Destra e sinistra: politiche senza il futuro

La prova che attende sia gli sconfitti che i vincitori delle elezioni italiane è quella di progettare un’idea di futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente 

Di David Bidussa, Doppiozero

Nella discussione che si è aperta su ciò che prefigura la nuova geografia politica all’indomani dell’esito elettorale del 25 settembre si sta assistendo a uno scenario curioso.

Da un lato sta una parte di opinione pubblica e di forze politiche che intravede un percorso di ripresentazione di un’esperienza politica che ha nel suo deposito nodi non risolti di fascismo e dunque si prefigura un’Italia in grigio scuro (riprendo l’espressione da Claudio Vercelli) che non mancherà, soprattutto sul piano dei diritti civili e dei diritti della persona – di riproporre contenuti che appartengono alla famiglia culturale dei fascismi.

Dall’altro, ovvero da parte di chi ha vinto il confronto elettorale, sta la dichiarazione di non sopportabilità di questo timore; dice di aver già fatto i conti col passato; di essersene completamente liberata e soprattutto di testimoniare che la scelta a suo favore dimostra che non ha esami da superare ma che il consenso ricevuto gli dà mandato di non porsi il problema o più semplicemente di fare spallucce e rimandare al mittente quella questione.

Vedo un rischio in questo confronto: un gioco delle parti in campo in cui ognuna afferma una identità di principio, ma non affronta un percorso, convinta delle proprie certezze e pronta a vendere il proprio prodotto. Da una parte c’è la sicurezza dei vincitori che dunque leggono la propria vittoria come la conferma che il tutto sia stato già fatto e dunque per questo hanno vinto; dall’altra c’è una discussione tra gli sconfitti in cerca di un capro espiatorio, che non affronta i contenuti del proprio profilo politico e tutt’al più cerca nella certezza dell’antifascismo del Novecento un’identità convinta che la salvi.

Le questioni connesse con questa sceneggiatura a più attori opposti e contigui sono almeno due. Le elenco:

la prima: non volontà, da parte di chi ha vinto, di affrontare un processo di sua modernizzazione politica, convinto che la propria identità abbia pagato e che dunque qualsiasi richiesta di rinnovamento sia fuori luogo;

la seconda: riguarda un elettorato che in molti contesti si è dimostrato insensibile alla questione della scelta antifascista e che implica perciò un’analisi della crisi politica dei democratici e delle sinistre nell’Italia attuale.

Dunque comincio con la prima questione.

Alcune sere fa, per la precisione il 7 ottobre, il giornalista Francesco Borgonovo di “La Verità” a “Piazzapulita” litigando con David Parenzo, ha detto che la rivendicazione di Fascismo è solo una manovra volta a incassare soldi da chi non ha altri argomenti se non tirare a campare o vivere alla giornata su un argomento pretestuoso.

Personalmente ritengo che la prima argomentazione non sia vera ovvero sia molto discutibile, e che la seconda sia sostanzialmente inconsistente; e comunque si tratti della risposta di chi non ha voglia di discutere perché riversa sugli sconfitti una questione che invece è sua.

La prima risposta in pratica afferma che agli sconfitti in politica non si deve risposta perché i dati hanno già decretato la vittoria e dunque non sono degni di considerazione.

Ma basterebbe ripercorrere con dovizia di particolari il processo, iniziato nel 2012 nel momento in cui Ignazio La Russa esce dal Pdl berlusconiano, approda poi l’anno seguente, anche per il coinvolgimento in prima persona di Giorgia Meloni, alla costituzione di Fratelli d’Italia, per valutare che cosa è avvenuto e che cosa non è avvenuto.

Fratelli d’Italia nasce dalla convinzione che il Pdl e soprattutto la linea politica di Gianfranco Fini aveva portato all’annullamento dell’identità del post-fascismo italiano. Dunque la scelta politica di fondare un nuovo soggetto significava invertire il percorso inaugurato nel 1993-1994 – al netto del carattere problematico di quel processo –, tornare al bivio di quella scelta per riprendere la strada della continuità che quel percorso aveva messo in questione.

Quella decisione aveva il segno di un «ritorno alle origini» o, ad essere meno drastici, di un «ritorno verso le origini» alla ricerca delle «radici profonde» che, come suona una frase cara a molti esponenti della destra italiana, «non gelano mai».

Processo che agli analisti politici era già chiaro da subito, ovvero all’inizio stesso dell’avventura politica di Fratelli d’Italia. Per esempio si veda quanto scriveva Caterina Paolucci nel 2014.

Dunque il problema non è dare risposta agli sconfitti, ma dare una risposta pubblica di un processo che si dice compiuto, ma che in realtà alle origini si era semplicemente rifiutato di intraprendere. Del resto nel programma esposto nelle tesi di Trieste al secondo congresso nazionale di Fratelli d’Italia (2-3 dicembre 2017) si trova confermata quella volontà quando vengono proposti alcuni elementi strutturali e ideologici che rinnovano elementi culturali del fascismo tradizionale, soprattutto in termini di valori che si potrebbero riconoscere nell’alternativa Appartenenza/identità VS Illuminismo.

Gran parte, se non l’intero impianto valoriale che sta alla base del congresso di Vox tenuto a Marbella nel giugno 2022, non è che una conferma dell’impianto valoriale contenuto appunto nelle tesi uscite dal Congresso di Trieste del dicembre 2017. Non aver affrontato quella partita in un decennio, significa che la volontà di affrontarlo non ci sarà nemmeno dopo.

Questo non implica appiattire il tempo presente a un secolo fa, ma ciò non toglie che se una cultura politica non fa i conti esplicitamente con il suo passato culturale, il destino non è ripetere il passato, ma confermare i principi che nel passato hanno prodotto una politica. Un secolo dopo quella politica può indossare nuove vesti, ma non sarà mai estranea a quella cultura. Perché il problema è rimuovere quell’impianto culturale.

Consideriamo ora la seconda questione. Prima di tutto il voto per la destra è un voto di destra? Per certi aspetti sì, ma per altri no. Riguarda sicuramente un voto in fuga da sinistra, ma non è un voto di destra. Significa che ci sono questioni che riguardano i timori della perdita di status, della caduta del proprio livello di vita, ma anche una politica che riguarda la gestione dei flussi migratori che all’interno di un elettorato di sinistra e democratico poteva funzionare in tempi di «vacche grasse», ma non funziona in tempi di crisi.

E soprattutto che risolve sul piano della morale, ma non su quello della politica concreta, le questioni urgenti o altamente problematiche della vita quotidiana. La riflessione a cui, in queste settimane, invita Carlo Trigilia con il suo La sfida delle diseguaglianze sta esattamente su questo punto ed è altamente indicativo, a mio avviso, che quel testo molto ricco di suggestioni trovi difficoltà a farsi strada nella discussione pubblica, come sottolineava anche Mario Ricciardi, sulla scorta della riflessione di Trigilia già avviata nel 2018, sostenendo l’urgenza di una riflessione politica complessiva.

Questo vuol dire che la sconfitta politica è stata sì nei numeri ma ha anche un valore di medio-lungo periodo, e per questo ad essa deve seguire una riflessione strutturale a sinistra e tra i democratici. In prima istanza sulle piattaforme politiche proposte, e, insieme, tanto su leadership credibili, quanto su una presenza sul territorio in grado di proporre politiche che si misurino con le domande presenti.

Perché la sconfitta non è numerica, bensì politica e riguarda la costruzione di un vocabolario politico, di una cultura e di una gerarchia di questioni che diano forma, orientamento e struttura a una piattaforma politica radicalmente rinnovata, per giungere alla quale è indispensabile anche un profondo rinnovamento di luoghi, di temi e di voci che insieme abbiano l’effetto di produrre una proposta politica.

Ma se Sparta piange, Atene non ride. Perché la sfida che tutti abbiamo davanti (gli sconfitti e i vincitori) non riguarda solo come si accontentano gli scontenti o come si consolano i malinconici, ma se ciascuna parte politica e ciascuna cultura politica è capace o ha l’ansia di dotarsi di un futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente. Perché questo significa pensare un programma in cui il tema non è né correggere né «medicare» il presente, bensì progettare futuro.

Progettare un futuro non sarà conseguente a una postura attoriale. Non significa né andare a Canossa procedendo curvi, né sgranare gli occhi. Progettare futuro non è un gesto di teatro. È prendere la misura delle sfide di questo tempo e proiettare le scelte da compiere ora nelle loro conseguenze lungo un arco di tempo tra 30 e 50 anni. Il mondo della politica ha smesso di pensare futuro da almeno venti anni e il problema è diventato tutelare, confortare e salvaguardare il presente.

Provo a dare questo fermo immagine: nel 1973 di fronte alla crisi energetica la sfida era inventare un futuro energetico per domani. A differenza di oggi, nessuno a partire dal 2 dicembre 1973 si mise a piangere se doveva rinunciare all’auto la domenica o ridurre il consumo di fonti derivate dal petrolio. Non era dovuto all’incoscienza. Era dovuto all’idea che quella era una sfida per pensare il futuro, e il futuro era una dimensione che faceva parte del vocabolario della politica. Poi si può giudicare se quelle scelte fossero responsabili, adeguate, strategiche. Ma questo avviene dopo. Prima di tutto il tema era non farsi vincere dal presente.

Quel termine – «futuro» – è uscito da tempo dal vocabolario politico: basterebbe misurare quanto gli «over 45» sono disposti a pensare in termini di redistribuzione (il che vuol dire rinunciare) per progettare e iniziare a costruire scenari di futuro per gli «under 15». Ma questo tema non è nell’agenda né politica, né culturale di nessuno. Forse sta in alcune agende di qualche agenzia del terzo settore, ma anche in quel caso con scarsa rilevanza nel confronto pubblico la cui logica è solo «arrivare a sera».

Per queste due generazioni, gli «over 45» e gli «under 15», «ha da passà ‘a nuttata» non vuol dire che occorre aspettare che il tempo passi. Vuol dire che dobbiamo applicare volontà, fantasia, creatività, per prendere in carica il presente per pensare e inventare futuro.

Un tempo che non c’è nell’agenda politica.

Nell’immagine: i giornalisti Francesco Borgonovo di “La Verità” e David Parenzo a “Piazzapulita” (La7)


‘Quel’ pacifismo

La prova che attende sia gli sconfitti che i vincitori delle elezioni italiane è quella di progettare un’idea di futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente 

di Lorenzo Erroi

Il problema non è il pacifismo in sé. È legittimo auspicare il primato della nonviolenza, e poi chi è che non vorrebbe la pace? Qualche sadico torturatore di gattini, al massimo. Il problema è ‘quel’pacifismo: quello che si manifesta con maggior clamore solo quando la Russia è in difficoltà, facendo da cassa di risonanza per la propaganda del Cremlino e finendo per imbrattare i suoi principi. 

Lo avevamo visto all’inizio della guerra in Ucraina, quando di fronte all’inattesa resistenza ci si affrettò a dire che i partigiani – perché questo sono – avrebbero fatto meglio ad arrendersi, altrimenti sarebbero rimasti schiacciati sotto i cingoli degli inarrestabili carri armati di Putin. Un’affermazione che ci si aspetterebbe da Neville Chamberlain più che da Gandhi, subito smentita dalla volontà e dalla condotta degli stessi ucraini. E ora che Kiev sta respingendo il nemico, riprendendosi casa propria, chi vorrebbe fermarla grida che “siamo alla pazzia”: “Vogliamo l’olocausto nucleare?”, ci si chiede anche in Ticino. Naturalmente la domanda non è rivolta a Putin e l’indignazione, invece che alla pioggia di missili russi su scuole, giardinetti, strade, è rivolta al boicottaggio ucraino d’un ponte utilizzato per questa occupazione criminale.

La soluzione quale sarebbe, invece? Ah, già, che scemo: le manifestazioni in piazza e le conferenze internazionali di pace. Poi la diplomazia, ovviamente: come avevamo fatto a non pensarci? Peccato solo che il risultato di qualsiasi dialogo diplomatico dipenda dagli equilibri sul campo, al momento inaccettabili. Ma ecco un’altra stranezza. Perché ‘quei’ pacifisti si rivolgono alle forze occidentali e mai al Cremlino? Ci è voluto Achille Occhetto – assennato curatore fallimentare del Partito comunista italiano, uno che viene sempre voglia di andarlo a spolverare con un piumino – per ricordare che “il vero pacifismo chiede il cessate il fuoco all’aggressore” e “durante la guerra del Vietnam, il giusto slogan in tutto il mondo era ‘Yankee, go home!’. Trovo singolare che non ci sia nessun movimento che oggi dica: ‘Putin, go home’”. 

Con lui il mite e umanissimo Bobo di Sergio Staino, che tra i suoi mille tormenti d’uomo di sinistra non contempla certe ambiguità: scendere in piazza per la pace gli va bene, ma solo “se la piazza è davanti all’ambasciata russa”. Il problema è che ‘quei’pacifisti – proprio come una certa destra – non ammetteranno mai l’unilaterale responsabilità del Cremlino in questo macello. C’entra spesso una liliale dabbenaggine, anche se in alcuni casi è lecito temere interessi più turpi. 

C’entra soprattutto un antiamericanismo troppo viscerale, troppo cieco per capire che stavolta è Mosca, non Washington, ad avere torto marcio. Al punto che si improvvisano pacifisti anche soggetti infatuati fino a ieri dalle divise e dai kalashnikov del socialismo tropicale, quelli che di solito portano in processione le icone di Che Guevara, guerrigliero che per i suoi ideali ha ucciso ed è morto d’armi (che poi in quella sinistra non manchino le piroette mistiche, a mezzo tra il sufismo e i sofismi, lo mostra la recente passione per i discorsi del Papa e le prime pagine dell’Osservatore romano).

E pazienza se fino all’altro giorno si commuovevano a stonare ‘Bella ciao’ a tutte le feste popolari, commossi un po’ dal Lambrusco, un po’ dal ricordo della resistenza partigiana: adesso che la resistenza la sostengono anche gli americani, non va più bene. Meglio ‘quel’ pacifismo.

da La Regione


La ‘cappa’ di Veneziani e la ‘gabbia’ reale

La prova che attende sia gli sconfitti che i vincitori delle elezioni italiane è quella di progettare un’idea di futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente 

Torniamo, dopo l’articolo di Silvano Toppi, a chiederci cosa distingue (o meglio: distingueva) la destra dalla sinistra. Secondo Norberto Bobbio (1909-2004), grande filosofo della politica, è l’idea di uguaglianza. La differenza – scriveva in Destra e sinistra del 1994 (Donzelli) – sta nel fatto che “l’egualitario parte dalla convinzione che la maggior parte delle disuguaglianze che lo indignano, e vorrebbe far sparire, sono sociali e, in quanto tali, eliminabili; l’inegualitario, invece, parte dalla convinzione opposta, che siano naturali e, in quanto tali, ineliminabili”. 

In realtà, oltre all’uguaglianza (e quindi alla giustizia sociale e oggi ambientale), le sinistre in Occidente (il comunismo realizzato è stata tutta un’altra storia, pessima e ignobile) si caratterizza(va)no per l’attenzione ai diritti soprattutto sociali e alla cultura, per l’impegno a raggiungere un mondo migliore contestando o riformando il capitalismo, sulla solidarietà come via per la libertà.

Dai tempi di Bobbio, in realtà le disuguaglianze sono cresciute sempre di più perché le destre neoliberali, in America e in Europa, non solo le hanno considerate ineliminabili, ma le hanno deliberatamente prodotte e accresciute facendo della disuguaglianza la loro linea politica e programmatica – sostiene l’economista americano Joseph Stiglitz – e poi realizzandola pienamente anche con il consenso – paradossale, ma reale – degli impoveriti e dei diseguagliati (ovvero, come ha detto il super-ricco Warren Buffett, “la lotta di classe esiste, ma l’abbiamo vinta noi”). Insieme producendo, oltre alla disuguaglianza, anche – e peggio – la istituzionalizzazione dello stato di natura pre-contratto sociale (ne ha scritto l’antropologo Massimo De Carolis, ne Il rovescio della libertà, Quodlibet): perché nella concorrenza e nella competizione economica globale di oggi, così come nello stato di natura di cui scriveva Thomas Hobbes molto tempo fa, ciascuno è homo homini lupus e il nostro vivere è un incessante bellum omnium contra omnes. 

Stato di natura oggi appunto diventato la norma(lità) del nostro vivere tecno-capitalista e dove quindi – conseguentemente – non solo stanno morendo l’uguaglianza e la solidarietà, ma anche la libertà, la democrazia e soprattutto la biosfera. E sicuramente il grande sociologo Max Weber scriverebbe ancora oggi di una gabbia d’acciaio capitalistica che, ancor di più di ieri, cattura la nostra vita intera e la mette a profitto privato (oggi via piattaforme e capitalismo della sorveglianza) e non ci lascia liberi. 

Non di gabbia ma di Cappa scrive invece il controverso intellettuale Marcello Veneziani nel suo ultimo libro (La Cappa, Marsilio), una Cappa che ci soffoca “in un sistema globalitario che ci controlla e corregge ogni cosa: la natura, i sessi, la salute, la storia, la lingua, il pensiero, la religione. Bioliberista fino alla morte, ma in un regime di sorveglianza totale”. E così: “Tutto perde contorno, consistenza, memoria e visione (…) I sessi sconfinano e mutano, le differenze scolorano e si uniformano, la natura è abolita, la realtà è revocata (…). Ma anche il passato sparisce, tramonta ogni civiltà; svaniscono i luoghi, compresi quelli di lavoro, in una società delocalizzata, senza territorio. La schiavitù prosegue a domicilio con l’home working”. 

Di questo libro si è discusso in un recente dibattito a Lugano, con Tito Tettamanti e in una intervista a Veneziani di Lorenzo Erroi su La Regione. In realtà, Veneziani – che è di destra (ed è del 1995 la sua violenta polemica contro Norberto Bobbio in un pamphlet che rovesciava il titolo in Sinistra e destra); che forse è post-fascista (ma sul suo sito c’è un inquietante elogio del fascistissimo Movimento sociale italiano, padre del meloniano Fratelli d’Italia di oggi); che comunque si inserisce in una lunga storia culturale che fa critica da destra al mondo moderno – dice e scrive cose condivisibili anche da sinistra. 

Ad esempio quando contesta la “cancellazione della storia e della cultura” (ma chi ha prodotto questa cancellazione se non il tecno-capitalismo destrorso, illiberale, classista che vuole che si apprendano solo competenze tecniche e funzionali al funzionamento del sistema, agendo insieme a un neoliberalismo che sempre ha tagliato e taglia la spesa pubblica in istruzione e in cultura umanistica?); quando critica la rimozione “del pensiero della differenza e l’inibire la libertà d’opinione” (ma, anche qui, non sono state forse le destre neoliberali a farci credere che non esistono alternative a questo sistema capitalista che appunto ha generato oggi “un allineamento che si estende dalla cultura più alta alla pubblicità, agli influencer, al lessico quotidiano, con un canone ideologico che fa perdere di vista la varietà del reale, annullando tutte le differenze culturali, naturali e storiche presenti nella nostra società” come scrive Veneziani?); quando denuncia l’alienazione totale in cui siamo caduti (e ne abbiamo scritto anche noi, da sinistra, già nel 2018). 

Chi ha dunque prodotto la Cappa che tanto indigna (giustamente) Veneziani, se non proprio le destre del mondo, omofobe, illiberali, anti-democratiche, anti-diritti civili e sociali, negazioniste della crisi climatica, ma fortissimamente capitaliste? 

Dobbiamo forse pensare che Veneziani sia diventato di sinistra, visto che queste cose le scrive la sinistra critica da quasi un secolo – e rimandiamo alla benemerita ma dimenticata Scuola di Francoforte, criticatissima proprio da destra – anche Veneziani invocando “l’arma dell’intelligenza” come l’unica “capace di salvarci o almeno di perforare la Cappa, perché stupido sarebbe rifiutarsi di capire, non denunciare, farsi complici”? No, Veneziani resta di destra, senza accorgersi che condanna gli effetti sociali, ambientali, culturali e antropologici – la Cappa – prodotti proprio dal mondo a cui appartiene, perché la destra è capitalista sempre e comunque.

E quindi sbaglia quando scrive di una “Cappa sanitaria” fatta “di restrizioni e di controlli” e imposta dalla pandemia, “che si sarebbe poi trasferita in altri ambiti fino a farsi regime” (restrizioni e controlli sono in realtà intrinseci al tecno-capitalismo e non nascono certo con la pandemia); sbaglia quando, pur scrivendo di un dovere collettivo di difendere la Natura, critica pesantemente Greta Thunberg, non cogliendo la grande novità dei giovani dei Fridays for Future; sbaglia quando reitera l’accusa delle destre a Papa Francesco di concentrarsi troppo sulla solidarietà e l’accoglienza dimenticando “l’idea stessa di una relazione con Dio e col sacro”; e sbaglia nel voler rivendicare/recuperare il ruolo della tradizione e appunto del sacro non vedendo che oggi la tradizione e il sacro sono nel consumismo e nel feticismo per le merci (soprattutto tecnologiche), nei social, in quella rivoluzione industriale che è diventata così normale da essersi trasformata appunto in tradizione. E in religione capitalista, come scriveva il filosofo Walter Benjamin cento anni fa; e in religione tecno-capitalista come abbiamo scritto nel 2015.

È allora da questa tradizione ecocida, omologante, alienante e aliena da ogni pensiero critico che dovremmo uscire; ma senza ricadere – la differenza tra destra e sinistra è anche qui – in quella per Dio, patria e famiglia. 

Ma Veneziani sbaglia anche là dove invoca il ritorno alla figura del Padre, perché il Padre – figura simbolica della Legge e dell’Autorità – è oggi sì evaporato ma in realtà si è trasferito nei Mercati, nella Silicon Valley, nel bisogno di un coach o di un influencer, nei dispositivi tecnologici che sono dispositivi soprattutto per la produzione di comportamenti normati e normali e funzionali al sistema. Tutti Padri che sono la nuova fonte della Legge, la nuova Autorità del mondo. 

Senza dimenticare, come hanno scritto i francesi Dardot e Laval (ne La nuova ragione del mondo, DeriveApprodi, 2019), che il populismo di oggi è neoliberale comunque, e “sposa la retorica del sovranismo e assume uno stile populista per rafforzare e radicalizzare ulteriormente la presa sulla società da parte del capitale. (…) Il recupero della rabbia e del risentimento sociale [prodotti da quarant’anni di neoliberismo] esige oggi, perché il recupero sia funzionale [a consolidare il sistema neoliberale, impedendone la reale messa in discussione], il carisma di un leader [cioè di un Padre – e oggi, in Italia, di una leader-Madre] capace di incarnare la sintesi tra nazionalismo economico, liberalizzazione dei meccanismi economici e finanziari e una politica sistematicamente orientata a favorire il mercato”.

E quindi, le strade della destra (Veneziani) e le nostre – che possono avvicinarsi su certi punti di analisi – divergono poi radicalmente sulla soluzione da ricercare. La destra invocando la tradizione, un Padre e Dio, cioè guardando indietro; noi invocando invece una autentica emancipazione/uscita dell’uomo dalla gabbia (dalla Cappa) del tecno-capitalismo, cioè guardando avanti. 


Uno spettro si aggirava per l’Europa

La prova che attende sia gli sconfitti che i vincitori delle elezioni italiane è quella di progettare un’idea di futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente 


La gente attorno a lui se la fa sotto, ma è paura senza rispetto

La prova che attende sia gli sconfitti che i vincitori delle elezioni italiane è quella di progettare un’idea di futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente 

Di Andrey Pertsev, Meduza – Valigia Blu – Traduzione dal russo all’inglese di Sam Breazeale

Il 7 ottobre Vladimir Putin ha compiuto 70 anni. È stato al potere per quasi un terzo della sua vita e chiaramente non ha intenzione di rinunciarvi. D’altra parte, la “stabilità” che un tempo offriva ai russi in cambio dei loro diritti e delle loro libertà è finita da tempo. È Putin che ha deciso di lanciare una guerra di aggressione in Ucraina ed è Putin che si rifiuta di porvi fine, nonostante stia chiaramente perdendo. Con la guerra che si trascina verso l’ottavo mese, l’inviato speciale di Meduza Andrey Pertsev ha parlato con fonti vicine a vari settori del governo russo su come i subordinati del presidente lo vedono ora.

Il 4 ottobre, il leader ceceno Ramzan Kadyrov ha annunciato che il 70° compleanno di Vladimir Putin sarebbe stato ampiamente celebrato in Cecenia. I festeggiamenti, stando a quanto dichiarato, avrebbero compreso:

  • Corse di cavalli dedicate a Putin
  • L’inaugurazione di un centro di allenamento olimpico di judo intitolato a Putin
  • Gare di motociclette e biciclette
  • Un campionato di corse automobilistiche
  • la presentazione del progetto di costruzione di un nuovo complesso governativo

L’annuncio di Kadyrov si è concluso con una passaggio sentimentale:

Tutto il popolo russo è molto fortunato ad avere questo presidente. Vladimir Vladimirovich è il patriota numero uno del nostro paese. Guardate che non esagero. Nessuno ha più a cuore la nostra Madrepatria di Vladimir Putin.

Nel suo ultimo discorso, durante la firma dei trattati per l’incorporazione della Repubblica Popolare di Lugansk, di quella di Doneck, della regione di Kherson e della regione di Zaporizhzhia nella Russia, l’intero discorso del presidente era letteralmente permeato d’amore.

Nella maggior parte delle altre regioni russe, le celebrazioni sono state significativamente più ridotte. Una fonte vicina all’amministrazione Putin e tre fonti della leadership di tre regioni russe hanno dichiarato a Meduza che il Cremlino non ha dato istruzioni su come celebrare il compleanno del Presidente.

“Dopo l’inaugurazione della ruota panoramica a Mosca, è diventato subito chiaro che è meglio non organizzare alcuna celebrazione in questa fase. Non è il momento. I governatori stanno addirittura pensando di ridurre le celebrazioni delle prossime festività invernali quest’anno, nessuno ha soldi extra a portata di mano. Abbiamo fatto a meno degli alberi di Natale durante il COVID, e possiamo farlo di nuovo”, ha dichiarato una fonte vicina al Cremlino.

Una fonte dell’amministrazione di uno dei distretti federali russi ha definito “un’idea sensata” la decisione di non festeggiare il compleanno di Putin: “Perché mai dovremmo voler sottolineare che il nostro presidente è ormai da tempo un pensionato?”.

Ogni 48 ore c’è un altro disastro

“La gente attorno a lui se la fa sotto dalla paura. Ma è paura senza rispetto. Non lo rispettano da due o tre anni”, ha dichiarato a Meduza una fonte vicina al governo russo. Altre due fonti vicine al governo e una vicina al Cremlino hanno fornito resoconti simili dell’umore che si registra a Mosca.

Secondo le fonti, i sentimenti delle élite russe nei confronti di Putin si sono inaspriti dopo la sua decisione di innalzare l’età pensionabile del paese nel 2018 – una mossa a cui la maggioranza dei russi si è opposta. Formalmente, il Consiglio dei ministri è stato aggiornato nel 2020, quando Mikhail Mishustin ha sostituito Dmitry Medvedev come Primo ministro, ma molti lavoratori governativi di medio livello occupano i loro posti da molto prima. Ricordano ancora come Putin abbia scaricato la colpa delle conseguenze della sua riforma pensionistica sui ministri, accusandoli di aver fatto crollare l’indice di gradimento dell’intero governo. Quando le persone nel governo sentono la parola “rating”, ancora sussultano”, ha dichiarato a Meduza una fonte vicina al governo.

Negli ultimi anni, la situazione è solo peggiorata. Secondo le fonti di Meduza, Putin ha gradualmente smesso di avvisare i ministri dei suoi piani sia a breve che a lungo termine.

“Fino a poco tempo fa, i ministri servivano almeno come una sorta di Google per il presidente. Lui dava voce agli scenari che riteneva probabili e chiedeva: “E se facciamo questo? Quali saranno le conseguenze? E se lo facciamo in questo modo? E poi?”. Ma non è più così”, ha dichiarato una fonte vicina al governo.

Secondo la fonte, dopo l’inizio della pandemia, Putin (che notoriamente si preoccupa in modo ossessivo della sua salute) ha smesso del tutto di consultare i ministri e ha limitato i processi decisionali a brevi discussioni con la propria “cerchia ristretta” che, negli ultimi anni, si ritiene sia composta principalmente dai capi delle agenzie di sicurezza russe.

“Dall’inizio della pandemia, le cose ci sono più volte piombate sulla testa senza alcun preavviso”, ha dichiarato una fonte a Meduza. Un esempio è stato quello delle “misure di sostegno” adottate all’inizio della pandemia, che alla fine hanno fornito molto materiale per i meme russi. Le “misure” consistevano in “giorni non lavorativi con la conservazione dei salari” e nel sostegno finanziario alle famiglie con tre o più figli.

“Il presidente può annunciare cose simili senza preavviso. Grandi gesti, per così dire. E poi inizia la febbrile ricerca di copertura finanziaria”, ha dichiarato a Meduza una fonte di alto livello.

Secondo la fonte, fino a qualche anno fa il processo decisionale di Putin era quasi l’esatto opposto: prima ascoltava le proposte di varie agenzie governative, poi sceglieva quella che riteneva migliore.

Allo stesso tempo, fonti vicine al governo hanno affermato che i ministri non osano opporsi nemmeno alle decisioni più “inaspettate” di Putin, perché temono le conseguenze. “Quando Alexey Ulyukayev [ex ministro dello Sviluppo economico, NdT] è stato arrestato, tutti hanno afferrato il messaggio”, ha detto una fonte.

Altre fonti vicine al governo hanno aggiunto che questa paura, cui si somma l’avversione di Putin per l’ascoltare i problemi dei subordinati, spinge ormai i funzionari ad abbellire significativamente i fatti nei loro rapporti al presidente. Pochi, se non addirittura nessuno, sono stati disposti a parlargli delle reali conseguenze delle sanzioni occidentali o dell’economia russa, per esempio.

“Ogni 48 ore c’è un altro disastro, nessuno capisce davvero cosa stia succedendo. Le persone responsabili dell’attuazione delle decisioni non ne vengono a conoscenza fino all’ultimo minuto”, ha dichiarato a Meduza una fonte vicina al Cremlino.

“Non sa perdere”

Questi problemi sono solo peggiorati dall’inizio della guerra su larga scala della Russia contro l’Ucraina. Come Meduza ha riportato in precedenza, anche molti alti funzionari russi non sapevano nulla dei piani di invasione di Putin fino all’ultimo momento. Inoltre, secondo le fonti, dopo il 24 febbraio Putin ha perso interesse per le “questioni di pace”, mentre la sua “cerchia ristretta” è diventata ancora più piccola. Ora, secondo le fonti di Meduza, le uniche persone in grado di influenzare anche solo marginalmente le decisioni del presidente sono alcuni membri del Consiglio di Sicurezza. Al momento della pubblicazione di questo articolo, il segretario della stampa presidenziale russa Dmitry Peskov non ha risposto alle domande di Meduza.

“Probabilmente non c’è quasi nessuno che sia contento di Putin. Gli imprenditori e molti membri del gabinetto sono scontenti del fatto che il presidente abbia iniziato questa guerra senza pensare alla portata delle sanzioni. La vita normale sotto queste sanzioni è impossibile. I ‘falchi’ sono arrabbiati per il ritmo dell”operazione speciale’; pensano che sia possibile un’azione più decisa”, così una fonte vicina al Cremlino descriveva l’umore delle élite russe nel maggio 2022.

A distanza di mesi, poco è cambiato. Allo stesso tempo, con l’aggravarsi della situazione per la Russia sul campo di battaglia, la posizione di Putin si è sempre più spostata verso quella dei falchi che lo circondano, mentre i sostenitori della pace nel governo sono diventati più pessimisti.

Una fonte vicina al governo russo ha riferito a Meduza che la lista degli impegni del Consiglio dei ministri si è allungata: “La mobilitazione è stata annunciata, e naturalmente non era stata messa a bilancio”.

Lo sforzo di arruolamento ha portato nuove difficoltà anche al blocco politico dell’amministrazione presidenziale. Secondo una fonte vicina, ai funzionari del Cremlino è chiaro che il reclutamento forzato di un centinaio di migliaia di russi per andare in guerra ha avuto un impatto negativo immediato sugli indici di gradimento del presidente (i dati aperti mostrano un calo del 6%). “Ora ci chiedono perché è sceso e come aumentarlo”, ha dichiarato la fonte.

Un consulente politico che lavora con l’amministrazione Putin e con diversi governi regionali ha confermato la notizia. Secondo lo stratega, prima dell’annuncio della mobilitazione del Presidente le autorità russe non rilevavano un livello notevole di malcontento nelle regioni. “Ora la situazione è completamente diversa, la Russia prima dell’inizio della mobilitazione e quella di adesso sono due paesi diversi”, ha sottolineato.

Fonti vicine al Cremlino, così come una fonte che conosce i membri della cerchia ristretta di Putin, hanno notato che il presidente “non è in grado di dare un’immagine del futuro” nemmeno ai funzionari di più alto livello e agli uomini d’affari più importanti: “Queste persone stanno soffrendo a causa delle sanzioni, stanno perdendo enormi quantità di denaro. Ma non è affatto chiaro se il Cremlino sarà in grado di compensare tutto questo”.

Di conseguenza, secondo le fonti di Meduza, la “verticale di potere” di Putin sta iniziando a “crollare”. I governatori russi, ad esempio, hanno iniziato a dichiarare apertamente di non avere soldi per mantenere le promesse di Mosca, mentre il fondatore della compagnia mercenaria Wagner Evgeny Prigozhin e il leader ceceno Ramzan Kadyrov hanno iniziato a criticare pubblicamente (e duramente) le agenzie di sicurezza del paese.

“In questo momento, ad esempio, il sindaco di Mosca Sergey Sobyanin sta dicendo che il bilancio cittadino sosterrà le famiglie dei soldati mobilitati. L’amministrazione Putin ha dato le stesse istruzioni anche ad altri governatori, per ridurre la tensione sociale. Ma la maggior parte degli amministratori non ha i soldi per farlo. E i colleghi di Sobyanin di altre regioni hanno preso una posizione negativa sulle sue azioni: ‘Vattene via, tu e le tue uscite da PR”, ha detto una fonte vicina all’amministrazione Putin.

Come i dipendenti statali, gli alti funzionari non si permettono di parlare negativamente di Putin. “Chi lo metterà in prigione? È un monumento!” ha detto una fonte, citando un film comico sovietico.

Alle élite russe non è chiaro come il “monumento” intenda porre fine alla guerra contro l’Ucraina. Diverse fonti di alto livello hanno dichiarato a Meduza che la combinazione delle recenti dichiarazioni di Putin sulla guerra nucleare e il successo dell’esercito ucraino al fronte li ha resi nervosi. “Non sa come perdere”, ha detto uno di loro. “E soprattutto non sa ammettere che sta perdendo”.

Articolo originale pubblicato in inglese sul sito indipendente russo Meduza – Per sostenere il sito si può donare tramite questa pagina


Da Putin missili e terrore su bersagli solo civili

La prova che attende sia gli sconfitti che i vincitori delle elezioni italiane è quella di progettare un’idea di futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente 

Con un blitz e una parata voleva riportare l’Ucraina nelle braccia della madre Russia (“di cui fa storicamente parte”), e invece li massacra come mai prima. Con un programma allucinante si proponeva di “denazificare” il paese fratello e invece i metodi nazisti entrano ancor più nei metodi di un Cremlino vendicativo a causa delle sconfitte sul terreno militare. Con un parallelismo illogico e improponibile, definisce ‘terroristico’ l’attacco al ponte di Kersh (che unisce l’annessa Crimea alla terraferma) mentre non sarebbe ‘terroristico’ ciò che è avvenuto ieri: una pioggia di missili che si è abbattuta su Kiev – dopo parecchie settimane di relativa ‘tregua’ per la capitale – e diverse altre città, con centinaia di morti e feriti. Metteteli in fila, e sarà una fila assai più lunga dello squarcio provocato dall’attacco ucraino al ‘Ponte di Putin’. Tante vite ‘valgono’, a Mosca, quei pochi metri di macerie.

I due ordigni fatti brillare in un punto dei 19 chilometri della strattura – fondamentale per la logistica dell’esercito russo, trasporto di tanks, armi, uomini – non hanno provocato vittime, non c’è stato un solo ferito o un morto, il traffico stradale è stato ripristinato in poche ore, e si trattava di un legittimo bersaglio militare, oltre che altamente simbolico. No, la rappresaglia del Cremlino doveva essere ben altra cosa, doveva essere di diversa intensità, atrocità e significato: colpire unicamente i civili, prendere di mira e sventrarne i palazzi residenziali di circa una decina di città, distribuire terrore a piene mani e non solo – come ‘ufficialmente’ avvenuto finora – cercare obiettivi e bersagli che, anche se in modo assai approssimativo, sono legati a centri militari e logistici del nemico. 

Mentre al di qua della cortina d’acciaio crescono preoccupazioni e timori per una “Armageddon” nucleare (“siamo disposti a tutto, e non sto bluffando”, ha minacciato il ‘boss’ russo) a Mosca è stato scientemente deciso che siano gli innocenti, donne bambini anziani soprattutto, e non i militari ucraini, che stanno avanzando e riconquistando terreno nel ‘sacro Donbas’, a finire nel mirino dei missili a lunga gittata, che si pretende Kiev non debba invece possedere.

In quasi otto mesi di guerra, non ci sono stati civili russi uccisi (salvo, ed è un morto di troppo, la figlia e collaboratrice del filosofo Dugin, il vate di una Russia nazional-bolscevica-imperiale che muova guerra ‘all’Occidente’, il ‘demoniaco Occidente globale’); tra gli oltre quaranta milioni di ucraini sono invece loro, i civili, ad essere le principali vittime del fuoco nemico, vittime anche di esecuzioni sommarie, torture e stupri. 

Ieri, soltanto sulla capitale, sono stati lanciati oltre settanta missili: in gran parte intercettati e neutralizzati in volo dai missili-antimissili ucraini (anche quelli, secondo il Cremlino, Stati Uniti e alleati non dovrebbero garantirli a Zelensky), ma una ventina sono riusciti a perforare lo scudo difensivo, ed è stata strage. Si comprende benissimo come l’inferno scatenato da Vladimir Putin abbia più destinatari, è un messaggio che deve arrivare a orecchie e menti e paure che non sono solo quelle dei civili massacrati e terrorizzati. 

Il messaggio putiniano, cioè, non è rivolto solo a loro. A chi altro? Primo: a coloro, in Occidente, si fossero ‘illusi’ (non noi) che la Russia sia già militarmente al tappeto. Secondo: all’Alleanza euro-statunitense, che deve ficcarsi in testa che lo ‘zar’ è davvero “disposto a tutto”. Terzo: alla sua opinione pubblica interna – che comincia a dubitare, quando non può espatriare per evitare reclutamento e invio al fronte (meno del trenta per cento dei russi possiede un passaporto per recarsi all’estero) – per ‘tranquillizzarla’ sulla forza militare della nazione. Quarto: ai ‘falchi’ (tacitamente alleati e forse ispiratori del feroce ceceno Kadyrov, e di Prigozin, fondatore dei mercenari ‘macellai’ della Wagner di estrema destra, finanziata dal Cremlino) che da tempo chiedono a Putin di usare metodi più efficaci, più duri, più risoluti, compreso il ricorso alla bomba tattica nucleare: come ha ‘suggerito’ Kadyrov, prima definito ‘troppo emotivo’ ma subito dopo promosso generale-colonnello con tanto di cerimonia al Cremlino e di nuove medaglie appuntategli al petto da Putin in persona. 

Si ipotizza da settimane uno scontro nel sottobosco del Cremlino, fra una e l’altra torre dell’edificio simbolo del potere centrale sulla Piazza Rossa, torri che ospitano una gli uffici dell’esercito e l’altra i vertici dei servizi segreti: con questi ultimi che vorrebbero mettere a tacere il più possibile i militari, far fuori il ministro della difesa amico di Putin, eliminare i generali incapaci ma anche quelli soltanto dubbiosi  su tattica e strategia imposta dal capo, non lasciar campo a ipotesi di trattative con nemici (soprattutto USA) e probabilmente anche pacifisti, tanto più in una fase  di indiscutibile debolezza sul terreno del conflitto. Ed eventualmente, nei labiriti del Palazzo, scatenare la guerra intestina di successione. 

Così : bersagli mancati, frustrazione, orgoglio ferito, timori per la sopravvivenza politica (e non solo politica) di Putin da una parte, e dall’altra lotte intestine e interrogativi di una componente minoritaria ma non così piccola e irrilevante dei cittadini russi, si intrecciano e accendono la miccia della feroce e sanguinosa rappresaglia. Del tutto coerente, del resto, con l’inaugurazione della nuova guida dell’Armata, quel generale Sergei Surovikin noto per essere stato il pianificatore dei bombardamenti sulle città siriane in rivolta contro il dittatore Assad, alleato di Mosca. Terrore piovuto dal cielo medio-orientale su abitazioni, scuole e anche ospedali. Il ‘modello siriano’ della terra bruciata e e delle ‘città morte’, applicato ora all’Ucraina. 

Altro non resta – se non la minaccia del fuoco atomico – a un esercito russo che in una manciata di mesi ha perso in Ucraina fra i 50 mila e i 60 mila soldati, mentre il prezzo per i russi in dieci anni di occupazione militare dell’Afghanistan fu di 13 mila morti. Non cominciò forse allora l’inizio del collasso dell’Urss? Un pensieraccio, un monito perenne, un ricorrente fantasma,  per Vladimir Putin. 

Nell’immagine: una giornalista americana riferisce in diretta dal punto dove è caduto uno dei missili russi a Kiev


La sinistra, la destra e le responsabilità di chi si complica la vita

La prova che attende sia gli sconfitti che i vincitori delle elezioni italiane è quella di progettare un’idea di futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente 

Di Michele Serra, Chetempochefa

Nella mia prossima vita, voglio rinascere di destra. Non perché la destra abbia vinto, non fatemi così meschino. Oggi si vince, domani si perde, non è questo che conta, nella vita. Quello che conta, nella vita, è come si vive.

E la vita, a sinistra, è troppo complicata. Come se la semplicità fosse un vizio. C’è questa mania della complessità, del dibattito, dell’approfondimento. Mai niente che ci vada bene. Tutto è sempre da ridiscutere. Bisogna sempre rifare l’analisi. Ha fatto più analisi la sinistra che un reparto di lungodegenti. Ma non sembra che la sua salute ne abbia tratto vantaggio, forse se avesse fatto meno analisi e una passeggiata ogni tanto, starebbe molto meglio.

E poi a sinistra si parla sempre, si parla troppo, si parla a dismisura. E’ un’assemblea lunga quasi due secoli e mezzo, convocata a Parigi verso la fine del Settecento. L’assemblea è ancora in corso. Con rare pause per rifocillarsi, andare in bagno e magari approfittarne per fare una scissione. Le scissioni sono l’unico momento eccitante, ci si accapiglia, si esce sbattendo la porta, dev’essere per questo che ne fanno così tante: è anche un modo per uscire a prendere una boccata d’aria.
Di solito le assemblee arrivano alle conclusioni. Non è il nostro caso. Se guardate per terra vedrete migliaia, milioni di fogli di carta appallottolati. Sono le conclusioni fin qui bocciate dall’assemblea.

La vita, a destra, è più semplice. Più spensierata. Intanto la politica non è così importante. C’è anche altro da fare, nella vita. E poi, soprattutto, ci si accontenta di quello che c’è. Ce lo si fa andare bene. Ci sono le elezioni? Benissimo, si fa l’appello dei presenti, chi c’è c’è, li si raccoglie tutti insieme in un grosso involto, e voilà. Non è che siano incoscienti, a destra: lo sanno benissimo anche loro, che si potrebbe fare di meglio. Solo che preferiscono non passare il tempo a rompersi la testa su come potrebbe essere il mondo, se il mondo non fosse com’è. Difficilmente troverete, nella nota spese di un politico di destra, il conto dello psicoanalista.

Questo umore più leggero, davvero invidiabile, tocca il suo apice il giorno delle elezioni. L’elettore di sinistra è di pessimo umore. E quello non lo voto perché è troppo moderato, e quello non lo voto perché è troppo radicale, e quell’altro non lo voto perché è contro i miei princìpi. A destra, non fanno tutte queste storie. Chi è il capolista, nel mio collegio? Gengis Khan? Chi, quello dell’orda d’oro? Sì, ma è stato molto tempo fa, è cambiato. Ah beh, allora, se è cambiato, non c’è problema. Gengis Khan.
Si vive più sereni. Se rinasco, voglio rinascere di destra.

Ho notato recentemente che nei discorsi della signora Meloni spesso ricorre la parola responsabilità, faccia molto attenzione perché è un attimo diventare di sinistra”


Come finirà la guerra?

La prova che attende sia gli sconfitti che i vincitori delle elezioni italiane è quella di progettare un’idea di futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente 

Nel Nuovo Testamento Armageddon indica il luogo dello scontro tra i re malvagi, alleati del Diavolo (la Bestia) e Dio. La guerra tra il bene e i male, associata all’Apocalisse stessa- il libro in cui viene fatto riferimento a questo termine ebraico che indica forse la località di Tel Megiddo, nei pressi di Nazareth – assume oggi la connotazione del cataclisma globale, definitivo. Senza possibilità di redenzione e di salvezza. 

Teatro della spaventosa e incontrollabile resa dei conti potrebbe essere il cuore dell’Europa, ha ammonito Joe Biden. Anche se la Casa Bianca si è affrettata a correggere il tiro, l’orribile scenario distopico paventato dal presidente americano è ormai ficcato nelle nostre menti. Si staglia all’orizzonte l’immagine terrificante del fungo atomico. L’esito del conflitto ucraino rimane una grande incognita anche perché le positive notizie dal fronte, con gli ucraini che stanno riconquistando terreno e con gli invasori in grande difficoltà anche per le azioni di sabotaggio, come quella recente del ponte di Kerch (verosimilmente) condotta dalla resistenza partigiana, non fanno che alimentare i timori di una mossa disperata e scellerata da parte di Vladimir Putin. 

L’autocrate con le spalle al muro pronto addirittura, come ha lasciato intendere, a sganciare bombe nucleari? Molto improbabile ci dice in un lungo articolo (“How does the Russo-Ukrainian war end?”) Timothy Snyder, professore a Yale, il maggior storico vivente specializzato nell’Europa dell’est. Leggendo il suo blog (su Substack) possiamo tirare un piccolo e cauto sospiro di sollievo: nessuna certezza, ma un’analisi molto circostanziata che ci spiega perché l’Armageddon è uno scenario (quasi) inverosimile. In estrema sintesi: Putin sta perdendo la guerra convenzionale ed estrae dal cilindro la minaccia nucleare sperando che questo induca l’Occidente a cessare i rifornimenti militari a Kiev. 

Una prospettiva che anche in passato nessuna potenza imperiale (Usa in Vietnam o Urss-Russia in Afghanistan) ha mai messo in atto dal 1945 anche quando sapeva di perdere la guerra. Un attacco tattico contaminerebbe le stesse zone annesse e gli stessi soldati russi, mal equipaggiati anche per un conflitto convenzionale. Spostate nei territori conquistati le batterie di missili tattici atomici sarebbero bersaglio delle truppe di Kiev che hanno ormai a disposizione armi a media-lunga gittata. 

Altre ragioni alimentano lo scenario prospettato da Snyder, tra cui naturalmente la deterrenza nucleare americana e il crescente dissenso interno in Russia: la mobilitazione dei riservisti ha smascherato la propaganda; la realtà non è più quella diffusa dalla televisione di Stato, è ormai sotto casa. Assecondare il ricatto nucleare – conclude lo storico – non porrebbe comunque fine alla guerra convenzionale, e farebbe da apripista alle mire di altre potenze atomiche alimentando la proliferazione nucleare. 

Le guerre iniziano e finiscono con la politica – leggiamo – e gli “orrendi crimini russi” cesseranno quando verrà alterata la realtà politica a Mosca. Secondo lo studioso questo processo sarebbe già in atto. Ma affinché la speranza si tramuti in realtà – aggiungiamo noi – l’antagonista indiretto, gli Stati Uniti, dovrebbe finalmente assumere, oltre a quella bellica, una leadership di pace all’altezza del suo ruolo, che non si limiti alla mera rivendicazione di uno statu quo ante 2014 quando Mosca invase la Crimea e ancor più subdolamente il Donbass. 

Scritto per “laRegione”
Nell’immagine: una stima degli effetti (zone distrutte e aree colpite dal fallout) di un bombardamento nucleare delle principali città europee


In Crimea c’è un ponte da rifare

La prova che attende sia gli sconfitti che i vincitori delle elezioni italiane è quella di progettare un’idea di futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente 


Una Terra senza popolo, dei popoli senza Terra

La prova che attende sia gli sconfitti che i vincitori delle elezioni italiane è quella di progettare un’idea di futuro che sia molto di più che amministrare la «rendita di posizione» che offre il presente 

Di Camille Riquier Esprit-Effimera.org” 

 

È morto ieri, all’età di 75 anni Bruno Latour, uno dei massimi pensatori francesi di questi ultimi decenni, filosofo, sociologo, scrittore eclettico, che nelle proprie riflessioni ha dato grande risalto ai temi della natura, della sostenibilità ecologica di fronte alla crisi climatica. È a Latour, insieme a James Lovelock, che si deve l’affermazione del temine “Antropocene” per definire la nostra epoca come determinata geologicamente dall’uomo, con tutte le conseguenze che stiamo drammaticamente constatando e vivendo. Autore prolifico di corposi saggi filosofici di carattere accademico, Latour è stato però sempre attento a trovare un linguaggio che rendesse accessibili le sue riflessioni ad un pubblico non propriamente specialistico, specie per lanciare il proprio grido d’allarme verso una situazione come quella climatica, che ha sempre giudicato centrale per ogni riflessione di carattere filosofico, sociologico, politico. Fra i titoli più recenti, tradotti anche in italiano, segnaliamo “Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica”, (Cortina, 2018), “La sfida di Gaia. Il nuovo regime climatico”, (Meltemi, 2020) ed il recentissimo “Dove sono? Lezioni di filosofia per un pianeta che cambia”, (Einaudi, 2022). 

Per ricordare la figura ed il pensiero di Bruno Latour, proponiamo qui una sua intervista concessa a Camille Riquier, apparsa nel numero di gennaio-febbraio 2021 della rivista Esprit, ripresa ed adattata dal sito “Effimera.org”. (red.)

 

Bruno Latour è stato criticato per la sua teoria dell’Antropocene e in generale delle conseguenze del cambiamento climatico, che ignora l’evidente connessione fra questi fatti e la deriva sempre più inquietante del neoliberismo globalizzato, cioè dell’attuale stadio dello sviluppo capitalista. Tuttavia, l’interesse di questa intervista sta non solo nel fatto che essa rappresenta una sorta di sintesi dei suoi oltre 20 anni di elaborazione teorica, ma anche nel suo documentare efficacemente le contraddizioni e illusioni dei “moderati” in questo campo. La posizione di Latour è in parte paradossale perché da un lato denuncia le scelte dei dominanti trainati da Trump e arriva anche a dire che hanno dichiarato guerra al genere umano, ma dall’altro resta ancorato all’idea che occorra superare le opposizioni e il conflitto locale-globale e destra-sinistra, proponendo di militare tutti come terrestri. 

Bruno Latour, lei ha pubblicato nel 2015 “Face à Gaïa”, che prolungava una riflessione cominciata con il suo “Enquête sur les modes d’existence”. Il titolo del suo ultimo libro, “Où atterrir? Comment s’orienter en politique” fa pensare a Kant e al suo «Cosa significa orientarsi nel pensiero?» (1786), scritto occasionale che proponeva di orientarsi senza Dio come riferimento. Con la sua opera, si tratta di orientarsi senza la natura come riferimento?

Si torna piuttosto un secolo e mezzo prima di Kant, cioè al momento in cui ci si rende conto che occorre rifare tutta la cosmologia che legava insieme, all’epoca, religione, geografia, scienze e politica a causa della scoperta del Nuovo Mondo. Il parallelo, se si può fare, rinvia a chiedersi cosa sia successo con la rivoluzione scientifica, che ha diviso queste diverse figure cosmologiche, con ciò che ci succede oggi a causa della scoperta di un “nuovo” Nuovo Mondo. Il mio ultimo libro è piuttosto una nona conferenza di “Face à Gaïa” che prende in conto l’uscita di Donald Trump dall’accordo di Parigi [la COP21 del 2015].

Sinora, nessun capo di stato aveva avuto la faccia tosta di rivelare chiaramente ciò che era evidente: la questione del clima è una questione di guerra e di pace che da trent’anni riorganizza tutta la geopolitica. Prima di tale abbandono [dell’accordo COP21], l’opinione era immersa ancora in una specie di pacifismo generale, tipico dello spirito ONU e delle Conferenze per il clima da Rio in poi. Si pensava di trovare la soluzione a forza di buona volontà. Il presidente Trump ha chiaramente detto che gli Stati Uniti dichiarano guerra agli altri paesi e che questi avevano dei problemi di mutamento ecologico che non riguarda minimamente gli USA. È la prima volta che un paese abbandona il mondo comune. È ammettere infine chiaramente che l’ambiente è la grande questione geopolitica. Prima, alcuni potevano dire : «Noi non abbiamo gli stessi valori, né gli stessi interessi sociali o economici», ma nessuno aveva ancora detto: «Il mondo materiale nel quale voi vivete non è il mio». Il presidente Macron se n’è subito appropriato, mentre non era particolarmente interessato a tali questioni. Ha visto che poteva farne materia politica.

Per quanto riguarda Donald Trump, in che senso si può parlare di un «complotto» che consisterebbe nel negare la realtà?

Parlo di complotto per fare riflettere; non ho la benché minima prova. È semplicemente evidente che c’è un legame tra deregolamentazione e sfruttamento delle diseguaglianze e anche, come s’è visto con i Paradise papers, un’organizzazione offshore sistematica. Occorre semplicemente aggiungere l’ipotesi che, negli anni 1980 e 1990, delle persone che hanno cominciato a comprendere la serietà della questione climatica si sono organizzate per fuggire o mettersi al riparo da tali situazioni. Mettersi al riparo può anche consistere nell’organizzare la negazione della situazione climatica, in modo da dissimulare la fuga. Penso che sia evidente, nel governo Trump, che da tal punto di vista è molto coerente, una visione assai chiara di ciò che è l’organizzazione di una separazione, di una fuga generalizzata verso l’offshore. La metafora è chiara: la costruzione di un muro attorno all’American way of life, che non tenta neanche più di far finta di interessarsi alla questione generale della solidarietà. I conservatori che restano nell’orizzonte del liberalismo non hanno mai detto che bisognava abbandonare il resto del mondo alla sua sorte. Occorre capire a che punto il trumpismo differisce dal pensiero conservatore, come dal pensiero liberale o semplicemente repubblicano; è un’anomalia politica che non si spiega che con la reazione al nuovo regime climatico.

Il progetto che animava le nazioni nel dopoguerra era la mondializzazione: si trattava di abbandonare il locale, l’attaccamento a una patria, a una nazione. Questo struttura il progetto moderno su una negazione della natura. Péguy diceva che la modernità aveva voluto sopprimere i mondi arretrati, ma essa ha soppresso questo mondo costruendone un altro, modellizzato secondo i parametri d’ordine e di misura. Durante tre secoli, la natura ci ha lasciati tranquilli ma essa ritorna, come un attore politico a parte intera che ci obbliga a orientarci diversamente.

Abbiamo capito a che punto, stranamente, i Moderni erano poco materialisti e avevano una visione molto idealista della materia, un intasamento di clichés molto vaghi su un mondo comune molto mal definito. Uno dei pilastri di tale ordine comune era la condivisione di un vettore che andava dal locale e dall’arcaico verso il globale e il futuro. Tale cliché permetteva di distinguere ciò che è reazionario da ciò che è progressista. Il disorientamento attuale rende questa distinzione più difficile nella misura in cui si ritorna, in tutti i paesi del mondo, a una definizione regressiva dello Stato-nazione nel migliore dei casi, alle radici etniche nel peggiore: l’orizzonte comune é stato esplicitamente abbandonato. Questa non era certo la principale preoccupazione dei governi da dopo la guerra, ma nessuno l’aveva esplicitamente abbandonata, in particolare gli Stati Uniti, che avevano preso la responsabilità di proteggerci, dando agli Europei la sensazione di essere coperti sotto il loro ombrello, atomico quanto morale. Chi scriverà ancora, come Jacques Maritain poteva farlo nell’Encyclopædia universalis, che «l’America dà un’immagine dell’uomo generico»? Più nessuno dirà questo. Tale abbandono dell’universalità da parte degli Stati Uniti per mantenere una vita offshore è una novità storica.

Di fronte alla nuova sfida che ci attende, la nostra maniera di strutturare la vita politica non è adeguata: tutti i problemi che ci attendono – la crisi migratoria, il populismo, le diseguaglianze – sono legati e lei ritiene che sia questo stesso legame, cioè il cambiamento climatico, che è negato.

Sinora, la questione dell’appartenenza al suolo e al territorio non è stata sistematicamente capita/elaborata dalla sinistra. È per questo che la sinistra ha sempre avuto un problema con l’ecologia: vi ha trovato un lato reazionario che l’obbligava a parlare di questioni materiali e quindi di suolo, di animali, di piante, di vita, di clima – dalle quali essa pensava di essersi infine distaccata diventando moderna. L’orizzonte dell’emancipazione che proponeva non andava mai nella direzione dell’appartenenza al suolo. Lo stesso uso delle parole suolo e appartenenza, sino a tempi recenti, era considerato come tipicamente reazionario. Bruscamente, ci si rende conto che la questione dell’appartenenza a un suolo deve essere presa in conto e che diventa quella di una Terra da curare. Evidentemente, non è lo stesso territorio nazionale o etnico verso il quale si sta regredendo da quando l’orizzonte della modernizzazione è diventato impossibile.

La congiuntura forma un triangolo: per prima cosa, l’orizzonte della mondializzazione continua, sotto la forma barocca di una super-modernizzazione futurista e post-umana, che immagina di non dover trattare i problemi di miliardi di persone diventate semplicemente sovrannumero; in secondo luogo, una regressione massiccia, in tutti i paesi, verso delle appartenenze etniche o nazionali; e infine, la questione di un altro modo di stare al mondo, un ancoraggio al suolo mondiale, che non è il suolo fatto di sangue, morti, cimiteri e chiese. È là che bisogna tracciare una nuova opposizione tra l’orizzonte utopico del ritorno al suolo natale e la nuova questione del terrestre. 

Non si tratta più di sapere se si è di sinistra o di destra, ma se si è terrestri o no: Avete pensato alla materialità di un suolo sul quale noi ci ritroveremo in nove o dieci miliardi? È a questo livello che la questione delle migrazioni diventa centrale e si confonde con la questione climatica. Le persone che non pensano che la questione climatica sia importante, o che la negano, vedono molto bene la questione delle migrazioni; è questa che trascina tutti i paesi, elezioni dopo elezioni, e spinge a tornare alle frontiere nazionali quando sono le meno adatte alla questione climatica come a quella dei rifugiati.

Finché non sarà presa in conto la questione del terrestre, si resta nell’alternativa tra la fuga in avanti super moderna e il ripiegamento identitario. La sua via politica potrebbe essere quella del centro?

Piuttosto quella di un decentramento. La politica si definisce in base a un’opposizione, ma anche attraverso un luogo, un territorio. La destra e la sinistra oggi non funzionano più perché non hanno precisato il quadro materiale nel quale esse andavano a differenziarsi. Il mutamento ecologico obbliga a riproporre delle questioni politiche materiali: quanti siamo? A quale temperatura? Che cosa mangiamo? Dove abitiamo? Come ci sfruttiamo gli uni con gli altri? Come limitare lo sfruttamento? Tali interrogativi rilevano rispetto a ciò che si chiamava la questione sociale, ma con una definizione talmente ristretta del sociale che si dimenticava tutti gli altri elementi che compongono necessariamente il collettivo. È stata mal definita anche dagli stessi ecologisti, che non sono arrivati a tracciare il legame tra la questione sociale nel senso ristretto e la nuova questione sociale in senso esteso.

Come interpreta il fallimento dell’ecologia politica?

La nozione di natura ha fuorviato gli ecologisti, che non hanno voluto analizzare le sue proprietà politiche. C’è una specie di divisione assai tragica, a partire dalla fine della guerra del 1940, tra la questione sociale, nella sua definizione socialista, e una natura esterna. Ci si è interessati al sociale e non alla natura. Si è caduti nella trappola che sta nella Costituzione moderna, tratteggiata nel XVIII secolo, quella che distingueva la politica degli umani da quella della natura. I sociologi condividevano questa distinzione e da trent’anni cerco di convincerli che gli esseri non umani non formano una natura esterna alla società, ma fanno parte anch’essi del collettivo. L’ecologia ha accettato tale esteriorità della natura. Ora, il partito ecologista è scomparso, non è poi un male perché i partiti, in ogni caso, non sembrano più capaci di fare il loro lavoro di composizione delle denunce e rivendicazioni politiche. Ma la questione ecologica ritorna attraverso quella del territorio e delle migrazioni: come e dove andremo a vivere? Su quale Terra?

Lei critica anche la negazione della politica da parte dell’ecologia, che si è basata su una certa ideologia e ha fatto ricorso direttamente alla scienza e ai suoi risultati incontestabili per affermare l’esistenza del riscaldamento climatico.

Nel novembre 2017, Le Monde titolava: «Domani, sarà troppo tardi» a caratteri 60, cioè i titoli che si usavano se si doveva annunciare: «La Corea del Nord bombarda Washington». Eppure, tale genere di titoli non hanno alcun effetto: il giorno seguente si parlava di altre cose. È una situazione da pazzi: da un lato, la minaccia gravissima annunciata a gran voce da quindicimila ricercatori, dall’altro lato, un’inazione paralizzante. Mi interessa sempre più l’aspetto psicosociale di tale indifferenza: siamo bombardati d’informazioni, ma non abbiamo la dote affettiva, estetica e mentale per trattarle. Questa è la ragione principale del ritorno verso una definizione mitica dell’appartenenza alla nazione. Da un lato si apprende che è la fine del mondo e, dall’altro lato, che bisogna ritornare in modo rabbioso e brutale allo Stato nazionale, vedi etnico. Al fondo, tale attitudine si capisce: se si deve vivere una catastrofe, almeno restiamo alla gated community che conosciamo proteggendoci dietro un muro. D’altronde, il grosso come i piccoli fanno la stessa cosa: i ricchi fuggono nell’offshore, i piccoli nello Stato-nazione di una volta.

Come atterrare, trovare un suolo, orientarsi verso il polo terrestre, sapendo che se ne respinge più di uno?

In fondo, tutti i movimenti ecologisti puntano in tale direzione da centocinquant’anni. Le forze che chiamiamo progressiste già hanno cambiato la propria logica. Ci troviamo nella situazione tragica di perdita dei poli creati dalla mondializzazione e dalla nazione, ma la questione climatica è diventata centrale. Dalla geopolitica alle esperienze multiple delle femministe, passando per il ritorno dell’antropologia come forma contemporanea di resistenza, la moltiplicazione di opere sulla nuova materialità dei suoli, lo sviluppo assolutamente sorprendente delle arti del suolo e le esperienze agricole alternative, il paesaggio è già cambiato. Ma non c’è rappresentazione politica unificata, per mancanza di un orizzonte condiviso.

Lei propone una nuova opposizione: essere moderni o essere terreni.

Direi piuttosto terrestri; “terreni” fa un po’ contadini del Danubio. Il problema è che la definizione del mondo della modernità è molto astratta. Quando si elaborò il progetto moderno, non si conosceva la temperatura che avrebbe avuto il mondo moderno, né che si poteva arrivare a essere 9 o 12 miliardi di persone. Tali questioni fondamentali d’organizzazione della vita comune erano lasciate nella nebbia più completa, come nelle utopie classiche però derise. Bruscamente ci siamo accorti che la modernità è un’utopia e che i Moderni sono inadatti al futuro. Non siamo capaci di cambiare rapidamente nel momento stesso in cui le minacce si moltiplicano. Perché il mondo moderno ha una cattiva concezione del materialismo, richiede lungo tempo giungere ad una situazione d’allerta. Cosa divertente: si hanno esattamente le caratteristiche di ciò che si chiamavano «le società chiuse arcaiche», che si supponeva fossero incapaci d’adattarsi rapidamente alla modernità. Ora è questa, sembra, che è la più incapace di muoversi.

Come giudica la politica francese in occasione del summit Cop23?

(…) Non si può fare granché se la politica é lasciata allo Stato: le questioni ecologiche non possono essere trattate dal normale apparato dello Stato. Questo si occupa sempre di ciò che prima i militanti sono arrivati a rendere visibile; lo Stato non può mai anticipare le questioni future, cosa che è compito della politica dei ricercatori, dei cittadini, dei militanti e che lo Stato può organizzare solo dopo. Qui sta l’importanza delle zone da difendere (Zad), ancora irriducibili di fronte ai tentativi di captazione da parte dello Stato. Le questioni ecologiche restano esterne alle preoccupazioni sociali sin quando non c’è un popolo capace di legarle. La questione delle diseguaglianze territoriali – in senso lato – rinvia anche a ciò che chiamo le classi geo-sociali. C’è anche l’enciclica del papa, Laudato Si’, che traccia il legame tra diseguaglianze ed ecologia e che permette di mobilitare altrimenti la politica.

Il compito più urgente è il più lento: occorre trovare un popolo corrispondente alla questione ecologica, allo stesso modo in cui si è a lungo avuto un popolo che corrispondeva alla questione sociale. La ragione è che l’appartenenza a spazi territoriali resta troppo astratta. Non si sono ancora viste le connessioni che tale crisi ecologica offriva alla questione sociale: il popolo manca. Per trovarlo, occorre già poter determinare il territorio, il suolo, l’habitat sul quale vive.

Lei propone che delle lamentele e denunce siano rivolte all’Europa per passare in rassegna i problemi attorno ai quali un popolo potrebbe costituirsi.

La procedura pratica che propongo consiste in effetti in dei cahiers de doléances [quaderni delle lamentele e denunce] nel senso del 1789, che facciano una descrizione precisa, rapida e condivisa dei territori in lotta gli uni con gli altri, cioè delle classi geo-sociali installate e definite su un territorio. Ciò che delle persone senza molta istruzione erano capaci di fare due secoli fa dovrebbe essere fattibile oggi. Ognuno può definire dove atterrare. Non si può fare politica senza popolo e non si può avere popolo se non si ha territorio.

Evoco quindi l’Europa, a titolo personale, perché non si può chiedere dove atterrare, se non si dice dove si vuole atterrare. La questione europea mostra l’ambiguità delle appartenenze: l’Europa è allo stesso tempo nazionale, post-nazionale e regionale. Questa patria europea ha una buona scala: né troppo piccola, né troppo grande. Se alcune persone sono state sorprese da quella parte sull’Europa del mio libro, è perché ritengono che non si abbia il diritto di parlare dell’Europa come patria vissuta. Ora, anche se non la si valorizza positivamente, va riconosciuto che essa si trova definita negativamente per effetto dell’abbandono simultaneo degli Stati Uniti e del Regno Unito, senza dimenticare la Turchia, l’ostilità sempre pressante della Russia e la concorrenza della Cina. Non è forse questo che disegna l’Europa come zona da difendere? 

La traduzione dal francese è di Salvatore Palidda.