Amazon compra One Medical: Bezos ancora all’attacco

Cosa c’è dietro l’acquisto da parte del colosso di proprietà dell’uomo “più liquido” del mondo di una catena di cliniche sanitarie primarie (e non solo) 

Di Pierfranco Pellizzetti, Micromega

Tempo fa un noto consulente d’impresa mi pose la fatidica domanda: “Qual è il tratto distintivo del vero imprenditore?”. Prima che riuscissi a proferire verbo mi/si diede lui la risposta: “Il coraggio, l’attitudine ad assumersi il rischio d’impresa”. Se ne avessi avuto il tempo e la possibilità, la mia risposta sarebbe stata assai diversa: “L’avidità”.

La perfetta sintonia bulimica con tempi in cui la ricchezza non si riproduce più attraverso l’investimento, bensì viene accumulata attraverso accaparramenti e spoliazioni, taglieggiamenti attraverso rendite di posizione. Il tutto accompagnato da un vasto apprezzamento sociale indotto da insistenti campagne mediatiche, in cui i massimi eroi al centro della narrazione sono i cosiddetti “signori del silicio”: con Bill Gates la quaterna dell’acronimo GAFA (Google, Apple, Facebook e – appunto – Amazon); posizionati al centro della società digitale e alla sua straordinaria capacità di mercificare qualunque ambito della vita e della persona. Per farci sopra quattrini.

Gente che è riuscita a trarre faraonici vantaggi persino dalla pandemia. E il più sagace della combriccola è risultato proprio il boss di Amazon, Jeff Bezos. Nata nel 1994 come libreria digitale, la sua società è venuta trasformandosi nella più grande internet company che vende di tutto e utilizza la sua posizione dominante per speculare su tutto.

L’ultimo trimestre 2020, nel bel mezzo della stagione Covid-19, l’impresa ha registrato ricavi per 125,6 miliardi di dollari, record storico pari a un aumento di oltre il 40% rispetto allo stesso periodo nell’anno precedente (pre-Covid). Difatti, prima della pandemia, siffatto rivenditore online valeva 916,2 miliardi di dollari; oggi cuba 1,6 trilioni. Il suo fondatore Bezos viene considerato attualmente l’uomo più liquido al mondo, con una fortuna personale passata dai 115,3 miliardi di dollari del 2019 ai 182 del 2020; l’anno seguente è ancora cresciuta di 5,9 miliardi, raggiungendo la quota di 196,2 miliardi, che colloca questo Paperone ai vertici della Top Ten nel Bloomberg Billionaires Index; la graduatoria delle persone che possiedono un patrimonio personale superiore ai cento miliardi di dollari.

In larga misura “i sudati risparmi” di chi gestisce un caravanserraglio di 250mila addetti (in larga misura fattorini sottopagati e precarizzati) che movimentano quotidianamente uno stoccaggio virtuale di 445mila prodotti.

Ma l’edizione americana del trimestrale Jacobin ci informa che attualmente – ahimè – i ricavi di Amazon dalla sua attività principale di vendita al dettaglio stanno diminuendo; in parte a causa dell’accresciuta concorrenza dei rivenditori fisici che erano stati chiusi all’inizio della pandemia di Covid-19. Dunque, si imponeva un riposizionamento di mercato, che si è tradotto nell’annuncio dell’acquisizione di One Medical, un fornitore di cure primarie sostenuto da private equity che genera più della metà delle sue entrate da Medicare.

Per chi non lo sapesse, Medicare è un programma di assicurazione medica amministrato dal governo degli Stati Uniti, destinato alle persone dai 65 anni in su o con particolari problemi di salute (insufficienza renale o disabilità). Promosso il 30 luglio 1965 dal presidente Lyndon B. Johnson all’interno della sua strategia di Great Society, rappresenta l’ultima conquista, in materia di politica sociale promossa dal pubblico, dell’onda lunga rappresentata dal New Deal rooseveltiano. Oggi aggredita dal mantra delle privatizzazioni NeoLib, che impera – grosso modo – da mezzo secolo e accompagna la sistematica liquidazione delle conquiste di civiltà della fase storica precedente: l’egemonia plutocratica cui non si è sottratto neppure il presidente Biden; né più né meno dei vari “agenti della rendita” nostrani, preposti all’immane trasferimento della proprietà del capitale detenuto dalla mano pubblica a quella privata. Quanto lo storico dell’economia Thomas Piketty ha definito “la rivoluzione conservatrice anglosassone” che ci ha fatto raggiungere livelli di disuguaglianza mai conosciuti nel secolo passato.

C’è un vago sentore di casa in questa svendita al plutocrate Bezos della sanità, visto che ormai anche da noi l’affarismo del ceto politico locale, in combutta con avidi trafficanti e spicciafaccende, ha individuato l’ultima frontiera del saccheggio dopo la cementificazione selvaggia a partire dagli anni Cinquanta (da cui il termine “rapallinizzazione”, neoligismo inventato dallo scrittore Luciano Bianciardi), proprio nella speculazione sulla salute. Magari lo chiamano “sanità modello lombardo”, per cui qualcuno è finito perfino nelle patrie galere.

Ma ovviamente, nella nuova vicenda Amazon, un signore del silicio deve praticare l’inevitabile ibridazione dell’atavica e primordiale auri sacra fames con le coordinate del nuovo paradigma tecno-economico informazionale. Sicché – come ci riferisce il giornalista di Jacobin Matthew Cunningham-Cook – oltre alla possibilità di mungere le entrate di Medicare a spese dei contribuenti, si consentirà all’acquirente “di controllare i dati sanitari di oltre 700.000 persone”.

Insomma, l’ennesima declinazione di quanto la sociologa di Harvard Shoshana Zuboff ha denominato “capitalismo della sorveglianza” (l’estrazione delle opzioni di consumo e politiche delle persone trasformate in informazioni da rivendere come merce) in cui “i signori del silicio” ascendono a “signori del pensiero”.

Come ha scritto Christopher Wyle, – l’apprendista stregone di Cambridge Analytica (la società inglese al centro dello scandalo per le attività di manipolazione e disinformazione al servizio della Brexit e dell’elezione di Donald Trump) – “il paternalismo tecnologico e l’isolata utopia di una fratellanza nella Silicon Valley, stanno creando una razza di pericolosi padroni che non considerano i danni potenziali derivanti dal loro lavoro”.

Nell’immagine: Jeff Bezos sulla copertina della rivista “The Atlantic”


Dell’ambiguità, come accusa per sviare o come pantomima per provocare

Cosa c’è dietro l’acquisto da parte del colosso di proprietà dell’uomo “più liquido” del mondo di una catena di cliniche sanitarie primarie (e non solo) 

Ambiguità: condizione implicante la possibilità di una duplice interpretazione, dice il dizionario. Si avvicina però o si confonde spesso con altre parole: doppiezza, falsità o persino, arcaicamente, in irresolutezza, perplessità. A dirla tutta c’è anche chi sostiene che l’ambiguità terrorizza i fanatici.

Bergoglio papa sarebbe ambiguo, ha scritto recentemente su “La Regione” e anche in questa sede Roberto Antonini. Perché? Perché non pronuncia mai il nome Putin? Perché non si schiera decisamente da una parte o dall’altra e fa il doppio gioco? Perché è ovvio, scontato, “lapalissiano” (sempre secondo Antonini) che un papa debba essere contro la guerra, contro le armi, contro gli interessi economici o geopolitici di questi o quest’altri che muovono sempre le ostilità (e allora- sottinteso, e qui sta l’ambiguità papale- poiché non può fare altrimenti, che valore ha la sua parola?), perché ha il virus antiyankee dei latinoamericani, iniettato comunque dagli Usa?

Se dici “il cattivo e il buono non stanno da una sola parte” (papa Bergoglio) ed è solo ragionando su questa premessa che si evitano le guerre, almeno per quel tanto di ragione cartesiana che rimane, sei ambiguo. Perché, prevalendo altre premesse (esiste un solo invasore, non ci sono state provocazioni, fastidiosi cani abbaianti sul confine), devi essere sicuramente di parte, putiniano. Perché il cattivo può essere da una sola parte. E poi non dimentichiamo da dove vieni: da latinoamericano, chi sa perché (forse dall’invasione di Panama, chiamata Just Cause, da parte delle truppe statunitensi del 1989 o addirittura ancora prima, dal fallito tentativo di invasione della baia dei Porci, nel’61?) non ti piace quella famosa “dottrina Monroe”, quell’essere sempre sotto giudizio e tutela di Washington, e hai  quindi nel sangue  quell’ “humus antiyankee che prevale nel mondo latino-americano”, che ti rende poco credibile, forse falso, comunque irresoluto nella condanna.

Se come Nancy Pelosi (di rosa vestita e presidente del Congresso, seconda carica dello Stato) vai a Taiwan, hai voluto tu andarci, nonostante i malumori del preoccupato Pentagono, sostenendo che hai pieno diritto di visitare un Paese o una “democrazia” senza fini ambigui (provocare ad esempio  la troppo sensibile Cina); e se poi scateni un putiferio quasi bellico di armi e di parole dall’una e dall’altra parte e indispettite considerazioni o critiche  addirittura in patria (persino da Trump, uno che se ne intende), più che dagli “americanisti” nostrani,  hai la dimostrazione, d’altronde paradossalmente prevista dall’Amministrazione Biden, che sul fondo c’era tutta una ambiguità calcolata ed esplosiva. C’è chi in patria, come all’economista, premio Nobel, Robert Schiller, è mancato poco per definirla “stupidità”; vi ha comunque visto molto narcisismo e “un errore che potrebbe portare a una recessione mondiale”.

In questo caso è interessante rilevare come la Svizzera, spesso maestra di ambiguità (in nome della neutralità venduta come buoni uffici, trasposizione che invece non si riconosce, ad esempio, al papa Bergoglio), abbia saputo uscirne una volta tanto, riconoscendo “la politica di una sola Cina” e, per bocca dello stesso ministro degli Esteri che ha aggirato coraggioso in un’intervista l’ambiguità, ha lasciato capire ch’era meglio se Nancy Pelosi fosse rimasta a casa. Ora dovrebbe avere altrettanto coraggio di suggerirlo a quei parlamentari svizzeri, con il capo dell’Udc in testa, che, su imitazione della Pelosi, vogliono recarsi a Taiwan per “consolidare i rapporti tra il nostro Paese e il mondo intero” (Chiesa), anche se, cauti (o ambigui?), attendono il 2023. 

Se Amnesty International in un suo rapporto, dopo un’inchiesta durata  quattro mesi sui campi di guerra, accusa l’esercito ucraino di aver posto a sua volta delle basi militari nelle scuole e negli ospedali e di aver lanciato degli attacchi da zone popolate, fatti e tattiche che violano il diritto umanitario internazionale, sottolineando appunto che “le leggi della guerra esistono in parte per proteggere i civili ed  è per questo che Amnesty International esorta tutti i governi a rispettarli”, ecco che quella  organizzazione – come avviene per il papa – è accusata di grande ambiguità, di essere terrorista e filoputiniana. Lo stesso presidente Zelensky, furioso, la accusa di “cercare di amnistiare lo Stato terrorista”, che è ovviamente quello russo, “mettendo in tal modo la vittima e l’aggressore sullo stesso piano”. 

L’ambiguità, ancora una volta, starebbe nel dire (nel dimostrare) che il colpevole non è solo da una parte. O nel non sostenere che dall’altra, anche se è quella oppressa, non si sbaglia mai, oppure che se c’è un diritto fondamentale da rispettare va rispettato da tutti. Forse Amnesty, senza dirlo, poteva anche sottintendere: a maggior ragione possiamo pretendere il rispetto di quelle leggi da chi riteniamo ora i paladini nella difesa dei diritti umani. 

Conclusione: non è vero che papa Bergoglio è ambiguo; non è vero che Amnesty International è ambigua. Li si accusa di ambiguità per ignorare e contrastare quel che dicono e sostengono.


Blitz dell’FBI a Mar-a-lago nel resort di Donald Trump: si accende la polemica

Cosa c’è dietro l’acquisto da parte del colosso di proprietà dell’uomo “più liquido” del mondo di una catena di cliniche sanitarie primarie (e non solo) 

Di Roberto Vivaldelli, InsideOver 

Dopo le gravi accuse di inadempienza ai doveri del presidente, omissione di atti d’ufficio – e di sostanziale complicità con gli assalitori più violenti del Congresso – lanciate nel corso dell’ultima udienza pubblica della Commissione d’inchiesta della Camera sull’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio, ora l’ex presidente Donald Trump è di nuovo nei guai. Una vera e propria escalation giudiziaria nei confronti del 45esimo Presidente degli Stati Uniti. L’FBI, infatti, ha eseguito un mandato di perquisizione presso il resort Mar-a-Lago del tycoon a Palm Beach, in Florida, nell’ambito di un’indagine sul trattamento dei documenti presidenziali, compresi i documenti riservati, che potrebbero essere stati portati lì alla fine della sua presidenza.

Federali nella lussuosa residenza di Trump

L’ex presidente ha confermato che gli agenti dell’FBI erano a Mar-a-Lago, spiegando che “hanno persino fatto irruzione nella mia cassaforte”. L’ex presidente si trovava presso la Trump Tower di New York quando il mandato di perquisizione è stato eseguito. “La mia bella casa, Mar-A-Lago a Palm Beach, in Florida, è attualmente sotto assedio, perquisita e occupata da un folto gruppo di agenti dell’FBI”, ha confermato Trump in una dichiarazione diffusa lunedì sera. Il dipartimento di Giustizia ha due indagini attive legate all’ex presidente. Una sul tentativo di “rovesciare” le elezioni presidenziali del 2020, e l’altra sul trattamento di documenti riservati.

Secondo Fox News, il raid dell’FBI a Mar-a-Lago è correlato al materiale che Trump avrebbe portato nella sua residenza privata dopo la conclusione della sua presidenza. La questione è stata deferita al dipartimento di Giustizia dalla National Archives and Records Administration, che ha affermato di aver trovato materiale classificato in 15 scatoloni presso l’abitazione di Mar-a-Lago. La legge federale vieta la portare documenti riservati in luoghi non autorizzati, sebbene sia possibile che Trump possa provare a sostenere che, in qualità di presidente, abbia deciso in ultima istanza di declassificarli.

La dura reazione dell’ex presidente

“Niente di simile è mai successo prima a un presidente degli Stati Uniti. Dopo aver lavorato e collaborato con le agenzie governative competenti, questo raid senza preavviso nella mia casa non era necessario o appropriato”, ha detto Trump in una dichiarazione. “È una cattiva condotta dell’accusa e un attacco dei Democratici della sinistra radicale che disperatamente non vogliono che mi candidi alla presidenza nel 2024, soprattutto sulla base dei recenti sondaggi, e che allo stesso modo faranno di tutto per fermare i repubblicani e i conservatori alle prossime elezioni di medio termine”.

“Un simile assalto potrebbe aver luogo solo in paesi del Terzo Mondo distrutti. Purtroppo, l’America è ora diventata uno di quei paesi, corrotto a un livello mai visto prima”, ha detto Trump, sostenendo che gli agenti dell’FBI hanno fatto irruzione nella sua cassaforte. “Qual è la differenza tra questo e il Watergate, dove gli agenti hanno fatto irruzione nel Comitato Nazionale Democratico?” ha affermato. “Qui, al contrario, i Democratici hanno fatto irruzione nella casa del 45° Presidente degli Stati Uniti”. 

Secondo il governatore della Florida, Ron DeSantis, il raid dei federali rappresenta un’altra escalation delle agenzie “contro gli oppositori del regime, mentre persone come Hunter Biden vengono trattate con i guanti”. Il leader del GOP della Camera, Kevin McCarthy, ha avvertito il procuratore generale Merrick Garland che i repubblicani del Congresso supervisioneranno attentamente il suo lavoro. Il governatore del South Dakota Kristi Noem ha infine definito le azioni dell’agenzia (FBI) “antiamericane” in una dichiarazione pubblicata su Twitter lunedì sera. E anche la presidente del Comitato nazionale repubblicano, Ronna Romney McDaniel, ha definito il raid “oltraggioso”.

“Il potere assoluto corrompe in modo assoluto. Innumerevoli volte abbiamo esempi di democratici che violano la legge e abusano del potere senza possibilità di ricorso, incluso Hunter Biden. I democratici armano continuamente la burocrazia contro i repubblicani. Questo raid è oltraggioso”, ha scritto su Twitter.

Dozzine di sostenitori di Trump a Mar-a-Lago

Dopo il raid dell’FBI, dozzine di sostenitori dell’ex presidente Donald Trump si sono radunati fuori dalla sua abitazione di Mar-a-Lago lunedì [nell’immagine]. “Sappiamo tutti cosa stai cercando di fare, Dipartimento di Giustizia. Stai cercando di creare una sorta di accusa in modo che [Trump] non possa candidarsi per la rielezione” ha dichiarato un manifestante ai microfoni di Fox News. Un altro sostenitore di Trump, Mike Baffumo, ha espresso dubbi simili sul Dipartimento di Giustizia. “Faranno tutto il possibile per prenderlo. Sono terrorizzati da lui”, ha detto Baffumo. “E non è per nessun altro motivo se non per le politiche che sostiene: le politiche America First”. “Quello che stanno facendo al presidente è sbagliato. Non indagano su nient’altro, ma indagheranno su di lui quando non è nemmeno a casa sua”, ha affermato un sostenitore di nome Ashley.

Nel frattempo, l’escalation giudiziaria contro Donald Trump e il suo staff coinvolge anche il suo avvocato, l’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, atteso dinanzi al gran jury, in Georgia, nell’ambito dell’indagine sul tentativo di rovesciare l’esito delle elezioni presidenziali del 2020. Giuliani definisce il blitz dei federali contro l’ex presidente degno “di uno stato fascista”. “Anche con prove documentate di crimini che mettono in pericolo la nostra sicurezza nazionale, continuano a coprire la Biden Crime Family” accusa su twitter l’ex sindaco della Grande Mela.

Il ritorno in scena

Un Donald Trump in grande spolvero aveva pronunciato il discorso centrale alla convention annuale più importante delle associazioni legate al mondo repubblicano Usa, il Conservative Political Action Conference (Cpac), lanciando quella che è parsa trasversalmente un’ufficializzazione della volontà di correre nuovamente per la nomination presidenziale del 2024. Il luogo della convention è stato il Texas roccaforte conservatrice, per la precisione l’Hilton Anatole Hotel di Dallas, da cui Trump ha lanciato la sfida ai Democratici.

C’è tutto il Trump politico della prima ora, l’agitatore, il provocatore e il tribuno che nel 2016 ha scalato da outsider il Partito Repubblicano prima e la Casa Bianca poi nel discorso del Cpac; c’è l’accusa al Partito Democratico Usa, a Joe Biden e alla Sinistra radicale di voler trasformare gli Stati Uniti in un “grande Venezuela”; c’è il mantra della rigged election, la narrazione con cui The Donald ha alimentato l’idea, non suffragata da prove concrete, di brogli elettorali al voto presidenziale del 2020 che lo ha estromesso dalla Casa Bianca; c’è la contrapposizione tra élite e popolo. 

Il miliardario palazzinaro prova a tornare alle origini e si mette in mostra come nemico numero uno dell’establishment progressista, denunciando il complotto ai suoi danni di Democratici, amministrazione e mondi ad essa alleati “Se fossi rimasto a casa, la persecuzione di Donald Trump si fermerebbe immediatamente, ma non posso farlo perché amo il mio Paese e amo le persone”, ha detto. “Abbiamo vinto due volte”, ha rivendicato dichiarando dunque di non riconoscere come legittima la vittoria di Biden del 2020 e accennando a una possibile corsa del 2024 ha affermato: “Potremmo doverlo rifare”.

Per Trump, Biden sta portando gli Usa “sull’orlo dell’abisso” contestando le sue scelte economiche, l’aumento dei prezzi per l’energia, le dinamiche di politica estera, spesso ampliando oltre la realtà le critiche alla Casa Bianca. “Siamo diventati una nazione che ha permesso alla Russia di devastare un paese, l’Ucraina, uccidendo centinaia di migliaia di persone, e non potrà che peggiorare”, ha detto in riferimento ai tentennamenti di Biden sulla risposta alla Russia, esagerando il bilancio delle vittime da quando Mosca ha invaso l’Ucraina, già di per sé tragico. 

Ha attaccato Nancy Pelosi, definita una “portatrice di caos” per la recente visita a Taiwan e criticata come politica di scarso successo: “Mi ha messo sotto impeachment due volte. Ha fallito in entrambi i casi”. Ha criticato come “ipocriti” i senatori più conservatori del Partito Democratico, Joe Manchin della West Virginia e Kyrsten Sinema dell’Arizona, che hanno dato in ultima istanza il loro assenso al piano climatico di Biden, ma anche l’ex capo della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, per aver mediato su alcune proposte con lo storico compagno a Capitol Hill Joe Biden, con cui ha provato a mantenere un rapporto costruttivo.

Insomma, quello che scende in campo è un Trump a tutti gli effetti proteso nella posizione di “capo dell’opposizione”, un ruolo atipico per gli Stati Uniti. Un Trump che sta provando a plasmare sempre più a sua immagine e somiglianza il Partito Repubblicano. Il “vecchio corvaccio” McConnell è il bersaglio numero uno, assieme alla deputata Liz Cheney e a tutti coloro che stanno partecipando all’indagine sui fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021. L’obiettivo è il 2024 e, in vista di esso, le midterm di novembre. Trump vuole iniziare l’opera di infiltrazione promuovendo un successo repubblicano capace di mettere sotto controllo del Grand Old Party le camere, inserire molti suoi fedelissimi nelle nuove leve della pattuglia parlamentare, trasformare l’amministrazione in un’anatra zoppa, imporre a Biden due anni di Vietnam tra Camera e Senato paralizzandone l’azione.


Tensioni nel Kosovo : dietro la Serbia c’è Putin

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Da Linkiesta

«Il rischio che scoppi un nuovo conflitto tra Kosovo e Serbia è alto. Sarei un irresponsabile se dicessi il contrario, soprattutto dopo che il mondo ha visto cosa ha fatto la Russia con l’Ucraina». Il premier kosovaro Albin Kurti, leader dei socialdemocratici, lo spiega a Repubblica dopo le agitazioni dei giorni scorsi.

Il rischio del conflitto non è «altissimo», precisa, «anche perché qui abbiamo il contingente Nato, ma sicuramente alto. Siamo una democrazia che confina con un’autocrazia, del resto. Prima dell’invasione dell’Ucraina le possibilità erano poche, ora la situazione è cambiata. Il primo episodio, conseguenza dell’idea fascista di panslavismo che il Cremlino ha, è stato l’Ucraina. Se avremo un secondo episodio, ad esempio in Transnistria, allora le probabilità che una terza guerra si sviluppi nei Balcani occidentali, e in Kosovo in particolare, saranno altissime».

Kurti spiega che è Mosca a comandare Belgrado nel rapporto col Kosovo. «Il 25 novembre scorso il premier serbo Vucic era a Sochi: era il diciannovesimo incontro con Putin in dieci anni, in media si vedono due volte all’anno», racconta. «Non è normale per dei leader di governo. In quell’occasione Vucic ha poi detto: “Abbiamo parlato di doppi standard e delle ipocrisie nelle relazioni internazionali. Putin ne è consapevole. Io gli ho mostrato il Nord del Kosovo sulla mappa”».

Il motivo delle agitazioni dei giorni scorsi, racconta Kurti, è arrivato nel settembre del 2021, quando «nell’ottica della reciprocità ho deciso di introdurre targhe temporanee per i serbi che entrano in Kosovo». E «loro hanno risposto facendo volare i Mig29 lungo il confine, dove si è precipitato l’ambasciatore russo e il ministro della difesa serbo. Aggiungo: il Centro umanitario Russia-Serbia costruito nel 2012 si trova ad appena 160 chilometri di distanza dallo studio in cui io e lei stiamo parlando», dice durante l’intervista. «E 151 membri del Parlamento serbo su 250 fanno parte del gruppo di amicizia con la Russia».

E ci sono stati movimenti anche dal punto di vista militare. «Lo scorso anno hanno pianificato 91 esercitazioni militari congiunte e ne hanno fatte 104. Le due più importanti si chiamano ScudoSlavo e Fratellanza Slava. Dall’agosto del 2001 la Serbia ha installato attorno al Kosovo 48 basi operative avanzate, 28 dell’esercito e 20 della gendarmeria. I veterani serbi sono diventati tutti pro-Russia. Come dire: il pericolo c’è e lo avvertiamo».

Ora Kurti ha posticipato al primo settembre l’entrata in vigore dei provvedimenti su documenti e targhe kosovare che hanno provocato le proteste nel nord del Kosovo a maggioranza serba. «Nella terza settimana di agosto ci sarà un incontro a Bruxelles tra noi e i serbi su aspetti generali delle relazioni Kosovo-Serbia, spero che contribuisca a ridurre la tensione», spiega.

Gli esponenti di Lista Serba hanno dichiarato che rimarranno contrari. Ma Kurti non cambia posizione: «Convertire le targhe introdotte da Milosevic è una decisione del mio governo. Hanno due mesi di tempo. Lo stesso vale per i documenti: domenica, per le poche ore in cui è stata in vigore, nei valichi di confine rimasti aperti ne sono stati dati 2.679 senza incidenti. Ecco perché hanno dovuto chiamare qualcuno per le barricate: la protesta non si è generata spontaneamente dal basso, è stata organizzata da Belgrado e supportata dalla Russia».

E c’è anche un’altra questione, ovvero la volontà del Kosovo di entrare nella Nato, che potrebbe generare altre tensioni con la Serbia. «È vero il contrario», dice Kurti. «La nostra partnership con il Programma di Pace e l’ingresso nella Nato contribuiranno a mantenere una pace duratura. Il nostro orientamento è trasparente. Ed è basato su valori euroatlantici».

Nell’immagine: le controverse modifiche alle targhe


Anniversari

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La via imbarazzante al socialismo

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“Quando ne abbiamo parlato a PS e Verdi, abbiamo visto molto imbarazzo, che ci ha convinti che era la proposta che dovevamo portare avanti”. Questa sorprendente frase, quasi una confessione, si può leggere nel testo dell’intervista rilasciata alla Regione (il 27 luglio scorso) dal coordinatore del MPS Giuseppe Sergi per illustrare l’offerta avanzata dal suo partito di un’alleanza di ferro a sinistra. Le proposte fatte per imbarazzare possono avere molti scopi, dall’offensivo al terapeutico, ma di solito non quello di coinvolgere seriamente l’interlocutore in un’azione comune in vista di un obiettivo condiviso.

Osservata da sinistra, la preparazione della prossima campagna elettorale sembrava, con una rilevante eccezione di cui diremo, avviata su binari di ragionevolezza. L’alleanza rosso-verde per il Consiglio di Stato, con una presenza paritaria in una lista unica di rappresentanti delle due forze e di un quinto candidato (eh sì, non ne bastano quattro, perché lasciare un posto vuoto darebbe una brutta impressione) proveniente dalla fantomatica società civile, crea le migliori condizioni per garantire un seggio in governo ai progressisti, e magari anche per sperare qualcosa in più. Per il resto, questione delle candidature PS a parte (ecco l’eccezione, di cui diremo), sarebbe stato il caso di parlare di contenuti. Poi sono giunte le prime increspature.

Si è incominciato fra i socialisti, dove qualcuno – forse anche per sostenere un’anomala e precocissima autocandidatura (quella di Amalia Mirante) a un posto in lista – contesta, sulla base della storia e della forza elettorale pregressa, una presenza paritaria di socialisti e verdi. Un’obiezione, questa, che, se dovesse prevalere, comporterebbe la rottura dell’accordo elettorale fra le due principali forze della sinistra. È difficile capire il senso di questa posizione, anche perché l’esito della competizione interna alla lista, questione che legittimamente sta a cuore ad ambedue i contraenti, non dipende dal numero, ma dal peso dei candidati.

Poi è arrivata la proposta di unità blindata (o tutto o niente) da parte del MPS. Proposta “imbarazzante”, come detto, in realtà forse soprattutto per chi l’ha avanzata. Eccone i termini: lista unica per esecutivo e legislativo, revisione radicale della linea politica in particolare del PS, per convergere sulle posizioni del MPS (l’opposizione e il rifiuto di ogni compromesso, anche in governo, con chi non è radicalmente ostile alla logica del capitale, come via privilegiata verso una non meglio precisata svolta rivoluzionaria, contrapposta a qualsiasi illusoria strategia a tappe). Quanti punti esclamativi, per chi dice di voler dialogare! Insomma, un paradossale miscuglio di fusionale volontà unitaria e assoluta mancanza di flessibilità. Come non provare imbarazzo.

Infine, su Naufraghi si è cominciato a discutere in questi giorni del fatto che, se Marina Carobbio dovesse scendere in campo nella contesa per il governo, si confermerebbe l’esistenza di un cerchio magico “carobbiano” che ha messo le mani sul Partito socialista, una situazione fatta risalire addirittura ai tempi del PSA, a partire dalla tormentata scelta del 1975 di inviare a Berna Carobbio e non il più votato Martinelli. Che dire? In politica i personalismi contano e i cognomi hanno un peso notevole, persino quando si devono eleggere i presidenti degli Stati Uniti (i Kennedy, i Bush, i Clinton) o i primi ministri dell’India (i Nehru-Gandhi), ovvero della seconda e della prima democrazia del mondo per numero di abitanti, figuriamoci nel nostro piccolo Ticino. 

In proposito, evito la lista delle famiglie perché troppo lunga, e non vorrei, dimenticandone qualcuna, farle un torto. Le ambizioni personali esistono, possono a volte anche essere ingombranti, ma la qualità di una classe politica dirigente si misura anche dalla capacità di gestirle in vista di un interesse superiore. Sentiamo allora come commenta quel lontano episodio degli anni Settanta la “vittima” della situazione, cioè Pietro Martinelli, nel suo libro-intervista autobiografico recentemente pubblicato (strano che nessuno, neppure l’anonimo – a proposito, perché anonimo?- estensore dell’articolo di Naufraghi, abbia sentito il bisogno di consultarlo, per completare il quadro): “Oggi penso che quella sia stata la chiave della nostra vittoria. Senza quella decisione, Werner a Berna e io in Ticino, non saremmo andati avanti a lungo con quello spirito di amicizia e concordia che ci ha permesso di superare tutte le rivalità e contrapposizioni che avevano avvelenato la vita nel PST” (P. Martinelli, Le battaglie di una vita, a cura di R. Antonini, Casagrande, Bellinzona 2021, p. 123). Ogni ulteriore commento mi pare superfluo. Un giudizio che si può leggere anche come un monito.

Perché non sono tutte rose. Il fatto che il PS, alla ricerca di una candidatura forte e competente per la successione di Manuele Bertoli, pensi di dover prendere in considerazione due possibili arrocchi istituzionalmente assai poco eleganti (dal Consiglio degli Stati o dalla sindacatura di Bellinzona al governo cantonale, a mandato non concluso) è il sintomo di una difficoltà di rinnovamento del personale politico assai preoccupante.

Qui arriviamo a una questione generale ben più importante. Le vicende più sopra commentate riguardano la politique politicienne locale, quella politica dei politici di professione che è parte essenziale della democrazia (di politici professionisti in senso lato, ovvero di tutti coloro che dedicano una fetta considerevole del loro tempo alla politica, e ne traggono tutto o una parte significativa del loro sostentamento: quelli che, come diceva il grande sociologo Max Weber nella sua famosa conferenza del 1918 sulla politica come professione, vivono per la politica ma anche di politica). La qualità di questa sfera della classe dirigente, come più in generale quella della democrazia, è oggi in ribasso. Ha ragione il MPS: non siamo in tempi da business as usual, ma questo vale anche per loro. La politica dei professionisti e semiprofessionisti, con i loro tatticismi, personalismi, calcoli, sgambetti rischia di diventare sempre più autoreferenziale e a volte, soprattutto quando c’è di mezzo un incontrollato ego, grottesca (il caso italiano è purtroppo davanti ai nostri occhi). Astensionismo elettorale e populismo sono gli effetti anche di questo fenomeno. 

Oggi la democrazia è davvero in crisi, a causa dei conflitti profondi interni alle società democratiche devastate da decenni di neoliberismo e delle sfide provenienti da quelle non democratiche (metterle tutte sullo stesso piano, sotto la categoria di imperialismo -euroamericano, russo, cinese, ecc. – è la classica, hegeliana, notte in cui tutte le mucche sono nere). La sfida per chi sceglie la vita politica, soprattutto se si colloca in quella parte oggi minoritaria che è la sinistra, è dunque ancora più grande, e più arduo il compito di muoversi, come diceva Weber, fra un’appassionata etica della convinzione, che non deve divenire fanatismo, e una sobria etica della responsabilità, che non si tramuti in pigra o vigliacca acquiescenza.


I tormenti di Calenda e il disorientamento della sinistra italiana

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Di Alessandro Campi, Formiche.net

Torno nel Pd o mi faccio un partito? Mi candido o non mi candido a sindaco di Roma? Mi accordo o no con Letta? Rompo o non rompo con Letta? Stringo un patto con Renzi o corro da solo?

I tormenti dell’uomo politico vanno sempre rispettati, specie quando la posta in gioco è alta, come può essere scegliere una collocazione ideologica o un’alleanza elettorale. L’importante è non esagerare, facendo diventare l’indecisionismo – o, peggio, il decidere una cosa per poi cambiare idea subito dopo – un metodo, uno stile, un marchio di fabbrica.

In questo momento, dopo la clamorosa rottura di domenica col Partito democratico, verrebbero facili le ironie sul comportamento ondivago di Carlo Calenda. La sua breve storia politica, tutta nel segno di un presenzialismo mediatico e di un’autoreferenzialità che sono un po’ la cifra del tempo che viviamo, è piena di smentite a se stesso, di stop and go, di improvvisi cambio di passo. Sino al vero e proprio colpo di scena annunciato ieri, ovviamente in televisione, e che ha segnato la fine dell’alleanza politica più breve della storia repubblicana.

Evitiamo dunque qualunque cattiveria ad personam e proviamo a capire i riflessi politici di quel che è successo, non senza prima aver dato al leader di Azione un paio di (certamente inutili) consigli. Se vuole continuare a fare politica, come gli auguriamo avendo comunque capacità e visione, la smetta di pensare che l’unico bravo è lui e che gli altri sono tutti incapaci. Esistendo un labile confine tra inaffidabilità politica e instabilità emotiva, stia attento a non superarlo, se non vuole dare facili argomenti ai suoi sempre più numerosi, da ieri, avversari.

Ma veniamo a quel che ora potrebbe accadere. Torna ora l’ipotesi – in sé flebile stante l’attuale legge elettorale, ma politicamente non effimera – di un Terzo Polo in senso lato centrista. Al quale è sbagliato guardare, come spesso si è fatto, dal punto di vista delle micro-sigle partitiche che affollano (spesso inquinandola) la scena politica nazionale. Un soggetto politico nuovo e credibile, contro e oltre la destra e la sinistra che passa il convento italiano, non può nascere dalla sommatoria a tavolino di tante piccole formazioni spesso puramente personalistiche e prive di un’autentica base elettorale.

Conta piuttosto il comportamento dei singoli elettori. Di quei moltissimi che, sondaggi alla mano, vorrebbero un’offerta politica diversa dal momento che non si riconoscono nelle attuali coalizioni di centrodestra e di centrosinistra. Perché troppo eterogenee al loro interno. Troppo influenzate dalle loro componenti più radicali. Incapaci soprattutto di governare dopo aver vinto le elezioni, come l’esperienza dimostra.

A costoro Calenda avrebbe voluto parlare prima dell’accordo col Pd ora sfumato. Sono quelli rimasti più delusi dalla sua scelta, esclusa sino al giorno prima, di aderire ad una coalizione che, come lo stesso Letta non si stanca ormai di ripetere, ha un unico obiettivo dichiarato e tutto al negativo: frenare le destre. Questa parte di italiani – liberali, riformisti, fuoriusciti del berlusconismo, moderati anti-populisti, nostalgici di Draghi, europeisti pragmatici, occidentalisti senza sfumature, esponenti del mondo produttivo, giovani senza ideologia – come prenderà ora il ritorno di Calenda sui suoi passi e la decisione di andare nuovamente da solo? Lo apprezzerà con un sospiro di sollievo o lo giudicherà un ripensamento tardivo?

Ecco, da solo? In realtà già si parla di un accordo – che a questo punto parrebbe obbligato – tra Azione (orfana dei radicali di +Europa, rimasti fedeli all’accordo con Letta) e Italia Viva. Calenda e Renzi notoriamente non si amano: hanno un carattere troppo simile e ambiscono ad occupare lo stesso spazio politico in esclusiva. Ma a questo punto dovrebbero fare di necessità virtù. Avendo chiaro che il loro, indipendentemente dai seggi in Parlamento che comunque otterranno, sarebbe un investimento di lungo periodo. Si tratta di scommettere, in altre parole, sulla fine del finto bipolarismo vigente in Italia, fatto non da partiti solidi ma da alleanze magmatiche e instabili (soprattutto alla prova del governo). Ma questo significherebbe guardare lontano, oltre la data del 25 settembre, esattamente quel che la politica italiana, tutta rivolta al “qui e ora”, non riesce più a fare.

E Letta, i cui tentennamenti, detto con onestà, non sono stati inferiori a quelli di Calenda? Ora in teoria ha le mani libere per fare quel che forse avrebbe dovuto fare sin dall’inizio: un accordo elettorale col M5S, anche se formalmente l’ha escluso ancora. Ma mai dire mai nella politica italiana, specie di questi tempi.

Se l’argomento tecnico-politico usato per giustificare il doppio patto con Azione/+Europa e la sinistra radicale è la rigidità della legge elettorale vigente, allo stesso argomento ci si poteva tranquillamente richiamare per un’intesa “pragmatica” con Conte, suggeritagli da molti esponenti del suo stesso partito che ora torneranno certamente alla carica. Se il pericolo da evitare, come non si smette di dichiarare a sinistra, è l’assalto alla Costituzione e alla democrazia in caso di vittoria dei sovranisti cosa volete che contino i distinguo programmatici con i grillini sui termovalorizzatori o sull’invio di armi in Ucraina? Si rischia ora di arrivare a questa soluzione dopo un giro tortuoso che è servito solo a confondere gli elettori progressisti e a dare lavoro extra ai cronisti parlamentari.

Un modo diverso di leggere le cose è che Letta, memore dell’esperienza prodiana dell’Ulivo, alla quale evidentemente si ispira anche culturalmente, ha provato a mettere insieme tutto quel che poteva, giocando su più tavoli, ponendosi come mediatore e garante tra i suoi diversi (soprattutto tra loro) avversari. Forse ha osato troppo, anche in doppiezza. Forse semplicemente non ha la forza aggregante e persuasiva che avevano Romano Prodi e Silvio Berlusconi (un altro capace di tenere insieme tutto e il suo contrario). Fatto sta che adesso Letta ha meno alleati sui quali puntare. Rischia inoltre di sbilanciarsi troppo a sinistra, il che però non dovrebbe essere un problema per un partito di sinistra. Anche se il suo problema, da quando è partita questa bizzarra campagna elettorale, è a ben vedere un altro: non ha ancora spiegato agli italiani, oltre a nascondersi dietro un effimero draghismo senza Draghi, per quali ragioni programmatiche e progettuali gli italiani dovrebbero votare il Pd e la galassia di partiti che gli gravita intorno. Si è scelto di proporsi come potere frenante contro la barbarie, ma gli italiani in questo momento non pensano al fascismo che marcia nuovamente su Roma cent’anni dopo, ma al lavoro e alle bollette. Cambiare i toni e gli argomenti della propaganda, indipendentemente da chi sono i suoi alleati, è probabilmente la vera urgenza di Letta.

Ci sarebbe da dire anche del centrodestra alla luce del retournement calendiano, ma l’analisi in questo caso viene facile: i suoi leader ringraziano e ridacchiano. La loro campagna elettorale la stanno facendo gli avversari. Anche se il problema del centrodestra – chiarissimo soprattutto alla vincente annunciata, Giorgia Meloni – non è il responso delle urne, ma quel che accadrà dopo. Con l’Italia in recessione, combattuta tra inflazione e disagio sociale, tra aziende in crisi e famiglie allo stremo, e senza contare l’instabilità internazionale, governare, decidere e scegliere sarà un esercizio drammaticamente difficile. Altro che i tormenti odierni di Carlo Calenda!

Nell’immagine: quando Calenda correva per il PD


Le parole giuste e quelle sbagliate

Cosa c’è dietro l’acquisto da parte del colosso di proprietà dell’uomo “più liquido” del mondo di una catena di cliniche sanitarie primarie (e non solo) 

di Massimo Gezzi, Le parole e le cose

Ho partecipato alla manifestazione in memoria di Alika Ogochukwu, l’uomo nigeriano ucciso brutalmente da Filippo Ferlazzo una decina di giorni fa a Civitanova Marche. È stata una manifestazione pacifica, toccante e partecipata, malgrado il caldo davvero tremendo delle 14 del 6 agosto 2022. Prima del corteo, da più parti è provenuto l’appello a non strumentalizzare questa giornata, a non trasformarla in un’occasione di campagna elettorale: lutto e vicinanza alla famiglia, si è ripetuto, non propaganda e retorica. Appello raccolto, direi: non c’erano bandiere, i politici presenti sono rimasti in silenzio (ne ho riconosciuti due o tre), sono stati pronunicati molti messaggi di condoglianze e solidarietà alla famiglia e in particolare a Charity, la vedova, che ha marciato in testa al corteo e assistito a quasi tutti gli interventi.

Si sono dette molte cose, a proposito di questo assassinio disumano. Si è parlato di razzismo, di intolleranza, dello stato mentale di Ferlazzo, dell’indifferenza dei passanti. Sono state lanciate accuse incrociate: quelli che hanno parlato di razzismo sono stati tacciati di superficialità, se non di catastrofismo e di opportunismo; quelli che hanno interpretato l’omicidio come gesto imprevedibile e incontenibile di un folle violento (è la posizione degli inquirenti) sono stati criticati da chi invece punta il dito contro l’indifferenza degli astanti e dei passanti (pochi ma non pochissimi, dato che le telecamere del negozio Duin, proprio di fronte al luogo dell’aggressione, avrebbero registrato «dieci paia di piedi, almeno» attorno a Ferlazzo, nei drammatici 3-4 minuti in cui Alika è stato ammazzato).

Cosa ha detto la manifestazione di ieri, a tal proposito? Secondo me, almeno due cose.

La prima è che per quanto le istituzioni si siano sforzate – come hanno obiettivamente fatto – per testimoniare e trasformare in atto la loro solidarietà nei confronti della famiglia e della comunità nigeriana di Civitanova Marche, alcuni lapsus linguistici – prontamente notati e stigmatizzati da una donna che ha parlato, come dirò dopo – dimostrano che certi pensieri sono così radicati nella mente di troppi da sembrare normali, accettabili. Sia a caldo, in un post su Facebook, sia ieri, dal vivo, il sindaco di Civitanova Marche si è detto, per esempio, favorevole da sempre alla «pacifica convivenza» e alla «tolleranza»: ma tolleranza – l’ha rimbeccato senza nominarlo una donna nigeriana ultraottantenne che vive a Civitanova da decenni – nei confronti di chi, di cosa? Tollerare è un verbo che istituisce o testimonia una disuguaglianza, una differenza di valore tra chi si sente dalla parte giusta (il tollerante) e chi viene giudicato dalla parte sbagliata (il tollerato): basta aprire un qualsiasi vocabolario per verificare che si tollerano ingiustizie, ingiurie, interruzioni, presenze sgradite (per l’appunto), non certo amici, compagni, persone con cui si convive pacificamente e in armonia.

La seconda cosa che mi ha colpito – ma non meravigliato, a dire il vero – è che le comunità nigeriane hanno espresso una posizione decisa. Hanno parlato di razzismo, senza alcuna esitazione. E l’hanno fatto con la rabbia e l’urgenza di chi vive sulla propria pelle certi episodi come una cosa normale, quotidiana. Hanno parlato di discriminazioni e vessazioni sul luogo di lavoro, di sfruttamento brutale; hanno descritto le Marche come una regione pericolosa (ne sanno qualcosa, purtroppo, Emmanuel Chidi, assassinato a Fermo nel 2016, e le persone africane prese di mira da Luca Traini a Macerata nel 2018: tutto in pochi chilometri quadrati). Hanno raccontato  le difficoltà che incontrano quando devono confessare a un proprietario immobiliare che affitta una casa che sono nigeriani («Mi spiace, l’appartamento non è più disponibile»…). Una donna che vive a Macerata ha spiegato quanto sia penoso cercare di rispondere ai suoi due figli che le chiedono perché  sono ritenuti – e di conseguenza  si sentono – «sbagliati» (e dunque «tollerati», per tornare al vocabolario e al discorso che accennavo sopra).

La comunità nigeriana ha interpretato il gesto di Ferlazzo e quello di chi non ha tentato di fermarlo anche come un portato del razzismo quotidiano, sistemico, diffuso nell’aria che respiriamo, nei comportamenti abituali e nelle parole che usiamo con nonchalance. Hanno strumentalizzato anche loro la manifestazione? Hanno esagerato? Difficile crederlo, davvero. E a me, da quel maledetto 29 luglio, ronza in testa una domanda, che forse è demagogica e forse no: se le parti fossero state invertite, se l’aggressore fosse stato un uomo nero e l’aggredito un bianco, quelle dieci paia di piedi si sarebbero comportate allo stesso modo? O ci sarebbe stata una reazione più compatta e coesa, più energica? Se fosse stato aggredito il «tollerante», cosa sarebbe successo al «tollerato» violento, in una città e in un Paese sui cui cartelloni pubblicitari campeggiano gigantografie con sopra scritto «Basta sbarchi», con un barcone di neri all’assalto sullo sfondo?


L’Ucraina e le ambiguità del Papa

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Questa, finalmente, dovrebbe essere la volta buona. Agende alla mano, il Papa e gli ospiti che ha ricevuto in questi ultimi giorni hanno impresso una svolta alla tanto attesa missione del Pontefice in Ucraina e forse pure a un successivo incontro con Vladimir Putin. Appare ormai certo che il Papa si recherà a Nur-Sultan, la capitale del Kazakistan, tra il 13 e il 15 settembre prossimi, cogliendo l’occasione che gli offrirà il summit mondiale dei leader religiosi per incontrare il controverso Kirill (Cirillo I) Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. La vista a Kiev dovrebbe svolgersi prima, come discusso l’altro giorno con l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede.

Un incontro con il presidente russo è ancora a livello di ipotesi, ma Jorge Maria Bergoglio pare ora molto deciso ad assumere un ruolo proattivo. Le diverse dichiarazioni e prese di posizione sul conflitto hanno in effetti suscitato non poche perplessità se non addirittura critiche in particolare nella Chiesa uniate, quella cattolica di rito orientale. Se la condanna generica della guerra da parte del Vescovo di Roma può essere considerata lapalissiana, meno scontato il fatto che il Papa argentino non abbia mai citato per nome l’uomo che ha scatenato l’aggressione contro l’Ucraina lo scorso 24 febbraio. In un’intervista al Corriere della Sera a inizio maggio aveva preferito denunciare le forze (Nato) che avrebbero secondo lui “abbaiato alle porte della Russia”.

Affermazioni che alcuni hanno ricondotto a quell’humus antiyankee che prevale nel mondo latino-americano. L’improvvida dichiarazione ha portato non pochi ad interrogarsi sulla reale posizione del Papa che sembrava non voler distinguere tra aggressori e aggrediti. Nella stessa intervista Papa Bergoglio ammetteva di non aver risposta all’interrogativo se fosse giusto fornire armi a Kiev per difendersi dall’invasione russa. Dubbi e ondeggiamenti non nuovi e che riflettono anche la complessità nella quale la minaccia nucleare (i russi lo hanno capito bene, sia con le ripetute minacce verbali sia nei fatti occupando e – pare – minando la centrale atomica di Zaporizhzhia) ha portato la millenaria riflessione della Chiesa sulle “guerre giuste”, quelle in sostanza di legittima difesa o che non conducano a mali peggiori di quelli che si vogliono eliminare. 

Contrario all’ipotesi di un intervento occidentale contro Bashar Assad nel 2013, favorevole alla guerra contro l’Isis l’anno successivo, Papa Francesco ha affidato a “La Civiltà Cattolica” riflessioni che rispondono alle perplessità suscitate da posizioni di equidistanza dagli accenti pilateschi. Un mese dopo l’intervista al Corriere della Sera ha così stigmatizzato “la ferocia e la brutalità con la quale la guerra è condotta dai mercenari russi, ceceni e siriani” mentre “l’aggressione è crudele e insensata”. Si è verosimilmente fatta sentire l’influenza del Cardinale elvetico Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, che non le ha mandate e a dire al Patriarca russo, tacciandolo di eretico nel suo voler legittimare la brutale guerra. In una successiva videoconferenza Bergoglio, sorprendendo un po’ tutti, ha così ammonito Kirill chiedendogli di non diventare il chierichetto di Putin. 

“Quante divisioni ha il Papa?” aveva chiesto retoricamente Stalin a Yalta. Quasi 80 anni più tardi, l’interrogativo sul reale peso del Vaticano nello scacchiere mondiale rimane inalterato. La credibilità morale della Chiesa cattolica necessitava comunque di un forte chiarimento per porre fine a un’ambiguità considerata, come minimo, incoerente. 

Scritto per laRegione
Nell’immagine: il papa in Messico. In Ucraina che cappello si metterà?


Chissà come mai mancano giornalisti

Cosa c’è dietro l’acquisto da parte del colosso di proprietà dell’uomo “più liquido” del mondo di una catena di cliniche sanitarie primarie (e non solo) 

Mistero misterioso, sembra che inizino a mancare i giornalisti. In effetti stando a una ricerca pubblicata dal portale “Republik.ch” centinaia di operatori dei media hanno abbandonato la professione negli ultimi anni, al ritmo di uno la settimana. Ritmo che è progressivamente aumentato fino a raddoppiare lo scorso mese di maggio, quando gli addii sono stati due la settimana. E pure il mitico MAZ di Lucerna, che è la scuola di giornalismo più famosa della Svizzera con sede a Lucerna, pare non se la passi benissimo: 44 diplomi consegnati nel 2018, 25 nel 2022. Praticamente la metà.

Ipotesi: sarà anche per questo che la qualità dei media elvetici è in caduta libera da anni, e che la Confederazione nelle classifiche della libertà di stampa a livello internazionale, pur facendo parte sempre del gruppo dei migliori, lo scorso anno è uscita dai primi dieci della classifica?

In attesa che i guru, nostrani e non, si lancino in dotte analisi spiegandoci il perché e il percome della perdita di attrattività della professione e dell’intrinseca perdita di professionalità di noi professionisti (sì, le ripetizioni le ho scritte apposta), suggerisco alcune piste che si potrebbero battere:

  • da oltre 15 anni la categoria, per lo meno nella Svizzera italiana e nella Svizzera tedesca, è priva di un Contratto collettivo di lavoro (CCL) che garantisca ai dipendenti standard minimi di qualità, di condizioni di lavoro e di salario. Gli editori affermano che non serve. Appunto;
  • in Romandia un CCL ce l’hanno. Fortunati? Andatevelo a leggere, poi ne parliamo;
  • al netto di alcune eccezioni, da oltre 20 anni non si ha notizia di un aumento di stipendio che sia uno, per lo meno in Ticino. Da uno stipendio medio-basso, per lo meno per dei laureati, si è così passati a uno stipendio semplicemente basso;
  • si lavora teoricamente 5 giorni la settimana per le canoniche 8 ore e un po’. Poi chissà perché tutti a fine anno hanno un numero spropositato di ore e giorni di recupero da smaltire (e guai se non lo fai, che altrimenti li perdi);
  • si lavora la mattina, il pomeriggio, la sera, anche un po’ la notte, dal lunedì al venerdì e alla bisogna pure il sabato e la domenica. In poche parole, sempre;
  • Percezione sociale della professione in caduta libera. Un plauso al lapsus freudiano dell’estensore dell’articolo apparso sul sito RSI: “La mancanza di personale in Svizzera non colpisce solamente il settore ospedaliero o quello turistico”, ma anche quello dei media, questo l’attacco. Con tutto il rispetto per infermieri, tecnici di laboratorio, camerieri, cuochi e affini, ma un esempio un pochino più calzante non lo si poteva trovare?
  • Visto che siamo in tema, qualcuno mi vuole finalmente spiegare il motivo per cui per dirigere una banca devi essere un banchiere, per dirigere un reparto ospedaliero un medico, uno studio di ingegneria un ingegnere, uno studio di architettura un architetto… insomma, perché per dirigere un’impresa qualsiasi devi essere un professionista del ramo, mentre un giornale (un medium qualsiasi) lo può dirigere chiunque ne abbia voglia e lo gradisca (e sia gradito all’editore, ovviamente)?
  • E poi chi se ne frega, tanto siamo tutti venduti, tutti al soldo dei poteri forti.

Con buona pace, come da chiusa RSI, per “un settore considerato fondamentale per la democrazia, in particolare per la democrazia diretta svizzera”.