Funesti moralisti, maledetta opposizione

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione 

In questi ultimi anni sono rimasto colpito, come altri presumo, da due aspetti della vita politica: nonostante il diffuso deterioramento politico e civile in atto un po’ ovunque, la ripulsa della questione etica è generale. Proprio non se ne parla. E quando capita di accennarvi, interviene il politico di turno a condannare il fatale ritorno dei moralisti e a imbastire un discorso assai confuso sul rapporto fra morale e politica con un appello estemporaneo al Machiavelli. Piovono invece i rimbrotti arcigni contro la maledetta opposizione, troppo virulenta e assai fastidiosa, che perturba il produttivo e proficuo andamento dei lavori parlamentari.

Alcune noterelle personalissime, da cittadino spettatore, a proposito dei due temi.

I non troppo remoti episodi di mala gestione e mala amministrazione e alcune eccessive condiscendenze nei confronti di comportamenti non propriamente edificanti, accaduti anche da noi (spicca il silenzio assordante della politica attorno al razzismo conclamato e latente di pubblici ufficiali e di qualche politica/o; e i tiramolla, con tanto di polvere sotto il tappeto, attorno alle malandrinate amministrative) mi hanno persuaso che l’espunzione di ogni pur lieve sprazzo di etica civile ha influito pesantemente sulla politica, perché ha generato una legittimazione di comportamenti riprovevoli e ha vanificato il principio di responsabilità politica. 

I politici – ci spiega un eminente giurista – dovrebbero essere, nella stragrande maggioranza, un “valore aggiunto” al servizio del bene pubblico: dovrebbero, ma sono in tanti, in troppi, a travisare la loro funzione, e più che servitori dello Stato sembrano servitori di sé stessi. Gli effetti li stiamo misurando: inadempienze anche assai gravi sono ritenute trascurabili perché non hanno “una particolare rilevanza penale”, e quindi ininfluenti dal profilo politico, e ognuno resta al suo posto, senza vergogna. Non vorrei ripetermi, ma come non ricitare, con una libera interpretazione, il conciso ed esplicito epigramma di Niccolò Ammaniti: la politica ha sdoganato le figure di merda!

Più pacatamente Marco Belpoliti precisa: “La vergogna non c’è più. Quel sentimento che ci suggerisce di provare un turbamento, oppure un senso di indegnità di fronte alle conseguenze di una nostra frase o azione sembra scomparso”. Come non ricordarlo? Comportamenti che non molto tempo fa avrebbero condotto e hanno condotto i politici coinvolti a togliere il disturbo, oggi sono ritenuti largamente scusabili. Perché? Ma, appunto, perché i rilievi etici non hanno rilevanza penale. E chi insiste nel reclamare trasparenza e spiegazioni e una piena assunzione di responsabilità politica è vissuto con malcelata irritazione: l’effetto casta si fa sentire anche da noi.

Un tale diceva con felice aforisma che “la luce del sole è il migliore disinfettante” in politica: aveva ragione, ma peccava di ottimismo. Anche in politica il cambiamento climatico ha avuto conseguenze: siamo sempre sul perturbato, la nebbia è stagnante e l’opacità regna sovrana. Incidentalmente capita che qualche esponente della categoria sollevi il problema dell’“eticamente deprecabile”, ma la regola vale solo per gli altri. E il sospetto, per noi cittadini, è che l’intensità del pubblico biasimo vari in funzione del colore politico. Si è più o meno colpevoli a dipendenza della tinteggiatura.

La maledetta opposizione

La seconda constatazione è il grande fastidio con cui i partiti al potere, o parte di essi, vivono le critiche acerbe. Nel nostro cantone c’è il Movimento per il socialismo che va giù duro (a proposito e qualche volta a sproposito) e c’è chi rampogna per il troppo insistere del piccolo gruppo. In genere non condivido certe prese di posizione suggerite da una dottrina, ma sommessamente ricordo agli insofferenti che la democrazia è per definizione il regime del dissenso e l’opposizione – sia in un regime maggioritario sia in un regime consociativo come il nostro – è di vitale importanza: perché il suo ruolo è di controllare l’azione dei governanti, impedire il malgoverno, denunciare senza remore le opacità e pure tutti i presunti comportamenti eticamente discutibili.

La vera opposizione deve essere leale ma intransigente, distruttiva ma propositiva, e sempre alternativa, mai indulgente. Il problema – se ben ricordo, lo segnalava il politologo Angelo Panebianco – è che nei regimi democratici oggi vi è poca opposizione vera; al contrario, vi è un’omogeneizzazione delle politiche dei partiti e una sorta di emarginazione soffice dell’opposizione che non fa bene alla democrazia. Quindi ben venga l’opposizione che dà fastidio.

Constato, e chiudo, che chi prova a imbastire un discorso minimo sul rapporto necessario fra etica e politica, e magari a perorare il principio di una vigorosa opposizione come motore della democrazia, viene subito respinto fra i “moralisti presumibilmente di sinistra”: suona come una condanna irrevocabile. Consola il fatto che nella categoria dei moralisti compaiano pure dei premi Nobel.

Articolo scritto per “laRegione”
Nell’immagine: il politico Cetto La Qualunque, personaggio di Antonio Albanese


La crisi climatica contribuisce alle disuguaglianze sociali

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione 

Di Silvia Granziero, The Vision

Forse non siamo abituati a considerarla in questi termini, ma la crisi climatica rappresenta anche un fattore che contribuisce a inasprire le diseguaglianze socio-economiche, da cui è a sua volta aggravata – e non solo in luoghi lontani e remoti, ma anche in Italia. I bambini e le bambine ne sono le principali vittime, ancor di più se appartengono a comunità marginalizzate: l’esposizione al rischio di povertà e alle conseguenze delle problematiche ambientali di oggi erode infatti le basi stesse del loro futuro. Nei Paesi più colpiti dagli shock ambientali e climatici i bambini sono le prime vittime. La vulnerabilità infantile – in molti casi già presente e dovuta alla carenza di servizi come acqua potabile, igiene, assistenza sanitaria e istruzione – si inasprisce ulteriormente in caso di eventi atmosferici estremi e violenti, come le recenti alluvioni che hanno colpito il Pakistan, dove tre milioni e mezzo di bambini sono oggi in pericolo. A sottolinearlo è l’UNICEF, attraverso le rilevazioni del Children’s Climate Risk Index (CCRI), un indice che calcola l’esposizione dei minorenni agli effetti della crisi climatica e da cui emerge che, a livello globale, sono un miliardo i bambini a essere esposti a un rischio estremamente elevato.

Considerato che ben due minorenni su tre nel mondo non godono di alcuna protezione sociale, gli effetti sul piano economico e sociale, esacerbati dalla crisi climatica, appaiono devastanti. Sembra che la crisi climatica stia invertendo i risultati positivi innescati dal progresso socio-economico che decenni di storia tra il XX e il XXI secolo hanno portato, al netto di contraddizioni, in diverse parti del mondo: il miglioramento delle condizioni di vita delle giovani generazioni rispetto alle precedenti non è più qualcosa di assodato. Il legame tra povertà e crisi climatica è diretto: si pensi, per esempio, che i Paesi più ricchi e industrializzati sono in genere responsabili di livelli di inquinamento nettamente superiori rispetto ai Paesi più poveri, anche se questi ultimi sono più popolosi. Ciò provoca, inoltre, uno scostamento tra dove le emissioni di gas serra vengono generate e dove i bambini stanno subendo gli impatti più significativi dovuti al clima. I 33 Paesi “a rischio estremamente elevato” emettono collettivamente solo il 9% delle emissioni globali di CO2, mentre i 10 Paesi con le emissioni più alte producono insieme quasi il 70% di quelle mondiali. Solo uno di questi è classificato come “a rischio estremamente elevato” nell’indice dell’UNICEF. Gli effetti – diretti e indiretti – dei danni ambientali colpiscono infatti in modo sproporzionato le regioni del mondo già svantaggiate, tanto che secondo la Banca Mondiale la crisi climatica potrebbe spingere verso la povertà fino a 132 milioni di persone.

La stessa disparità, in scala, si ripropone anche all’interno dei Paesi più industrializzati, compresa l’Italia. Qui la povertà – in aumento durante la pandemia e che ora, con la crisi dei prezzi, non migliora – non si misura in termini esclusivamente economici, ma va misurata nella sua forma multidimensionale, ulteriormente alimentata da meccanismi di marginalizzazione come lo stigma sociale, che colpisce diversi segmenti della popolazione come minoranze etniche e immigrati, ma spesso anche anziani, giovani scarsamente istruiti, madri single e disoccupati. E, ovviamente, su tutti, i bambini e gli adolescenti che appartengono ai gruppi più svantaggiati. La crisi climatica stessa aumenta il rischio di entrare in povertà: si pensi, per esempio, che gli eventi atmosferici estremi hanno effetti sulla produttività e sulla redditività di tutti i settori economici con conseguenze sul benessere economico delle famiglie e sul tasso di disoccupazione; o, ancora, che siccità prolungate, disastri ambientali e guerre per il controllo delle risorse intensificano la consistenza delle migrazioni climatiche. Anche in questo caso i bambini e le bambine stanno pagando il prezzo più alto.

Rispetto ai Paesi dove le conseguenze del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici sono più evidenti, in Italia queste possono apparire ancora poco evidenti, con rischio che passi inosservato il legame tra il benessere dell’infanzia e l’ambiente. A questo proposito, un punto critico è la condizione abitativa. Circa il 6% dei bambini sotto i sei anni, infatti, vive in uno stato di disagio abitativo grave, condizione che può comprendere spazi insufficienti, insalubri, con infrastrutture carenti. Il 20% delle famiglie appartenenti alla fascia di reddito più bassa vive in condizioni di sovraffollamento, dato che stride con quelli dei consumi medi nazionali, facendo emergere gravi disparità all’interno dello stesso territorio. Da un lato, infatti, emerge che il 10% delle famiglie con bambini ha difficoltà a riscaldare la propria abitazione, dall’altro che, se i consumi complessivi medi italiani – in termini di alimentazione, trasporti, energia, edilizia, agricoltura e allevamento – fossero estesi a tutti gli abitanti del mondo, richiederebbero le risorse corrispondenti a 2,8 Pianeti Terra per essere soddisfatti. Un dato che evidenzia drammaticamente il nostro iperconsumo (e i nostri sprechi), e che tocca in maniera diversa le varie fasce della popolazione. Infatti, la recente Report Card dell’UNICEF Luoghi e spazi. Ambiente e benessere dei bambini evidenzia che sono i minorenni a pagare le conseguenze di quei consumi eccessivi, pur essendone i meno responsabili.

Ma la questione abitativa è anche più complessa, comprendendo per esempio l’aumento dei prezzi delle case nelle regioni climaticamente più sicure e stabili (per chi se lo può permettere, ovviamente). Ci sono poi le bollette: il progressivo aumento del costo dell’energia rappresenta un altro problema per le famiglie che vivono in Italia e rischia di colpire in maniera sproporzionata le fasce più deboli. L’aumento, infatti, ha pesato di più sul portafoglio di coloro che erano già più svantaggiati; per capire quanti sono, si pensi che nel 2020 più del 6% delle famiglie in Italia era in condizioni di povertà energetica, in ritardo sul pagamento delle bollette, con picchi di quasi il 18% in Sicilia. È fondamentale quindi che le politiche ambientali ed energetiche tengano in considerazione anche la situazione specifica dei bambini, degli adolescenti e delle famiglie a rischio di povertà.

La salute e il benessere fisico innanzitutto, ma anche mentale, dei bambini in tutto il mondo sono poi colpiti da temperature, shock ambientali e inquinamento con particolare gravità per ragioni fisiologiche e sociali, peggiorando ulteriormente la condizione proprio di coloro che hanno meno strumenti per affrontare la crisi climatica e farvi fronte. I bambini e gli adolescenti sono tra coloro che più rischiano di vedere i propri diritti trascurati nelle condizioni di emergenza determinate da eventi meteorologici estremi, come pure durante le crisi di ogni tipo.

Il diritto dei bambini a ricevere un’istruzione è forse tra quelli più a rischio  durante le  crisi climatiche e con le conseguenze più gravi, dato che essere esclusi dall’istruzione ha ripercussioni su tutti gli altri diritti e sulla la loro qualità della vita – esponendoli, per esempio, a sfruttamento e lavoro minorile – e le loro opportunità presenti e future. Il tutto peggiora in caso le famiglie siano costrette ad abbandonare le proprie case e le proprie terre sulla spinta della crisi ambientale: si tratta di vere e proprie migrazioni climatiche, motivate da problemi di siccità prolungata, insicurezza alimentare e conflitti per il controllo di risorse naturali sempre più scarse, oppure da ripetuti eventi climatici estremi. Un problema, questo, sempre più tangibile: solo nel 2020, quasi 10 milioni di minorenni sono stati sfollati in seguito a shock meteorologici. Con circa un miliardo di bambini – quasi la metà dei 2,2 miliardi di quelli nel mondo – che vivono in 33 Paesi ad alto rischio di impatto dei cambiamenti climatici, altri milioni di bambini potrebbero spostarsi nei prossimi anni. Per questo è necessario che le politiche migratorie considerino la specifica vulnerabilità di bambini e adolescenti, anche in relazioni ai movimenti di persone causate dai cambiamenti climatici.

Alla luce dei dati, appare chiaro come la mitigazione dei suoi effetti e l’adattamento al cambiamento climatico siano indispensabili non solo per garantire la sopravvivenza  stessa della nostra specie, ma anche per proteggere e migliorare gli standard di vita dei bambini e degli adolescenti e garantire loro di godere dei propri diritti. È necessario dunque integrare le azioni per frenare la crisi climatica con misure di giustizia sociale per difendere i cittadini più vulnerabili; e, soprattutto, pianificando seri sistemi di protezione sociale che garantiscano ai minorenni l’accesso a tutti i servizi essenziali, assistenza sanitaria in primis

La strada è ancora lunga: quasi il 60% degli impegni assunti dai Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi non include riferimenti a bambini e adolescenti. Invece, affrontare la crisi climatica con iniziative serie di mitigazione e adattamento deve essere l’occasione per affrontare anche il problema delle diseguaglianze. Iniziare a farlo partendo dai bambini è il modo più efficace per gettare solide basi per una società sana, giusta e sostenibile, perché sono loro – letteralmente – il nostro presente e futuro e, al tempo stesso, sono loro a pagare di più per le conseguenze di una crisi climatica a cui non hanno direttamente contribuito. È dovere degli Stati mettere l’interesse dei più piccoli al primo posto di ogni decisione, anche nel contesto della crisi climatica.

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Questo articolo è realizzato da THE VISION in collaborazione con UNICEF per la campagna “Cambiamo aria”, per aumentare la consapevolezza sugli impatti dei cambiamenti climatici su bambini e adolescenti. La crisi climatica è infatti una grave minaccia per le nuove generazioni, che negli scenari attuali sono altamente fragili e vulnerabili, e vedono compromessi la propria salute, nutrizione, istruzione, sviluppo, sopravvivenza e opportunità future. Serve un progetto ambizioso e concreto per contrastare la crisi climatica o i diritti di bambini e adolescenti continueranno a essere in pericolo. La crisi climatica è la crisi dei diritti dei bambini.


Parole che ritornano

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione 

Di questi tempi, per necessità o perché non si riesce ad escogitare altro, si recuperano parole  cadute in disuso o ritenute, nei tempi dell’abbondanza e dei consumi, fuori posto o controproducenti per un’economia che esige solo crescita o umilianti rispetto alla condizione sociale che ognuno pretende.  Sono le parole risparmio, sobrietà, moderazione e, sempre più spesso, anche sicurezza (armata) razionalità (necessaria) penuria (sistematica). Tutte riapparse sulla bocca dei nostri Consiglieri Federali come rimedi per la crisi che si definisce energetica ma che, lasciano trasparire, sarà certamente qualcosa di più, perché si è rotto tutto un sistema di flussi, di rapporti e di scambi. E allora riappare anche la richiesta di fiducia nelle istituzioni.

Ci fu un tempo la trasparenza

Non c’era giorno che non la si invocasse. Se c’era qualche affare che andava alla malora e finiva in Giustizia, qualche garbuglio politico che si faticava  a dirimere, qualche controllo amministrativo passato sotto i ponti, qualche contabilità pubblica o privata che preferiva il gioco delle tre carte, immancabilmente appariva  l’invocazione del mantra di tutti i mantra: trasparenza, ci vuole più trasparenza, promettiamo più trasparenza. La trasparenza richiede però regole e allora si fugge subito per la tangente maledicendo le danze della burocrazia che rovina l’economia e la fiducia. 

Esempio illuminante sono state le varie misure d’aiuto all’economia per far fronte alla crisi generata dalla pandemia (Covid): da distribuire in fretta, senza pastoie burocratiche, dissero subito gli ambienti economici. Poi si sa cos’è capitato, soprattutto in Ticino, brutto esempio nazionale: niente burocrazia, o quasi, elargizioni veloci e generose all’economia in difficoltà e poi… processi, da poco terminati, per  accertare, condannare e recuperare il maltolto della mancata  o insufficiente trasparenza.

Riappare la fiducia

Svalutata la trasparenza per ideologia e usura, su ogni bocca di governante impantanato, di politico seriamente impegnato, di manager preoccupato, di economista benevolo (ce ne sono), è così apparsa, quasi di traverso, come rispondenza necessaria alla richiesta di sobrietà e di qualche sacrificio, un’altra parola che richiede però molto più impegno, anche perché meno accertabile della trasparenza: fiducia. Ritrovare la fiducia nello Stato, nella politica, nei politici, ma anche nell’economia, nelle banche, nella Giustizia.

Nasce il timore  che anche la fiducia conclamata e richiesta al popolo  sia un diverso abracadabra  per riacciuffare una sorta di felicità perduta. Che cosa si intenderà per fiducia? Credere in se stessi, nell’avvenire, nelle persone, nelle istituzioni? La fiducia non è una virtù astratta, può solo fondarsi su rapporti umani, in un contesto ben preciso. È quindi anzitutto su un recupero di relazioni umane, che si sono innegabilmente molto degradate, che bisogna operare. Tanto meno la fiducia  è una vernice da spalmare sulle realtà per renderle più convincenti o più accettabili.

Tra un profeta e l’altro

Anche qui dovremmo  però accorgerci,  magari controvoglia, che i mercati, a cui abbiamo affidato tutta la razionalità, ora invocata come «ultima ratio» (il che è più comico che paradossale), non hanno mai generato fiducia, affidabilità nelle relazioni umane, cooperazione, azione collettiva, come si voleva far credere.

La realtà, che abbiamo sott’occhio e che soffriamo, ci dimostra che hanno generato tutto  il contrario perché è nella natura della concorrenza politica ed  economica, perdipiù se esasperate,  infrangere le regole e cercare di illudere o ingannare o ricattare l’altro per tentare di avere  la meglio, per trarre più profitto, per accumulare e conquistare.

E allora? Si  finisce per trovarsi tra il profeta Geremia (maledetto l’uomo che ha fiducia nell’uomo) e quel rivoluzionario monaco tedesco che profetizzava invece: «a forza di fiducia si può mettere l’uomo nell’impossibilità di ingannare ». Geremia era pessimista per quanto gli mostravano l’uomo e  la società, il monaco  ottimista per quanto, insistendo, si poteva ancora scoprire  nella coscienza umana. C’è da vedere quanto la coscienza umana abbia ancora presa sulla società. Siamo sempre lì.


Il tetro nero che avanza

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione 


Lezioni di moralità

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione 

“Ora piangiamo mia sorella”, ha dichiarato il giovane Kiarash Amini al “Corriere della Sera”, quando il giornalista gli ha chiesto cosa faranno, lui e la sua famiglia, ora che la giovane sorella Mahsa è stata sepolta. Una risposta che in poche e semplici parole riassume l’impotenza e forse anche la rassegnazione di chi si è ritrovato fagocitato da un sistema più forte e becero di qualsiasi essere umano.

Ma facciamo un passo indietro: perché è morta Mahsa? Perché a detta di alcune guardie, arrivata a Teheran per fare visita a una parente, Mahsa, 22 anni, non indossava in modo corretto il velo. Lasciava intravvedere forse una ciocca di capelli, o magari addirittura un orecchio, ma ciò non sia mai, poiché proprio quei segnali femminili, assurti a ossessione per ogni uomo a sua volta represso, conterrebbero in nuce già la colpa di spingere al peccato chi li guarda. Mahsa, dunque è stata caricata violentemente (il video dell’arresto, diventato virale, spezza il cuore) in un furgoncino e portata al posto di polizia, dove l’attendeva una lezione di moralità talmente seria e impegnata, che la giovane donna da quel posto di polizia è uscita in coma a bordo di un’ambulanza, spirando poche ore dopo.

Con una scelta sorprendente per il coraggio che implica, le donne che hanno partecipato al funerale si sono sfilate il velo dalla testa, sciogliendo le meravigliose chiome corvine, e spingendosi a invocare la morte del dittatore, ricevendo, in cambio (la BBC conferma la notizia) nuova violenza sotto forma di repressione armata. D’altronde, non vi è di che stupirsi, se consideriamo che a giugno di quest’anno, sotto l’egida di Raisi, il tasso delle esecuzioni capitali risulta essere il doppio rispetto a quello di tutto il 2021.

Come spesso accade, non sembra esserci limite al peggio, e anche in tempi recenti ce lo hanno dimostrato molti paesi nel mondo, in cui nascere con un’attribuzione biologica femminile corrisponde in modo pressoché automatico a una vita deficitaria, contraddistinta da soprusi, repressione e violenza. 

E quello che più spesso ci manca, di fronte a cronache come quella di Mahsa Amini, fatta di violenza cieca, di sangue e morte, è la voce delle donne. Non ci è dato sapere cosa pensano, come vivono una situazione di questo tipo, se sognano, cosa immaginano.

Netflix (sì, proprio la piattaforma di streaming in caduta libera e apparentemente votata solo al mainstream) a questo proposito ci giunge in soccorso, presentandoci i pluripremiati documentari della brava regista svedese-iraniana Nahid Persson Sarvestani. Una serie di documentari datati, è vero (hanno più di dieci anni), ma appartenenti a un’epoca considerata meno repressiva di quella attuale. Più grande ancora, di fronte a questa consapevolezza, è lo stupore quando si scopre che in Iran la droga (eroina) distrugge famiglie intere, che la prostituzione è fonte primaria di sostentamento per molte iraniane (e i clienti spesso sono proprio loro, i guardiani del buoncostume), che in seguito a una politica demografica che ha lungamente proibito la contraccezione, in un quarto di secolo la popolazione è pressoché raddoppiata, che la poligamia è addirittura sostenuta dal governo.

Documentari come Four Wives One Man o Prostitution: Behind the Veil, per noi donne libere, ma anche per ogni uomo, diventano preziosi e sconvolgenti strumenti di lettura del presente, ma anche moniti, su come sia facile scivolare lungo certi pendii, e come sia poi difficile risalirne. Su come sia pericoloso abbassare la guardia, qualsiasi tipo di guardia, quando di mezzo c’è il rispetto, e ogni volta che vengono calpestati i diritti umani. Senza arrivare a scomodare gli estremismi di Iran o Afghanistan, dovremmo acquisire consapevolezza di come nulla sia per sempre, e certe lotte mai concluse, poiché il talebano, sia esso americano avventista o italiano ipercattolico, è sempre dietro l’angolo.

Nell’immagine: fotogrammi dai video che le donne iraniane hanno realizzato e pubblicato mentre si tagliano i capelli o bruciano l’hijab in segno di protesta


Sergio Rossi – Bollette bollenti

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Putin: troppo piccolo per il Grande Gioco

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione 

Il summit della “Sco” di Samarcanda, la città di Alessandro Magno, il gioiello della Persia Sasanide, la grande capitale da cui Tamerlano estese il suo impero turco-mongolo timuride fino a India e Anatolia, avrebbe dovuto segnare la nascita di un nuovo ordine mondiale, in contrapposizione a quello dominato dall’Occidente. I simboli contano e la capitale uzbeka ricorda, con i suoi splendori, le glorie e la potenza passate quando era l’ombelico del mondo.   

I paesi aderenti alla Sco, acronimo che sta per Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, rappresentano quasi la metà della popolazione mondiale e un quinto del Pil globale. Cina, Russia, gli Stati euroasiatici dell’ex Urss, India e Pakistan oltre alla new entry Iran costituiscono un potenziale in forte crescita, speculare all’area capitalistica democratica destinata inevitabilmente a veder ridotto, malgrado diverse ri-localizzazioni industriali in atto, il proprio peso specifico. 

Eclissata dal circo mediatico inscenato attorno alla morte della regina Elisabetta II, la riunione ha segnato, al di là delle dichiarazioni di prammatica, una forte rimessa in discussione della Russia. Vladimir Putin ha dovuto chinare il capo di fronte ai rimproveri del cinico Erdogan (giunto come osservatore) da tempo con il piede in due staffe: “il conflitto deve finire al più presto”. Ancor più severa la mazzolata di Narendra Modi, premier di un paese, l’India, da sempre alleato di Mosca: “non è l’ora della guerra, è tempo di sicurezza energetica, cibo, fertilizzanti. Ciò che tiene assieme il mondo sono il dialogo, la diplomazia, la democrazia”. Vere e proprie bastonate sul capo di Vladimir Putin, ben meno spavaldo del solito. 

Anche XI Jinping è indispettito: lo fa capire riservando all’amico Vladimir solo qualche minuto di tête-à-tête e rifiutandosi di fornirgli armamenti. Non è ancora giunta l’ora del divorzio, ma all’orizzonte si stanno ammassando nubi. La guerra di Putin destabilizza il commercio (malgrado un aumento notevole ma momentaneo dell’interscambio con la Cina), la nuova via della Seta, con l’accordo di 15 miliardi tra Pechino e l’Uzbekistan rischia di insabbiarsi, Tagikistan e Kirghizistan sono dipendenti per oltre un terzo del Pil dalle rimesse dei lavoratori in Russia, i kazaki sono inquieti: la quasi totalità del loro petrolio passa per il terminale russo di Novorossijsk. 

Peggio ancora: la guerra in ucraina con la serie di pesanti rovesci subiti dagli invasori, sta riaprendo le antiche ferite nella galassia dell’ex Unione Sovietica. Al mai sopito conflitto tra Armenia e Azerbaijan, si aggiunge ora quello tra Kirghizistan e Tagikistan, una guerra allo stato larvale nella quale si contano già decine di morti. 

Il nuovo ordine mondiale nasce nel disordine creato da Mosca, con un Putin stizzito e ancor più pericoloso: i bombardamenti sistematici di obiettivi civili, di una diga e quattro centrali elettriche, tradiscono la rabbia per il palese smacco militare. Washington mette in guardia Mosca: il ricorso ad armi non convenzionali (chimiche e nucleari tattiche) scatenerebbe una reazione americana. 

Come dire che una guerra globale è dietro l’angolo. L’avventurismo russo è forse arrivato al capolinea. Comunque vada Putin ha già perso credibilità anche agli occhi dei suoi alleati. Un incarognito Napoleone da operetta, un presidente certamente troppo piccolo nel Grande Gioco delle relazioni internazionali. 

Scritto per La Regione
Nell’immagine: un fotogramma da “I due orfanelli” di Mario Mattòli (1947)


Considerazioni repubblicane nel giorno del funerale di The Queen

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione 

Di Pierfranco Pellizzetti, Micromega

È così stupefacente che una coriacea signora di novantasei anni alla fine si arrenda all’inesorabile scorrere del tempo e ponga fine alla sua vicenda terrena? Era così imprevedibile che giungesse al suo termine un regno durato la bellezza di settant’anni?
Francamente “la viva emozione e il profondo cordoglio” per la dipartita della regina inglese – enfatizzati dai media a reti unificate – risultano abbastanza di maniera; in larga misura ruffiani, in linea con il pensiero pensabile più conformista.
Infatti The Queen, nata Elisabeth Alexandra Mary Windsor, regina del Regno Unito di Gran Bretagna, Irlanda del Nord e altri reami del Commonwealth, risulta un personaggio incolore; completini color pastello e cappellino in tinta a parte.
Anche perché per l’intero mandato ha svolto un ruolo pressoché decorativo, esercitato con la puntigliosa tutela della propria inavvicinabilità ritualizzata e spocchiosa, mentre nella quotidianità privata collezionava esiti che per altri soggetti si sarebbero definiti fallimentari: madre di figli viziati, cresciuti senza diventare adulti e responsabili (dal patetico Carlo, il manichino a imitazione di suo zio Edoardo duca di Windsor, lo svaporato più elegante del Novecento e pure un po’ nazista, all’inquietante Andrea, il rampollo prediletto, bulimico consumatore di corpi minorenni, sempre con un sorriso da paresi stampato in volto); suocera terrorizzante di nuore psicolabili; moglie del Filippo di Mountbatten, il duca d’Edimburgo belloccio e impettito che la metteva incinta per poi andarsene in giro per il mondo a fare il viveur (tanto da imporre perfino alle proprie esequie l’imbarazzante presenza della sua ultima favorita).

Questo il bel quadretto che un corpo estraneo, quale Lady Diana, definiva “la ditta”. Valutazione certamente perfida, ma con un evidente aspetto di verità: al di là delle valutazioni moralistiche (o magari per questo), sono proprio gli aspetti personali, estetici e comportamentali, ad aver generato la risonanza planetaria della Royal Family, trasformandola in un brand pop e in una multinazionale valutata 150 miliardi di sterline. Successo ottenuto mettendo a frutto la specifica inclinazione britannica all’invenzione di tradizioni. Particolarmente apprezzate da un consumo di massa bramoso di simboli identitari e privo inevitabilmente di memoria storica.
Come ha scritto il politologo British Anthony Giddens – prima di ascendere al rango di “Mazzarino della Terza Via” – «tutte le tradizioni sono inventate. […] Costruite deliberatamente o meno, incorporano potere: re, imperatori e altri ne hanno sempre inventate su misura per i propri scopi». E lo scopo per la famiglia reale del Regno Unito è sempre stato quello di fare soldi. Né più né meno come un tipico articolo evergreen della (presunta) tradizione inglese: il kilt – secondo narrazioni correnti – millenario capo d’abbigliamento scozzese, Braveheart compreso, in effetti «inventato, all’inizio del secolo XVIII, da un industriale del Lancashire, Thomas Rawlinson» per intenti squisitamente speculativi.

E grazie ai Windsor larga parte del merchandise marcato Union Jack è diventato un must; un oggetto del desiderio di tutte le mezze calzette ansiose di “darsi un tono” (tipo il giornalista RAI Antonio Caprarica e le sue inguardabili cravatte a plastron), con evidenti ritorni commerciali ai vari livelli della business community dell’isola (a partire da Buckingham Palace, giù, giù fino agli stilisti imitatori di Mary Quant e all’industria discografica della musica di plastica, sempre alla ricerca di fenomeni miliardari dopo Beatles e Rolling Stones). Una banalizzazione mercantile del mito che si è portata dietro un fenomeno che ha trovato nella monarca la propria personificazione: il revival della fierezza imperiale britannica negli strati popolari di una nazione in declino da decenni. Appunto, un trend che veniva da lontano, in cui il rimpianto per il tempo andato diventava sentimento struggente. Come ha scritto lo storico Eric J. Hobsbawm, «il sistema mondiale era stato un tempo stabilizzato dall’egemonia o almeno dalla centralità dell’economia britannica e della sua valuta, la lira sterlina. Tra le due guerre la Gran Bretagna e la sterlina non furono più forti a sufficienza per portare quel peso, che poteva essere rilevato soltanto dagli USA e dal dollaro». In altre parole, il trauma psicologico collettivo nella presa d’atto del passaggio di centralità del sistema-Mondo da Londra a Washington, di cui la regina Elisabetta II è stata – seppure priva di consapevolezza al riguardo – la rassicurante infermiera. Grazie agli scintillii rassicuranti dei rituali del buon tempo antico, di cui reali e famiglia erano i celebrati testimonial. Intanto la società incartapecoriva insieme all’establishment più blasé al mondo; dunque inutile, come i suoi riti anacronistici ormai ridicoli, dalla caccia alla volpe alla parata ad Ascot dei gentlemen in tight grigio perla e ladies agghindate con cappelli a piazza d’armi come in un set di My Fair Lady.

Un lento declino per buona metà del regno elisabettiano da sembrare inarrestabile, che fu arrestato nel 1979 dall’improvvisa irruzione di un personaggio – Maggie Thatcher – che lo storico inglese naturalizzato americano Tony Judt descrive con una certa brutalità risentita «una parvenu della lower middle-class con un’inclinazione per gli uomini d’affari nouveau riche». La sterminatrice della vecchia Inghilterra aristocratica e – a suo dire – “wet” (piagnucolosa e smidollata), spazzata via da ceti emergenti della finanza e della speculazione. Un mondo rampante, in perenne arrampicata sociale, di cui la figlia del droghiere di Granthan, cittadina del Lincolnshire nelle Midlands Orientali, era il prototipo e il nume protettore (conquistandosi così – stando ai si dice – la perenne avversione di Sua Maestà). Un avvento che fa piazza pulita anche di un altro pezzo di società inglese. Ossia, il lavoro sporco nella cancellazione del lavoro organizzato come primario soggetto politico; che raggiunse l’acme nella mattanza di minatori e dei loro sindacalisti comandata da Margaret Thatcher in quella che è passata alle cronache come “la battaglia di Orgreave” nello Yorkshire del Sud, il 18 luglio 1984. Uno scontro segnato dall’inaudita violenza della polizia in assetto anti sommossa e affiancata da reparti a cavallo, che assalì, arrestò e picchiò selvaggiamente i lavoratori, con alla loro testa il leader Arthur Scargill; che lasciarono sul terreno due morti, migliaia di feriti e 11mila arresti. In seguito, dopo un processo, la polizia dovette risarcire con 425mila sterline trentanove minatori mandati in galera con accuse risultate false. E nessuno della famiglia reale mosse un dito o spese una parola per contestare questa pulizia etnica dell’Inghilterra che fu e della sua gente; i suoi beneamati sudditi. Probabilmente poco “Cool Britannia” ai loro occhi, sempre attenti al glamour e al marketing promozionale.

Difatti dopo Orgreave niente fu più come prima nel Regno Unito. E la contro-rivoluzione thatcheriana-reaganiana poté procedere con gli stivali delle sette leghe alla costruzione di una società dei tanto apprezzati abbienti contro i sempre disprezzati poveracci. Seguendo una consolidata tendenza culturale del luogo: David Ricardo, nei suoi Principi di economia politica, poteva scagliarsi contro ogni forma di assistenza sociale che – a suo dire – avrebbe trasformato “la potenza e la ricchezza in miseria e debolezza”; il cugino di Charles Darwin – Francis Galton, inventore della pseudo-scienza Eugenics – proporrà addirittura la sterilizzazione dei “poveri inutili”, rei di infettare la razza inglese con i loro vizi e con l’incapacità “costituzionale” di inserirsi nel mondo del lavoro.

La nuova Inghilterra dei nuovi ricchi ha fatto persino piazza pulita del rassicurante profilo classico della city, grazie all’avvento di archistar visionarie che ridisegnano lo skyline londinese all’insegna dell’esibizionismo pacchiano, molto spirito dei tempi. Tempi destinati a durare una breve stagione, che il solito Judt definisce “gli anni delle locuste” («lo sconforto della mediocrità compiaciuta»). Culminata nell’avvento del thatcheriano da Terza Via Tony Blair, «il leader non autentico di un paese non autentico». Fatto sta che oggi Londra è una città venduta all’incanto; assurta a paradiso degli agenti immobiliari che offrono a prezzi stellari (pare, secondi solo a quelli parigini nell’Île de Saint- Louis) storici immobili di quartieri residenziali a una fauna di apprezzati invasori, composta da oligarchi russi e sceicchi del petrolio. A fronte dell’espulsione degli antichi residenti.

Dunque, inglesi in fuga perfino dalla loro capitale, come da un sano orientamento al futuro. Quanto avvenuto nell’ultima vicenda significativa nel lungo regno di Elisabetta II: il referendum del giugno 2016 che ha prodotto l’effetto Brexit (l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea), in cui sono prevalsi i voti delle periferie e delle provincie, con le loro “piccole genti” all’inseguimento del sogno di antiche grandezze incarnate dalla regina in carrozza e dal suo codazzo da parata; l’epopea di Orazio Nelson a Trafalgar o il “vi prometto lacrime e sangue” di Winston Churchill ai Comuni, nell’ora più buia del 1940. E il Guardian del 7 maggio 2017 titolò “La grande rapina britannica alla Brexit: come la nostra democrazia è stata dirottata”.

Il motivo per cui su questo target ha fatto preda in maniera così devastante la sirena della grandeur nazionalista, lo ritroviamo nel racconto di Christopher Wylie, uno degli “gnomi” di Cambridge Analytica, il braccio armato dell’operazione Brexit, poi diventato il suo whistleblower, il pentito che denuncia. Che quando gli fu chiesto da un giornalista “che cos’è Cambridge Analytica?” rispose: “lo strumento psicologico di Steve Bannon per fottere il cervello della gente”; ossia strumentalizzando il fenomeno della «segregazione cognitiva, dove le persone esistono nei propri ghetti informativi»; grazie al lavorio dei signori del pensiero per indurre comportamenti, tanto di consumo come di scelte elettorali.

Dunque una vicenda di manipolazione collettiva di target particolarmente vulnerabili; resi tali anche in quanto sottoposti agli effetti stordenti di messaggi retroversi; quali quelli provenienti dalla “ditta” Windsor.

Più in generale, la funzione tipica (e residuale) delle monarchie nella modernità matura, di assicurare un qualche ancoraggio conformistizzante inducendo nella società la tendenza a volgersi al passato. Sostanzialmente un effetto placebo, ottenuto emozionando l’immaginario collettivo con uno star-system particolarmente efficace grazie all’esibizione dei corollari istituzionali del “sangue blu”.

Resta ora da capire se la monarchia inglese potrà sopravvivere al decesso di Elisabetta e all’avvento di suo figlio; lo stralunato, goffo e impopolare Carlo III.

Sempre che tale sovrastruttura e chi la incarna mantengano ancora una qualche utilità. Non facile da scorgere.

Valgano al riguardo le parole di Alexis de Tocqueville, impareggiabile analista dell’Ancien Régime e della sua caduta: «quando la nobiltà detiene non soltanto dei privilegi, ma dei poteri, quand’essa governa e amministra, i suoi diritti specifici possono essere ad un tempo maggiori e meno evidenti. […] Via, via che la nobiltà desiste da tali compiti, il peso dei suoi privilegi sembra farsi maggiore, anzi essi finiscono coll’apparire ingiustificati e incomprensibili».
Ci si preannuncia un Regno Unito repubblicano?

Nell’immagine: la polizia carica i minatori di Orgreave in sciopero, causando morti e feriti. Una delle macchie sul regno di Elisabetta II 


La parabola lungolinea di un mito del tennis

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione 

Quando si dice la fatalità di situazioni che offrono agli “scriba” di corvée la possibilità di sbizzarrirsi in giochi iperbolici di titoli arrotati ad effetto: prendiamo, ad esempio, “Londra, per un nuovo Re che sale al trono, un altro Re lo lascia per sempre” e un po’ arditamente avremo l’accostamento fra la prossima intronizzazione di Re Carlo III e l’addio al tennis, nella stessa capitale inglese, di Roger Federer, il Re di Wimbledon, il più grande sportivo svizzero di tutti i tempi, una vera e propria figura leggendaria dello sport mondiale.

Basta vedere quanto e come la notizia del suo abbandono delle competizioni, all’età di 41 anni, abbia finora scatenato i media planetari nel tributare gli onori che merita una carriera come la sua, interpretata da protagonista, con un’impareggiabile eleganza sportiva ed un’umana disponibilità che hanno trasformato, di vittoria in vittoria, un talentuoso ragazzino capriccioso ed insofferente, in un simbolo di sportività riconosciuto mondialmente anche per come ha mostrato, negli anni, di resistere al tempo e a qualche bruciante sconfitta.

Grande sempre, nelle interviste, nelle apparizioni in spot pubblicitari, lo troviamo anche in numerosi libri che in questi ultimi due decenni hanno cercato di dar conto in vario modo del suo percorso, delle sue parabole, di aces e smorzate. Fra i tanti meritano attenzione, in particolare, due volumi pubblicati da Casagrande a Bellinzona: Roger Federer, il campione e l’uomo (2018), del giornalista ed amico Simon Graf, e Roger Federer come esperienza religiosa (2010) del grande scrittore americano David Foster Wallace, un tributo eccezionale alla vittoria a Wimbledon nel 2006 contro l’eterno rivale (ed amico) Rafa Nadal.

Appena uscito in versione originale inglese vi è poi un libro certamente promettente, visto che è scritto da un altro raffinatissimo autore anglosassone, Geoff Dyer, che ha da poco pubblicato The last Days of Roger Federer, una sorta di meditazione sul destino di un personaggio pubblico così noto (come lo sono gli sportivi o gli attori) chiamato dopo il proprio “ritiro” a confrontarsi con la vita, la lenta trasformazione di un corpo che era perfetto, la precarietà di un’esistenza che non è più sotto i riflettori.

Fra le “penne” che si sono spese ed hanno dato del loro meglio nel raccontare Roger Federer vi è poi quella di uno dei massimi giornalisti sportivi italiani degli ultimi decenni, un maestro di tennis e di scrittura, lo “scriba” Gianni Clerici, scomparso lo scorso 6 giugno dopo aver consegnato ai lettori una serie incredibile di pezzi d’antologia scritti per diversi quotidiani, ed aver pubblicato romanzi e racconti di sapiente ed aristocratica ironia.

In un suo ponderoso e poderoso volume intitolato semplicemente Wimbledon, (Mondadori, 2013) dedicato al torneo che ha seguito per più di 50 anni, Clerici si sofferma fra gli altri su Federer in un commento dedicato alla sua penultima finale vinta sul Center Court, quella del 2012 contro l’idolo di casa Andy Murray (l’unico per cui a Londra gli inglesi hanno tifato di più che per Federer).

Ne proponiamo qui un estratto.


Sappiamo tutti che Roger Federer è uno dei più grandi tennisti ad aver messo piede su un court, ma non è facilissimo immaginare sin dove riuscirà a spingersi, dove giungeranno i suoi record. Immortale ben vivo, ormai superati i trentun anni, lo troviamo impegnato in un immaginario confronto con il passato recordman dell’Era racchette spaziali, Pete Sampras.

Lo apparenta, a Pete, una fluidità muscolare che rende i suoi gesti non meno eleganti di un grande danzatore. Da questa armonia mescolata a velocità, da queste immagini che avrebbero rapito un pittore futurista, ci giungono non soltanto un infinito piacere di spettatori, ma anche risultati mozzafiato.Coglie infatti, Roger, il suo promo Slam nel 2003; nel 2004 realizza il tris, che già lo apparenta ad altri 10 Immortali.Si arresta a due Slam l’anno successivo, smarrendo tuttavia soltanto quattro partite. E, nel 2006 e 2007, ha già ribadito il tris, divenendo al contempo il primo della storia ad aver quadruplicato il binomio Wimbledon – US Open. Seguono, per chi non ci credesse, altri quattro Slam, tra i quali un bis nel 2009, incluso l’unico successo sulla spiaggia del Roland Garros, che sempre gli fu non meno avversa dello sterratore Nadal.

Se mi rifiuto di includerlo in una paradossale classifica all times, per me improponibile, non posso non confessare la mia ammirazione, né trattenermi dal presenziare a ciascuna delle sue rappresentazioni, così come sempre feci per i grandi attori, a partire da Jack Kramer, su su fino a Rod Laver.

Reincarnazione della divinità tennistica che segretamente sovrintende al gioco, Roger si è trovato a nascere in un piccolo paese, che non aveva prodotto specialisti di grande qualità, limitandosi a concedere il passaporto a una bambina che mai dimostrò una pur doverosa gratitudine: Martina Hingis. (…) Gli agiografi raccontano di qualche difficoltà psicologica iniziale, di un rovescio non all’altezza del nativo, imparabile diritto. Mi vien da sorridere, nel ricordare il giorno in cui lo vidi per la prima volta su un campo, e non mi trattenni dal vaticinarne un futuro per me addirittura ovvio, scrivendo: ”Ho rivisto Laver, ma è diventato destro e dev’essersi tinto di nero i capelli”.

Di quel suo talento, il giovane Roger era assolutamente consapevole, tanto che giunse a dirmi, nel corso del suo primo sbarco a Roma: ”So che lei apprezza il mio gioco perché lo trova fluido, variato, un alternarsi di lift e slice, un tennis a tutto campo, rete inclusa. Ma una simile varietà può essere anche uno svantaggio”. E nel vedermi sorpreso, aveva sorriso, per aggiungere: ”Il talento rischia di diventare una trappola. La possibilità di scelta può confondere. E quel che è ancora più pericoloso è il narcisismo. Ci si compiace del colpo miracoloso, si ricevono applausi, si finisce per giocare per gli altri, per il pubblico: rischiosissimo”.

Da quel momento la mia abituale presenza alle recite di Roger Federer, oltre che di ammirazione, si venò di affetto.

Da Gianni Clerici, Wimbledon, (Mondadori, 2013), pp.674-676


Godard e Tanner, la lunga rincorsa

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione 

Nati ad un anno di distanza, scomparsi ambedue ultranovantenni a due giorni uno dall’altro, Jean-Luc Godard e Alain Tanner lasciano, oltre alla commozione, un’infinità di riflessioni. Hanno segnato ambedue la loro epoca, non solo il cammino del cinema. La profondità del solco che hanno tracciato non è stata ovviamente identica, ma parallela e altrettanto significativa. Il primo, ha impresso una svolta indelebile e soprattutto universale a quel linguaggio artistico così popolare, ma che era andato incrostandosi negli Anni Sessanta degli straordinari fermenti in atto. Il secondo, ha accolto lo stesso spirito, ma con maggior diffidenza, dapprima in una più contenuta dimensione nazionale. Presto, però, crea a Ginevra con Claude Goretta, Michel Soutter o Jean-Louis Roy l’associazione del “Groupe 5” abbattendo i confini di un paese cinematograficamente inesistente. Cosi tutto finirà per condurlo dapprima al Premio del Festival di Locarno, quindi a Cannes, a Venezia, alle milioni di copie diffuse nel mondo grazie al successo enorme del suo secondo lungometraggio La salamandre (1971). Segnerà allora la nascita di un Nuovo Cinema Svizzero, di un seguito finalmente anche di matrice svizzero tedesca, con i suoi Daniel Schmid, Fredi Murer, Thomas Koerfer…

È l’inizio di un viaggio parallelo che coinvolgerà i due, acquisendo un significato sempre più duraturo. Jean-Luc Godard, che nasce a Parigi nel 1930 finirà per vivere a Rolle acquisendo la nazionalità svizzera; e Alain Tanner, cresciuto nella borghesia ginevrina, scopre il jazz e il neorealismo italiano e s’imbarca a Genova sui cargo mercantili attorno all’Africa. Esisteranno molte similitudini fra i due. Permetteranno di accostarli (non senza le puntualizzazioni velenose fra i due), oltre la dimensione che viene a crearsi tra la parigina Nouvelle Vague con la sua irradiazione nel mondo e la più modesta realtà della trilingue cinematografia elvetica.

Per ambedue i cineasti il film d’avvio sarà già esemplare. Nel 1969 finalmente Tanner firma Charles mort ou vif. È la storia di una rottura. Quella di un industriale ginevrino al culmine della carriera che pianta tutto e tutti, rompendo con il “sistema”. Con la miseria di 120.000 franchi il regista, reduce dalla preziosissima esperienza londinese nel Free Cinema, firma cosi il primo film svizzero maturo, sensibile e significativo. Come notarono subito in Francia, il primo vero film sulla contestazione. E il valore del film nasce proprio da questa contestazione. Il cineasta evita la presa di posizione concitata, l’urgenza risaputa; lo slogan mandato a memoria, meccanico e imbecille. Il suo film, girato in sedici millimetri ma privo, anche nello stile, di certi eccessi anche figurativi che molti sedici millimetri comportano, è una meditazione sorprendentemente matura sulla condizione dell’uomo. E sulla Svizzera di quegli anni. Un film che non è soltanto, come capita di solito in questi casi, un manifesto ma poesia. Tanner dimostra così di sapersi esprimere in modo equilibrato e sensibile, con estrema naturalezza, ai confini dello humour. Con una efficacia per nulla inferiore alle celebri didascalie che Godard aveva nel frattempo introdotte nei suoi film. In perfetta simbiosi, grazie anche all’innegabile fascino donato dal personaggio interpretato dal figlio di Michel Simon, François. Una straordinaria carica emotiva, in un film genialmente equilibrato. Visto il soggetto, considerato il contesto del nostro cinema di allora, un evento che aveva del miracoloso.

Ben nove anni prima, nel 1960, non dimentichiamo che con A bout de souffle Jean-Luc Godard aveva già esplosa la sua personalità prepotente. Cinepresa liberata dalla staticità, dialoghi improvvisati e vissuti sul momento, immediatezza nell’ispirazione ai confini dell’incoscienza, freschezza, anch’essa inimmaginabile, nella direzione divenuta coabitazione degli attori. Pure a prezzo di qualche leggerezza, di non poche ricadute intellettualistiche per taluni gratuite. Questo, però, in un cinema che rappresentava lo sforzo più concreto per liberarlo da tutto l’apparato industriale – finanziario e meccanico che ne soffocava l’ispirazione e la libertà di espressione. Quando Belmondo si volta verso lo spettatore per strizzargli l’occhio, quando ammicca alle espressioni di Humphrey Bogart esposto nelle locandine delle sale sui Champs Elysées è tutta una generazione, una tradizione e di regole stereotipate che improvvisamente crolla. È certamente il primo passo verso una nuova libertà. Quella dell’autore, che diverrà irrefrenabile in un film come ad esempio Pierrot le fou già cinque anni dopo. Ma poi quella, volente o nolente, verso un cinema tutto in divenire, che apparterrà a generazioni di cineasti. Pochi fra loro sfuggiranno alla lezione ed al richiamo della pellicola.

A pochi anni da Charles mort ou vif, siamo ora nel 1971, Alain Tanner ha già consolidato forse per sempre il proprio statuto, affrontando la strada, difficile e delicata come nessun’altra, della semplicità. Cosi, poggiando su un inconfondibile talento, riesce con La salamandre a riproporre la fragile freschezza del film d’esordio. Mescolando la critica dell’indifferenza consumistica svizzera al ritratto di una giovane, ancora libera e umanamente disponibile (una creazione d’indimenticabile facilità da parte di Bulle Ogier), passando dallo humour delicato al sarcasmo corrosivo, all’analisi di costume. I film di Tanner iniziano allora a vivere sulla giustezza del loro tono: facendo propria a questo punto la lezione di Godard. Ma arricchendola inoltre di annotazioni poetiche, liberandola da molti e velleitari cascami intellettualistici. Critica sociale, ma coinvolgendo la poesia. L’esigenza immaginifica, il ritmo del montaggio, i dialoghi, la direzione degli attori conducono tutti ad una delicatezza di tocco, una sensibilità dell’osservazione che, in un senso, contrastano singolarmente con certe rigide strutture della realtà svizzera osservata. Ma in un altro, conducono al contrario ad una poetizzazione delle stesse. È in questa direzione che il cinema di Alain Tanner appare allora come il primo, vero esempio d’espressione cinematografica autenticamente svizzera.

Quanti film ha girato Jean-Luc Godard? Sui centocinquanta, ma il numero nasce in una contabilità stravolta, priva di significato. Dopo la sua comparsa, nessuno al mondo ha più fatto del cinema come prima. I suoi film, sembra un paradosso, sono spesso meno grandi del loro autore. Sono come frammenti di uno specchio prezioso, facile ad andare in mille pezzi. Sono da guardarsi, allora, frammento dopo frammento. Senza che sia necessario (anche perché sarebbe difficile riuscirci) ricomporre il tutto. Fate la prova con una videocassetta: prendetela a caso, partendo da metà piuttosto che dall’inizio, il godimento sarà identico.

A più di sessant’anni da A bout de souffle non è soltanto il pubblico a trovare l’immagine godardiana geniale o insopportabile. Ma la critica stessa, i cosiddetti specialisti, che spaziano dal delirio alla negazione. Perché il cinema di Godard fa apparire non-cinema tutto il resto che ambisce a questa definizione. Oppure, è quello di Godard che dovrebbe essere chiamato differentemente. Altri autori creano personaggi, situazioni, e le abbelliscono cercando di raggiungere dimensioni diverse. Godard continua a filmare un unico soggetto, il cinema. Ed è il suo modo di sfuggire alla solitudine: in questo consiste probabilmente la sua sincerità. La salvezza, da quell’intellettualismo del quale così sovente ne abbiamo fatto il campione, il “Mal vu, mal dit” in quattro segni rappresenta la chiave di tutto il suo cinema. Significarsi attraverso uno sguardo. Riappropriarsi dell’essenza più vera, primitiva, delle cose attraverso uno sguardo reinventato. Basta una mano, messa sullo schermo di un televisore acceso, che prende forma e significato soltanto quando la cinepresa si allontana in carrellata. O una rimessa in questione iperrealista del quotidiano: in una tragicommedia burlesca che trova il suo momento magico, indimenticabile. È possibile che nella carriera di un mostruoso innovatore come Godard ci siano dei momenti discutibili. Ma quando un regista fa passare in pochi minuti i propri personaggi dalla violenza alla sensualità, dalla morte all’amore, è difficile negargli la facoltà di riuscire ciò che è impossibile ai comuni mortali.

Godard ha dapprima contestato le forme tradizionali del racconto cinematografico, il poliziesco, il film di guerra, il melodramma, la commedia. Poi ha fatto del cinema sociologico. E, nel momento della sua piena maturità artistica, da Le Mépris a Pierrot le fou, del cinema semplicemente poetico. Dal quello politico alla sperimentazione in video ha trasformato il linguaggio: piano-sequenza, collage audiovisivo, uso del colore, dialettica della citazione.

Incurante delle finalità consumistiche, dallo spreco forsennato di immagini, dalle telenovelas, teleserials e TV movies varie, il suo cinema (quello con la maiuscola, inteso come uso ragionato, sofferto, talvolta poetico) si rifiuta di morire persistendo nella modernità.

Alain Tanner segue, come abbiamo visto, di una decina d’anni. Godard avrà voltato nel frattempo pagina, si sarà già rifugiato nel suo irruente periodo dei collettivi di un cinema quasi sfacciatamente militante, convinto che i mutamenti politici e sociali introdotti dal Sessantotto debbano fondersi sempre più intimamente con la propria forma cinematografica. E Tanner evolve, ma all’interno di un gruppo che va formandosi in modo meno radicale, influenzato dalle ambizioni della Nouvelle Vague ma adeguato alla modestia dei condizionamenti innanzitutto budgetari. Ma alimentato da uno slancio politico che permetta di sfuggire dallo stagno. Ambedue, nelle loro diversità, evolvono sulle tracce indelebili del Maggio 68. Ambedue sono pervasi dagli entusiasmi, ma anche razionalmente dai dubbi e da certi fallimenti che seguiranno le esaltazioni.

Nel 1976 Alain Tanner gira uno dei suoi film più maturi, Jonas qui aura 25 ans en l’an 2000. È la storia di otto personaggi che si ritrovano in una grande casa della campagna attorno a Ginevra. Gli ideali sono quelli, ci mancherebbe, invocati dal ’68; ma Jonas, che nascerà nel corso del film, avrà più di vent’anni nel Duemila. I personaggi di Tanner come quelli di Godard si sono allora fatti provvisori, sognano ormai di evadere ma si rendono conto (e con loro gli spettatori, facili indovini) di come l’Utopia (quella di Le milieu du monde o di Jonas) sia svanita con altrettanta evidenza delle illusioni del 68.

  • Le recensioni di Fabio Fumagalli, critico cinematografico, sono disponibili e costantemente aggiornate nel sito filmselezione.ch