Né con Putin, né con la Nato?

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. In questo caso fra democrazia e assolutismo 

“Né con Putin, né con la Nato”. Lo si sente ancora questo slogan, dopo nove mesi di resistenza ucraina all’aggressione putiniana. Sconcertante. Non solo per la sua assonanza con il famigerato “Né con lo Stato, né con le Brigate Rosse”. Soprattutto perché, senza il sostegno militare della Nato all’Ucraina, questa sarebbe già, nel migliore dei casi, un nuovo stato satellite degli oligarchi russi in combutta con una parte di quelli ucraini. Questo slogan equivale a dire “Né con la Russia, né con l’Ucraina”, e quindi “Né con l’aggressore, né con l’aggredito”. Improponibile. Lo si deve riconoscere, anche se la Nato non ci piace e la politica estera americana meno ancora.

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. Ma la storia ci ricorda che grandi politici e pensatori critici lo hanno fatto. Fra questi, Karl Marx in persona di fronte alla “guerra di Crimea” (coincidenza singolare…) del 1853-56.

Era una guerra fra l’impero zarista e quello Ottomano. Il primo voleva smembrare il secondo a suo vantaggio, fare della Turchia un satellite della Russia, controllare il Mar Nero chiudendovi gli accessi dal Mediterraneo. Marx, che con Engels aveva già pubblicato il celebre “Manifesto del partito comunista” del 1848, non ha detto “Né con lo Zar, né con il Sultano”; ha invece incitato con forza Inghilterra e Francia, potenze capitaliste e coloniali, a intervenire contro la Russia zarista e reazionaria a fianco degli Ottomani aggrediti e non certo progressisti. Lo ha fatto perché le rivoluzioni europee del ’48 avevano scardinato la Restaurazione assolutista e aristocratica instaurata dopo la sconfitta di Napoleone. Vi avevano partecipato anche gli embrioni della classe operaia organizzata (anarchici e socialisti) assieme a liberali, radicali, monarchico-costituzionali. E quella “Primavera dei popoli” aveva aperto la via a riforme democratiche, liberali e sociali, anche se le insurrezioni erano state sedate nel sangue e la repressione non tardò a colpire le frange più radicali della “rivoluzione del ‘48”.

Insomma: Marx ed Engels si erano schierati con la “Nato” di allora (Inghilterra e Francia) in aiuto alla Turchia e contro la Russia zarista. Invece, la sinistra che si pretende radicale (senza parlare dei patetici comunisti russi) si schiera oggi con la Russia neo-zarista che aggredisce l’Ucraina e contro la Nato. La Nato che, “turandosi il naso”, fu accettata come il minor male anche dal grande leader euro-comunista Berlinguer, nel 1976, cui era ben presente la repressione della Primavera di Praga condotta dall’Urss e dal Patto di Varsavia nel 1968.

Engels, d’intesa con Marx, scriveva nel 1853 che “di fatto sul continente europeo non vi sono che due potenze: la Russia con il suo assolutismo e la rivoluzione con la democrazia” (si veda “Le Monde diplomatique”, 11/2022). La rivoluzione socialista non c’era allora in Europa e non c’è nemmeno oggi: ma c’era e c’è la democrazia (nonostante la Nato), dentro la quale la sinistra può agire e, se ne è capace, crescere. Di là, invece, c’è l’assolutismo e la sua tragica aggressione contro il popolo ucraino.

Pubblicato da La Regione


Fasce di bronzo ed un rumoroso silenzio

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. In questo caso fra democrazia e assolutismo 

Quando si parla di sport, quando si parla di calcio, prima o poi arriva il tormentone: “lo sport (il calcio) non ha nulla a che vedere con la politica”. O ancora, “lo sport (il calcio) è puro confronto agonistico che si svolge nel contesto di regole che riguardano esclusivamente lo sport stesso”. E via di questo passo a parlar di valori sportivi, di tecnica, di forza del gruppo come se non ci si trovasse, oggi, in mezzo al deserto a correre in condizioni totalmente inaccettabili, dove condizionata è non solo l’aria che respirano giocatori e pubblico dentro lo stadio, ma soprattutto ogni pretesa o supposta forma di protesta. 

È un’aria grama e quasi irrespirabile, quella che circola negli stadi qatarioti a 24 ore di distanza da una conferenza-stampa di apertura del mondiale, da parte del presidente Gianni Infantino, di cui abbiamo già scritto ma su cui occorre tornare a parlare dopo gli eventi (sportivi?) che hanno caratterizzato l’inizio delle competizioni.

Un Mondiale che ora tutti dicono essere assurdo, per come è stato deciso in sede FIFA, per come sia stato letteralmente comperato dall’emiro, per come sia stato organizzato, dal nulla, sulla pelle di decine di migliaia di schiavi nella costruzione di stadi faraonici ed infrastrutture da nababbi, era stato presentato, ancora ieri, come un evento straordinario, che permette all’intero globo di assistere a grandi partite ma anche, e soprattutto, alla legittimazione di un paese dominato da una casta ricchissima con regole che violano quasi tutti i diritti fondamentali.

Ma no, Infantino, bello in sella alla direzione della federazione mondiale, ha tenuto a sottolineare che con tutti i progressi che sono stati fatti in Qatar grazie al calcio, chi continua a pensar male dovrebbe vergognarsi, perché, attenzione, “chi siamo noi (europei) per giudicare e criticare?”

Già, chi siamo noi per metterci ora a cercar di ricordare le migliaia di vittime, cadute sull’altare dell’irresistibile ascesa dell’emirato “divora immigrati” (stagionali), o per sindacare circa l’oscurantismo di un regime che nega ogni differenza? E chi sono quelle squadre che adesso vorrebbero esprimere il proprio disagio attraverso la clamorosa esibizione di una fascia da capitano arcobaleno, segno di solidarietà con tutte le vittime di quello stesso oscurantismo?

Guai, ora si gioca a calcio e basta, impone la FIFA, basta con la politica (quella che disturba il padrone di casa, beninteso). Così, ben sette squadre (compresa la nostra) che avevano deciso di mettere l’arcobaleno al braccio del capitano, sono state immediatamente e preventivamente sanzionate: se lo fate, siete contro il regolamento ed il vostro capitano verrà immediatamente ammonito. 

E tutto il “coraggio” di potenti federazioni come quella tedesca, inglese e compagnia calciando, si è liquefatto in men che non si dica. Un cartellino giallo ha cancellato ipso facto ogni annunciato arcobaleno, ogni singulto di espressione solidale, ed i baldi eroi dell’arte pedatoria tornano ad essere quelli da “zitti e buoni” (finché c’è lo sponsor che li amministra e li paga lautamente per dar spettacolo in giro per il mondo).

Che poi quello della FIFA fosse un’intervento fintamente regolamentare, ed invece fortemente “politico” poco importa. E che forse ci si sarebbe potuti aspettare anche qualche forma di protesta, da parte di qualcuno, magari disposto a beccarsi un giallo in campo pur di mostrarsi capace di pensare, pure. Il carrozzone impone regole (ben lontane dal vagheggiato fair play) che devono consentire di arrivare in fondo a questo incongruo spettacolo per la gloria delle magnifiche sorti e progressive della più opulenta federazione sportiva del mondo e dell’emirato che ha abbondantemente foraggiato i suoi dirigenti.

“Zitti e buoni”, già, ma c’è silenzio e silenzio, e in barba al (finto) principio del calcio senza politica, c’è una squadra che con il silenzio ha lanciato un proprio rumoroso messaggio di dissenso. Si tratta della squadra iraniana nella sua prima uscita contro un’Inghilterra senza fascia arcobaleno, ma tutta in ginocchio, ad inizio partita, per manifestare per il “Black lives matter” che, desumiamo, per la FIFA non è politico. 

Pur battuto sonoramente, l’undici dell’Iran è uscito comunque vincitore nella propria battaglia per affermare tutta la solidarietà con le vittime innocenti che muoiono quotidianamente nel proprio paese sotto i colpi di un cieco integralismo di regime. I giocatori iraniani sono scesi in campo, in mezzo al campo si sono stretti in un abbraccio circolare e poi, al suono dell’inno nazionale, sono rimasti impassibili, muti, per protesta. 

Un silenzio per gli innocenti del proprio paese, che vale molto più delle tante, troppe chiacchiere di squadre e federazioni infarcite di star, capaci di cantare, loro sì, senza problemi, un quotidiano inno all’ipocrisia. 


Il bicchiere mezzo vuoto della Cop27

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. In questo caso fra democrazia e assolutismo 

Di Gwynne Dyer, Internazionale

Come dopo ogni vertice sul clima, l’aria è piena di grida di rabbia e disperazione. Quanto è stato concordato è poco chiaro e insufficiente, e quanto non è stato deciso o è stato semplicemente ignorato è invece sterminato e terrificante. Per esempio, non sono ancora riusciti a mettersi d’accordo sul fatto che il mondo debba smettere di bruciare combustibili fossili.

Ma come? Non è questo l’obiettivo di questo grande baraccone? Il clima si sta surriscaldando perché bruciamo combustibili fossili per produrre energia, presto le persone moriranno a grappoli, tra venti o trent’anni interi paesi diventeranno inabitabili, è il momento di dire basta! Sono disponibili fonti energetiche alternative! Agite ora, o si verificherà un disastro globale!

Sì, è di questo che si tratta, e ogni anno decine di migliaia di politici, esperti, attivisti e lobbisti si recano in una località diversa – l’anno scorso Glasgow, Sharm el Sheikh quest’anno, gli Emirati Arabi Uniti l’anno prossimo – per discutere e decidere come affrontare un rischio che minaccia letteralmente la nostra esistenza.

Parole tabù

E in tutti questi 27 anni non sono mai riusciti a menzionare il nome della minaccia? No, non ci sono riusciti. Nel 2021, per la prima volta, hanno inserito la parola “carbone” nel rapporto finale – “lo ridurremo gradualmente” (e non “lo elimineremo”), hanno detto. Ma le parole “gas” e “petrolio” sono rimaste tabù.

Questo è ciò che si ottiene quando un’istituzione globale è governata dal consenso. Tutti hanno diritto di veto, compresi i paesi che dipendono dal carbone, dal gas e dal petrolio, e gli interessi a breve termine di alcuni (denaro e rapida crescita economica alimentata da combustibili fossili) si scontrano con l’interesse a lungo termine della collettività, ovvero non subire un’enorme moria di popolazione e un collasso della nostra civiltà.

Ebbene. Questo è il prezzo da pagare per appartenere a una specie che sta ancora emergendo da un lungo passato tribale e che ha sviluppato una civiltà ad alta tecnologia e ad alta energia prima ancora di essere culturalmente attrezzata per gestirla. Si fa del proprio meglio e si spera che basti.

Ma finiamola con le riflessioni filosofiche. Cosa è successo realmente a Sharm el Sheikh? Dopo le inevitabili trattative notturne (due notti in bianco, a dire il vero), i presenti sono riusciti a concordare la creazione di un nuovo fondo che compensi i paesi poveri di “perdite e danni” subiti a causa di eventi climatici estremi. Il denaro proverrà dai paesi sviluppati le cui emissioni passate e attuali sono all’origine dei danni provocati.

Le catastrofiche inondazioni del Pakistan sono diventate il manifesto di quest’anno. Il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif ha dichiarato alla conferenza: “Nonostante nel sud sia stata registrata una media di piogge estreme sette volte superiore alle precedenti, siamo andati avanti mentre torrenti impetuosi cancellavano ottomila chilometri di strade [asfaltate], danneggiavano più di tremila chilometri di binari ferroviari e spazzavano via colture su un’area di sedicimila chilometri quadrati”.

“Siamo diventati vittime di qualcosa con cui non avevamo nulla a che fare, e naturalmente si è trattato di un disastro causato dall’uomo… Come si può pensare che intraprenderemo questo gigantesco compito da soli?”.

“Perdite e danni non è una questione di carità, ma di giustizia climatica”, ha detto l’inviato del Pakistan per il clima Nabeel Munir, e questa volta il messaggio è stato recepito. È un fatto normale: se ogni anno, per più di una decina d’anni, viene denunciata la stessa palese ingiustizia ai vertici sul clima, alla fine chi ha fatto il danno e dovrebbe pagarne il prezzo ammetterà che il caso è fondato.

Cos’è un paese povero?

Dovrebbero bastare altri due o tre anni per istituire la nuova agenzia per “perdite e danni” e concordare le regole per stabilire chi versa ogni anno e quanto, e cosa esattamente è considerato un danno climatico risarcibile.

La principale domanda senza risposta è: che ne sarà della Cina? Il paese è ancora considerato in via di sviluppo e quindi automaticamente una vittima, ma in realtà è a medio reddito e quello che emette più anidride carbonica al mondo. È più esteso di tutti gli altri paesi sviluppati insieme e quasi il triplo degli Stati Uniti.

Dovrebbe forse versare denaro al fondo “perdite e danni” invece di chiedere di essere tra i beneficiari? E l’India? Attualmente è solo terza per emissioni totali, dopo gli Stati Uniti, ma probabilmente li supererà nei prossimi dieci anni.

E così la lotta titanica su chi dovrà pagare per le perdite e i danni climatici inflitti ai paesi più poveri continuerà, ma perlomeno il prossimo vertice sul clima potrà concentrarsi su altre cose. È giusto che sia così, perché l’ambizioso obiettivo di limitare l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi è ormai probabilmente una causa persa.

L’obiettivo “da non superare mai” è quello di rimanere entro un aumento di due gradi, oltre il quale la situazione finirebbe fuori controllo. L’aumento di calore che abbiamo già provocato innescherebbe delle “retroazioni” di riscaldamento che non potremmo annullare, e da lì si andrebbe verso un futuro da incubo.

È quindi positivo vedere che ogni anno i vertici sul clima diventano un po’ più ragionevoli. La strada da percorrere è ancora molto lunga, ma almeno stiamo andando nella direzione giusta.

Traduzione di Federico Ferrone
Nell’immagine: le alluvioni del 2022 in Pakistan


La prossima Europa Orientale

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. In questo caso fra democrazia e assolutismo 

Di Egidio Ivetic, Il Mulino

Quando iniziai a insegnare Storia dell’Europa orientale all’Università di Padova, nel 1999, era ancora ben viva l’idea dell’Est da Guerra fredda: un insieme di Stati tra loro diversi ma accomunati dall’esperienza dei regimi comunisti tra il 1945 e il 1989. Un’Europa sfortunata, dopo decenni di non democrazia, in transizione verso il modello occidentale, con l’Unione europea come obiettivo e con il dramma delle guerre nella Jugoslavia dissolta, a ricordare che i Balcani erano sempre quelli, complessi e violenti. L’esperienza antidemocratica dell’Unione Sovietica e del blocco dei suoi satelliti era quella di chi ha perso il treno giusto della storia. Così si ragionava.

La transizione verso il nuovo avvenire e l’Ue sembrava un percorso interminabile, ma effettivo per alcuni Paesi, come gli Stati del gruppo di Višegrad, gruppo che era stato voluto dalla Comunità economica europea ancora nel 1991, ossia Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, in attesa di entrare nell’Unione. Ad essi erano stati affiancati la Slovenia, una Repubblica uscita senza molti danni dalla Jugoslavia e i tre Paesi baltici Estonia, Lettonia e Lituania. Divennero membri dell’Ue nel 2004. Poi c’era l’Europa Sud-orientale, dove Romania e Bulgaria ebbero un percorso rapido e preferenziale, tanto da aderire all’Ue già nel 2007, anche perché strategici per la Nato. Più lento fu il processo della Croazia, che solo nel 2013 approdò all’Unione. Dopo di essa tutto si è fermato, si sa. Così abbiamo i cosiddetti Balcani occidentali e una non-Ue, enclave nell’Ue, composta da Serbia, Albania, Montenegro, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia del Nord (che ha dovuto cambiare Costituzione e nome per poter dialogare con Bruxelles) e il Kosovo, non riconosciuto del tutto sul piano internazionale. Una zona grigia nella mappa dell’Ue, una sala d’attesa, nonostante alcune candidature abbiano ormai vent’anni.

Nei confronti dell’Est oltre i confini di Polonia e Romania, l’Unione europea ha avviato nel 2009 una Eastern partnership, nell’ambito dell’European Neighbourhood Policy, rivolta a Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Georgia, Armenia e Azerbaigian, Paesi intesi come vicinato europeo, appunto, con cui sviluppare buone relazioni e poco più. La Turchia, si sa, ha una sua storia di mancata adesione all’Ue. Fuori da questi orizzonti era intesa la Russia, un mondo a sé. La Russia è europea sì sul piano culturale, ma è diversa per il suo percorso storico, il suo essere un continente. La Russia, del resto, già con la prima presidenza di Vladimir Putin, era tornata a considerarsi una potenza globale, nonostante avesse un Pil inferiore a quello della Svizzera.

Quindici anni fa, tutto sommato, il dialogo tra Unione europea e Paesi post-sovietici, nonché con la Turchia e i Balcani occidentali, alimentava la speranza che oramai c’era un’unica Europa, pur nella declinazione Ue e non-Ue. Insomma non c’era più ragione di parlare di Europa orientale, di Est come “altro”. Era giunto il momento di pensare all’Europa nella sua interezza geografica, continentale; occorreva pensarla sul piano politico, economico e culturale, nonostante le specificità regionali.

Oggi appare davvero lontano il wishful thinking del triennio 2004-2007. E promettente ci sembra adesso, nonostante tutto, il ventennio 1989-2008. Transizioni, speranze, nostalgie, delusioni, ma tutti puntati in avanti. È chiaro che abbiamo vissuto una fase particolare della storia europea, una fase storica che purtroppo non siamo riusciti a comprendere per poter pensare, immaginare in modo diverso l’Europa, al di là della dicotomia Ue/non-Ue.

Il discorso di Vladimir Putin a Monaco nel 2007 presagiva future difficoltà. Rimane il sintomo, il segno che qualcosa era cambiato già allora, che pesava eccome la geopolitica in seno all’Europa tra area post sovietica e Ue. Ma la ragione economica, la miopia dei ceti dirigenti, o burocratici o populisti, e l’assenza di visioni dentro l’Unione europea, in mezzo e oceani di analisi del presente, del contingente, dopo la crisi del sistema nel 2008 e poi altre distrazioni e crisi (le primavere arabe, gli attacchi terroristici dell’Islam radicale, Brexit, Trump) hanno impedito ci fosse lucidità in grado di valutare il passaggio storico che l’Europa stava vivendo. Tutte cose che sappiamo.

La stessa Russia, per quanto fosse chiaro che cos’era e cos’è a chi la conosce, era accettata nella sua particolarità, era tollerata la sua discutibile democrazia, perché, dopo tutto, c’era la Cina in crescita straordinaria, la Cina che funziona, anche se retta da un regime comunista. Poteva esserci dunque l’Occidente e potevano esserci gli altri, The West and the Rest, secondo il fortunato libro di Niall Ferguson (2011); il mercato globale avrebbe fatto il resto. La via della seta, nome semplificato per un processo storico (non solo economico) avviato dalla Cina nel 2013, aveva ridefinito tutto lo spazio asiatico che nell’Est europeo, nei Balcani e nel Mediterraneo ha le sue frontiere occidentali, i suoi terminal di smistamento, i suoi adepti.

Ed ecco che, nel 2014, la faglia storica tra Est e Ovest in seno all’Europa, ancora una volta si è ripresentata in tutta la sua criticità nella fragile Ucraina, divenuta centrale per gli equilibri tra una Russia euroasiatica e l’Unione europea e la Nato, sua espressione militare. L’annessione della Crimea e delle province orientali dell’Ucraina da parte della Russia nel 2014 ricordava la situazione sorta in Jugoslavia nel 1991, poco prima che le guerre jugoslave deflagrassero. Eppure in otto anni non si è trovata una soluzione di compromesso per evitare il peggio. Così oggi un durissimo conflitto scuote l’Europa. Dire “alle porte d’Europa”, come si fa nei media italiani, è voler fuggire dalla realtà. Dal 2014 si stanno configurando contrapposte sfere politiche nel continente e questa guerra non ha fatto che riportare in superficie questioni storiche dimenticate e rivelare tutta la complessità della nuova Europa orientale.

È un Est complicato, perché plurimo e non paragonabile a quello da Guerra fredda. Si tratta di cinque contesti e cinque scenari interdipendenti. Partiamo da oriente, dal primo contesto. Che cosa sarà della Russia una volta raggiunta – si spera – una tregua? Sarà difficile metabolizzare la sconfitta militare o comunque ammortizzare il prezzo altissimo dell’azzardo bellico avviato il 24 febbraio 2022. La Russia ne uscirà molto debole, tutti i vantaggi degli anni di Putin sul piano economico e l’autorità sul piano internazionale sono stati cancellati. Non si sa quanto stabile potrà rimanere questo Paese che si alimenta dell’idea di essere una potenza. Con quale narrazione si cercherà di superare la crisi morale? Dopo la sconfitta in Crimea nel 1856 la Russia ha saputo riformarsi. Ma domani? Gli esiti incerti per la Russia odierna si riverberano sulla crisi nel Caucaso, dimenticata dai media, sul conflitto tra Armenia e Azerbaigian, stabilizzato per ora da una tregua, e si riflettono sul destino della Bielorussia.

L’Ucraina rappresenta un secondo contesto. Ne esce vittoriosa dal conflitto, rafforzata sul piano della coesione nazionale, anche nell’ipotesi di perdite territoriali. Se fosse crollata subito a febbraio, come accadde con la Cecoslovacchia nel 1968, o con la Polonia nel 1939, sarebbe stato un disastro per l’Europa: la prova che un’aggressione e un colpo di Stato erano possibili, ossia la fine dell’idea di democrazia e di sovranità. Questo conflitto ci terrorizza, ma il principio di sovranità non si discute. E senza farci illusioni, il dopoguerra per questo Paese sarà molto difficile non tanto e solo per i costi della ricostruzione quanto per il probabile permanere di una situazione politica e militare a lungo priva di soluzioni definitive. I casi di Cipro e della Bosnia ed Erzegovina, con soluzioni di compromesso diverse tra loro, ci ricordano che gli Stati posti sulla faglia Est/Ovest, ormai una faglia tra Europa e Eurasia, rimangono congelati nell’essere un compromesso, purché ci sia la pace.

Un terzo contesto si può ritenere l’Iniziativa dei tre mari, un vero e proprio antemurale che è sorto dentro l’Ue rivolto verso la Russia. L’Est dell’Ue non è solo rappresentato dal gruppo di Višegrad ma dai Paesi radunati attorno alla Three Seas Initiative, promossa dalla Polonia dal 2016, in risposta (per molti versi) all’annessione russa della Crimea. Si parla di Trimarium ed è un forum di cui fanno parte Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria: forum che puntava a unire ancor di più lo spazio economico e sociale compreso tra il Mar baltico, il Mar nero e l’Adriatico e che oggi è accomunato dalla corsa agli armamenti e dall’integrazione dei sistemi di difesa entro la cornice della Nato. Si ripropone così il piano geopolitico polacco dell’Intermarium, elaborato da Josef Pilsudski nel 1919, ossia l’organizzazione di un concerto di Stati (comprese Ucraina e Bielorussia) di media e piccola grandezza, interposta fra l’allora Unione Sovietica e Germania, con la Polonia al centro, quale potenza regionale e riferimento sul piano politico e culturale. Di fatto oggi è la Polonia il Paese più autorevole in questo nuovo consesso politico e militare. In pochi anni essa è riuscita a imporsi rispetto alla Germania nell’Est dell’Ue, che si sta profilando come un’area specifica al confine con l’Eurasia.

Il Trimarium confina infatti con lo spazio post-sovietico e con il quarto Est europeo, i Balcani occidentali, oramai un proto Medioriente dentro l’Unione europea. I Balcani occidentali confermano di essere la periferia sconfitta dell’Occidente, il crocevia di interessi e calcoli geopolitici di potenze e semi-potenze esterne all’area. Qui convergono tutti i giochi globali. Lo si vede dai media, che sono propaggini di imprese d’informazione statunitensi, russe, cinesi, del Qatar; lo si vede dai finanziamenti provenienti da fondazioni tedesche, dalla Open Society e diverse altre Ong occidentali sia nella vita culturale sia nella politica, così come per le fondazioni religiose islamiche lo si vede dai finanziamenti che giungono dall’Arabia Saudita e dalla Turchia. La Cina investe nelle infrastrutture. I sei Paesi dei Balcani occidentali sono già ora il limite occidentale della nuova Eurasia.

Infine, un quinto Est europeo è la Turchia. Negli ultimi due decenni si parla di neo-ottomanismo per indicare la politica estera della presidenza Erdogan, una Turchia proiettata tra i Balcani, la Siria e il Caucaso fino all’Asia centrale e, di recente, in Libia. Sono di fatto spazi che furono dell’Impero ottomano. E anche in questo caso, la Turchia funziona come un Paese occidentale, inserito nell’Occidente, nella Nato, ma orgoglioso della propria storia, della propria posizione specifica tra due continenti. E la storia pesa in Turchia, come del resto in Russia e nei Balcani.

Oggi l’Est europeo è, in sostanza, la somma delle dinamiche in atto in questi cinque contesti. La trasformazione di essi è evidente; in diversi casi la storia ritorna sotto nuove forme. Questa è la realtà che l’Unione europea deve affrontare adesso e negli anni a venire, con dovuta consapevolezza. Sarà una costante sfida. L’Italia stessa dovrebbe prendere atto che confina con il contesto geopolitico del Trimarium, che rimarrà tale a lungo, e con i Balcani occidentali, la soglia dell’Eurasia, lì oltre l’Adriatico.

Nell’immagine: in blu i Paesi che fanno parte dell’Iniziativa dei tre mari (Trimarium)


La pace, certo ma quale?

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. In questo caso fra democrazia e assolutismo 

Diceva il profeta Isaia che non può esserci “pace senza giustizia”. In alternativa abbiamo solo la ‘pace d’imperio’, evocata da Bobbio e da Aron, e da loro giudicata la peggior specie di pace, in realtà violenza statica, stabilita, e non la conclusione di una guerra che permetta lo sviluppo della vita di tutti. Nella sostanza, le paci pur necessarie per porre fine a prolungate e prolungabili carneficine, sono quasi sempre imposte dalla forza. Non fece eccezione quella seguita alla seconda guerra mondiale, che – con la firma degli accordi di Yalta – cristallizzò le conquiste dei vincitori, Usa e Urss, nuove potenze militari extra-europee, vittoria che consacrava la divisione lungo la “cortina di ferro” e il sostanziale declino politico del vecchio continente. 

Ora, per la devastata Ucraina – otto mesi di guerra, 200 mila morti sommando le vittime delle due parti – si parla di piccolissimi spiragli, flebili speranze di un non lontano tavolo negoziale, magari favorito da quel ‘generale inverno’ che può bloccare offensive e contro-offensive. Così vengono interpretati da più parti alcuni segnali delle ultime settimane, pur caratterizzate dall’offensiva vincente di Kiev nel Donbass. Molteplici i segnali con cui la Casa Bianca farebbe intendere l’intenzione di verificarne le possibilità, anche in dissonanza con l’alleato e protetto Zelensky: la dissociazione dall’assassinio della figlia del filosofo iper-nazionalista Dugin, i contatti diretti fra i capi degli eserciti americano e russo, il lungo incontro ad Ankara del consigliere per la sicurezza americana e il suo omologo del Cremlino, la precisazione di Biden che il sostegno di Washington a Kiev non sempre significherà ‘un assegno in bianco’, la tempestività – e sembra anche la forte  irritazione – con cui lo stesso presidente Usa ha dovuto precisare che i resti dei missili piombati sulla Polonia (due morti) erano ucraini e non russi, stoppando immediatamente il pericolo di ricorso all’articolo 5 e a una risposta militare Nato. 

Ma, secondo gli esperti militari, ci sarebbe un episodio ancora più significativo: il fatto che l’artiglieria di Zelensky non abbia sparato un solo colpo sui seimila mezzi e i trentamila soldati russi in ritirata da Kherson per trasferirsi e rifugiarsi sulla sponda sinistra del mitico Dnepr, il grande fiume “che fin dai tempi antichi segnava l’inizio dell’Occidente geografico nelle mappe della ‘Rus’ originaria”: uomini e mezzi in lento movimento che rappresentavano un facile bersaglio. E invece illesi. Mossa, si dice, suggerita da Washington, come utile carta da mettere sul tavolo di un eventuale dialogo con emissari dello zar, comunque già umiliato per la perdita di una città simbolo e che controlla l’accesso alla penisola di Crimea. 

Spiragli di una pace più vicina? In realtà, nulla sembra meno probabile. La guerra non ha ancora imposto a una delle parti l’obbligo della resa; le dichiarazioni dei nemici partono da posizioni sideralmente opposte (ritiro totale per gli ucraini, cessate il fuoco sulle posizioni acquisite per i russi); e nemmeno i volonterosi ‘costruttori di pace’ sono in grado di presentare un piano condivisibile. L’ostacolo maggiore rimane comunque una Russia mortificata che non sa come risolvere l’umiliante fallimento, ormai già accertato, della sua strategia imperialista. Mentre d’altra parte la Storia insegna anche che si può non perdere una guerra senza però vincere la pace.

Scritto per laRegione


Bad-Godesberg e la «vera» socialdemocrazia

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. In questo caso fra democrazia e assolutismo 

A pochi giorni dal Congresso del partito socialista ticinese, Amalia Mirante, in una intervista rilasciata al «Corriere del Ticino», ha rivendicato di riconoscersi «nei metodi della vera socialdemocrazia svizzera ed europea» (il corsivo è mio). Ed ha precisato: «Da Bad Godesberg in poi si sa benissimo cos’è la socialdemocrazia».

Pur tenendo conto che queste affermazioni sono state fatte nel contesto di una battaglia politica interna al PS, questione sulla quale chi scrive non intende assolutamente  intervenire, e che, dunque, scontano una qualche accentuazione propagandistica, si tratta pur sempre di una chiarissima professione di identità socialdemocratica. Anzi di vera identità socialdemocratica.

La dott.ssa Mirante è una studiosa professionale e, giustamente, sottolinea spesso  tale dimensione del suo lavoro. Una delle caratteristiche della socialdemocrazia storica è sempre stata quella di tenere ben stretta l’elaborazione storico/teorica a quella delle scelte politiche.

No so se si tratti di un carattere distintivo della vera socialdemocrazia, anzi ho difficoltà a definire il tasso di verità in fenomeni storico-politici di lunga durata.

Studio le culture economiche del socialismo da qualche decennio, quindi anche di quell’oggetto poliforme che chiamiamo «marxismo», eppure non so davvero in che cosa consista il vero «marxismo». Oggetti-universo, come «marxismo, socialdemocrazia»… sono definibili solo come storicamente determinati.

La socialdemocrazia europea, di cui lo svolgimento tramite i lineamenti paradigmatici della SPD è aspetto essenziale, ha dietro di sé più di un secolo e mezzo di storia. È possibile che la socialdemocrazia sia diventata vera solo a partire dagli anni Ottanta del Novecento, dal new labour di  Blair e dalla neue mitte di Schröder?.

Mirante  la definisce vera a partire da Bad Godesberg. L’analisi storica, invero, ci mostra una diversa realtà

Il Bad Godesberg Grundsatzprogramm  non è assolutamente inseribile nella temperie in cui lo colloca Mirante nel programma del 1959, vista la peculiarità della situazione tedesca, il silenzio su Marx è scontato. La figura di Marx campeggia sulle insegne del nemico, ed il clima è quello nell’ambito del quale, appena due anni dopo, verrà edificato il muro di Berlino. Il Programma, però, al di là delle necessarie vaghezze «filosofiche» sulle quali si basa assai spesso il giudizio odierno, è estremamente chiaro per quel che concerne l’idea di società della SPD ed i compiti che la socialdemocrazia intende assumersi.  Per i socialdemocratici tedeschi nel 1959 le tendenze in atto nel mercato autoregolato portano a una concentrazione economica che si accompagna ad una concentrazione del potere politico, del «potere sugli uomini». La proprietà privata dei mezzi di produzione «ha diritto ad essere protetta» ma solo «fintanto che essa non ostacola la costruzione di un ordine sociale giusto». Compito della socialdemocrazia è quello di «impedire il controllo privato del mercato», e dunque, a tal fine «la proprietà collettiva è una forma legittima di controllo pubblico». Tutto questo per un obbiettivo di società in cui «da subalterno dell’economia, il lavoratore [si trasformi] in cittadino dell’economia».

Un’attenzione particolare alla terminologia usata è essenziale per comprenderne i caratteri. In tale ambito parole come emancipazione (Emanzipation) si collegano ad altri termini come alienazione (Entfremdung), bisogno (Bedürfnis), critica (Kritik), Un lessico che connette il concetto di liberazione / emancipazione alla necessità di superare «la tensione e la contraddizione fra l’eguaglianza nel cielo del citoyen e l’ineguaglianza sulla terra del bourgeois» (S. Veca). E quindi alludono alla necessità di processi di modificazione radicale della società (modi di produzione e distribuzione, democrazia reale, ecc.). I soli che possono trasformare le realizzazioni astratte in concreto «recupero dell’uomo» alla propria umanità. Per i socialdemocratici del Grundsatzprogramm questo è un compito storico, vale a dire il fine da perseguire per tutta l’epoca storica in cui tali tensioni e contraddizioni prevalgono.

Naturalmente si può sostenere che a partire dagli anni Ottanta si sia entrati in una nuova epoca, e che la socialdemocrazia vera sia quella che butta a mare le categorie storico-teoriche di un’epoca precedente, ben comprese anche quelle del programma di Bad Godesberg. È difficile che tale tesi possa reggere ad analisi storica. Un nuovo ciclo di accumulazione fondamentalmente diverso da quello precedente è, certo, nei suoi aspetti sostanziali, un «nuovo» capitalismo. Ma ciò  non implica un mutamento di epoca.

Nella fase del «capitale totale» che stiamo attraversando, senza riferimenti alla «critica dell’economia politica» lo sguardo  non può che posarsi solo sulla superficie dei fenomeni in atto.

Una fase in cui, come recita il titolo di un acuto editoriale di Silvano Toppi (laRegione, 17 novembre 2019), Il capitalismo è in forma. E il mondo?

Nell’immagine: il Programma fondamentale dell’SPD adottato durante il Congresso di Bad Godesberg in diverse traduzioni


Un tribunale olandese abbatte le scuse dei russi

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. In questo caso fra democrazia e assolutismo 

Di Matteo Turato, Formiche.net

Un tribunale olandese ha condannato in contumacia tre persone ritenute responsabili dell’abbattimento di un aereo civile nei cieli dell’est Ucraina il 17 luglio 2014.

In quella data, alle ore 13:15 locali circa, un missile antiaereo colpì il Boeing 777 della Malaysian Airlines (successivamente noto come MH17) partito da Amsterdam con destinazione Kuala Lumpur, causandone l’abbattimento e la morte di tutte le 298 persone a bordo. I resti dell’aereo e dei corpi si sparsero su un’area di svariati chilometri nei pressi dei villaggi di Hrabove, Rozsypne e Petropavlivka.

Il processo si è tenuto in Olanda in quanto madrepatria di 192 passeggeri, mentre i rimanenti appartenevano a diciassette nazionalità diverse.

L’indagine, a cui ha partecipato il consorzio investigativo Bellingcat, è stata in grado di stabilire che il missile che colpì l’aereo fu un Buk, presumibilmente fornito alle formazioni separatiste ucraine dalla 53esima Brigata Antiaerea russa di stanza a Kursk. I condannati Igor Girkin, Sergei Dubinsky, e Leonid Kharchenko sono collegati ai servizi di sicurezza russi e hanno tutti giocato un ruolo nella rivolta separatista. Oggi si trovano verosimilmente in Russia o nei territori occupati ucraini, il che ovviamente rende pressoché impossibile la loro cattura.

Bellingcat è anche riuscito, durante i due anni e mezzo di processo, a ricostruire l’intero percorso del lanciatore di missile utilizzato, stabilendo che dopo avere lanciato il Buk, è stato fatto rientrare in Russia via Luhansk. E’ interessante notare che questa è probabilmente la prima volta che materiale fotografico raccolto con tecniche di open source intelligence viene utilizzato in un procedimento giudiziario di alto profilo.

Tutti questi elementi, oltre a dare, forse, una vaga sensazione di giustizia ai parenti delle vittime, dimostrano che la Federazione Russa sosteneva i separatisti ucraini dell’Est ben otto anni prima dell’invasione, al contrario di quanto sempre affermato da Mosca.

La Russia aveva da subito negato ogni responsabilità nell’accaduto, nonostante le telefonate delle milizie paramilitari intercettate che parlavano dell’abbattimento di un aereo. E’ probabile che chi lanciò quel missile avesse in mente di colpire un aereo militare ucraino, cosa già successa nei mesi precedenti la tragedia.

Il Cremlino aveva immediatamente dato luogo a teorie cospirative di ogni genere. Dalle accuse al governo di Kiev, al fatto che la Cia avrebbe orchestrato l’intera operazione lanciando aerei pieni di cadaveri per mettere Mosca in cattiva luce. Intanto i veti russi impedivano la formazione di un tribunale speciale delle Nazioni Unite. Ulteriore motivo per cui il tribunale competente è stato individuato nella Corte penale di Amsterdam, situati vicino all’aeroporto di Schipol, da cui il volo partì.


Boicottare i Mondiali per salvare l’anima?

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. In questo caso fra democrazia e assolutismo 

Il conflitto fra la bellezza e l’idealismo dello sport e chi lo gestisce per tornaconto personale, anche per nascondere crimini efferati, l’abbiamo vissuto più volte negli ultimi 50 anni, in modo estremo – molto più estremo di quello che viviamo in questi giorni a poche ore dai Mondiali del Qatar – nel 1978 in Argentina.

Narrano i pochi sopravvissuti alle torture fatte in un capannone di Buenos Aires a 600 metri dallo stadio principale, che alla vittoria degli ‘albiceleste’ per 3 a 1 sull’Olanda priva di Cruyff (aveva ricevuto minacce di morte) i torturati esplosero in  un selvaggio grido di liberazione. Il generale Jorge Videla, che aveva ordinato di torturarli a cicli di 4 ore, era seduto trionfante in tribuna d’onore, accanto a Massera e Agosti, gli altri membri della Giunta militare. Subito dopo i detenuti sarebbero stati caricati su elicotteri e buttati a mare, cibo per i pescecani.

I generali, che volevano assolutamente la vittoria argentina per consolidare il loro  potere, raggiunsero lo scopo attraverso truffe e minacce: dopo lo 0 a 0 con il Brasile, l’Argentina aveva bisogno di 4 reti per andare in finale: ci andò al termine di una serie di gravi scorrettezze: in primo luogo la sua partita contro il Perù invece di essere concomitante con quella del Brasile, fu spostata di 3 ore, per conoscere il risultato dell’avversario diretto.

Nello spogliatoio dei peruviani entrarono Videla e il segretario di Stato americano Kissinger: «cari peruviani, siamo qui per ricordarvi la grande amicizia che lega i nostri Paesi». Un avviso di stampo mafioso, come quello mandato da Kissinger ad Allende: «se continua così potrebbe accaderle qualcosa di spiacevole».

Il portiere peruviano Quiroga, argentino di nascita, fu battuto 6 volte. Ma, come rivelò nel 2018 José Velasquez al quotidiano peruviano “Trome”, non fu il solo ad essere stato nutrito con la ‘marmelada peruviana’, secondo la definizione dei brasiliani, ‘cornuti e mazziati’. Sei giocatori erano stati pagati per perdere. Velasquez non era fra questi: fu sostituito nella ripresa perché giocava onestamente la sua partita.

Il Qatar della famiglia Al Thani, legata a doppio filo alla Patria di Blatter e Infantino, la nostra, ne ha fatte di tutti i colori, arrivando a pagare sino a 1 milione di dollari a voto attraverso l’agenzia di marketing argentina ‘Torneos y Competencias’ di Alejandro Buzanco, come rivelato sotto giuramento a New York dallo stesso titolare, Buzanco;  trattando gli operai – privati di passaporto e alloggiati in misere baracche, pagati 300 dollari al mese per 10 ore al giorno – come bestie.

Punire il principe qatariota impedendo alle squadre qualificate, ai loro giocatori, il sogno di una vita, che per molti non si realizzerà mai più?

Sarebbe stato un gesto forte: la Svizzera alta e pura, paladina dei diritti umani resta a casa per protesta. Punto.

Andando avanti con questa logica, i nostri figli vanno ritirati dalle scuole-calcio giovanili. Iscrivetevi a un club di paddle, sport alla moda, altro che inseguire il sogno di diventare un Ronaldo, un Messi, e se il papà ricorda i vecchi tempi, un Pelé, un Maradona. Maradona? Come si può invitare il piccino a diventare un Maradona  se diamo un’occhiata, anche solo distratta, all’uomo che ha impiegato 20 anni a riconoscere un suo figlio napoletano? Che passava il lunedì e il martedì dopo la partita nei bordelli del camorrista Giuliano consumando droga?

Eccoci di nuovo al punto di partenza: l’arte sublime di Maradona non corrisponde alla sua statura umana, come la sublime arte poetica di Ezra Pound e D’Annunzio, ammiratori di Mussolini e Hitler, è del tutto estranea alle loro prese di posizione ‘politiche’.

A questo dolorosissimo conflitto, nessuno, ha dato una spiegazione convincente.

Un conflitto che ho vissuto sulla mia pelle a Monaco di Baviera, nel 1972, in particolare alla cerimonia funebre in onore degli atleti israeliani periti all’aeroporto di Fürstenfeldbruck. Siamo stati ingannati. Poco oltre mezzanotte ci è stato comunicato che tutto è andato bene. Alle prime luci dell’alba siamo convocati per una conferenza stampa: quasi tutti morti: 11 israeliani, 5 palestinesi e un poliziotto tedesco. Era una trappola, i fedayn avevano reagito uccidendo gli ostaggi. Non si voleva che si sapesse subito della strage: se i giornali europei fossero usciti subito con la notizia, la gente, d’impeto, avrebbe preteso la fine dei Giochi.

Davanti a 80’000 spettatori, Avery Brundage, 36 anni prima a Berlino capodelegazione degli americani, anche lui ammiratore dichiarato di Mussolini e Hitler, aveva pronunciato la storica frase: «THE GAMES MUST GO ON». Giusto sarebbe stato, lo ‘SHOW’, deve continuare.

Io i Giochi li avrei chiusi. Ma continuarono, e i giovani di tutto il mondo continuarono a inseguire per altri 4 giorni il loro sogno, il sogno di una vita: la vittoria olimpica in una sfida leale, senza spargimento di sangue. Non erano colpevoli. Avevano questo diritto?

Nei prossimi giorni, al posto dei rossocrociati, di Svizzera-Brasile, seguire le avventure del Gatto Silvestro? Si può. Mettere sullo schermo casalingo un cartone con scritto: ‘principe Al Thani, ti boicotto’. Si può, molti mi hanno chiesto un parere. Rinunciare al grande schermo nelle città? Ha già maggior senso.

Niente festa in onore del Qatar. Ma anche, niente festa in onore della palla descritta dall’illuminato Rinpoche. Un giovane discepolo gli chiede: «perché  rotola?» »Perché è ineffabile». Ineffabile come Maradona quando la gioca.

«Tu, lettore ipocrita, mio simile, mio fratello” – osserva Baudelaire. Come la mettiamo? Sepp Blatter, l’uomo che ha fatto il  diavolo a quattro per portare i mondiali nel ricchissimo deserto a 45 gradi ha parlato: “È stato un mio grande errore, il paese è troppo piccolo e fa troppo caldo». Da buon cattolico vallesano si è confessato, ha salvato (forse) l’anima.

A proposito di ipocrisia: quando pochi giorni fa il colonnello rossocrociato ha fatto outing,  pensavo che la stampa di tutto il mondo avrebbe messo in grande risalto la sua clamorosa uscita. Invece? Invece niente; meno rumore di quando una star fa il suo outing in materia di orientamento sessuale. Si è passati all’acqua bassa, trattando Blatter come un vecchio perso.

Un gesto semplice e ragionevole potrebbe essere sottoscrivere la petizione di ‘Amnesty International’: la ricchissima FIFA dovrebbe devolvere l’equivalente del montepremi alle squadre, 440 milioni di dollari, alle famiglie dei lavoratori periti nella costruzione degli stadi.

Non metterò un cartone di protesta tipo “Al Thani, i tuoi Mondiali non li guardo” sul televisore, come chi lo mette vero o simbolico, e augura, con perfetta coerenza, buona fortuna ai rossocrociati…


L’infantinismo della FIFA nel paese dei balocchi

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. In questo caso fra democrazia e assolutismo 

Dulcis in fundo ha amaramente e tristemente parlato anche lui, Gianni Infantino, Presidente della FIFA già destinato, pare, a rimanerlo alle prossime elezioni, in cui non sembra avere concorrenti. Resta in sella, dunque, di una Federazione Mondiale, la più potente, ormai, del globo (anche più del CIO per numero di membri), e la più ricca, certamente, anche in relazione ad affari miliardari come il Mondiale che sta per andare in scena, il più caro della storia.

Eppure mai come in queste ultime settimane, questi ultimi giorni, alla FIFA e ad Infantino sono piovuti addosso quintali di critiche di ogni genere, destinate ad aumentare lungo il corso dell’evento pedatorio per eccellenza, un mondiale calcistico che mai come oggi si apre nel disinteresse quasi totale per le partite e si segnala invece per una proliferazione di inchieste e indagini giornalistiche (e forse non solo) legate ad un’operazione che puzza, moltissimo, di affarismo e corruzione all’ennesima potenza, al punto da essere stata rinnegata persino dal papà spirituale (meglio sarebbe dire, forse, “padrino”) Sepp Blatter. 

Nella conferenza stampa tenuta a Doha, Infantino ha snocciolato tutto il repertorio benaltristico delle scuse e dei pretesti per difendere la Federazione Mondiale di calcio dalle critiche rivolte a questo mondiale assurdo, organizzato in barba ad ogni criterio di minimo buon senso.  Non contento di aver già fatto incazzare, qualche settimana fa, un bel numero di federazioni (la tedesca in testa) con una raccomandazione che suonava all’incirca “ora basta, si parla solo di calcio”), nei 57 minuti di arringa difensiva di ieri ha sciorinato un rosario di argomentazioni che neanche nelle attuali parrocchie indurrebbero il prevosto all’assoluzione. 

Anzi, a prevalere, più che la comprensione e la conseguente assoluzione (che Infantino si dà, peraltro, da sé) è l’indignazione, quella di chi proprio non ce la fa a sentirsi preso in giro fino a questo punto da un’organizzazione (con sede in Svizzera, va ricordato) che si mostra definitivamente per quello che è: mafiosa e omertosa.

Come si può accettare, infatti, che dopo aver saputo delle migliaia di vittime sul lavoro agli stadi, aver sentito dichiarazioni come quella dell’ambasciatore qatariota al Mondiale (“l’omosessualità è una malattia mentale”), dopo aver appreso che l’assegnazione al Qatar del mondiale è stata letteralmente comprata da questo paradiso petrolifero (e del gas), come è possibile, dicevamo, che dal capo supremo di questa operazione delinquenziale, che ha calpestato e calpesta ogni minimo principio di difesa dei diritti umani, ci si senta dire, senza vergogna, che “ oggi mi sento gay, arabo, lavoratore migrante e disabile”?

Un’esibita, evangelica comprensione e solidarietà che risultano ancor più inaccettabili se si pensa che per farle passare si è riusciti persino a nutrirle di un “coming out” a sorpresa, messo in scena del capo ufficio stampa della Fifa, Bryan Swanson. Ma che tristezza!

E poi la storia personale di Infantino ( che Swanson ha tenuto a specificare non essere gay, ma capace di capirli ed accettarli, apperò), la storia di un bambino italiano cresciuto in Svizzera in una famiglia immigrata dall’Italia, rosso di capelli e bullizzato. Una storia magari anche vera, per carità, ma tutta plasmata alla commozione, al vittimismo, per dire quanto lui e la FIFA comprendano ogni questione sollevata in ambito di diritti, di inclusione, di lotta alla violenza. Ma per favore, no, con il massimo rispetto per chi ha (o aveva i capelli rossi), Infantino non può raccontare al mondo simili sciocchezze pensando così di giustificarsi e venderci come legittimo tutto quanto è stato perpetrato in questi anni in nome esclusivo del gigantesco affare rappresentato da questo mondiale.

Mai come in questi giorni, pare venire a galla insomma l’insostenibilità di un “sistema” come quello che gestisce il calcio a livello mondiale, che ha trasformato lo sport più bello del mondo ed i valori che retoricamente si vuole che lo accompagnino, in un triste spettacolo di finzione, dove finti sono addirittura i tifosi, pagati per incitare un po’ la Francia, un po’ l’Inghilterra, l’Argentina e chissà, forse anche la Svizzera.

Tutto finto, tutto preimpostato, come in una versione aggiornata della Playstation, dove a contare davvero sarà solo la voce “entrate” al bilancio finale, e lo sdoganamento reputazionale di un paese senza democrazia, che per caso si è accorto, decenni fa, di essere seduto su una miniera d’oro.

Per il resto, solo facce di bronzo e forse (non ci resta che sperarlo) qualche testa pensante che in corso d’opera, chissà, sarà capace di dire di no, con qualche gesto eclatante, alla totale accondiscendenza verso le leggi di questo triste, indecoroso e criminale mercato-spettacolo.


QatarFIFA senza vergogna

I drammi politici obbligano a scelte laceranti. In questo caso fra democrazia e assolutismo