Balle coi lupi

L’intervento di Berlusconi alla RAI – Esternazioni incredibili in una campagna elettorale che sta superando ogni limite di decenza 

C’è una parola che in questi ultimi anni ha ritrovato ed assunto una valenza centrale in ogni questione che venga pubblicamente trattata: la parola è “narrazione”, che non è più, come comunemente si riteneva e si ritiene, un atto comunicativo insito nei rapporti umani e nella necessità di raccontare e raccontarsi, ma è diventata un termine che indica un quadro preorientato di “costruzione della storia o della realtà” che si vuole trasmettere agli altri.

Insomma, oggi tutto risponde a “narrazioni” impugnate dall’uno o dall’altro, per trasmetterci modi di leggere la realtà costruiti sapientemente da stuoli di specialisti, seri indagatori di ogni piega della storia e della realtà (e della complessità), ma ancor più spesso (specie se a fini politici), per raccontarci “bene” quel che vogliamo sentirci dire, o che ci si vuole indurre a pensare.

Gli esempi sono sotto i nostri occhi, ogni giorno, specie in periodi, come questo, di “campagne” politiche o di confronto duro, serrato, intorno alle drammatiche vicende del conflitto in Ucraina, che sappiamo essere un esempio terribile di “narrazioni” estreme, per lo più propagandistiche, gestite magari anche dai governi in causa, per indirizzare “l’opinione pubblica”, in un’era globalizzata, in cui di fronte a profluvie di informazioni, vere o false, ci si ritrova in balìa di quel che ci viene detto, a cui “credere” oppure no, in uno stato di progressivo smarrimento.

Con questi aspetti della “comunicazione globale” dobbiamo forse come non mai fare i conti un po’ tutti, a cominciare dai professionisti della comunicazione, giornalisti in testa. Ora, proprio per questo, ci sono delle circostanze in cui tacere, o accogliere una “narrazione” come ennesimo legittimo “punto di vista” con cui democraticamente confrontarsi, diventa davvero molto difficile, perché quello che ci viene detto, comunicato, è né più né meno “delirante”.

È il caso dell’intervento di ieri, in un programma pre-elettorale RAI, del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, di cui è qui assolutamente superfluo enumerare le performances retoriche spesso di uno squallore pari alla sua miracolosa longevità non solo politica ma anche imprenditoriale, nonostante tutti i casi giudiziari che l’hanno visto implicato in questi decenni.

Nel video, che anche la nostra zattera ritiene opportuno condividere (in una versione visivamente “interpretata” dalla redazione), Berlusconi arriva ad appropriarsi di una “narrazione” della guerra in Ucraina che non ha alcun fondamento, nessun riscontro storico. Come ci raccontasse una “favola”, come fossimo tutti bambini da ammaestrare (o da addormentare) ci fa passare il suo amico di lettóne Vladimir, come il benefattore di poveri russi perseguitati in terra Ucraina da un governo che si sarebbe dovuto semplicemente spodestare per metterci “gente per bene”.

Ora, si potrà leggere questa ennesima uscita stravagante come il disperato tentativo di “autoassolversi” dalle accuse di connivenza con lo zar; si potrà cercare di intravvedere nell’evidente offuscamento di Berlusconi tutto il carico di disagio, suo e del suo partito, in una campagna che lo vede in perdita di consensi, fagocitato dentro una coalizione dominata da Giorgia Meloni; insomma, si potranno trovare tutte le spiegazioni del caso per dar conto di una tale serie di castronerie messe in fila in un’apparizione televisiva. È la campagna elettorale, si dirà, fa parte del gioco.

Ma anche no, per una volta. Si potrebbe anche dire che a tutto c’è un limite, anche alle “narrazioni” orientate all’autoincensamento o all’autoassoluzione. Ci sono dei fatti che smentiscono ogni sua parola, e andrebbe detto, andrebbe posto questo limite: qui siamo di fronte alla palese deformazione della realtà (e di chi la racconta), ma non può sempre valere tutto, finché poi tutto diventa uguale ed indistinto. In certi casi va messo un freno a questa propensione all’insensatezza, dicendo almeno che le parole di Berlusconi possono essere studiate ed analizzate in ambito geriatrico, dentro il contesto di un percorso di senescenza (da tempo avviato) che lo ha pateticamente ridotto a definirsi più bello di Letta su Tik Tok, ma tutto finisce lì, nel capitolo “macchie e macchiette” (peraltro tristemente inevase da decenni).

Non può essere accettabile che un “dibattito” che voglia definirsi tale, pur in termini elettorali (che già sacrificano non pochi dati di realtà) finisca per accogliere come lecite una sequela di “balle spaziali” come quelle che si susseguono in questo breve video.

È vero, il contesto di una battaglia fra navigati lupi di mare della distorsione propagandistica non aiuta a cercare qualche barlume di ragionevolezza. Ma gli elettori, i cittadini, in Italia (nel “laboratorio Italia”) come ovunque, si meritano altro, e se non se lo ritrovano, protestino, esigano di essere trattati da adulti. E lo siano.


Sergio Rossi – “Decrescita felice”, una soluzione o un’illusione?

L’intervento di Berlusconi alla RAI – Esternazioni incredibili in una campagna elettorale che sta superando ogni limite di decenza 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Una proposta radicale: il Reddito di Base Incondizionato

L’intervento di Berlusconi alla RAI – Esternazioni incredibili in una campagna elettorale che sta superando ogni limite di decenza 

Entro la fine di quest’anno i promotori dell’iniziativa popolare che chiede di introdurre il reddito di base incondizionato (RBI) dovranno raccogliere le 100 mila firme necessarie. Finora il numero delle sottoscrizioni è inferiore al previsto. 

Su questo tema il popolo svizzero si era già espresso nel giugno del 2016. Una prima iniziativa che proponeva un reddito di base è però fallita, bocciata dal 77% dei votanti.

Il Comitato torna alla carica rivendicando l’introduzione di un articolo costituzionale che garantisca, alle persone domiciliate, un RBI che consenta di condurre un’esistenza dignitosa in seno alla famiglia e alla società. Il reddito di base è concepito in modo da contribuire a preservare e sviluppare le assicurazioni sociali. L’iniziativa sancisce il principio, poi sarà la legge elaborata dal Parlamento a disciplinare l’importo e il finanziamento del reddito di base. “Tutti i settori economici – precisa l’articolo costituzionale – contribuiscono solidalmente a tale finanziamento sulla base dei propri proventi. In particolare, sono tassati adeguatamente il settore finanziario e le imprese del settore tecnologico ed è sgravata l’attività lucrativa”. Indicativamente i promotori prevedono che il reddito minimo dovrebbe aggirarsi attorno ai 2500 franchi mensili. Per offrirlo a tutti sarebbero necessari più di 200 miliardi. Un bel gruzzolo, dove raggranellarlo?

L’economista Martino Rossi ha elaborato un modello, presentato in modo articolato in uno studio appena pubblicato (Donato Anchora, Reddito di base incondizionato, Fontana edizioni, Lugano). Secondo Rossi il finanziamento del RBI dovrebbe avvenire prelevando dalla somma dei profitti e dei salari una quota del 36%. Questo metodo avrebbe un impatto consistente sulla redistribuzione del reddito, perché i salari alti o i grandi profitti pagherebbero in misura elevata e i piccoli e medi redditi si avvantaggerebbero.

Un’altra possibile modalità di finanziamento è quella proposta da Felix Bolliger e Marc Chesney, che suggeriscono di prelevare una micro-imposta, al massimo lo 0,5% sul traffico dei pagamenti scritturali, vale a dire i pagamenti digitali che non utilizzano denaro contante. Un’idea già avanzata tempo fa con un’iniziativa popolare che, purtroppo, non ha avuto successo, ma meriterebbe di essere ripresentata.

Il reddito di base può essere una risposta alle crisi che stiamo attraversando, dalla pandemia alla guerra in Europa, e alla prospettiva dei cambiamenti in atto nel mondo del lavoro. C’è chi ha parlato di fine del lavoro ed è indubbio che il futuro porterà a una riduzione degli addetti. “Fra venti anni la domanda di lavoro per una miriade di abilità umane si ridurrà notevolmente. – afferma Bill Gates – Credo che la popolazione non abbia coscienza di quello che sta accadendo”.

Il reddito di base non è una rivendicazione nuova ed è ormai diffusa in tutto il pianeta. A Zurigo il prossimo 25 settembre la Città dovrà decidere sulla proposta di avviare un progetto pilota che assegnerà per tre anni un reddito di base incondizionato di 2500 o 3000 franchi a 500 persone. Se verrà approvata questa iniziativa, sarà un laboratorio interessante.

Accettare il reddito di base richiede un cambiamento di mentalità. Si deve rinunciare al mito del lavoro, vero e proprio fondamento delle società capitalistiche. Può essere utile ricordare Paul Lafargue, genero di Carlo Marx, che nel 1880 pubblicò “Il diritto all’ozio”: il lavoro è un dogma disastroso, diceva, e “nella società capitalistica, il lavoro è la causa di ogni degenerazione intellettuale, di ogni deformazione organica”.

Il RBI promette molti benefici: ristabilire un’equità fiscale, redistribuire i redditi, offrire una libertà economica a ciascuno, promuovere l’iniziativa personale e le start-up, sostenere i lavori di cura, ridurre la disoccupazione, incentivare il lavoro parziale. 

Si tratta di una proposta radicale, forse utopica, ma a lunga scadenza sarà inevitabile, come molte riforme che sembravano utopistiche hanno confermato nel corso dei secoli.


Sempre più solo

L’intervento di Berlusconi alla RAI – Esternazioni incredibili in una campagna elettorale che sta superando ogni limite di decenza 

Di Alessandro Cappelli, Linkiesta

Il discorso televisivo di Vladimir Putin alla nazione russa è un’operazione di propaganda travestita da chiamata alle armi. Il capo del Cremlino ha annunciato una «mobilitazione parziale» per trovare nuovi uomini da mandare a combattere in Ucraina: una risposta ai recenti successi militari dell’Ucraina nei territori che l’esercito russo aveva occupato all’inizio dell’invasione. L’obiettivo del Cremlino è richiamare in servizio i riservisti, cioè chi è in congedo permanente dopo aver fatto il servizio militare e non partecipa più alle operazioni militari.

Il cambio di tono e di strategia rispetto al passato sembra evidente: Putin non ha mai parlato apertamente di guerra, ma fin dall’annuncio del 24 febbraio ha sempre descritto l’invasione come «operazione militare speciale».

Potenzialmente potrebbe essere il preludio a una dichiarazione di guerra formale all’Ucraina. La settimana scorsa il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva negato questa possibilità, ma aveva risposto negativamente anche sulla possibilità di mobilitare i riservisti (sappiamo ormai che le sue parole hanno un grado di credibilità piuttosto basso).

Inoltre martedì la Duma, il parlamento russo, aveva emendato il codice penale del Paese per inasprire le pene contro i soldati che si arrendono o disubbidiscono agli ordini, specificando situazioni di «mobilitazione, legge marziale e tempo di guerra» come possibili aggravanti.

Il ministro della Difesa russo Sergej Šojgu ha detto che saranno mobilitati 300mila russi su un totale di circa due milioni di riservisti. È una stima molto ottimistica: si tratta di un provvedimento molto impopolare e migliaia di russi si sono subito messi alla ricerca di soluzioni per scansare la chiamata.

Poche ore dopo il discorso di Putin i voli in partenza dalla Russia verso praticamente qualunque altra destinazione sono andati esauriti: le destinazioni più gettonate sarebbero soprattutto Turchia, Azerbaigian e Armenia cioè Paesi che non richiedono visti all’ingresso per i russi. I voli per questi tre Stati sono già colmi, e i prezzi dei biglietti sono schizzati alle stelle.

Un biglietto per il volo di sabato – una tratta da quattro ore e mezza – costa 173mila rubli, circa 2.870 euro. Ma fino a martedì sera costava circa 350 euro.

«Dubito che riusciranno a mobilitare così tanti uomini come dicono», ha scritto in un thread su Twitter Sergej Sumlenny, giornalista, politologo e scrittore di origine russa che ha lavorato a Mosca per l’emittente televisiva tedesca Ard ed è stato caporedattore di un telegiornale dell’emittente commerciale russa RBC-TV. «Per integrare così tante persone avrebbero bisogno di strutture libere e ufficiali militari, circa 500-800 per divisione».

L’analisi di Sumlenny, insomma, porterebbe a pensare che per Mosca non sarà così facile muovere tanti riservisti in breve tempo. Oltre al fatto che fin dall’inizio della guerra si parla delle enormi difficoltà dell’esercito russo nell’equipaggiare e armare a dovere i suoi soldati – e poi anche dei problemi logistici nel muovere e organizzare così tanti uomini.

«L’unico motivo per parlare di mobilitazione è per pura propaganda», aggiunge Sumlenny. «La Russia sta anche cercando di spaventare l’Occidente facendogli credere che abbia risorse illimitate (è una menzogna) e che ci sarà un’escalation del conflitto (un’altra menzogna)». Per la Russia una mobilitazione, anche parziale, è un rischio, un’operazione che rischia di metterne a nudo ancor di più le difficoltà e i problemi organizzativi.

Tra l’altro il discorso di Putin è arrivato poche ore l’inizio dei lavori del mercoledì alla 77esima Assemblea Generale dell’Onu. Da New York il portavoce del Servizio di Azione Esterna dell’Unione europea, Peter Stano, ha definito la mobilitazione della Russia «un attacco ai principi fondamentali della comunità internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite, e fondamentalmente è un attacco contro tutti i Paesi che hanno sottoscritto i principi del diritto internazionale, della sovranità e dell’indipendenza delle nazioni».

Oltre alla mobilitazione parziale, l’autocrate russo ha insistito anche che sui referendum che hanno indetto per i prossimi giorni le autoproclamate repubbliche autonome del Donbas, Lugansk e Donetsk – già riconosciute come indipendenti da Mosca – e le aeree di Kherson e Zaporizhzhia. Le consultazioni vorrebbero essere un sistema per annunciare la volontà di annessione alla Russia.

«In altre parole, stanno pianificando sondaggi truccati per consentire alla Russia di annettere illegalmente più territorio ucraino», scrive l’Economist. «Uno degli obiettivi dei referendum è quello di contenere i successi militari ucraini nel Donbas: in caso di annessione formale di Lugansk e Donetsk in teoria il Cremlino potrebbe dichiarare che le offensive ucraine in quelle aree sono stati attacchi al suolo russo».

Sarebbe una copia di quanto già accaduto con la Crimea nel 2014: allora la penisola fu annessa con un referendum pilotato, che però si rivelò sufficiente per permettere ai funzionari russi di inibire i tentativi di riconquista ucraini. La speranza è che, otto anni dopo, l’Ucraina e i suoi alleati occidentali e democratici riescano a frenare le ambizioni imperialiste del Cremlino. O che quest’ultimo si fermi da solo sbagliando tempi e modi delle sue strategie.

Nell’immagine: la polizia di Mosca arresta brutalmente una donna durante una manifestazione contro la mobilitazione


“Yo soy Giorgia”

L’intervento di Berlusconi alla RAI – Esternazioni incredibili in una campagna elettorale che sta superando ogni limite di decenza 

Di Mattia Madonia, THE VISION

“Yo soy Giorgia, soy una mujer, soy una madre, soy cristiana”, gridò lo scorso ottobre Giorgia Meloni durante un comizio a Madrid del partito spagnolo Vox. Un po’ come quei comici che si rendono conto dell’efficacia di un tormentone e lo ripropongo a ogni spettacolo, anche con variazioni sul tema. E così, quel giorno, Meloni tirò fuori anche il Dio-Patria-Famiglia che fa da collante delle destre europee, davanti a una piazza presente per sostenere un partito orgogliosamente nazionalista, omofotransfobico, monarchico, antifemminista, xenofobo, nostalgico del franchismo e ammiratore dei neofascisti italiani. Quel comizio fu tenuto il giorno dopo l’assalto squadrista alla sede della CGIL di Roma, quando la leader di Fratelli d’Italia era ancora alla confusa ricerca di una matrice di quell’evento. A distanza di un anno, conscia della pronosticata vittoria alle elezioni del 25 settembre, Meloni ha dichiarato all’agenzia Efe di augurarsi un successo elettorale nei prossimi mesi anche per Vox. Ha spiegato che con Santiago Abascal, il leader del partito di estrema destra spagnolo, ci sono ottimi rapporti: “Siamo legati da stima, amicizia e lealtà reciproca”. Abascal è noto agli oppositori anche per il suo soprannome: El Facha, il fascista, nonostante egli stesso abbia smentito l’accusa.

Vox nacque nel 2013 da una costola del Partito Popolare, con diversi fuoriusciti che accusarono l’ex partito di appartenenza di essere troppo poco duro contro la deriva progressista del Paese. Dopo anni di assestamento, Vox ottenne alle elezioni nazionali del 2019 il 15% delle preferenze, diventando il terzo partito spagnolo, con 52 seggi in parlamento. Nello stesso anno riuscì a far eleggere anche 4 europarlamentari a Bruxelles. Non si tratta dunque di una realtà marginale come possono esserlo da noi CasaPound o Forza Nuova, pur avendo diversi tratti in comune nell’ideologia politica. Se qui contiamo, anche all’interno di Fratelli d’Italia, i nostalgici di Mussolini, gli esponenti di Vox vengono ironicamente chiamati in patria i “nipotini di Franco”. Non a caso nel programma elettorale di Vox è stato inserito un passaggio per chiedere l’abrogazione immediata della Legge sulla Memoria Storica, ovvero quella che ricorda le vittime della guerra civile spagnola e della successiva dittatura di Francisco Franco. Per Vox, “nessun parlamento ha la legittimità di definire il nostro passato e ancor meno di escludere gli spagnoli che sono contrari alle sue definizioni”. D’altronde il leader Abascal, definito da Meloni “un patriota”, ha dichiarato: “Razzisti, franchisti, macisti e fascisti: sono medaglie sul petto”.

Il tratto inquietante che accomuna l’estrema destra meloniana a quella spagnola è il fil rouge che le lega ad altre realtà liberticide. Per esempio, la vicinanza d’intenti tra Meloni e Orbán rientra in un piano di estremismi europei che mira alla soppressione delle conquiste civili ottenute a fatica negli ultimi decenni. L’aborto è l’argomento cardine che spiega questa ostruzione ai diritti basilari dell’individuo, in questo caso della donna. Se già in alcune regioni italiane si segue il modello Orbán per minare il diritto all’aborto delle donne, Vox segue la stessa linea, propagandando l’antiabortismo. HatzeOir, un’associazione spagnola di estrema destra e ultracattolica, ha proposto ai principali partiti del suo Paese un questionario su undici misure pro-vita. Vox è stato l’unico partito a rispondere di essere favorevole all’abrogazione della legge sull’aborto. Il partito si è anche schierato a favore della “famiglia tradizionale”, aggrappandosi a questo concetto astratto che appassiona anche i nostri partiti di centrodestra. Infine, per non farsi mancare nulla, si è anche definito contrario all’eutanasia. In pratica, Abascal, senza giri di parole, è la crasi tra 

I patrioti spagnoli amici di Meloni sono anche contrari alle leggi sul femminicidio e chiedono anche l’abrogazione della legge sulla violenza di genere, in quanto a loro dire “discrimina un sesso”. Per ribadire la propria misoginia, Vox ha anche chiesto “la soppressione delle organizzazioni femministe radicali sovvenzionate”. Abascal ha protestato anche contro la presenza delle bandiere LGBTQ+ nelle istituzioni pubbliche spagnole, ritirando fuori la manfrina della “lobby LGBT”. Meloni ha preso appunti e, quando a giugno si è presentata a Marbella per un comizio a supporto dei suoi alleati della destra radicale, ha urlato al pubblico: “No alla lobby LGBT, sì alla famiglia naturale”.

Lo strumento di discriminazione che porta in automatico a considerare “contronatura” qualsiasi realtà fuori dai canoni dell’integralismo religioso di Vox e del conservatorismo radicato anche in Italia, non è altro che una direzione politica ben definita, un progetto che, da Orbán a Meloni, da Abascal a Bolsonaro, racchiude i tratti dell’intolleranza di Stato, ovvero il sogno della destra post 25 settembre. Meloni vuole relegare certi cittadini considerati di Serie B alle zone più buie della società. E Vox non è di certo isolata nelle sue barbare pretese, facendo parte in Europa del Partito dei Conservatori e Riformisti Europei, gruppo presieduto dal 2020 dalla stessa Meloni.

Non poteva poi mancare nel programma di Vox la battaglia contro l’immigrazione. Il partito è arrivato addirittura a chiedere di eliminare l’accesso ai visti regolari per gli immigrati e la “deportazione degli immigrati clandestini” in caso di reati (anche minori), compresi quelli che si trovano legalmente in territorio spagnolo. Vox propone, inoltre, di impedire a vita agli immigrati clandestini la possibilità di legalizzare la loro presenza in Spagna. Non pago, vuole anche impedire “il libero accesso all’assistenza sanitaria” – a eccezione delle prestazioni di emergenza –, non soltanto per chi entra nel Paese clandestinamente, ma anche per i residenti regolari che non contino almeno dieci anni di permanenza in Spagna. Vox giustifica queste proposte parlando di opposizione al multiculturalismo e il passo per raggiungere il “Non vogliamo mescolarci con altre razze” di Orbán è molto breve. Tra blocchi navali, barriere di filo spinato e negazione all’assistenza sanitaria, il triangolo Italia-Ungheria-Spagna rischia di diventare il motore per il ritorno a un passato che rappresenterebbe per l’Europa la fine di una comunità sana, ricca, egualitaria e inclusiva.

L’endorsement di Meloni a Vox deve essere visto come un campanello d’allarme non soltanto per il nostro Paese – per la pericolosità di certe alleanze tenute insieme dalla forza dell’intolleranza – ma per l’intera politica internazionale, in un periodo in cui alle prevaricazioni su larga scala – come l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia – si accompagnano rivendicazioni radicali che toccano tutte le sfere politiche, civili e sociali. Se in passato le frange più estremiste venivano considerate un male trascurabile, in quanto ben distanti dal poter ottenere un riconoscimento elettorale o anche solo un megafono di dimensioni accettabili per poter diffondere i loro messaggi d’odio e violenza, adesso, con colpevole ritardo, ci si accorge dell’aver sottovalutato le potenzialità virali di un sottobosco che ha raccolto per anni il malcontento di varie frange della società, dirottandolo come sempre accade su territori avversi ai fondamenti della democrazia. Adesso siamo costretti ad accettare queste realtà palesemente esclusiviste e discriminatorie, mentre i picconatori dei diritti si aggrappano a frasi come “Siamo in democrazia, abbiamo il diritto di esistere”, per portare avanti le loro istanze. Senza scomodare il paradosso di Popper sull’intolleranza, ci troviamo di fronte all’ascesa di forze che contrastano i valori della democrazia, ma che esistono e si sono moltiplicate esclusivamente grazie a essa.

A questo va aggiunto l’euroscetticismo marcato di Vox e quello mascherato di Fratelli d’Italia. Meloni, in passato, ha più volte chiesto di uscire dall’Unione Europea, mentre oggi cerca di rassicurare l’establishment internazionale rinnegando quella visione che di certo, però, non può essere evaporata da un giorno all’altro. È un atto di convenienza che ricorda quello dell’Ungheria, profittatore di Bruxelles quando bisogna ricevere i fondi, e poi cavallo di Troia quando firma contratti con i russi per il gas in un periodo di instabilità geopolitica. Inoltre, Meloni è giustificata in patria anche per una sorta di bonarietà giornalistica che si manifesta innanzitutto con un ovattamento lessicale che solo noi italiani adottiamo. Mentre all’estero Fratelli d’Italia, esattamente come Vox, viene definito far right, qui nessuno tra i media lo accosta all’estrema destra. Eppure, analizzandone valori, intenti e componenti lo è a tutti gli effetti, fa parte della stessa materia di cui è composto Vox e qualsiasi altra realtà accomunata dalle stesse caratteristiche politiche. L’Europa dei neofascisti e dei neofranchisti non era quella che sognavamo, ma a quanto pare siamo costretti ad affrontare queste ventate nere, quelle che fino a qualche anno fa consideravamo rappresentazioni farsesche di forze politiche che mai sarebbero arrivate al potere, delle macchiette. Un’ascesa, quella fascista, che, come scrisse Andrea Camilleri, sarebbe stata grottesca, se non fosse stata tragica.


Scendere in campo, ma per giocare quale partita?

L’intervento di Berlusconi alla RAI – Esternazioni incredibili in una campagna elettorale che sta superando ogni limite di decenza 

Marina Carobbio “è scesa in campo”; pochi giorni prima, Greta Gysin aveva deciso di non scendere in campo. Ma, fuor di metafora, quale (o quali) partite si vogliono giocare con queste scelte?

PS e Verdi per diverse settimane hanno costruito una narrazione nella quale inquadrare le future scelte dei candidati e delle candidate. Si tratta del più volte citato “progetto condiviso dell’area di sinistra e progressista”. Un progetto che, come tale, non ha ancora né capo né coda. Anche perché, almeno finora, il PS rimane una forza saldamente ancorata alla collaborazione governativa, costi quel che costi; i Verdi, seppur con qualche cedimento negli ultimi tempi, restano per il momento una forza di opposizione. Il loro voto su Preventivi e Consuntivi, l’atto in cui, in un certo senso, si condensa e si giudica l’attività del governo, resta per il momento negativo. Vedremo.

In mancanza di “ciccia” da mettere nel “progetto”, la vera discussione è stata (e temiamo che tale resterà) squisitamente e prosaicamente elettorale. Fino a pochi a pochi giorni fa, il progetto si declinava nella prospettiva di un rafforzamento elettorale dell’area rappresentata da PS e Verdi con l’obiettivo dichiarato di conseguire un secondo seggio in Consiglio di Stato. Era questa la partita che si affermava di voler giocare. E per questa partita appariva sensato mettere in campo “candidature forti”, personalità che potessero attrarre voti: condicio sine qua non per poter dare al progetto una certa credibilità.

Una narrazione (a volte esplicita, a volte solo sottintesa) che ha permesso alle direzioni di PS e Verdi di convincere la propria base a sostenere fin dall’inizio l’ipotesi di un’alleanza; ma che fin da subito ha pure mostrato alcune contraddizioni. Infatti, se l’obiettivo fosse stata veramente la conquista di un secondo seggio in governo, mal si comprende come non sia stata presa in considerazione la proposta presentata dall’MPS per una lista unica per Gran Consiglio e Consiglio di Stato. 

Ma ora, dopo le decisioni definitive delle due parlamentari nazionali, la narrazione si è trasformata in una favola, raccontata per nascondere le esigenze elettorali dell’una e dell’altra parte, spesso legate a carriere presenti e future. Dietro i proclamati  “progetti” di ampio respiro vi è una prospettiva di corto periodo, in qualche caso anche un po’ di affanno, la solita cucina elettorale.

La prospettiva del raddoppio oggi – risolti, o quasi, i problemi di posti – non esiste più; e nemmeno la si evoca come obiettivo per il quale valga la pena tentare di battersi: il ritiro di Greta Gysin ha implicitamente significato proprio questo. D’altronde la recente conferenza cantonale del PS ci ha messo sopra la classica pietra, ribadendo – di fatto con l’accordo dei Verdi – che il posto in Consiglio di Stato dell’”area progressista” (cosa sarà mai?) deve spettare a un/una rappresentante del PS. È così da 100 anni, e deve continuare ad essere così!

Alla fine, come era prevedibile, Marina Carobbio è scesa in campo: non più per tentare il raddoppio (sparite le altre possibili candidature “forti” per coadiuvarla in questa impresa), ma, si racconta, per “confermare” il seggio socialista in governo; qualcuno si spinge fino ad usare termini più forti: per “blindare” il seggio.

Ora, con tutta la simpatia e stima che possiamo avere per Marina Carobbio, una cosa appare evidente: la sua candidatura non serve a nessuno di questi obiettivi. Il seggio PS in governo (almeno per questa tornata) non è a rischio in nessuna delle configurazioni elettorali immaginabili. Sicuramente non dopo l’alleanza PS-Verdi, così come è stato definitivamente deciso; ma non lo sarebbe stato nemmeno con la presentazione di una lista del solo PS. Persino una lista per il CdS con candidature “normali” (per esemplificare: cinque deputati/e in GC o altri nomi che sono stati fatti in questi mesi) garantirebbe comunque al PS la conferma del proprio seggio, in qualsiasi configurazione. E, allora, a cosa serve la “discesa in campo” di Marina Carobbio, anche in considerazione del fatto che, precipitandosi verso il Consiglio di Stato, rinuncia di fatto a difendere il seggio conquistato al Consiglio degli Stati, la cui “importanza storica” è stata a più riprese messa in evidenza?

Forse è convinta che sia difficile (forse impossibile) difendere quel seggio agli Stati conquistato sul filo di lana alle ultime elezioni nazionali e che sia grande il rischio di incorrere in una sconfitta. E allora ecco che la sua candidatura prende anche un’altra valenza, di opportunità personale.

Certo, le sentiamo già arrivare le obiezioni dei “tattici”: se non si fosse “messa a disposizione” si spianerebbe la strada ad Amalia Mirante. Ma, a questo punto, lo spirito di rinnovamento che il PS tanto sbandiera potrebbe sicuramente impedire una terza candidatura consecutiva dell’economista social-liberale che, avute le sue occasioni, dovrebbe farsene una ragione e lasciare il posto in lista ad altri/e.

In realtà tutti hanno capito quale sia il “progetto” a cui si allude. Non certo la creazione di un blocco potente che potrebbe costituire un incoraggiamento alle lotte contro le politiche proposte dalla maggioranza parlamentare e governativa, ma un progetto elettorale in sintonia con quanto da ormai due decenni si fa in Svizzera: progetti che non ci pare abbiano sconvolto gli equilibri di potere in questo paese.

In tutto questo, appare a prima vista poco comprensibile quale possa essere l’interesse dei Verdi: quale partita vogliono giocare i Verdi?

Ricordiamo, infatti, che i Verdi presenteranno una propria lista (separata da quella del PS) per il Gran Consiglio. Non vogliamo certo portar male a nessuno, ma – partendo da una visione realistica dei rapporti di forza elettorali (che, alla prossima tornata, verosimilmente saranno complessivamente ancora più favorevoli alla destra) – ci pare di poter affermare che i Verdi non otterranno un gran risultato. Cosa che rischia di rendere visibili due cose:
a) il PS avrebbe ottenuto il suo seggio in Consiglio di Stato anche senza l’apporto dei Verdi; questi ultimi hanno ottenuto “pari dignità” nella formazione della lista per il CdS, ma rischiano di palesare ancora maggiore subordinazione in termini di rapporti di forza elettorali;
b) i Verdi potrebbero rischiare di non poter rieleggere Greta Gysin in Consiglio Nazionale nemmeno nel caso di una congiunzione con il PS.

Questo ultimo aspetto ci pare un elemento decisivo per tentare di spiegare la mancata “discesa in campo” di Greta Gysin. L’operazione “sinistra alternativa” del 2019 era riuscita – grazie alla congiunzione con il PS – per una serie di ragioni particolari (l’MPS aveva rinunciato a presentarsi e I Verdi avevano riunito attorno a loro tutti i satelliti del PS: PC,POP, Forum…). Questa configurazione appare oggi ben diversa. I Verdi sono coloro che hanno insistito più di tutti – a giusta ragione – per escludere accordi elettorali con i filo-Putin (PC, POP) a livello cantonale, difficile che possano ricredersi a livello federale; l’MPS, molto probabilmente si presenterà e non ha alcuna intenzione di procedere a congiunzioni con il PS (soprattutto dopo che i co-presidenti PS sono corsi a spiegare le ragioni di fondo per le quali è impossibile allearsi a livello cantonale…).

La risposta dei Verdi (e soprattutto di Greta Gysin)  a questa possibile e difficile configurazione è evidente: una lista unica PS-Verdi per le elezioni nazionali (con la libertà degli eletti di aderire ai rispettivi gruppi in Consiglio Nazionale), capitanata da Greta Gysin e Laura Riget, con buona pace del povero Bruno Storni.

Ma parliamo un po’ di politica…

Quanto abbiamo finora raccontato (tutt’altro che entusiasmante, ma che abbiamo voluto richiamare per cercare di offrire una narrazione diversa da quella che si è imposta) si pone su un piano istituzionale e elettorale. Un piano che non solo poco incide sui reali rapporti di forza, ma dove il predominio delle forze borghesi è garantito da molto tempo e, temiamo, lo sarà per molto tempo ancora.

Posizioni istituzionali, in governo e in Parlamento,  che potrebbero sostanzialmente anche servire a contribuire alla creazione di un rapporto di forza diverso, favorevole ai salariati e alle salariate, ai pensionati, alle donne: in breve, a tutte e tutti coloro che cercano di fornire risposte adeguate – e realmente efficaci – ai problemi e ai bisogni che la crisi capitalistica pone ogni giorni di più in modo drammatico; bisogni e problemi che si pongono in ambito sociale, formativo, ambientale, dei diritti.

Negli ultimi decenni è successo esattamente il contrario. La presenza istituzionale delle forze espressione della “sinistra” hanno piuttosto contribuito a riportare le esigenze e i bisogni dei salariati nel quadro di una concertazione attenta alle compatibilità con il sistema. Le buone proposte, come ebbe modo di “teorizzare” un importante esponente in governo del PS, “sono quelle che hanno possibilità di essere accettate”. Un visione tutta interna ai rapporti di forza dati, e compatibile con questi rapporti di forza. Un visione che si è concretizzata in risultati praticamente nulli a favore delle classi subalterne e nell’affermarsi di una politica di contro-riforme che ci ha riportati indietro di decenni.

Qualche settimana fa l’MPS aveva presentato la propria proposta di una lista unica per il Consiglio di Stato e per il Gran Consiglio legandola a due elementi.

Anzitutto la presa d’atto che viviamo in un nuovo periodo storico e di declino capitalistico. Guerra, crisi ambientale dirompente, pandemia: sono solo la punta dell’iceberg di un capitalismo ormai entrato in una fase autodistruttiva. Una fase del suo sviluppo che, in assenza di una critica radicale da sinistra al suo funzionamento, senza proposte alternative per un altro ordine economico-politico e sociale che rompa con la sua logica, diventa favorevole alle forze di destra e di estrema destra. Questa evoluzione, sia del contesto economico-sociale che di quello politico, ripropone, drammaticamente, l’alternativa “socialismo o barbarie”.

In secondo luogo, affinché la nostra proposta non apparisse solo come una simpatica provocazione, abbiamo posto la necessità di un cambiamento, di una “discontinuità”, di atteggiamento politico, in governo e in parlamento, da parte del PS. Per questo abbiamo proposto di discutere come sviluppare, in Governo e in Parlamento, un’opposizione di fondo alla politica dei partiti borghesi. Abbiamo indicato alcuni punti sui quali, se vi fosse stata volontà politica, si poteva provare ad avviare un confronto: la risposta alla crisi economica e sociale (dumping, pensioni e salari), a quella ambientale, al riarmo e alla guerra, alle discriminazioni di genere, alla crisi sanitaria. 

Ma questa proposta non ha avuto nemmeno il diritto di ottenere l’entrata in materia, respinta nello spazio di poche ore, ribadendo, per voce del presidente Sirica, la logica governativa del PS.

Nelle prossime settimane sentiremo parlare di “contenuti”, di “programmi”; non dubitiamo che, come già anticipato settimane fa, la lista PS – Verdi presenterà un “programma di governo” che conterrà minuziose e “realistiche” proposte; che, tuttavia, varranno – dal punto di vista del loro possibile successo – quanto quelle che faranno l’MPS o altre forze politiche alternative a quelle dei partiti maggiori presenti in Governo e in Gran Consiglio. Chiunque sia (e per quanto sia “capace” e “competente”) a sedere in governo.


Meno AVS e più PP? Non siamo allodole

L’intervento di Berlusconi alla RAI – Esternazioni incredibili in una campagna elettorale che sta superando ogni limite di decenza 

Fra omissioni, bugie e mezze verità messe in campo per convincere il popolo ad accettare il progetto AVS21 il prossimo 25 settembre, ossia per far inghiottire alle donne la pillola amara della pensione a 65 anni, c’è un altro stratagemma. Far credere di poter compensare gli svantaggi facilitando il loro accesso al Secondo pilastro, ossia abbassando il limite di salario a partire dal quale scatta l’obbligo di versare i contributi anche per la PP (Previdenza Professionale o Casse pensioni), ma è uno specchietto per le allodole. 

Pagare ancora più contributi per avere quanta pensione? In realtà un dettagliato studio dell’Unione Sindacale Svizzera dimostra che per ottenere dalle Casse pensioni un importo equivalente a quello ricevuto dall’AVS, le/i salariate/i (e i datori di lavoro) devono pagare quasi il doppio di contributi. Inoltre, nella Previdenza Professionale non si tiene conto degli anni dedicati alla cura dei figli e nemmeno del carovita. Aumenta poi anche per le donne il rischio di disoccupazione perché i contributi paritetici prelevati sui salari crescono con l’età (in media dal 12 al 25%) e le over 60 diventerebbero “troppo care” per i datori di lavoro. 

Infine, le donne sarebbero penalizzate perché le future rendite delle Casse pensioni saranno ulteriormente ridotte (abbassando il tasso di conversione) visto che aumenta la loro speranza di vita. Non è un caso che il Parlamento non sia riuscito a trovare soluzioni accettabili e abbia rimandato a dopo la votazione su AVS21 la revisione della legge sul Secondo pilastro (LPP), che rischia di essere un’altra stangata.

Il miraggio dell’accesso alla Previdenza Professionale per le donne (e i bassi salari in generale) è però anche una pericolosa trappola politica in cui cade facilmente anche chi è contrario ad AVS21. Il vero scopo (inconfessabile) di spingere più donne nella PP è di bloccare lo sviluppo del Primo pilastro, ossia dell’AVS, l’assicurazione più sicura, flessibile, economica e sociale… che però non produce business per banche e assicurazioni. 

La soluzione per migliorare davvero le pensioni delle donne e di tutta la popolazione è di aumentare le rendite AVS dirottando nelle sue casse una parte dei contributi ora assorbiti dalla Previdenza Professionale, ossia di rafforzare il Primo pilastro a scapito del Secondo. Intanto è già sul tavolo un’iniziativa per una 13esima AVS. 

Inoltre, si potrebbe creare in via transitoria nella PP una cassa pensione pubblica, liberamente accessibile a chiunque, con un sistema di capitalizzazione parziale grazie alla perennità garantita dalla Confederazione: avrebbe meno costi e problemi di libero passaggio… È vero, non si tratta di soluzioni immediate, ma per difendere l’AVS è importante cambiare la rotta da subito votando due NO a AVS21 e IVA, perché una volta cadute/i in trappola sarà assai più difficile tornare indietro. 

Pubblicato da “laRegione”
Nell’immagine: non è solo un modo di dire. Ecco un vero specchietto per le allodole
(modello antico, prezzo 95 euro)


Sulle spalle delle donne. Come sempre

L’intervento di Berlusconi alla RAI – Esternazioni incredibili in una campagna elettorale che sta superando ogni limite di decenza 


Putin all’angolo, la lezione del topo e l’orologio dell’Apocalisse

L’intervento di Berlusconi alla RAI – Esternazioni incredibili in una campagna elettorale che sta superando ogni limite di decenza 

In un libro autobiografico, Putin racconta che, da ragazzino, a San Pietroburgo (allora Leningrado), nel piccolo e modesto appartamento che era stato assegnato alla sua famiglia, si divertiva dando la caccia ai topi. Finché un giorno, un ratto che aveva messo all’angolo reagì e lo morse a una mano. “Per me fu una lezione di vita”, commentò. Messo in difficoltà sul teatro della guerra in Ucraina, il “Gosudar” (il leader supremo) ha deciso di reagire. Puntando apertamente su una minacciosa escalation. Con l’annuncio del referendum in quattro Oblast del Donbass (dove l’esercito russo di ‘liberazione’ non è stato certo accolto nel tripudio generale da chi si è visto violentemente distruggere vite e case), l’autocrate ha deciso di accrescere, e di molto, il livello della sfida, sicuro che dai ‘votanti’ di quel quindici per cento russofono di territorio ucraino arriverà un verdetto massiccio e scontato in favore dell’annessione alla ‘Madre Russia’.

In questo caso Putin fa di più, e se possibile di peggio, rispetto ad altri “referendum” che negli anni del suo potere hanno consacrato con un plebiscito la conquista militare già avvenuta: come accade nella parte separatista della Georgia (l’Ossezia del Sud, ‘protetta’ dalle truppe di Mosca, che annuncia di desiderare anch’essa l’annessione) e soprattutto come già avvenuto otto anni fa con la Crimea, territorio ucraino. Questa volta, il Cremlino nemmeno attende di aver conquistato l’intero territorio conteso, decide una consultazione in piena guerra, la organizza mentre l’esercito di Kiev sta velocemente avanzando sul fronte orientale, penetrando le regioni che la Russia (dopo aver ridimensionato, forse solo provvisoriamente, i propri obiettivi iniziali) considera traguardo minimo e irrinunciabile della sua guerra. Con centinaia di migliaia di abitanti, se non milioni, che hanno già abbandonato quelle terre nei sette mesi di feroce conflitto, sarà a maggior ragione una consultazione farsa. Ottenuta sulla ‘punta delle baionette’ (esattamente come la pretesa occidentale di esportare con la forza la democrazia in Medio Oriente).

Un atto di forza che è anche e soprattutto l’ultimo segnale di quella debolezza anche politica di Putin, palesatasi con nettezza nelle ultime settimane. In Russia e fuori Russia. All’interno vi sono state le proteste sia di chi chiede ancora più violenza per piegare la resistenza ucraina, sia di chi comincia ad esprimersi con coraggio contro la politica imperial-guerriera del “Gosudar” (è per esempio il caso di alcuni parlamentari regionali di Mosca e San Pietroburgo, che hanno chiesto pubblicamente le dimissioni del neo-zar). Ma ancor più sul fronte esterno. È stato il summit di Samarcanda a sottolineare le difficoltà e il semi-isolamento del putinismo imperiale: il cinese Xi Jinping, quello dell’ “alleanza senza limiti” con il presidente russo, è stato tutt’altro che caloroso nei confronti dell’interlocutore (Pechino condanna ma non vìola l’embargo economico occidentale, e ancora non fornisce armi moderne all’alleato impantanato nel Donbass); mentre l’indiano Modi ha dato molta pubblicità al monito lanciato a Putin, ‘questo non è tempo di guerra’. Così, partito verso l’Asia sicuro di essere ritemprato e rassicurato dagli amici, Putin è stato invece messo politicamente alle strette.

E allora ecco la “lezione del topo”. Reagire per sopravvivere. Reagire alzando l’asticella. Reagire ordinando la ‘mobilitazione parziale’ dei riservisti. E nel caso specifico reagire addirittura rendendo ancor più concreta la minaccia di ricorrere all’arma suprema, quella nucleare. Infatti, se la parte del Donbass ‘referendario’ finirà nella Federazione, e diventerà terra russa a tutti gli effetti (anche a dispetto della condanna e del non riconoscimento internazionale), godrà ulteriormente dello scudo del Cremlino: in caso di nuovi attacchi, come ha ricordato il vice presidente del Consiglio di sicurezza Medvedev (il ‘mazziere’ del gran capo), si tratterebbe di attacchi “diretti al patrio suolo”; il che, nella dottrina militare russa, legittima anche la ritorsione atomica. Per cominciare, lancio di ordigni nucleari tattici, all’interno del solo territorio ucraino, ma comunque devastanti. Sarebbe il primo step. E poi, chissà.

Come reagirebbe l’Occidente? Dopo i missili ad alta potenza e precisione consegnati a Kiev, inviare armi nucleari tattiche, di cui gli stessi ucraini sarebbero le prime vittime? Già negli scorsi giorni, evidentemente informato sulle intenzioni del neo-zar dalla propria intelligence, l’americano Biden aveva ammonito Mosca: “non ci provate”, ha ripetuto con insistenza per ben tre volte consecutive. Comunque un rompicapo per Stati Uniti ed Europa. Mentre si risente l’inconfondibile ticchettio dell’orologio dell’Apocalisse.

Nell’immagine: il dott. Stranamore (Peter Sellers) nell’omonimo fim di Stanley Kubrick (1964), nella speranza che il finale non sia stato profetico


Sotto sotto siamo tutte consenzienti

L’intervento di Berlusconi alla RAI – Esternazioni incredibili in una campagna elettorale che sta superando ogni limite di decenza 

“Entrambe sarebbero state consenzienti” recitano a più riprese i nostri massmedia, riguardo ai sordidi e inqualificabili presunti (ma nemmeno poi tanto, poiché vi sono confessioni in corso) atti del direttore dell’istituto scolastico luganese in stato di detenzione per avere intrattenuto “relazioni” con allieve “più giovani di 16 anni”. E poi, si aggiunge, come fosse una sorta di attenuante, i rapporti sessuali sono avvenuti al di fuori di edificio e orario scolastici, sebbene la preparazione del campo, e la circumnavigazione delle vittime sia avvenuta nelle aule scolastiche.

Nell’aria, a fronte di dichiarazioni di simile portata, riecheggia inevitabilmente il caso dell’ex funzionario dello Stato indirettamente accusato dal giudice di non essere intervenuto nel denunciare il comportamento di un suo sottoposto, predatore sessuale seriale. Proprio allo Stato l’ex funzionario ha ora deciso di fare causa: egli non aveva avuto notizia di stupri da parte del suo collaboratore verso alcune giovani praticanti, bensì solamente di avances.

Come se vi fosse una graduatoria, e per avances dovessimo intendere un atteggiamento giustificabile, frutto magari di segnali di “disponibilità”, perché no?, pure maliziosa, delle giovani. 

Come se la relazione “consensuale” tra un 39enne e una 14enne e avances nei confronti di giovani staigiaires fossero accettabili e persino umanamente comprensibili.

Come se in un rapporto come quello fra un direttore di scuola e una sua giovane allieva possa considerarsi paritetico, frutto di una scelta ponderata di entrambe le parti, e si possa parlare di “relazione”. 

Come se il fatto che vi sia stata una rottura del patto sociale di fiducia tra famiglia e scuola sia solo cosa marginale (infatti, la cronaca non vi accenna da nessuna parte).

Nell’abstract della sua tesina per l’abilitazione all’insegnamento il direttore in questione afferma che “lo studio degli interrogativi espressi dagli allievi all’inizio del percorso, dei pensieri scritti durante il lavoro, dei materiali realizzati per la condivisione con i compagni di classe e del riscontro di studenti e insegnanti dimostra la validità e la sostanziale valutazione positiva del progetto”.

Ma di che progetto si sta parlando? È di competenza di un docente di latino occuparsi di questi temi? A che titolo? In nome dell’interdisciplinarietà? O forse piuttosto per dare seguito a oscure pulsioni, ammantandole di squallidi intellettualismi e arrivando a scomodare la letteratura degli antichi? E questo percorso non ha suscitato alcuna perplessità fra i docenti dell’istituto? O invece le ha suscitate, ma, come spesso accade, qualcuno ha guardato dall’altra parte?

Su questi interrogativi (per ora?) pare calato il silenzio. Anzi, a voler credere all’abstract di cui sopra, sembrano tutti soddisfatti, pieni di apprezzamento verso un processo di educazione sessuale e una didattica innovativa rivolto a latiniste di 13-14 anni.

“Non c’erano stati segnali”, si sono affrettate a sottolineare, nel solito gioco collettivo di autoscagionamento, le istituzioni. Eppure, come ha dichiarato il collettivo “Io l’8 ogni giorno”, alcune allieve si erano rivolte ad altri docenti segnalando comportamenti inadeguati e disagio, restando inascoltate. Forse perché erano solo avances? O perché, sotto sotto, le ragazze erano pur sempre “consenzienti”? E i docenti cui le ragazze hanno confidato il proprio disagio sono gli stessi che si dicevano soddisfatti dell’innovativo percorso didattico? 

Sono queste le domande cui vorremmo vengano date delle risposte. Ed è da queste risposte che vorremmo conseguissero delle condanne, morali e penali. Ma a partire da una frase, semplice quanto rara, che purtroppo non si sente mai: “Abbiamo sbagliato. Eccome se abbiamo sbagliato. Ma pagheremo”.

A questo, senza dubbio, saremmo consenzienti tutte. Ma solo a questo. 

Nell’immagine: una delle illustrazioni contenute nella tesi del docente arrestato,