“Non so darmi pace, non posso fare pace con l’abbandono”

La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina 

Di Meduza/Valigia blu

A metà giugno, Helga Pirogova, consigliera comunale di opposizione nella città siberiana di Novosibirsk, ha scritto un tweet critico rispondendo a un articolo sui soldati russi volontari uccisi in Ucraina. Pirogova ha sostenuto apertamente l’Ucraina per mesi, ma a quanto pare il tweet è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il Comitato investigativo russo, su istruzioni dirette del capo dell’agenzia, Alexander Bastrykin, ha avviato un procedimento penale contro Pirogova, con l’accusa di aver diffuso “disinformazione” sull’esercito russo. Con la prospettiva di una condanna fino a tre anni di carcere, Pirogova ha preso la difficile decisione di fuggire dalla Russia e rifuagiarsi in Georgia. Helga Pirogova ha condiviso la sua storia con il sito indipendente russo Meduza.

La mia carriera politica è decollata molto rapidamente. Per certi versi ero una piccola e modesta attivista locale, facevo cose basilari come partecipare a manifestazioni e organizzare eventi. Ero esasperata da ciò che stava accadendo nei servizi pubblici offerti dalla città.

Non molto tempo prima della campagna elettorale per il sindaco [del 2019], ho incontrato l’attivista locale Sergey Boyko. Dopo quelle elezioni è diventato chiaro che una singola persona difficilmente avrebbe vinto in città, così mi sono unita a quelli che stavano decidendo cosa fare per le elezioni comunali del 2020. Abbiamo capito che andava formata una specie di coalizione.

All’epoca erano solo parole. Ma nel 2020 è apparsa una coalizione di politici indipendenti guidati da Sergey Boyko. Sono andato alla sede del loro comitato elettorale e ho chiesto cosa potevo fare, come potevo aiutare. Hanno risposto che candidarmi sarebbe stato di grande aiuto. Ho letteralmente messo insieme tutti i documenti in due giorni, ho fatto la campagna elettorale e ho vinto. La strada per il successo è stata breve. Da quando sono andata alla sede centrale e ho chiesto come potessi aiutare e quando ho ricevuto il mio tesserino da consigliere sono passati due mesi e mezzo.

Prima di allora ho lavorato nel marketing e nelle pubbliche relazioni. Ancora prima, subito dopo l’università, ho lavorato in un’amministrazione distrettuale, una filiale dell’ufficio del sindaco. Ho lavorato lì per tre anni e conosco il sistema dall’interno. So come funzionano le autorità comunali. Per me era impossibile rimanere nell’amministrazione per diversi motivi. Si arriva dall’università giovani e pieni di vita, si hanno un sacco di idee e si sa come fare le cose al meglio. Hai progetti grandiosi, ma il sistema è costruito in modo tale che nessuno ne ha bisogno. Si suppone che tu faccia le cose nello stesso modo in cui si facevano nel 1989, con la differenza che devi usare il computer.

È stato davvero stressante, più volte ho pensato di andarmene. Poi, nel 2014, la Russia ha annesso la Crimea. Allora ho capito che in nessun caso potevo restare. Ho lavorato ancora qualche tempo, mentre cercavo un altro lavoro. Poi me ne sono andata. Ma quando sei una consigliera, sei indipendente. Non sei una dipendente pubblica. In teoria posso fare quello che voglio. Certo, possono mettermi i bastoni tra le ruote, ma ho più opportunità, poteri e libertà. Tutto un altro livello. Non avrei mai immaginato che la mia scelta di diventare deputata indipendente sarebbe finita con un’accusa penale. Nessuno immagina che possa finire così. Ho sperato fino all’ultimo che non sarebbe successo.

Non avevo intenzione di lasciare la Russia. Un’accusa di reato penale era l’unica cosa che potesse spingermi via. Davvero, non volevo lasciare la Russia. Non voglio ancora farlo e, a dirla tutta, non riesco a darmi pace. Non ce l’ho proprio in animo. Molte persone dicono: “Vivere in Europa è fantastico”. Ma molti dimenticano che “vivere in Europa” si porta dietro molte cose, a livello quotidiano ed emotivo.

Amo davvero la Russia e voglio che le persone nel mio paese possano vivere bene, in modo confortevole, felice, soddisfacente e ricco. Un mio avversario mi ha detto di recente: “Non riesci a capire, i russi sono persone che devono vivere in povertà, nell’indigenza, perché questa è la nostra strada”. Sono categoricamente in disaccordo con l’assunto che questa sia la nostra Rus’ nostrana; che abbiamo bisogno di vivere male perché non possiamo fare altrimenti. Meritiamo di vivere bene, ma purtroppo queste mie aspirazioni non sono condivise da tutti – a giudicare dall’accusa penale.

Ho scoperto il caso la mattina del 22 luglio, quando mi è stato inviato un mucchio di messaggi. In realtà ho cancellato il tweet molto prima dell’apertura del caso. L’ho cancellato perché ho pensato che fosse troppo emotivo e che potesse essere frainteso. In generale lo è stato. Sono stata presa alla sprovvista quando ho scoperto l’accusa (preferisco non parlarne più di tanto). Ho deciso di partire quello stesso giorno, nel pomeriggio. Era chiaro che non mi avrebbero lasciato andare. In ogni caso, avrebbero avuto bisogno di un capro espiatorio da esporre alla gogna pubblica. Era chiaro come fosse una questione di tempo, e che non ne rimanesse molto. Ho attraversato il confine e mi sono ritrovata in Georgia.

Ora cercherò di riposare un po’, troverò il tempo di rilasciare interviste a tutti quelli che le vorranno e deciderò cosa fare. Su quest’ultimo punto non ho una risposta concreta, nemmeno per me stessa – non ancora, almeno. Ma sono ancora deputata a Novosibirsk e mi occuperò delle questioni comunali. Ho ancora degli assistenti e in questo senso il mio lavoro sta cambiando, anche se di poco.

Mi riesce difficile parlare di coraggio. Si fa solo ciò che si ritiene necessario perché non si può fare altrimenti. Non posso tacere quando vedo un’ingiustizia. È stato spaventoso, ma tra la paura e la possibilità di dire qualcosa ho scelto la seconda. A essere onesti, non mi sembrava che potessero avviare un procedimento penale. È ridicolo pensare che un tweet che non usa nemmeno la parola “guerra” possa farti incriminare.

Nessuno nella cerchia dei miei affetti sostiene la guerra. Sono incredibilmente fortunata a essere circondata da persone meravigliose. Ma naturalmente ho incontrato chi la sostiene. In particolare ci sono alcuni miei colleghi del consiglio comunale. Quando mi sono presentata a una seduta indossando una corona di girasoli, l’intera fazione di Russia Unita indossava maschere di partito con la “Z”. Hanno reso la loro posizione il più chiara possibile.

Cerchi di ridurre il più possibile i contatti con le persone che sostengono la guerra. E se questo non è possibile, allora condividi emotivamente la tua posizione sulla guerra e sulle questioni locali, perché non hai scelta: devi risolvere i problemi per i tuoi elettori, per i residenti della città.

E gli elettori mi hanno scritto delle lettere chiedendo che esprimessi la mia posizione. Sono molto contenta che la maggioranza dei residenti del mio distretto mi sostenga. Per lo meno ci sono state molte più parole di sostegno che parole di elettori delusi. Ci sono state anche quelle, non lo nego, ma sono state più numerose le prime.

Adesso, perché io smetta di essere consigliera, ci sono alcune opzioni per privarmi del mandato. La prima è una sentenza del tribunale, la seconda è una irregolarità nella mia dichiarazione dei redditi e la terza è la morte. Non so se una di queste si verificherà, ma l’importante è che non sia l’ultima.

Articolo originale pubblicato sul sito indipendente russo Meduza – per sostenere il sito si può donare tramite questa pagina.

Nell’immagine: Helga Pirogova con la corona di girasoli (fotografia di Lichnyj Arhiv da Holod Media)


Dubbi all’ultima spiaggia

La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina 

Appena appena dopo le notizie (ed i commenti) sulla guerra in Ucraina, media e social sono ormai in balìa di un altro grande tema divisivo dell’estate: il “Jova Beach Party”, ovvero la tournée “ecologica” di Lorenzo Jovanotti lungo le spiagge italiane che sta facendo molto discutere per i suoi veri o presunti effetti tutt’altro che “sostenibili” (ambientalmente, s’intende).

A ritenere che il il Jova tour sia tutt’altro che un’operazione di sensibilizzazione verso l’ecosistema delle italiche coste sono in verità parecchie organizzazioni locali di impronta, diciamo, “verde”. A fianco di Jovanotti c’è invece il WWF italiano, che pare abbia dato il proprio avallo per la scelta delle località e delle spiagge in cui fiondare centinaia di operai, tecnici, camion e ruspe di ogni grado e funzione per montare non solo il megapalco ma anche per creare l’arena ( e la rena) capace di accogliere decine di migliaia di fans (tutti, naturalmente, sensibili alla causa ecologista).

E infatti, al pubblico entusiasta che, dopo due anni di interruzione dal tour del ’19, può tornare a cantare e ballare a piedi nudi nella sabbia al ritmo dei successi jovanottiani, si danno precise istruzioni su come comportarsi in rispetto del luogo del concertone: niente bottiglie o bicchieri di plastica abbandonati, niente cartacce, tutto deve essere lasciato ancor meglio di come è stato trovato. Insomma, il tour di Lorenzo viene promosso e venduto, né più né meno, come un modello di virtù, nonostante vi sia chi osi metterlo in dubbio.

Ecco, appunto, siamo al dubbio, un termine forse “ambiguo” per dirla con un recente contributo di Silvano Toppi, che può evocare indecisione, incertezza, confusione, persino sospetto, certo, in questa stagione in cui devono per forza valere le reazioni a caldo, anzi, canicolari, su ogni argomento intorno al quale si voglia provare a ragionare.

Non a caso la polemica (non chiamiamola discussione, per carità, dev’essere subito polemica) si accende ed infiamma, il dibattito impazza ( quando si dice l’importanza delle parole); a colpi di accuse e controaccuse, si litiga fra organizzazioni ambientaliste locali e WWF Italia. Nessuno che pone un minimo dubbio, si passa subito all’attacco.

Jovanotti, risponde per le rime e senza mezzi termini, via social, ai dubbi sollevati su “La Stampa” dal divulgatore scientifico Mario Tozzi e poi, sempre più scatenato, si scaglia in prima persona contro alcune organizzazioni della cittadina marchigiana di Fermo, dove è prevista la prossima tappa del Jova Beach Party. Tali organizzazioni hanno il torto di chiedere al carrozzone del cherubino ambientale di lasciar perdere il luogo prescelto, lasciarlo stare così com’è, con le sue dune e la sua vegetazione particolare che ne fa comunque un luogo di “biodiversità”.

In una lunga diretta social Lorenzo denuncia tutti coloro che contestano il suo tour dicendo che sono critiche che vengono da chi non sa, da chi non è mai andato a constatare direttamente in cosa consista la sua ecologissima operazione musicale (che per la cronaca è una macchina ingombrantissima e costosissima, per cui gli spettatori pagano, incidentalmente, fra i 90 ed i 350 euro a bagnante per assistervi).

Ed ecco la stoccata finale: “quelli che criticano sono tutti eco-nazisti”, dice il Jova. E ti pareva che in questa torrida estate conflittuale, in un’Italia (ma non solo lì) dove il termine si è affibbiato un po’ a chiunque, non saltasse fuori che i nazisti si annidano anche fra gli ambientalisti.

Nel regno del dibattito urlato e del giudizio perentorio, al dubbio si oppone immediatamente l’epiteto, i toni si alzano almeno quanto i decibel con cui il Jova addomestica pubblico e natura sulle spiagge italiane. E come fosse un’evidente conseguenza, chiunque segua la vicenda, al più presto, è chiamato a schierarsi: di qua o di là. Inesorabile, anche se forse non sorprendente, per un Paese in cui anche a causa delle concessioni balneari è praticamente caduto il governo.

Ma possibile che non possa propria funzionare in altro modo? Provare a partire dai dubbi e provare a scioglierli, fra le parti in causa con fondati argomenti, no? Magari Jovanotti potrebbe essere nel giusto quando dice ai suoi detrattori di andare a vedere che succede ai suoi concerti. E poi però, qualora qualcuno ci andasse, lui dovrebbe poi considerare che qualche ragione potrebbe averla anche chi contesta. E infine, perché non immaginare che il dubbio possa rappresentare un elemento capace di nutrire la ragione e le ragioni degli uni e degli altri?

È vero, non si può passare una vita a non saper scegliere o decidere, in preda ad eterni dubbi. L’arte del temporeggiare avrà forse giovato ai Romani per stanare gli Elvezi, tanto tempo fa; ma in generale, a furia di cincischiare si rischia sempre che a decidere siano poi quelli che lo fanno più in fretta, in generale a proprio vantaggio.

Anche sciogliere i dubbi, laddove sia possibile, per ciascuno, deve essere operazione delicata sì, ma non eterna. E possibilmente convinta e consapevole, non ambigua. Ma poi, che male c’è, in spiaggia come in città, di fronte ad un semplice concerto così come ad un complesso e atroce conflitto, lasciare nel proprio argomentare sempre un piccolo spazio per il dubbio, darsi il tempo per una verifica, per un ragionamento in più, addirittura per farsi sorprendere e sconfessare nelle proprie convinzioni?

Chissà se possano essere domande che è ancora lecito porsi, qui, di fronte ad un orizzonte da ultima spiaggia.


Sdialoghi

La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina 


Una nonna ucraina

La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina 

La distruzione vista in tivù è nera, polvere, macerie, ecco i frammenti di stoviglie, la plastica annerita di un giocattolo, una scarpa, ecco un telecomando forse ancora funzionante, la carcassa di un’automobile, l’imbottitura di un divano su un tappeto di schegge, una coperta da cui sporge una mano, un piede nudo. Frammenti di una vita fa, un secondo dopo i bombardamenti. 

La distruzione vista in tivù dal mio divano sembra uguale a sé stessa dappertutto e sembra antica, come fosse lì da sempre; invece è recente, le bombe ci mettono così poco a fare il loro lavoro, a smembrare dove prima c’era un ordine. E le facce della gente che vaga, che scappa, non sono facce qualsiasi, comuni? Normali. 

Quando sono stati firmati i trattati di non proliferazione delle armi atomiche, quando nel 1989 è caduto il Muro di Berlino, ero sicura che la Storia sarebbe andata in una certa direzione. Ci penso con la mia faccia normale, sul mio divano così simile a quello che vedo sullo schermo della televisione, sventrato. Così, quando gli ucraini iniziano a scappare dal loro paese, anche la nostra famiglia – spinta da mia figlia – mette da parte le domande, le esitazioni e come tante altre famiglie decide di ospitare qualcuno.   

Marzo, primo incontro

La nonna chiamiamola Olena; è piccola, il foulard annodato sotto il mento, gli stivali con il pelo, il cappotto imbottito che le arriva fino ai piedi. Sembra uscita da una fiaba popolare a venti gradi sottozero, da una casetta a un piano con un giardino, la legnaia sul retro, il pollaio in cortile. Ma in testa abbiamo molti stereotipi e ci metteremo un po’ a capire che dopo l’attacco russo, le persone arrivate per prime in Svizzera dall’Ucraina, sono – spesso – piuttosto benestanti. In ogni caso le bombe non fanno distinzioni, cadono sulla testa di tutti.

La invitiamo a sedersi, ha l’aria stanca, un sorriso timido, dice qualcosa che non capiamo – forse dopo un viaggio così lungo in torpedone, preferisce stare in piedi. Esita, resta a lungo nell’ingresso insieme alla sua valigia, si guarda intorno, per fortuna non ha l’aria traumatizzata. 

Non sembra avere alle spalle separazioni laceranti, nonna Olena, lacrime e abbracci interrotti su un parcheggio, con il motore del torpedone già acceso, in partenza. Ma io cosa ne so? Meglio così, d’altronde, perché l’idea di trovarmi di fronte qualcuno sotto shock, mi spaventa. L’alloggio è solo il punto di partenza, una persona ha bisogno di molto di più, questo mi è chiaro fin dall’inizio. E quando decidi di aiutare non scegli, non sai chi arriverà e con quale storia.

Mi chiedo che impressione facciamo noi a lei – noi, che teniamo la mascherina, mentre lei la mascherina se la metterà solo quando veramente costretta a farlo. Di una cosa ci accorgiamo subito: la comunicazione è difficile, Google translator diventa subito indispensabile e più di Google le persone che gentilmente si metteranno a disposizione per tradurre. 

Per intanto con la nonna possiamo solo esprimerci a gesti, facciamo sorrisi forse esagerati, con ampi gesti mostriamo l’appartamento che abbiamo arredato a tempo di record, mentre la televisione e la radio raccontavano dei pullman in arrivo in Ticino. Sui social, gli appelli: chi può accogliere una madre con due bambini piccoli? Quante persone potete ospitare? La maggior parte di loro viene accolta in case private. Ogni giorno ecco nuovi torpedoni. 

Emergenza, esodo

Pochi mesi e ci abitueremo alla guerra, la paura di un conflitto nucleare finirà nel dimenticatoio. Ma nel marzo 2022, i civili ucraini che dormono in cantina, nella metropolitana, l’avanzata dei convogli russi, la fuga dalle città minacciate, le prime bombe, le prime vittime… È tutto nuovo, vediamo la solidarietà che si mette in moto e non vogliamo stare a guardare. 

Invitiamo la nonna a sistemarsi, lei ci parla in questa lingua incomprensibile, di cui impareremo qualche parola. “Spasiba”, la prima che memorizziamo, vuol dire grazie. 

Scarpe nuove

Nonna Olena ha bisogno di scarpe, il caldo inizia a farsi sentire e i suoi stivali con il pelo non sono adatti al nostro clima primaverile. Prima di passare da un negozio, decido di accompagnarla nella sede di un’associazione che aiuta i migranti. Lì forse troveremo quello che le serve. Ci andiamo un mercoledì mattina e finiamo in coda; c’è molta richiesta e a causa del Covid le entrate vengono scaglionate. Molto presto diverse associazioni come questa si troveranno in difficoltà, le scorte agli sgoccioli, e rinnoveranno gli appelli alla solidarietà.

Quando arriva il nostro turno, all’interno troviamo molto calore umano; dal punto di vista dell’assortimento, la situazione è quella di un nostro tipico mercato dell’usato. La nonna ride di certe ciabatte di cuoio con la punta all’insù che sembrano uscite dalla favola di Aladino. Cerchiamo, niente scarpe per lei, purtroppo. Olena passa al reparto abbigliamento, prova e scarta vestiti; alla fine ripartiamo con un certo numero di capi, presi forse solo per dare un senso alla nostra trasferta. Non glieli vedrò mai indossati. Forse ha pensato: “nella vita non si sa mai” – in fondo solo qualche giorno fa era a casa sua, aveva le sue cose, i suoi spazi, la sua routine.

Alla fine, le scarpe per la nonna arrivano grazie al passa parola, i nostri armadi sono pieni di indumenti che non portiamo, anche nuovi. Può scegliere tra diverse paia, mi ringrazia, come sempre. Rendermi utile mi ha lasciato una sensazione positiva, certo, ma ho continuato a pensare a quanto sia personale un paio di scarpe, a cosa vuol dire dover chiedere aiuto, dover indossare le scarpe di qualcun altro. Non smetto di chiedermi cosa avrei fatto al posto di Olena, dove sarei andata. Cosa avrei messo in valigia, che scarpe avrei indossato. 

La spesa

Prima del suo arrivo ho fatto una spesa. “Cibo in Ucraina” e “Cosa mangiano gli ucraini”, ho cercato su internet vergognandomi un po’. Amicizie, conoscenti, persone di famiglia aiuteranno a coprire i costi della spesa nel primo periodo, prima che arrivino i soldi del Cantone. Non devo neanche chiedere: la solidarietà scatta automaticamente.

La nonna ucraina deve familiarizzarsi con i nostri prodotti. Dopo un paio di giorni, andiamo insieme al supermercato e io mi accorgo di aver dimenticato il telefono con il traduttore. Ci intendiamo a gesti. La nonna sceglie peperoni, cipolle, patate, delle barbabietole. Soppesa le mele, guarda i cavoli. Indica le mozzarelle che le ho fatto trovare nel frigo all’arrivo, devono esserle piaciute. Il cesto della spesa si riempie. Calma! Mi metto a mimare le borse della spesa pesanti e noi due che dobbiamo portarle a piedi fino a casa – gli addetti alle videocamere di sorveglianza forse assistono divertiti alla scena. La nonna fa sì con la testa, ha capito. Poi va dritto al banco della carne: non so quanto costi la carne in Ucraina, ma in Svizzera non è economica. Abbiamo un budget da rispettare. E io sono vegetariana. Faccio delle facce, simulo spavento, spalanco gli occhi e il borsellino. 

“Cocoricò?” chiede la nonna.
Vada per il pollo.

Ci stiamo avviando alla cassa ma manca ancora qualcosa. “Maslo”, dice la nonna. Maslo, insiste, deve trattarsi di un prodotto comune. Maslo, maslo, ripete a voce sempre più alta come se alzando il volume io a un certo punto la capirò per forza. Invece allargo le braccia, scuoto la testa. Gli addetti alla videosorveglianza forse stanno ridendo. 

Passa una commessa, chiedo aiuto. Provi con il burro, mi dice. Torniamo ai frigoriferi, la nonna esamina un panetto di burro, dubbiosa, alla fine lo mette nel cesto della spesa. Qualcuno mi dirà poi che con maslo si intende grasso per cucinare e che lei voleva probabilmente dell’olio di semi. 

Ripenso a quell’episodio, al fatto che poi, la nonna Olena e io, anche se continuavamo a non capirci, siamo riuscite a ridere del maslo misterioso. 

Si riesce a comunicare anche in altri modi e ridere insieme fa sentire vicini. Ma la vita non si ferma al burro, alla spesa, e come detto, per fortuna persone amiche hanno aiutato con la traduzione. Il numero di formulari da riempire, di informazioni da raccogliere e da scambiare, il numero di visite ai diversi uffici federali e cantonali per arrivare al famoso “permesso S” è stato considerevole e impegnativo. Come poteva cavarsela da sola, la nonna, senza conoscere la lingua e il territorio? E a parecchie settimane dal suo arrivo, una volta ottenuto il permesso di soggiorno e ricevuti i primi contributi, abbiamo scoperto che la richiesta di aiuti andava rinnovata ogni mese. 

Ho perso il conto delle telefonate fatte alla Helpline ucraina, la linea telefonica d’emergenza. Per alcune domande non c’erano risposte immediate, il Cantone si stava organizzando. Anche aprire un conto per riuscire a ricevere gli aiuti statali ha richiesto diversi tentativi. Decifrare le scritte in cirillico sulle scatole dei medicamenti non è stato facile né immediato; in farmacia malgrado l’impegno non hanno potuto aiutarci. La farmacista ha anche chiamato il Pronto Soccorso, ma le hanno detto che nessuno era in grado di comunicare con Olena. Così, per non disturbare le “solite” amiche, ho rispolverato un vecchio manuale di russo e scoperto che la nonna aveva il diabete, problemi di pressione e di vene. Ma con i suoi diversi problemi di salute, la nonna ucraina durante il suo “soggiorno” in Ticino, di un medico non avrà mai bisogno. Per fortuna, perché trovarne uno in grado di parlare direttamente con lei, non sarebbe stato facile, ci siamo informati.

A proposito di comunicazione, ho imparato a dire “babuska” per comunicarle che anch’io ero appena diventata nonna, che eravamo colleghe. E “rabota” – lavoro – per farle capire quando per me era ora di congedarmi. La mia idea iniziale, di imparare il russo o l’ucraino mentre lei imparava l’italiano è subito sfumata. Sono lingue difficili, e io non ero nell’urgenza di impararle – mentre lei e le migliaia di altre persone arrivate in Ticino forse per caso, sono alle prese con l’italiano, che deve sembrare loro altrettanto ostico. 

Nel frattempo, si sente parlare di ricostruzione, partono le prime navi cariche di grano ucraino per “scongiurare una crisi alimentare mondiale”. Ma il macabro pallottoliere della guerra non si è fermato. La gente resiste come può. A proposito di distruzione e quotidianità, penso agli studenti che si sono filmati davanti alle rovine della loro scuola con il diploma conseguito online, ai musicisti che hanno fatto rivivere una sala da concerto bombardata suonando davanti alla sua sagoma annerita. Immagini per ricordare a sé stessi e agli altri che in quei luoghi c’era istruzione, cultura, c’erano persone che facevano progetti. E che si va avanti.

Ripenso all’episodio del maslo, adesso che la nonna Olena è tornata in Ucraina e sono senza sue notizie. Dopo tre mesi e dopo una serie di vicende complicate, è ripartita. La sua famiglia è sparpagliata, ha chiesto e trovato asilo anche in altri paesi, tra cui l’Inghilterra – ignoro in quali circostanze. Molte persone uscite dall’Ucraina si sono spostate da un paese all’altro e tra giugno e luglio è circolata l’informazione che la Confederazione ha perso (momentaneamente?) le tracce di un numero importante di profughi ucraini entrati in Svizzera. 

Dopo la partenza della nonna Olena, all’inizio, grazie a un’amica, ho tenuto i contatti.  Ho saputo degli allarmi, delle sirene che suonano a qualsiasi ora, del sonno interrotto, delle corse nei rifugi. Poi più niente. 

Riproverò.


Sulle tracce dei grandi interpreti della musica africana – 4

La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina 

Cesaria Evora canta “Sodade”, il suo più grande successo

“Quando avevo vent’anni e giocavo a calcio, se a me e ai miei amici avessero chiesto di che origine eravamo avremmo risposto che eravamo brasiliani: sarebbe stato troppo complicato spiegare dov’era e cos’era il Capo Verde… È stato solo quando Cesaria Evora è diventata una star che ho cominciato a dire, orgogliosamente, che ero capoverdiano”.

José da Silva al Capo Verde aveva giusto fatto in tempo a nascerci: viene al mondo a Praia, la città più importante dell’arcipelago (e oggi la capitale), mentre i genitori stanno aspettando l’imbarco – la nave è in ritardo di un mese – per andare a cercare migliore fortuna a Dakar, in Senegal. Rimasta sola, quando José è ancora molto piccolo, la madre poi emigra in Francia, dove José cresce: il Capo Verde lo vede per la prima volta solo quando, ormai adulto, decide di andare a trovare la nonna, che vive in una bidonville di Mindelo, la città dei genitori, e di Cesaria Evora.

Poi, una fatidica sera, a Lisbona ascolta Cesaria e ne rimane folgorato. Cesaria Evora è ormai una donna di mezza età, con un carattere reso difficile e aspro dalle amarezze. Da giovane a Mindelo ha realizzato delle incisioni, ma presto le rosee prospettive di una carriera sono svanite. Ha continuato a cantare nei bar della sua piccola città, ma il destino non le ha sorriso e non solo nella musica ma anche nella vita personale. Negli anni settanta ha addirittura smesso di esibirsi. Però nella seconda metà degli ottanta Bana, importante cantante capoverdiano che si è stabilito con successo a Lisbona, la invita nella capitale portoghese, e per la prima volta Cesaria esce dal suo modesto cabotaggio locale.

Poi si fa avanti José da Silva, che si propone come manager e la porta ad esibirsi in Francia, inizio del decollo di un quarto di secolo di trionfi, che da Silva ha gestito con grande intelligenza e tatto sia sul piano dell’attività live che discografica, fino alla morte della cantante nel 2011.

Come testimonia autobiograficamente l’esperienza dello stesso José da Silva, il successo di Cesaria Evora ha rappresentato un eccezionale fattore di orgoglio nazionale e anche di rafforzamento del senso di sé dei (tantissimi) capoverdiano della diaspora: e ha anche di fatto funzionato come una formidabile campagna di immagine e di promozione turistica del Capo Verde, una manciata di isole a circa cinquecento chilometri dalle coste del Senegal.

L’affermazione mondiale di Cesaria Evora ha fatto scoprire al mondo un universo musicale e poetico straordinario che fino a quel momento, al di fuori dell’arcipelago e delle comunità della diaspora (dal Senegal agli Stati Uniti, dall’Olanda all’Italia al Portogallo) era praticamente sconosciuto: il successo di Cesaria ha costituito – e continua a costituire – un potente traino per tutta la musica capoverdiana, anche per quella più moderna o di filoni diversi rispetto alla morna e alla coladera, i generi (in particolare il primo) resi famosi da Cesaria.

Il successo di Cesaria Evora ha inoltre contribuito in maniera significativa ad alcune dinamiche che riguardano la musica africana e la fruizione occidentale della musica del “sud” del mondo.

Naturalmente l’arte di Cesaria è fuori discussione, e certi effetti non del tutto positivi della sua affermazione mondiale non sono certo una sua colpa.

Per quanto riguarda gli effetti positivi bisogna tornare agli anni Ottanta. Nel 1987 esce Yeké Yeké di Mory Kanté, un hit mondiale che – possiamo dire – è per gli anni Ottanta quello che Soul Makossa di Manu Dibango è stato, quindici anni prima, per i Settanta: un exploit clamoroso, e un brano che comunica dell’Africa un’immagine estremamente moderna, avanzata, spregiudicata. Yeké Yeké rafforza però diversi artisti africani nel loro spasmodico tentativo – a costo di lasciarsi pesantemente manipolare dalle major discografiche – di cercare appunto l’hit mondiale e delle alchimie musicali (con forti elementi rock ed elettronici) che ammicchino ai gusti del pubblico occidentale: su questa linea, sarà Mory Kanté per primo – alla ossessiva ricerca del bis di Yeké Yeké – a rovinarsi la carriera.

Negli anni Novanta il successo di Cesaria Evora, con la sua musica acustica e aderente a consolidati canoni locali, convince invece molti artisti africani che per raggiungere il successo non è necessario accettare gravi compromessi e svendersi, che possono rimanere se stessi e che anche la dimensione acustica può fare breccia.

Tuttavia, il successo di Cesaria Evora arriva ai primi anni Novanta, quando dalla fine degli Ottanta dal continente nero sono cominciati a filtrare i primi significativi segnali di diffusione fra i giovani dell’hip hop: negli anni Novanta si registra nell’ambito della world music una certa moda dell’hip hop senegalese, ma l’interesse per l’hip hop africano negli anni Novanta rimane tutto sommato marginale. Si tratta di un altro segno di divaricazione tra la realtà musicale in rapido cambiamento del continente, e la rappresentazione della musica africana offerta dalla world music.

Per i consumatori occidentali, Cesaria Evora rappresenta un’Africa assai più rassicurante e confortante rispetto all’hip hop, più aderente all’idea di autenticità e tradizione che il consumatore/turista occidentale medio ama associare all’Africa e anche alla sua musica: e quella di Cesaria Evora è una musica molto romantica e di agevole fruizione sulla base di criteri estetici abituali per un ascoltatore occidentale. In tutto questo intreccio di elementi, il successo di Cesaria Evora anticipa a ben vedere di qualche anno il clamoroso successo mondiale degli attempati artisti cubani di Buena Vista Social Club.


Le due guerre mondiali

La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina 

“L’umanità gioca con una pistola carica” – ha detto il Segretario generale dell’ONU, Guterres il 6 agosto, nel settantasettesimo anniversario della bomba atomica statunitense su Hiroshima. Sì, perché i cosiddetti Grandi del mondo, al di là di ogni ragione e di ogni principio di responsabilità e per pura logica di potere (come sempre), stanno giocando a provocare la guerra (ultima e molto stupida: Nancy Pelosi a Taiwan). La Terza guerra mondiale per frammenti denunciata tempo fa da Papa Francesco sembra diventare sempre più anche una Guerra Grande (secondo Lucio Caracciolo), con i cosiddetti Grandi impegnati sempre più a costruirne la legittimazione e l’accettazione. Perché vogliono riscrivere i rapporti di potenza nel mondo – nello scontro tra Imperi coloniali in declino, gli Usa, e Imperi coloniali in ascesa, Russia e Cina – e di farlo, come al solito, attraverso la guerra. Ma non dimentichiamo che tutti i cosiddetti Grandi, al di là delle differenze politiche e religiose, hanno il capitalismo come modello economico, cioè questa Guerra Grande e quella per frammenti sono tutte interne al capitalismo.

Due tipi di guerra sono in verità in corso – e sono due guerre mondiali. Quella classica, grande o per frammenti, che si gioca anche oggi con le armi per il potere geopolitico e geoeconomico / tecnologico; e quella specifica del sistema tecno-capitalista contro la Terra e l’ambiente, una guerra che dura dall’inizio della rivoluzione industriale, tre secoli fa, di cui subiamo gli effetti sempre più gravi e sempre più veloci – la crisi climatica e ambientale, la siccità – ma della quale siamo resi incapaci di vedere la causa e soprattutto di rimuoverla; e la causa è appunto il capitalismo soprattutto industriale, e questo ce lo dice la storia con i dati sulla CO₂. La prima guerra produce il ridisegno dei rapporti di forza all’interno del capitalismo, ma sta producendo oggi anche quello (voluto) di rimuovere dalla scena la seconda. Per le oligarchie, le guerre – e torniamo sul punto perché ci sembra importante – devono essere normalizzate e accettate altrimenti addio profitti e potere. E quella alla Terra deve essere anch’essa normalizzata e accettata (e si inventa la resilienza) perché sia compatibile con le prioritarie esigenze del capitalismo.

Il tutto favorito dal crescere delle politiche securitarie / autoritarie anti-democratiche. La democrazia sta infatti morendo in Europa e negli Usa e non ce ne accorgiamo, anzi la produciamo, questa morte, ogni giorno di più con la nostra indifferenza, tutto per la felicità delle oligarchie, delle tecnocrazie e delle lobby. Con l’autocrate ungherese Orbán – modello degli italiani Salvini e Meloni che si apprestano a conquistare l’Italia – sovranista, razzista, orgogliosamente illiberale e negazionista della crisi climatica; Orbán che va in America a rafforzare l’internazionale fascista (come chiamarla altrimenti?) parlando di guerra ideologica alla Conservative political action conference (Cpac) degli ultraconservatori e dei trumpiani americani. Perché, ha detto, “Siamo impegnati nella stessa guerra, dobbiamo coordinare il movimento delle truppe” contro il progressismo, contro i diritti civili e politici (“Più Chuck Norris, meno travestiti!”) e soprattutto contro quelli sociali e oggi ambientali, i più pericolosi per il capitale. E l’Inflation Reduction Act, il maxipiano di Biden di interventi anche per il clima e recentemente approvato dal Senato Usa sarà prontamente rimosso – c’è da scommetterlo – dopo le prossime elezioni di mid-term e il trionfo previsto della destra, così da poter continuare la guerra mondiale alla Terra in nome del profitto.

Se questo è dunque il contesto (pessimo) torniamo a rileggere i classici. In questo caso le Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale di Simone Weil (1909-1943), grandissima filosofa e finissima intellettuale francese. Un saggio scritto a venticinque anni, nel 1934, quando Hitler era da poco salito al potere e il fascismo lo era in Italia da più di dieci anni; un saggio lucidissimo, vecchio di quasi cento anni, ma di strettissima attualità, da rileggere per provare a non cadere di nuovo là dove le oligarchie e il capitale di oggi – e i servi volontari che li accondiscendono facendosi loro zerbino – vogliono condurci.

Scriveva dunque Simone Weil – e ci limitiamo a richiamare alcune delle sue riflessioni, rinviando il lettore al suo libro (Adelphi): “La società capitalista è ben lungi dall’avere elaborato nel suo seno le condizioni materiali di un regime di libertà e di uguaglianza; […] l’instaurazione di un simile regime di libertà presupporrebbe piuttosto una trasformazione preliminare della produzione e della cultura”, ciò che il sistema invece assolutamente non vuole. E sulla natura del potere: “Ogni potere, per il fatto stesso di esercitarsi, estende fino all’estremo limite possibile i rapporti sociali sui quali si fonda [oggi inventando appunto la resilienza]; così il potere militare moltiplica le guerre, il capitale commerciale moltiplica gli scambi”. E il sistema capitalista e tecnico sono appunto dominati, più di ogni altro potere del passato, da una coazione ad accrescersi sempre di più: il mercato, per il capitale; il sistema integrato di uomini e macchine e governato dalle macchine, per la tecnica. Credendo di emanciparsi dalla natura, soggiogandola e sfruttandola, l’uomo si è in realtà assoggettato alla società, che ha la forma del capitalismo.

Quindi oggi ancora di più rispetto ad allora, “viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell’uomo […] e tutto è squilibrio. […] E mai gli uomini sono stati più incapaci non solo di sottomettere le loro azioni ai loro pensieri, ma persino di pensare. […] e la macchina sociale è diventata una macchina per schiacciare gli spiriti, per fabbricare incoscienza, stupidità, corruzione, ignavia e soprattutto vertigine” – e noi aggiungiamo indifferenza, resilienza, divertimento, perché bellum et circenses è la vera logica del potere. E ancora, su tecnologia e lavoro: “Le macchine automatiche [e quelle di allora erano niente rispetto a quelle di oggi] si presentano come il modello del lavoratore intelligente, fedele, docile e coscienzioso” – e questo dicono anche oggi le retoriche del management – producendo così un rovesciamento tra mezzi e fini cinico ma funzionale al capitale, l’uomo non essendo più il fine della società (la qualità della sua vita, la sua libertà da accrescere, le disuguaglianze da ridurre), ma il mezzo per l’accrescimento dell’apparato tecnico e capitalista, che diventa il fine del sistema in cui viviamo, quindi illiberale e oppressivo in sé. Perché “le macchine non funzionano per permettere agli uomini di vivere, ma ci si rassegna a nutrire gli uomini affinché servano le macchine” – cosa ancora più vera oggi quando nutriamo dei nostri dati le macchine: è il capitalismo della sorveglianza, per servire meglio il capitale.

E poi, l’impresa, con le riflessioni di Simone Weil ancora più vere oggi: che “non è giudicata secondo l’utilità reale delle funzioni sociali cui essa assolve, ma secondo le dimensioni che essa ha assunto e la rapidità con cui si sviluppa” – e oggi pensiamo alla Silicon Valley. “E così per tutto. […] non si tratta più tanto di organizzare bene il lavoro quanto di rastrellare la più grande quantità possibile del denaro disseminato ovunque, smerciando prodotti; tutto si gioca nell’àmbito dell’opinione e quasi della finzione, a colpi di speculazioni e di pubblicità.[…] al presente, nella lotta per il potere economico si tratta assai meno di costruire che di conquistare; e poiché la conquista è distruttrice, il sistema capitalista, che pure è rimasto apparentemente pressoché quello di cinquant’anni fa, si orienta interamente verso la distruzione”. Della società e oggi della Terra intera.

Immagini generate dal programma di Intelligenza artificiale DALL-E / crAIyon a partire dalle parole “war humanity capitalism environment”


Resilienza

La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina 


Ma perché questo attacco e perché proprio ora?

La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina 

Di Paola Caridi, Valigia Blu

Tre giorni di bombardamenti. Tanto è durata l’operazione “Alba nascente”. Questo il nome scelto dalle forze armate israeliane per il più recente attacco dell’aviazione di Tel Aviv su Gaza, iniziato venerdì 5 agosto e concluso domenica 7 agosto con un cessate il fuoco entrato in vigore nella notte. Sono stati ancora una volta i servizi di sicurezza egiziani a mediare la fine delle ostilità tra le forze armate israeliane e la fazione armata palestinese del Jihad Islamico (PIJ), obiettivo dei bombardamenti. Il Jihad Islamico ha reagito agli attacchi aerei con il lancio di razzi verso il sud di Israele e verso la periferia meridionale di Tel Aviv.

Il bilancio di tre giorni di bombardamenti su Gaza è quello fornito dal ministero della salute palestinese. 45 palestinesi uccisi, tra i quali 16 bambini e 4 donne. Quasi la metà dei morti sono, cioè, bambini e donne. I feriti sono 360, curati negli ospedali di Gaza, che sono a rischio di chiudere per la mancanza di elettricità, visto che l’unica centrale elettrica della Striscia funziona con il carburante che entra dai valichi controllati da Israele e che la tregua, anzitutto, ha avuto come punto d’inizio proprio la trattativa sull’ingresso del carburante per alimentare la centrale. Il bilancio dei razzi del Jihad Islamico sulle città israeliane è, secondo le fonti ufficiali israeliane, di alcuni feriti da schegge o nella corsa verso i rifugi e nessuna persona uccisa.

Questa la scarna cronaca di ciò che è successo negli ultimi giorni. Nessun “combattimento”, nessuno “scontro”. Bombardamenti aerei preventivi sui centri urbani della Striscia di Gaza, e il lancio – successivo, in questo ultimo caso – di razzi sparati dal Jihad Islamico dall’interno di Gaza in direzione delle cittadine del sud di Israele. Nessun “combattimento”, nessuno “scontro”: il linguaggio delle armi e del confronto armato ha bisogno di precisione, perché si comprenda quello che è successo. Non c’è stato nessun corpo a corpo, perché un confronto diretto tra soldati e miliziani è impossibile, a meno che Israele non intraprenda una invasione con truppe di terra. Gaza è un territorio chiuso e sigillato dal punto di vista militare, a sud dall’Egitto, a nord, a est, e a ovest (via mare) da Israele.

La premessa è d’obbligo, per orientarsi nel labirinto della questione israelo-palestinese, quando – soprattutto – l’unico rumore è quello di missili e razzi. Questi tre giorni di fuoco all’inizio di agosto sono, infatti, un rovello, per gli analisti. Perché – è la domanda che tutti si fanno – il governo israeliano presieduto da Yair Lapid ha deciso di lanciare un attacco armato preventivo e specifico contro il Jihad Islamico, e cioè contro una delle fazioni armate che non rappresenta, dal punto di vista del consenso, la più forte nel panorama palestinese? Perché proprio ora?

Per aiutarci, in questo racconto complesso, cominciamo con la cronologia. Il rialzo della tensione, tra Israele e Palestina, comincia più a nord di Gaza, e cioè la parte settentrionale della Cisgiordania occupata. A Jenin, per la precisione, teatro soprattutto negli ultimi mesi delle incursioni delle truppe speciali israeliane e del confronto con le diverse fazioni armate, in particolare quella del Jihad (Saraya al Quds) e di Fatah (le Brigate dei Martiri di Al Aqsa). Proprio a Jenin è stata uccisa, lo scorso maggio, la più importante e conosciuta giornalista palestinese, Shireen Abu Akleh, la storica corrispondente di Al Jazeera.

La notte del 1° agosto, a Jenin, c’è l’ennesima incursione delle truppe speciali israeliane. Stavolta, il loro obiettivo è Bassem al-Saadi, esponente del Jihad Islamico locale. Non è la prima volta che Bassem al-Saadi viene arrestato: ha già trascorso oltre un decennio di detenzioni nelle carceri israeliane. Immediatamente dopo l’arresto, le autorità israeliane comunicano di essere in allerta in attesa della reazione del Jihad. Reazione che non avviene. Nessun attacco a Jenin. Nessun razzo sparato da Gaza a opera dell’ala armata del Jihad. Eppure, lo stato di allerta aumenta. I segni ci sono tutti nel sud di Israele, al confine con Gaza che Tel Aviv ha sigillato nel 2007. Restrizioni nella circolazione viaria in quelle che Israele definisce le “comunità del sud”, cioè i centri urbani attorno alla Striscia. E il pre-allerta dei riservisti, e cioè di migliaia di soldati nel caso di una vera e propria “campagna militare” contro Gaza.

Stavolta, a differenza di altre operazioni militari su Gaza che sono state giustificate con il lancio di razzi da parte di Hamas e Jihad Islamico, gli israeliani non attendono che ci sia una reazione. Vengono subito colpite tre aree urbane, da nord a sud, e soprattutto un palazzo nel centro di Gaza. L’obiettivo è Tayseer al-Jabari, un comandante dell’ala militare del Jihad Islamico. Non è l’unico a essere ucciso. Nell’attacco sono uccise altre dieci persone, compresa una bambina di cinque anni, Alaa Qaddoum. La sua immagine rimbalza da giorni nei social palestinesi, arabi, non occidentali, così come rimbalzano le immagini degli altri minori uccisi, nelle foto e nei video che riempiono la cronaca non mainstream. Nei tre giorni di bombardamenti un altro comandante del Jihad Islamico, Khaled Mansour, viene ucciso. Ma il bilancio totale va ben oltre gli “omicidi mirati”, cioè omicidi extragiudiziali. È sempre successo così, anche quando – all’inizio degli anni Duemila – a essere bersaglio erano gli esponenti di Hamas e delle Brigate Ezzedin al Qassam.

A proposito di Hamas, il movimento radicale islamista palestinese – che da quindici anni governa con il suo regime lo spazio chiuso di Gaza – è il vero convitato di pietra di questi giorni. Il confronto armato è stato tra Israele e il Jihad Islamico. Il Jihad si è assunto la paternità dei razzi sparati verso le cittadine israeliane. Il Jihad ha raggiunto il cessate il fuoco attraverso la mediazione egiziana.

Perché, dunque, il governo israeliano presieduto da Yair Lapid decide un attacco per molti versi inatteso? E perché lo decide un governo che, per mandato, si occupa solo degli affari correnti in attesa delle ennesime elezioni anticipate, in agenda il prossimo primo novembre?

Alcune analisi parlano di ragioni elettorali, e cioè di un tentativo – da parte di Yair Lapid e del suo ministro della difesa Benny Gantz – di conquistare i voti di un elettorato di destra che potrebbe avere dubbi ad appoggiare un leader come Lapid, un civile senza un passato militare di peso.

Bisogna però, con molta probabilità, uscire dall’angusta dimensione della questione israelo-palestinese e allargare lo sguardo più a nord, verso il Libano e soprattutto verso l’Iran. Un elemento, infatti, unisce l’establishment delle forze armate israeliane e il potere politico: considerare l’Iran il nemico numero uno di Tel Aviv.

Il potere politico lo ha detto a chiare lettere a Joe Biden, durante il viaggio che il presidente statunitense ha dedicato al Medio Oriente, anche per far digerire un possibile nuovo accordo con l’Iran, dopo il brusco rigetto da parte di Trump della faticosa intesa negoziata durante la presidenza Obama. Il potere militare israeliano, dal canto suo, esprime tutte figure che considerano l’Iran un avversario non solo da contenere, ma da colpire, anche nei suoi alleati locali, in primis Hezbollah in Libano e, appunto, il Jihad Islamico, la fazione palestinese nata sul rapporto con Teheran e ancora oggi legata indissolubilmente al regime iraniano. Lo dice a chiare lettere anche il rapporto scritto da Eyal Zamir, uno dei candidati a rivestire la carica di capo di stato maggiore, quando Aviv Kochavi finirà il suo mandato.

A Israele un nuovo accordo con l’Iran non piace per nulla. Per gli Stati Uniti e per l’Unione Europea, in cerca di nuovi approvvigionamenti di combustibili, un ammorbidimento delle relazioni con Teheran è invece un passo necessario.

A rendere ancora più complesso il quadro, è la situazione nel mare prospiciente Israele e Libano, Stati nemici senza un qualsivoglia trattato che appiani decenni di guerre e confronti. Israele è entrato recentemente nel gioco energetico, con la sua partecipazione alle prospezioni nel Mediterraneo orientale. Tutt’altro che pacifico, il gioco energetico in una zona in cui i conflitti non si esauriscono sulla terra, ma comprendono il controllo marittimo. Un esempio per tutti: la questione di Cipro e il confronto, non solo diplomatico, tra Grecia e Turchia. Ebbene, delle questioni diplomatiche e di conflitto fa parte anche il giacimento di gas naturale Karish [nell’immagine], di fronte alle coste settentrionali di Israele. E dunque di fronte alle coste meridionali del Libano. Nessun accordo è stato mai raggiunto tra Israele e Libano, che devono definire anche i loro confini marittimi. Eppure, Israele ha intenzione di cominciare entro poche settimane a lavorare su Karish e a diventare, dunque, un soggetto che esporta gas naturale, non più solo un importatore. Il Libano, dal canto suo, sostiene che Karish non è solo nelle acque israeliane, ma anche in quelle libanesi. E la questione è tanto scottante che tra la fine di giugno e l’inizio di luglio si è rischiato l’ennesimo rialzo della tensione. Tre droni sono stati abbattuti dagli israeliani. Droni inviati da Hezbollah. Negli stessi giorni, il leader incontrastato di Hezbollah, Hassan Nasrallah, è entrato nella questione di Karish a chiare lettere, in una intervista rilasciata alla tv al Mayadeen, minacciando proprio i giacimenti. “Tutti i giacimenti israeliani sono a portata dei nostri missili – non solo Karish. Le navi che estraggono il gas sono israeliane, anche se battono bandiera greca”.

Colpire il Jihad Islamico può, dunque, essere l’ennesimo messaggio indiretto al vero nemico numero uno di Israele, cioè l’Iran? È una ipotesi verosimile, visto il quadro internazionale, sempre più opaco e frammentato. Tanto più verosimile visto che “Alba Nascente” è stata lanciata durante la visita del leader del Jihad Islamico, Ziyad al-Nakhalah, a Teheran e il suo incontro con il comandante delle Guardie Rivoluzionarie, il generale Hossein Salami.

La dimensione tutta “locale” della questione israelo-palestinese è, comunque, predominante, e non mostra – all’orizzonte – cambiamenti importanti nelle dinamiche che ormai sono consolidate. “Alba nascente” è solo l’ultima operazione militare che ha come obiettivo Gaza. Negli ultimi quindici anni è difficile contare il numero di operazioni, oltre le vere e proprie guerre (quattro) che hanno avuto Gaza come teatro militare. Quanto tempo si potrà andare ancora avanti così? A Gaza vivono oltre due milioni di persone in un rettangolo di terra ampio meno di quattrocento chilometri quadrati. Un milione e trecentomila vivono di aiuti alimentari. Esiste solo la sopravvivenza, in un alveare in cui non c’è niente. Neanche i rifugi antiaerei.


Parole di circostanza, fra retorica e falsi miti fondatori

La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina 

Nel 1891  la Confederazione elvetica aveva 43 anni, e si era già data due costituzioni. La Svizzera di allora era fragile e complessa, con le sue quattro lingue e culture, e con la sua storia non semplice. Il Consiglio federale di allora, nel 1891 appunto,  aveva bisogno di aggregare il proprio popolo con simboli forti e comprensibili.

Il rispolverato Patto federale del 1291  (ossia una pergamena retrodatata, probabilmente la copia di un documento originale consumato dall’usura, che giaceva nell’archivio di Svitto, e che fu riscoperta nel 1758) e il mito di Guglielmo Tell (legato soprattutto all’immagine che ne diede Schiller) cadevano a fagiolo. Da allora, ogni 1. di agosto:  festa nazionale, discorsi, falò e, più recentemente, fuochi d’artificio. E tanta, tanta retorica, soprattutto a destra.

Cominciamo dalla storia. Nel 1291 non esistevano i Cantoni, e non c’era una “Svizzera primitiva”. La Svizzera centrale non fu né il nucleo né la radice dell’antica Confederazione, alla quale occorse invece un lungo processo di formazione determinato soprattutto dalle città di Berna e di Zurigo. Il Patto federale non fu dunque un atto di fondazione di uno Stato (nel Medioevo non si potevano fondare degli Stati, come sottolineava lo storico Roger Sablonier, professore emerito di storia medievale all’Università di Zurigo) e ancora meno fu un atto di ribellione nei confronti di un presunto oppressore. 

Quel patto, come altri contemporanei che si possono osservare a Svitto, aveva esclusivamente la funzione di assicurare il sistema di potere esistente nell’interesse delle élite locali; non parla di libertà, né di resistenza contro la dominazione degli Asburgo o contro balivi stranieri. Anche perché nella Svizzera centrale gli Asburgo non si imposero mai, certamente i loro interessi erano altrove. “I veri concorrenti della nobiltà locale”, la quale sì assoggettava il popolo, “erano i conventi, che con le loro proprietà terriere e i loro allevamenti bovini crebbero a scapito dei piccoli contadini”, come ricorda Sablonier.  Nel 1220 venne aperto il passo del San Gottardo, e a quell’epoca la nobiltà locale lottava contro il proprio declino: gli interessi in gioco erano altissimi, ma erano anche molto lontani dalle fatiche quotidiane per la sopravvivenza dei sudditi delle famiglie che comandavano. Il Patto federale, se mai ha avuto uno scopo, non ha esercitato alcun influsso sulla politica della vecchia Confederazione. 

Accanto alla storia, il mito. Il quale, per sua stessa natura, non necessita di alcuna autenticità per imporsi nella tradizione popolare.  Infatti, la realtà delle cose lo sconfessa, ma esso resiste come se nulla fosse. Nel 1291, le zone di Uri, Svitto e Untervaldo non conoscevano né balivi né feudatari stranieri intermedi. Essi erano direttamente soggetti all’Imperatore, godevano di un particolare statuto che li rendeva, di fatto, indipendenti. Non v’era, quindi, una reale necessità di allearsi contro qualcuno, ma piuttosto la volontà di consolidare un potere interno, ossia per governare su cittadini già “liberi”. La leggenda di Guglielmo Tell si inserisce in modo fallace in quel contesto: il saluto al cappello (tanto famoso) era solo un segno di rispetto (nei confronti di chi aveva offerto “indipendenza”) e non di sudditanza verso un oppressore. Il gesto di disobbedienza di Tell, che portò alla vicenda della freccia e della mela, fu soprattutto un gesto di ignoranza e non di insurrezione. 

Al proposito val la pena leggere -e rileggere- il gustosissimo libro di Max Frisch, “Guglielmo Tell per la scuola”, che in modo dotto e insieme ironico -ma non tanto- riscrive un immaginario alternativo ben più avvincente di quello “ufficiale”.  Soprattutto, il mito mette in evidenza, evidentemente suo malgrado, come quell’episodio fu in effetti il preambolo non di una rivolta, ma di un assassinio brutale. Max Frisch ci mette in guardia: la fondazione della Svizzera, così come la celebriamo, ha  nelle sue origini un atto di violenza inutile e insensato, il che conferma quanto i miti siano per loro natura conservatori e servano a proporre una verità utile a chi la vuole imporre e mantenere. Sempre Sablonier afferma anche che “miti e leggende non sono cattivi in sé. Se però servono a veicolare emozioni nazionaliste contrarie alla dignità umana, venate di xenofobia e razzismo, allora il discorso è diverso”. Non è necessario spiegare ai lettori quali siano i “patrioti veri”  che cavalcano oggi quelle “verità” e quei miti.

In questo contesto, fra storia e mitologia, ogni anno i nostri politici tornano regolarmente a riesumare immagini retoriche sulla neutralità -quella dei signori Marchesi, Gobbi, Chiesa, che da loro invocata oggi fa oggettivamente solo il gioco della Russia di Putin- o sulla coesione, sulla tolleranza, sul rispetto, sulla “necessità per le istituzioni di assumere un ruolo decisivo a favore dei giovani” (municipale democentrista di Lugano dixit). Salvo poi togliere allo Stato le risorse per “assumere un ruolo decisivo”,  attraverso decreti scellerati firmati UDC, Lega e liberali; salvo poi cacciare , di forza, giovani cresciuti, scolarizzati, con un mestiere, perfettamente integrati nella nostra Svizzera, in un paese a loro estraneo, solo perché arrivati da noi anni or sono come profughi. E già si discute su cosa si farà degli ucraini che desiderassero, domani, restare fra noi! 

Dove sono quei valori di coraggio, di dignità, di  coesione, di tolleranza sui quali si fonda, seppure artatamente, il mito della Svizzera ?  Non di certo nella politica della destra svizzera, una politica che divide, che umilia, che frena l’emancipazione. Dove è la Svizzera che ha così coraggiosamente, e forse con troppa generosità nei nostri confronti, illustrato il calciatore Mijat Maric, in occasione del suo discorso a Locarno per il primo di agosto? Maric è giunto in Svizzera 30 anni or sono, ha avuto la possibilità di farsi svizzero, ha avuto una brillante carriera professionistica in Svizzera, Italia e Belgio, ha vestito la maglia nella nostra (e sua) nazionale.  Quanta Svizzera è come quella che dipinge Maric? 

Concludiamo però in bellezza, poiché non tutti sono del nostro parere (ci mancherebbe!).

Un’auto-candidata al Consiglio di Stato per il PS mira e ammira il nostro paese come fosse una sorta di Eden: ha infatti “postato” questo messaggio in occasione del primo di agosto: “Care amiche e cari amici, in un mondo sempre meno comprensibile, sempre meno stabile, la nostra Svizzera appare sempre più come un porto sicuro. Siamo un paese che funziona, dove la diversità è un valore, nel quale la ricerca comune di una soluzione ai problemi viene ancora prima del tentativo di sfruttarli per un guadagno politico. Ma nel mondo siamo passati attraverso pandemie e guerra e il nostro pensiero va a coloro che non possono contare su un paese stabile, valori sicuri, certezze. Noi per fortuna, e molto per merito di una lunga storia di buone decisioni collettive, abbiamo un paese così. Certo, non siamo perfetti. Ma oggi  celebriamo questa storia e noi stessi ed è giusto farlo ancora di più nell’epoca pazza in cui viviamo. Buon Compleanno Svizzera e buon 1 agosto a tutte e tutti! “

Tale e quale, e detto, sia ben chiaro, da qualcuno che vorrebbe rappresentare i valori (e le lotte) della sinistra ai più alti livelli politici cantonali. Delle due l’una: o il testo, d’ammaliante prosa, è meravigliosamente ironico, oppure la signora si è presa un bel colpo di sole.

Nell’immagine: Elvezia in viaggio, scultura di Bettina Eichin a Basilea


Sono un socialista ucraino. Ecco perché resisto all’invasione russa

La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina 

Di Taras Bilous, Jacobinitalia (da Valigia blu). Traduzione di Matteo Pascoletti

Taras Bilous [nell’immagine] è uno storico ucraino, redattore di Commons: Journal of Social Criticism e attivista dell’organizzazione Sotsialnyi Rukh

Come socialista e internazionalista ripudio la guerra. Ma il fondamentale principio di autodeterminazione giustifica la resistenza del popolo ucraino alla brutale invasione del nostro paese voluta da Vladimir Putin.

Scrivo dall’Ucraina, dove sto prestando servizio nelle Forze di Difesa Territoriale. Un anno fa non mi sarei aspettato di vivere una situazione del genere, ma come milioni di ucraini la mia vita è stata stravolta dalla guerra. Negli ultimi quattro mesi ho avuto l’opportunità di incontrare persone che, in altre circostanze, difficilmente avrei conosciuto. Alcune di queste non avevano mai pensato di impugnare un’arma prima del 24 febbraio, ma l’invasione russa le ha costrette a mollare tutto per andare a proteggere le proprie famiglie.

Spesso critichiamo le azioni del governo ucraino e il modo in cui è organizzata la difesa. Ma ciò non mette in dubbio la necessità di resistere e il perché e per cosa stiamo combattendo. Allo stesso tempo, in questi mesi ho cercato di partecipare alle discussioni della sinistra internazionale sulla guerra russo-ucraina. Verso queste discussioni provo prima di tutto un senso di fatica e disappunto. Troppo tempo costretto a confutare le palesi falsità della propaganda russa, troppo tempo a spiegare perché Mosca non aveva «legittime preoccupazioni circa la propria sicurezza» per giustificare la guerra, troppo tempo a ribadire i principi base dell’autodeterminazione con cui qualsiasi persona di sinistra dovrebbe già essere d’accordo.

Forse a colpirmi di più in questi dibattiti sulla guerra in corso è come siano ignorate le opinioni degli ucraini. In alcuni dibattiti a sinistra, gli ucraini sono ancora spesso presentati come vittime passive con cui si dovrebbe simpatizzare o come nazisti da condannare. Eppure l’estrema destra rappresenta una netta minoranza della resistenza ucraina, mentre l’assoluta maggioranza della popolazione supporta la resistenza e non vuole essere solo una vittima passiva.

Negoziazioni

Negli ultimi mesi, anche da persone animate dalle migliori intenzioni sono arrivati via via appelli sempre più pressanti, ma in definitiva vaghi, a favore dei negoziati e di una risoluzione diplomatica del conflitto. Ma cosa significa esattamente? Per mesi, dopo l’invasione, ci sono stati negoziati tra Ucraina e Russia, eppure non hanno fermato la guerra. Prima ancora, i negoziati sul Donbas sono durati più di sette anni, con la partecipazione di Francia e Germania; nonostante gli accordi siglati e il cessate il fuoco, il conflitto non è mai stato risolto. Del resto, in una guerra tra due Stati anche i termini della resa di solito sono decisi al tavolo dei negoziati.

Gli appelli alla diplomazia non significano nulla se non affrontiamo le posizioni di chi negozia, le concessioni concrete e la volontà delle parti di rispettare gli accordi siglati. Tutti questi aspetti dipendono dal corso delle ostilità, che a sua volta dipende dalla portata degli aiuti militari internazionali. E questa può accelerare la stipulazione di una pace giusta.

La situazione nei territori occupati dell’Ucraina meridionale indica che le truppe russe stanno cercando di stabilire una posizione permanente nella regione, perché fornisce alla Russia un corridoio terrestre verso la Crimea. Il Cremlino sfrutta il grano saccheggiato in questi territori per sostenere i suoi regimi clienti e allo stesso tempo minacciare il mondo intero di carestia bloccando i porti ucraini. L’accordo sullo sblocco delle esportazioni ucraine di grano, siglato il 22 luglio a Istanbul, è stato violato il giorno dopo la firma dalla Russia con un attacco missilistico al porto commerciale di Odessa.

Nel frattempo, politici russi di primo piano come Dmitrij Medvedev, ex presidente e attuale vice del Consiglio di Sicurezza, o Dmitrij Rogozin, direttore di Roscosmos, continuano a scrivere che l’Ucraina deve essere distrutta. Non c’è motivo di credere che la Russia interromperà l’espansione territoriale, anche se in futuro diventerà vantaggioso per il Cremlino firmare una tregua temporanea.

D’altra parte, l’80 per cento degli ucraini considera inaccettabile la concessione di territori. Per gli ucraini rinunciare ai territori occupati significa tradire i propri concittadini e parenti, e sopportare i quotidiani rapimenti e le torture perpetrate dalle truppe di occupazione. In condizioni del genere, il Parlamento non ratificherà mai una cessione, nemmeno se l’Occidente forzasse il governo ucraino ad accettare perdite territoriali. Ciò non farebbe che screditare il Presidente Volodymyr Zelensky e porterebbe alla rielezione di autorità più nazionaliste, mentre l’estrema destra sarebbe premiata con condizioni più favorevoli per reclutare nuovi membri.

Il governo di Zelensky è ovviamente neoliberista. I militanti della sinistra e dei sindacati ucraini si sono ampiamente mobilitati contro le sue politiche sociali ed economiche. Tuttavia, in termini di guerra e nazionalismo, Zelensky è il politico più moderato che avrebbe potuto salire al potere in Ucraina dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e l’inizio della guerra nel Donbas.

Ci sono stati anche alcuni fraintendimenti sul suo operato. Per esempio, molti danno colpa a Zelensky per le politiche linguistiche di stampo nazionalista, che si concentrano sul limitare l’uso della lingua russa nella sfera pubblica e l’apprendimento di lingue minoritarie nella scuola secondaria. In realtà queste leggi sono state adottate durante la precedente legislatura, tuttavia singole misure sono entrate in vigore dopo l’insediamento di Zelensky. Il suo governo ha più volte cercato di alleggerirle, ma ogni volta ha fatto marcia indietro per le proteste dei nazionalisti.

Questo è diventato evidente dopo l’inizio dell’invasione, nei suoi frequenti appelli ai russi, negli inviti a negoziare rivolti al Cremlino e nelle sue dichiarazioni sul fatto che l’esercito ucraino non avrebbe cercato di riprendere i territori che prima del 24 febbraio erano sotto il controllo russo, ma avrebbe invece cercato per via diplomatica la loro restituzione. Se Zelensky fosse sostituito da qualcuno più nazionalista, la situazione peggiorerebbe di molto.

Non devo certo spiegare le conseguenze di un simile scenario. Ci sarebbe ancora più autoritarismo nella politica interna, i sentimenti revanscisti avrebbero la meglio e la guerra non cesserebbe. Il nuovo governo avrebbe meno scrupoli nel bombardare i territori russi. Con un’estrema destra rinvigorita, il paese sarebbe trascinato ancora più a fondo da una tempesta perfetta di nazionalisti e reazionari.

Da persona che ha visto gli orrori di questa guerra, comprendo il desiderio che finisca il prima possibile. Infatti, nessuno è più impaziente di vederla finire di chi vive in Ucraina, ma per gli ucraini è altrettanto importante il modo in cui la guerra finirà. All’inizio ho sperato che il movimento russo contro la guerra costringesse il Cremlino a porre fine all’invasione. Sfortunatamente non è accaduto. Oggi il movimento contro la guerra russo può solo farsi sentire attraverso sabotaggi su piccola scala di ferrovie, fabbriche militari e così via. Qualcosa di più incisivo sarà possibile solo dopo la sconfitta militare della Russia.

Certo, in determinate circostanze potrebbe diventare opportuno accettare un cessate il fuoco. Ma sarebbe solo un cessate il fuoco temporaneo. Qualunque successo russo rafforzerebbe il regime di Putin e le sue tendenze reazionarie. Non porterebbe la pace, ma decenni di instabilità, guerriglia di resistenza nei territori occupati e periodici scontri sulla linea di confine. Sarebbe un disastro non solo per l’Ucraina ma anche per la Russia, che vedrebbe intensificarsi la deriva reazionaria mentre l’economia subisce le sanzioni, con gravi conseguenze per la popolazione civile.

Una sconfitta militare della Russia è perciò nell’interesse degli stessi russi. Solo un movimento politico interno di massa può aprire le porte in futuro al ritorno di relazioni stabili tra Ucraina e Russia. Con una vittoria del regime di Putin una simile rivoluzione sarebbe invece preclusa per molto tempo. La sua sconfitta è necessaria per rendere possibili cambiamenti progressivi in Ucraina, in Russia e in tutto il mondo post-sovietico.

Cosa dovrebbero fare i socialisti

Vale la pena riconoscere che mi sono concentrato soprattutto sugli aspetti di politica interna di questo conflitto, sia per gli ucraini che per i russi. Per molti esponenti della sinistra all’estero, le discussioni tendono invece a concentrarsi sulle più ampie implicazioni geopolitiche. A mio parere, nel valutare il conflitto i socialisti dovrebbero prima di tutto prestare attenzione alle persone direttamente coinvolte. Secondariamente, molti a sinistra sottovalutano le minacce poste da una possibile vittoria della Russia.

La decisione di opporsi all’occupazione russa non è stata presa da Joe Biden, o da Zelensky, ma dal popolo ucraino, che si è sollevato in massa nei primi giorni dell’invasione e ha fatto la fila per procurarsi le armi. Se Zelensky si fosse arreso, sarebbe stato screditato agli occhi della maggior parte della popolazione, ma la resistenza sarebbe continuata sotto la guida di forze nazionaliste di estrema destra.

Inoltre, come ha notato Volodymyr Artiukh su Jacobin, l’Occidente non voleva questa guerra. Gli Stati Uniti non volevano problemi in Europa perché volevano concentrarsi sul versante cinese. Ancora meno la volevano Germania e Francia. Sebbene abbia fatto molto in passato per minare il diritto internazionale (come i socialisti di tutto il mondo non dimenticheremo mai la criminale invasione dell’Iraq, per esempio), Washington sta facendo la cosa corretta sostenendo la resistenza ucraina all’invasione russa.

Parlando in termini storici, la guerra in Ucraina è una guerra per procura tanto quanto lo fu la guerra in Vietnam, con gli Stati Uniti da una parte e dall’altra l’Unione Sovietica  con la Cina. Eppure, al tempo stesso, fu anche una guerra nazionale di liberazione condotta dal popolo vietnamita contro gli Stati Uniti, così come una guerra civile tra il Vietnam del Nord e quello del Sud. Quasi tutte le guerre presentano più livelli; la loro natura può cambiare strada facendo. Ma questo cosa comporta all’atto pratico?

Durante la Guerra fredda, gli internazionalisti non avevano bisogno di lodare l’Unione sovietica per sostenere la lotta vietnamita contro gli Stati Uniti. Ed è improbabile che qualche socialista abbia suggerito ai dissidenti di sinistra in Unione sovietica di opporsi al sostegno dei Viet Cong. Il sostegno militare al Vietnam dell’Unione sovietica andava forse contrastato dopo la repressione criminale della Primavera di Praga nel 1968? Perché invece quando si parla del sostegno occidentale all’Ucraina, le occupazioni sanguinarie di Afghanistan e Iraq sono considerate argomentazioni valide contro gli aiuti?

Invece di vedere il mondo come se fosse composto solo da aree geopolitiche, i socialisti internazionalisti dovrebbero valutare ogni conflitto basandosi sugli interessi della classe operaia e della sua lotta per la libertà e l’uguaglianza. Il rivoluzionario Lev Trotsky una volta ha scritto che, ipoteticamente, se per seguire i propri interessi l’Italia fascista avesse appoggiato la rivolta anticoloniale in Algeria contro la Francia democratica, gli internazionalisti avrebbero dovuto sostenere i ribelli armati dall’Italia. Suona alquanto giusto e non ha impedito a Trotsky di essere un antifascista.

La lotta del Vietnam non ha portato benefici solo a quel paese; la sconfitta degli Stati Uniti ha avuto un effetto deterrente (per quanto temporaneo) sull’imperialismo americano. Lo stesso vale per l’Ucraina. Cosa farà la Russia se l’Ucraina sarà sconfitta? Cosa impedirà a Putin di conquistare la Moldavia o altri stati post-sovietici? L’egemonia statunitense ha avuto conseguenze terribili per l’umanità ed è fortunatamente in declino. Tuttavia la fine di questa supremazia può significare sia una transizione verso un ordine internazionale più democratico e giusto sia una guerra di tutti contro tutti. Può anche significare un ritorno alla politica delle sfere d’influenza imperialiste e il ridisegno militare dei confini, come per i secoli precedenti.

Il mondo diventerà ancora più ingiusto e pericoloso se i predatori imperialisti non-occidentali approfitteranno del declino statunitense per normalizzare le loro politiche aggressive. L’Ucraina e la Siria sono l’esempio di come potrebbe diventare un mondo «multipolare» dove non viene frenato l’appetito degli imperialismi non-occidentali.

Più questo orribile conflitto in Ucraina va avanti, più rischia di crescere il malcontento popolare nei paesi occidentali, per via delle difficoltà economiche causate dalla guerra e dalle sanzioni. Il capitale, che non ama perdere profitti e vuole tornare al «business as usual», potrebbe cercare di sfruttare la situazione. Così come potrebbero sfruttarla i populisti di destra che non si fanno problemi nel condividere le sfere di influenza con Putin.

Ma per i socialisti usare lo scontento popolare per chiedere meno aiuti all’Ucraina e minori pressioni alla Russia significherebbe rinnegare la solidarietà verso gli oppressi.