Nascita di una dittatura – Qualche segnalazione per non dimenticare

Nel giorno del centenario della Marcia su Roma, un numero speciale di “Internazionale” rievoca l’accoglienza data dalla stampa estera all’ascesa del fascismo, con qualche utile o possibile paragone con l’epoca attuale ricavabili anche da altre fonti 

Nascita di una dittatura è il nuovo numero di Internazionale storia e racconta l’arrivo al potere del fascismo attraverso la stampa internazionale dell’epoca con cronache, reportage, analisi e commenti, corredati da foto e illustrazioni di quegli anni. Si può comprare in edicola, in libreria, nelle librerie online (in versione cartacea)e sul sito di Internazionale.

Il 28 ottobre 1922 migliaia di militanti fascisti partivano da tutta Italia alla volta di Roma in quello che sarebbe stato il primo atto di una brutale dittatura ventennale, culminata nella guerra d’Etiopia, nell’ignominia delle leggi razziali e nella tragedia della seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni si è tornato a parlare diffusamente di fascismo, in Italia e non solo, sulla scia del successo di formazioni della destra populista che non nascondono una certa simpatia per i regimi autoritari dell’Europa tra le due guerre. Tuttavia già cent’anni fa, nel vivo degli eventi, l’esperimento politico di Mussolini fu seguito con curiosità e attenzione dalla stampa internazionale.

Nella grande mole di articoli che furono pubblicati si trova di tutto: dalle critiche dei giornali socialisti, che avevano subito compreso, anche per esperienza diretta, la natura violenta del movimento, alle analisi dei liberali, per i quali era chiaro che il fascismo segnava una rottura netta con la democrazia e il parlamentarismo.

Una simpatia su cui riflettere

Ma ci sono anche molti contenuti apologetici, basati su un’interpretazione retorica e roboante della storia italiana oppure alimentati dagli stereotipi sul carattere nazionale, sempre pronto ad affidarsi all’uomo forte di turno. Non mancano nemmeno le letture apertamente reazionarie, che salutano nel successo di Mussolini l’inizio della fine dell’agonizzante parlamentarismo. Molte delle analisi più benevole arrivano da paesi di solida tradizione democratica, come Stati Uniti e Regno Unito. Alla luce degli eventi, e considerato che già nel 1922 agli osservatori attenti il vero volto del fascismo era ben chiaro, il tono di parte della stampa angloamericana deve farci riflettere. Le ragioni di questa simpatia sono diverse.

Nel Regno Unito, per esempio, se le élite imperiali vedevano in Mussolini prima che un dittatore un baluardo anticomunista e una garanzia di stabilità, i giovani erano attratti principalmente “dal volto modernistico che il fascismo presentava agli osservatori stranieri”, scrive Tony Judt in Novecento (Laterza 2012). “In Italia, soprattutto, [il fascismo] non fu tanto una dottrina”, continua Judt, “quanto uno stile politico. Era giovane: ambizioso, energico, a favore del cambiamento, dell’azione e dell’innovazione. Per un numero sorprendente di ammiratori, il fascismo fu in breve tutto ciò di cui sentivano la mancanza nella piccola, vecchia, nostalgica e grigia Inghilterra”.

Com’è noto, nel giro di pochi anni questo atteggiamento sarebbe radicalmente cambiato. E l’efferatezza del regime sarebbe apparsa in tutta la sua evidenza anche ai precoci estimatori di Mussolini.

Se la lettura di queste pagine può quindi dare un’indicazione sull’interpretazione del presente, è che la difesa del pluralismo e della libertà passa anche per la capacità di individuare i segnali di possibili tendenze autoritarie nelle novità politiche che l’attualità ci offre e per una difesa intransigente dei princìpi e dei meccanismi della democrazia.

  •  Ad una già nota bibliografia di testi storici e storicizzati sull’argomento, aggiungeremo qui, per una rapida consultazione, anche un paio di recenti e interessanti proposte online: il dossier intitolato “Marcia su Roma: Situazione tesa ma non allarmante” di Swissinfo.ch e una proposta radiofonica di “Laser” (RSI, Rete Due) curata da Brigitte Schwarz con la partecipazione degli storici Giulia Albanese e Marco Palla


Cent’anni, e li vuol dimostrare

Nel giorno del centenario della Marcia su Roma, un numero speciale di “Internazionale” rievoca l’accoglienza data dalla stampa estera all’ascesa del fascismo, con qualche utile o possibile paragone con l’epoca attuale ricavabili anche da altre fonti 


La nave dei folli – Siate ottimisti, evviva la sovrabbondanza!

Nel giorno del centenario della Marcia su Roma, un numero speciale di “Internazionale” rievoca l’accoglienza data dalla stampa estera all’ascesa del fascismo, con qualche utile o possibile paragone con l’epoca attuale ricavabili anche da altre fonti 

Leggetevi  “Superabundance” (Sovrabbondanza, la storia della crescita della popolazione, dell’innovazione e della prosperità umana su un pianeta infinitamente abbondante) se, di questi tempi – pur tra epidemie, guerre, minaccia nucleare, disastri climatici, siccità, carestie, migrazioni umane e non ultima inflazione e incombente recessione – volete ancora sentirvi… follemente ottimisti. 

Oltretutto “with great writing and a mountain of good evidence” (“con grande scrittura e una montagna di buone prove”), assicura in una presentazione nientemeno che il premio Nobel per l’economia Angus Deaton, professore  alla prestigiosa Princeton University.

Che cos’è esattamente questa “sovrabbondanza”? Si analizzano 18  gruppi di  prodotti distinti, che comprendono tutto, da quelli di base a quelli finiti, e si riesce a dimostrare che le risorse aumentano molto più rapidamente della popolazione. O, in termini più concreti, che l’americano medio (perché è sugli americani che si punta l’occhio, ma il discorso è estensibile) può acquistare più lavorando meno. 

E quali sono i fattori di questo aumento esponenziale dell’abbondanza? Manco a dirlo, due, sempre di grande attualità e trionfanti nelle parole: popolo e libertà. Ecco, si osserva subito, perché i beni e i servizi non sono diventati meno cari per i consumatori di Cuba o del Venezuela o della Corea del Nord. E come mai non si cita la Cina, dove  è invece capitato l’opposto, quasi  meglio che negli Stati Uniti? Una risposta indiretta c’è: non basta solo la libertà. La crescita demografica permette una migliore ripartizione del lavoro, ciò che rende la produzione meno cara e più abbondante. (E in Cina, quindi, c’è più gente che libertà e c’è più crescita: ciò che, paradossalmente, è pure istruttivo per noi).

Dunque, ecco  subito cancellate una serie di immagini spettrali distribuite abbondantemente negli ultimi anni dalle nostre parti e che nutrono, anche per obbligo o attrazione elettoralistici, partiti e movimenti. Ecco come cancellate:

  1. La nostra economia (capitalista) ha raggiunto un livello tale di efficacia e di sofisticazione che produciamo una quantità sempre crescente di beni e servizi riuscendo però anche  ad utilizzare una quantità sempre minore o più limitata di risorse.
  2. Grazie a quell’efficacia e al controllo delle emissioni, il mondo moderno è riuscito a “decarbonizzarsi” progressivamente. Quindi, tutti i paesi occidentali hanno imparato a ottenere una quantità superiore di energia con minori emissioni di gas a effetto serra. Ad esempio, l’economia americana ha conosciuto una crescita del 15 per cento tra il 2008 e il 2017, ma il consumo di energia è diminuito di pari passo durante quel periodo. Infatti, mano a mano che si sviluppano le risorse energetiche, dal legno al carbone, passando dal petrolio e dal gas, il rapporto carbone/idrogeno diminuiva regolarmente e così abbiamo anche  ottenuto… città meno avvolte da  una “coltre nerastra”.
  3. Stiamo vivendo l’epoca d’oro del capitalismo e non ce ne rendiamo conto, anzi protestiamo. E pensare che nostri antenati passavano la maggior parte del loro tempo a cacciare e a raccogliere bacche per vivere, mentre oggi noi guadagniamo il nostro nutrimento in pochi minuti e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Ad esempio: 768 varietà di cereali per la colazione sono disponibili presso Walmart (catena grandi magazzini, tipo Migros); anche un lavoratore con un salario minimo può acquistarne la maggior parte con meno di 30 minuti di lavoro.
  4. La risorsa più importante nel mondo attuale non è né il petrolio, né il gas naturale, né il litio o il cobalto o altri minerali terrestri rari. Sono gli individui. Utilizzando la loro intelligenza e la loro creatività uomini e donne rendono le altre risorse più abbondanti. Persone in sovrappiù non creano solamente una domanda supplementare (comunque all’origine della crescita e della prosperità): esse rappresentano anche un apporto supplementare di idee, conoscenze e lavoro produttivo. Ciò che ci permettere di vivere più a lungo, in migliore salute, più ricchi e liberi. Non dobbiamo sottovalutare tutto questo, come stiamo facendo.
  5. Ogni persona, ricca o meno ricca, ha solo 24 ore al giorno e tanti anni per vivere. Il Tempo è la sola risorsa che non può essere economizzata, reciclata, duplicata o ricuperata. Quando passate meno tempo a lavorare per nutrirvi, vestire la famiglia, avere un tetto sulla testa, accendere le luci, pagare le fatture, avete guadagnato l’ultima e fondamentale ricchezza: avere più tempo per fare ciò che volete veramente. Non sarà la prosperità, ma è certamente la sovrabbondanza. Una buona ragione per essere ottimisti.

Meditate, gente!


Un Piano B al Casinò

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“Piano B” è quello che generalmente s’intende per “alternativa”, un progetto che può ( a volte deve) applicarsi ad una situazione che sfugge di mano. Insomma una vera o possibile “via d’uscita” di fronte ad incombenti dissesti o disastri.

Non è certo un mistero per nessuno che, di fronte all’attuale situazione politica ed economica internazionale, con le conseguenti stangate che ci attendono su costi di beni di prima necessità, s’impone quasi per tutti un personale, magari doloroso piano B, per rivedere, necessariamente al ribasso, il proprio tenore di vita, per far quadrare i conti del bilancio della propria economia domestica o della propria piccola o media impresa. 

All’orizzonte si profilano tempi gramissimi, che già sono stati annunciati dai pesanti aumenti dei premi delle casse malati, dall’impennata dei costi dell’energia elettrica, di derrate alimentari e via discorrendo, a causa della guerra in Ucraina e delle sanzioni che l’Europa (Svizzera compresa) continua (finché dura) ad infliggere alla Russia dello zar autocrate e dei suoi fedeli generali ed oligarchi.

Il “caro bollette” (non poi sempre totalmente giustificato dalla guerra, anzi, non di rado alimentato anche da pure speculazioni) ci dovrebbe indurre a ritenere che, appunto, “piano B” sia un modo per aiutarci a pagarle, queste benedette bollette, senza che poi magari ci tocchi non solo assumerci i maggiori costi relativi ai nostri privati consumi, ma contribuire anche ad aiutare, fiscalmente, le imprese che si rivolgeranno allo Stato per ottenere un aiuto sostanzioso in nome, naturalmente, del salvataggio dei posti di lavoro, magari il nostro.

Eh sì, abbiamo tutti estremamente bisogno di un piano B, anche perché il Cantone, nel contesto della pur sempre ricca Svizzera, accusa, da molti punti di vista, gravi deficit di competitività economica, che stanno gettando socialmente il paese in situazioni più che allarmanti. Non passa giorno che non ci si debba confrontare con situazioni di fortissimo disagio sociale, che si manifesta, ad esempio, nel recente rapporto sui casi di “bullismo infermieristico” presso l’EOC, in un ambito in cui si prevede già un drammatico futuro fatto di migliaia di disperati abbandoni della professione senza che vi sia un doveroso rinnovo di forze qualificate. 

E che dire della situazione all’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento, dove fra accuse di mobbing e bossing (da accertare, naturalmente) si moltiplicano i casi di malattia e di burnout fra i collaboratori (una settantina, per oltre 7000 dossier all’anno, in costante aumento)?

Fermiamoci qui, per non voler fare a tutti i costi i disfattisti apocalittici, che tanto, in questo orizzonte che pare tanto fosco, a Lugano c’è un piano B, anzi un “Plan B” (da leggere all’inglese), che ci indirizza tutti allegramente verso una soluzione positiva di questo momento di crisi: le criptovalute, i Bitcoin. 

Presentato come una concreta possibilità di virare sull’uso di una moneta virtuale (ma bella ancorata all’inossidabile dollaro), che nella fattispecie si chiama “Tether”, il piano B (come Bitcoin) di Lugano avrà da domani il suo primo fastoso e festoso “Forum” con innumerevoli ed autorevoli invitati da tutto il mondo, chiamati a spiegarci di cosa si tratti in un paio di esempi facili facili: si tratta, anzitutto,  di indurre i luganesi a capire che in questo modo si attirano nuovi contribuenti facoltosi, ma anche di offrire al semplice cittadino la possibilità di prendersi un caffè in centro senza aver più bisogno nemmeno della carta di credito: la parola magica è Bit (Tether o LVGA, poco importa).

Sì, perché solo nel primo semestre del 2022 (in questo annus orribilis di guerra e di sacrifici annunciati) a Lugano i milionari sono aumentati dell’8% e per poco non si riusciva a catturare anche un miliardario nordico in cerca di appartata dimora e permesso B (come Bitcoin?): è andata male, anzi, è andata bene a Collina d’Oro, dove il paperone norvegese ha già trovato domicilio.

Come ha recentemente ribadito il sindaco di Lugano, questi contribuenti (ovviamente provvidenziali per le finanze di Comune e Cantone) hanno una forte disponibilità anche in criptovalute, e dunque perché impedirgli di poterle benignamente dispensare nello “Swiss Luxury District” di Via Nassa (dove resta stabile anche la clientela russa, grazie al cielo!).

Insomma, 5000 super-ricchi (che tendenzialmente diventeranno di più grazie all’attrattività di una città, un territorio, dove vigono discrezione e sicurezza) ci permettono se non altro di essere ottimisti: dai loro munifici contributi fiscali scenderà, sgocciolante, tutta una serie di benefici per quelli che in casa (o in banca) non hanno né bitcoin né, men che meno, milioni. Ma come non essere “Tethernamente” grati a questi paperoni, che permettono, chessò, di tenere basso il moltiplicatore e addirittura, udite udite, far corrispondere un caro vita del 3% agli impiegati comunali. Che poi il carovita effettivo che ci aspetta sia intorno all’8-10% è un trascurabile dettaglio. Per i milionari un momentaneo fastidio, basta investire (in Big Pharma, per dire).

In questo fine settimana il “Forum”, che si annuncia con roboanti slogan che inneggiano alla libertà (di fare dei soldi quello che si vuole, senza che qualcuno ci metta il naso, possibilmente), vedrà dunque succedersi sul palco (o meglio il main stage del Palacongressi) innumerevoli guru della tecnologia blockchain, a spiegare (o vendere?) le virtù indiscutibili di un sistema di economia “virtuale” con cui, sia ben chiaro, sarà pure opportuno confrontarsi per capire di che si tratti, magari anche per cogliervi qualche reale prospettiva, chissà.

Sarebbe sciocco mostrarsi solo ed inossidabilmente prevenuti, ancorati all’idea che quel che si guadagna è frutto di un lavoro, di un’attività, di un’opera cui convenzionalmente è dato un valore. Con l’avvento di un regime economico che ha nella finanza il suo principale motore, non è più questione di lavorare in senso stretto (antico), ma di saper investire; si tratta di abbandonare la comfort zone della logica del “posto di lavoro” per accettare la sfida di rischiare, leggere il mercato, tuffarvicisi con ottimismo. Se poi va male, (perché, non dimentichiamolo, può anche andar male), ci penseranno quelli a cui è andata bene a sgocciolare qualche franco per l’ufficio del sostegno sociale.

Non a caso, il programma del “Forum” (che a chi vuole seguirlo tutto dal vivo – Dj Gabri Ponte compreso – costa 699 franchi non virtuali) prevede di chiudere in bellezza e spensieratezza invitando ad andare al Casinò, a giocarsi i bitcoin, anche sul tardi, non c’è problema, basta rimanere positivi, ottimisti e star svegli. Perché la roulette non russa.


Criptocasino

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Sergio Rossi – Sanzioni e costi energetici in vista di un freddo inverno

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Due immagini parallele spiegano la Cina del nuovo imperatore

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Due immagini. Due istantanee apparentemente slegate. Ma due fotografie che in realtà possono confluire in un’unica riflessione. E fanno capire quali siano stati esito e sostanza politica della ventesima cerimonia congressuale nella storia del partito comunista cinese, e del suo cambio di strategia.

Il primo ‘frame’: uno dei ‘grandi vecchi’ che in prima fila seguono il (cosiddetto) confronto fra centinaia di delegati, snodatosi su diversi giorni, viene strattonato improvvisamente da un commesso, che lo obbliga ad alzarsi prendendolo per un braccio, mentre il malcapitato cerca di rivolgersi al capo supremo, seduto impassibile al suo fianco, forse per chiedergli una spiegazione, probabilmente per una supplica, poiché ha immediatamente capito di essere caduto in disgrazia’. Lo sventurato è Hu Jintao, un ex presidente della Repubblica popolare, mentre l’imperturbabile vicino altri non è che il nuovo “imperatore rosso”, Xi Jinping, unico caso dopo Mao a ottenere un terzo mandato alla testa del partito, quindi del ‘paese di mezzo’, e perciò del suo esercito: ormai è l’incontestato “uomo dei pieni poteri”.

Seconda istantanea: Borsa di Hong Kong (ormai sotto stretta sorveglianza di Pechino), sul quadrante luminoso le quotazioni improvvisamente in picchiata, un brusco scivolone da -4,22 per cento, la perdita più importante degli ultimi tredici anni, un altro segnale della discesa economica che ha registrato una crescita del pil “soltanto” del 3,9 per cento (contro il 6 pronosticato dalla leadership cinese all’inizio dell’anno), e a questo ritmo, assicura il “Financial Times”, il decantato sorpasso dell’economia americana verrà posticipato al 2060, ben oltre il 2035 previsto dai “successori” di Mao. Ma nemmeno è sicuro.

In che modo queste due immagini possono essere affiancate? Come connettere l’umiliazione inflitta a un ex capo dello Stato (in stile un po’ russo, simile al tormento che Putin inflisse in presa diretta tv al responsabile della sua intelligence, incalzato dalle domande dello zar perché esitava a dare la risposta gradita sul futuro del Donbass), e una giornata nera dei giochi della finanza nell’isola ex britannica, ormai da oltre un anno ‘normalizzata’ dal potere centrale cinese?

Una rilettura attenta del discorso conclusivo di Xi al 22esimo Congresso fornisce la risposta. Dopo anni in cui la priorità cinese è stata la corsa economica, che ha consacrato la “Cina fabbrica del mondo”, periodo dei grandi numeri e dei grandi balzi in avanti della ricchezza nazionale, ottenuti con tenacia, progresso scientifico, e anche competizione sleale, per la prima volta l’intervento del ‘numero uno’ ha dato la precedenza ai problemi della sicurezza, sicurezza della nazione “in pericolo”. Insidie dall’esterno – vedi Usa -, ma anche dall’interno – mai nei 33 anni dopo piazza Tien An Men, c’era stato un così alto tasso di contestazione e di preoccupazione nella società civile, a causa dei problemi causati dalla strategia “Covid zero”, dalla disoccupazione crescente, della bolla immobiliare -. Vanno dunque strette ulteriormente le viti del controllo, ancor più affidato ai vertici di un partito unico che deve recuperare il controllo (loro direbbero ‘la popolarità’) dei cittadini.

Liberatosi, grazie ad epurazioni e anagrafe, degli esponenti a suo giudizio più moderati o meno affidabili, Xi si è infatti circondato di soli fedelissimi sulla plancia di comando. Mettendosi alle spalle uno dei pilastri voluti dal riformista Deng Xiaoping (due soli mandati presidenziali per ristabilire la legittimità del partito comunista), il neo-imperatore prepara per sé stesso un mandato a vita. Mentre il secondo pilastro (l’arricchimento generale grazie allo sviluppo del settore privato) conosce una fase di vistosa rimessa in gioco, di indebolimento, dall’alto una mano ferma e più invasiva deve guidare la crescita. Anche perché il nuovo quadro economico internazionale (sostanziale fine del processo di mondializzazione assai favorevole alla Cina) potrebbe essere soltanto un preavviso di ridimensionamenti futuri per il Drago asiatico, insieme all’acuirsi della competizione (e fors’anche dello scontro, causa Taiwan) col nemico sistemico, gli Stati Uniti.

È appunto quanto può simboleggiare la doppia istantanea che ha chiuso il Congresso del trionfo politico del capo: il povero Hu Jintao trascinato fuori dalla grande sala, messaggio a qualsiasi sorta di contestazione popolare e di non allineamento sulla posizione di un presidente di cui già si insegnano idee e opere nelle scuole della nazione (in pieno ‘culto della popolarità’); e le parallele fibrillazioni della Borsa di Hong Kong, come dire che se l’economia cala, deve subito risalire il termometro di una vigilanza ancora più aspra sulla “sicurezza interna”.


Cosa aspettarsi dalla conferenza sul clima in Egitto

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Di Matt McDonald, The Conversation – Internazionale

In un incontro fondamentale per rispondere alla crisi climatica, quasi duecento paesi si riuniranno in Egitto dal 6 novembre per la ventisettesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima o Cop27.

Forse ricorderete di aver sentito parlare della Cop26 che si è tenuta a Glasgow, nel Regno Unito, un anno fa. Quella conferenza era stata spesso definita come la nostra “ultima e migliore possibilità” di mantenere l’aumento della temperatura globale entro gli 1,5 gradi centigradi in questo secolo. Da allora le emissioni hanno raggiunto livelli record dopo essere scese a causa dei lockdown per la pandemia di covid-19. Solo quest’anno abbiamo assistito a decine di disastri catastrofici, dalla siccità nel Corno d’Africa alle inondazioni in Pakistan, Sudafrica e Australia, passando per gli incendi e le ondate di calore in Europa, Stati Uniti, Mongolia e Sudamerica, tra gli altri.

Come ha detto il 3 ottobre il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres: “Su ogni fronte climatico, l’unica soluzione è un’azione decisa e solidale. La Cop27 è il luogo in cui tutti i paesi possono dimostrare che stanno partecipando a questa lotta e lo stanno facendo insieme”. E così, mentre i disastri naturali s’intensificano e la guerra infuria in Ucraina, cosa possiamo aspettarci da questo importante vertice?

Cosa succede alle conferenze Cop

Le Conferenze delle parti si tengono nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfcc), che quest’anno compie trent’anni, essendo stata creata durante il vertice della Terra di Rio del 1992. La Cop27 si terrà nella città turistica egiziana di Sharm el Sheikh.

Le Cop permettono alla comunità internazionale di stabilire un’equa ripartizione delle responsabilità per affrontare il cambiamento climatico. Ovvero chi deve guidare la lotta per la riduzione delle emissioni, chi deve pagare per la transizione verso nuove forme di produzione energetica e chi deve compensare coloro che già subiscono gli effetti dei cambiamenti climatici. Permettono inoltre ai diversi paesi di concordare le regole per il rispetto degli impegni, o i processi per trasferire fondi e risorse dagli stati ricchi a quelli più poveri. E offrono l’opportunità di condividere le più recenti scoperte scientifiche sul cambiamento climatico.

Altrettanto importante è il fatto che le riunioni della Cop concentrano l’attenzione internazionale sulla crisi climatica e sulle risposte per affrontarla. Questo genera una pressione sui paesi affinché assumano nuovi impegni o, perlomeno, svolgano un ruolo costruttivo nei negoziati.

La Cop27 è meno importante della Cop26?

Per certi versi, la Cop27 è meno significativa della Cop26. Quest’ultima, la prima in due anni dopo il rinvio dovuto al covid-19, era il termine entro il quale i paesi dovevano prendere impegni per nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni in base alle regole dell’accordo di Parigi del 2015.

Quell’accordo ha permesso ai diversi paesi di assumere i propri impegni, con l’idea che sarebbero diventati più ambiziosi ogni cinque anni. Glasgow era essenzialmente un grande test per verificare se l’accordo fosse effettivamente riuscito a rendere più ambiziosi gli impegni per la lotta al cambiamento climatico.

Glasgow è stata significativa anche perché è stata la prima Cop a vedere il ritorno degli Stati Uniti, dopo il ritiro deciso dall’amministrazione Trump. Sharm el-Sheikh, invece, non è tanto un test sull’accordo in sé. È più un’opportunità per rinnovare l’impegno sulla mitigazione e sui finanziamenti e per decidere i prossimi passi da compiere per realizzare questi impegni.

Ma la posta in gioco è comunque alta, e si profilano alcuni punti di dibattito fondamentali.

Saranno di più i paesi che prenderanno nuovi impegni?

Il primo grande banco di prova della Cop27 sarà l’assunzione da parte dei paesi di ulteriori impegni per la riduzione delle emissioni. A Glasgow più di cento nazioni avevano promesso di raggiungere nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni. Ma questi impegni rimangono ancora ben lontani da quelli necessari per raggiungere gli obiettivi concordati a Parigi. Invece di fornire un percorso per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 o 2 gradi centigradi, le politiche uscite da Glasgow dimostrano che nella realtà il mondo è avviato sulla strada di un aumento di 2,4 gradi centigradi entro la fine del secolo. Questo metterebbe in pericolo persone ed ecosistemi in tutto il mondo. Ammettendo che i paesi raggiungano i loro obiettivi.

Eppure alla vigilia della Cop27 meno di venti paesi hanno fornito aggiornamenti e solo pochi hanno delineato nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni o impegni di emissioni nette zero. E tra quelli responsabili di più dell’1 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica solo l’India e l’Australia hanno presentato degli aggiornamenti.

Fateci vedere i soldi

In Egitto si profilano anche tre grandi questioni relative ai finanziamenti per il clima, ovvero i fondi per sostenere la mitigazione e l’adattamento.

La prima questione riguarda il mancato rispetto dei paesi più sviluppati dell’impegno, assunto nel 2009, di fornire cento miliardi di dollari all’anno in fondi per i paesi in via di sviluppo. Il tema è stato sollevato a Glasgow, ma da allora è rimasto lettera morta. E non c’è alcuna prospettiva che questo obiettivo sia raggiunto nel 2022.

In secondo luogo i paesi meno industrializzati, compresi molti stati del Pacifico, chiederanno di concentrarsi maggiormente sui finanziamenti per l’adattamento agli effetti del riscaldamento globale. Finora la maggior parte dei fondi è stata destinata a progetti di mitigazione, che si concentrano sull’aiuto ai paesi meno ricchi nella riduzione delle loro emissioni. Tuttavia, dal momento che i cambiamenti climatici si fanno sentire maggiormente nei paesi più poveri, i finanziamenti per l’adattamento sono diventati ancora più importanti.

In terzo luogo l’accordo di Parigi prevede il riconoscimento di “perdite e danni” probabili, ovvero le distruzioni causate dal cambiamento climatico, dove gli sforzi di mitigazione e adattamento sono stati insufficienti a prevenire i danni. All’epoca non c’era alcun impegno a fornire un risarcimento per le perdite e i danni. In Egitto i paesi in via di sviluppo probabilmente faranno maggiori pressioni per ottenere impegni finanziari da parte di quelli più sviluppati. Il mondo sviluppato è il principale responsabile del cambiamento climatico e può permettersi di spendere più denaro per proteggersi dai suoi effetti. I paesi meno ricchi, invece, sono meno responsabili, hanno maggiori probabilità di subire gli effetti climatici e sono meno in grado di pagare i costi necessari a gestire queste conseguenze.

Dato che i negoziati avranno luogo in Africa, possiamo aspettarci che questi temi abbiano un posto di rilievo durante la Cop27.

I venti di tempesta della politica internazionale

Se in passato è stato difficile raggiungere un accordo globale sull’azione per il clima, i recenti avvenimenti di politica internazionale gettano ulteriori ombre sulle prospettive di una vera cooperazione alla Cop27.

In primo luogo l’invasione russa dell’Ucraina ha portato a un aumento dell’inflazione globale, a un’impennata dei prezzi dell’energia e a crescenti preoccupazioni internazionali sull’accesso all’energia. Tutti questi elementi hanno dirottato l’attenzione – e anche i potenziali finanziamenti – dall’imperativo dell’azione per il clima.

Inoltre la Russia, un attore chiave nei colloqui internazionali sul clima, potrebbe svolgere il ruolo di guastafeste.

Anche la Cina, il principale responsabile di emissioni al mondo, sembra altrettanto insoddisfatta per la situazione politica globale. Questo è evidente dal suo approccio alla politica climatica internazionale. A Glasgow, per esempio, la Cina aveva raggiunto un accordo fondamentale con gli Stati Uniti sulla cooperazione climatica che però è stato sospeso subito dopo la visita a Taiwan della presidente della camera degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, nell’agosto 2022.

Non c’è più tempo

Il ministro egiziano per la cooperazione internazionale ha annunciato a maggio che l’azione internazionale alla Cop27 dovrebbe concentrarsi sul passaggio “dalle promesse ai fatti”. Questo significa obiettivi per ridurre le emissioni, ma i padroni di casa sono stati chiari sulla necessità che gli stati ricchi rispettino gli impegni finanziari assunti. Le manifestazioni del cambiamento climatico hanno reso questa preoccupazione urgente per molti paesi meno industrializzati che ne stanno già sentendo gli effetti.

È chiaro che questi colloqui rappresentano un momento fondamentale per il pianeta. Rischiamo di non avere più tempo per evitare la catastrofe climatica.

Traduzione di Federico Ferrone


Profitti privati, debiti pubblici

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A differenza di quanto predicano i pifferai del libero mercato, la liberalizzazione dell’energia elettrica non offre sempre e solo opportunità di fare affari. In Svizzera, chi consuma più di 100 mila Kilowattore può approvvigionarsi sul mercato libero.

Con l’attuale crisi questi superconsumatori energivori hanno preso una legnata. Fabio Regazzi, consigliere nazionale, presidente dell’Unione svizzera delle arti e dei mestieri (Usam), afferma che la bolletta della sua fabbrica di tapparelle è esplosa, da 60 mila a 1 milione di franchi annui.

Indovinello 1: cosa propongono i paladini del libero mercato quando il libero mercato fa le bizze?

Chiedono allo Stato di intervenire a loro favore. È sempre la solita solfa, ma i cittadini non la capiscono e continuano a sostenere lor signori.

Anche questa volta Regazzi e colleghi dell’Usam vanno con il cappello in mano al capezzale di Guy Parmelin, ministro dell’economia, a elemosinare aiuti con una proposta senza ritegno. Chiedono di poter tornare all’approvvigionamento di base, al regime del servizio universale, ad acquistare l’energia, come tutte le economie domestiche, dalle aziende municipalizzate. Queste offrono prezzi più contenuti, anche se, per il prossimo anno, si annunciano aumenti del 30/40%.

Ma se gli energivori si fornissero come le economie domestiche (in Ticino, per esempio: SES, AIL, AEM, AMB) le aziende elettriche dovrebbero poi acquistare molta più energia, a prezzi altissimi, e finirebbero per far ricadere sui consumatori privati questi costi elevati.

Parmelin pare ci stia pensando, rivela il Tages Anzeiger. I funzionari dell’Ufficio federale dell’energia sono scettici. Perfino Economiesuisse (organizzazione mantello che rappresenta 100 mila imprese) e Swissmem (associazione industrie meccaniche) affermano che una simile misura non la capirebbe nessuno e si finirebbe per avere i privati irritati con i grandi consumatori di elettricità.

Per fortuna la controversa proposta dovrebbe passare per una modifica di legge. È quindi probabile che Regazzi e co. non riescano nel loro intento di farsi pagare le bollette da tutti i consumatori.

Indovinello 2: che strumenti utilizza Regazzi per ottenere aiuti pubblici?

Senza aiuti meno posti di lavoro, afferma il nostro, quindi: licenziamenti. Solita solfa anche qui, ma molto amara, per i lavoratori penalizzati da imprenditori senza ritegno che scaricano le perdite allo Stato e intascano i profitti.


Idroelettrico ticinese? Cippilimerli!

Nel giorno del centenario della Marcia su Roma, un numero speciale di “Internazionale” rievoca l’accoglienza data dalla stampa estera all’ascesa del fascismo, con qualche utile o possibile paragone con l’epoca attuale ricavabili anche da altre fonti 

Ad inizio 2023 arriverà la botta sui prezzi dell’energia elettricità, in particolare da SES, AIL e AEM, frutto, si dice, della crisi energetica europea.

Eppure in Ticino si produce più di quanto si consuma con impianti idroelettrici a costo di 5- 6 cts kWh, ma pagheremo 12 e più cts/kWh (più utilizzo rete e tasse varie). Una situazione che il da poco pensionato direttore SES Lotti escludeva in toto, come possiamo leggere nel Rendiconto SES 2021 pubblicato lo scorso mese di maggio con la guerra in Ucraina già in corso da mesi. Lotti scriveva: “Per i cosiddetti clienti vincolati, la situazione sul fronte dei prezzi per il 2022 e anche per il 2023 è stabile e tranquilla, poiché la nostra azienda si è già approvvigionata prima che i prezzi subissero l’incremento che ho citato prima.”

A parte l’inutile riferimento ai prezzi per il 2022 che per i clienti vincolati vengono stabiliti una volta all’anno, quindi non possono variare nel corso dell’anno, il Direttore SES annuncia per il 2023 prezzi stabili e tranquilli che, a fronte di quanto annunciato a fine agosto (+45%), solo tre mesi dopo, è dimostrazione di grande imperizia o di non conoscenza su come la SES si è approvvigionata.

Chiaramente la SES ha giocato al monopoli dell’energia, come quasi tutte le aziende elettriche fanno da quando, nel 2009, è in vigore la semi-liberalizzazione, pur regolata dalla Legge sull’Approvvigionamento Elettrico che tra l’altro impone alle aziende di distribuzione quanto segue:

Art. 6 Obbligo di fornitura e impostazione tariffale per i consumatori fissi finali

1 I gestori delle reti di distribuzione prendono i provvedimenti necessari affinché, nel loro comprensorio, possano fornire in ogni momento ai consumatori fissi finali e ai consumatori finali che rinunciano all’accesso alla rete la quantità desiderata di energia elettrica, della qualità necessaria e a tariffe adeguate.

Quindi La SES non ha rispettato minimamente quanto richiesto dal Legislatore a tutela dei consumatori vincolati (fissi finali), a meno che per SES “tariffe adeguate” voglia dire vendere a 12 cts/kWh quello che in Ticino si produce da sempre a 5-6 cts/kWh.

Da notare che se da una parte SES gioca al monopoli sul libero mercato, con i danni che tutti pagheremo l’anno prossimo, la SES stessa ha continuato ad approfittare a piene mani del monopolio della rete di distribuzione che, pur piuttosto fatiscente e da qualche anno in cure intense per 40 mio/anno, genera importanti utili chiaramente a carico dei consumatori. La SES grazie alla rete tra le più costose del Paese distribuisce dividenti e altri benfit oltre che aver accumulato importanti riserve da utili pari a 230 mio. Una situazione grottesca che i proprietari della SES, i 40 Comuni del comprensorio, tollerano da troppo tempo.

Che la liberalizzazione abbia inibito il senso civico e la considerazione del Territorio lo abbiamo visto quando, assieme ad altre aziende di distribuzione ticinesi, si sono buttate sull’energia da carbone low cost germanico, voltando le spalle all’idroelettrico ticinese dell’AET, obbligando l’Azienda Cantonale a vendere sottocosto chiudendo i conti in passivo per diversi anni. La convenzione che ricondusse SES ad acquistare energia pulita ticinese da AET, il famoso TIAcqua, che starebbe per idroelettrico ticinese, l’ha comunque riaddebitato ai consumatori con un supplemento dapprima di 1 poi di 0.5 e adesso di 0.6 cts/kWh.  

Eppure adesso veniamo a sapere che per anni abbiamo acquistato energia che pensavamo fosse idroelettrico ticinese, ma che di fatto lo era solo in parte, il resto (50% ?) la SES lo acquistava come prima sul mercato a termine, senza evidentemente informare gli ignari consumatori. Una brutta fregatura che adesso tutti pagheremo una seconda volta a caro prezzo con l’aumento del prezzo dell’energia del 45% nel 2023.

Per i clienti vincolati la semi-liberalizzazione non ha mai portato alcun beneficio: le tariffe non sono mai scese neanche quando si acquistava carbone tedesco, acquisti low cost che oltre a mettere in difficoltà AET aveva portato nel 2017 OFIMA OFIBLE a tagliare 40 posti di lavoro. Situazione che aveva messo in difficoltà anche Alpiq che in crisi di liquidità, nel 2014 ha venduto SES ai Comuni, e ceduto l’impianto del Lucendro all’AET, volendo perfino vendere nel 2015 una partecipazione multimiliardaria del 49% degli impianti idroelettrici. Alpiq, che come le varie consorelle svizzere, aveva investito su centrali a gas e carbone in vari paesi Europei. Intanto, per rimanere sul tavolo del monopoli dell’energia, tra il 2009 e il 2018 le tre grandi, Alpiq Axpo e Bkw, hanno perso 15 miliardi.

Purtroppo il passaggio di SES ai Comuni non ha modificato di una virgola la politica aziendale, dal mega stipendio del direttore e Consiglio di Amministrazione fino ai dividendi e altri benefit; emblematico è il dividendo extra contro il quale ero intervenuto all’assemblea degli azionisti di giugno. Ricordo che la giustificazione fu che nel 2021, a causa dell’inverno freddo, si era consumata più elettricità per riscaldare le abitazioni, e la SES si ritrovò un utile di 21 mio, ma invece di abbassare le tariffe SES preferì riversare il dividendo extra e oltretutto pagare 5 mio di imposte in buona parte sull’utile!

Comunque in tutti questi anni di semi-liberalizzazione e periodi di energia low cost, i consumatori vincolati sono rimasti all’asciutto, le tariffe non sono mai diminuite, anzi siamo ormai al top nazionale; ad approfittarne sono stati i non vincolati che hanno beneficiato di tariffe troppo basse, probabilmente in parte pagate dai vincolati. Oltre Gottardo ci fu una segnalazione in questo senso da parte di Mister Prezzi.

Con il nuovo pesante danno che subiremo dal 2023 la Società Elettrica Sopracenerina in mani pubbliche dal 2014 si conferma una grande delusione, tutt’altro che “La SES è Tua”, come si vendeva solo due anni fa nell’ennesima inutile campagna pubblicitaria, sempre a nostre spese. È chiaro che i Comuni o i cittadini dei comuni proprietari debbano finalmente prendere in mano la situazione e voltare radicalmente pagina; la distribuzione dell’energia elettrica è troppo importante, sia per i consumatori per i quali l’elettricità rappresenta un bene di prima necessità, sia per il ruolo fondamentale di spina dorsale per la transizione energetica che la rete elettrica dovrà assumere.