La Peppa Tencia delle scorie radioattive (con un po’ di poesia)

La vena “civile” nei versi di Remo Fasani, di cui sarà prossimamente celebrato, con un convegno, il centenario della nascita 

La scena pare questa: tre uomini seduti su una barca si lanciano di mano in mano una bomba a orologeria, salvo tirare un sospiro di sollievo quando la patata bollente passa al vicino di panca. La questione dello stoccaggio permanente delle scorie radioattive è sempre stata, in Svizzera, il gioco della Peppa Tencia, e che non se ne parlasse più da anni – a livello di opinione pubblica nazionale, specie a sud delle Alpi – ha soltanto illuso che qualcosa nel frattempo fosse cambiato. Notizia delle scorse settimane è la decisione dell’autorità svizzera per lo smaltimento delle scorie radioattive (NAGRA) di puntare decisamente sulla regione di Lägern (Zurigo), scartando gli altri siti presi in considerazione in anni recenti nel Giura orientale, a Bözberg (Argovia) e nel Weinland zurighese.

L’iter politico sarà ancora lungo ma l’attualità del tema riporta alla mente, per contrasto, vicende oramai consegnate ai libri di storia, che videro pure la Svizzera italiana implicata in prima linea con la questione. Erano i primi anni Ottanta e con decisione salomonica, figlia del migliore federalismo elvetico, si misero sul tavolo tre potenziali soluzioni per la gestione delle scorie, a Bauen (Uri), Ollon (Vaud) e Mesocco (Grigioni), una per ogni regione linguistica, con una par condicio culturale e politica che avrà fatto sorridere qualche geologo o qualche fisico nucleare. Il fatto che ognuno di questi tre siti sia sparito dai radar da molti anni – all’epoca se ne occupava la CISRA, la Cooperativa per l’immagazzinamento delle scorie radioattive – è significativo di quanto la prudenza sia assolutamente necessaria in decisioni di tale portata.

L’opzione grigionese aveva suscitato scalpore a sud della Alpi e aveva visto in prima linea l’intellettuale e poeta Remo Fasani (1922-2011), cresciuto sotto le pendici del Piz Pian Grand e già reso sensibile dagli stravolgimenti che avevano toccato la regione di Pian San Giacomo dopo la costruzione dell’impianto idroelettrico di San Bernardino (1960). Un simile paradiso in terra – parlo per cognizione di causa, ci ho passato tutte le estati della mia infanzia – non doveva essere toccato neanche dall’ipotesi di uno stoccaggio radioattivo, e Fasani fu tra i più attivi oppositori sui media. Memorabile un suo contributo in due puntate apparso su «Libera Stampa» il 22-23 settembre 1983, intitolato Mesocco, pattumiera radioattiva? 

Ma pure la sua vena poetica, già precocemente segnata dalla sensibilità ecologica negli anni Sessanta, era stata risollecitata dall’attualità, come dimostra il poema Pian San Giacomo di cui si riprendono alcuni stralci qui sotto. Nato come canto della natura incontaminata intaccata dal nuovo bacino idroelettrico, un quindicennio più tardi il poema fu modificato per accogliervi la polemica sul nucleare. In questo modo Fasani metteva in relazione – da poeta – ogni tipo di trasformazione radicale del territorio, portando in superficie il «gomitolo di concause» che aveva suggerito l’ipotesi di uno stoccaggio sul Piz Pian Grand: dapprima la creazione dell’impianto idroelettrico, poi il completamento dell’A13 e infine, favorito dai due elementi sopra citati, l’immagazzinamento delle scorie.

Curiosamente l’opzione grigionese decadde non già per le obiezioni cantonali (il Gran Consiglio di Coira votò infatti a favore) ma per una piccola ingerenza del Canton Ticino, che in parlamento si disse invece contrario e vicino agli oppositori mesolcinesi. Fu un momento non secondario di tensione regionale a cavallo della frontiera linguistica, la cui memoria si conserva oggi anche grazie ai versi di Remo Fasani che, profondamente ferito dalle decisioni del proprio Gran Consiglio, rifiutò di candidarsi per il Premio culturale del Canton Grigioni. A cento anni dalla nascita, mentre si approssima il convegno che l’Università di Zurigo gli dedicherà il prossimo 11 novembre (peccato non averlo fatto all’USI), è giusto ricordare la sensibilità ecologica e l’impronta civile di un autore un po’ dimenticato della nostra cultura italofona.

(Poi tra me e me mi chiedo – ma dovrei forse girare la domanda a un Bruno Storni – perché non sia possibile sparare le scorie nello spazio: se è vero che l’universo è in espansione, non le vedremmo più. Ma sarà ragione di costi più che di morale)

In una valle all’orlo dei Grigioni,
in Mesolcina,
in fondo al Pian San Giacomo,
esiste… esisteva, non sono molti anni,
un podere, nel podere una cascina
per abitarci. Poi venne il progresso
e, dove ieri si stendeva un pezzo di mondo,
vaneggia, oggi, un serbatoio idrico,
un catino difeso da una rete metallica,
nerastro, che non rispecchia il cielo.
[…]

Ma gli Dei, che bramano
da soli essere felici,
e più gli Dei del nostro tempo,
già sono pronti a volgere,
i Plutocrati, i Tecnocrati,
in maledizione
la benedizione nativa.
Vogliono rimutarla, essi,
l’antica valle all’orlo dei Grigioni,
nella nuova terra di nessuno
e lì vuotare la faretra
delle frecce avvelenate…
le frecce della peste…
non quella di Apollo…
la peste atomica…
l’infinita…
Ma qui finisce lei, la poesia.
Qui comincia la prosa. E forse il nulla.

(Remo Fasani, Pian San Giacomo, 1969-83)


La storia infinita ed il ritorno dei cliché

La vena “civile” nei versi di Remo Fasani, di cui sarà prossimamente celebrato, con un convegno, il centenario della nascita 

Fra gli elementi principali del mandato di servizio pubblico della RSI vi è quello, si sa, di proporre temi, divulgare avvenimenti, presentare personaggi legati al mondo della cultura. Per far questo c’è naturalmente ed anzitutto una specifica Rete radiofonica (Rete Due, naturalmente) che il suo lo fa, tutti i giorni, con i mezzi (pochi) che ha. Anche sul versante dell’offerta online, i diversi  ambiti della cultura trovano costante trattazione in pagine di news o in veri e propri “canali”.

Poi c’è la “cultura in Tv, una “brutta bestia” da una vita, e detto con tutto il rispetto, perché è davvero un’impresa improba, da anni e sempre più, in un panorama televisivo che trita e centrifuga qualunque cosa con un effetto di “brusìo indistinto” che omologa (e annichilisce) qualsiasi spazio di riflessione, definire quale dovrebbe essere lo spazio da assegnare ad un programma culturale.

Questione di “audience” di trasmissioni destinate, si dice, ad un “pubblico di nicchia” e che le emittenti (non solo la nostra) finiscono per cacciare (pardon, “collocare”) in sperduti meandri del palinsesto, confidando, nella migliore delle ipotesi, in un consumo differito, con una fruizione online successiva alla diffusione lineare.

A far da eccezione virtuosa a questa ormai dilagante tendenza, vi sono due programmi RSI La1 trasmessi negli scorsi giorni. Vi è il ritorno di “Cliché”, (il mercoledì sera, alle 21.55), un format ideato e presentato da Lorenzo Buccella che ruota attorno a termini spesso usati ed abusati fino al non senso, per recuperarne tutta una loro gamma semantica di indubbio e sorprendente interesse. Prendiamo, ad esempio, nella prima puntata di questa nuova serie, la parola “pornografia” e scopriremo che è molto di più e molto altro di quanto si pensi solitamente, è molto di più ed altro di un “cliché”. 

Per scoprirlo basta accogliere l’invito di Buccella a seguirlo nel suo viaggio, fra ospiti, filmati, interventi di Tommaso Soldini ed una funambolica narrazione fatta, per usare parole care allo stesso Buccella, di scorciatoie e rimbalzi (non sempre immediati), per scoprire che “pornografia” è, per dirne una, anche un certo modo di fare informazione. 

“Cliché” si conferma una programma che osa, che conta sull’attenzione e l’intelligenza dello spettatore, che approfondisce intrattenendo (o intrattiene approfondendo). Sperimenta, insomma, com’è giusto che faccia la tv, a maggior ragione se di “servizio pubblico”.

Ed in piena adesione alla missione, appunto” di servizio pubblico arriva anche la vera novità stagionale, ovvero “La storia infinita” (lunedì, alle 21.10), presentata da un eccellente affabulatore  qual è Jonas Marti, che ci conduce in un altro tipo di viaggio, dentro la storia del nostro territorio, quello alpino che oggi si chiama Svizzera, per dirci in termini semplici ed affabili, cosa sia stata questa nostra terra, ai tempi dei Romani, oppure (nelle prossime puntate) nel Medioevo, nell’epoca dei Baliaggi e infine sul percorso della “Via delle genti”.

È davvero una storia infinita, piena di eventi, grandi quanto minuti, fra battaglie e momenti di straordinaria trasformazione sociale e culturale, che viene qui raccontata in modo molto accattivante e coinvolgente, grazie alle numerose e precise “incursioni” sui luoghi narrati (si pensi, per l’epoca romana, ad Aventicum – Avenches, oppure ad Augusta Raurica – Augst) che Marti attraversa con l’incedere e l’eloquio alla Alberto Angela per darci conto di vicende che forse, lontanamente, abbiamo tutti abbordato (con vario sopore) in qualche lezione di storia alle Medie, e che qui, con l’uso accorto ed efficace della telecamera, prende nuova vita, ci getta dentro gli eventi e ce li spiega facendoceli un po’ “convivere”, anche negli ottimi momenti girati in studio, con ospiti qualificati. Una bella novità, questa “Storia infinita”.  


Schadenfreude

La vena “civile” nei versi di Remo Fasani, di cui sarà prossimamente celebrato, con un convegno, il centenario della nascita 

Di Giulia Di Bella, The Vision

A tutti, prima o poi, è capitato almeno una volta nella vita di provare piacere di fronte al disagio di un altro. Non è qualcosa di cui andare fieri, o facile da ammettere, eppure è un impulso che sembra essere innato. Per quanto esecrabile, l’attrazione che proviamo nell’osservare gruppi di persone in condizioni di difficoltà o patimento è la causa del successo di contenuti televisivi che fanno leva sull’emotività degli spettatori attraverso la pornografia del dolore. Per portare alla luce questa tendenza, e denunciare la deriva della televisione e dei media contemporanei, la scrittrice belga – naturalizzata francese – Amélie Nothomb ha pubblicato nel 2005 il romanzo  Acido solforico.

Nothomb è nota per i suoi romanzi provocatori, acuti e cinici, che senza ipocrisia o  intento pedagogico rivelano i sentimenti più biechi che ci popolano. In Acido solforico la scrittrice abbandona il suo sarcasmo per realizzare, attraverso una narrazione parossistica, una metafora di certe dinamiche televisive spietate, che monopolizzano i palinsesti e raccolgono grande consenso di pubblico. Acido solforico, infatti, è ambientato all’interno di un reality intitolato Concentramento, dove un gruppo di malcapitati, reclutati a caso tra la gente comune, viene rinchiusa in un luogo ispirato ai campi di sterminio nazisti. I protagonisti del reality – le vittime – vengono privati del nome di battesimo e identificati attraverso un numero inciso sul corpo; in seguito al processo di spersonalizzazione, poi, sono costretti a subire torture fisiche e psicologiche da parte dei cosiddetti kapò, anch’essi scelti tra le persone comuni. 

L’unico scopo del gioco, in Acido Solforico, è la violenza al fine di intrattenere gli spettatori, e non è un caso che i kapò vengano selezionati in base a un unico requisito: la totale indifferenza di fronte alla crudeltà e alle ingiustizie perpetrate. Se infatti, all’interno del reality descritto da Nothomb, le vittime non hanno alcuna colpa, i kapò sono esseri privi di qualunque virtù. Il meccanismo del reality fa centro in breve tempo: da un lato ci sono innocenti vessati e talvolta uccisi, dall’altra spettatori irresistibilmente attratti dallo spettacolo della violenza che fanno la fortuna della trasmissione.

Sulle motivazioni che portano l’essere umano a essere attratto dallo spettacolo della sofferenza e della sfortuna altrui, sono stati condotti diversi studi e, per descrivere il fenomeno, è stato scelto il termine tedesco Schadenfreude. Questa parola composta deriva dalla crasi di Schaden, che significa “disgrazia”, e Freude, “gioia”, e indica la combinazione di curiosità morbosa e appagamento che si prova nel vedere qualcuno fare una figuraccia, mettersi in una situazione di difficoltà o pericolo, o addirittura provare disperazione e soffrire. 

Benché moltissime lingue abbiano una parola specifica per descrivere questo sentimento, il termine tedesco si è imposto soprattutto nel linguaggio scientifico ed è spesso usato come prestito linguistico. Ma in realtà già Aristotele aveva coniato una parola per descrivere questo sentimento: epikairekakìa, da epikàiro, “rallegrarsi”, e kakìa, “cattiveria” o “sventura”. Esiste poi per l’italiano aticofilia, vocabolo di origine greca che indica una sensazione affine a quella descritta dal termine tedesco.

Tra gli studiosi che hanno indagato recentemente la natura e le cause della Schadenfreude c’è la storica Tiffany Watt Smith nell’omonimo libro Schadenfreude. Nel saggio, l’autrice spiega i meccanismi psicologici che stanno alla base di questo sentimento, inutilmente spietato quanto difficile da tenere a freno. In Schadenfreude, Watt Smith spiega che il piacere per le disgrazie altrui scaturisce innanzitutto da un sentimento di rivalsa e dalla voglia di ristabilire una situazione di equilibrio: se l’altro, che noi reputiamo più fortunato di noi, ha una defaillance o addirittura soffre, noi ne beneficiamo per un senso di giustizia. Siamo dunque colti dal sollievo poiché siamo incapaci di ricavare appagamento dalla nostra vita e, di conseguenza, la ricerchiamo nei patimenti dell’altro, come se questi patimenti regolassero i conti e riducessero la nostra invidia. L’invidia, dunque, scaturirebbe dalla convinzione che il benessere dell’altro sia immeritato, frutto di una fortuna cieca e ingiusta.

“Veder soffrire fa bene” scriveva Nietzsche, mentre un detto giapponese ci ricorda che “La sfortuna degli altri è dolce come il miele”. Per questo, secondo Watt Smith, tutti prima o poi ci sentiamo allietati per l’umiliazione subita da uno sconosciuto, o ci esaltiamo dinanzi all’incompetenza altrui, o ancora proviamo una sorta di soddisfazione nel veder smascherati gli ipocriti. Non possiamo infatti tenere a freno l’impulso di paragonarci a chi ci circonda e di cercare di prevalere sugli altri, e il modo più facile per sentirci superiori è essere testimoni dei loro fallimenti. La consideriamo un’attività puramente contemplativa, in cui non abbiamo un ruolo attivo; ciononostante ce ne vergogniamo, allora proviamo a scagionarci considerandola una sorta di rivincita, per noi e il nostro senso di inadeguatezza. Per quelle nostre vulnerabilità e debolezze che non vogliamo accettare.

Come scrive Wilco Van Dijk, docente ed esperto di psicologia applicata al sociale, nel suo saggio del 2016, anch’esso intitolato Schadenfreude: “A volte chiamiamo in causa la giustizia per spiegare a noi stessi la gioia, anche se a qualche livello sappiamo che si tratta in realtà di invidia”. Gli studi condotti da Watt Smith e Van Dijk rispondono a una domanda che, già nel 1650, si faceva il filosofo Thomas Hobbes in Elementi di legge naturale e politica, chiedendosi “da che passione deriva il fatto che gli uomini traggano piacere dal contemplare, dalla riva, il pericolo di coloro che sono in mare durante una tempesta?”. Un piacere che secondo il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer rivela tutta la crudeltà di cui gli uomini sono capaci, ma che è sintomo anche di una scarsa conoscenza di se stessi.

Come sostiene la dottoressa Grazia Aloi, esperta in psicologia clinica, chi prova Schadenfreude è spesso incapace di guardarsi dentro e instaurare un dialogo interiore onesto, non ha raggiunto una maturità psicologica e affettiva, ha scarse capacità relazionali e difficoltà nel sopportare frustrazione e sofferenza. Questa condizione, però, non è irrimediabile e il primo passo per imparare a gestirla è prenderne consapevolezza senza trincerarsi dietro l’ipocrisia. Alla base della Schadenfreude ci sarebbe infatti una spiegazione scientifica: come dimostra uno studio dello psichiatra  Hidehiko Takahashi – condotto sfruttando la risonanza magnetica funzionale – quando si assiste al dolore altrui si libera dopamina, di conseguenza ci sentiamo subito più felici.

Oltre a constatare l’esistenza della Schadenfreude, il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche sosteneva che cagionare sofferenza fosse ancora più piacevole che assistervi passivamente. Un’affermazione che trova riscontro nel romanzo di Nothomb. Il reality show Concentramento, infatti, raggiunge l’apice del successo quando gli organizzatori prendono una decisione: sarà il pubblico, attraverso il telecomando, a decidere chi dei protagonisti verrà ucciso, dopo essere stato sottoposto a brutali sevizie. Agli spettatori vengono consegnati pieni poteri, viene appagato il loro bisogno di piena affermazione sui propri simili e, con questo espediente, li si tiene definitivamente incollati allo schermo.

Il nostro mondo, sempre più lontano dall’informazione e dall’approfondimento e affezionato a un genere di intrattenimento che fa leva proprio sulla Schadenfreude, vede a sua volta concorrenti pieni di sogni che vengono mortificati da esperti chiamati a giudicarli; personaggi più o meno noti abbandonati su isole deserte, prostrati dalla fame e dall’assenza di igiene; vip in preda a crisi d’ansia o a incontrollate reazioni di rabbia, a causa della convivenza forzata e della mancanza di privacy, spiati ventiquattr’ore su ventiquattro per mesi e mesi; o ancora lacrime di donne e uomini affranti perché il proprio partner li ha traditi o abbandonati in diretta tv. Tutti esempi, questi, di fatica e sofferenza non mostrati per indagarne le cause profonde ma, proprio come accade nel romanzo di Nothomb, per intrattenere gli spettatori, colti da un’innata Schadenfreude.

Questo stato emotivo, che raramente siamo disposti ad ammettere di provare, infatti, ci impedisce spesso di agire in modo etico. La Schadenfreude è un sentimento dannoso non solo per gli altri, ma anche per noi stessi: da un lato ci procura senso di colpa e vergogna diminuendo la nostra autostima; dall’altro ci impedisce di provare empatia. Se per sentirci meglio abbiamo bisogno di sapere che gli altri sono inferiori a noi, o più svantaggiati, stiamo perdendo di vista il senso dell’appagamento, che dovremmo cercare solo ed esclusivamente nel nostro agire. Piuttosto che continuare a nutrirci del dolore e dei fallimenti altrui, dovremmo capire che soddisfare questo impulso non accresce le nostre qualità, ma ci fa somigliare sempre di più a degli aguzzini famelici, ipnotizzati dallo spettacolo disumano che non riescono a smettere di contemplare.


Tre Nobel contro Vladimir

La vena “civile” nei versi di Remo Fasani, di cui sarà prossimamente celebrato, con un convegno, il centenario della nascita 

Farà spallucce il neo-zar di Mosca. Per Vladimir Putin l’ “Occidente è demoniaco”, lo ha ripetuto nel discorso sull’annessione alla Russia delle quattro regioni del Donbass, teatro di osceni referendum, inverosimili nell’esito per le condizioni in cui si sono tenuti, senza garanzie di libera scelta, in territori controllati militarmente, in Oblast’ (governatorati) parzialmente svuotati dalla fuga di milioni di persone (verso Occidente, o rifugiatesi nel paese dell’autocrate moscovita), dove l’esercito ucraino sta vistosamente riguadagnando terreno, tanto che un portavoce del Cremlino ha dovuto ammettere che oggi nemmeno è possibile indicare i confini delle regioni inglobate con la forza e l’arbitrio nella Madre Russia. 

“Demoniaco l’Occidente”, e ora verosimilmente anche il suo celebre (a volte anche contestato e incongruo) premio, il Nobel per la pace. Non fu così – quantomeno formalmente – lo scorso anno, quando il riconoscimento andò fra gli altri a Dimitry Muratov, direttore di “Novaja Gazeta”, coraggioso giornale moscovita d’opposizione, che si vide recapitare addirittura i complimenti del Cremlino. Congratulazioni e fair play che sapevano anche di beffa e provocazione, essendo quella la testata che aveva ospitato cronache (soprattutto sulla spietata repressione in Cecenia) e commenti (tutti di marca anti-putiniana) di Anna Politkovskaja, uccisa con una pallottola alla nuca nell’ascensore del suo palazzo, nel giorno del compleanno di Putin, quasi dovesse simboleggiare un prezioso e personalissimo omaggio all’autocrate, crimine sui cui mandanti e autori non si è mai indagato sul serio. Ma oggi è diverso. Oggi Putin ha la sua guerra in Ucraina, è militarmente all’angolo, scarsi e tiepidi gli appoggi internazionali su cui contava, difficile quindi che ci saranno nuove congratulazioni.

Anche perché tutti e tre i premi distribuiti dal Comitato di Oslo sono quest’anno, direttamente o meno, un atto di accusa nei confronti del putinismo. Compreso quello assegnato al bielorusso Ales Bialiatski, da anni attivista per la difesa dei diritti umani, oggi di nuovo in carcere senza processo per la sua denuncia del regime di Lukascenko, che ancora un paio di anni fa la stampa internazionale chiamava ‘l’ultimo dittatore comunista’ d’Europa, come se il burattinaio da cui si lascia facilmente convincere e soprattutto armare, cioè Putin, fosse uno stinco di democratico. 

Premio per nulla casuale: le ondate di contestazione (anche operaia) nella “Russia Bianca” sono state bloccate da numerosi arresti fra i leader della rivolta e non solo, dall’esilio di molti portavoce dell’opposizione costretti alla fuga, da sequestri e rapimenti (anche fra i passeggeri di aerei civili di linea) che hanno falcidiato la protesta nata dall’accusa di colossali brogli elettorali nell’ultima consultazione per la presidenza. Cremlino consenziente. La tragedia ucraina, col timore che anche l’alleato di Minsk inviasse il suo esercito sui campi di battaglia, ha certo contribuito a questa ‘tregua interna’. La Bielorussia si è data una postura da combattente, ma non si è mossa: per furbizia di Lukaschenko o per volere di Putin (che evita così un’ulteriore mortificazione), ancora non s’è capito. 

Gli altri due Nobel sono ancora più espliciti nella condanna del presidente russo e dei cekisti che lo circondano e assecondano. Il Centro per le Libertà civili a Kiev, nato per consolidare lo Stato di diritto in Ucraina (e ce n’era sicuramente bisogno in una nazione arata da vendette e contro-vendette comunitarie), si occupa oggi soprattutto di scoprire e documentare le stragi commesse dalle truppe russe (per lo più giovani coscritti poveri, e reclutati, in particolare, nelle periferie asiatiche del paese). E poi il “Memorial” di Mosca, che il Cremlino ha chiuso pochi giorni dopo l’avvio della cosiddetta ‘operazione militare speciale’. Fondato nel 1989 da Andrej Sacharov, fisico e fra i ‘padri’ dell’atomica sovietica, poi noto per il suo impegno a favore dei diritti civili, e riportato a Mosca dal confino da Gorbaciov durante la ‘perestrojka’, il “Memorial” era diventato la ‘banca dati’ per la denuncia dei crimini staliniani.  

Missione fastidiosa e urticante per il neo-zar: un Putin lontanissimo dai tentativi democratici e anche naif di ‘Gorby’ (accusato di essere il responsabile del crollo dell’Urss), e uno zar che invece ha contribuito a una vistosa riabilitazione di Stalin, il vincitore  della guerra patriottica contro Hitler (i cui eredi sarebbero dirigenti milizie e popolazione ucraine, da ‘denazificare’) e soprattutto  ‘il piccolo padre’ che aveva saputo, a prezzi umani altissimi, mantenere e allargare l’impero sovietico. Sogno ancora inseguito dal settantenne Vladimir Vladimirovic. Che guida la storia del suo paese con gli occhi puntati sullo specchietto retrovisore.


Le dimissioni del Vescovo

La vena “civile” nei versi di Remo Fasani, di cui sarà prossimamente celebrato, con un convegno, il centenario della nascita 

Chi sapeva, sapeva già da qualche tempo, ma democristianamente taceva. Poi è arrivata la RSI a bruciare l’embargo (non ci sono più gli embarghi di una volta) e la questione è diventata di pubblico dominio prima ancora che giungesse da Roma l’ufficialità delle dimissioni accettate. Eletto nel 2013, non senza qualche resistenza sul fronte del diretto interessato, Monsignor Valerio Lazzeri lascerà nelle prossime settimane la carica di Vescovo della Diocesi di Lugano, per motivazioni che spiegherà nel corso della prossima settimana, ma che voci vicine alla curia suggeriscono non esenti da un generale sentimento di difficoltà, se non addirittura di inadeguatezza nei confronti di un compito e di una responsabilità che pure ha portato sulle proprie spalle nel corso degli ultimi nove anni. 

Non è necessario scomodare l’ingravescentem aetatem di Benedetto XVI (anche perché Mons. Lazzeri ha soltanto 59 anni) perché il Canton Ticino ha già conosciuto partenze premature dei propri vescovi, dalla malattia che colpì Eugenio Corecco nel 1995 alla breve stagione di Ernesto Togni (1978-86) che lasciò per ragioni di salute e che oggi, a 96 anni appena compiuti, può dire di avere incontrato ben quattro dei suoi successori (presto cinque).

Mons. Lazzeri passerà alla storia verosimilmente come il vescovo del covid e del “Giornale del Popolo”, il pastore che ha saputo parlare a una popolazione di fedeli provati dalle settimane di lockdown, con memorabili omelie televisive dalla chiesa luganese del Cristo Risorto, e che però non ha voluto o potuto salvare il quotidiano fondato nel 1926 dal suo predecessore Aurelio Bacciarini. Che la diocesi ticinese abbia conosciuto negli ultimi anni qualche problema di management non è un mistero per nessuno, ed è in fondo comprensibile che l’indole riflessiva di Mons. Lazzeri, più incline agli studi teologici che alla gestione del personale o delle finanze, abbia infine prevalso.

Il capitolo che si apre ora è dei più critici: in attesa che la procedura di nomina del futuro vescovo inizi il proprio iter, tradizionalmente lungo e complesso, dovrebbe giungere da nord un reggente ad interim (si cita il nome di Alain de Raemy, vescovo ausiliare di Friburgo) incaricato di traghettare la diocesi nel corso dei prossimi mesi, una scelta che permetterebbe di risolvere nel contempo, grazie a questo trasferimento, anche qualche magagna sul fronte della chiesa romanda. 

Senza voler mancare di rispetto a nessuno, l’opzione pur temporanea per un vescovo-balivo ha certo il merito di lasciare tranquille le acque luganesi ancora per qualche tempo, ma non può non richiamare alla mente l’epoca dell’amministrazione apostolica (1884-86), quando le sorti della chiesa ticinese venivano decise in riva al Reno dal vescovo basilese Eugenio Lachat.

Prevedere il futuro è un esercizio che mal si coniuga con le dinamiche misteriose delle decisioni vaticane, ma se proprio dobbiamo passarci sopra del tempo possiamo riprendere in mano il Totovescovo rimasto nel cassetto dalla volta scorsa, quando si erano fatti i nomi (ancora validi) di don Arturo Cattaneo e di Padre Mauro Giuseppe Lepori: il primo in quota Opus Dei, di cui è il referente spirituale in Ticino; il secondo vicino ma non assimilabile a Comunione e Liberazione, attuale abate generale dell’Ordine dei Cistercensi. 

L’alternarsi, nella serie recente dei vescovi ticinesi, di figure forti (Corecco e Grampa) ad altre apparentemente meno incisive (Togni, Torti, Lazzeri), almeno sotto un certo punto di vista, lascerebbe spazio a entrambi i candidati, noti per essere personalità carismatiche e di piglio deciso. Ma la strada sarà ancora lunga.


Giornalisti, barra tutta a sinistra?

La vena “civile” nei versi di Remo Fasani, di cui sarà prossimamente celebrato, con un convegno, il centenario della nascita 

“C’è poco da fare: che i giornalisti (o almeno la maggior parte di essi) siano di sinistra è uno stereotipo che emerge di continuo, come una “scoperta” o come una denuncia” Così comincia un suo articolo sul CdT (4 ottobre) Enrico Morresi (che di giornalismo se ne intende) in risposta a un articolo di Robi Ronza, apparso sullo stesso giornale il giorno prima.

Robi Ronza (me lo ricordo questo Robi Ronza che si aggirava misterioso, sconosciuto e non invitato, per il corridoio del GdP, negli ultimi giorni della mia direzione, certamente sospintovi dagli amici ciellini, oramai certi della conquista) vi sosteneva che “tutti i maggiori quotidiani italiani simpatizzano per la sinistra”. Una prova la si avrebbe anche nell’esistenza di un sindacato unico, le cui votazioni interne dimostrano che “almeno due terzi dei giornalisti sono in vario modo su posizioni di sinistra”. A questo quadro “non fanno eccezione le redazioni dei telegiornali di Mediaset… né tanto meno quelle della Rai”, e si è persino riusciti a “organizzare rapidamente una nuova TV di sinistra come LA7”. “Persino il quotidiano economico Il Sole/24/ore “, che appartiene alla Confindustria, è vicino alla sinistra”.

Noi potremmo aggiungere (forse con qualche condivisione anche da parte dei ciellini) che persino papa Francesco rientra nella categoria o anche più in là (considerato che non gli è mancata l’etichetta di “adepto della teologia della liberazione”, quasi fosse una massoneria, di “marxista” o di “cattocomunista”, mai chiedendosi – forse per un troppo lungo periodo di collateralismo con idee e modi poco cristiani all’interno stesso dell’istituzione che governa e che continua ad avversarlo – se non sia semplicemente “cristiano”). Insomma, barra tutta a sinistra, quindi.

Chiamare i pompieri?

Morresi, già presidente dei giornalisti svizzeri, porta a sua volta dati che sembrano confermare una situazione analoga anche in Svizzera. Cita un’indagine svolta tra il 2012 e il 2016 dalla ZHAW (l’università di scienze applicate, con sede a Winterthur) da cui si ricava che il 68.1 per cento dei giornalisti del servizio pubblico e il 61.6 per cento dei giornalisti dei mass-media privati si riconoscono di sinistra.

Morresi, ironicamente, si chiede: “Chiamare i pompieri?”. E risponde, giustamente: “No, è il significato di “sinistra” in questione.” E per dare corpo a quel “significato” si appella a Jürgen Habermas (filosofo, sociologo, politologo tedesco). Ma, probabilmente, ha scelto male. Habermas, che è un esponente della Scuola di Francoforte, definita qualche tempo prima, sullo stesso giornale, da un suo noto opinionista (finanziere), con grande pompa di titolo (La sinistra ha vinto), come l’origine di tutta l’erba mefitica sinistrorsa che ha invaso l’Europa (nutrendo anche il ’68 e via di seguito) e di cui non siamo ancora riusciti a sbarazzarci, forse non era il punto di appoggio opportuno.

Tuttavia, Habermas, citato da Morresi, almeno per noi, ci sta tutto, con la sua definizione: “i giornalisti devono esprimersi come “mandatari” di un pubblico illuminato, critico verso tutte le strutture di potere”. Il fondamento e il metodo della stessa Scuola di Francoforte era appunto la “critica”, essenza della vitalità democratica, che ovviamente disturbava o metteva in crisi le anime belle capitaliste. E non dovremmo comunque dimenticare che Habermas aveva il gusto della discussione che, contrariamente a ciò che lascia credere spesso una interpretazione lenitiva della sua teoria della comunicazione, era molto più vicina all’arte della disputa che del consenso.

Dal serio al tragicomico

Ci sono due considerazioni che si potrebbero fare su questa discussione del preteso “barra sinistra tutta” dei giornalisti: l’una seria, l’altra tragicomica.

In una società che ha assunto il mercato a misuratore di tutti gli scambi e il denaro a generatore di tutti i valori, e dove il giornalismo non riesce più ad esistere o a decidere prescindendo dall’economia, pena lo spettro dell’annientamento o della schiavitù (e infatti aumenta sempre più la concentrazione di testate, con la giustificazione delle economie di scala o della sopravvivenza, assecondando però la volontà di potere e di eliminazione della concorrenza, altro paradosso della società di mercato), diventa quasi consustanziale a un giornalismo attento e serio una sorta di difesa (o autodifesa) “critica”. Che sarà immancabilmente definita “di sinistra”, proprio perché disturba il potere del mercato e dei suoi approfittatori, politici o finanzieri, che sono spesso la stessa cosa. Tanto più che anche la democrazia rischia di essere ridotta a parola vuota o (come rileva Morresi) appannaggio di chi, politicamente, ne fa uno spettacolo circense, con la televisione (o i social), divenuti mezzi pressoché inidonei a un ragionamento compiuto.

Tutto questo si risolve in una sorta di paradosso (nel senso di contraddizione con i principi elementari della logica) che ha del tragicomico.

Nella realtà attuale, i giornalisti tutti barra a sinistra danno vita a politiche e governi tutti barra a destra (persino il papa non se la cava meglio). Delle due, l’una: i giornalisti non sono più credibili, con il risultato che ottengono il contrario di quel che criticano o dicono; alla destra giova assai che i giornalisti continuino ad essere di sinistra perché ne trae grande vantaggio.

Nel primo caso non si tiene conto del potere economico fortemente condizionante, cui è quasi impossibile sottrarsi, tanto da vendergli anche intere pagine redazionali, divenute “pubblicitarie” e mascherate come “spazio pubblico” (povero Habermas e la sua teoria dello spazio pubblico!).

Nel secondo caso non si riesce a capire se l’ideologia esasperata o l’ignoranza fattasi astio non portino la destra nazionale e quei partiti che la rappresentano a capire che non gli conviene ostacolare la barra tutta a sinistra dei media, (ad esempio insistere sulla demolizione continua e sistematica del servizio pubblico televisivo, come stanno ancora facendo), considerato che tutto torna a loro trionfante vantaggio. In barba anche alla democrazia.

Nell’immagine: giornalista con due mani sinistre, da una pubblicità de “il manifesto”


Sergio Rossi – Credito Svizzero sull’orlo del fallimento

La vena “civile” nei versi di Remo Fasani, di cui sarà prossimamente celebrato, con un convegno, il centenario della nascita 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Alle Donne iraniane

La vena “civile” nei versi di Remo Fasani, di cui sarà prossimamente celebrato, con un convegno, il centenario della nascita 


Maurizia Balmelli – Il grande libro delle scelte di Annie

La vena “civile” nei versi di Remo Fasani, di cui sarà prossimamente celebrato, con un convegno, il centenario della nascita 

Ancora una volta gli accademici del Nobel hanno smentito tutti i pronostici, e mentre osservatori accreditati e bookmakers davano quasi per certo il premio per la letteratura a Salman Rushdie, soprattutto per la persecuzione terribile di cui è vittima, o semmai al controverso narratore francese Michel Houellebecq, è arrivata tutt’altra decisione: a vincere per il 2022 è la scrittrice francese Annie Ernaux.

Ottantaduenne, nata in Normandia da una famiglia molto povera, con sacrifici e passione è riuscita a compiere studi letterari fino a diventare insegnante. Militante femminista, fortemente impegnata anche politicamente sin dagli anni ’80, Annie Ernaux è autrice di una serie di romanzi di impronta fortemente autobiografica che ne hanno fatto uno dei grandi nomi della narrativa francese degli ultimi decenni. Tradotta anche in italiano, la sua quasi cinquantennale produzione è pubblicata in questi ultimi anni da una piccola e coraggiosa casa editrice, “L’Orma”, che ha dato alle stampe i suoi testi più celebri, fra cui ricordiamo “Il posto”, “L’altra figlia”, “la vergogna” e “L’evento”. Da quest’ultimo romanzo è stato tratto il film “La scelta di Anne” (orig. “L’événement”) diretto da Audrey Diwan che ha vinto lo scorso anno il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia.

Di Annie Ernaux parliamo qui con una apprezzata traduttrice dal francese e dall’inglese che vive a Parigi, la ticinese Maurizia Balmelli, appassionata lettrice della scrittrice laureata.
Nell’immagine: Annie Ernaux


La libertà di stampa che fu

La vena “civile” nei versi di Remo Fasani, di cui sarà prossimamente celebrato, con un convegno, il centenario della nascita 

I media sono davvero indipendenti e liberi? La questione è dibattuta praticamente fin dalla loro nascita e, almeno nei Paesi occidentali, sembrava aver trovato se non una risposta del tutto affermativa per lo meno uno status quo tendente al bello. Vi erano grandi differenze tra i paesi, certo, ma da Stoccolma a Palermo, da Lisbona a Vienna, la stampa nel suo complesso poteva dirsi sostanzialmente libera e indipendente. Il cosiddetto quarto potere, cane da guardia degli altri (e della democrazia).

Uno stato delle cose che, negli ultimi anni, sia la digitalizzazione imperante, sia la concentrazione editoriale crescente stanno mettendo sempre più a rischio. Le accuse di produrre fake news, di essere al soldo di fantomatici “poteri forti” e le minacce neppure troppo velate rivolte ai giornalisti sui social media ormai non si contano più. Tutte pressioni che limitano l’autonomia giornalistica e dunque mettono in pericolo non solo la libertà di stampa, ma anche il funzionamento stesso dello stato. E questo avviene anche nelle democrazie occidentali, Svizzera compresa, paese, non dimentichiamolo, da anni in arretramento sia nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa che negli indici sulla qualità (le due cose vanno di pari passo, evidentemente: meditate, editori e lettori, meditate).

Il Covid-19 sembra aver dato un’accelerazione non da poco, per lo meno stando a quanto è risultato da uno studio compiuto da due docenti dell’Università di Zurigo, Lea Stahel e Katja Rost, che hanno appunto esaminato la frequenza e la forma con cui i giornalisti elvetici hanno subito delle interferenze esterne nel periodo 2020-2021. Ben 567 i giornalisti della Svizzera tedesca, francese e italiana intervistati; le loro risposte non possono che preoccupare.

I risultati mostrano infatti che quasi nove intervistati su dieci (86,9%) hanno subito pressioni esterne di vario tipo. Le più comuni sono intimidazioni o misure di natura informativa, come la diffusione di informazioni dannose sui giornalisti o la minaccia di ritirare l’accesso alle informazioni (il 75,1% degli intervistati ne hanno subite). Interessante notare inoltre come il 58,4% sia stato accusato a vario titolo di cospirazione, non solo in relazione al Covid 19, mentre la metà (49,9%) abbia ricevuto insulti o dichiarazioni di odio.

Queste pressioni vengono esercitate soprattutto attraverso i canali di comunicazione digitali, come e-mail e social media. I metodi tradizionali (telefono e lettere) e gli incontri personali sono nettamente minoritari.

Non sono comunque da sottovalutare le pressioni economiche (50,8%), come la minaccia di ritirare la pubblicità, quelle istituzionali (42,1%), come il rischio di essere oggetto di un’azione legale, e le minacce o le molestie vere e proprie, sia fisiche che sessuali (28,9%).

Piccola consolazione, se la coazione sotto forma di promessa di introiti pubblicitari è relativamente diffusa (23,3%), i tentativi di corruzione vera e propria sono rari: benefici materiali (denaro, viaggi, cene ecc.) sono stati offerti infatti solo al 9,4% degli intervistati.

Da un punto di vista della politica editoriale invece duole constatare come ben un terzo (33,4%) abbia subìto avvertimenti relativi alla carriera, e che per un altro quinto (18,2%) dagli avvisi si sia purtroppo passati ai fatti, tanto che la loro carriera è stata effettivamente resa più ardua, se non addirittura troncata. Inoltre, al 33,9% degli intervistati è stato chiesto di non riferire negativamente su un inserzionista, e un altro quarto (24,2%) ha subito pressioni di altro tipo da un superiore o dal suo direttore editoriale. Insomma, non solo la libertà di stampa in generale è minacciata ma, e non poteva essere altrimenti, anche quella interna alle redazioni è fortemente in pericolo.

Anche le rubriche in cui lavorano i giornalisti giocano un ruolo: coloro che si occupano di criminalità e giustizia (94,1%), intrattenimento (93,5%) e affari (93,2%) sono quelli che hanno un rischio maggiore di subire interferenze e pressioni.

Gioca un ruolo importante anche il Cantone: più di nove intervistati su dieci che hanno riferito regolarmente sul Canton Svitto hanno subito pressioni (95,8%), seguito da quelli che si sono occupati di Friburgo (95,7%) e Giura (94,7%); Sciaffusa per contro ha la percentuale più bassa, ma non infima, ché il 76% dà comunque da pensare. Ticino e Grigioni, entrambi con l’83,8%, sono al penultimo posto di questa classifica, e per una volta tanto non possiamo che rallegrarcene.

Piccola consolazione finale, i giornalisti individuano più frequentemente i soggetti che esercitano pressioni nel loro pubblico (56,4%), ciò che, editore e direttore permettendo, dovrebbe rendere più facile la gestione di questi casi. Segue però a ruota (48,4%) il mondo imprenditoriale, e questo, diciamocelo, non è per nulla bello. Curiosamente distanziata la politica (28,7%), seguita a ruota da attivisti non identificabili in un partito classico (23,3%). La somma dei due dati arriva però a un tutt’altro che rassicurante 52%.

Dallo studio emerge dunque un quadro della professione del giornalista tutt’altro che roseo. Va certo rimarcato che si tratta di uno studio basato su autodichiarazioni e non su osservazioni esterne, ma testimonia comunque di un diffuso malessere e di un crescente degrado della professione e delle condizioni in cui i giornalisti sono costretti a lavorare. In questo senso è doveroso anche rimarcare come nello studio non sono state considerate tutte quelle latenti pressioni presenti nel lavoro quotidiano, più sottili e più difficili da percepire, che genericamente si trasformano in una sorta di più o meno inconscia “autocensura”.

Ma i giornalisti possono difendersi? O per lo meno cercare aiuto? Difficile, visto che buona parte delle pressioni arriva anche dall’interno, ma non impossibile. In questo senso le due autrici hanno affermato che gli intervistati hanno mostrato una buona soddisfazione verso il supporto dato loro dai sindacati (molto o abbastanza soddisfatti 46%; né soddisfatti né insoddisfatti 36%; molto o abbastanza insoddisfatti:18%), mentre si sono dimostrati grandemente insoddisfatti verso le politiche dei social media (molto o abbastanza soddisfatti 8%; né soddisfatti né insoddisfatti 28%; molto o abbastanza insoddisfatti:64%), in merito ad esempio alla cancellazione dei contenuti.

Livelli simili di insoddisfazione si riscontrano in relazione alla società in generale (molto o abbastanza soddisfatto 18%; né soddisfatto né insoddisfatto 27%; molto o abbastanza insoddisfatto 55%), ad esempio in relazione all’apprezzamento del giornalismo, e alla politica (molto o abbastanza soddisfatta 25%; né soddisfatta né insoddisfatta 29%; molto o abbastanza insoddisfatta 46%), ad esempio per quanto riguarda l’impegno per la libertà di stampa.

Anche per questo, affermano le autrici, ma non solo per questo (concorrono anche la diminuzione della fiducia nei media, le pressioni economiche sulle testate e sul settore dei media in generale, l’aumento della comunicazione digitale, la diminuzione del numero dei giornalisti nelle redazioni, la concentrazione editoriale…), “è probabile che le pressioni continuino o addirittura aumentino in futuro”.

Nell’immagine: il logo della Giornata mondiale della libertà di stampa 2022