Orazio Martinetti – Il congresso della svolta

L'analisi dello storico Orazio Martinetti: una scelta strategica, la prevista vittoria di Marina Carobbio, gli errori della perdente e il problema del quinto nome in lista 


Marina Carobbio – Superata l’immagine di un partito diviso

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Amalia Mirante – La mia sconfitta penalizzerà il PS

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La diretta del Congresso PS

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Quadrare il cerchio

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Nel 1995 uscì un libriccino del sociologo liberale tedesco, trapiantato alla London School of Economics, Ralph Daharendorf, intitolato Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica (Editori Laterza, Roma-Bari). Conteneva il testo di una sua conferenza tenuta alcuni mesi prima. Il muro di Berlino era caduto da qualche anno, il neoliberismo aveva ormai il vento in poppa e la globalizzazione si stava affermando. 

Dahrendorf coglieva già le conseguenze negative della nuova fase che sintetizzava nella difficoltà, per il “primo mondo”, di tenere assieme tre esigenze che nei decenni precedenti l’Occidente euro-americano aveva saputo più o meno conciliare (il cerchio non si può quadrare, se non per approssimazione): crescita economica, coesione sociale e libertà politica (democrazia liberale). Si era di fronte alla crisi di quello che lo stesso Dahrendorf aveva chiamato il “compromesso socialdemocratico”. Eppure, concludeva, anche nella nuova fase occorreva tentare la quadratura: “Noi desideriamo la prosperità per tutti: ciò significa che siamo disposti ad accettare le esigenze poste dalla competitività dei mercati globali. Aspiriamo a società civili capaci di mantenersi unite e di costituire un solido fondamento di una vita attiva e civile per tutti i cittadini. Auspichiamo lo stato di diritto e istituzioni politiche che consentano non solo il cambiamento, ma anche la critica e l’esplorazione di nuovi orizzonti” (cit., p. 57). 

Noi, a quasi trent’anni di distanza da quelle riflessioni, sappiamo come sono andate le cose: l’economia, al seguito delle ricette neoliberiste, è cresciuta senza grossi intoppi per più di un decennio, ma poi è arrivata la grande crisi del 2008, che ha mostrato l’incapacità del mercato di autoregolarsi e il ruolo inevitabile dello stato, e in seguito si sono manifestati altri fattori di una parziale deglobalizzazione economico-finanziaria (ad esempio, le nuove tendenze protezionistiche); i costi sociali dello sviluppo neoliberista hanno allargato drammaticamente le diseguaglianze e messo in crisi la coesione sociale: non ne è seguita una nuova stagione di lotta di classe, ma una diffusa rabbia sociale, emarginazione e sofferenza, lotte fra poveri, disprezzo generico per le élite e antipolitica; la democrazia ha perso di attrattiva in Occidente (non sarà un caso che sempre meno persone vanno a votare) e la globalizzazione ha favorito, fuori dall’Occidente, forme di capitalismo legate a modelli politici autoritari (India, Russia, Brasile; spesso, in Asia, alla loro guida troviamo partiti comunisti che hanno cambiato pelle e si sono posti al comando di una modernizzazione capitalista gestita dall’alto). Insomma, la quadratura del cerchio non è riuscita.

Nel frattempo le cose si sono ulteriormente complicate. In effetti manca al cerchio di cui parla Dahrendorf uno spicchio decisivo, di fatto il più importante perché concerne la stessa sopravvivenza dell’umanità: la sostenibilità ambientale. Anche riguardo a questa imprescindibile esigenza, è illusorio credere che sia automaticamente compatibile con le altre. Ritenere che la transizione ecologica sia socialmente indolore (pensiamo al fenomeno dei gilets jaunes) ed economicamente priva di problemi, in mancanza di interventi politici mirati alla sua gestione, sarebbe come credere ancora una volta in una qualche mano invisibile. No, il lavoro di composizione si complica maledettamente. Basta vedere quanto sta succedendo di fronte all’attuale crisi energetica: di nuovo tutti pazzi per il gas, e magari anche per il carbone, pur di salvare un po’ di crescita (ed evitare una decrescita poco felice).

Che la principale vittima della mancata quadratura del cerchio sia stata la giustizia sociale è certamente un motivo di grande onta per la sinistra occidentale. In piena espansione ancora alla metà degli anni Settanta, la sinistra ha poi cominciato a perdere di velocità, sotto la pressione della globalizzazione – in primo luogo della libera circolazione dei capitali – e delle nuove modalità produttive post-fordiste. L’ultima pagina della vecchia stagione fu la vittoria di Mitterand alle presidenziali francesi nella primavera del 1981, sulla base di un programma abbastanza radicale (nazionalizzazioni, imposta patrimoniale, aumento del salario minimo, rilancio della spesa pubblica). Spaventati dalla fuga di capitali, dalle conseguenze sui conti pubblici e dalla possibile perdita di competitività dell’economia, dopo pochi mesi i socialisti ridimensionarono decisamente il loro programma.

Alle difficoltà oggettive si è poi aggiunto un disorientamento culturale della sinistra, che l’ha portata a confondere il riformismo con la mera adeguazione all’innovazione tecnologica e alla flessibilità economica, eventualmente un poco mitigate nei loro effetti dall’intervento pubblico. L’idea di una politica economica che non ignorasse il nuovo, ma che comunque tentasse di vincolare le dinamiche produttive a obiettivi di progresso sociale, è stata abbandonata, anche perché il piano strettamente nazionale non era più adeguato al perseguimento di questi obiettivi e quello sovranazionale, almeno europeo, stentava a farsi strada. 

Stagflazione e rallentamento della crescita furono imputati dalla teoria economica neoliberista ai tentativi precedenti di quadrare il cerchio. Il nuovo capitalismo aveva vinto, nella prassi e nella teoria economica dominante: la ricchezza certo aumentava, l’innovazione tecnologica offriva nuovi beni e servizi (basti pensare ai progressi nella medicina o nelle telecomunicazioni), ma le regole erano essenzialmente dettate dalla valorizzazione del capitale privato e dal mercato, che perseguivano i loro fini indipendentemente dalla società.

Mentre la sinistra riformista ha continuato a preoccuparsi di quadrare il cerchio, con assai modesti risultati (che la sinistra più radicale ha saputo solo denunciare), due forme di destra, in parte alleate e in parte rivali, hanno perseguito lucidamente l’idea di rinunciare alla quadratura: in primis ovviamente la destra liberal-liberista (in forte sintonia con i detentori della ricchezza), che ha pigiato sull’acceleratore della crescita economica via mercato, a danno della coesione sociale; e, in seguito, la destra etno-sovranista, che ha puntato, come reazione alla globalizzazione, sulla difesa dei confini della tribù e sull’esclusione di fasce sociali considerate estranee, a danno della democrazia liberale e dei diritti. 

La prima destra può essere più sensibile della seconda alla democrazia e ai diritti, mentre quest’ultima lo è maggiormente alla coesione sociale, ma ambedue sono profondamente ostili all’eguaglianza e disposte sempre a prendersela con i più deboli: lavoratori precari, giovani devianti, disoccupati indigeni o migranti in cerca di un futuro. La narrativa neoliberista è oggi in forte difficoltà, quella della destra sovranista riesce invece a spacciarsi con efficacia come possibile alternativa alla prima, anche perché i fallimenti del liberismo sono recenti e sotto gli occhi di tutti, mentre quelli tragici del nazionalismo risalgono a parecchi decenni fa e sono da un pezzo sepolti nei cimiteri di mezza Europa.

Il possibile rapporto privilegiato fra sinistra e verdi, con l’irrompere della questione ambientale, ha aperto indubbiamente un nuovo orizzonte di azione alle forze progressiste. Se da un lato la quadratura del cerchio risulta ancora più difficile, perché si è aggiunto un ulteriore elemento, dall’altro dovrebbe forse emergere con più chiarezza l’insostenibilità, non solo sociale ma anche ambientale, di politiche che confidano esclusivamente nel mercato (la questione ambientale è certamente l’ambito di uno dei più grossi fallimenti del mercato, che non ha considerato le esternalità negative), ma pure di un sovranismo che non può certo sperare di fermare alle frontiere il cambiamento climatico o i virus. Solo una via concertata e cooperativa può funzionare. Inoltre, la questione ecologica ripropone il tema della qualità dello sviluppo, caro a una sinistra che sapeva come crescita non fosse sempre sinonimo di progresso. Si aprono nuovi orizzonti, ma la strada è comunque in salita e non può consistere nella mera restaurazione del passato. Inoltre, richiede interventi concreti e immediati, vista l’urgenza dei problemi: non ci si potrà accontentare di dire che “il problema sta a monte”.

Sarebbe stato bello che la presentazione della prima lista unitaria, in vista dell’elezione del governo cantonale, fra socialisti e verdi del Ticino fosse l’occasione per un’ampia riflessione comune su questi temi. Purtroppo sono altre le priorità, al momento: la scelta dei candidati. Da un lato la direzione del partito socialista si è incartata in una proposta assai rigida, che è anche l’effetto di una scarsa disponibilità di potenziali candidati a mettersi a disposizione (come mai?); dall’altra l’unica figura alternativa all’apparato sembra essere molto più amata fuori dal partito, e forse anche fuori dalla sinistra, che al suo interno; una personalità completamente estranea al processo che ha portato all’incontro rosso-verde e più in generale lontana dalla vita del partito, salvo quando si tratta di allestire le liste elettorali per il governo (senza tornare nostalgicamente al passato, un recupero del valore della militanza, accanto alla competenza, per selezionare il ceto politico, in alternativa alle lobbies e ai personalismi narcisisti, sarebbe auspicabile) e di cui è anche difficile scrutare il pensiero politico, perché un po’ restia ad esporlo.

Al di là delle scaramucce dell’attualità, i termini di un nuovo tentativo di quadrare il cerchio devono essere al centro della discussione e dell’azione: mercati globali, lavoratori e comunità locali, territori e ecosistemi, istituzioni democratiche garanti dei diritti e doveri di tutti, sono i poli di un lavoro di composizione, anche attraverso il conflitto in particolare con il potere economico, di un nuovo assetto delle nostre società, più giusto e sostenibile; in opposizione a una destra liberista che cerca ancora il primato dei mercati e del captale che ivi si valorizza, e a una destra sovranista che afferma il primato della comunità e del locale in forme autoritarie e discriminatorie: politicamente illiberali e socialmente non inclusive.


COP27, il solito Bla Bla

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Dal Ticino verso la libertà

L'analisi dello storico Orazio Martinetti: una scelta strategica, la prevista vittoria di Marina Carobbio, gli errori della perdente e il problema del quinto nome in lista 

Ci sono quelli che “prima di sentenziare si dovrebbe conoscere meglio la Storia”. E poi quelli che “tanto dalla Storia non impariamo mai nulla e ripetiamo sempre gli stessi errori”. Modi di dire, che nella loro generica, svagata avvedutezza, portano a chiudere rapidamente qualsiasi approfondimento. A maggior ragione in quest’epoca che pare incapace di rapportarsi sia con il passato, sia con il futuro. Un’epoca fatta di istanti, di un presente che governa assoluto la navigazione di un mondo in tempesta, senza alcuna prospettiva concreta che non sia quella del soddisfacimento dei bisogni del momento. E magari, se proprio si volesse esagerare, propone tutt’al più soluzioni fantasiose di opportunità virtuali, perché il domani è conquista, è “sfida”, poco importa di chi e verso chi.

Ma a risvegliarci da queste considerazioni, forse amare, forse pure troppo pessimistiche, giunge un nuovo contributo editoriale di Giorgio Cheda, il nostro massimo storico dell’emigrazione ticinese ( e non solo di quella), che ha da poco pubblicato un volumetto intitolato “Dal Ticino verso la libertà” (Edizioni Oltremare). Nato come nuova introduzione alla riedizione dei celebri due volumi consacrati all’emigrazione ticinese in Australia (usciti nel 1976 e poi nell’81 presso Armando Dadò), questo testo di Cheda, classe 1938, inesausto compulsatore di carte e documenti del Sette-Ottocento, è diventato qualcosa d’altro, o di più: un personale rendiconto delle proprie ricerche passate al vaglio di una costante esigenza di metterle in rapporto dialettico, anche acceso, anche polemico, con la nostra realtà odierna.

Come già possiamo ritrovare in non poche pagine di due volumi precedenti (“Nel Brasilio con Francesco” (2018)  e “Nel baule del papà Americo” (2020), sempre stampati da Oltremare), anche qui Cheda non resiste all’intima (e preziosa, accidenti!) esigenza di tornare alla Storia per farla parlare, per intrecciarsi con l’attualità locale o globale non importa, fa lo stesso, per “risvegliarci”, appunto, come direbbe anche Edgar Morin in un libro che si è qui ricordato recentemente, per indurci a leggere la realtà alla luce degli eventi passati che l’hanno prodotta e ancora la trasformano.

Perché la realtà è qualcosa che cambia, si modifica, e forse mai drammaticamente come oggi, in quest’era dell’antropocene, diventa qualcosa di incandescente che riaccende esperienze che parevano sepolte (pensiamo alle recentissime vicende politiche italiane) o dà letteralmente fuoco all’Europa in un conflitto assurdo e barbaro, o ancora, incendia il pianeta, giunto al suo grado massimo di tossicità. In questa realtà, ognuno cerca di districarsi alla bell’e meglio, fra elusione, delusione ed oblìo, arrivando addirittura a negare la propria storia, che nel caso nostro (come in quello dell’Italia che distingue artatamente fra naufraghi e migranti) è un passato fatto di povertà ed emigrazione, che, per restare a noi, ha portato ad un consistente abbandono delle valli per cercare una “libertà” che significasse anzitutto la garanzia di una vita degna di tal nome. 

Possiamo dunque oggi starcene tranquillamente a sentenziare che per noi la soluzione migliore dovrebbe essere quella di chiudere le frontiere? Possiamo dimenticare in cosa consista davvero l’identità del nostro Paese se non prendiamo atto, una volta per tutte, che da secoli è fatta dalla commistione e dall’intreccio di culture e di popoli diversi, e che così continuerà ad essere, a maggior ragione oggi, nella drammatica situazione “globale”, che ci fa tutti uguali di fronte alle necessità sociali e ambientali?

Sono solo alcuni spunti che ci vengono dal ricco volume di Giorgio Cheda, dalle sue numerose riflessioni legate, appunto, alla messa in rapporto fra ricerca sul passato e situazione presente.

Val la pena, in chiusura, e doverosamente, di lasciare la parola allo stesso Cheda, in questo estratto dal libro.

“Dagli agricoltori del Neolitico che – sbarcati in Gran Bretagna – hanno costruito il monumento di Stonehenge orientato al solstizio d’inverno, fino ai giovani orientali informatici della Silicon Valley e alla diaspora attiva nelle città cinesi, l’innovazione e lo sviluppo sono stati in gran parte promossi dai movimenti migratori. Colpito, a suo tempo, dall’affermazione di Fernand Braudel che la montagna è sempre stata una fabbrica di uomini ad uso altrui mi sono sforzato di abbozzare un fragile schizzo di una microstoria aperta a tutte le discipline, confrontando la staticità dei rurali con il dinamismo delle società in cui hanno operato. L’analisi dei cambiamenti collegati ai movimenti di uomini, idee, prodotti, capitali e pandemie aiuta a non lasciarsi condizionare da quei personaggi carismatici che enfatizzano particolarità locali o confessionali. Uno degli obiettivi della ricerca è proprio quello di confrontare le diverse esperienze comunitarie evitando di ingessare identità regionalistiche che cambiano proprio in seguito alle migrazioni.

Per razionalizzare l’emozione patriottica e scongiurare una suicida chiusura nazionalistica, bisogna anzitutto separare i fatti dai miti (Grütli, Guglielmo Tell, Generale Guisan…), inventati con il pretesto di rafforzare l’unità nazionale. Poi impegnarsi a conoscere le peripezie degli altri, a cominciare da quegli immigrati che, pur sacrificandosi sul cantiere di Mattmark per il nostro benessere, venivano ancora tacciati di cincali da troppi seguaci del razzista James Schwarzenbach.

Integrare cioè l’Inno alla gioia all’insipido Quando bionda aurora che ha già sostituito il precedente bellicoso snudiam l’acciar. Pure l’Europa è il nostro Paese: lo chiedono a gran voce i giovani studenti che beneficiano di Erasmus. L’amore per la patria diventa allora una creativa forma di ospitalità intellettuale e umana che concorre a sciogliere l’antitesi esclusione – integrazione.”

(Da Giorgio Cheda, Dal Ticino verso la libertà, Edizioni Oltremare, pp.36-37)

 


Un anno, una notte

L'analisi dello storico Orazio Martinetti: una scelta strategica, la prevista vittoria di Marina Carobbio, gli errori della perdente e il problema del quinto nome in lista 

Di Giuseppe Porrovecchio, The Vision 

Sono da poco passate le nove e quaranta di sera quando un’auto si ferma all’ingresso di una sala concerti nell’XI arrondissement di Parigi. All’interno, gli Eagles of Death Metal, una nota band rock californiana, hanno iniziato a suonare da circa un’ora davanti a centinaia di persone. Sono alla sesta canzone, Kiss the devil – Who will kiss the devil on his tongue? / I’ll love the devil! / I’ll kiss his tongue! –, mentre all’assolo di chitarra si mescola con quello che sembra il rumore di un petardo. Poi urla, il fragore che si fa riconoscibile e diventa spari, altre urla. È il 13 novembre 2015 e da alcuni minuti in sei zone diverse della città, perlopiù in centro, alcuni kamikaze si stanno facendo detonare con delle cinture esplosive o sparano con armi automatiche a chiunque vi sia intorno. Bar, ristoranti, stadi. Al Bataclan tre terroristi appartenenti all’Isis uccidono novanta persone e ne prendono centinaia in ostaggio per ore. Secondo alcune ricostruzioni, chi riuscì a sopravvivere lo fece fingendosi morto, nascondendosi sotto ai cadaveri e scappando nei bagni, dalle uscite di sicurezza e sul tetto. Dalle interviste contenute in uno speciale del New York Times per la commemorazione del primo anniversario della tragedia, emergono non solo le inaspettate brevi occasioni in cui in molti sono riusciti a fuggire, come il tempo di ricarica dell’arma, ma anche la grande umanità e gentilezza con cui le persone cercavano di consolarsi e aiutarsi a mettersi in salvo a vicenda. “Stai bene?”. “Corri”. “Niente,” racconta la giornalista che curò le interviste, “può raccontare il dolore come le parole di chi lo ha vissuto”. È lo stesso impulso da cui parte Un anno, una notte, l’ultimo film di Isaki Lacuesta, al cinema dal 10 novembre, che mostra la vita di una coppia sopravvissuta all’attentato del Bataclan. Molto, di ciò che ruota attorno al film, ha a che fare con la sopravvivenza.

L’opera si basa, infatti, su Paz, amor y death metal, un romanzo autobiografico dello scrittore spagnolo Ramón González, presente nella sala concerti con la fidanzata e una coppia di amici. Non solo: anche il produttore del film, Ramón Campos, era a Parigi con la sua famiglia quella notte. C’è, insomma, un bisogno impellente di raccontare non ciò che è stato – di cui i social media, tramite i video condivisi permisero una prima ricostruzione, e che le analisi dei giornali sezionarono e ricomposero momento per momento – ma ciò che significa vivere dopo un trauma simile. Se a quasi sette anni di distanza gli effetti della tragedia hanno prodotto anche un’ondata di film francesi incentrati sul terrorismo, sulla sicurezza, sul conflitto culturale, poco spazio era stato finora lasciato alle ricadute di quegli eventi: come cambia il nostro corpo, la relazione con gli altri e con lo spazio, come si trasforma la sensazione di sapere chi siamo, chi vogliamo essere; quanto si fa forte, o meno, il desiderio di non essere definiti dalla violenza subìta.

Al cuore del film c’è la storia di una coppia di giovani innamorati che entra nella sala concerti credendo in un futuro condiviso e che, quando ne esce, si ritrova sfasata: è come se ciascuno dei due iniziasse a vivere a un tempo e in un luogo diverso dall’altro, pur ritrovandosi nella stessa stanza. La prima volta che incrociamo lo sguardo di Ramón (Nahuel Pérez) e Céline (Noémie Merlant) camminano per strada, in un luogo che sembra come avulso da qualunque realtà, quasi fosse una piccola bolla galleggiante, cangiante e dorata, una di quelle palle con la neve che, nel girarla, offre la speranza che per un momento tutto possa cambiare. Attorno a loro, le vie sono silenziose, i suoni ovattati. Indossano una coperta isotermica, si stringono al suo interno. È solo quando il rombo di un autobus che trasporta gli altri sopravvissuti all’attentato gli si muove accanto che l’esistenza torna a farsi cosciente.

Quando si risvegliano nel proprio letto – o almeno Ramón, perché Céline non è riuscita a dormire che un paio d’ore – la loro intimità inizia a fratturarsi. È la prima notte, la notte che segue il giorno in cui sono stati a un passo dall’essere ammazzati. Glielo ricordano i lividi sulla pelle. Al mattino erano vivi, si erano svegliati, erano andati a lavoro, lui aveva fatto tardi, lei lo aveva aspettato ridendo, erano felici e adesso sono dei sopravvissuti, sfiniti dalla stanchezza e dal terrore. Ciò che è accaduto quella notte li ha travolti. Lui ora è ossessionato dal guardare il telegiornale, dallo scandagliare ogni pagina del web per scoprire la sorte dei terroristi, legati allo Stato islamico, coinvolti non solo negli incidenti al Bataclan ma anche in altri attentati avvenuti la stessa notte a Parigi. Prende ferie dal lavoro, dove nessuno sembra sapere cosa dirgli, poi torna, poi si licenzia. In poco tempo, il suo comportamento diventa sempre più irregolare e conflittuale, mentre su un quaderno cerca di ricostruire nei singoli dettagli quanto avvenuto nella sala concerti. È soprattutto la faccia di uno degli assassini che vorrebbe ricostruire, ce l’ha impressa nella mente, ma col passare dei giorni tutto si fa sempre più sfocato. Nel ricordare, costringe anche lei a farlo. Céline però non vuole, non ha detto a nessuno che era lì quella sera. Poi i genitori si preoccupano, alla fine va tutto bene, perché fargli prendere uno spavento per niente. Il padre l’ha chiamata mentre si nascondeva sotto a un tavolo, il corpo insanguinato di uno sconosciuto accanto, gli spari nell’altra stanza. “Papà, siamo al cinema, meglio che ci sentiamo un’altra volta o la gente si arrabbierà”. Dimenticare, a volte, aiuta a sopravvivere. Lo ripete anche a Carlos (Quim Gutiérrez) e a Lucie (Alba Guilera), che erano lì con loro quella notte, ma per cui l’elaborazione del trauma acquisisce un’altra forma ancora. Ognuno di loro, infatti, ha vissuto l’attacco e le conseguenze in modo totalmente differente, eppure i loro resoconti ci mettono di fronte alla possibilità di come questa storia potrebbe essere la storia di ciascuno di noi, un’esplorazione universale di un evento traumatico, della forma che acquistano l’identità, l’amore e la perdita.

È nei dettagli più banali di come la vita vada avanti a ogni costo che Un anno, una notte trova la sua forza più grande. Se gli eventi dell’attentato vengono parzialmente ricostruiti solo attraverso dei flashback, senza diventare mai il motore dell’azione, questo si ritrova nel modo di affrontare le più piccole cose quotidiane. Céline ha paura di uscire di notte, Ramón ha degli attacchi di panico e ogni giorno crede di morire. Una sera, pochi giorni dopo l’attacco, Céline, Ramón, Carlos e Lucie si ritrovano a casa per bere e, in terrazza, iniziano a leggere i messaggi che hanno ricevuto da amici, parenti e conoscenti: “In greco ‘crisi’ significa ‘opportunità’”; “Dio scrive dritto con righe storte” – sì, proprio Dio “scrive dritto con righe storte”; “The show must go on”, lo spettacolo deve continuare. È una scena quasi surreale, che ci interroga su come tutti noi tendiamo a reagire alla tragedia e che evidenzia come i quattro giovani si sentano disconnessi dal resto del mondo: solo loro possono sapere com’era essere lì, eppure anche loro non sono d’accordo su quanto sia accaduto, sulle sue conseguenze. Ed è proprio su questo sentimento che Ramón e Céline si scoprono sempre più divisi. D’altronde, “Consolami” è uno degli imperativi più difficili a cui adempiere quando si smette di comprendere l’altro.

Accanto a questi interrogativi, la musica è un altro dei protagonisti del film, come racconta il regista spagnolo Isaki Lacuesta, due volte vincitore al San Sebastián International Film Festival e alla sua prima prova internazionale con Un anno, una notte, presentato in anteprima alla 72esima Berlinale. “L’attacco è avvenuto in un’arena da concerto e uno degli obiettivi espliciti dei terroristi era quello di attaccare lo stile di vita rappresentato da quei brani che sono stati interrotti dalla sparatoria”. “L’obiettivo della pellicola,” spiega Lacuesta, “è quello di far sviluppare agli spettatori la capacità di rivisitare e ripensare gli eventi che hanno stravolto la vita di Ramón e Céline, perché considerati cruciali per comprendere il mondo di oggi”.

C’è un passaggio nel memoir di Emmanuel Carrère Vite che non sono la mia, in cui lo scrittore e giornalista francese cerca di rispondere a domande simili a quelle sollevate dalla pellicola – Come si racconta il dolore? Cosa ci fa più paura? Come si riceve la sofferenza degli altri? – dopo aver assistito alla morte del figlio di una coppia di amici e della sorella della sua compagna, in cui scrive che la malattia, ma più in generale “il terrificante approssimarsi della morte”, sono capaci di insegnarci chi eravamo, chi siamo, o meglio “dove siamo”. Sta proprio qui l’essenza più terrena e martellante di Un anno, una notte – così come forse dell’esistenza stessa: capire se stiamo vivendo davvero la vita che abbiamo voluto e che desideriamo.

Il Trailer del film 


Pietro Martinelli – Le ragioni del mio ‘no’ alla candidatura Mirante

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Domani a Bellinzona, in un clima politico surriscaldato, si terrà l’atteso Congresso del partito socialista ticinese. Alla vigilia di un momento storico per il maggiore partito della sinistra ticinese, abbiamo incontrato Pietro Martinelli, co-fondatore prima del PSA, poi partecipe della riunificazione del partito, infine eletto in Consiglio di Stato. Un interlocutore che con notevole passione politica ha animato il dibattito politico ticinese e in particolare le vicende, gli orientamenti ideologici, e le scelte operative del partito.
Politico pragmatico, abituato a misurarsi con la concretezza dei problemi da affrontare, portato dunque a cercare la collaborazione più che l’aridità di scontri pretestuosi, in questa conversazione Pietro Martinelli esprime con fermezza i motivi della sua opposizione alla candidatura di Amalia Mirante e a quello che definisce il suo ‘ruolo divisivo’ all’interno del PS.
Una voce autorevole fra altre voci che per settimane si sono contrapposte dopo la decisione dei vertici del partito di allearsi con i Verdi e di scegliere come ‘candidata esperta’ l’attuale Consigliera agli Stati Marina Guscetti Carobbio, escludendo appunto dal ticket socialista Amalia Mirante. Contrapposizione forte, che ha inevitabilmente messo in secondo piano il tema invece della svolta politica strategica dei vertici del partito. Atto formalmente conclusivo domenica, con il Congresso che Naufraghi.ch trasmetterà in diretta streaming.


Sergio Rossi – L’economia e lo Stato fra sgravi e sussidi

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria