invasione di campo. Come eviteresti eventuali conflitti?”. Anche qui la risposta è una: “Discutendo e collaborando con loro”. Credo che si parli di cultura d’istituto. Poiché l’istituto non coincide con l’universo, un tale atteggiamento dovrebbe portare il mio interlocutore a interessarsi di tutto il mondo in cui vive. Sempre “nei limiti del possibile”.

Riassumendo: del profilo del docente devono far parte:

  • la convinzione dell’educabilità dell’allievo;
  • il desiderio di appassionare gli allievi;
  • il proprio amore per la propria disciplina;
  • il desiderio di approfondire le proprie conoscenze specifiche e la curiosità per il resto del sapere;
  • la disponibilità alla collaborazione con i colleghi.

Quanto detto fin qui indica doti necessarie ma non sufficienti:

  • occorre, e nemmeno vale la pena di citarla, una conoscenza seria del proprio campo;
  • occorre una tecnica. Se le cose non sono cambiate a mia insaputa, nei corsi universitari si studia un determinato campo dello scibile, ma non come insegnarlo. Occorre dunque che anche il docente si appropri di un certo numero di “tecniche” proprie della professione. Questo è compito del DFA, dove lavorano docenti che, a loro volta, devono avere il profilo del docente.

Un ultimo atteggiamento, che penso discenda quasi necessariamente dai precedenti, è quello dell’umiltà. Con umiltà intendo la capacità di ammettere la propria inevitabile ignoranza in tutto salvo che in una epsilon dello scibile. Si dimostra umiltà sia rispondendo “Non lo so” a una domanda imprevista di un allievo, aggiungendo eventualmente “vediamo di trovare insieme una risposta”, sia essendo capaci di cambiare opinione di fronte ad argomenti più validi dei nostri.

Non sarà sfuggito all’attento lettore che in quanto scritto sopra non appare la locuzione “titolo di studio”. Si potrebbe sostituirla con “occorre una conoscenza seria del proprio campo”.

La domanda è: “avere un titolo di studio” è equivalente a “avere una conoscenza seria del proprio campo”? Che potrebbe essere riformulata con “un titolo di studio specifico garantisce una seria conoscenza nel proprio campo?”. Una quarantennale esperienza mi fa rispondere “No”. La risposta è invece “Sì” alla riformulazione “si può avere una seria conoscenza del proprio campo pur non avendo ottenuto un titolo di studio specifico?”

Quattro parole sono spesso erroneamente considerate sinonimi:

  • docente: da dòceo – docére: far sapere, ammaestrare, istruire;
  • professore: da profìteor – profitéri: dichiarare pubblicamente, dire apertamente;
  • maestro: da magister (da magis: di più): capo, comandante, dirigente, esperto in un’arte o un mestiere. Interessante il confronto con ministro, da minister (da minus: di meno);
  • insegnante: da insignare (in + signare): imprimere un segno. L’attività dell’insegnante, quindi, lungi dal limitarsi alla trasmissione del sapere, consiste nel “segnare” la mente del discente, lasciando impresso un metodo di approccio alla realtà, che va ben oltre lo studio. 

Inviterei chi di scuola si occupa, dai dirigenti ai politici ai genitori, a valutare se si trova davanti un insegnante, invece di interessarsi del titolo di cui è portatore.

Nell’immagine: don Lorenzo Milani con i suoi allievi a Barbiana