La morte di Darya Dugina è un messaggio a Putin

Vittima di un attentato vicino a Mosca la figlia dell’ideologo del Cremlino, ma è probabile che l’esplosione volesse colpire Alexandr Dugin 

Di Emanuel Pietrobon, InsideOver

La Russia è sotto choc. La commentatrice e politologa Darya Dugina, figlia del più noto Aleksandr, ha trovato la morte in un attentato eclatante avvenuto ieri sera attorno alle 21. Ignoti i moventi e gli autori, fino a questo momento, mentre un poco più chiare sono le circostanze dell’accaduto: la giovane stava rincasando a Mosca ed era alla guida dell’automobile del padre, una Toyota Land Cruiser Prado, che è esplosa in una statale nei pressi di Bol’šie Viazëmy.

Gli investigatori russi hanno aperto un fascicolo a carico di ignoti e una terribile indiscrezione, che era nell’aria sin dagli istanti successivi all’esplosione, l’hanno già confermata: i primi accertamenti effettuati su ciò che resta della vettura hanno confermato la presenza di tracce di esplosivo. Si è trattato, in sintesi, di un attentato. E sembra abbastanza chiaro chi è il destinatario del messaggio: Vladimir Putin.

Chi era Darya Dugina

Darya Dugina era la secondogenita, nonché l’unica figlia femmina, di Aleksandr Dugin. Nata nel 1992, a sette anni di distanza dal fratello Artur, era legatissima al padre, del quale aveva seguito le orme sin dalla gioventù e si apprestava a succederlo: prima la laurea in filosofia presso l’Università statale di Mosca, poi il dottorato, infine l’approdo nella galassia eurasistica – intellettuale e attivista nel Movimento eurasiatico internazionale – e nello spazio politologico come analista.

Frequentatrice dei salotti televisivi, giornalista e ospite di eventi politici e culturali – al momento della morte era di ritorno dal festival Tradizione –, la Dugina era stata recentemente introdotta nell’elenco dei cittadini russi sanzionati da Regno Unito e Stati Uniti per il presunto ruolo giocato nel diffondere disinformazione in relazione alla guerra in Ucraina.

I possibili autori (e i loro moventi)

L’Ucraina non è l’unico campo di battaglia che sta impegnando Putin. Perché all’interno dello stesso Cremlino, dalla notte del 24 febbraio 2022, è in corso una guerra tra poteri per il potere. Una guerra che ha lasciato a terra diversi morti, tra i quali ben sette personaggi di alto profilo legati a Gazprom e all’industria miliardaria del petrolio e del gas naturale, e degli anomali feriti, ossia ufficiali declassati o demansionati, (ex) fedelissimi trasferiti e piccoli re destituiti, come Vladislav Surkov.

La morte di Darya Dugina potrebbe inserirsi in questo contesto di guerra nella guerra, all’interno della quale non è sempre possibile stabilire quando trattasi di repulisti eteroguidati dal Cremlino e quando di vendette trasversali operate da quinte colonne. Vittima collaterale – perché su quell’auto avrebbe dovuto esserci il padre – di un conflitto nel quale non è semplice addentrarsi, per carenza di prove e sovrabbondanza di indizi che dicono tutto e niente, ma del quale è indispensabile parlare. Perché è qui, oltre che in Ucraina, che si sta giocando il destino del sistema putiniano.

Due sono le possibili, o meglio probabili, piste che guideranno gli inquirenti chiamati a far luce sul caso Dugina: il gesto di una quinta colonna o l’operazione spettacolare dei servizi segreti ucraini. Differenti moventi, stesso destinatario: Putin, la cui immagine e la cui weltanschauung sono state edificate (anche) grazie allo stacanovismo intellettuale di Dugin. Colpire il pensatore, ideologo del neo-eurasismo e tra i capifila del partito della guerra, per turbare i sonni del presidente russo.

Qualora si trattasse di agenti interni, andrebbero ricercati nell’influente-ma-taciturno partito antiguerra, che vanta sostenitori nella grande imprenditoria – danneggiata dalle sanzioni e in simbiosi più con l’Occidente che con l’Asia – ai siloviki, e che possiede sia gli uomini sia i mezzi per condurre operazioni di questo genere.

Se dovesse emergere la firma dello SBU ucraino, una tesi già avanzata da RT e Denis Pušilin, per il Cremlino sarebbe uno smacco parimenti grave: dimostrazione delle capacità di Kiev di neutralizzare gli obiettivi presenti nella propria lista nera – che è abbastanza lunga – e, non meno importante, di colpire in profondità il nemico. Non soltanto nelle periferie dell’Impero, come Donbas e Ciscaucasia, ma fino al suo cuore, Mosca.

Un’altra pista che non è da escludere aprioristicamente, alla luce degli insegnamenti della storia, è quella dell’autoattentato, che è parte integrante dell’armamentario ibrido dei servizi segreti di Mosca sin dall’alba dell’era sovietica e che potrebbe servire, ora come ora, a giustificare determinati corsi d’azione, poiché divenuta la minaccia ucraina visibile e tangibile anche per il russo comune.

Le conseguenze del caso Dugin

Quali saranno le conseguenze di questa dimostrazione di forza, indicativa del livello di escalation a cui è giunto il conflitto, è comunque da vedere. Perché ogni sfida è anche un’opportunità. E Putin, da esperto judoka, potrebbe trovare in questo attentato un pretesto per stringere ulteriormente la morsa sulle quinte colonne, espandere il regime di sorveglianza di massa o alzare ancor di più l’asticella della tensione con l’Ucraina – magari rispondendo con un oculum pro oculo , cioè eliminando (o cercando di eliminare) una figura simbolica della presidenza Zelenskij –, oppure tutte e tre le cose.

Nell’attesa che emerga la verità, sempre se emergerà, l’attentato del 20 agosto è un invito ad andare oltre l’Ucraina, perché la guerra è anche in Russia.

Nell’immagine: Alexandr Dugin sul luogo dell’attentato


Le parole per sognare, le immagini per non dimenticare

Vittima di un attentato vicino a Mosca la figlia dell’ideologo del Cremlino, ma è probabile che l’esplosione volesse colpire Alexandr Dugin 

È in uscita, ai primi di settembre, un nuovo libro di Mario Casella, per anni giornalista e produttore presso la RSI, valente guida alpina e autore di diversi libri dedicati al mondo della montagna con notevoli riscontri di critica e pubblico, apparsi in buona parte presso l’editore Gabriele Capelli di Mendrisio.

Sotto questa insegna Casella dà alle stampe la sua nuova fatica letteraria, questa volta, se si può dire così, fortemente letteraria, un romanzo biografico dal titolo “Senza scarpe”, che ripercorre la vita del fotografo Roberto Donetta sulla scorta del ritrovamento di centinaia di pagine di scritti, appunti, lettere (al figlio Saulle) che permettono di penetrare il mondo interiore di questo straordinario bleniese, vissuto fra il 1865 ed il 1932, contadino, venditore di sementi, cameriere e poi fotografo, autore di immagini di incredibile qualità e suggestione.

Meno noto il suo “lascito letterario”, su cui Casella ha lavorato per dar vita ad un racconto che cerca di far parlare il protagonista attraverso i suoi pensieri, i suoi sogni, restituendocene un personaggio di grande fascino. 

Del volume, che sarà presentato al pubblico il 3 settembre alla Casa della letteratura di Lugano, proponiamo qui, in anteprima e per gentile concessione dell’autore e dell’editore, le pagine iniziali. (red)


Anno di grazia 1886

Il pennino gratta la pagina bianca. Gioca tra luce e ombra, guidato dalla mano inquieta di Roberto. La punta di metallo attorciglia sul foglio l’esile filo d’inchiostro. Le parole sono piegate in avanti, sospinte dalla foga di chi le ha pensate, ma poggiano salde sulle timide linee che attraversano le pagine. 

Alla sera, aiutato dal chiarore di una lanterna, Robertón – come tutti in valle chiamano il Donetta, l’irrequieto ma simpatico ventenne di Castro1 – butta con impeto i suoi pensieri negli spazi vuoti del suo nuovo almanacco. Ha iniziato a scrivere “SUL PRINCIPIO DELL’ANNO DI GRAZIA 1886”… 

Le giornate sono lunghe, piene di novità e d’incertezze. All’imbrunire, liquidati gli ultimi lavori in stalla, il giovane contadino sente crescere nello stomaco una sorta di angoscia. Dalla pancia il formicolio sale alla testa e il suo sguardo perso vede il tempo passargli tra le dita delle mani appoggiate sul tavolo. L’ansia cresce e diventa paura. Sono scariche di sgomento che non riesce a decifrare. Intuisce però che l’unico modo per calmarle è marchiare nella memoria gli eventi felici e i momenti di difficoltà che riempiono ogni giornata. Per farlo aveva capito che c’era un solo modo: fissare tutto sulla carta con l’aiuto delle parole. 

La salvezza era arrivata pochi giorni prima quando, risalendo a piedi verso casa, aveva fatto tappa al negozio di Dongio. Lì, appoggiato in un angolo tra un sacco di zucchero e alcuni bottiglioni d’olio, c’era in vendita un librone usato con la copertina in tela marrone. Poche righe scritte sulla prima pagina. Il resto era tutto vuoto. 

Lo aveva subito comperato con la scusa di aver bisogno di un libro contabile per il negozio che intendeva aprire a Castro. Appena giunto a casa, aveva tagliato con una forbice un quarto della prima pagina eliminando così le poche scritte contabili del precedente proprietario. 

Robertón era fiero di quel tesoro: duecento pagine a sua completa disposizione per fermare il tempo. 

Il futuro non lo poteva ancora scrivere, ma il passato e il presente non voleva lasciarli scorrere via come l’acqua del fiume Brenno senza sapere dove andassero. 

Tra un colpo di falce e l’altro, mentre cercava una delle sue poche capre o camminava da solo nel bosco, il cervello macinava progetti, partoriva promettenti intuizioni o gli suggeriva sentenze perentorie su questioni fino ad allora per lui ancora incerte. 

Al rientro, nelle stradine del paese, camminava con lo sguardo basso. Una sola preoccupazione nella testa: fissare al più presto da qualche parte i pensieri avuti poco prima. 

Bastava una frase pronunciata dal parroco durante la messa, una battuta degli amici all’osteria o sul campo da bocce, una frase letta in uno dei giornali che arrivavano in valle. La sua testa ribolliva di riflessioni sulla vita, sulla religione e sulle affascinanti scoperte della scienza. Quelle stesse innovazioni che alimentavano i proclami di chi in valle decantava le virtù del progresso. 

Ogni frase di questo tipo, letta o sentita, era una violenta sberla all’apatia, un gomitolo di pensieri lanciato in aria: un filo nero che Robertón sentiva la necessità di acchiappare e srotolare al più presto sulla carta. 

Le strepitose scoperte scientifiche di fine secolo lo entusiasmavano. Aveva bisogno di capire e fare suo il sapere degli altri e le visioni dei grandi nomi della letteratura. Per questo, con l’acquisto del nuovo registro, si era imposto di trascrivere ogni sera le ultime novità e i pas- saggi più interessanti che gli capitavano tra le mani. 

Don Federico, un parroco della valle con cui aveva fatto amicizia, gli prestava spesso qualche libro, almanacco o documento in cui trovava preziosi spunti per la sua mente irrequieta e curiosa. 

Da quel giorno non avrebbe più restituito quelle pagine senza prima averne ricopiato le righe più importanti. 

Trascrivere fedelmente un testo – lo ricordava dai suoi primi giorni di scuola – gli incideva nella mente quelle frasi. La parola riscritta, glielo aveva insegnato il maestro alle elementari a Biasca, si scolpiva nel cervello. Ma a Robertón non capitava solo questo. La copiatura metteva in moto la sua fantasia e la mente prendeva il volo: i pensieri andavano lontano correndo avanti e indietro nel tempo. 

Accanto alla lampada, sul tavolo poggia una rivista dove ha trovato un paragrafo che lo ha folgorato. Nella rubrica “Scienza” il suo occhio è stato attratto da un titolo con una parola quasi impronunciabile: “Il telettroscopio”. Intinge il pennino e con fervore trascrive: 

È questo un apparato, che come lo indica il suo nome greco, trasmette da un luogo all’altro l’imagine delle persone, quadri, od altri oggetti. Se tal istrumento si potrà incorporare col telefono noi potremo vedere i nostri cari degenti anche in lontani paesi, e conversare con loro. 2 

Da un po’ di tempo aveva sentito parlare del telegrafo elettrico in grado di trasportare la voce permettendo la comunicazione tra due interlocutori a distanza. Chissà se un giorno questi prodigi del progresso sarebbero arrivati anche lì, tra le montagne della Valle di Blenio? 

Prima di trascrivere la voce successiva, dedicata all’“idrocronometro”, il pennino si ferma e Robertón inizia a fantasticare: «Non solo la voce trasportata a distanza, ma anche l’immagine, il volto di chi parla! Incredibile…». 

Già si vede mentre discute a distanza con l’amata Linda nel caso il destino dovesse un giorno separarli. Era già successo a molti suoi amici in valle finiti oltremare, in America, Argentina o Inghilterra, in cerca di lavoro. Avrebbe sposato quella donna bella e forte di lì a poco, ormai ne era certo. Se per mantenere la nuova famiglia avesse dovuto emigrare anche lui, un prodigio come l’elettroscopio avrebbe permesso di parlare con Linda, rimasta in valle, vedendone il volto e quegli occhi che lo avevano stregato. 

Una corrente d’aria scuote la fiamma della lanterna e lo riporta alla realtà. Sa benissimo che la comunicazione visiva a distanza è solo una chimera.  

I sogni però possono avverarsi quando si trova il coraggio di metterli sulla carta. Non c’è bisogno di gridarli ai quattro venti. Anche un registro contabile può permetterne la realizzazione. 

Note:

  1. Situato sul lato destro della Valle di Blenio (Cantone Ticino – Svizzera), questo nucleo è stato fino al 2004 un comune autonomo. Poi, come altri nuclei della vallata (Corzoneso, Dongio e altri), è stato accorpato nel nuovo comune di Acquarossa. 
  2. Tutti i corsivi nel libro sono testi originali presenti nelle carte di Roberto Donetta. 
  3. Il libro sarà presentato da Michele Fazioli sabato 3 settembre 2022 alle 16.30 presso la 
    Casa della letteratura per la Svizzera italiana di Lugano

 


Con le armi dell’ironia

Vittima di un attentato vicino a Mosca la figlia dell’ideologo del Cremlino, ma è probabile che l’esplosione volesse colpire Alexandr Dugin 

Ne abbiamo parlato sabato scorso: nella calura estiva delle italiche spiagge ha tenuto banco, in queste settimane, un acceso dibattito intorno all’opportunità di organizzare una serie di concerti di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, proprio a due passi dalle onde del mare, in arene e su arenili che già faticano a rendersi “sostenibili” stagionalmente per l’assalto dei bagnanti.

Figurarsi se ad “occupare” dune e biotopi arriva un carrozzone con centinaia di addetti ed un tot di ruspe, per spianare tutto e costruirci il megapalco su cui il noto cantante e rapper si è esibito e ancora si esibirà per un pubblico di decine di migliaia di persone. Il tutto, naturalmente, all’insegna del “green”.

Jovanotti si era espresso in merito con un video in cui ribadiva l’assoluta e virtuosa sostenibilità dell’operazione e tutta la propria piena e convinta sensibilità ambientale, con tanto di sigillo WWF Italia, ma in cui accusava i “contestatori” dei suoi eventi, di essere degli “eco-nazisti”, dando vita così all’ennesimo esempio di accensione spropositata dei toni a scapito degli argomenti, come avviene ormai regolarmente in quest’humus comunicativo fortemente mediatizzato e “socializzato”. 

Ne avevamo infatti preso spunto per qualche riflessione legata alle modalità nette e radicali, senza sfumature, senza margini di dubbio, che si sono manifestate in questo caso fra il Jova e i suoi contestatori, ma cui assistiamo anche, più in generale, quando si entra nel merito di questioni di particolare valenza “divisiva”.

Vi torniamo, con leggerezza, per segnalare, proprio in questo senso, un intervento (rigorosamente via social) di una blogger ecologista piuttosto originale, Cristina Coto, ex-modella moldava residente in Italia, che nella sua pagina Instagram da tempo non pubblica più foto fashion per i followers maschili, ma del suo profilo social ha fatto uno strumento per intervenire, dati alla mano e con indubbio appeal, nell’ambito di argomenti legati alle questioni ambientali e alla sostenibilità.

Non si tratta qui di sostenere che con questo suo intervento si riesce finalmente a stabilire “la verità”, a decretare in modo inappellabile chi ha ragione e chi ha torto, perché la questione merita (per quel che merita) di essere lasciata allo staff del cantante e ai suoi oppositori, con la speranza che ne esca qualche chiarimento opportuno e positivo. Piuttosto val la pena di seguire il video di Cristina Coto perché mette in campo un elemento troppo spesso assente da ogni tipo di discussione: l’ironia. 

Certo, non si può sempre ironizzare, ci mancherebbe, ci sono temi seri che impongono serietà. E poi, volendo, bisogna anche essere capaci di ironizzare, non è da tutti. Però… ecco, vien da pensare che c’è anche una serissima ironia che può farsi strumento capace di smorzare i toni, moderare gli eccessi, portare la discussione su un piano più idoneo, affinché ne nasca un confronto sensato e non catapultato dentro il solito ring di una logica argomentativa da wrestler (che lasciamo, rassegnati, ad uno Sgarbi in visita a Locarno, per dire, e a chi litiga con lui a mezzo stampa anche da membro del nostro esecutivo cantonale).

Chissà se con il suo video, Cristina Coto potrà magari suggerire, con buonumore, a Lorenzo il verde (dalla rabbia), che spingersi fino a dare a qualcun altro del “nazista” è grave, è assurdo (e lo sappiamo bene, tutti noi, che subiamo un paese che ne invade un altro accusandolo, appunto, di nazismo); e poi, chissà, forse può aiutare anche noi a capire che le proprie ragioni si possono sostenere anche in altro modo, perché siano davvero tali, e ragionevoli, su cui essere capaci di riflettere e discutere.


Il volto gentile del più autentico servizio pubblico televisivo

Vittima di un attentato vicino a Mosca la figlia dell’ideologo del Cremlino, ma è probabile che l’esplosione volesse colpire Alexandr Dugin 

Lo scorso 13 agosto è scomparso dopo lunga malattia uno dei personaggi televisivi più noti e giustamente apprezzati della televisione italiana: Piero Angela. Moltissimi sono stati i commenti, i ricordi che gli sono stati dedicati sulla stampa, in radio e in televisione e che gli hanno reso doveroso omaggio per le sue grandi qualità di rigoroso quanto affabile divulgatore scientifico. Piero Angela è stato capace di “inventare” una via italiana alla produzione televisiva di intrattenimento culturale, coniugando sempre l’accessibilità con la serietà e la fondatezza dei contenuti che hanno rappresentato il fondamento delle sue innumerevoli stagioni di “Quark” e “Superquark” e che ha poi anche proposto attraverso decine di pubblicazioni.

Con la sua “formula” di una televisione capace di mediare fra scienza e pubblico in maniera assolutamente affascinante, avvincente ed efficace, Piero Angela ha saputo resistere, nel tempo, al lento ed inesorabile cambiamento di un linguaggio proprio al mezzo televisivo, che ha progressivamente virato verso la vuota e urlata spettacolarizzazione, continuando a mostrare che la logica dell’”audience” non doveva (e forse non deve tuttora) coincidere necessariamente con la banalità del vacuo intrattenimento o la litigiosità dei dibattiti politici.

La pacatezza, la delicatezza, la gentilezza di Piero Angela sono termini ampiamente richiamati in questi giorni per rendere onore ad un personaggio che ha avuto, sempre, verso il pubblico, un grande rispetto ed un affetto che negli anni e decenni il pubblico gli ha sempre ricambiato. 

Ne ha dato prova fino all’ultimo, fino al toccante messaggio che ha voluto inviare proprio al pubblico, attraverso i suoi figli, per ringraziare e salutare, un giorno prima di morire. Un testo che più di tante parole dice chi era e rimarrà, nel tempo, Piero Angela.  


Cari amici, mi spiace non essere più con voi dopo 70 anni assieme. Ma anche la natura ha i suoi ritmi. Sono stati anni per me molto stimolanti che mi hanno portato a conoscere il mondo e la natura umana.

Soprattutto ho avuto la fortuna di conoscere gente che mi ha aiutato a realizzare quello che ogni uomo vorrebbe scoprire. Grazie alla scienza e a un metodo che permette di affrontare i problemi in modo razionale ma al tempo stesso umano.

Malgrado una lunga malattia sono riuscito a portare a termine tutte le mie trasmissioni e i miei progetti (persino una piccola soddisfazione: un disco di jazz al pianoforte…). Ma anche, sedici puntate dedicate alla scuola sui problemi dell’ambiente e dell’energia.

È stata un’avventura straordinaria, vissuta intensamente e resa possibile grazie alla collaborazione di un grande gruppo di autori, collaboratori, tecnici e scienziati.
A mia volta, ho cercato di raccontare quello che ho imparato.

Carissimi tutti, penso di aver fatto la mia parte. Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese.

Un grande abbraccio
Piero Angela

  • Per rivedere Piero Angela in una bella intervista [nell’immagine] si può andare alle pagine online della RSI, dove è pubblicata una puntata di “Controluce” a lui dedicata, condotta da Michele Fazioli (Archivi RSI, 1995)


Sulle tracce dei grandi interpreti della musica africana -5

Vittima di un attentato vicino a Mosca la figlia dell’ideologo del Cremlino, ma è probabile che l’esplosione volesse colpire Alexandr Dugin 

Ere Mela Mela, il brano che ha dato il titolo all’album dell’86 di Mahmoud Ahmed 

Alla fine degli anni Ottanta escono un paio di pionieristici libri di autori britannici che cominciano a proporre una mappa della musica africana moderna: una mappa che però non copre tutta l’estensione del continente nero. All’epoca anche per degli specialisti che hanno guardato con passione alla nuova musica africana e che su questo argomento si sentono in grado di mettere insieme dei libri è obiettivamente ancora molto arduo avere un quadro complessivo dell’evoluzione moderna della musica africana. 

Negli anni Ottanta la nuova musica africana è venuta alla ribalta con il Senegal, il Mali, il Congo, la Nigeria, il Ghana, e, complice anche la mobilitazione internazionale contro l’apartheid, il Sudafrica… Ma è un po’ come se sulla mappa della musica africana moderna che si è delineata nel corso del decennio in diversi punti si leggesse ancora la formula latina “hic sunt leones”, con cui si indicava che lì cominciavano territori inesplorati. Alla fine degli anni Ottanta molte parti della musica moderna del continente sono letteralmente ancora da scoprire. Il Corno d’Africa è per esempio quasi del tutto assente.

Nel 1985 si tiene Live Aid, il megaconcerto per la carestia in Etiopia. Evento con una enorme ripercussione mediatica, Live Aid contribuisce ad amplificare in maniera gigantesca un’immagine univoca sull’Etiopia: quella di una landa desolata e affamata. Cominciata negli anni precedenti, la carestia, beninteso, c’è davvero, e non è l’unico flagello dell’Etiopia degli anni Ottanta: c’è la dittatura militare del Derg (che negli anni settanta ha messo fine al regno di Haile Selassie, ormai inadeguato rispetto alle esigenze del paese), c’è la guerra con l’Eritrea che reclama la propria indipendenza, ci sono conflitti interetnici. Non c’è quindi da stupirsi che quasi nessuno vada in Etiopia: e nessuno sa niente della sua musica moderna. Tra i pochi che partono per l’Etiopia, nell’84 c’è Francis Falceto, un attivista francese che collabora con le radio libere. Falceto realizza che l’Etiopia non è un deserto, che due terzi del suo territorio sono a 2000 metri o oltre, come la capitale Addis Abeba, che l’Etiopia, paradossalmente, ha una grande cultura culinaria, e in particolare della carne, e si rende conto che nei decenni precedenti in Etiopia si è fatta della musica straordinaria. Per Falceto è amore a prima vista. 

Nel 1986 l’etichetta belga Crammed pubblica Ere Mela Mela, un Lp prodotto da Falceto contenente registrazioni degli anni Settanta, effettuate ad Addis Abeba, di uno dei grandi protagonisti della musica etiopica moderna, il cantante Mahmoud Ahmed: lo ascolta solo una nicchia di appassionati di musica africana e world music, ma per molti di loro Ere Mela Mela è una folgorazione, e segna l’inizio di una passione duratura per la musica etiopica. 

Negli anni successivi non succede molto, ma Falceto, instancabile agit-prop, riesce a pubblicare qualche altro album. Fino a quando sottopone ad alcune etichette, fra cui la stessa Crammed, il progetto di una intera collana dedicata alla musica etiopica, con particolare riguardo per la musica moderna: la francese Buda Musique ha l’intelligenza di accettare e di dargli carta bianca. 

Quando nel ’97 Buda e Falceto varano éthiopiques, l’immagine dell’Etiopia è ancora ferma a quella veicolata da Live Aid: e col suo successo sarà proprio una collana discografica come éthiopiques a svolgere una funzione fondamentale nel liberare questa immagine dai cliché da cui era afflitta. 

I Cd di éthiopiques svelano via via ad un pubblico internazionale un incredibile patrimonio di affascinanti melodie, di straordinarie orchestre, di fantastici cantanti, di meraviglioso equilibrio tra modernità, influenze dall’esterno (soul, rhythm’n’blues, beat) e identità etiopica: la musica degli anni d’oro – i sessanta e la prima metà dei settanta – della “swingin’ Addis”. Una musica africana diversissima da quella ascoltata fino a quel momento.

Nel giro di pochi anni éthiopiques – in cui Falceto ripubblica anche Ere Mela Mela – diventa una collana di culto. Nel 2005 nella colonna sonora di Broken Flowers di Jim Jarmusch compaiono alcuni brani di Mulatu Astatke a cui éthiopiques ha dedicato il suo quarto volume; Jarmush è un appassionato di éthiopiques e per giustificare l’inserimento della musica etiopica nel suo film decide di creare come vicino di casa del protagonista un personaggio di origine etiopica: la musica di Astatke fa sensazione, rivela la musica etiopica ad un pubblico che ne ignorava l’esistenza e contribuisce notevolmente ad amplificare ulteriormente il fenomeno éthiopiques. 

Nel 2017, lo stesso anno in cui festeggiava il ventennale della pubblicazione del primo album della serie, éthiopiques ha raggiunto i trenta volumi: nessuno all’inizio avrebbe potuto immaginarlo. Da allora la collana è ferma, ma c’è da augurarsi che Falceto ci regali ancora delle uscite, alcune delle quali sono del resto già da anni ad un avanzato stadio di preparazione. Modello di passione e di cura filologica, éthiopiques col suo successo ha dimostrato che esisteva un pubblico e un mercato per il modernariato della musica africana, aprendo così la strada a parecchie etichette specializzate che nel nuovo millennio si sono dedicate alla musica africana vintage. 

Ma la misura forse più significativa dell’effetto prodotto da éthiopiques va cercata nella quantità di gruppi che in giro per il mondo hanno tratto ispirazione dai Cd della collana per far vivere la musica etiopica fuori dall’Etiopia e nelle più diverse declinazioni, ibridandola per esempio col jazz, con la musica improvvisata, col punk. Gruppi che sono nati negli Stati Uniti, in Brasile, in Australia, in Giappone, e naturalmente in Europa: uno dei migliori al mondo in assoluto è una eccellente formazione svizzera, la Imperial Tiger Orchestra, che ha avuto molto successo anche esibendosi ad Addis Abeba.

Imperial Tiger Orchestra “Live”

 


Le ‘non cose’ e il virtuale

Vittima di un attentato vicino a Mosca la figlia dell’ideologo del Cremlino, ma è probabile che l’esplosione volesse colpire Alexandr Dugin 

Cosa sono le non cose – e scusate il gioco di parole? Le non cose è il titolo dell’ultimo libro tradotto in italiano (Einaudi) del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han, che ha alle spalle studi di filosofia, di germanistica e teologia cattolica ed è stato poi docente a Friburgo, a Monaco di Baviera e a Berlino, ed è autore di libri importanti come Psicopolitica, Che cos’è il potere, La società della stanchezza. Il sottotitolo del libro è più esplicito e chiarificatore: Come abbiamo smesso di vivere il reale. Sedotti dal virtuale abbiamo infatti perduto non solo il senso della vita reale, preferendole quella artificializzata dalla tecnica (e sempre identifichiamo i social con sociale e socialità, dimenticando che i social sono imprese private che massimizzano il proprio profitto estraendo valore dalla profilazione/spionaggio di massa), ma anche il senso della memoria, trasferita in un archivio digitalizzato.

Il libro di Byung-Chul Han inizia richiamando L’isola dei senza memoria della scrittrice giapponese Yōko Ogawa, che narra di un’isola senza nome, dove le cose spariscono inspiegabilmente ma soprattutto, ed è ben più grave, irrimediabilmente. “Si tratta di cose aromatiche, fruscianti, splendenti, meravigliose: nastrini per i capelli, copricapi, profumi, campanelle, smeraldi, francobolli, persino rose e uccelli. Le persone non sanno più a che servono. Insieme ad esse spariscono anche i ricordi”. E sembra (è) la nostra realtà di oggi, dove troppe cose spariscono irrimediabilmente, compresa la memoria del passato, che a sua volta, aggiungiamo è ciò che ci permetterebbe di ragionare sul rapporto di causa-effetto, ad esempio sull’effetto crisi climatica causato da tre secoli di sfruttamento capitalistico di uomo e ambiente. 

Nell’Isola dei senza memoria vi è un regime totalitario che “bandisce dalla società le cose e i ricordi facendo leva sulla polizia segreta, simile alla polizia del pensiero orwelliana – e chi si mette segretamente alla ricerca dei ricordi viene arrestato”, se non ucciso. “Anche oggi le cose scompaiono costantemente, senza che ce ne accorgiamo”, scrive Byung-Chul Han, ma per noi “è la nostra ebbrezza comunicativa e informativa a farle sparire”. Cioè viviamo producendo informazioni che vengono prodotte e fatte consumare rapidamente e in modo compulsivo, noi dopati dai social e dai social media e dalla fascinazione infantile per i giocattoli tecnologici. “Le informazioni” – continua Byung-Chul Han – “quindi le non-cose, si piazzano davanti alle cose facendole sbiadire”. Sì, perché il sistema vive di istantaneità e soprattutto – aggiungiamo – non vuole uomini consapevoli dei processi in cui sono integrati, ma li vuole felicemente alienati. Quindi il tecno-capitalismo ha tutto l’interesse a farci dimenticare il passato (e insieme a toglierci la libertà di immaginare il futuro) e quindi i rapporti di causa-effetto, facendoci vivere in un eterno presente di cose-non-cose.

Ma torniamo a Byung-Chul Han: “La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo”. E la polizia del ricordo di Yōko Ogawa “viene sostituita dai media digitali, che svolgono il proprio lavoro senza alcun ricorso alla violenza, né grande dispendio di forze”. Possedendo un grande vantaggio – che a sua volta è un grande potere di manipolazione – cioè la sua non monotonia, cioè l’offerta incessante di qualcosa di nuovo o che deve sembrare nuovo.  Nel mondo digitale infatti “le informazioni simulano eventi. Si fondano sul brivido della sorpresa. Ma questo brivido non dura a lungo: ben presto emerge il bisogno di nuovi stimoli”. Ed è la stessa tecnica psicologica, lo ricordiamo, che producono per noi marketing e pubblicità, cioè sempre nuovi stimoli per far rinascere incessantemente in noi il bisogno (un falso bisogno, diceva Herbert Marcuse), di consumare. E infatti, per Byung-Chul Han: “Noi ci abituiamo a percepire la realtà in termini di stimoli e sorprese. E in veste di cacciatori d’informazioni diventiamo ciechi nei confronti delle cose silenziose, poco appariscenti, vale a dire abituali, secondarie o ordinarie cui invece manca qualsiasi capacità di stimolare – ma che sanno ancorarci all’essere”.

E ancora: “Non sono gli oggetti, bensì le informazioni a predisporre il mondo in cui viviamo. Non abitiamo più la terra e il cielo, bensì Google Earth e il cloud. Il mondo si fa sempre più inafferrabile, nuvoloso, spettrale. Niente è più attendibile e vincolante, nulla offre più appigli”. E poi: “Le nostre ossessioni non sono più indirizzate alle cose [per noi invece lo sono ancora, sempre di più], bensì alle informazioni e ai dati” – che per noi sono comunque cose/merci, a valore di scambio crescente per il capitalismo entrato nella sua forma – la più cinica e sfruttatrice mai realizzatasi – della sorveglianza di massa]. “Ci inebriamo con la comunicazione” – scrive Byung-Chul Han – e “le energie libidiche abbandonano le cose e si lanciano sulle non-cose. La conseguenza di ciò si chiama infomania. Ormai siamo tutti infomani”. Feticisti delle informazioni. Dipendenti dalle informazioni. Di più: “L’informatizzazione del mondo trasforma le cose in infomi, vale a dire agenti che elaborano informazioni” – ma infomi sono anche gli umani ridotti a cose che producono informazioni e dati su se stessi: “L’essere umano è un Inforg che funziona comunicando e scambiando informazioni”.

Di più: “guidato dagli algoritmi, l’essere umano perde sempre più il proprio potere di agire, la propria autonomia. Si trova dinanzi [noi preferiamo dire: immerso, sussunto] a un mondo che sfugge alla sua comprensione”. E “da un certo momento in avanti, le informazioni non informano più, bensì deformano”. Oggi – continua Byung-Chul Han – “prendiamo nota di tutto senza più imparare a conoscerlo. Viaggiamo ovunque senza fare vera esperienza. Salviamo quantità immani di dati senza far risuonare i ricordi. Accumuliamo amici e follower senza mai incontrare l’Altro. Così le informazioni generano un modo di vivere privo di tenuta e di durata”. Che però è molto funzionale, aggiungiamo, al funzionamento del tecno-capitalismo, per il quale ogni durata è un tempo morto (in termini di mancata produzione/estrazione di profitto privato), che deve appunto essere ridotto possibilmente a zero; e per questo ci impone (illudendoci che sia una virtù) di essere flessibili e di adattarci alle sue esigenze di accumulazione crescente, processo che appunto riesce alla perfezione se il sistema ci priva di consapevolezza, di memoria così come di un guardare lento e creativo. Di più: “quando un’informazione scaccia l’altra, ecco che non abbiamo più tempo per la verità”.

E chiudiamo richiamando ancora alcuni spunti del libro, che di fatto riprende molti argomenti dei libri precedenti e della più generale critica del digitale/digitalizzazione, ma lasciandoci anche ulteriori perplessità, oltre a quelle viste sopra. Sul Big Data: che “suggerisce un sapere assoluto, dove ogni cosa diventa calcolabile, prevedibile e influenzabile. Ma in realtà abbiamo a che fare con una forma davvero primitiva del sapere, mettendo a nudo solo le correlazioni”, ma “secondo la logica di Hegel la correlazione rappresenta la forma in realtà più bassa del sapere”. E poi sul capitalismo che “distrugge sistematicamente i legami. Oggi anche le cose del cuore sono rare”; e inoltre “il capitalismo non ama il silenzio. Il capitalismo informativo ingenera la coazione a comunicare”; e ancora: “gli usignoli odierni non cinguettano più per scacciare gli estranei, anzi twittano per attirarli”, così cancellando appunto il silenzio che – solo – produce invece attenzione.

E l’ultima citazione, che condividiamo totalmente: “Noi sfruttiamo la terra in maniera così brutale proprio perché consideriamo morta la materia, e degradiamo la terra a una pura gamma di risorse. Da sola, la sostenibilità non basta per rivedere radicalmente il nostro atteggiamento nei confronti della terra. È quindi necessaria una concezione diversissima della terra e della materia”.


Dis-comunicazione

Vittima di un attentato vicino a Mosca la figlia dell’ideologo del Cremlino, ma è probabile che l’esplosione volesse colpire Alexandr Dugin 


Olocausto: le parole di Abu Mazen e i non detti israeliani

Vittima di un attentato vicino a Mosca la figlia dell’ideologo del Cremlino, ma è probabile che l’esplosione volesse colpire Alexandr Dugin 

Da globalist

La memoria storica va rispettata. Coltivata. Custodita gelosamente. Perché senza memoria non c’è futuro. Quello che va combattuto, sempre e ovunque, è l’uso strumentale della storia, il brandirla come arma politica, facendo leva sulle tragedie del passato per giustificare i crimini del presente.

Doppio standard

Un discorso difficile, doloroso, soprattutto quando si maneggia una delle pagine più tragiche nella storia dell’umanità: l’Olocausto.

L’Olocausto o per meglio dire la Shoah è uno dei pilastri identitari dello Stato d’Israele. Una, anche se non la sola, ragione della sua fondazione: lo Stato d’Israele, focolaio nazionale del popolo ebraico.  Negare l’unicità della Shoah non è “solo” un oltraggio alla memoria dei sei milioni di ebrei sterminati nei lager nazisti. È anche un crimine storico. Ma con altrettanta nettezza va criticato l’uso “giustificazionista” che soprattutto la destra israeliana ha sempre fatto per rigettare le critiche per la condotta seguita nei confronti dei palestinesi: colonizzazione dei Territori occupati, pulizia etnica a Gerusalemme Est, pluridecennale assedio di Gaza, “muro dell’apartheid” in Cisgiordania… Soprattutto quando le critiche arrivano dall’Europa. L’Europa succube di Hitler nella Conferenza di Monaco, l’Europa antisemita, accortasi con colpevole ritardo della “soluzione finale” della questione ebraica messa in atto dai nazisti.

Da Monaco a Berlino

Con queste premesse, si comprende meglio l’ondata di critiche che ha sommerso il presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) per le sue affermazioni nel corso della conferenza stampa tenuta a Berlino assieme al cancelliere tedesco Olaf Scholz.

A rimettere le cose sul binario giusto è Haaretz. Che in un editoriale rimarca: “La condanna da parte di tutti dei commenti del presidente palestinese Mahmud Abbas a Berlino questa settimana ha indotto il suo ufficio a rilasciare una precisazione. “L’Olocausto è il crimine più atroce della storia moderna”, si legge. “Nella sua dichiarazione non aveva alcuna intenzione di negarlo. I crimini di cui Abbas ha parlato sono i massacri perpetrati contro il popolo palestinese a partire dalla distruzione della società e della patria palestinese nel 1948, e lo spostamento permanente della maggioranza degli arabi palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane. Crimini che ancora oggi non sono stati risolti”.

I commenti di Abbas erano riprovevoli e ha fatto bene a chiarire le sue intenzioni. Ma ora che siamo tutti d’accordo sul fatto che l’Olocausto è un crimine storico unico, è meglio tornare al presente. Un presente in cui i palestinesi vivono sotto il controllo militare israeliano da 55 anni e Israele si astiene dal tenere negoziati diplomatici con il presidente palestinese nel tentativo di porre fine al conflitto israelo-palestinese e all’occupazione.

Dopo il trattamento degradante riservato ad Abbas durante il regno di Benjamin Netanyahu e la freddezza dell’ex Primo Ministro Naftali Bennett, il Ministro della Difesa Benny Gantz si è distinto, in modo encomiabile, per essersi almeno preoccupato di incontrare Abbas alcune volte nell’ultimo anno. Ma nell’Israele che rifiuta la pace, questi incontri hanno solo fatto sì che l’ala destra lo castigasse, e addirittura usasse i commenti di Abbas per riaccendere la tempesta sulla decisione di Gantz di incontrarlo. È un’assurdità. Anche se il paragone è improprio, Abbas ha cercato di enfatizzare la tragedia palestinese in corso e di metterla in cima all’agenda globale. L’approccio di Gantz è quello giusto. Abbas è il partner di Israele per qualsiasi negoziato diplomatico. Non solo perché è il presidente dell’Autorità Palestinese, ma anche per il suo impegno nei confronti dei passi diplomatici. Contrariamente all’asserzione sul personaggio da parte della destra, Abbas non è né un sostenitore né un incoraggiatore del terrorismo. Secondo la valutazione di tutte le agenzie di sicurezza israeliane incaricate di monitorare i territori, l’AP è in cattive condizioni e si prevede che peggiorerà. La battaglia per la successione nell’Autorità palestinese è già iniziata e Israele potrebbe scoprire di aver perso l’occasione di lavorare con il partner più conveniente per la diplomazia. Se Israele rispetta solo le organizzazioni che prendono le armi contro di lui e mostra disprezzo per la leadership palestinese che rinuncia al terrorismo, invia un messaggio distorto ai palestinesi. Inoltre, contribuisce a indebolire l’Autorità palestinese e a dipingerla come un subappaltatore dell’antiterrorismo israeliano in Cisgiordania. Senza un orizzonte diplomatico, senza il rafforzamento dell’Autorità Palestinese come base per un futuro Stato palestinese, l’Autorità Palestinese continuerà a perdere il suo potere e la sua posizione, fino a crollare. Israele deve cambiare radicalmente il suo approccio: Riconoscere Abbas come partner e tornare al tavolo dei negoziati. Questo è ciò che ci si aspetta dal Primo Ministro Yair Lapid e da chiunque voglia guidare Israele”.

Così l’editoriale del quotidiano progressista di Tel Aviv.

Coraggio e onestà intellettuale

Ne dà prova una delle firme più prestigiose di Haaretz: Anshel Pfeffer.

Scrive Pfeffer: “Per anni, lo sporco segreto della diplomazia mediorientale è stato che Abu Mazen è inutile. Nessuno voleva dirlo in pubblico, ma a un certo punto, in conversazioni rigorosamente non registrate, alti diplomatici americani o europei ammettevano che “Abbas non sta aiutando. Non sta aiutando affatto e probabilmente non è in grado di farlo”. È sorprendente che la gente sia così sorpresa. Non ha mai rinnegato il suo dottorato di ricerca, scritto all’Università dell’Amicizia dei Popoli di Mosca all’inizio degli anni ’80, in cui sosteneva che il movimento sionista era il partner della Germania nazista nell’Olocausto. Nel corso degli anni si è diffusa l’idea errata che Abu Mazen fosse un negazionista dell’Olocausto poi riformato. Ma la verità, come ci ha ricordato il suo discorso di martedì, è che non ha mai negato che l’Olocausto sia avvenuto o che sia stato un crimine terribile – solo che alcuni ebrei, i prestatori di denaro, se lo sono procurato da soli e che altri ebrei, i sionisti, sono stati complici. Era e rimane un revisionista dell’Olocausto. In realtà, se avete bisogno di un motivo per continuare a riporre speranze in Abbas, la sua ultima diatriba contro le vittime ebree dell’Olocausto non dovrebbe negarvene uno. Il governo Netanyahu ha relazioni calorose con almeno due governi che perseguono attivamente campagne e leggi di revisione dell’Olocausto: Ungheria e Polonia. Questo non ha impedito a Netanyahu di intrattenersi con i loro leader. O con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che ha dei neonazisti nel suo gabinetto e, naturalmente, con Donald Trump, che non riesce a denunciare i suoi stessi sostenitori neonazisti. In che cosa Abbas è diverso da tutti questi leader con cui Netanyahu è felice di trattare, nonostante il loro revisionismo dell’Olocausto e la collaborazione intenzionale con gli antisemiti? La conclusione che un accordo di pace non sarà mai raggiunto finché Abu Mazen sarà presidente palestinese è corretta. Ma non ha molto a che fare con il fatto che Netanyahu si aggrappi a una fallace narrazione vittimistica dell’Olocausto (che non ha nemmeno inventato: è stata per decenni una narrazione standard degli storici marxisti). La verità sul presidente palestinese Mahmud Abbas, ovvero che è un autocrate corrotto, ostinato e avverso al rischio, non ha mai trovato riscontro nella politica dei governi occidentali. Abbas, insistevano tutti, è un grande partner. E c’erano valide ragioni per restare con Abu Mazen. Per cominciare, è il leader eletto dei palestinesi. Certo, l’ultima elezione risale a 12 anni fa, ma si tratta comunque di un mandato superiore a quello della maggior parte dei leader arabi con cui si ha a che fare. Poi, c’è stata l’unica cosa importante che Abbas ha fatto, ovvero sconfessare la violenza come mezzo per raggiungere gli obiettivi dei palestinesi. Un terzo importante motivo per cui Abbas ha continuato a ricevere credito è che è in gran parte impotente, certamente, se confrontato con i leader israeliani che ha affrontato, che controllano quasi ogni aspetto della vita di cinque milioni di palestinesi. E quando il leader israeliano è Benjamin Netanyahu, allora Abbas è ampiamente in grado di essere ostinato. Ma ora tutti stanno improvvisamente ammettendo che probabilmente non avremo mai un accordo di pace israelo-palestinese finché non arriverà una nuova generazione di leader palestinesi. Solo perché Abbas ha nuovamente espresso le sue opinioni sull’Olocausto. Abbas ha avuto la possibilità di farlo un decennio fa con l’ultimo governo centrista di Israele, quando Ehud Olmert e Tzipi Livni erano pronti a costruire sul disimpegno da Gaza e ad andare oltre rispetto a tutti i leader israeliani prima di loro.

Abbas è sempre stato troppo spaventato, troppo debole e troppo dogmatico per attraversare il Rubicone. È riuscito a perdere Gaza a favore di Hamas e poi a sprecare otto anni di buona volontà da parte dell’amministrazione statunitense più pro-palestinese degli ultimi quarant’anni, frustrando Barack Obama e i suoi segretari di Stato Hillary Clinton e John Kerry. È stato il partner perfetto di Netanyahu nella creazione di uno status quo stagnante, e avrebbe dovuto essere chiaro già anni fa che sotto Abbas i palestinesi si stavano nascondendo verso il nulla.

Molto prima che Trump arrivasse sulla scena e annunciasse di voler spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, avrebbe dovuto essere ovvio che Abbas aveva perso partita, set e incontro con Netanyahu. Se Abbas fosse stato seriamente intenzionato a trovare un accordo, per il bene del suo popolo, le sue opinioni sulle origini dell’Olocausto e sul ruolo dei sionisti in esso, non avrebbero avuto molta importanza. Almeno ora non c’è più bisogno di mantenere la finzione.

Con il trio Abbas, Netanyahu e Trump, non c’è alcuna prospettiva di progresso. In pratica, nessuno di importante sta lavorando per cercare di raggiungere una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Gli europei sono divisi e preoccupati dai loro problemi. I principali Paesi arabi sono molto più interessati a collaborare con Israele contro l’Iran che a fare qualcosa per i palestinesi. In realtà, non hanno mai fornito loro molto più che un semplice servizio a parole.

La narrativa che l’intero centro-sinistra ha portato avanti per decenni, secondo cui a un certo punto la pressione internazionale su Israele sarebbe diventata insopportabile, tanto da costringerlo a rinunciare alla sua presenza nella maggior parte della Cisgiordania, a smantellare gli insediamenti al di fuori dei blocchi e a trovare un qualche tipo di compromesso con i palestinesi su Gerusalemme, è stata totalmente smentita.

Non c’è stato alcuno “tsunami diplomatico”, come aveva previsto Ehud Barak. Il “movimento” BDS è moralmente sporco e si è dimostrato un misero fallimento. Invece di isolarsi diplomaticamente, le relazioni estere di Israele stanno fiorendo come mai prima d’ora, sotto quello che è uno dei suoi governi più di destra di sempre. I palestinesi hanno perso, ancora una volta. Ma Israele ha vinto? Per quelli di noi che credono che anche a questo punto, con i palestinesi divisi, isolati e la sua leadership invecchiata e screditata, Israele sarebbe ancora molto meglio se ponesse fine alla sua occupazione di 51 anni di un altro popolo, questo deve essere un momento di resa dei conti molto tardivo.

Il nostro obiettivo è più che mai giustificato: l’occupazione erode la democrazia israeliana e approfondisce la brutalizzazione della nostra società. Ma l’intera strategia di minacciare gli israeliani con pressioni diplomatiche e trattandoli come pariah è naufragata sugli scogli della realtà.

Alcuni si aggrappano alla speranza disperata che la speranza sia ancora dietro l’angolo. Che l’atteggiamento internazionale verso Israele e i palestinesi cambierà, che chiunque sostituisca Trump invertirà la rotta. E forse hanno ragione. Ma se non è successo dopo decenni di copertura critica del conflitto da parte dei media occidentali e durante gli otto anni dell’amministrazione Obama, quali basi ci sono per supporre che il prossimo presidente, anche se meno “pro-Israele” di Trump, avrà più voglia di affrontare il conflitto.

Con l’eccezione di alcune organizzazioni giornalistiche che cercano coraggiosamente di mantenere una copertura seria, il mondo si è stancato del conflitto. I palestinesi sono al punto più basso dell’agenda globale dalla vigilia della Prima Intifada nel 1987. Aspettare che le cose cambino non è una soluzione. Potrebbero volerci decenni, se mai accadrà. Il mondo avrà problemi molto più grandi da affrontare e l’indifferenza verso il nostro conflitto è molto più probabile dell’impegno.

Eppure, questo non significa che l’occupazione sia destinata a rimanere per sempre. In ogni singolo sondaggio, una netta maggioranza di israeliani afferma di non voler continuare a occupare i palestinesi e di essere disposta a smantellare gli insediamenti. Solo che non credono che un accordo del genere sia attualmente possibile. È la stessa maggioranza di due terzi che ha sostenuto il disimpegno da Gaza sotto Ariel Sharon nel 2005. La maggior parte degli israeliani non è convinta di mantenere perennemente la Cisgiordania. Ma per essere convinti a votare per i partiti che sono disposti a fare le concessioni necessarie per porre fine all’occupazione, devono essere convinti che Israele starà meglio.

Le vuote minacce di isolamento internazionale hanno fallito. È necessario dimostrare che Israele starà meglio sotto tutti i punti di vista senza l’occupazione, e farlo significa cambiare quasi completamente il linguaggio della sinistra israeliana.

Significa anche lavorare seriamente con nuovi alleati. Non con i governi stranieri che sono felici di finanziare le organizzazioni israeliane per i diritti umani, ma che non eserciteranno mai una pressione sufficiente su Israele affinché cambi la sua politica.

L’unico vero alleato degli israeliani che sono disposti a lavorare per porre fine a questa situazione è il governo israeliano”.

Così Pfeffer.

Il 1° novembre gli israeliani voteranno per la quinta volta in poco più di tre anni. Staremo a vedere.

Nell’immagine: Abu Mazen e Olaf Scholz durante la conferenza stampa


Ucraina: cancellare la memoria per cancellare la resistenza

Vittima di un attentato vicino a Mosca la figlia dell’ideologo del Cremlino, ma è probabile che l’esplosione volesse colpire Alexandr Dugin 

Di Oleksiy Bondarenko, Valigia Blu

La guerra russa in Ucraina non sembra poter finire nei prossimi giorni e settimane. La pace e il compromesso, invocate da una parte del mondo intellettuale e opinione pubblica, rimangono chimere lontane che si scontrano con la realtà di un conflitto che non si combatte solo nelle trincee. Quello in atto oggi in Ucraina, infatti, non è solo un conflitto tra due eserciti. E, se vogliamo, nemmeno tra due visioni del mondo e del futuro, la famosa dicotomia tra democrazia e autoritarismo.

Questa guerra, molto più di tutte le altre guerre di aggressione del ventunesimo secolo, dall’Afghanistan all’Iraq, rappresenta in maniera plastica e terribile anche uno scontro tra diverse visioni del passato e del ruolo dell’Ucraina come Stato indipendente. Un fenomeno non nuovo nell’Europa orientale, dove la memoria e soprattutto l’interpretazione delle pagine più controverse del recente passato hanno rappresentato un’“arma” importante nel lento consolidamento del tessuto sociale degli Stati che si sono affrancati dal dominio sovietico. 

In questo contesto, infatti, la quasi sistematica distruzione dei luoghi di culto e di cultura che ha accompagnato l’invasione non è solo un danno collaterale del conflitto – come lo chiamano gli esperti in materia militare – ma anche un tentativo – seppur simbolico – di indebolire, se non cancellare, la memoria storica e culturale dell’Ucraina indipendente.

“Chi controlla il passato controlla il futuro”

Ed è proprio nella storia, o meglio in una particolare interpretazione di essa, che affondano le loro radici le varie narrazioni utilizzate dal Cremlino per definire, giustificare e normalizzare questa guerra. Dalla “denazificazione” al “genocidio della popolazione russofona”, dalle “nazioni sorelle” all’“operazione militare speciale”.

Appena sette mesi mesi prima dell’inizio dell’invasione, la scorsa estate, il presidente russo aveva pubblicato un lungo articolo che riassumeva la sua visione della storia ucraina. Dal titolo inequivocabile “Sull’unità storica dei russi e ucraini”, l’articolo ripercorre e reinterpreta il passato imperiale e zarista, definendo russi, bielorussi e ucraini parte di una sola grande nazione. Le origini di questa unica nazione risalgono, secondo Putin, alla Rus’ di Kyiv, un’entità proto-statuale slavo-normanna fondata nel IX secolo che abbracciava parte dei territori dell’attuale Ucraina, Russia e Bielorussia.

Tra le città fondate dai vichinghi, Kyiv divenne il più grande centro commerciale e rimase il principale centro di potere fino all’invasione mongola del XIII secolo. Proprio la dominazione mongola segnò il declino delle città-stato slavo-normanne e – mentre nel 1240 Kyiv veniva rasa al suolo dall’Orda d’Oro – gettò le basi per l’ascesa del ducato di Mosca la cui progressiva espansione avrebbe portato alla nascita del moderno Stato russo. Il dominio del Khanato dell’Orda d’Oro, però, si era ben presto scontrato con l’espansione del nascente Granducato lituano che nel giro dei successivi due secoli conquistò gran parte dei territori occidentali della Rus’ di Kyiv arrivando ai confini del ducato di Mosca. Mosca, così, divenne il nuovo centro del ‘mondo russo’, ma Kyiv rimase la culla storica della sua prima dinastia.

Secondo Putin, quindi, il fatto che l’Ucraina sia oggi uno Stato indipendente, separato da Mosca, non sarebbe altro che il risultato di un tragico gioco del destino e di influenze esterne: mongoli prima, lituani dopo, Stati Uniti ed europei oggi. In questa visione della storia e del mondo, non c’è spazio per una cultura e lingua ucraina distinte. L’identità ucraina non è altro che un prodotto della più genuina ed originaria identità russa, solamente corrotto da secoli di influenze esterne. Un’unita temporaneamente riaffermata dalle conquiste zariste, ma bruscamente interrotta di nuovo dal collasso dell’impero Sovietico. La riscoperta e l’affermazione di un’identità ucraina che ha caratterizzato la scena culturale del paese a partire dal 1991 (ma soprattutto dalla rivoluzione di Maidan del 2014) è quindi un’ulteriore minaccia all’unità dei popoli “fratelli”, nonché’ uno strumento (nelle mani delle potenze occidentali) per “trasformare l’Ucraina in una barriera tra l’Europa e la Russia, in un avamposto contro la Russia”.

Una guerra di (ri)conquista

Il lungo discorso di Putin alla vigilia del riconoscimento dell’indipendenza e sovranità delle due “repubbliche” di Donetsk e Lugansk, e a tre giorni dall’invasione, è un altro chiaro esempio dell’utilizzo della narrazione storica non solo per giustificare l’invasione, ma soprattutto per negare una forma compiuta di statualità all’Ucraina. In linea con il suo precedente articolo, infatti, gran parte del discorso ruota intorno alla descrizione delle ingiustizie storiche alla base della creazione dello Stato ucraino. A finire sul banco degli imputati questa volta sono però soprattutto i leader sovietici e Lenin stesso. La loro colpa sarebbe stata proprio quella di aver di fatto creato lo Stato ucraino tramite la concessione di strutture politico-amministrative distinte, confini e un certo grado di autonomia all’interno delle strutture sovietiche. Una costruzione, secondo Putin, del tutto artificiale e avvenuta alle spese dei territori russi, includendo il suo cuore spirituale e identitario, Kyiv e la Crimea. Lo Stato ucraino, in altre parole, non sarebbe altro che “il risultato della politica dei bolscevichi” e potrebbe essere chiamato “L’Ucraina di Vladimir Lenin”. L’affermazione di un’identità e statualità ucraina, in quanto prodotto diretto di ingiustizie storiche e della benevolenza russa che non ne ha rivendicato i territori nemmeno dopo il collasso dell’Unione Sovietica, è quindi anti-storica e per estensione anti-russa.

Come sottolinea Marlène Laruelle, direttrice del Institute for European, Russian and Eurasian Studies (IERES) alla George Washington University, i recenti excursus storici del presidente russo rappresentano il culmine della lenta trasformazione ideologica del Cremlino, da una posizione basata sulla convivenza di elementi pragmatici e vaghi costrutti identitari ad un’ideologia apertamente revanscista ed imperialista. A confermarlo, tra le righe, è stato ancora più di recente lo stesso Putin, paragonandosi a Pietro il Grande. Cosi come lo zar nella guerra ventennale contro l’impero svedese aveva riconquistato quello che era russo, l’attuale leadership avrebbe ora un simile destino, “riconquistare e rafforzare quello che è russo”, l’Ucraina per l’appunto.

“L’Ucraina non è Russia”

Questa narrazione di Putin è contrastata dalla storiografia contemporanea. È vero, la retorica delle “nazioni sorelle” contiene indubbiamente degli elementi di verità. Una contiguità linguistica e culturale tra i moderni slavi orientali è innegabile, ma se esiste una comune radice delle varie statualità ucraina, russa e bielorussa essa è troppo lontana per essere direttamente riconducibile alle nazioni odierne. Gli Stati sorti sui territori della Rus’ di Kyiv, infatti, sono il risultato di incontri forzati, separazioni, influenze esterne, migrazioni, guerre ed espansioni coloniali che hanno nel tempo consolidato differenze linguistiche e politiche. In altre parole, “L’Ucraina non è Russia” come titolava il suo libro il secondo presidente ucraino, Leonid Kuchma.

Nei secoli di storia, infatti, nonostante la russificazione durante il dominio zarista prima e quello sovietico poi, i popoli che hanno abitato le terre dell’odierna Ucraina hanno sviluppato un’identità distinta basata sugli elementi peculiari e in molti casi tragici della propria storia. Uno di questi, ad esempio, è il proto-Stato creato nel XVI secolo dai cosacchi nella regione centro-meridionale dell’attuale Ucraina. Guidati da Bohdan Khmelnytsky i cosacchi sono oggi considerati come i progenitori del primo Stato ucraino indipendente quando, dopo una guerra durata 7 anni, erano riusciti a conquistare l’indipendenza dal dominio della Confederazione polacco-lituana (1654). 

Un’indipendenza durata a fasi alterne per più di un secolo, fino alle conquiste territoriali dell’imperatrice russa Caterina la Grande che nella seconda metà del XVIII secolo aveva smantellato ogni istituzione indipendente dei cosacchi. Le idee di indipendenza e di una distinta identità culturale, storica e linguistica non erano però scomparse con lo stato cosacco e hanno continuato a riaffiorare anche all’interno dell’impero zarista grazie a scrittori, filosofi e intellettuali come Taras Shevchenko, Hryhorii Skovoroda e Mykhailo Hrushevsky le cui statue e musei, disseminate in varie città ucraine, giacciono ora coperti da sacchi di sabbia. Non a caso, i vari movimenti nazionali, tra cui quello ucraino uno dei più forti, avevano giocato un ruolo importante nella dissoluzione dell’Unione Sovietica inserendosi nel solco creato dalle riforme iniziate da Mikhail Gorbachev.

Cancellare la memoria per cancellare la resistenza

Proprio la riscoperta di quest’identità ha conosciuto una fase di sviluppo a partire dalla conquista dell’indipendenza nel 1991. A ben vedere un processo non sempre facile e in molti casi conflittuale che ha portato anche ad eccessi e alla glorificazione di personaggi storici controversi e divisivi, come dimostra la riabilitazione di uno dei leader dei nazionalisti ucraini durante il sanguinoso periodo della seconda guerra mondiale, Stepan Bandera. Un processo però inevitabile e per certi versi necessario. E proprio alcuni dei simboli di questa (ri)nascente identità collettiva e storica sono finiti ora sotto le bombe russe, trasformando musica, letteratura, film e monumenti in mille piccoli “campi di battaglia”, come scrive Jason Farago sul New York Times.

L’entità dei danni che questa guerra ha inflitto al patrimonio culturale ucraino è ancora difficile da quantificare. Il recente report pubblicato dall’OSCE, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) ha confermato la distruzione o il danneggiamento di un totale di 152 siti culturali, tra i quali edifici religiosi, musei, palazzi storici, biblioteche e monumenti. A inizio giugno, ad esempio, l’organizzazione ha registrato un attacco alla chiesa di legno di Svyatohirsk, uno dei siti ortodossi più sacri del paese, la cui costruzione risale al 1627. Questo non include, per ovvi motivi, danni e traffico di reperti archeologici e oggetti d’arte mobili.

Anche se dimostrarne l’intenzionalità sarà probabilmente il difficile compito di commissioni speciali che saranno istituite alla fine del conflitto, va ricordato che la distruzione del patrimonio culturale rappresenta una violazione del diritto internazionale umanitario e costituisce un crimine di guerra. La distruzione sistematica dei luoghi e oggetti di cultura, inoltre, potrebbe rappresentare uno degli elementi per avallare l’intento genocida nei crimini commessi contro i civili da parte delle truppe russe. In questo contesto, quindi, il patrimonio culturale non è più solo una serie di oggetti e luoghi belli e importanti, ma diventa parte attiva della guerra che non è solo una guerra per la sopravvivenza dello stato e delle persone, ma anche della sua storia e identità. La cultura ucraina, alla pari dell’esercito, è parte integrante di questa guerra. Purtroppo.

Nell’immagine: George Orwell, 1984 (dal film di Michael Radford). “Chi controlla il passato” diceva lo slogan del Partito “controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.” E però il passato, sebbene fosse per sua stessa natura modificabile, non era mai stato modificato. Quel che era vero adesso, lo era da sempre e per sempre. Era semplicissimo, bastava conseguire una serie infinita di vittorie sulla propria memoria. Lo chiamavano “controllo della realtà.”


Misure concrete per compensare gli effetti dell’inflazione

Vittima di un attentato vicino a Mosca la figlia dell’ideologo del Cremlino, ma è probabile che l’esplosione volesse colpire Alexandr Dugin 

Ivo Durisch, lo scorso 10 agosto il Partito Socialista ha presentato alla stampa un pacchetto di misure (federali e cantonali) per sostenere le famiglie nell’affrontare l’inflazione, che già ora si attesta al 3,4% ma secondo voi, più realisticamente, potrebbe toccare il 7%. In sintesi, a vostro giudizio, quali sono gli ambiti su cui intervenire a livello federale e quali quelli specificamente cantonali?

A livello federale è stato proposto uno chèque una tantum di 300 franchi per ogni persona adulta e di 150 per ogni minorenne. Inoltre sono stati chiesti fondi straordinari, da riversare ai Cantoni, per aumentare i sussidi cassa malati e questo considerato anche il prospettato aumento dei premi. Ricordiamo che i premi cassa malati non fanno parte dell’indice nazionale dei prezzi al consumo, quindi del calcolo dell’inflazione.

A livello cantonale abbiamo chiesto di adeguare da subito, fine dicembre 2022, il salario minimo, comprese le tappe di avvicinamento, al rincaro. Cosa che il Governo non sembra voler fare. Inoltre abbiamo chiesto di aumentare del 7% le soglie di accesso a tutte le prestazioni sociali e di politica familiare, compresi i sussidi cassa malati. Questo proprio perché l’inflazione pesa maggiormente sui redditi bassi. Secondo i nostri calcoli per il ceto medio e medio basso l’inflazione effettiva è superiore al 3,4% e si avvicina al 7%.

Inoltre chiediamo a Governo e Parlamento di adeguare al rincaro lo stipendio di tutti i dipendenti dell’Amministrazione pubblica.

Infine proponiamo che Banca Stato, così come ha fatto durante la pandemia con il progetto “Vivi il tuo Ticino” a sostegno del settore della ristorazione, faccia un anno di promozione dei trasporti pubblici contribuendo a ridurre il costo dell’abbonamento arcobaleno del 10% (cumulabile alle altre riduzioni aziendali, cantonali e comunali).

Già il prossimo mese è prevista una votazione importante come quella sulla riforma AVS 21 che se accolta colpirà ancora una volta anzitutto chi fa più fatica, in particolare le donne e la loro rendita. Insomma, la tendenza è quella di una progressiva erosione del potere d’acquisto che colpisce anzitutto il ceto-medio basso. Per contrastare questa tendenza voi proponete anche di tornare ad immaginare un’intervento sulla politica degli sgravi fiscali a favore di contribuenti ricchi (oltre 350.000 franchi di imponibile), ma questa politica sembra essere una sorta di tabù per un Parlamento, che ha recentemente pure votato il “decreto Morisoli”. Come muoversi, per il PS, di fronte ad un simile “muro”?

Il ceto medio sta scomparendo. È una tendenza in atto da anni, che si sta acutizzando. Lo abbiamo visto con la pandemia, durante la quale il divario tra ricchi e poveri è aumentato. I ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Quest’anno la tendenza sta accelerando a causa dell’inflazione, un’inflazione che colpisce soprattutto i beni quotidiani di prima necessità e quindi il ceto medio e medio basso. La ridistribuzione della ricchezza non sta più funzionando. Per questo troviamo anacronistico e ingiusto proporre, come vorrebbero i liberali, uno sgravio fiscale alle persone particolarmente ricche. Ci batteremo affinché ciò non avvenga e se necessario andremo davanti al popolo. Per quanto riguarda il Parlamento e la sua politica, piuttosto che la metafora del “muro”, io userei quella di una “diga”. Una “diga” che trattiene per sé l’acqua a beneficio dei privilegi di pochi. Bisogna continuare a denunciare questa politica, che crea disuguaglianze e povertà. Bisogna farlo sia in Parlamento, sia di fronte ai cittadini e bisogna farlo con argomenti solidi, così come abbiamo fatto con il decreto Morisoli. Ogni battaglia, anche se persa, è una nuova crepa in questa diga di ingiustizia e prima o poi sono convinto che la pressione dell’acqua farà il suo corso!

 Il vostro “pacchetto” è già stato rapidamente “ridimensionato” dagli altri partiti che in sede di commento hanno contrapposto diverse misure (con interventi che vanno dall’Imposta di circolazione alla deducibilità fiscale integrale dei premi della Cassa Malati). A suo parere c’è un “margine di trattativa” che siete disposti a considerare con il centro-destra, pur che passino alcuni dei punti del vostro “pacchetto”?

Per quanto riguarda l’imposta di circolazione siamo d’accordo di ridurla, ma parallelamente proponiamo anche un sostegno al trasporto pubblico con una riduzione dell’abbonamento arcobaleno del 15% per i beneficiari di sussidi cassa malati.

Quello che invece non accettiamo è di fare, ancora una volta, socialità con la fiscalità. Abbiamo spiegato più e più volte che sgravi fiscali concepiti in questo modo sono molto costosi e non mirano gli aiuti a chi ne ha veramente bisogno. Basti pensare che le sole deduzioni fiscali dei premi cassa malati costano al Cantone circa 200 milioni e a beneficiarne maggiormente sono i redditi alti.

C’è da auspicare che il centro destra capisca che la situazione è molto critica e decida di non contrastare le nostre misure sociali. È in gioco il destino di famiglie che da sempre hanno vissuto con poco e che oggi rischiano la povertà assoluta.

La mia impressione però è che ancora una volta i partiti di centro destra ne approfitteranno per proporre ulteriori sgravi inutili e ingiusti, mentre per risolvere i veri problemi si siederanno lungo il fiume aspettando l’intervento della Confederazione o magari quello della Banca Nazionale, così come hanno fatto durante l’emergenza Covid-19.

In che misura le vostre indicazioni e rivendicazioni si collocano dentro un progetto di “socialità” discusso e condiviso nell’area di sinistra, dunque anche con “Verdi”, Mps e PC? In che misura si collega ad un’ipotesi di “mobilitazione” che includa anche, a pieno titolo, i sindacati?

In Parlamento l’area di sinistra è già presente. Basti guardare l’esito della maggior parte delle votazioni. Credo che la lotta alle disuguaglianze, insieme all’emergenza climatica, sia oggi imprescindibile in tutti i progetti di quest’area e le nostre indicazioni vanno in quella direzione.

Il nostro documento presenta misure di competenza dei Parlamenti federale e cantonale, per questo non ci siamo addentrati in questioni riguardanti la contrattazione tra lavoratori e datori di lavoro. Abbiamo invece affrontato la questione del salario minimo e avanzato la richiesta di adeguare all’inflazione i salari di tutti i dipendenti dello Stato, misure che sono anche di nostra competenza. Naturalmente sosteniamo pienamente la posizione dell’Unione sindacale Svizzera, che chiede adeguamenti salariali all’inflazione, e quando ci sarà una mobilitazione saremo con loro!

Quando affermate, come ha fatto Laura Riget al “Quotidiano” RSI che di fronte all’attuale critica situazione socio-economica “lo Stato è assente”, attaccate, ovviamente, anzitutto il Consiglio di Stato, in cui comunque siede un vostro rappresentante (forse uscente). Non sarebbe il momento di pensare ad un diverso modo di “stare al Governo”, che non implichi, diciamo, di dover tacere su decisioni prese o mancate da parte del Governo in nome della collegialità?

Uno dei prossimi punti che dovrà discutere il Governo sarà l’adeguamento all’inflazione dei salari dei dipendenti dello Stato. Sono convinto che lì avremo una posizione chiara. In ogni caso ritengo che vadano sempre combattuti, così come peraltro abbiamo fatto in Parlamento e davanti alle cittadine e ai cittadini, politiche ingiuste come gli sgravi fiscali e i tagli alla politica sociale degli scorsi anni. Credo che collegialità sia diverso dal non fare opposizione a progetti che si ritengono ingiusti o insostenibili. Continuo a pensare che nel nostro sistema si possa stare al Governo facendo opposizione su temi centrali, come d’altronde avviene a livello federale.

Non pensa che proprio la prospettiva indicata dal vostro “pacchetto”, una prospettiva che a livello economico e sociale può solo aggravarsi nei prossimi mesi, potrebbe forse indurvi a pensare ad un’azione (anche a livello di campagna elettorale) più coordinata e meno divisiva nell’area di sinistra?

L’unità del fronte progressista è per noi un obiettivo, lo dimostra l’alleanza rosso-verde che stiamo discutendo. La lista unica di socialisti, verdi e sinistra alternativa va letta proprio in questa direzione. Una lista in cui credo fortemente per contribuire al cambiamento sociale e culturale del nostro Cantone. Solo così potremo affrontare le emergenze attuali: il surriscaldamento climatico e le crescenti disuguaglianze. È a questo livello, sostanziale, che è necessario un cambiamento di paradigma e un’azione coordinata.