Il controverso comunicato di Amnesty International che accusa l’Ucraina

Una comunicazione inappropriata che mette in grave difficoltà l’organizzazione umanitaria e provoca le dimissioni della direttrice di Amnesty Ukraine 

Di Matteo Pascoletti, Valigia blu

“Le tattiche di combattimento ucraine mettono in pericolo i civili”: così si legge in un comunicato diffuso ieri da Amnesty International. L’Ong in particolare accusa l’esercito ucraino di aver usato come base edifici civili come scuole od ospedali, e di aver condotto da lì degli attacchi.

L’accusa è il risultato di indagini condotte nelle regioni di Charkiv, Donbas e Mykolaiv, dove gli esperti di Amnesty hanno condotto ispezioni e interviste sul campo, affiancandovi analisi di immagini satellitari. In 19 villaggi e paesi delle regioni, è risultato che le forze armate ucraine hanno lanciato attacchi da aree civili popolate, in molti casi lontane dalle zone di combattimento.

In cinque casi riportati, le truppe ucraine hanno usato come base de facto (ad esempio per mangiare o riposare) strutture ospedaliere. Su 29 scuole visitate, 22 presentano traccia di attività militari. “Abbiamo documentato uno schema ricorrente da parte delle forze armate ucraine, che mettono a rischio i civili e violano le leggi di guerra quando quando operano in aree popolate”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

L’uso di scuole, è fatto notare, non è di per sé una violazione delle leggi internazionali, ma lo diventa se sono presenti potenziali obiettivi civili nelle vicinanze, nel qual caso è necessario avvertire la popolazione a rischio e all’occorrenza assisterle nell’evacuazione. “Questo non sembra essere successo nei casi esaminati da Amnesty International”, si legge.

Alla fine del comunicato è specificato che l’accusa alle forze armate ucraine non può essere intesa come una giustificazione della condotta delle truppe russe. Si legge infatti:

Molti degli attacchi russi documentati da Amnesty International negli ultimi mesi sono stati effettuati con armi intrinsecamente indiscriminate, tra cui munizioni a grappolo vietate a livello internazionale, o con altre armi esplosive con effetti ad ampio raggio. Altri hanno usato armi guidate con vari livelli di accuratezza; in alcuni casi, le armi erano abbastanza precise da colpire oggetti specifici.

Il ministro della Difesa Ucraina, contattato prima della pubblicazione del comunicato, non ha rilasciato dichiarazioni. Dopo la pubblicazione, il ministro degli Esteri ha accusato Amnesty International di ricercare “falsi equilibrismi”, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato l’Ong di “voler spostare le responsabilità dall’aggressore alla vittima”.

Il comunicato ha suscitato reazioni molto accese, da un versante o dall’altro. Si è arrivati a parlare di “scudi umani” usati dagli ucraini, o apertamente di “crimini di guerra” (accusa che nel comunicato non è mai esplicitata, come invece avvenuto in altre occasioni). Fatta salva la doverosa necessità di documentare qualunque violazione di diritti umani, convenzioni e trattati internazionali, il comunicato di Amnesty International presenta alcuni elementi che sono quanto meno dubbi o controversi.

Il primo e più importante è il fatto di aver ignorato Amnesty Ukraine, che non ha partecipato alla preparazione e alla stesura del comunicato. Ciò ha portato Oksana Pokalchuk, direttrice di Amnesty International Ukraine, a pubblicare un duro status sulla propria pagina Facebook [e di dare poi le proprie dimissioni, n.d.r.]. Pokalchuk ha anche fatto presente che il comunicato non è stato tradotto e pubblicato sul sito di Amnesty International Ukraine, perché considerato di parte. La spaccatura, oltre alle pesanti accuse sui metodi condotti, è qualcosa che non va ignorato, perché potrebbe potenzialmente arrivare a pregiudicare l’operato nel paese dell’Ong. Su Twitter un ex membro dell’Ong, Maxim Tucker, ha mosso critiche analoghe al metodo impiegato per il comunicato “Quando lavoravo ad Amnesty ci dedicavamo a rapporti dettagliati che contestualizzavano gli eventi. Il rapporto di Amnesty sull’Ucraina di oggi non lo fa. Il risultato suggerisce che l’Ucraina è più responsabile delle persone uccise dagli attacchi russi rispetto alla Russia stessa. È bizzarro e fuorviante”.

Dato poi il tipo di conflitto che si sta configurando, alcune raccomandazioni di Amnesty International, secondo cui le truppe ucraine dovrebbero tenersi lontane da centri abitati, suonano come irrealistiche. Il comunicato sembra ignorare un aspetto tutt’altro che secondario: è possibile per l’esercito invaso evitare di combattere nelle aree abitate? Tra gli altri, sull’argomento il New York Times riporta il parere di Jon Spencer, ex maggiore dell’esercito americano e specialista in studi sulla guerra urbana:

Dire: ‘Non state nelle aree urbane’ non ha senso. […] I russi stanno avanzando per conquistare le città. Gli ucraini devono andare in difesa nelle città per impedire che ciò accada. […] Se gli ucraini fossero usciti allo scoperto e avessero combattuto contro le forze armate russe, la guerra sarebbe già finita – sarebbero tutti morti.

Ci sono poi gli aspetti di sensazionalismo nel modo in cui è stato redatto e lanciato il comunicato che si presta a fraintendimenti e strumentalizzazioni, come in parte già visto. Se in una guerra in cui la propaganda ha un ruolo molto importante ciò è pressoché inevitabile, chi lavora nella comunicazione, tanto più se si tratta di una Ong internazionale, ha il dovere di porsi il più possibile il problema di come evitare ciò. Non sarà mai possibile annullare il rischio, ma tuttavia rispetto al contesto generale del conflitto il taglio del comunicato e la presenza di alcuni disclaimer non restituiscono la natura e la sproporzione delle forze in campo e delle strategie portate avanti. Questo può fornire assist alla strategia di propaganda russa. Il Cremlino ha sistematicamente incolpato l’esercito ucraino di ogni danno o attacco a obiettivi civili (parlando di attentati, fuoco amico, o di bersagli militari nascosti), senza farsi mai scrupoli nel mentire apertamente – come per il massacro di Bucha. (…)

Nell’immagine: la pagina Facebook di Amnesty International Ukraine


Coazione a ripetere

Una comunicazione inappropriata che mette in grave difficoltà l’organizzazione umanitaria e provoca le dimissioni della direttrice di Amnesty Ukraine 

Di Umberto De Giovannangeli, Globalist

La violenza come surrogazione della politica. Un primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che cerca di sopravvivere politicamente alle inchieste giudiziarie che lo chiamano in causa, giocando l’unica carta a sua disposizione: la sicurezza minacciata di Israele. Un movimento armato palestinese che ha fallito la prova di governo e che cerca una nuova legittimazione cavalcando la rabbia e la sofferenza, cercando nella resistenza all’”occupante sionista” il recupero della sua centralità. Hamas vince politicamente anche quando perde (ma neanche tanto) militarmente. Una popolazione in gabbia, ostaggio di due nemici che si sorreggono l’un l’altro, perché, da fronti opposti, conoscono e praticano lo stesso linguaggio: quello della forza.

Il sangue versato a Gaza racconta una storia che non nasce ieri ma che si dipana nel corso di decenni e che ha nella Striscia uno dei suoi più tragici luoghi di attuazione. E’ la storia di quattro guerre, di bombardamenti, razzi, invocazione al diritto di difesa (Israele) e alla resistenza armata contro l’”entità sionista” (Hamas). E’ la storia di punizioni collettive, di quindici anni di assedio. Ma è anche la storia di un movimento islamico che, fallita l’esperienza di governo, cerca nuova legittimazione scagliando contro l’occupante con la Stella di Davide la rabbia e la sofferenza di una popolazione ridotta allo stremo. La guerra del 2014 andò avanti per 67 giorni, furono uccisi più di 2 mila palestinesi e 73 israeliani, soprattutto soldati. Al termine del conflitto, Hamas si dichiarò vincitore mentre Israele si ritirò con la convinzione di avere fatto danni sufficienti da garantirsi qualche anno di tranquillità. La storia si ripete.

Da quando Netanyahu è salito al potere nel 2009, ha firmato “un patto non scritto con Hamas”, rimarca Haim Ramon, ex vice primo ministro e ministro della Giustizia, già laburista, poi di Kadima. L’accordo è stato progettato per contrastare l’Autorità nazionale palestinese (Anp) e il suo screditato leader, Mahmud Abbas (Abu Mazen), perpetuando la spaccatura tra Hamas a Gaza e Anp in Cisgiordania, e per mantenere il congelamento diplomatico, basato sull’affermazione che nessuno rappresenta tutti i palestinesi.

Netanyahu ha mantenuto questa posizione durante l’offensiva aerea del novembre 2012 e la guerra di Gaza del 2014, durante la quale ad Hamas è stato offerto un cessate il fuoco non meno di dieci volte. Inoltre, dal 2012, Netanyahu ha lasciato che il Qatar trasferisse un miliardo di dollari a Gaza, di cui almeno la metà è andata a Hamas, compresa la sua ala militare. Per Netanyahu, c’è una ragione per tenere i cittadini di Israele ostaggio di Hamas: impedire che l’Anp torni a governare Gaza. Questo farà sì che il “disastroso” processo diplomatico non riprenda. Nel suo libro Contro il vento, Haim Ramon fornisce prove sostanziali che sostengono la sua affermazione su questo patto non scritto tra Netanyahu e Hamas. Le motivazioni di Netanyahu sono legate al suo impegno per l’idea della Terra d’Israele (Erez Israel) indivisa e al suo sforzo per prevenire la creazione di uno Stato palestinese. Il Jerusalem Post ha riportato il 12 marzo 2019 che Netanyahu, parlando al gruppo del Likud alla Knesset, ha detto che “chi è contro uno Stato palestinese dovrebbe essere a favore del trasferimento di fondi a Gaza, perché mantenere una separazione tra l’Anp in Cisgiordania e Hamas a Gaza aiuta a prevenire la creazione di uno Stato palestinese.”

In un’intervista al sito Ynet (5 maggio 2019), uno stretto collaboratore del primo ministro, il generale Gershon Hacohen, ha detto che “la verità deve essere affermata: la strategia di Netanyahu è quella di impedire un’opzione a due Stati, quindi Hamas è il suo partner più stretto. Apertamente, Hamas è il nemico. Segretamente, è un alleato”.[…] È abbondantemente chiaro che il conflitto israelo-palestinese non è in cima alle priorità di Biden. Ma gli Stati Uniti sono così coinvolti nella sicurezza di Israele che disconnettersi non è possibile. E’ probabile che le prossime elezioni palestinesi, quando mai fossero fissate, solleveranno questioni serie. Una dozzina di mine legislative, dalle sanzioni ad Hamas al Taylor Force Act, già minacciano le intenzioni dichiarate del presidente americano Joe Biden di ripristinare i legami con l’Autorità nazionale palestinese, riaprire l’ufficio di Washington della delegazione dell’Olp, riprendere gli aiuti urgentemente necessari e rinnovare gli sforzi statunitensi per la pacificazione. Ma se le elezioni palestinesi prima o poi si terranno, la lista di Hamas potrebbe ottenere almeno il secondo più grande blocco di seggi nel Consiglio legislativo.

Se Hamas è incluso in qualsiasi ramo del nuovo governo palestinese, le norme statunitensi che lo designano come organizzazione “terroristica” potrebbero forzare il taglio di alcuni o tutti gli aiuti destinati ai palestinesi (350 milioni di dollari all’anno all’Unrwa, 200 milioni di dollari per gli aiuti economici e umanitari). A meno che non si usino deroghe presidenziali per superare provvisoriamente le leggi statunitensi vigenti. Conclude Bahbah: “I circa quindici anni di governo inefficace e autoritario di Abbas faranno senza dubbio precipitare la disintegrazione di Fatah dopo il voto, quando che sia. Come molti altri palestinesi, sono stanco di essere guidato e rappresentato da un dittatore. Siamo un popolo intelligente, sminuito nella sua statura da cosiddetti leader autoproclamati, ignoranti, egoisti e non eletti. E ci sono troppi idioti ambiziosi che sperano di succedere ad Abbas. Al geriatrico Abbas non dovrebbe essere permesso di candidarsi alla presidenza. I palestinesi hanno bisogno di una leadership giovane, energica e creativa non segnata dalle accuse di corruzione dell’era Abbas, dalla mancanza di trasparenza e dalla distruzione dei valori democratici e delle istituzioni palestinesi.

Ancora peggio, Abbas ha agito come esecutore della sicurezza di Israele nelle aree controllate dall’Autorità e ha completamente fallito nel far avanzare il processo di pace o l’indipendenza palestinese di una virgola. I palestinesi di tutte le fazioni politiche non dovrebbero permettere ad Abbas di candidarsi alla presidenza dell’Autorità o a qualsiasi altra cosa. Il suo atto finale dovrebbe essere quello di dimettersi volontariamente. E se rifiuta di farlo, i palestinesi dovrebbero deporlo, anche contro la sua volontà e quella dei suoi surrogati.

Ho ritirato fuori dal mio archivio personale una parte di un lungo articolo che scrissi per Limes nel 2021, dopo l’ennesima estate di sangue vissuta a Gaza. Cambiate i nomi (invece di Netanyahu, Lapid, invece di Hamas, la Jihad islamica) ma la sostanza resta la stessa. Una sanguinosa coazione a ripetere. 

Nell’immagine: uno dei bombardamenti israeliani su Gaza di questi giorni


La polvere della farfalla

Una comunicazione inappropriata che mette in grave difficoltà l’organizzazione umanitaria e provoca le dimissioni della direttrice di Amnesty Ukraine 

Nella notte fra il 4 e il 5 agosto 1962 viene trovato esanime, nella casa di Brentwood (Los Angeles), il corpo di Marilyn Monroe. Si chiude in modo tragico, quella notte, un percorso biografico fatto di traumi, di sofferenze di un’attrice adulata ed insicura; un percorso costellato di sogni infiniti da parte di un pubblico che in tutto il mondo ne ha fatto, nel dopoguerra, una vera e proprio icona femminile. Di Marilyn Monroe, ovvero Norma Jeane Mortenson Baker, nata il 1 giugno del 1926, si sa tutto, eppure, per finire, si continua a ritenere che la sua vita e la sua figura rimangano un mistero. E non solo per le strane circostanze che ancora destano non pochi sospetti sulla sua morte, ma anche per l’ineffabilità che sempre ha avvolto e nutrito una ragazza e poi donna attratta dal glamour e dalla cultura e nello stesso tempo atterrita dalla paura di essere sempre e comunque inadeguata. Punteggiata da miriadi di fotografie che la ritraggono in studio come nell’intimità e segnata naturalmente da film in cui ha completamente catturato la scena ed il pubblico con quel suo misto di procace ed ingenuo, la parabola di Marilyn rimane una sorta di volo, troppo breve, di una farfalla in un giorno d’estate pieno di nostalgia, come ce la raccontano le parole dello scrittore Antonio Tabucchi nell’introduzione ad un volume, “Fragments”, pubblicato da Feltrinelli, che della Monroe raccoglie appunti, testi poetici ed epistolari ritrovati dopo la sua scomparsa. 

Ne proponiamo qui, per l’occasione un breve estratto. (red.)


Se fosse un film sarebbe un flashback. Si vedrebbe una bambina dal viso dolce e dagli occhi grandi che si chiama Norma Jeane, indossa una calzamaglia con due alucce trasparenti sulle spalle che la fa sembrare una creatura uscita dal mondo di Peter Pan, cammina su un cavo teso in alto, molto in alto, come un’acrobata, con le braccia che fanno da bilanciere, avanza in precario equilibrio, eppure sembra sicura di sé, con la sicurezza inconsapevole dei sonnambuli. Ma non dorme, è ben sveglia; che strano, non è un cavo d’acciaio, l’obiettivo si avvicina, è un filo di seta che oscilla pericolosamente nell’aria. Come può un filo così sottile reggere una bambina sospesa nel vuoto?

La bambina guarda in basso, verso l’abisso. Da una parte c’è una casetta modesta a cui il misterioso regista del film ha fatto togliere il tetto affinché si possa vedere l’interno come nelle maquettes delle agenzie immobiliari. Dentro c’è una donna dall’aria disperata, indossa una vestaglia, ha una bottiglia di liquore sul comodino, il letto è disfatto, accanto a lei c’è un marinaio dall’aria rozza che ride, ma senza che si possa udire, e che tende le mani verso la bambina per afferrarla. Ha braccia mostruosamente lunghe, anzi, che si stanno allungando fino a sfiorare i piedi della bambina. Ma lei avanza senza paura e guarda dall’altra parte del filo, verso la parete di un grattacielo di New York; allora appoggia i gomiti nell’aria come se si affacciasse a un balcone. In fondo all’abisso, sul marciapiede di una strada percorsa dalle automobili, c’è una folla che la invoca con ampi gesti, la acclama, tende le braccia verso di lei, e tutte quelle braccia di tutta quella folla cominciano ad allungarsi mostruosamente fino a sfiorarle i piedi. La vogliono, la reclamano, urlano. Ma si vedono solo bocche spalancate, perché il film è muto e in bianco e nero. Da quale parte scendere?

A questo punto nel film irrompe una voce off. Viene dalla bambina, ma lei non apre bocca: dolce e un po’ nasale, infantile ma adulta, sembra implorare la vita di guidare i suoi passi.

Vita
Ho in me entrambe le tue direzioni
Restando come appesa all’ingiù
più spesso
ma forte come la tela di un ragno al
vento – esisto di più nella fredda brina scintillante.
Ma i miei raggi perlati hanno i colori che ho
visto in un quadro – ah vita ti hanno
imbrogliata 

La voce off sta recitando una poesia di Marilyn Monroe. Non è più un flashback, è un flashforward. Non è più un film, è la vita vera, […] quella di un’altra Marilyn rispetto all’immagine che il cinema ha lasciato di lei: un’immagine in cui prevale, al di là di quella di registi come Huston o Hathaway che l’hanno chiamata per ruoli complessi come la sua personalità meritava, la figura di una bellissima donna bionda, all’occorrenza candida, o comunque dotata di un’intelligenza che non disturbi l’intelligenza maschile, una donna affascinante e nata con la funzione di sedurre gli uomini: la donna che ogni uomo sognerebbe di avere, soprattutto “quando la moglie è in vacanza”. […]

Come sarebbe stata la storia se Marilyn, invece di avere quella straordinaria bellezza che la rese celebre per il cinema, fosse stata una donna dall’aspetto comune? Avrebbe pubblicato in vita quello che noi leggiamo ora e probabilmente si sarebbe suicidata come si è suicidata Sylvia Plath. E forse si sarebbe detto che come Sylvia Plath si era suicidata perché era troppo sensibile e troppo intelligente, e le persone troppo sensibili e troppo intelligenti soffrono di più delle persone poco sensibili e poco intelligenti e tendenzialmente si suicidano (questo lo sostengono gli psichiatri e le statistiche). Se le persone scarsamente sensibili e intelligenti tendono a fare del male agli altri, le persone troppo sensibili e intelligenti tendono a fare del male a se stesse: chi è troppo sensibile e intelligente conosce i rischi che comporta la complessità di ciò che la vita sceglie per noi o ci consente di scegliere, è consapevole della pluralità di cui siamo fatti non solo con una natura doppia, ma tripla, quadrupla, con le mille ipotesi dell’esistenza.

Questo è il grande problema di coloro che sentono troppo e capiscono troppo: che potremmo essere tante cose, ma la vita è una sola e ci obbliga ad essere solo una cosa, quella che gli altri pensano che noi siamo.

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Da A.Tabucchi, “La polvere della farfalla”, intr. al volume “Marilyn Monroe – Fragments”, Feltrinelli, 2010, pp. 11-12


Lugano e Locarno, destini incrociati

Una comunicazione inappropriata che mette in grave difficoltà l’organizzazione umanitaria e provoca le dimissioni della direttrice di Amnesty Ukraine 

Dopo l’uscita di un bel libro pubblicato da Casagrande di cui abbiamo già parlato in questa sede, nei giorni scorsi la RSI ha proposto anche un lungo documentario, firmato sempre da Lorenzo Buccella, per la regia di Chris Guidotti, dedicato ai 75 anni del Locarno Film Festival.

“Locarno Confidential” è un racconto intimo, appassionato e affettuoso che ripercorre la storia del festival attraverso una narrazione empatica ed accurata, testimonianze di prima mano e di grande interesse, ed una scelta di documenti d’archivio impressionante; un documentario che sa dire bene del ruolo davvero straordinario che, fra mille difficoltà, il Festival ha assunto e continua ad assumere, facendo, in un certo senso, “di necessità virtù”, grazie alle intuizioni ed il coraggio (magari con un po’ di sana incoscienza) di personaggi come Vinicio Beretta, Sandro Bianconi, Raimondo Rezzonico, Marco Solari ed i vari direttori artistici che si sono succeduti negli anni, nei decenni per fare di Locarno il maggior evento culturale svizzero dell’anno.

Una storia di immagini e volti che appartengono di diritto alla storia, non solo del cinema, ma anche della cultura e del costume e che nel documentario scorrono in rapide sequenze a dirci, fra l’altro, come anche nel nostro piccolo fazzoletto di terra si sia potuto e si possa ancora farsi parte propositiva di idee e progetti capaci poi di prendere il volo e diffondersi ben oltre i nostri (spesso angusti) confini.

E pensare che è una storia, tutta locarnese (onore al merito) nata a Lugano, dove in verità il progetto aveva preso vita, ma fu poi subito bloccato da una votazione che non volle assolutamente creare occasioni di scompiglio e disturbo nel quieto vivere ceresiano, dentro l’inscalfibile cornice poi di un parco Ciani che l’architetto Tami avrebbe “sconvolto” con un anfiteatro considerato “inopportuno”.

Nel giro di pochi mesi, a Locarno si trovò modo di non preoccuparsi oltremodo di quanto un festival del film avrebbe messo a soqquadro la città: e infatti l’anfiteatro fu realizzato prima al Grand Hotel e poi, con un’invenzione straordinaria di Livio Vacchini, in Piazza Grande, davvero la più grande sala cinematografica al mondo.

Ci andava, appunto, un po’ di coraggio, una visione, magari anche un po’ di follia, come quella che, sempre a Lugano, aveva animato i primi vagiti di un festival del jazz, grazie all’iniziativa, in particolare, di Flavio e Franco Ambrosetti. Negli anni ’60 al Teatro Apollo (poi Kursaal) arrivarono veri mostri sacri (pensiamo solo a due pianisti come Bill Evans e Keith Jarrett) ma, ancora una volta, per Lugano era troppo: scompiglio, fracasso, disordine (jam sessions improvvisate in locali del centro, in piena notte, non sia mai!) E così, proprio sul finire degli anni ’60 un nascente festival organizzato sulle sponde di un altro lago, il Lemano, vide arrivare tutti i musicisti che a Lugano non andarono più. E nacque il Festival di Montreux (onore a Claude Nobs).

Ci è voluto poco meno di un decennio e di nuovo la tenacia, l’ostinazione di veri appassionati, perché sulle sponde del Ceresio si tornasse a sentire Jazz, grazie ad “Estival” e ai suoi due “motori”, Jacky Marti e Andreas Wyden. Certo, il “faro” svizzero delle stagioni jazzistiche internazionali era ormai Montreux (un polo mondiale dove fra jazz e rock sono andati proprio tutti, nessuno escluso), ma ciò non toglie nulla all’iniziativa meritoria di Marti e Wyden che, anno dopo anno, sono riusciti a portare in piazza Riforma, con concerti gratuiti, un numero impressionanti di grandi calibri per esecuzioni memorabili.

“Estival” ha tenuto duro, nel tempo, finché ha potuto, confrontandosi con sponsorizzazioni progressivamente in calo, ed un sostegno pubblico non sempre entusiastico (ma, del resto, è un po’ l’image de marque luganese, dove spesso e volentieri si è più litigato che promosso, e dove la città ha tendenzialmente optato per offerte che soddisfacessero la quantità di appuntamenti, per tutti i gusti, rispetto ad eventi di richiamo con grandissimi nomi).

Così, con la pandemia, pareva che fatalmente anche “Estival” dovesse andar via, chiudere definitivamente. Poi l’annuncio di una serata speciale, in programma prossimamente, dentro la rassegna “Blues to bop” e, notizia recente, la decisione cittadina di non abbandonare un “brand” tanto significativo, e prendersi dunque carico di una prossima, ennesima edizione di “Estival” in tre serate. Una decisione, c’è da scommetterci, che sarà pur dipesa anche dalla tenacia ed ostinazione (e dalla passione) di Jacky Marti (onore al merito), ma che, lasciamoci andare, forse potrebbe rappresentare anche un segnale, finalmente diverso, di rispetto e sostegno per le proprie “ricchezze immateriali”.

A meno che non ci fosse già pronto un “progetto Estival” a Locarno. Chissà, non sarebbe poi neanche da escludere.


Sulle tracce dei grandi interpreti della musica africana – 3

Una comunicazione inappropriata che mette in grave difficoltà l’organizzazione umanitaria e provoca le dimissioni della direttrice di Amnesty Ukraine 

King Sunny Adé in un un’esibizione a Seattle nel 2009

Se per la musica africana gli anni Ottanta sono una cruciale fase di affermazione fuori dal continente nero, nella sua ricezione internazionale le ombre non mancano. Un caso emblematico è quello di King Sunny Adé, chitarrista, vocalist e leader, alfiere della juju music nigeriana. 

Classe 1946, Adé appartiene ad una generazione più anziana rispetto a molti altri musicisti africani che salgono alla ribalta con l’onda della world music degli Ottanta, come per esempio Youssou N’Dour. Adé guida un proprio gruppo fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, nei Settanta in Nigeria è già un musicista di successo, che addirittura dà vita ad una propria etichetta indipendente. Il fenomeno della valorizzazione della “nuova musica africana” degli anni Ottanta lo trova quindi già in condizioni di piena maturità artistica e commerciale: in effetti King Sunny Adé è uno dei primi musicisti africani ad emergere sulla scena internazionale, ed è certamente anche una delle personalità più forti e significative. 

Non è un caso che già nell’82 l’etichetta Island tenti di costruire su di lui un’operazione quanto mai ambiziosa. Nel 1981 è morto Bob Marley, e la Island ha l’idea di lanciare un altro artista del “terzo mondo” come star globale: ed è proprio a King Sunny Adé che la Island pensa come al “nuovo Bob Marley”.   La Island affianca ad Adé il produttore francese Martin Meissonier, il quale introduce nella musica di Adé – imperniata sulle chitarre e sulle percussioni – sintetizzatore e batteria elettronica; ad Adé, abituato in Nigeria a registrare brani di una ventina di minuti, viene inoltre richiesto di ridurre drasticamente la durata dei pezzi, in modo da renderli più funzionali alla fruizione occidentale e alla diffusione radiofonica. 

Nel 1982 esce per la Island Juju Music, un album che ottiene grandi consensi dalla critica e che diventa una pietra miliare dell’affermazione di un beat “world”. L’esperimento tuttavia non è destinato a proseguire. Adé parte per un tour internazionale che dovrebbe servire a promuovere l’album, ma il musicista nigeriano attinge solo marginalmente dai brani del disco e suona seguendo una logica di durata dei brani e delle esibizioni che è quella a cui è abituato, con concerti che durano anche tre ore. Malgrado l’accoglienza al disco e al tour sia positiva, la Island non ottiene i riscontri sperati, e trova in Adé un interlocutore non sufficientemente malleabile: da parte sua Adé recalcitra apertamente rispetto alla manipolazione della sua musica tentata dalla casa discografica, che trova frustrante, e il rapporto si esaurisce. 

Del resto anche Adé, all’epoca più ancora di un Youssou N’Dour più giovane di lui, ha le spalle larghe: ha il sostegno del pubblico nigeriano, in Nigeria – un paese demograficamente e discograficamente poderoso – può pubblicare in maniera indipendente, insomma Adé non dipende dal suo successo all’estero. Più avanti, nel corso degli anni Ottanta, ci sarà un altro tentativo di lanciare discograficamente King Sunny Adé a livello internazionale: ma intanto il momento più favorevole è passato, l’interesse della world music verso la musica africana si è già orientato diversamente, e i risultati non sono clamorosi. 

Di tanto in tanto Adé sarà anche in tour in Europa e negli Stati Uniti – con concerti strepitosi, ipnotici, una vera, eccezionale esperienza di musica africana moderna dal vivo – ma la musica nigeriana presso il pubblico internazionale sarà rappresentata fondamentalmente da Fela Kuti (mancato poi nel ’97) e dagli epigoni del suo afrobeat. 

Nel nuovo millennio poi le etichette di world music si sono dedicate ad una valorizzazione del modernariato della musica nigeriana certamente meritoria, ma che della musica nigeriana ha proposto all’attenzione del pubblico occidentale solo alcuni aspetti, più vicini alla sua sensibilità e alle sue abitudini di ascolto (afrobeat, appunto, e declinazioni nigeriane del soul, del funk, eccetera), mentre non solo non si sono preoccupate di illuminare quello che di nuovo bolliva in pentola nella musica del grande paese africano, ma hanno anche trascurato uno sguardo retrospettivo su giganteschi filoni come appunto la juju music o la fuji music.

Già negli anni Ottanta della golosa scoperta della “nuova musica africana”, ecco dunque un esempio quanto mai significativo di divaricazione tra la realtà della musica africana moderna e la sua rappresentazione sulla scena della world music. Una divaricazione che, per quanto riguarda la Nigeria, nei decenni successivi non ha fatto altro che allargarsi: oggi, a parte gli epigoni dell’afrobeat, la musica attuale di un gigante come la Nigeria è completamente fuori dai riflettori della fruizione della musica africana attraverso i canali discografici e mediatici della world music. 


L’embargo sull’oro russo fa più male alla Svizzera che alla Russia

Una comunicazione inappropriata che mette in grave difficoltà l’organizzazione umanitaria e provoca le dimissioni della direttrice di Amnesty Ukraine 

Un bonario e profondo professore d’economia politica, all’università – un insegnante che apprezzava più le idee o la storia che non le cifre o gli assiomi – amava ripeterci: se vedete riapparire assieme l’oro (ricercato e accumulato), la Bibbia e il suo “sabaoth” (il Dio degli eserciti, sempre dalla nostra parte, che è la sola giusta) o la “lex talionis” (o legge del taglione: sia inflitto all’offensore lo stesso danno di cui si è reso colpevole) e quindi un bilancio statale che privilegia subito nuove spese militari, ecco, avete la certezza che arriverà il peggio. Poi andate a vedervi Dürer (1497: i cavalieri dell’apocalisse [nell’immagine]), aggiungeva con sorriso mefistofelico.

Il pessimismo della ragione. O della realtà: oggi, ad esempio, ci troviamo tutto quanto. Persino la pestilenza, arrivata in anticipo. Che potrebbe però anche essere la paranoia che non manca mai ai governanti.

L’oro è tornato protagonista di questi giorni più che mai. Con un valore e una funzione nuovi: quella di essere punitivo. Divieto di acquistarne, importarne o trasportarne dalla Russia, per punire Putin e la sua economia e mettere in difficoltà la sua macchina da guerra. La Svizzera si è adeguata alle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Unione europea. Questa volta non si è parlato di neutralità perché, con l’oro, era perlomeno indecoroso.

Un’infima parte delle esportazioni russe e forse un servizio alla Russia

Gli Stati Uniti (o il segretario di Stato americano Blinken) hanno fatto i loro calcoli: costerà alla Russia 19 miliardi di franchi all’anno, quest’embargo. Cifra che corrisponde alle esportazioni d’oro della Russia nel 2020. Non si è aggiunto che il 90 per cento di quelle esportazioni passava comunque dal Regno Unito. Oppure che, tutto calcolato, assai lontano del petrolio o dal gas, l’oro rappresenta una infima parte delle esportazioni russe, circa il 5 per cento, da 10 a 20 miliardi di dollari negli ultimi anni. Oppure, ancora, che la Banca di Russia è assai restia nel vendere l’oro perché rimane fattore essenziale di fiducia e solidità per il rublo e anche per i suoi cittadini.

C’è però anche da chiedersi se con questa sanzione (com’è avvenuto per altre sanzioni) non si stia rendendo un servizio alla Russia, portata, per reazione o difesa, ad accelerare alcuni suoi mutamenti già in atto. È dal 2014 che la Russia sta tentando un lento ma continuo sganciamento dal dollaro (de-dollarizzazione) della sua economia e del suo sistema finanziario. La Banca di Russia, ad esempio, è da qualche tempo che sta diversificando le sue riserve di cambio evitando il dollaro e puntando soprattutto sull’oro: all’inizio di quest’anno l’oro rappresentava il 21.5 per cento delle riserve della banca centrale russa, due volte più della “riserva” dollaro (10.9 per cento). Una tendenza, a dire il vero, che sembra ormai scelta politica di parecchie Banche nazionali. Una diversificazione che le ha permesso di limitare assai il congelamento dei suoi averi causato dalle sanzioni. Per il momento, quindi, la Russia che è quasi sepolta dalle valute straniere grazie alla vendita, continuata, di petrolio e gas, non ha nessun bisogno di vendere oro. Anzi, venderlo nel contesto attuale sarebbe rischioso.

La “fame d’oro” degli svizzeri

C’è da credere che quest’embargo sull’oro sia più un atto simbolico o “dovuto” (com’è il caso per la Svizzera) che punitivo. Lo scorso anno la Svizzera è stato il primo importatore d’oro del mondo, tutti i paesi considerati, con quasi un quarto della produzione mondiale, ossia 92 miliardi di dollari. Gli altri sono l’India (55.8), il Regno Unito (53.7) e la Cina (43.7).

Ancora nel maggio scorso 3 tonnellate d’oro di origine russa sono state importate in Svizzera, attraverso l’Inghilterra. Era una sorta di “première” dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin. Lo ha rivelato la nota e ormai celebre agenzia americana Bloomberg. Notevole intuizione svizzera, riuscita anticipazione rispetto a ciò che stava arrivando, accortezza “etica”, in certo qual modo, scegliendo la via britannica?

La Svizzera possiede le maggiori riserve d’oro pro capite del mondo. Ogni svizzero, calcolando solo le tonnellate d’oro custodite dalla Banca Nazionale (circa 1300) possiede 128 grammi del metallo giallo (senza tener conto di lingotti privati gioielli ecc.). Un valore che supera di gran lunga quello di tutti gli altri paesi (tedeschi 42 grammi, italiani 40, francesi 28, americani 26).

C’è chi ha così parlato della “grande fame d’oro degli svizzeri”. Perché l’oro è equiparato a “sicurezza… sicura” ed è rimasto il “mito aureo “della Seconda guerra mondiale, quando la Svizzera acquistò oro per 1.8 miliardi di franchi dagli Alleati e 1.3 miliardi anche dalle forze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone, per non dire dell’oro arrivato dagli ebrei, come ha spiegato Tobias Straumann, docente di storia economica all’Università di Zurigo). Tanto che un’iniziativa popolare della destra nazionale, che ha sempre il chiodo dell’insicurezza o della paura su cui martella e cresce, chiedeva ancora qualche anno fa in una iniziativa popolare (2014) di triplicare le riserve auree della Banca Nazionale.

Perde la Svizzera, ride la Cina

C’è quindi da credere che la Svizzera, snodo fondamentale nel commercio internazionale dell’oro, Paese ove operano cinque raffinerie (4 in Ticino) che lavorano sino al 70 per cento dell’oro estratto nel mondo, resa più “insicura” anche perché lo sviamento britannico non funziona più, da questo embargo sull’oro russo ci rimetta più della Russia stessa, la nazione che si voleva punita.

C’è anche un elemento alquanto paradossale e di attualità da aggiungere: rispetto a marzo dove l’oro raggiungeva un’alta quotazione (66 franchi al grammo) l’embargo sull’oro russo non ha provocato un’impennata del corso dell’oro, come poteva essere logico, ma il contrario (54 il 4 agosto). Forse la Cina, grande consumatrice d’oro anche per la sua industria elettronica e sempre in combutta con gli Stati Uniti anche in questo campo, deve aver fatto un grande affare.


Fibrillazioni sulla zattera dei Naufraghi?

Una comunicazione inappropriata che mette in grave difficoltà l’organizzazione umanitaria e provoca le dimissioni della direttrice di Amnesty Ukraine 

Parto dal fondo, dalla didascalia che accompagna la foto, sperando di non andare a fondo: «Nell’immagine: una delle pochissime fotografie di Werner Carobbio disponibili online». Dato che l’articolo firmato da un non meglio precisato “Giusfin” (anche sulla zattera dei Naufraghi ci sono clandestini?) gioca molto con il modo verbale del condizionale (“parrebbe”, “sembrerebbe”, “si vorrebbe”) speculo a mia volta e sorrido pensando che simili didascalie si usano solitamente per accompagnare fotografie di latitanti (eppure il politico in questione è – meglio era – paradossalmente un presenzialista per cui ci sono centinaia di fotografie sue in circolazione: infatti Google ne offre molte).

Ma andiamo alla sostanza. L’articolista per due terzi del suo scritto etichetta la proposta politica del Movimento per il Socialismo (MPS) come «provocatoria», “velleitaria”, “donchisciottesca” e «talmente declamatoria che non contiene un solo argomento che possa essere trasformato in proposta o in azione serie». Basterebbero questi giudizi per giustificare «il secco e rapidissimo diniego ad una proposta di unità del MPS» da parte della co-presidente Laura Riget. Certo, la direzione del PS avrebbe potuto, da bravi ‘dorotei’, far finta di entrare nel merito della provocazione, temporeggiare e poi dire “no grazie” per le stesse ragioni evidenziate da Giusfin. Io, al posto loro, forse lo avrei fatto; avrei detto al duo Sergi & Pronzini di essere interessato solo per vedere lombrosianamente la loro faccia! Invece la precipitosa co-presidenza ha detto subito di no! Troppo seri questi giovani co-presidenti del PS.

E veniamo alle supposte assenze di «proposte concrete, pratiche, politicamente sostenibili»; al fatto che «si disquisisce sulle candidature piuttosto che sul cosa si intende fare». Chi segue attentamente e non superficialmente le piccole vicende politiche di casa nostra sa che è stata nominata una ‘Commissione cerca’ col compito di individuare personalità che possano interpretare bene il pensiero politico socialista e quindi figurare sulle liste del Consiglio di Stato e del Gran Consiglio ad aprile 2023. Alla direzione del partito il Comitato cantonale ha poi affidato il non facile compito di cercare alleanze con altre formazioni politiche della sinistra affinché ci si possa presentare alle prossime elezioni cantonali con una lista forte e il più possibile coesa attorno a un programma condiviso. Ed è quello che sta succedendo. Purtroppo però agli organi di informazione interessano di più i nomi; i mass media sono infatti più pronti ad appassionarsi al gioco della torre, cioè a chi è buttato giù dalla torre, che ai programmi. E il giochetto è loro reso ancora più simpatico da chi ha già annunciato ai quattro venti la sua disponibilità a figurare sulla lista per l’elezione del prossimo Consiglio di Stato. Questa è la politica, bellezza! Purtroppo! Veniamo al «giochino del cerchio magico, che ha cominciato a funzionare nel 1975 quando fu lasciato a casa Pietro Martinelli, che avrebbe dovuto andare a Berna, per mandarci Carobbio».

A parte il fatto che bisognerebbe conoscere meglio la vicenda prima di pronunciare dei giudizi, mi pare che il presunto «giochino» non sia poi riuscito male, anzi! L’ articolista sig. Giusfin snocciola dati sulla presenza dei Carobbio a Berna e a Bellinzona. La storia ci dice che un politico rimane a lungo al potere sostanzialmente per tre motivi: o per un uso delittuoso del potere (clientelismo, minacce, repressioni ecc.); o per la mancanza di sostituti di pari forza, popolarità, competenza; o per la sua capacità di governare con (piena o accettabile) soddisfazione dei cittadini elettori. Prendiamo il caso dei sindaci. Giorgio Giudici (re Giorgio) è stato sindaco di Lugano per quasi 30 anni: in virtù di una perfetta organizzazione clientelare? O per mancanza di alternative? O per una libera scelta dei cittadini elettori luganesi che hanno premiato la competenza?

Werner Carobbio è stato sì a lungo in Nazionale, ma con una preparazione e una personalità che oggi sono merce rara. Pietro Martinelli ha lavorato e molto bene per tre legislature in Consiglio di Stato e ne avrebbe fatto volentieri una quarta se il partito l’avesse appoggiato (ma forse è stato giusto così, anche se si è perso non poco a livello politico, intenso come scienza del governo). La possibile candidata al prossimo Consiglio di Stato, mai nominata nell’articolo di Giusfin, cioè Marina Carobbio, ha fatto e sta facendo una carriera politica importante (dal Gran Consiglio al Nazionale – poi da lei presieduto- agli Stati) per meriti certamente suoi. Possiamo riconoscere a questi tre politici appena citati competenza, impegno, onestà ed esperienza? Direi proprio di sì! Il problema vero, ed è questa la reale colpa di tutti i partiti, è la disattenzione o negligenza nel preparare la generazione successiva di possibili politici.

 Per concludere mi pare che la situazione politica attuale, non facile per non dire molto difficile, richieda l’impegno di politici competenti e di esperienza che non perseguano l’interesse personale, ma che si occupino del bene comune. Purtroppo non ne vedo molti in circolazione. E spero che i pochi superstiti (e in questo caso le poche) resistano, resistano, resistano.

La redazione precisa che immagini e didascalia sono della redazione, e non di chi ha steso l’articolo in questione. Quanto al numero di immagini disponibili online, chiunque lo può facilmente verificare 


Taiwan dopo Nancy Pelosi

Una comunicazione inappropriata che mette in grave difficoltà l’organizzazione umanitaria e provoca le dimissioni della direttrice di Amnesty Ukraine 

“Nancy Pelosi è arrivata, Nancy Pelosi se ne è andata, ora speriamo di tornare alla normalità”, così una collega di Taiwan ha commentato le 24 ore di fuoco che hanno accompagnato la visita della Presidente della Camera statunitense sull’isola al centro delle tensioni tra Pechino e Washington.

Il ritorno alla normalità è però un’intensificazione del conflitto tra le parti, tanto che le esercitazioni militari annunciate e avviate dall’esercito cinese attorno all’isola, che Pechino reputa una provincia canaglia, sono le più aggressive di sempre. Taiwan ha detto di essere pronta a tutto. E allora verrebbe da chiedere a Nancy Pelosi se ne valeva la pena.

Cosa lascia la visita di più alto livello di un funzionario statunitense in 25 anni? È stato un segnale importante e necessario o un atto che ha più costi che benefici in un momento in cui il mondo non ha certo bisogno di nuove tensioni?

Per giorni osservatori e media occidentali hanno analizzato il significato di una visita controversa mentre i giornali locali mantenevano il silenzio stampa. La decisione della donna più potente della politica americana è stata definita una provocazione da alcuni, un atto eroico da altri. Per molti, Pelosi ha semplicemente esercitato un suo diritto ed ha mostrato il suo sostegno al paese democratico, tanto prezioso per i semiconduttori, da cui dipendono i giganti tecnologici, sia in Cina che negli Stati Uniti.

La Presidente dell’isola, Tsai Ing-wen ha elogiato la visita di Pelosi “in circostanze difficili”, affermando che tale gesto ha rafforzato la fiducia del pubblico nella forza della democrazia del suo paese. L’isola torna quindi al centro delle preoccupazioni della comunità internazionale, come auspica il suo governo, che non si rassegna all’idea di una futura riunificazione con la Cina, come il Presidente cinese Xi Jinping ripete da anni.

Un imbarazzo per Pechino o un atto di bullismo da parte di Washington? Le opinioni divergono. Se Joe Biden pensava davvero che fosse una cattiva idea recarsi a Taiwan, la testardaggine di Pelosi dimostra le divisioni e la debolezza di un Paese, che per la Cina è in declino. Pelosi non decide la politica estera di Washington, ma le sue azioni hanno un impatto. Le accuse di bullismo sono reciproche. Washington non accetta che gli si dica di non giocare con il fuoco, cosa che però fa regolarmente con altri paesi, soprattutto con la Cina.

Ma Taiwan non è solo una pedina strategica sullo scacchiere internazionale, è un paese fatto di persone, che vivono da decenni con la minaccia cinese e le conseguenze delle tensioni tra USA e Cina. Gli esercizi militari con fuoco vivo nello stretto di Taiwan continueranno fino a lunedì con il rischio di incidenti e le sanzioni imposte da Pechino hanno colpito almeno 100 società taiwanesi. L’amministrazione doganale cinese ha sospeso infatti le importazioni di oltre 2.000 prodotti alimentari da Taiwan. La mossa è vista come l’inizio di una campagna di Pechino volta a punire Taipei per la visita di Pelosi. Quanto durerà?

Secondo alcuni analisti, la Cina non ha il desiderio di ingarbugliarsi in una profonda crisi, considerate le difficoltà economiche dovute alla pandemia e ai problemi lungo la catena di approvvigionamento, ma altre rappresaglie sono inevitabili. I paesi della regione, alcuni dei quali Pelosi ha visitato in questi giorni, sono preoccupati per gli sviluppi ed invitano alla cautela.

La Presidente della Camera tornerà su suolo americano, distante migliaia di chilometri da una regione contesa da Cina e Stati Uniti e scettica su un vero intervento di Washington, se Pechino dovesse scatenare militarmente la sua ira su Taiwan. Malgrado le parole di gratitudine apparse sul più alto edificio di Taipei quando Pelosi è atterrata nel Paese, martedì scorso, non sono sicura che siano molti i taiwanesi, o gli alleati della regione, che possano dirsi grati, a Nancy Pelosi, per le difficili settimane che li aspettano. Lo status quo di Taiwan, che gli americani dicono di continuare a sostenere, ha un altro sapore.

Nell’immagine: grafico diffuso dai media di Taiwan, secondo i quali due missili cinesi DF-15 sono passati sopra l’isola


Senza interventi concreti moriremo di caldo, ma per davvero

Una comunicazione inappropriata che mette in grave difficoltà l’organizzazione umanitaria e provoca le dimissioni della direttrice di Amnesty Ukraine 

Di Silvia Granziero, The Vision

Quando si parla delle conseguenze della crisi climatica sul benessere umano si tende – giustamente – a focalizzare l’attenzione sull’inquinamento atmosferico, sulla perdita della biodiversità, sui disagi legati ai fenomeni meteorologici estremi e sull’innalzamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci. Al tempo stesso, però, si trascura un fattore che, in realtà, sulla sensibilità della popolazione può avere un impatto anche più diretto ed evidente, che chiunque può sperimentare sulla propria pelle: l’effetto del caldo sulla salute delle persone.

Non si tratta “solo” di un po’ di fiacchezza e di sudore, ma di veri e propri danni, sia fisici che mentali, a cui alcuni sono più esposti di altri e che hanno un peso sociale notevole. Le raccomandazioni di non uscire nelle ore più calde e di bere molta acqua assumono un aspetto diverso e decisamente sinistro se si osserva un termometro in questi giorni di calura. Anche al di là dei rischi più estremi e allarmistici – che, in effetti, includono anche la morte – sono infatti tanti i problemi che statisticamente aumentano nelle estati più calde e che è facile vivere in prima persona.

Che migliaia di morti ogni anno siano correlate proprio alla crisi climatica è ormai noto, ma gli scienziati di recente hanno evidenziato in modo ancora più chiaro l’impatto del riscaldamento climatico sulla salute. Malessere generale, confusione mentale, difficoltà a concentrarsi, crampi, abbassamenti di pressione fino agli svenimenti: sono tutti sintomi riconducibili al fatto che l’organismo di molti esseri umani non è adatto a certe temperature. Ma non c’è bisogno di tirare in ballo i malori per capirlo. Tra gli effetti più evidenti e diffusi delle ondate di caldo ce n’è una che tutti hanno certamente sperimentato: l’insonnia. Anche dormire quando fa molto caldo, infatti, può essere davvero difficile: non a caso d’estate si dorme meno e la qualità del sonno diminuisce. Questa non è solo una scocciatura, ma un problema sanitario troppo spesso sottovalutato, con un forte impatto sulla qualità della nostra vita, soprattutto se si considera che già di norma dormiamo troppo poco, tra stress, serie tv, inquinamento acustico e luminoso.

Alla carenza di sonno si collegano, poi, tra gli altri, disturbi dell’umore, rallentamento dei riflessi e cali di memoria e, sul lungo periodo, l’indebolimento del sistema immunitario e disturbi metabolici. Non esattamente problemi trascurabili: la temperatura ideale per dormire, infatti, è compresa tra i 16°C e i 18°C, mentre per esempio in Regno Unito le medie notturne negli ultimi dieci anni sono aumentate di oltre 2°C, con una crescita nettamente più rapida di quella delle temperature diurne dall’epoca vittoriana – quando iniziò questo tipo di rilevazioni – a oggi. In Gran Bretagna si calcola, di conseguenza, che senza tagli radicali ai combustibili fossili, al massimo entro la fine del nostro secolo in numerose località le temperature notturne non scenderanno al di sotto dei 25°C; facendo una rapida proporzione, si può immaginare quale sia la previsione per le nostre latitudini.

I problemi del caldo, però, purtroppo non si fermano ai disturbi del sonno. Le conseguenze sulla salute – individuale e collettiva – possono essere anche più drammatiche, fino a quella più estrema: la morte. Fin dal 2001 l’incidenza delle morti per tutte le cause è cresciuta in corrispondenza delle ondate di caldo, specialmente tra gli over 65, che in Italia rappresentano circa il 22,6% della popolazione. Anche l’aumento registrato negli ultimi cinque anni dei casi di decesso legati a malattie cardiache o a incidenti stradali, per esempio, risulta proporzionale alle temperature. (…) Tutti questi problemi sono conseguenze sociali della crisi climatica, che si riversano sia sul benessere collettivo che su quello meramente economico, compreso un sovraccarico del sistema sanitario, purtroppo già in difficoltà. A peggiorare il tutto vi sono altri problemi sociali, che il caldo anomalo e gli eventi metereologici violenti sembrano inasprire. Il Lancet ha pubblicato di recente una revisione sistematica di studi sull’effetto che ha l’aumento delle temperature sulla violenza di genere perpetrata nei confronti di donne e altre minoranze, che peraltro spesso sono le prime vittime della crisi climatica stessa. La maggior parte degli studi ha mostrato un aumento della violenza, specialmente durante o in seguito a eventi meteorologici estremi, anche per effetto di instabilità economica, insicurezza alimentare, stress e un generale esacerbarsi delle disparità di genere.

È evidente che l’impatto sanitario della crisi climatica, con i suoi effetti più o meno diretti, ci sta già colpendo. Per questo è urgente che i governi – che sembrano sempre alle prese con problemi apparentemente più importanti – intraprendano iniziative radicali per frenare il cambiamento climatico, ma anche per adattare a queste nuove condizioni la nostra vita sociale. Anche perché non si può fare affidamento sull’aria condizionata accesa al massimo per tre mesi all’anno, con i conseguenti enormi consumi di energia, per poi uscire nei 40°C esterni rischiando un malore. Orari di lavoro, dress code, trasporti, dieta, stile di vita: molte delle nostre abitudini devono essere ripensate. Non possiamo più procrastinare l’intervento sempre più urgente e radicale per frenare la crisi climatica. Ne va della nostra stessa salute. I rischi sanitari che ci rendono più difficile la vita in estate sono conseguenze della crisi climatica ben più evidenti rispetto agli effetti di lungo periodo, che in media le persone faticano a considerare come reali, percependoli come distanti. Dar loro il giusto risalto servirebbe ad affrontarli meglio, anche – forse – a far prendere atto della realtà chi si ostina ancora a non vederla.


La strana trasferta di Lavrov in Africa

Una comunicazione inappropriata che mette in grave difficoltà l’organizzazione umanitaria e provoca le dimissioni della direttrice di Amnesty Ukraine 

Di Federico Giuliani, InsideOver

Egitto, Repubblica del Congo, Uganda, Etiopia, per un totale di 13.000 chilometri in cinque giorni. Il tour africano di Sergej Lavrov comprende quattro tappe all’apparenza irrilevanti e di scarso appeal. In realtà, anche se i nostri media hanno parlato poco o niente del viaggio effettuato in Africa del potente ministro degli Esteri russo, la notizia è di fondamentale importanza. Intanto perché ci permette di capire qual è la strategia di Mosca di fronte all’isolamento occidentale, conseguenza della guerra in Ucraina, poi perché, per l’ennesima volta, è possibile constatare come il continente africano sia diventato un rilevante terreno di affari e commercio.

Per quanto riguarda il primo punto, la Russia ha risposto alle barriere diplomatiche erette da Stati Uniti ed Europa rivolgendo il suo sguardo altrove, verso l’Asia ma anche, a quanto pare, verso l’Africa. Il messaggio lanciato dal Cremlino è chiaro: altro che “isolata dal mondo”, la Federazione Russa può contare su molti più amici – o comunque Paesi interessati a stringere accordi con lei – rispetto a quelli immaginati dall’Occidente.

Allo stesso tempo, l’Occidente è tagliato fuori dal grande gioco africano, un dossier finito nelle mani di Cina, Turchia, in parte Israele e, appunto, Russia. La Francia è l’unica potenza europea che continua a mantenere solide radici in Africa, ma gli scenari sono sempre più complicati. È anche per questo che Emmanuel Macron ha scelto di visitare Camerun, Benin e Guinea-Bissau, mentre gli Stati Uniti, non pervenuti, hanno spedito il loro inviato speciale per il Corno d’Africa, Mike Hammer, in Egitto ed Etiopia. Potrebbe però essere ormai troppo tardi.

Il tour africano di Lavrov

Lavrov ha visitato l’Egitto, la Repubblica del Congo, si è diretto in Uganda e poi ha terminato il suo tour in Etiopia. Qui, sottolinea Reuters, tra lo sgomento dell’Occidente pare che i diplomatici dell’Unione africana abbiano invitato gli ambasciatori di non meglio specificati Stati africani per tenere un incontro privato con il ministro russo, al fine di “approfondire la cooperazione tra la Russia e gli Stati africani”.

“Spetta a noi decidere se vogliamo un mondo in cui un Occidente, totalmente sottomesso agli Stati Uniti, creda di avere il diritto di decidere quando e come promuovere i propri interessi senza rispettare le norme internazionali”, ha tuonato Lavrov dall’ambasciata russa in Etiopia.

Chiaro l’intento di Mosca: rafforzare i legami con un continente che ha rifiutato di unirsi alla condanna e alle sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina. Dal canto loro, la maggior parte dei governi africani ha evitato di schierarsi nel conflitto. Anche perché molti di loro importano grano ed energia da Mosca ma, allo stesso tempo, acquistano grano ucraino e beneficiano dei flussi di aiuti occidentali.

La diplomazia di Mosca

“Gli esportatori di grano russi rispetteranno tutti gli obblighi”, ha subito rassicurato Lavrov appena giunto al Cairo. In Egitto, tra l’altro, la società russa di energia nucleare Rosatom è stata incaricata di costruire una centrale elettrica a quattro reattori. Nella Repubblica del Congo, una piccola ex colonia francese produttrice di petrolio situata a nord della molto più grande Repubblica Democratica del Congo, il ministro russo ha invece incontrato il presidente Denis Sassou Nguesso, al potere dal 1979 (con un piccolo intervallo di cinque anni dal 1992 al 1997). Da queste parti una compagnia russa sta costruendo un fondamentale oleodotto che, una volta terminato, farà confluire petrolio dalla città di Pointe-Noire al nord del Paese.

Lavrov è quindi volato in Uganda, dove è stato accolto dal presidente Yoweri Museveni, alla guida di un Paese che vanta una lunga storia di equilibrio tra le forti relazioni con gli alleati occidentali e i buoni rapporti con Mosca. Il figlio di Museveni, Muhoozi Kainerugaba, un generale dell’esercito ampiamente considerato come educato a succedere a suo padre ha elogiato la Russia sui social media usando parole inequivocabili. “La maggior parte dell’umanità (che non è bianca) sostiene la posizione della Russia in Ucraina. Putin ha assolutamente ragione!” ha scritto.

Nel frattempo, l’emittente statale ugandese ha fatto sapere che trasmetterà due volte al giorno i notiziari dal canale RT, finanziato dallo stato russo, nell’ambito di un nuovo memorandum d’intesa firmato con Mosca. Numeri alla mano, la Russia è la fonte di meno dell’1% degli investimenti diretti esteri in Africa. Eppure il peso specifico di Mosca sembra molto, molto più grande.