Cercando la parola si trovano i pensieri

“Discorso senza un alito di vento”, una nuova raccolta di versi di Leopoldo Lonati 

Sono passati ben 17 anni dal precedente volumetto, “Le parole che so” (ed. Leggere, Chiasso), prima che Leopoldo Lonati tornasse ad offrire al lettore una raccolta compiuta di versi; addirittura una serie di 103 quartine, messe in fila in ordine cronologico di composizione, come fosse una sorta di lungo quanto essenziale diario creativo, per dar vita ad un “Discorso senza un alito di vento” che sin dal titolo ci dice di un “progetto” eternamente in divenire, un tentativo di comporre  il desiderio di esprimere pensieri cercando le parole (come recita, in exergo, la citazione dall’aforista settecentesco Joseph Joubert) con la consapevolezza della loro natura effimera, o tutt’al più soltanto momentanea. Fugaci rivelazioni fra buio e silenzio, sprazzi di luce prodotti da parole che si rincorrono e si alimentano di effetti fonetici che a volte, verrebbe da dire, tolgono il fiato.

Leopoldo Lonati, nato a Tradate nel 1960, da decenni attivo in Ticino come insegnante di religione, non nasconde certo, in questi suoi versi, tutta l’incertezza e forse la sofferenza di una “ricerca” che è anche profondamente del “sacro”, del senso dell’esistenza; lo fa, come dovesse anzitutto, ed ogni volta, collocarsi in un “centro senza perimetro”, come sospeso in una dimensione atemporale dove ad emergere, nella loro misteriosa apparenza, sono gli elementi primari, aria, acqua, fuoco, terra, con cui il poeta si confronta e rapporta per interrogare sé stesso, la propria “vocazione”, la propria cultura, il proprio desiderio di comprensione del mondo.

Della valenza metafisica e delle radici religiose dei versi di Lonati dice bene Renato Giovannoli, a commento della raccolta nel volume pubblicato da Casagrande; mentre una seconda nota di lettura, firmata da Aurelio Buletti, si sofferma efficacemente sulla maestria metrica e ritmica di Lonati, davvero quasi “acrobatico” (sia detto con piena ammirazione) nel costruire le sue quartine, i suoi testi di quattro versi quasi sempre endecasillabi, nelle modalità più diverse e sorprendenti e nel produrre, non di rado, nel gioco fonico delle parole, effetti che possono toccare le corde dell’ansia, dell’angoscia, del balbuziente stupore come della sommessa e misurata ironia. 

Del resto, lo stesso Lonati, annunciando agli amici l’uscita del volume (che sarà presentato proprio oggi alle 17.00 alla Filanda di Mendrisio), con indubbia vena ironica ha scritto, fra l’altro, via social:  “eccomi di nuovo qua. Sono stati lunghi anni di silenzio in cui pareva che Poesia non ne volesse più sapere di sedersi a un tavolo con me. Un giorno è tornata a bussare alla porta e insieme abbiamo cominciato a tracciare faticosamente le linee di  questi frammenti. Non so se fosse davvero lei: forse era solo un suo sosia, un fantasma che ha voluto burlarsi di me. Ma sono stato al gioco e ora che mi ritrovo questo libretto fra le mani sono felice di presentarvelo. Magari vi verrà voglia di prenderlo a cuore, invitarlo a casa vostra e tenerlo un po’ con voi.  Non chiedetemi troppo di lui. Ne so quanto voi. Forse meno di voi. (…) P.s.: un libro, a differenza del pesce e di qualche ospite, dopo tre giorni non puzza. Nel caso di soggiorni prolungati si nutre di silenzio e semplice polvere. Ama la compagnia di altri libri ai quali appoggiarsi e guardare con umile ammirazione.”

Ci son voluti 17 anni, ma Leopoldo Lonati ci ha consegnato un libro che merita assolutamente un’attenta lettura ed un nuovo appassionato novero di fedeli lettori. 

Dalla raccolta pubblichiamo qui alcune esemplari quartine.

n. 25 

Acqua. Acqua che allaga i taccuini.
È acqua inquieta. Acqua alta. Acqua
di cui non si vede il fondo. Non acqua
d’acquaio. Acqua-telaio dei pensieri.

n. 27

Aver l’aria: è tutto lì! L’impalpabile
riflesso di un riflesso ossificato.
Da farfalle in bacheca, coleotteri
senza sole, né profumi, né vento.

n. 93

Di una muta effimera argilla, fragile
vaso, qualsiasi cosa – non importa
cosa – casualmente incrinata sposa
la pura incandescenza del momento.

n. 99

Come nascosta nel cuore un’antica
tela scolorita il calare del sole.
Ogni ora odora ancora di dolore.
Rossa brunisce l’orizzonte una rosa.

Leopoldo Lonati, “Discorso senza un alito di vento” (Quartine), Bellinzona, Casagrande


Dentro e fuori la classe

“Discorso senza un alito di vento”, una nuova raccolta di versi di Leopoldo Lonati 

«Gli sticker che vedo sul cellulare di Nadir raccontano che il tentativo fondamentale, inevitabile, di ripulire, rimarginare, reprimere l’odio che aveva condotto alla Seconda guerra mondiale, al nazismo, all’antisemitismo, all’uccisione delle persone ritardate o menomate, dei Rom, degli omosessuali, si è esaurito. Sta ribollendo nelle chat dei ragazzini, e chissà dove altro, l’odio che le nostre istituzioni negli ultimi settant’anni hanno cercato di scacciare come il demonio».

La giovane prof protagonista di questo romanzo d’esordio (che è anche l’io narrante) insegna materia alternativa, un’ora settimanale dedicata, nelle scuole italiane, a chi non frequenta la lezione di religione cattolica. In un paese credente come l’Italia, per gioco forza l’ora di materia alternativa è frequentata per lo più da giovani straniere e stranieri, confrontati, oltre che con le sfide legate all’adolescenza, con questioni identitarie. Al di là delle specificità della griglia oraria, per molti aspetti diversa da quella delle scuole ticinesi, ad accogliere la prof giorno dopo giorno, sono, però, questioni universali, tipiche dei nativi digitali e di una generazione bombardata da informazioni e fake news, bersagliata da, ma anche promotrice di pregiudizi e false impressioni, ossessionata dalla propria immagine e in preda a fragilità e spavalderia allo stesso tempo.

La giovane e tenace prof si confronta dunque con l’ossessione per la pornografia, con un razzismo dilagante, con il rapporto dei giovani con il proprio corpo, con un linguaggio fatto di «zia» e «bro», ma anche con dubbi più grandi dell’essere umano stesso, come quelli legati a fede, religione e spiritualità.

L’aspetto più interessante e originale di La materia alternativa, al di là dell’agilità del testo, in cui le vicende della protagonista tra le mura di scuola si intrecciano con quelle più private, contraddistinte da un precariato trasversale che passa dalla sopravvivenza professionale a quella emotiva, è costituito dai dialoghi, freschi e sorprendenti, tra l’adulta del libro e i giovani comprimari.

La materia alternativa, uscito a inizio anno presso Mondadori, non ha mancato di suscitare curiosità e interesse da parte della critica, forse perché oggi più che mai, un libro che parli di scuola, e dunque di futuro, è necessario.

Nel libro si riconosce l’idea secondo cui se i ragazzi «sono come sono», non è del tutto colpa loro, poiché sono il frutto della nostra società e degli strumenti che abbiamo messo loro in mano.

Credo che spesso a scuola tra adulti e ragazzi manchi la fiducia. L’insegnamento è un lavoro relazionale il cui obiettivo è la trasmissione del sapere. Il rapporto funziona meglio, e dunque l’obiettivo viene raggiunto in modo più soddisfacente, nel momento in cui c’è fiducia reciproca. I ragazzi tendono a fidarsi degli insegnanti, anche se noto un aumento della diffidenza, fomentata secondo me dalla diffusione dei dispositivi elettronici che in qualche modo mettono i giovani in una condizione di maggiore ignoranza rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. Nonostante quello che riconosco come un declino, l’insegnante non ha, però, diritto di biasimare i ragazzi per questo. In fin dei conti siamo noi, cioè la società, a porli all’interno di dinamiche per cui usano sempre il telefono, non si concentrano, non vengono responsabilizzati.

Una sorta di circolo vizioso… credi vi sia un margine di crescita?

La materia alternativa, così come l’ora di classe in Ticino, potrebbero essere un modello per l’insegnamento non tanto legato a discipline tradizionali, ma piuttosto per quella che è una missione fondamentale della scuola pubblica, ossia offrire a studentesse e studenti gli strumenti per diventare cittadine e cittadini consapevoli. Credo che il tentativo di dialogo, ma anche di scontro e di confronto che viene raccontato nel romanzo, a volte sia più utile delle lezioni frontali che spesso si fanno a scuola invitando ad esempio esperti di cyberbullismo o legalità.

Sesso, abuso di sostanze, cyberbullismo ecc. sono temi difficili da affrontare. Sulla base della tua esperienza dove trovare lo spazio necessario alla creazione di un dibattito costruttivo ed educativo?

La prof del romanzo a un certo punto si rende conto di essere da sola e di non potere risolvere nulla. Sono convinta che se questioni come la pornografia venissero affrontate trasversalmente, le cose potrebbero cambiare davvero. In fondo si tratta dell’educazione sentimentale dei giovani di domani. La scuola è per definizione il luogo in cui le cose possono cambiare. La società occidentale ha ormai preso una deriva neoliberista in cui si riconosce uno smarrimento di valori politici, sociali ed etici, e di pari passo la scuola perde la sua autorevolezza. Eppure, è proprio in quel luogo che dovrebbero avvenire i cambiamenti, perché se non avvengono lì, sicuramente non avverranno in futuro.

La scuola come ultimo luogo di potenziale dialogo, e perché non le famiglie?

Gli adulti di famiglia non si occupano di questi argomenti. Se poi penso alla pornografia, aumentata con l’utilizzo dei dispositivi elettronici, riconosco un tabù reale: il problema è che spesso gli adulti sono i primi consumatori, per cui non si sentono nella posizione di affrontare la questione con i propri figli.

Tra i temi su cui ti sei chinata nel libro, vi è anche il fenomeno della musica rap, trap e drill. I testi di queste canzoni possono essere violenti e duri, ma non di rado vengono presi a modello, come hanno dimostrato le cronache di quest’estate, con l’arresto di numerosi sedicenti artisti, resisi protagonisti di atti criminali.

Questi testi sono lo specchio degli interessi, di ciò che conta per le nuove generazioni. Ma a loro volta sono lo specchio di ciò che la società ritiene importante: contano gli abiti e il denaro, è fondamentale lo sballo. Se l’unico valore che viene posto come obiettivo da raggiungere è la ricchezza materiale, e nella nostra società i ricchi sono sempre meno, naturalmente spuntano la rabbia, la frustrazione e un senso di fallimento. Cosa si fa dunque? Si invoca la censura? Sarebbe sbagliato, sia come principio, sia perché, censurandoli, daremmo a quei testi controversi un’importanza ancora più grande. Possiamo però utilizzarli per osservare quello che ci succede intorno e intervenire a quel livello, con il dibattito e il confronto.

Per avvicinarsi ai propri figli i genitori dovrebbero chinarsi maggiormente su certi fenomeni, come i testi di cui abbiamo appena parlato?

Io credo fortemente nel dialogo. Le cose oggi sono cambiate: se un tempo la distanza tra la vita dei genitori e quella dei figli era una cosa sana, ora non è più così. Vorrei portare un esempio: oggi tra gli adulti, forse anche per quella nostra ricerca di eterna gioventù, va molto di moda l’aperitivo, e spesso ci si porta appresso anche i bambini. Un tempo una cosa del genere era impensabile, perché la vita dei genitori era separata da quella dei figli. A questo punto però, visto che c’è questa partecipazione, quando il bambino diventa un ragazzino, sarebbe giusto che anche il genitore partecipasse alla sua vita, perfino ascoltando la sua musica. Di fronte a questa assenza di confini tra vita adulta e vita adolescenziale, il rapporto deve essere bilaterale.

I ragazzi stanno vivendo un momento più difficile di quelli vissuti dalla nostra generazione?

La pandemia ha giocato un ruolo enorme, cui si è aggiunta la complicata situazione geopolitica internazionale. Vi è una specie di cappa di pericolo legata alla povertà, alla guerra e all’instabilità e quindi, mentre noi adulti cerchiamo di portare avanti le nostre responsabilità perché siamo avviati nel mondo del lavoro e abbiamo una vita adulta, i giovani cercano la fuga. E se per noi la via di fuga era sognare la libertà o la pace nel mondo, per loro la fuga è diventata spesso lo sbando, lo sballo e tanta rabbia. E proprio di quella rabbia sociale la politica non si occupa, sebbene a lungo andare sia pericolosa.

Articolo apparso su “Azione” lunedì 17 ottobre 2022


La guerra dimenticata contro il popolo birmano

“Discorso senza un alito di vento”, una nuova raccolta di versi di Leopoldo Lonati 

Era il 1° febbraio 2021 quando l’esercito birmano estrometteva con un colpo di stato il governo di Aung San Suu Kyi, gettando il Myanmar in una spirale di violenza che non accenna a diminuire.

Le proteste pacifiche dei primi giorni, portate avanti soprattutto dai più giovani, si sono velocemente trasformate in un vero e proprio conflitto civile, a causa della brutale repressione della giunta militare verso i manifestanti.

Da allora sono migliaia gli arrestati e i detenuti in attesa di processo, centinaia i condannati, una cinquantina i condannati a morte, di cui quattro attivisti giustiziati quest’estate.

Guerra civile che ha già provocato più di 11000 morti solamente tra gennaio e giugno 2022, tra uccisioni di manifestanti e attivisti, nonché di civili ai check point o nei villaggi in cui i soldati birmani e le milizie delle Forze di Difesa del Popolo si danno battaglia per la conquista del territorio.

La crisi politica e sociale è stata ben presto seguita da quella sanitaria ed economica: secondo le Nazioni Unite si parla ormai di emergenza umanitaria, in un paese al collasso e con gran parte della popolazione in povertà e in fuga dai combattimenti. Tutto nel disinteresse, se non di evidenti complicità, da parte delle potenze mondiali.

Con i filo-militari a dettare l’agenda dei media, le poche immagini che ci arrivano dal Myanmar sono quelle di chi ha scelto la disobbedienza civile: nonostante la paura, opporsi al terrore dell’esercito e lottare per la libertà d’espressione è l’unica strada per un futuro migliore. 


“I diari del Myanmar”, di Myanmar Film Collective, 2022, Paesi Bassi, Norvegia, Myanmar

Proiezione: Cinema Corso, Lugano, Sabato 22 Ottobre 2022
Lingua: Birmano
Sottotitoli: italiano
Durata: 71′

Trama: MYANMAR DIARIES, documentario ibrido costruito attraverso cortometraggi realizzati da dieci anonimi giovani registi birmani, combinati tra loro da un linguaggio vicino al citizen journalism che, in modo emotivamente straziante, documenta la brutalità della giunta militare ma anche il coraggio della resistenza. Il film mostra il passaggio che compie il Myanmar, dal colpo di stato militare, alle proteste, alla disobbedienza civile, alla barbara repressione in cui migliaia di manifestanti pacifici sono imprigionati e uccisi, fino alla crescente rivolta popolare armata contro la giunta. Muovendosi organicamente tra finzione e documentario, il film è un flusso continuo in cui i registi trovano modi innovativi e creativi per mantenere l’anonimato dei protagonisti. Un film urgente in un momento in cui il Myanmar è praticamente scomparso dalle pagine dei giornali di tutto il mondo.

Miglior documentario Berlinale 2022
Premio del pubblico della competizione internazionale Biografilm 2022
Tony Elliott Impact Award Human Rights Watch FilmFestival London 2022

DIBATTITO A SEGUIRE
MYANMAR – QUALE SPERANZA PER LA DEMOCRAZIA?
Ospiti: Tim Enderlin, Ambasciata svizzera in Myanmar – Justine Boillat, Responsabile del programma di politica di pace in Myanmar del DFAE

In collaborazione con la Fondazione Diritti Umani – Film Festival Diritti Umani Lugano e DFAE, Dipartimento Federale degli Affari Esteri


Gad Lerner – Una destra identitaria che potrà durare nonostante Berlusconi

“Discorso senza un alito di vento”, una nuova raccolta di versi di Leopoldo Lonati 


Droni e Lambrusco

“Discorso senza un alito di vento”, una nuova raccolta di versi di Leopoldo Lonati 


Liz Truss lascia: cosa accadrà ora nel Regno Unito? Boris Johnson richiamato a salvare i Tory?

“Discorso senza un alito di vento”, una nuova raccolta di versi di Leopoldo Lonati 

Di Francesca Salvatore, InsideOver

Il caos delle ultime ore

La mattinata si era aperta con la cronaca della lunga agonia del breve governo Truss, vittima delle accuse che la ministra dell’Interno Suella Braverman le aveva rivolto dopo essere stata sostituita per aver condiviso documenti riservati sull’immigrazione, e la bocciatura parlamentare, col voto di molti Tory, dei piani governativi di fracking, l’estrazione di idrocarburi dalle profondità terrestri mediante lo sbriciolamento degli strati geologici; i deputati hanno perfino impedito alla premier di votare, bloccandola nei corridoi di Westminster.

Insomma, benché Downing Street dopo la votazione avesse smentito le voci di dimissioni della capogruppo Wendy Morton, rivelatasi incapace di mantenere la disciplina dei parlamentari, il partito ha iniziato ad annaspare. Anche perché al posto della Braverman, Truss, suscitando lo sdegno dei pochi sostenitori interni che le erano rimasti, aveva insediato non un appartenente alla stessa corrente, ma un uomo vicino a Rishi Sunak, esponente della sinistra Tory che fu il suo competitore nella corsa per la leadership.

Cosa accade dopo le dimissioni di Truss

La ormai ex premier ha reso noto che le elezioni per scegliere il suo successore alla guida del partito Conservatore, e quindi del governo britannico, si terranno entro la prossima settimana, come ha concordato con il Presidente del Comitato 1922 (il potente organismo di vertice dei Tory) Sir Graham Brady, che ha incontrato questa mattina.

Truss ha anche precisato che rimarrà premier fino a che non sarà scelto un successore. Sir Brady ha assicurato che sarà eletto un nuovo leader conservatore entro il 28 ottobre e dunque ci sarà un nuovo premier il 31 ottobre, giorno in cui è prevista la presentazione della manovra da parte del Cancelliere dello Scacchiere, Jeremy Hunt. Incontrando i giornalisti subito dopo le dimissioni di Truss, Brady ha anche illustrato le regole su come il partito conservatore sceglierà il suo prossimo leader e ha confermato che si sfideranno due candidati. “Ci saranno due candidati a meno che non si presenti uno solo”, ha dichiarato lapidario.

Si apre la corsa nei Tory

A testimonianza della grande crisi e del caos che regna fra i conservatori, la proposta dell’ex premier britannico Boris Johnson, che intende partecipare alla corsa per sostituire Truss. Lo ha reso noto il quotidiano The Times, secondo cui Johnson riterrebbe la questione “di interesse nazionale” e si vorrebbe dunque proporre come successore anche alla guida del Regno Unito. Johnson, che ha lasciato l’incarico solo a inizio settembre, sarebbe convinto di poter invertire la crisi del partito.

Tuttavia, le previsioni sembrano escludere il BoJo bis. L’ex cancelliere Rishi Sunak è il favorito per diventare il nuovo premier britannico: lo riporta Sky News citando i bookmaker e in particolare la piattaforma britannica Betfair, secondo la quale Sunak è dato 11/10. Segue Penny Mordaunt data 7/2 e Ben Wallace a 8/1. Le probabilità che Jeremy Hunt possa diventare il nuovo premier sono date 9/1, ma lui ha già detto che non si candiderà per il ruolo.

I laburisti chiedono nuove elezioni

La prassi del rimpasto sembra però aver esaurito le sue potenzialità e da più parti si invocano nuove elezioni.

A insorgere, innanzitutto, alcune porzioni del Paese: i primi ministri della Scozia e del Galles, Nicola Sturgeon e Mark Drakeford, chiedono nuove elezioni. Per la scozzese Sturgeon, “non ci sono parole” per descrivere adeguatamente la situazione. “È oltre l’iperbole e la parodia. La realtà è che il prezzo lo paga la gente comune”, ha scritto su Twitter, aggiungendo che la convocazione di elezioni è ora “un imperativo democratico”. Concorda sul fatto che le elezioni generali sono l’unica via per mettere fine alla paralisi il gallese Drakeford, parlando di “fallimento totale del governo di cui ognuno nel paese dovrà pagare il prezzo”.

Se da un lato la crisi in corso a Londra rischia di gettare benzina sul fuoco delle spinte localiste, risulta una ghiotta occasione per i Laburisti: finiti in una crisi profonda senza via uscita, che gli avrebbe a lungo negato Downing Street, ora intravedono l’opportunità storica di salvare il Paese sull’orlo di una crisi di nervi. La magra performance degli avversari, unita alla svolta centrista degli ultimi mesi, portano il loro leader Keir Starmer in vantaggio di oltre trenta punti sui conservatori.

La crisi politica in corso in Regno Unito non è solo una telenovela ai vertici del Partito conservatore ma “un danno enorme all’economia e alla reputazione” del Paese, ha commentato quest’ultimo circa le dimissioni. “I cittadini stanno pagando prezzi più salati, mutui più elevati”. “Non può esserci un’altra porta girevole in questo caos, non ci può essere un altro esperimento ai vertici dei conservatori”, ha proseguito Starmer, secondo cui l’alternativa è un governo laborista stabile. Stessa richiesta è arrivata su Twitter dal leader dei Lib-Dem, Ed Davey. “Non abbiamo bisogno di un altro primo ministro conservatore che barcolli da una crisi all’altra. Abbiamo bisogno di un’elezione generale ora e dei conservatori fuori dal potere”, ha sostenuto.

La scommessa di Keir Starmer

Appare in grande spolvero il leader labour, che poche ore prima delle dimissioni aveva dato tempo fino a Natale per la “Truss exit“. “Stanno scrivendo un libro sul mandato del primo ministro. Sarà fuori entro Natale. E’ la data di uscita o il titolo?”. Con questa battuta Starmer, ha preso la parola alla Camera dei Comuni, riunita per il question time, dando il via a un serrato duello verbale con la premier, che lo ha attaccato a sua volta per l’incapacità di tenere a freno i sindacati, pronti a nuovi scioperi dei trasporti.

Nei laburisti, l’amministrazione Starmer pare dare i suoi frutti, volando nei sondaggi rispetto ai conservatori, che governano ininterrottamente dal 2010. Percentuali così il Labour Party non le vedeva dal 2001 quando al governo c’era Tony Blair, l’ultimo leader laburista a vincere le elezioni nel Regno Unito, addirittura per tre volte di fila: nel 1997, 2001 e 2005. Si dichiara pronto a governare annunciando la svolta centrista su cambiamento climatico, crescita e responsabilità economica profetizzando un “momento laburista”. Classe 1962, già capo della Procura della Corona, deputato dal 2015, Starmer, da sempre dichiaratosi socialista, ha preso il posto di Jeremy Corbyn successivamente alla débâcle elettorale del dicembre 2019.

A lui il compito di guidare l’opposizione al governo tory ma anche quello di recuperare il rapporto con i sostenitori tradizionali del partito. La svolta centrista serve soprattutto a ripulire l’immagine del partito, affetto dagli scivoloni e dalla sterzata radicale impressa dal divisivo Corbyn: in molti osservatori avevano profetizzato che se il successore di quest’ultimo non fosse riuscito a cancellare gli errori degli ultimi cinque anni, il partito avrebbe rischiato di non vincere più un’elezione generale.

Starmer ora punta innanzitutto a evitare un nuovo rimpasto e andare al voto: promette di risolvere il problema dell’inflazione e soprattutto di creare posti di lavoro, puntando sulla formazione, lo sviluppo della tecnologia e i servizi per il cittadino, a partire dalla sanità. Riforme e investimenti saranno il suo mantra. Ma c’è da scommettere che una buona parte della sua campagna elettorale sarà all’insegna dello “spirito del ‘97”. Basterà?


Johnson come Cincinnato?

Boris Johnson sarà il convitato di pietra nella corsa-lampo alla successione di Liz Truss e tornerà alla guida del partito a poco più di quarantacinque giorni dall’addio all’esecutivo? Dopo le dimissioni della premier dal mandato più breve della storia britannica a lanciare la bomba è il Times per mezzo del direttore della sezione politica Steven Swinford, che poco più di un’ora dopo le dimissioni di Truss ha scritto sul suo profilo Twitter di essere a conoscenza delle manovre di BoJo per tornare in campo.

Johnson, nota Swinford, starebbe considerando la corsa come una questione di “sicurezza nazionale”. L’ex premier, dato oggi in Repubblica Dominicana, potrebbe entrare a gamba tesa nella contesa per la leadership che vede attivi come papabili candidati molti esponenti del Partito Conservatore, primo fra tutti l’ex Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak. Johnson ha già vinto una volta nel 2019 la contesa tra i Tory per la leadership e potrebbe riprovarci se si presentassero le dovute condizioni.

Del resto, nel suo discorso di commiato Johnson aveva, il 6 settembre scorso, lasciato la porta aperta a un suo rientro in campo. Johnson si è paragonato al comandante romano Cincinnato pronto a tornare al suo aratro dopo aver vinto le sue battaglie: la Brexit, la campagna vaccinale contro il Covid, da ultimo l’impostazione del sostegno di Londra all’Ucraina. Ma ha omesso di ricordare che Cincinnato non restò, a vita, a godersi il lavoro domestico, nel caso di Johnson un’attesa seconda vita da conferenziere, scrittore, editorialista e ospite televisivo da decine di migliaia di sterline d’ingaggio. Cincinnato dopo aver guidato i Romani nella Battaglia del Monte Algido (458 a.C.) contro gli Equi e aver riportato una vittoria schiacciante da dittatore pro-tempore Cincinnato meno di vent’anni dopo fu riportato al potere dai cittadini Romani. Nel 439 a.C. fu nominato dittatore con l’obiettivo di contrastare il tentativo del plebeo Spurio Melio di farsi nominare “re”.

Da diciannove anni a poco meno di due mesi passa un bel solco, eppure la soffiata di Swinford lascia pensare che dalle parti dell’ex sindaco di Londra ci sia chi sta preparando la rivincita per riportare BoJo alla guida di una maggioranza che lui stesso, del resto, ha costruito trionfando alle elezioni del 2019 assemblando un elettorato composito e rilanciando un partito la cui base lo adora. Secondo un recente sondaggio, per il 63% degli iscritti, che voteranno nelle primarie, l’ex premier è un buon sostituto della Truss, mentre il 23 per cento sceglierebbe Sunak.

Del resto, lo stesso Sunak, più vicino come proposta politica a Johnson, ha perso alle recenti primarie contro l’iperliberista Truss proprio perché ritenuto “traditore” del leader della Brexit, che ha abbandonato a luglio al contrario di quanto fatto dalla premier dimissionaria. La base voterebbe a mani basse Johnson, che ha la possibilità di giocarsi a poche settimane dalla fine del governo un clamoroso ritorno. Le prospettive per i Conservatori sono ad ora nere: fallita la manovra economica radicale della Truss, i Laburisti conducono i sondaggi con vantaggi tra i 30 e i 35 punti e in caso di ritorno alle urne stravincerebbero. Non si sa chi tra i Tory può traghettare al 2024, termine della legislatura, il governo Conservatore. Ma guardando il clima di emergenza nazionale appare difficile trovare un uomo col physique du role migliore di quello di Johnson. Il cui ritorno da novello Cincinnato non è utopia.

Nell’immagine: statua di Lucio Quinzio Cincinnato, proclamato dittatore per due volte, nel 458 e nel 439 a.C.


Dimissioni di un vescovo; cosa non dicono, e cosa dicono

“Discorso senza un alito di vento”, una nuova raccolta di versi di Leopoldo Lonati 

Ci sono paragoni e paragoni. Nella sorpresa e nel disorientamento che le dimissioni di Mons. Valerio Lazzeri hanno creato in diocesi e nella società ticinese, il bisogno di comprendere questo passo inaspettato ha portato molti ad aggrapparsi alla rinuncia di Benedetto XVI nel 2013. Niente di più inappropriato: da un lato, un ottantacinquenne Papa con il motivo dell’età, dall’altro un cinquantanovenne che sente la «fatica interiore» (tutte le citazioni sono prese dal messaggio di Mons. Lazzeri in occasione all’annuncio delle dimissioni dello scorso 10 ottobre), il peso dell’autorità, e il fatto che non riesce più a riconoscersi nella funzione e missione di un Vescovo. Queste dimissioni assomigliano maggiormente a quelle di Mons. Giovanni D’Ercole, fino al 2020 vescovo di Ascoli Piceno, il quale però aveva comunque 73 anni. Altrimenti un vescovo lascia assumendosi concrete responsabilità, come nel caso del Cardinale di Parigi o di quello di Lione, il primo per comportamento inopportuno, il secondo per aver coperto abusi sessuali di alcuni preti.

Don Valerio, invece, afferma di aver sempre preso sul serio le sue responsabilità da vescovo, di aver avuto “validi e competenti collaboratori”, sottolinea anche «momenti e incontri indimenticabili», nonché di aver ricevuto “doni inattesi, in abbondanza e spesso”. Si è letteralmente spogliato di qualsiasi giustificazione su motivi oggettivi per questa rinuncia, evitando ad esempio ogni presa esplicita di responsabilità per i casi di scandali e malagestione negli ultimi anni, che segneranno inevitabilmente il ricordo del suo ministero, e che, anche solo parzialmente, sarebbero stati sufficienti a fornire una solida motivazione a questo passo.

Considerato tale modo di andarsene decisamente insolito, emerge automaticamente un sottostante di peso, che per sua chiara scelta non viene esplicitato. Se dopo nove anni, in quel lunedì 10 ottobre ore 12.00, don Valerio è stato “finalmente sé stesso”, come ha commentato Luigi Maffezzoli in un’intervista, allora bisogna affermare la medesima cosa anche per le modalità di questa scelta: infatti, stando alla percezione pubblica, egli ha sempre fatto fatica nell’assumersi le responsabilità (si è detto di tipo “politico” o “manageriale”) nella gestione della diocesi. Tuttavia, si impone la domanda se non siano stati proprio gli scandali, tutti emersi negli ultimi quattro anni, a spingerlo a lasciare, mentre si può presumere che nei primi anni il peso amministrativo e di esercizio dell’autorità non fu vissuto così male da Mons. Lazzeri.

Ma che cosa significa tutto ciò, in vista di una comprensione più profonda del motivo di queste dimissioni?

Evidentemente, non si tratta di un burnout o una depressione, che sarebbe sempre un motivo oggettivo, cioè di salute appunto, ma della sincera incapacità (in un momento di difficoltà?) di dare un significato a una delle vocazioni più alte in un’istituzione come la Chiesa, che reclama per sé stessa di essere quella che per eccellenza dà senso e orientamento. Inevitabilmente, il fin troppo evidente rifiuto di Don Valerio a indicare, nel suo discorso non del tutto felice, un motivo oggettivo e solido – al di là della rivendicazione di rispetto per una decisione del tutto personale – aggiunge un elemento in più sull’attuale situazione della Chiesa, sia locale sia universale (o perlomeno a livello europeo), che non si limita al singolo vescovo. Tant’è che nessuno mette anche lontanamente in dubbio l’autenticità e la sincerità della sua scelta “in coscienza”. La nomina di un amministratore apostolico, Mons. De Raemy, a cui la santa Sede ha conferito ampie deleghe, forse riesce a tamponare temporaneamente la situazione e a preparare il terreno per il successore, ma sicuramente non rimedia alla questione più profonda: ossia se non si tratti di un ‘segno dei tempi’. 

Sia chiaro, una rondine non fa primavera, ma il fatto che nella stragrande parte dei ticinesi prevale (giustamente!) comprensione e rispetto è una chiara indicazione che il modo in cui la Chiesa si presenta nelle strutture gerarchiche ed amministrative non corrisponde più al sentire comune e alle esigenze della società (occidentale) di oggi. Quanti preti soffrono il peso amministrativo di maxi parrocchie e non trovano più il tempo per vivere la propria vocazione spirituale e per animare la comunità? Quanti vescovi si nascondono dietro all’esercizio di autorità invece di realizzare una Chiesa “ospedale da campo”? Quanti fedeli sentono la Chiesa più lontana che mai e incapace di coinvolgere ed essere protagonista nel panorama culturale?

Probabilmente, e questa è una cosa importante che ci indica la decisione di don Valerio, è la struttura della Chiesa stessa che nella sua autocomprensione gerarchica e autoritaria respira più l’eredità del Concilio di Trento (nel ’500) che non le aperture del Concilio Vaticano II e che – come diventa emblematico proprio nella modalità delle dimissioni, dopo pochi anni di ministero, di un vescovo giovane – non è più “generativa”. Non che la fede cristiana non lo fosse più, e questo vale per tante realtà cattoliche sul nostro territorio e ovunque nel mondo: qui si tratta della “generatività” della Chiesa. Davvero non è pensabile una realizzazione della dimensione politico-amministrativa più “partecipativa” per i laici (per evitare la parola “democratica”), e di quella manageriale, per così dire, più “fraterna” con i sacerdoti? E se al riguardo non esistono né visioni né prospettive, allora vuol dire che manca un’ecclesiologia all’altezza del “dato antropologico” odierno, e ci si chiede su che cosa abbia lavorato la teologia negli ultimi decenni. Soltanto tramite nuove prospettive ecclesiologiche, però, la Chiesa può dare maggior rilievo ad un messaggio che pur non essendo “di questo mondo”, è decisamente “per questo mondo”, anziché oscurarlo con i continui intoppi nell’autogestione e con gli ‘affari di corte’ che certamente suscitano curiosità, ma più per la speculazione sul nome del nuovo vescovo che non per il contenuto dell’annuncio che è chiamata a dare.

Markus Krienke è professore ordinario di Filosofia moderna ed Etica sociale presso la Facoltà di Teologia di Lugano
Nell’immagine: il vescovo Lazzeri al Dies Academicus 2019 della facoltà


La fuga dall’orrore

“Discorso senza un alito di vento”, una nuova raccolta di versi di Leopoldo Lonati 

Nel documentario “Eskape”, della regista Neary Adeline Hay, Premio Diritti Umani per l’Autore 2022, attraverso la testimonianza orale, le protagoniste ci portano in un viaggio dell’orrore personale e collettivo. Uno scambio intimo che traccia i legami tra le donne, celebrando la loro forza interiore e, soprattutto nel caso delle madri, il loro coraggioso istinto di sopravvivenza.

In Cambogia tra il 1975 e il 1979 l’ideologia viene imposta attraverso il terrore fisico e morale dai Khmer rossi, i quali non mirano solo allo sterminio ma anche alla distruzione dei diritti individuali e delle individualità. Sono responsabili della morte di circa 1,6 milioni di cambogiani. Tante, troppe persone inviate nei campi di lavoro, i cosiddetti ‘klling fields’: individui sostituiti da numeri, tutti gli effetti personali confiscati, costretti ai lavori forzati nei campi, costretti a regole assurde (addirittura portare gli occhiali era sufficiente per essere giustiziati).

Il popolo cambogiano è stato segnato da un autentico genocidio, dalle sue dolorose conseguenze e continua a pagare un alto prezzo per quegli anni di brutalità e isolamento: una popolazione ridotta in povertà, costretta a sopravvivere con ogni mezzo e con le mine antiuomo che sono ancora nascoste nel sottosuolo (dal 1979 al 2018 hanno fatto 64.778 vittime).

“Eskape” è il punto di vista di una testimone, di una vittima che ci mostra il lato più oscuro e spregevole dell’essere umano, con l’obiettivo di far sì che la logica della memoria prevalga su quella dell’oblio.


“Eskape”, di Neary Adeline Hay, 2021, Francia

Proiezione: Cinema Corso, Lugano, Venerdì, 21 Ottobre 2022
Lingua: Khmer, Tailandese, Francese
Sottotitoli: italiano, inglese
Durata: 70′

Trama: Cambogia 1981. Dopo la caduta del regime degli Khmer Rossi, una donna fugge da un paese che vive fuoco e sangue. Tiene in braccio una bambina. Quarant’anni dopo, di fronte al silenzio della madre, consolidato dal trauma e dal tempo, la regista decide di affrontare un lungo viaggio. Dalla giungla cambogiana, attraverso quelli che furono campi profughi in Thailandia e Indonesia, fino ai centri per richiedenti l’asilo in Francia, Neary Adeline Hay cerca di ricostruire la storia della loro sopravvivenza e di aprire le vie della memoria e della trasmissione.

Prima svizzera
Premio Diritti Umani per l’Autore 2022

DIBATTITO A SEGUIRE
Incontro con la regista Neary Adeline Hay

In collaborazione con Fondazione Diritti Umani – Film Festival Diritti Umani Lugano


Sergio Rossi – CriptoLugano: Il mondo volatile delle criptovalute

“Discorso senza un alito di vento”, una nuova raccolta di versi di Leopoldo Lonati 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Fortezza Europa – Rotta balcanica e deriva dei diritti

“Discorso senza un alito di vento”, una nuova raccolta di versi di Leopoldo Lonati 

“Europa”, film pluripremiato del regista italiano Haider Rashid, è destinato a rimanere impresso nella memoria, come uno di quegli incubi di cui è difficile liberarsi e che lascia addosso una spiacevole sensazione di straniamento.

L’obiettivo di Rashid, figlio di un giornalista e regista iracheno scappato dalla sanguinosa dittatura di Saddam Hussein, è proprio quello di far vivere al pubblico ciò che prova il protagonista, in un viaggio che scaraventa quasi letteralmente lo spettatore nell’esperienza della migrazione.

Sono decine di milioni coloro che sono costretti a lasciare la propria casa ogni anno, a causa di conflitti, violenze, persecuzioni, instabilità politica, fame, povertà e cambiamenti climatici. La maggioranza di queste persone va ad alimentare le statistiche degli sfollati interni del proprio stesso paese, oppure i campi rifugiati nei paesi confinanti. Un’esigua minoranza, spesso trasformata a fini propagandistici ed elettorali in “invasione incontrollata”, tenta invece la rotta balcanica, nella speranza di raggiungere l’Europa e una diversa condizione di vita.

Come il protagonista del film, però, si ritrova in una continua fuga irta di ostacoli e difficoltà, in cui il traguardo quotidiano è la mera sopravvivenza.

In questo gioco, la rotta balcanica è infatti denominata “The Game”, vince chi non muore di stenti, malattie o percosse: braccati dai cacciatori di migranti, bloccati e respinti dalle polizie di frontiera, il nostro continente diventa per loro un miraggio irraggiungibile, una libertà che si può solo sognare.


“Europa”, di Haider Rashid, 2021, Italia, Kuwait

Proiezione: Cinema Corso, Lugano, Giovedì, 20 Ottobre 2022
Lingua: Inglese, Arabo, Bulgaro
Sottotitoli: italiano
Durata: 75′

Trama: Confine tra Bulgaria e Turchia: Kamal è un giovane iracheno che sta cercando di entrare in Europa a piedi, attraverso la “rotta balcanica”. È braccato dalla polizia bulgara e dai “Cacciatori di Migranti”. Kamal ha nello zaino un passaporto, alcune foto di famiglia, dei fogli con degli appunti e dei numeri di telefono per quando arriverà in Europa. Sperando che questo accada. Racconto straordinario di una strenua lotta per la libertà e la vita.

Quinzaine des Cinéastes Festival di Cannes 2021, Premio della critica indipendente “Beatrice Sartori Award”
Premio Proxima alla Milano Film Network
Premio Cairo Film Connection al Cairo International Film Festival
Selezionato per rappresentare l’Iraq ai premi Oscar 2022, nella sezione Miglior film straniero


FORTEZZA EUROPA: LA DERIVA DEI DIRITTI

Intervengono al dibattito
Moderatore: Paola Nurnberg, Giornalista RSI
Ospite: Matteo de Bellis, Ricercatore su asilo e migrazioni presso l’Ufficio Regionale per l’Europa di Amnesty International 


In collaborazione con Amnesty International e Fondazione Diritti Umani – Film Festival Diritti Umani Lugano