

Di Andrew McCracken , Micromega
Nella stagione 2016 della National Football League, Colin Kaepernick – un quarterback che giocava per i San Francisco 49ers – ha preso posizione rifiutandosi di alzarsi in piedi. In segno di protesta contro l’ingiustizia razziale, Kaepernick ha scelto di sedersi, poi di inginocchiarsi, durante la tradizionale esecuzione dell’inno nazionale, prima di ogni partita.
Questa protesta silenziosa ha toccato un nervo scoperto in un momento in cui gran parte del mondo era ossessionata dalla sconvolgente campagna presidenziale di Donald Trump e dal suo flirtare con il nazionalismo bianco. Sebbene lodato da molti a sinistra, Kaepernick è stato accusato di mancare di rispetto agli Stati Uniti e alle sue truppe ed è stato insultato verbalmente durante le partite. Un importante analista afroamericano lo ha descritto come non veramente “nero” (Kaepernick è birazziale ed è stato adottato da genitori bianchi), mentre lo stesso Trump ha suggerito che “dovrebbe trovare un Paese che funzioni meglio per lui”. La protesta è costata a Kaepernick anche la sua carriera; dopo la conclusione della stagione 2016, il suo contratto non è stato rinnovato e nessun’altra squadra della NFL si è mossa per ingaggiarlo.
Kaepernick ha avuto però un’altra possibilità. È diventato il protagonista della campagna pubblicitaria “Dream Crazy” della Nike [nell’immagine], lanciata a settembre 2018 con lo slogan “Believe in Something. Even if it means sacrificing everything” (“Credi in qualcosa. Anche a costo di sacrificare tutto”). Costruire un’importante campagna di marketing attorno a una figura così divisiva sembrava un grosso rischio per la Nike. E le reazioni iniziali hanno suggerito che l’azienda avesse fatto male i suoi calcoli: fan di abbigliamento sportivo sconvolti dalla cosa hanno bruciato i prodotti dell’azienda, il prezzo delle azioni è sceso e Trump, a quel punto presidente, ha affermato che la campagna stava inviando “un messaggio terribile”. Ma la Nike sapeva cosa stava facendo. Il prezzo delle azioni è aumentato dopo aver riportato un significativo aumento delle vendite, mentre la campagna stessa ha vinto un Emmy.
Due anni dopo, il New York Times ha rivelato che la Nike era tra le numerose aziende che facevano pressioni per diluire le misure del governo statunitense contro il lavoro forzato nello Xinjiang, la regione cinese che produce il 20% del cotone mondiale. Sui social media, la storia del New York Times è stata beffardamente pubblicata insieme allo slogan della Nike: “Credi in qualcosa. Anche se significa sacrificare tutto”.
La Nike è lungi dall’essere l’unico marchio globale i cui tentativi di cooptare cause “woke” hanno determinato accuse di ipocrisia, ma l’abbraccio calcolato della giustizia sociale da parte del mondo aziendale rappresenta una minaccia sociale più significativa? Nel suo avvincente libro, Woke Capitalism: How Corporate Morality is Sabotaging Democracy (Bristol University Press. 2021), Carl Rhodes, docente alla University of Technology di Sydney, sostiene di sì.
Rhodes fa risalire il “capitalismo woke” al movimento di responsabilità sociale delle imprese emerso in America a metà del XX secolo. Nel 1953, l’economista americano Howard Bowen sostenne che i leader aziendali avrebbero dovuto riconoscere che le loro attività riguardavano non solo i loro azionisti, dipendenti e clienti, ma la società in generale. Per Rhodes, il capitalismo woke rappresenta una boriosa forma della responsabilità sociale d’impresa delineata da Bowen, con molte aziende che oggi cercano di agire – ed essere viste agire – in modo socialmente responsabile in arene che non hanno alcuna relazione con i loro affari.
I critici conservatori del capitalismo woke hanno sostenuto che estendere la responsabilità aziendale al di là degli interessi degli azionisti è un tradimento del principio capitalista. Come ha affermato Milton Friedman: “C’è una sola responsabilità sociale delle imprese: utilizzare le risorse e impegnarsi in attività progettate per aumentare i profitti rimanendo entro le regole del gioco”.
Per Rhodes, questa critica al capitalismo woke rappresenta un fondamentale malinteso del movimento. I capitalisti woke non stanno cercando di capovolgere o reindirizzare il sistema capitalista; stanno lavorando per proteggerlo. Negli anni Cinquanta Bowen sostenne che i tentativi da parte del governo di regolamentare gli affari “potrebbero mettere a repentaglio le nostre libertà essenziali e limitare lo spirito di impresa”. Rhodes evidenzia questo commento come un tradimento della realtà secondo cui la responsabilità aziendale è sempre stata “una tattica difensiva per scongiurare quella che era vista come una vera minaccia del socialismo”. Oggi, molti dei più importanti sostenitori del capitalismo woke affermano che la rabbia popolare per gli impatti negativi delle grandi imprese rappresenta una minaccia esistenziale che deve essere sventata. Il capitalismo woke, come la responsabilità sociale d’impresa prima di esso, consiste nel “garantire che il capitalismo e le disuguaglianze che produce possano sopravvivere senza una rivolta popolare”.
L’interesse personale al cuore del capitalismo woke è rivelato dall’atteggiamento delle aziende nei confronti della tassazione. Sottolineando che il pagamento delle tasse “è la responsabilità sociale delle imprese”, Rhodes mette in evidenza le contraddizioni delle aziende che sostengono cause di sinistra come i diritti lgbtq e Black Lives Matter, mentre si impegnano contemporaneamente in “un’aggressiva elusione fiscale“. Le aziende stanno privando i Paesi di tutto il mondo di miliardi di dollari di entrate fiscali che potrebbero essere investiti in programmi di welfare, mentre si autoproclamano eroine nella lotta per la giustizia sociale.
Come suggerisce il sottotitolo del suo libro, Rhodes si preoccupa non solo delle ipocrisie e della natura egoistica del capitalismo woke, ma anche del suo effetto pernicioso sulla democrazia. Il ceo di BlackRock Larry Fink ha affermato che, poiché i governi non riescono ad affrontare le principali sfide che ora il mondo si trova di fronte, il pubblico “spinge le aziende” a intervenire laddove i politici hanno fallito. Woke Capitalism etichetta questi argomenti come un “assorbimento ostile” del sistema democratico.
La filantropia aziendale è anche indicata come una potenziale minaccia alla democrazia. Nel 2020, il fondatore di Amazon Jeff Bezos ha impegnato 10 miliardi di dollari per il Bezos Earth Fund, un’organizzazione mirante a limitare e combattere gli effetti dei cambiamenti climatici. L’oscena ricchezza di Bezos – al momento in cui scriviamo, Forbes stima il suo patrimonio netto in 171 miliardi di dollari – è in parte attribuibile al ben documentato sfruttamento delle scappatoie fiscali da parte di Amazon. Rhodes è giustamente critico nei confronti di un sistema che consente ad aziende e individui di privare i governi democraticamente eletti dei fondi per perseguire i loro obiettivi politici. Questo sistema consente agli stessi imprenditori di “determinare il futuro dei cittadini del mondo” incanalando la loro ricchezza in progetti scelti in base “ai loro capricci e alle loro predisposizioni personali”.
Nonostante la sua avversione per il capitalismo woke, Rhodes non è anti-woke. Le campagne “woke” di giustizia sociale sono discusse con ammirazione in tutto il libro, mentre i critici di questi movimenti sono bruscamente liquidati come eccentrici di destra. Parti di Woke Capitalism suggeriscono che Rhodes possieda una sensibilità di sinistra vecchio stile, con i suoi appelli ad aumentare le tasse sulle grandi imprese, rovesciare i colossi aziendali e annullare il neoliberal consensus. Rhodes conclude con l’appello a stare in guardia nei confronti del capitalismo woke e delle iniquità del sistema che cerca di difendere. Resta da vedere se qualche partito politico di sinistra offrirà una visione in grado di realizzare queste riforme.
Traduzione dall’inglese di Ingrid Colanicchia
“Sarà il governo più a destra dai tempi di Mussolini”, titola la Cnn. Verità storica inoppugnabile, ed esplicito pro-memoria sulle radici di chi avrà in mano il timone dell’Italia. Nel segno di ‘Dio patria e famiglia’ di fascistica memoria, amputato del quarto sostantivo, “umanità”, che ci aggiungeva invece Mazzini, e fa una bella differenza.
Comunque, ampiamente pronosticata, come fatalità ormai inevitabile, la ‘marea nera’ investe l’Italia. Con una Giorgia Meloni da record. Prima donna destinata alla guida del governo; prima post-fascista ad entrare a Palazzo Chigi; prima sovranista trionfante nei paesi del Vecchio Continente; prima con distacco enorme sui suoi partner di coalizione (insieme, Salvini e Berlusconi fanno molto meno della futura first lady); prima nel moltiplicare per sei la sua forza elettorale (dal 4,3 per cento a ben il 25 per cento; e prima nella conquista della maggioranza nel parlamento rinnovato e numericamente fortemente ridotto.
Un botto. E una brutta botta per chi teme – non senza ragioni, soprattutto sul fronte dei diritti civili – che la già fragile democrazia italiana subisca un fatale ‘stress test’, come pronostica il New York Times. Wait and see, chiede invece il Financial Times.
Si interroga anche l’Europa: se questa radicale svolta a destra possa fornire nuovo carburante agli schieramenti anti-comunitari, e se uno dei paesi fondatori di quella che oggi è l’Unione Europea rappresenterà un ulteriore minaccioso problema per la già sfilacciata alleanza. Addirittura, entrando improvvidamente a gamba tesa, la presidente della Commissione von der Leyen si è sentita in obbligo di ricordare alla vigilia del voto che l’Europa ha i mezzi per sanzionare chi sgarra dai parametri democratici minimi. La preoccupazione non è tuttavia fuori luogo, anzi. Meloni sostenitrice e sodale dell’ungherese ‘illiberale’ Orban; ancor più ‘affezionata’ all’esperienza regressiva polacca; che augura un fulgido futuro per il clerical-franchista partito spagnolo di Vox; e che in un momento di sincerità si è sfogata dal palco urlando che per Bruxelles ‘la pacchia è finita’, come se la vera pacchia non sia il piano europeo di ripresa e resilienza che destina all’Italia ben più di duecento miliardi di euro, altro che ‘Roma derubata da Bruxelles”, un altro urlo di stizza sul finale della contesa sulle piazze.
Naturalmente per quasi tutta la campagna elettorale ha moderato i toni, si è voluta rassicurante, e si è anche ‘ravveduta’ rispetto alle posizioni di un tempo: prima no-euro, ora favorevole alla moneta unica; prima ammiratrice e oggi anti Putin; pro-Nato e pro americana quando per anni il suo schieramento è stato percorso da forti componenti anti-yankee mai sconfessate e rintuzzate dal vertice; fino a ieri portabandiera dell’intervento statale e che ora cerca di rassicurare i mercati sostenendo di non volere altri debiti e discostamenti. Un maquillage riuscito, anche se la ‘fiamma’ fascista nel suo simbolo se l’è tenuta stretta, anche se non ha mai voluto saperne di far sue le parole di Gianfranco Fini sul ‘fascismo male assoluto”, anche se si rifiutò di condannare e ammettere che quelli dell’assalto alla sede del sindacato CGIL a Roma erano fascisti dichiarati e patentati, nonostante la Costituzione applicata con stucchevole lassismo proibisca a chiare lettere la creazione di partiti che si richiamino anche fittiziamente al Duce.
Una Giorgia Meloni che in realtà ha saputo ‘cavalcare la vaghezza’, addirittura il silenzio, quando si è trattato di esporre il suo programma, a parte quell’inverosimile e impossibile blocco navale anti-immigrati nel Mediterraneo. Ha così stritolato l’alleato più temuto, il disastroso Matteo Salvini, che perde il confronto anche nelle sue ex roccaforti del Nord industriale, che probabilmente deve rinunciare all’agognato ritorno al ministero degli interni , l’incapace dissipatore che finisce sotto quel 10 per cento di voti che era considerato il minimo per non rischiare anche la leadership della Lega; mentre l’esito della consultazione lascia a Berlusconi (il padre-padrone assoluto che nulla rischia all’interno del suo partito) tracce di forza residua che può regalare al protettore della ‘nipote di Hosni Mubarak’ un ruolo non piccolo all’interno della coalizione.
In sostanza in Italia non esiste più il centro-destra. C’è solo la destra-destra meloniana. Destra netta, dunque. Nazional-sovranista. E trionfante. Che in un crudele gioco di specchi rende ancor più umiliante la disfatta del principale contendente, il PD di Enrico Letta, persona perbene, ma decisamente marziano rispetto al clima elettorale surriscaldato e soprattutto in fatto di tattica e arguzia politica. Era partito con il progetto del ‘campo largo’ per coalizzare quello che viene definito (con evidente forzatura) il centro-sinistra. Lo ha però affossato (andando tranquillamente verso una delle peggiori sconfitte della sinistra nella storia repubblicana) subito dopo la caduta del governo Draghi; troppo scontatamente concentrato sul pericolo fascista; si è fidato di un Terzo Polo centrista (a guida Calenda-Renzi) che in realtà non vedeva l’ora di far corsa solitaria (ottenendo un dignitoso score ma non il traguardo sperato); non ha sopperito puntando con propositi sociali forti e convincenti, che ha in buona parte lasciato ai Cinque Stelle a guida Giuseppe Conte.
Il massimo del trasformismo, che ha abbandonato provvisoriamente la pochette per una tenuta da descamisados, Conte ex ‘avvocato del popolo’ e ora novello Lazzaro, che ha resuscitato il Movimento (togliendo lo strapazzato scettro al fu garante Grillo), che ancora pochi mesi fa sembrava destinato a un impietoso declino, e che ha puntato al Sud e ai milioni di beneficiari del reddito di cittadinanza, promettendo di tutto e di più, naturalmente il tutto ‘gratuitamente’. Mettendo così mettendo in ulteriore difficoltà un Enrico Letta che, oltre a confermare l’immagine di un PD spesso malato in eccesso di ‘governismo’, ha puntato tutto e acriticamente sulla cosiddetta ‘agenda Draghi’, che va inserita anch’essa fra i perdenti di questa storica consultazione. Storica e inquietante. In un’Italia ancora fin troppo benevola nei confronti del ‘ventennio’, come ben documenta il recente libro ‘Mussolini, il capobanda’ di Aldo Cazzullo. Di certo, nelle stanze del Partito Democratico già si cerca l’ennesimo nuovo ‘salvifico successore’.
E’ vero che nella penisola (una durata media di un poco più di un anno per governo nei 74 anni di Repubblica) si procede da un fenomeno politico all’altro, bruciandoli poi impietosamente, da Berlusconi a Renzi a Salvini e si vedrà con Giorgia Meloni. Che assumerà la guida del paese (oltretutto circondata da collaboratori poco accreditati, in alcuni casi ex ministri con bilanci non proprio onorevoli) in un momento difficilissimo sul piano economico-sociale, fra iper-inflazione, annuncio di migliaia di imprese in fallimento, prevedibile fiammata della disoccupazione , imprevedibili sviluppi della guerra di Putin, della tragedia ucraina e delle sue temute ulteriori conseguenze a Occidente. La destra al governo non avrà certo ampi margini di manovra. Forse questa è l’unica buona notizia. Insieme al mancato obiettivo di FDI di conquistare una maggioranza qualificata per procedere anche da sola a riforme come il ‘presidenzialismo’, mai sostanziato nei dettagli, per cui non si è capito se si ripromette un Quirinale più forte grazie al mandato popolare, o un sistema all’americana, o uno alla francese, dove i capi di Stato sono davvero autorità decisionale suprema. Sarà comunque ancor più ‘osservata speciale’, l’Italia cristallizzata da un risultato elettorale atteso, ma che lascia aperti molti interrogativi in questa notte della Repubblica, che ha quantomeno confermato l’elezione alla Camera di Elly Schlein, che alla vigilia della consultazione il londinese ‘Guardian’ definiva ‘l’astro nascente della sinistra italiana’ per la sua capacità di annodare tematiche sociali e ambientali. E si è visto quanto la sinistra italiana ne abbia bisogno.

Elly Schlein, eletta a Montecitorio

Londra, capitale de la douleur, avrebbe detto il poeta Paul Eluard che piangeva per vicende strettamente private, l’amata moglie Gala che lo tradiva con Max Ernst e Salvador Dalì. In pochi giorni la capitale inglese ha salutato fra le lacrime una regina che ha regnato per 70 anni e nella notte fra il il 23 e il 24 settembre 2022 uno strano re laico senza corona rimasto sul trono per quasi un quarto di secolo.
Roger ha fatto piangere con lui mezza umanità. Alla fine la moglie, i genitori e la sorella non ce la facevano piú, sono entrati in campo a consolarlo, avevano paura che fosse colpito da qualche malanno. Piangevano Nadal e Tsitsipas; avevano gli occhi lucidi anche tutti gli altri grandi che non riuscivano ad abbandonarlo: una serie interminabile di abbracci all’uomo che ha nobilitato il loro sport, la loro vita colpendo con arte e grazia inimitabile una pallina, metafora del “fato”, del “ritmo che ci comanda”, come diceva Archiloco di Paro 25 secoli fa. David Foster Wallace, nel suo libro Roger Federer come esperienza religiosa dice che la sua arte s’avvicina al mistero, alla metafisica.
Il testo, tradotto in italiano da Casagrande, poteva apparire esagerato, una proiezione dei sogni dell’autore, in gioventù tennista mancato. Ma stanotte, verso l’una e trenta, quando Roger ha servito per l’ultima volta alla presenza di un paio di miliardi di umani sparsi nel mondo, abbiamo capito che il poeta Wallace (le poète a toujours raison – Jean Ferrat) non era fuori strada.
Perché tanta partecipazione, tanta commozione, quel voler prolungare la presenza fisica, del Maestro, del sublime interprete del tennis, aveva poco a che vedere con il saluto che si tributa a un grande dello sport. E qui semmai, a rendere ancora più profondo il mistero, va aggiunta un’altra osservazione di Wallace, che sembrerebbe una mazzata al mito di Roger, ma non lo è. Accade quando lo scrittore statunitense cerca di strappare a Federer il mistero della sua preveggenza, della sua simbiosi con la pallina, con il colpo dell’avversario, con la sua potenza e la sua traiettoria che lo svizzero riesce a leggere in anticipo, nemmeno fosse dotato di una forza psichica che gli permette di vedere con chiarezza le mosse dell’avversario.
Wallace si mostra estremamente deluso dalle spiegazioni che Federer dà della sua arte: you know, gli dice, io faccio questo o quel movimento a dipendenza di quello dell’avversario. Ma il problema è irrisolto: il problema consisterebbe nel sapere non come lo fa, ma come riesce a farlo. Per Federer tutto quello che a Wallace risulta misterioso, non lo è, è cosa semplice. Wallace non ha risposta, non può risolvere il mistero; non gli resta che accettare, appunto, il lato metafisico, che va completamente al di là del razionale. Federer non ha tempo per i calcoli: la palla, a oltre 150 km orari, glielo impedisce, e anche la scelta del colpo, della traiettoria, lunga, corta, centrale, laterale impressa dall’avversario.
E allora non resta che passare a un’altra dimensione, a un territorio sconosciuto, un po’ come quando i poeti dicono che non sono loro a scrivere, è la poesia, l’ispirazione che li fa scrivere, loro devono avere la mente sgombra, attendere solo “di essere scritti”.
Roger ci ha a lungo deliziato con i suoi colpi nei quali non ha mai rinunciato all’arte, a costo di perdere. L’estetica nello sport, a maggior ragione nello sport moderno, sempre piú fisico, non ha posto, se non in certe discipline in cui per l’estetica si attribuisce una nota. Ma nel tennis la forza bruta ti può dare il punto decisivo e nessuno si lamenta. Federer tuttavia non era l’art pour l’art, la sua estetica non era fine a se stessa, non era narcisismo.
Lo ha dimostrato anche nell’ultima esibizione in doppio con il suo rivale e amico Nadal. In molti casi ci si è chiesti: ma in cosa consiste il suo problema? Quale parte del corpo non risponde più alle sue sollecitazioni? Il ginocchio forse? In un solo caso, durante questa storica ultima partita, abbiamo avuto l’impressione che Federer fosse invecchiato: quando ha tentato di arrivare su una palla corta, e il piede non ha risposto, ha reagito con un attimo di ritardo. O quando non è stato pronto, non ha intuito il colpo a rete. Ma in molte altre occasioni è stato stupendo: in qualche smash in cui ha unito alla perfetta scelta di tempo una grande elevazione, in qualche discesa a rete conclusa con un colpo in diagonale imprendibile, in qualche servizio.
Il doppio, malgrado il titolo olimpico conquistato con Wawrinka, non lo ha mai affascinato. Il problema che l’ha indotto al ritiro è dato dalla resistenza del ginocchio, che un singolo non reggerebbe alla distanza. Altrimenti, nel doppio, Federer avrebbe potuto giocare sino a 50 anni, e vincere altre medaglie olimpiche. Nella sua ultima esibizione tra l’altro ha firmato un colpo da mago, non voluto, ma ugualmente significativo del suo rendere possibile l’impossibile: ha fatto passare la pallina in modo millimetrico a 150 km l’ora fra il palo di sostegno della rete e la rete stessa: punto non valido ma che sta già facendo il giro del mondo.
Federer ha speso copiose lacrime, come quando vinceva e si rotolava a terra sui campi di tutto il mondo, di Wimbledon in particolare. Le sue lacrime sono vere, sincere, sono quelle dell’uomo che ha amato in modo totale il suo sport, la sua arte. L’ha usata per comunicare con tutti noi, proprio come gli atleti greci che a Olimpia gareggiavano nudi per rendere onore agli Dei che li avevano dotati di un corpo meraviglioso. Ha messo a nudo le sue emozioni in un tempo in cui i sentimenti sono visti con sospetto, perché non si possono mettere in qualche file del computer, non hanno la casella adatta.
Lo sport ha perso il suo migliore ambasciatore, la Svizzera pure. Federer è stato per noi rossocrociati una manna caduta dal cielo. Ha dato di noi un’immagine che va al di là dei nostri meriti; grande nella sua techne, nel suo mestiere (nel suo lavoro) generoso con le donazioni ai bambini poveri di tutto il mondo, mai sopra le righe, lontanissimo da certo star-system, speriamo possa trovare un altro campo della vita nel quale far valere il suo talento, magari proprio nel tennis, anche se la sua arte è stata e resterà tutta interiore, impossibile da insegnare.
“Clamoroso successo della coalizione guidata dal Pd alle elezioni svoltesi ieri in Italia. Rovesciando tutti i pronostici e tutti i sondaggi ufficiali e ufficiosi prodotti a ritmo industriale nelle scorse settimane e quindi smentendo la profezia che sembrava doversi autoavverare per cui la destra neofascista / franchista / orbaniana e fascioleghista italiana avrebbe imposto una sonora sconfitta al centro-sinistra e al Pd in particolare, ecco che quel 40% di indecisi e di potenziali astenuti misurati ancora pochi giorni fa ha cambiato idea, si è recato alle urne e ha votato contro la destra, facendo la differenza.
Letta – il segretario inesistente di un Pd inesistente – non se ne capacita ancora, pare che dopo i primi exit pool abbia iniziato a girare, in preda all’euforia e all’incredulità, sul Grande Raccordo Anulare di Roma guidando lui stesso il mini-bus elettrico con cui ha fatto campagna elettorale, suonando il clacson all’impazzata e senza scaricare le batterie… miracolo nel miracolo. Quello che infatti sembrava un suicidio politico – pianificato scientificamente per anni e realizzato con caparbia e compulsiva determinazione nichilistica e autolesionistica – si è trasformato in una resurrezione miracolosa e Letta si sente come la mitica fenice (o come il Signore, per i credenti).
Il risultato, ormai definitivo delle elezioni italiane dice infatti che Pd e Verdi e Sinistra Italiana hanno superato di gran lunga la coalizione di destra, crollata per la debacle della Lega di Salvini, arrivata a un misero 5% dei voti; e di Forza Italia di Berlusconi, che a fatica ha superato la soglia di sbarramento del 3%. Anche la crescita di Fratelli d’Italia si è fermata rispetto ai sondaggi pre-elettorali (ai seggi reali è arrivata al 21%), dopo che molte foto avevano ripreso molti candidati del partito fare il saluto romano con ostentata e orgogliosa sicurezza e sicumera e così portando molti moderati, per senso del pudore, a rinunciare al voto per Meloni; e dopo che Giorgia stessa – in un fuori onda – aveva confidato di essere ebrea, perdendo in un colpo solo qualche milione di voti di nostalgici.
Ora la palla passa dunque al Pd. Letta ha già promesso – lo ha giurato sul Capitale di Marx, sulla Laudato si’ di Papa Francesco e sulla Teoria generale di Keynes – che ora tutto cambierà. Che trent’anni di neoliberismo verranno buttati nel cestino (meglio tardi che mai) e che il Pd tornerà ad essere di sinistra e a fare cose di sinistra (e Nanni Moretti sta già scrivendo il sequel di Aprile). Ha garantito che formerà un governo con Verdi e Sinistra italiana, cosa che aveva escluso prima delle elezioni (considerandola una scelta troppo di sinistra, troppo contro Confindustria), e che il ministero per la transizione ecologica sarà affidata a Greta Thunberg e sarà una vera transizione (con adeguate politiche ambientali, sociali e industriali) e non una finzione secondo il più capitalistico green-washing.
E ha promesso ancora: reddito di cittadinanza per tutti; tassazione degli extraprofitti delle imprese, delle multinazionali globali e della speculazione finanziaria; politiche sociali per ridurre le disuguaglianze; politiche fiscali di matrice keynesiana per una redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso (e non in senso contrario, come fatto anche dal Pd negli ultimi tre decenni); fine del precariato nel lavoro e contratti di lavoro a tempo indeterminato per tutti; parità retributiva, da subito, tra uomini e donne (e multe colossali per le imprese che non rispettassero il principio); orario di lavoro ridotto e settimana lavorativa di 15 ore (come previsto sempre da Keynes quasi cento anni fa); obbligo di riciclaggio e di riuso per tutte le merci prodotte, con i costi a carico delle imprese produttrici; divieto assoluto di profilazione/spionaggio di massa (Big Data) via rete; nazionalizzazione della rete e sua gestione democratica; scuola e istruzione come luoghi e tempi per acquisire conoscenza e spirito critico e non per produrre mere competenze a fare per l’industria; potenziamento del trasporto pubblico (gratuito) e disincentivazione di quello privato; e molto altro ancora. Su tutto: il programma del governo – ha detto sempre Letta – è tutto già scritto nella Costituzione. Basta semplicemente attuarlo.
Grande, invece – ovviamente – la rabbia di Giorgia Meloni, che già si vedeva premier e già aveva prenotato sue visite nei negozi più chic di Roma. Grande la rabbia di Matteo Salvini, che ancora crede che i migranti siano il male assoluto. Grande la rabbia anche di Putin, che sperava che gli italiani votassero davvero in massa per i sovranisti Meloni e Salvini. Grande anche la rabbia di molti giornali e di molti giornalisti che già da tempo erano saliti sul carro della vincitrice e costruivano giorno dopo giorno – appunto – la profezia che si autoavvera per la leader di Fratelli d’Italia. Grande anche la rabbia di Confindustria e degli industriali piccoli e grandi, che speravano di riavere un po’ di gas dalla Russia e mano ancora più libera nella gestione della forza-lavoro.
Il Pd ha fatto autocritica, e non è una cosa da poco – grande la gioia nelle piazze d’Italia, Bella ciao è cantata da tutti, anche da Laura Pausini – dopo che per anni il Pd aveva fatto provare a molti una grande nostalgia per la vecchia Democrazia cristiana, che era quello che era ma almeno una forte attenzione al sociale comunque l’aveva e che invece il Pd ha sempre rinnegato, preferendo gli industriali ai lavoratori, la destra alla sinistra, il capitale al Capitale di Marx. In Italia, il 25 settembre 2022 è successo davvero un miracolo. Possiamo dirlo: si è davvero realizzato un sogno…”.
Oddio, ma è veramente un sogno quello che sta scritto, a mia insaputa, nelle righe qui sopra. È davvero un sogno, ora che ho aperto gli occhi e finalmente realizzo che non siamo ancora arrivati neppure al 25 settembre. Un sogno, purtroppo. Perché il problema-incubo, per me che vivo e voto in Italia, si materializzerà davvero il 26 settembre, quando mi risveglierò in Ungheria – e chiedo scusa agli ungheresi che si oppongono a Orbán – con un governo guidato da una fanatica della spagnola Vox e quindi nostalgica del caudillo Francisco Franco.
Ho cantato raramente questa canzone nei molti anni da quando è stata scritta perché non ho mai pensato che avrebbe potuto ancora avere un senso, ma alla luce della decisione improvvida e sanguinosa di un solo uomo di invadere un paese vicino pacifico e innocuo, questa canzone è di nuovo un’invocazione alla nostra comune umanità. Per i coraggiosi ucraini, che combattono questa brutale tirannia, ma anche per i molti russi che protestano contro questo oltraggio nonostante le minacce di arresto e di imprigionamento. Tutti noi amiamo i nostri bambini. Fermate la guerra.
In Europa e in America
C’è una crescente sensazione di isteria
Condizionato per rispondere a tutte le minacce
Nei discorsi retorici dei sovietici
Il signor Krusciov ha detto noi vi seppelliremo
Non condivido questo punto di vista
Sarebbe una cosa così ignorante da fare
Se anche i russi amano i loro figli
Come posso salvare il mio bambino
Dal giocattolo mortale di Oppenheimer?
Non esiste il monopolio del buon senso
Su entrambi i lati del recinto politico
Condividiamo la stessa biologia
Indipendentemente dall’ideologia
Credimi quando te lo dico
Spero che anche i russi amino i loro figli
Non ci sono precedenti storici
Per mettere le parole in bocca al presidente
Non esiste una guerra vincibile
È una bugia a cui non crediamo più
Il signor Reagan dice noi vi proteggeremo
Non condivido questo punto di vista
Credimi quando te lo dico
Spero che anche i russi amino i loro figli
Condividiamo la stessa biologia
Indipendentemente dall’ideologia
Cosa potrebbe salvarci me e te
È se anche i russi amano i loro figli
Un open space claustrofobico: potrebbe essere un ossimoro, è certamente il teatro della vicenda di Alex Magni, manager rampante protagonista del nuovo romanzo di Davide Staffiero, che dopo il suo precedente libro d’esordio (“Il programma”, 2018) torna ad offrirci un personaggio tormentato dentro una vita di solitudine esistenziale profonda, fra fantasmi e presenze reali, tutte in buona sostanza antagoniste, fino alle estreme conseguenze.
In “Dalle 9 alle 6”, seguiamo pochi mesi di “apprendistato” di Alex Magni dentro la macchina stritolante di una grande compagnia finanziaria e delle sue ferree regole aziendali, tutte votate al massimo profitto, fortemente gerarchizzate, inesorabilmente portate a chiedere ad ogni collaboratore la totale dedizione ed identificazione, da mostrare in ogni momento al superiore, a qualsiasi costo.
In quell’open space non per caso chiamato “Colosseo”, i collaboratori sono chiamati in definitiva a dar costante prova non solo delle loro competenze nel campo finanziario, fra quotazioni borsistiche, bilanci e investimenti, ma soprattutto della loro totale “affidabilità”, il che significa dedizione incondizionata e disponibilità a raggiungere gli obiettivi letteralmente ad ogni costo, senza guardare in faccia a nessuno, nella totale diffidenza verso qualsiasi collega, che del resto si fa subito rivale, avversario, su cui prevalere, a tutti i livelli, compreso quello dello scontro fisico.
Il Colosseo, fatto di miriadi di piccoli “loculi”, appare così proprio un’arena di scontro totale sotto gli occhi compiaciuti di “capi”, di direttori che promuovono questo scontro in ogni circostanza, per poi goderne come gli antichi imperatori romani, con cinica indifferenza.
Staffiero racconta questa vicenda con un linguaggio crudo fortemente mutuato da un certo cinema e da numerosi serial televisivi, in cui primeggiano ormai da alcuni anni i generi thriller e horror, nelle loro più diverse declinazioni. Da bravo critico cinematografico e, da qualche anno, programmatore della fiction televisiva della RSI, Staffiero conosce bene quel mondo, ne adotta i meccanismi narrativi, gli eccessi, le atmosfere, non risparmiando veri e propri specifici riferimenti a personaggi come Ivan Drago (quello dell’”Io sti spiezzo” di “Rocky IV”) o degli attori protagonisti di film al limite del trash, quali Steven Segal o l’iperbolico Chuck Norris.
E come in non pochi casi di quel genere di film, anche nella narrazione di Staffiero, non mancano i momenti di ironia, che si esprime nel linguaggio e in situazioni che sfiorano ( o superano) il paradossale, in bagni di sangue (finto?) da ring di wrestling.
Alex Magni deve fare di tutto per superare l’esame di ammissione previsto dopo tre mesi di praticantato. In quei tre mesi sperimenta (a suo rischio e pericolo e a suo danno) tutto quanto di cruento possa capitare a chi voglia “far carriera” dentro il palazzone della compagnia, nel ring (o nell’anfiteatro) dell’open space rinominato Colosseo.
Costruito come un “thriller psicologico”, (ma potremmo anche dargli una delle diverse definizioni che troviamo nelle descrizioni delle serie di Netflix , da crime a mistery, con le sottospecie di angosciante, morboso, ossessionante, disturbante ecc.), “Dalle 9 alle 6” (che non è altro che il presunto orario d’inizio e di fine lavoro) è un libro che certamente può finire catalogato fra i prodotti di “intrattenimento letterario”, proprio come la produzione cinematografica e televisiva di cui è debitore e da cui trae non pochi spunti, sia propriamente narrativi che linguistici.
Poi sappiamo bene (e l’avvento ed il successo anche in libreria della grande “giallistica” ce lo insegnano) che la letteratura “di genere” sa essere anche di qualità, specie se capace di raccontarci la parte buia, notturna, atroce e cruenta della realtà che ci circonda, magari meglio o di più di quanto non sappia fare la cosiddetta “letteratura alta”.
In definitiva la questione cruciale finisce sempre per risiedere nella forza consapevole e innovativa della scrittura: Davide Staffiero prova, come detto, apertamente e palesemente a portare dentro le pagine del suo libro una lingua “cinematografica” costellando il racconto di riferimenti e citazioni ed adoperando diffusamente metafore e similitudini, forse non sempre in modo convincente, in verità, ma spesso sorprendente e riuscito.
E in fondo il libro stesso potrebbe acquisire un valore metaforico nel raccontare, a suo modo, di un viaggio iniziatico esistenziale dentro il mondo (degli affari e della finanza) di oggi. Un mondo fondato su un meccanismo perverso di ambizioni sfrenate e frustrate, di una ricchezza agognata che, in fondo, rimane e rimarrà in mano e sotto controllo solo ed esclusivamente di chi sta “ai piani alti”.