La testimonianza di Helga Pirogova, la politica russa costretta a fuggire dal paese per aver sostenuto l’Ucraina
A metà giugno, Helga Pirogova, consigliera comunale di opposizione nella città siberiana di Novosibirsk, ha scritto un tweet critico rispondendo a un articolo sui soldati russi volontari uccisi in Ucraina. Pirogova ha sostenuto apertamente l’Ucraina per mesi, ma a quanto pare il tweet è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il Comitato investigativo russo, su istruzioni dirette del capo dell’agenzia, Alexander Bastrykin, ha avviato un procedimento penale contro Pirogova, con l’accusa di aver diffuso “disinformazione” sull’esercito russo. Con la prospettiva di una condanna fino a tre anni di carcere, Pirogova ha preso la difficile decisione di fuggire dalla Russia e rifuagiarsi in Georgia. Helga Pirogova ha condiviso la sua storia con il sito indipendente russo Meduza.
La mia carriera politica è decollata molto rapidamente. Per certi versi ero una piccola e modesta attivista locale, facevo cose basilari come partecipare a manifestazioni e organizzare eventi. Ero esasperata da ciò che stava accadendo nei servizi pubblici offerti dalla città.
Non molto tempo prima della campagna elettorale per il sindaco [del 2019], ho incontrato l’attivista locale Sergey Boyko. Dopo quelle elezioni è diventato chiaro che una singola persona difficilmente avrebbe vinto in città, così mi sono unita a quelli che stavano decidendo cosa fare per le elezioni comunali del 2020. Abbiamo capito che andava formata una specie di coalizione.
All’epoca erano solo parole. Ma nel 2020 è apparsa una coalizione di politici indipendenti guidati da Sergey Boyko. Sono andato alla sede del loro comitato elettorale e ho chiesto cosa potevo fare, come potevo aiutare. Hanno risposto che candidarmi sarebbe stato di grande aiuto. Ho letteralmente messo insieme tutti i documenti in due giorni, ho fatto la campagna elettorale e ho vinto. La strada per il successo è stata breve. Da quando sono andata alla sede centrale e ho chiesto come potessi aiutare e quando ho ricevuto il mio tesserino da consigliere sono passati due mesi e mezzo.
Prima di allora ho lavorato nel marketing e nelle pubbliche relazioni. Ancora prima, subito dopo l’università, ho lavorato in un’amministrazione distrettuale, una filiale dell’ufficio del sindaco. Ho lavorato lì per tre anni e conosco il sistema dall’interno. So come funzionano le autorità comunali. Per me era impossibile rimanere nell’amministrazione per diversi motivi. Si arriva dall’università giovani e pieni di vita, si hanno un sacco di idee e si sa come fare le cose al meglio. Hai progetti grandiosi, ma il sistema è costruito in modo tale che nessuno ne ha bisogno. Si suppone che tu faccia le cose nello stesso modo in cui si facevano nel 1989, con la differenza che devi usare il computer.
È stato davvero stressante, più volte ho pensato di andarmene. Poi, nel 2014, la Russia ha annesso la Crimea. Allora ho capito che in nessun caso potevo restare. Ho lavorato ancora qualche tempo, mentre cercavo un altro lavoro. Poi me ne sono andata. Ma quando sei una consigliera, sei indipendente. Non sei una dipendente pubblica. In teoria posso fare quello che voglio. Certo, possono mettermi i bastoni tra le ruote, ma ho più opportunità, poteri e libertà. Tutto un altro livello. Non avrei mai immaginato che la mia scelta di diventare deputata indipendente sarebbe finita con un’accusa penale. Nessuno immagina che possa finire così. Ho sperato fino all’ultimo che non sarebbe successo.
Non avevo intenzione di lasciare la Russia. Un’accusa di reato penale era l’unica cosa che potesse spingermi via. Davvero, non volevo lasciare la Russia. Non voglio ancora farlo e, a dirla tutta, non riesco a darmi pace. Non ce l’ho proprio in animo. Molte persone dicono: “Vivere in Europa è fantastico”. Ma molti dimenticano che “vivere in Europa” si porta dietro molte cose, a livello quotidiano ed emotivo.
Amo davvero la Russia e voglio che le persone nel mio paese possano vivere bene, in modo confortevole, felice, soddisfacente e ricco. Un mio avversario mi ha detto di recente: “Non riesci a capire, i russi sono persone che devono vivere in povertà, nell’indigenza, perché questa è la nostra strada”. Sono categoricamente in disaccordo con l’assunto che questa sia la nostra Rus’ nostrana; che abbiamo bisogno di vivere male perché non possiamo fare altrimenti. Meritiamo di vivere bene, ma purtroppo queste mie aspirazioni non sono condivise da tutti – a giudicare dall’accusa penale.
Ho scoperto il caso la mattina del 22 luglio, quando mi è stato inviato un mucchio di messaggi. In realtà ho cancellato il tweet molto prima dell’apertura del caso. L’ho cancellato perché ho pensato che fosse troppo emotivo e che potesse essere frainteso. In generale lo è stato. Sono stata presa alla sprovvista quando ho scoperto l’accusa (preferisco non parlarne più di tanto). Ho deciso di partire quello stesso giorno, nel pomeriggio. Era chiaro che non mi avrebbero lasciato andare. In ogni caso, avrebbero avuto bisogno di un capro espiatorio da esporre alla gogna pubblica. Era chiaro come fosse una questione di tempo, e che non ne rimanesse molto. Ho attraversato il confine e mi sono ritrovata in Georgia.
Ora cercherò di riposare un po’, troverò il tempo di rilasciare interviste a tutti quelli che le vorranno e deciderò cosa fare. Su quest’ultimo punto non ho una risposta concreta, nemmeno per me stessa – non ancora, almeno. Ma sono ancora deputata a Novosibirsk e mi occuperò delle questioni comunali. Ho ancora degli assistenti e in questo senso il mio lavoro sta cambiando, anche se di poco.
Mi riesce difficile parlare di coraggio. Si fa solo ciò che si ritiene necessario perché non si può fare altrimenti. Non posso tacere quando vedo un’ingiustizia. È stato spaventoso, ma tra la paura e la possibilità di dire qualcosa ho scelto la seconda. A essere onesti, non mi sembrava che potessero avviare un procedimento penale. È ridicolo pensare che un tweet che non usa nemmeno la parola “guerra” possa farti incriminare.
Nessuno nella cerchia dei miei affetti sostiene la guerra. Sono incredibilmente fortunata a essere circondata da persone meravigliose. Ma naturalmente ho incontrato chi la sostiene. In particolare ci sono alcuni miei colleghi del consiglio comunale. Quando mi sono presentata a una seduta indossando una corona di girasoli, l’intera fazione di Russia Unita indossava maschere di partito con la “Z”. Hanno reso la loro posizione il più chiara possibile.
Cerchi di ridurre il più possibile i contatti con le persone che sostengono la guerra. E se questo non è possibile, allora condividi emotivamente la tua posizione sulla guerra e sulle questioni locali, perché non hai scelta: devi risolvere i problemi per i tuoi elettori, per i residenti della città.
E gli elettori mi hanno scritto delle lettere chiedendo che esprimessi la mia posizione. Sono molto contenta che la maggioranza dei residenti del mio distretto mi sostenga. Per lo meno ci sono state molte più parole di sostegno che parole di elettori delusi. Ci sono state anche quelle, non lo nego, ma sono state più numerose le prime.
Adesso, perché io smetta di essere consigliera, ci sono alcune opzioni per privarmi del mandato. La prima è una sentenza del tribunale, la seconda è una irregolarità nella mia dichiarazione dei redditi e la terza è la morte. Non so se una di queste si verificherà, ma l’importante è che non sia l’ultima.
Articolo originale pubblicato sul sito indipendente russo Meduza – per sostenere il sito si può donare tramite questa pagina.
Nell’immagine: Helga Pirogova con la corona di girasoli (fotografia di Lichnyj Arhiv da Holod Media)

Due tipi di guerra sono in verità in corso – e sono due guerre mondiali. Quella classica, grande o per frammenti, che si gioca anche oggi con le armi per il potere geopolitico e geoeconomico / tecnologico; e quella specifica del sistema tecno-capitalista contro la Terra e l’ambiente, una guerra che dura dall’inizio della rivoluzione industriale, tre secoli fa, di cui subiamo gli effetti sempre più gravi e sempre più veloci – la crisi climatica e ambientale, la siccità – ma della quale siamo resi incapaci di vedere la causa e soprattutto di rimuoverla; e la causa è appunto il capitalismo soprattutto industriale, e questo ce lo dice la storia con i dati sulla CO₂. La prima guerra produce il ridisegno dei rapporti di forza all’interno del capitalismo, ma sta producendo oggi anche quello (voluto) di rimuovere dalla scena la seconda. Per le oligarchie, le guerre – e torniamo sul punto perché ci sembra importante – devono essere normalizzate e accettate altrimenti addio profitti e potere. E quella alla Terra deve essere anch’essa normalizzata e accettata (e si inventa la resilienza) perché sia compatibile con le prioritarie esigenze del capitalismo.
Se questo è dunque il contesto (pessimo) torniamo a rileggere i classici. In questo caso le
Quindi oggi ancora di più rispetto ad allora, “viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell’uomo […] e tutto è squilibrio. […] E mai gli uomini sono stati più incapaci non solo di sottomettere le loro azioni ai loro pensieri, ma persino di pensare. […] e la macchina sociale è diventata una macchina per schiacciare gli spiriti, per fabbricare incoscienza, stupidità, corruzione, ignavia e soprattutto vertigine” – e noi aggiungiamo indifferenza, resilienza, divertimento, perché bellum et circenses è la vera logica del potere. E ancora, su tecnologia e lavoro: “Le macchine automatiche [e quelle di allora erano niente rispetto a quelle di oggi] si presentano come il modello del lavoratore intelligente, fedele, docile e coscienzioso” – e questo dicono anche oggi le retoriche del management – producendo così un rovesciamento tra mezzi e fini cinico ma funzionale al capitale, l’uomo non essendo più il fine della società (la qualità della sua vita, la sua libertà da accrescere, le disuguaglianze da ridurre), ma il mezzo per l’accrescimento dell’apparato tecnico e capitalista, che diventa il fine del sistema in cui viviamo, quindi illiberale e oppressivo in sé. Perché “le macchine non funzionano per permettere agli uomini di vivere, ma ci si rassegna a nutrire gli uomini affinché servano le macchine” – cosa ancora più vera oggi quando nutriamo dei nostri dati le macchine: è il capitalismo della sorveglianza, per servire meglio il capitale.
E poi, l’impresa, con le riflessioni di Simone Weil ancora più vere oggi: che “non è giudicata secondo l’utilità reale delle funzioni sociali cui essa assolve, ma secondo le dimensioni che essa ha assunto e la rapidità con cui si sviluppa” – e oggi pensiamo alla Silicon Valley. “E così per tutto. […] non si tratta più tanto di organizzare bene il lavoro quanto di rastrellare la più grande quantità possibile del denaro disseminato ovunque, smerciando prodotti; tutto si gioca nell’àmbito dell’opinione e quasi della finzione, a colpi di speculazioni e di pubblicità.[…] al presente, nella lotta per il potere economico si tratta assai meno di costruire che di conquistare; e poiché la conquista è distruttrice, il sistema capitalista, che pure è rimasto apparentemente pressoché quello di cinquant’anni fa, si orienta interamente verso la distruzione”. Della società e oggi della Terra intera.