Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso

Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso

Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso
“Chi avrebbe potuto prevedere la crisi climatica?” – ha detto il Presidente francese Macron, scatenando le ire di climatologi e ambientalisti. Già, perché in realtà gli scienziati ci allarmano da almeno vent’anni su questa crisi che sta diventando sempre più grave e pericolosa, intrecciandosi sempre più con la crisi sociale. Questo mentre le notizie sulla crisi ambientale – effetto del conflitto strutturale e radicale del tecno-capitalismo nei confronti della Terra – ci rimanda ai primi anni Sessanta del secolo scorso (ma anche a molto prima), esplodendo poi con il Rapporto del Mit al Club di Roma del 1972 sui limiti della crescita e con la nascita dei movimenti ecologisti / ambientalisti.
Una gaffe: così sono state definite le parole di Macron – e gaffe significa una frase (ma anche un atto o un comportamento) maldestra o incauta, non adatta né al momento né alle circostanze. Ma davvero possiamo / dobbiamo considerarla una gaffe? In realtà ci sembra piuttosto l’espressione plastica di un negazionismo nei fatti che accomuna tutti i governi del mondo, posto che dall’Accordo di Parigi sul clima del 2015 – lo stesso anno di pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, radicale e magistrale critica del nostro modello irrazionale di economia e di tecnica e che tutti, credenti e non credenti dovremmo leggere e rileggere nella sua parte di analisi, come un livre de chevet – fino al fallimento dell’ultima Cop 27 è tutta una grande retorica, e solo retorica, sulla crisi climatica, a cui poi non seguono trasformazioni davvero radicali di questo modello ecocida.
Quella di Macron non è stata dunque una semplice gaffe: è invece il sintomo non tanto di ignoranza (comunque grave, per un capo di Stato), ma di una intrinseca incapacità, o meglio non-volontà della politica di capire il problema climatico e ambientale, la sua drammaticità e la sua storicità, cioè il suo non essere qualcosa di imprevedibile, ma l’esito inevitabile di tre secoli di capitalismo industriale e di sfruttamento della Terra. E quindi il problema non è il neoliberismo – errore in cui cadono anche le sinistre – bensì il tecno-capitalismo e, a monte, la (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale che lo produce e lo fa funzionare. Diventata ormai la nostra forma e norma unidimensionale di vita (produrre-consumare-produrre-consumare e sprecare); la nostra compulsiva way of life; la nostra sedimentata antropologia.
E se ci pensiamo, tutta la politica (dall’America capitalista alla Cina comunista, passando per l’Europa) si riduce ad essere una mera sovrastruttura (diritto, agende di governo, educazione e scuola, management e marketing, industria culturale e dello spettacolo/divertimento, Fondo monetario, Organizzazione mondiale del commercio, Wef di Davos) funzionale al funzionamento e alla riproducibilità senza ostacoli e limiti della struttura tecno-capitalista; e per struttura intendendo i mezzi di produzione e oggi soprattutto i mezzi di connessione (le piattaforme tecnologiche della rete), la Silicon Valley, il capitalismo della sorveglianza e il Big Data. In verità, struttura e sovrastruttura formano ormai da tempo una superstruttura unica, per la quale vale la profezia – in realtà nel tecno-capitalismo è tutto rigorosamente pianificato – per cui deve essere più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. E che il capitalismo fosse diventato una gabbia d’acciaio lo aveva capito Max Weber più di cento anni fa, una gabbia che ci imprigionerà fino a che non sarà estratto e consumato l’ultimo quintale di carbone (oggi di petrolio, gas o dati).
Perché questo è il tecno-capitalismo: una pianificazione per la trasformazione della società in mercato e industria e per l’automatizzazione della vita mediante macchine e algoritmi; una pianificazione perseguita da tre secoli a questa parte con determinazione e determinismo fideistico, prometeico e industrialista, in un crescendo rossiniano.
E allora, se è giusto criticare i giovani ecologisti che imbrattano i muri dei palazzi del potere e i quadri nei musei o si incollano al catrame delle strade bloccando il traffico e vengono arrestati e poi processati – una forma di protesta assolutamente controproducente per il fine che vuole raggiungere – non dovremmo invece portare sul banco degli accusati proprio chi ci governa? Accusandoli di correità con chi produce il cambiamento climatico – a loro volta accusabili di crimini contro l’umanità di oggi e di domani? Non dovrebbe – la società civile del mondo, noi tutti se fossimo cittadini del mondo e non ci chiudessimo dentro le nostre frontiere fisiche e psichiche – chiamare appunto in giudizio chi ci governa? Dovremmo.
In realtà siamo anche tutti noi – al di là delle risposte green che diamo ai sondaggi e dello smaltimento intelligente/riciclaggio e riuso dei nostri rifiuti – ad essere complici del sistema, proprio perché sussunti nel sistema e modificati dal suo incessante human engineering, cioè dall’azione di questa superstruttura che è irrazionale nella sua stessa radice, cioè la (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale – e quindi, ci ripetiamo, il problema non è solo il neoliberismo, figlio semmai anch’esso di questa stessa irrazionalità.
Svegliamoci!, ha scritto un grande filosofo come Edgar Morin (ne abbiamo parlato recentemente in questa sede). E invece votiamo sempre più a destra, quelle destre conservatrici/populiste/sovraniste sempre e comunque complici del tecno-capitalismo e negazioniste di fatto della crisi climatica e ambientale (vedi UDC e Lega; vedi Meloni e Lega in Italia). Per tacere delle sinistre, anch’esse ormai incapaci di immaginare di poter/dover rovesciare la profezia o il piano, cioè facendo morire il capitalismo per salvare la Terra – e noi stessi. Perché il tecno-capitalismo non è il nostro destino e non è la fine della storia ma si può e si deve modificare cercando altro e di meglio (lo impone appunto la crisi ambientale e climatica). E per iniziare a immaginare e a progettare altro dalla pianificazione tecno-capitalista si potrebbe rileggere Karl Polanyi e il suo La grande trasformazione (Einaudi); o leggere gli ottimi scritti di Cornelius Castoriadis in Contro l’economia e da poco pubblicati da Luiss University Press.
Immagine dal sito di Stop Ecocide International
Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso

Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso
Le più recenti elezioni politiche in Svezia si sono tenute lo scorso settembre in un momento storico eccezionale, in un Paese travolto dall’insicurezza sia interna – a causa di scontri tra gruppi criminali in alcune grandi città – che esterna – per via dell’incertezza di un Paese che è passato da decenni di neutralità a voler diventare membro della Nato nei mesi successivi all’invasione russa dell’Ucraina.
E proprio l’insicurezza percepita ha caratterizzato una campagna elettorale che mai era stata tanto incentrata sul personalismo dei candidati a discapito dei concreti contenuti elettorali. Da un lato, il centrosinistra, con lo storico e tradizionalmente fortissimo partito socialdemocratico al governo dal 2014, ha scelto una campagna elettorale caratterizzata da una parziale autocritica su ciò che il proprio governo aveva fatto. Lo slogan “insieme possiamo rendere la nostra Svezia migliore” è forse rimasto un messaggio troppo ambiguo che tentava in qualche modo di conciliare un desiderio di cambiamento con una certa continuità. La socialdemocratica Magdalena Andersson, Prima ministra uscente, ha cercato di risolvere la questione Nato prima delle elezioni, facendo domanda affinché la Svezia ne diventasse membro prima dell’estate 2022. Pensava che questa mossa di risolutezza in un momento di grande incertezza avrebbe portato l’opinione pubblica indecisa a votare a favore dei socialdemocratici. Cosa che non è accaduta. Molti elettori, preoccupati dal clima di insicurezza generale, soprattutto interna, si sono invece rivolti alla coalizione di centrodestra. I partiti di quest’ultima hanno condotto una campagna estremamente ambigua ma che alla fine ha pagato in termini politici. I tre partiti di centrodestra (i Moderati, i Cristianodemocratici e i Liberali) non si sono mai detti apertamente intenzionati a creare una coalizione con il partito xenofobo di estrema destra dei Democratici Svedesi. Nel contempo questi tre partiti di centrodestra si sono appropriati di orientamento, linguaggio e posizione tradizionalmente di estrema destra. Durante la campagna, le locandine mostravano quello che sarebbe poi diventato il primo ministro svedese Ulf Kristersson promettere: “Ora facciamo un po’ d’ordine in Svezia”.
Il risultato è stato tanto annunciato quanto sorprendente. Come da tradizione, il primo partito alle elezioni è rimasto comunque il partito socialdemocratico con una percentuale del 30,3%: tanti svedesi hanno comunque scelto il partito di centrosinistra guidato dalla Prima ministra uscente. Sorprendentemente secondi sono stati i Democratici Svedesi di estrema destra che hanno ottenuto uno strabiliante 20,5% affermandosi per la prima volta come secondo partito e confermando la loro strabiliante ascesa negli ultimi decenni, superando per la prima volta il partito di centrodestra dei Moderati che ha ottenuto il 19%. Alcuni partiti più piccoli hanno visto i loro consensi ulteriormente ridotti, soprattutto il partito di sinistra contrario all’ingresso nella Nato e il partito dei liberali che ha deluso i propri elettori europeisti e cosmopoliti con la sua svolta a destra. Contando i seggi è emersa una situazione particolare: mettendo insieme tutti i partiti e partitini, la coalizione di centrodestra ha ottenuto un buon successo offrendole un’opportunità tanto unica quanto controversa. Il blocco di centrodestra costituito dai Moderati, dai Cristianodemocratici e dai Liberali ha infatti deciso – non senza controversie – di creare un governo di minoranza e di beneficiare del supporto esterno dei Democratici Svedesi, rompendo un tabù lungo 20 anni.
È la prima volta nella storia svedese che un partito di estrema destra, nazionalista, xenofobo con origini fasciste e apertamente contrario all’immigrazione diventa secondo partito e fornisce un supporto esterno al governo, cosa che sarebbe stata considerata impensabile anche solo pochi anni fa. La narrativa bipartisan fino alle elezioni precedenti (nel 2018) è stata di ostracizzare questo partito di estrema destra, pensando che così facendo, si sarebbe naturalmente indebolito. Ma di fatto è accaduto il contrario, vista l’inesorabile e folgorante ascesa di tale partito, che è passato da appena il 2,9% dei consensi nel 2006 al 20,2% nel 2022. Il polo di centrosinistra, che include il partito di Sinistra, i Socialdemocratici, il partito Ambientalista e il partito di Centro si continuano a professare contrari alla normalizzazione di questo partito di estrema destra. La coalizione di centrodestra ha invece scelto di porre fine all’erosione di voti in fuga verso l’estrema destra prima spostandosi sempre più a destra nel suo contenuto politico e da ultimo aprendo le porte alla normalizzazione. Al momento quindi la situazione è la seguente: il governo di minoranza di centrodestra è composto da: i Moderati con 68 seggi al Riksdag (il Parlamento monocamerale svedese), i Cristianodemocratici con 19 seggi e i Liberali con 16. Il partito di estrema destra dei Democratici Svedesi sostiene questo governo di minoranza di centrodestra con 73 seggi dando loro una stringata maggioranza: 176 seggi e contro i 173 dell’opposizione.
Che cosa sta accadendo ora? Il programma di governo è già molto dibattuto e già si notano i primi cambiamenti. Il ministero della Transizione ecologica è stato cancellato, mostrando il poco interesse della coalizione attuale a sostenere questioni ambientali in forte contrasto con l’attenzione tradizionale della Svezia verso le questioni climatiche. L’altro atto estremamente controverso è stato il cancellare la politica estera femminista, che tanto aveva fatto per esportare valori e norme di uguaglianza e rispetto dei diritti umani. Tagli significativi vengono imposti anche a tutte le agenzie che si occupano di aiuti umanitari e di cooperazione allo sviluppo. Un altro problema del partito dei Democratici Svedesi è il fatto di contenere una pluralità di visioni sulle quali la leadership del partito può o vuole avere relativamente poco controllo, alcune delle quali chiaramente antidemocratiche. In ottobre una giovane parlamentare dei Democratici Svedesi, Rebecka Fallenkvist, ha rilasciato dichiarazioni infelici su Anna Frank descrivendola come una “immorale”. I Democratici Svedesi se ne sono timidamente distanziati e la parlamentare è poi stata sospesa. Molti membri del partito condividono posizioni razziste, discriminatorie e xenofobe, volte a ristabilire canoni tradizionali di “svedesità” e di omogeneità sociale in un Paese dove le persone di origine straniera sono il 25%.
Nel novembre 2022, il governo ha poi annunciato la sua intenzione di stabilire un canone culturale. I Democratici Svedesi hanno giustificato questa iniziativa scrivendo della sua necessità per via di “una mancanza di interesse generalizzato per le questioni di politica culturale, lo sradicamento, la rimessa in questione dell’esistenza stessa della cultura svedese”. La ministra della cultura di centrodestra, Parisa Ljljestrand, ha pienamente recepito questa linea, proposta dall’estrema destra, quasi parola per parola. 35 scrittori svedesi hanno reagito in maniera molto forte in una tribuna poi pubblicata dalla rivista “Expressen” scrivendo: “Un canone culturale creato dallo Stato non ha il suo posto nella democrazia”. Il rischio è che le posizioni del governo sulle questioni culturali siano direttamente importate dal programma dei Democratici Svedesi e che quindi la cultura diventi un altro modo di definire in maniera restrittiva che cosa si intenda per svedesità. La più recente iniziativa è poi l’intenzione esplicita di dare la caccia ai migranti illegali che includerà controlli molto dettagliati, tra cui un controverso controllo del Dna ma anche l’obbligo per i funzionari dello Stato di denunciare i migranti illegali, spesso bisognosi di protezione, creando quella che è stata chiamata da molti critici una “pratica di delazione”, comune nelle autocrazie.
L’altro elemento spinoso riguarda l’ingresso della Svezia nella Nato che deve ancora essere ratificato dalla Turchia e dall’Ungheria. Nonostante la Svezia (con la Finlandia) e la Turchia abbiano firmato un memorandum di accordo allo scorso summit della Nato, il giorno dopo Erdogan ha sconfessato e nuovamente minacciato che non avrebbe ratificato. L’attuale coalizione di governo si trova a dover chiudere le negoziazioni con la Turchia che sta tentando di ottenere l’estradizione di molteplici leader curdi residenti in Svezia. Il rischio è che molti rifugiati politici siano utilizzati come merce di scambio e finora l’attuale governo è stato poco chiaro su che cosa è disposto a concedere. Per fortuna, la Corte suprema svedese sembra aver scelto una linea protettiva, avendo rigettato lo scorso 19 dicembre la domanda di estradizione richiesta per il giornalista Bülent Kenes, di fatto un rifugiato politico. La situazione securitaria della Svezia non è veramente a rischio, sia perché ci sono garanzie di sicurezza bilaterali da parte di Paesi Nato, sia per la evidente incompetenza delle forze armate russe, ma è certo che la situazione dell’ingresso nell’Alleanza atlantica andrebbe risolto velocemente e senza eccessivi scivoloni.
Ma tutto ciò in quale contesto accade? La Svezia è un Paese le cui ineguaglianze sono cresciute in maniera molto significativa negli ultimi anni. Tradizionalmente visto e percepito come una sorta di Paese perfetto, la Svezia rimane un Paese piuttosto egualitario ma lo è in misura sempre minore. Oxfam ha pubblicato un report che classifica la Svezia al ventesimo posto per diseguaglianze economiche mentre la Francia per esempio si piazza ben al dodicesimo. Questo risultato sorprendente si spiega in parte per via delle tasse altissime sui salari ma è anche il sintomo di un fenomeno più profondo: secondo Andreas Cervenka nel suo libro Girig-Sverige (la Svezia avida) la folkhemmet (la casa del popolo) si è trasformata in “un paradiso per i super ricchi” mentre le persone sotto la soglia di povertà non sono mai state così tante.
Interessante è notare che le diseguaglianze non siano state l’oggetto principale della campagna elettorale che si è incentrata invece su immigrazione e sicurezza. Come in molti altri Paesi, l’immigrato viene visto come il problema e non parte della soluzione mentre le ineguaglianze non sono mai davvero oggetto di dibattito. Il tema dell’insicurezza domina soprattutto in città come Malmö e Stoccolma dove la segregazione degli immigrati è fortissima. A fomentare poi le crescenti diseguaglianze si aggiunge un modello educativo la cui qualità è crollata a causa di liberalizzazioni e privatizzazioni negli ultimi anni e che hanno anche portato a una de-centralizzazione eccessiva del sistema scolastico, con scuole spesso finanziate dai comuni o da attori privati, a volte quotate in borsa. Questo ha portato a un’inflazione dei voti ma soprattutto a una notevole segregazione scolastica che contribuisce poi alle crescenti diseguaglianze. Le politiche neoliberali hanno privatizzato e deregolamentato molti altri settori, inclusa la sanità pubblica, come dimostrato da quanto anche il sistema sanitario svedese fosse totalmente impreparato di fronte alla crisi del Covid.
È chiaro che questa coalizione di centrodestra si trova ad affrontare un certo numero di ambiguità e una situazione estremamente delicata. Gli ultimi 15 anni hanno visto un processo di lenta ma inesorabile crescita dei Democratici Svedesi e una loro – desiderata o temuta – normalizzazione. Eppure i Democratici Svedesi non sembrano essersi smussati molto nelle loro posizioni. La loro inesistente esperienza politica, le loro posizioni oltranziste e la straordinaria influenza che hanno sulla compagine governativa non promettono niente di buono, anche ora che la Svezia ha appena assunto la presidenza dell’Unione europea.
Nell’immagine: il leader dei Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna) Jimmie Åkesson
Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso
Di Francesco Bonsaver, Forum alternativo
In un articolo apparso su LaRegione (“Vecchia tattica per una nuova strategia”, 27 ottobre 2022),[pubblicato anche nel nostro sito, ndr] Christian Marazzi descrive il contesto economico e sociale globale per poi addentrarsi nel locale, ragionando sulle prossime elezioni cantonali.
Rinviandovi all’articolo per una lettura più articolata, semplifichiamo con l’accetta i punti salienti espressi da Marazzi, per poi approfondirli con l’autore.
Per il ricercatore sociale, l’attuale crisi della globalizzazione è figlia della crisi del modello neoliberista, del valore assoluto della crescita economica a tutti i costi.
Le difficoltà di approvvigionamento di merci e di materie prime, del modello incentrato sulla riduzione dei costi del lavoro e della massimizzazione dei profitti delle multinazionali, le guerre, l’inflazione e le catastrofi ambientali hanno reso evidenti tutti i limiti e le debolezze strutturali del sistema globale impostato sul credo neoliberale.
Nell’attuale contesto di crisi economica, la risposta all’inflazione delle banche centrali è quella di alzare i tassi d’interesse quel tanto che basta per alimentare una recessione, o un rallentamento, sufficientemente forte da poter indebolire le rivendicazioni salariali.
Tra gli effetti della crisi della globalizzazione vi è il ritorno dell’importanza del locale. La sfida di società, scrive Marazzi, «sta ora nel riconnettere la ricchezza creata all’interno degli Stati nazione, all’interno degli spazi locali, con mercati globali sempre più competitivi e concorrenziali».
Detto del contesto macro economico e sociale in cui ci si muove, proviamo ad addentrarci nel locale. Un terreno occupato dalla destra col sovranismo. Christian Marazzi, sono stati abili loro o è colpa della sinistra?
Partendo dal concetto identitario di popolo, i sovranisti hanno saputo sfruttare gli effetti negativi della globalizzazione sulle economie e le comunità locali. Il rischio di una deriva identitaria di tale impostazione è ben presente, dove la dimensione della solidarietà internazionale, la capacità di resistere al razzismo, sono annullati, cancellati. A sinistra si pone quindi il problema di reinventare una sostenibilità politica locale. L’alleanza rosso-verde per le prossime elezioni cantonali è interessante perché si pone nell’ottica di confrontarsi con questo problema.
Oltre al calcolo puramente elettorale della lista, come hai scritto, cosa ti fa supporre che sia interessante il progetto politico?
Dato lo spostamento pronunciato a destra del Paese, con un centro ormai svuotato dalla progressiva scomparsa dei radicali e dell’anima più sociale del Ppd, credo sia inevitabile quanto opportuno ragionare in termini di calcoli elettorali. Ma l’alleanza diventa interessante se impostata su una strategia che vada oltre la scadenza delle urne.
La strategia avrà una sua forza per imporsi sul medio termine?
L’energia emanata dalla componente giovanile al Congresso Ps, l’ho vissuta molto positivamente. E per certi versi, si è rivelata inedita nelle scelte del partito. Nel proporre un candidato della Giso al governo cantonale, sono ben coscienti dei rischi insiti nel risultato elettorale. Ma mi pare che il progetto vada oltre il puro calcolo elettorale e in questo sta l’aspetto innovativo e positivo.
Cosa ti fa ben sperare?
Come detto, l’aver compreso la necessità di reinventarsi una sostenibilità politica locale, creando una sorta di laboratorio di pensiero pratico. L’esperienza dei “Cittadini per il territorio” è importante in quanto laboratorio di pensiero e di concretizzazione per dare corpo a questa ipotesi di lavoro rosso-verde.
Hai scritto che ci vogliono «orecchie capaci di ascoltare il rumore profondo della resistenza». Nei fatti significa la capacità d’intercettare i movimenti sociali locali di resistenza per darne voce e rappresentatività?
Esatto. Manca quel che una volta si chiamava la cinghia di trasmissione tra il livello locale e quello istituzionale. Da un lato, hai dei soggetti locali che si mobilitano e dall’altra parte non esiste la forza politica istituzionale che li rappresenti andando a incidere nelle decisioni. La sfida politica della lista Ps-verdi sta proprio nella loro capacità futura di collaborare con chi vive sui territori. C’è un cambiamento di prospettiva importante nell’istanza d’innovazione politico-istituzionale. Questo passo ti costringe ad adeguare in modo diverso le strategie politiche, gli obiettivi prefissati.
A sinistra però non vi è la sola alleanza Ps Verdi, ma Mps che si presenta solo mentre Pc e Pop propongono una lista comune. «Non è detto che marciare disuniti, perfezionando la propria specifica identità, scrutandosi a vicenda e liberandosi dei furbastri, sia la cosa peggiore da fare», hai scritto.
Da sempre capisco e condivido le critiche della sinistra radicale all’agire socialdemocratico che ha perso la capacità di rappresentanza di certe istanze, spostando a destra soggetti che votavano a sinistra. Ma credo che l’opposizione tra socialdemocrazia e sinistra radicale, pur avendo una sua legittimità e giustificazione storica, sia un dibattito superato dalle necessità dettate dal presente. La sfida attuale è dare corpo in una dimensione locale alla crisi del contesto globale. Le difficoltà nel tradurre le istanze locali sono la spia di come la sinistra fatichi nel rispondere localmente a una problematica globale. Bisogna andare oltre le tattiche elettorali, per confrontarsi con strategie a medio lungo termine. Il punto centrale è cercare di vedere in questa operazione di alleanza qualcosa che modifichi le coordinate dell’agire politico. Un progetto che ha assoluto bisogno di continuità e concretezza. La continuità la possono solo dare dei giovani che si cimentano nell’agire locale con una prospettiva globale. Un pensiero globale vuol dire stare con i migranti, per parlarsi chiaro. Portare l’anima globale, quel che una volta si chiamava internazionalista, nel contesto locale è la vera sfida attuale. Porre nuovamente a livello regionale l’antagonismo, il conflitto nei confronti del disastro planetario causato dalla globalizzazione e dal modello di crescita liberista. È questo il punto centrale.
«A sinistra gli sforzi di mettere assieme le sue anime in una strategia di area sono sempre difficili o vani». Hai forse descritto elegantemente il tentativo del ForumAlternativo, che di questi sforzi di unificazione ha fatto il suo impegno?
Non proprio. Nel caso delle ultime elezioni federali, il contributo del ForumAlternativo ha portato ad un risultato notevole, poco valorizzato dalle componenti che vi hanno partecipato. L’aver eletto una consigliera socialista agli Stati, Marina Carobbio, e la verde Greta Gysin al Nazionale, non è cosa da poco. Ripetere l’esperimento nelle elezioni cantonali, non è scontato, poiché entrano in gioco rivendicazioni di identità propria di gruppo o calcoli personali. Non giustifico, ma constato che è così. L’aver accettato la proposta dei socialisti d’inserire dei canditati del ForumAlternativo nella lista Ps del Gran consiglio, credo sia positivo in quanto rafforza il progetto di cambiamento in corso nella sinistra ambientale.
Amalia Mirante, sconfessata dalla base socialista per le sue posizioni a destra, ha annunciato di voler creare un partito o movimento per candidarsi al governo.
La Mirante è la spia di un vuoto oggettivo che si è creato nel processo di polarizzazione tra destra e sinistra. Un vuoto creatosi al centro dal progressivo spostamento a destra dei liberali con la scomparsa dei radicali e del Ppd, la cui debolezza dell’anima sociale è sempre più evidente. La Mirante e la sua volontà di candidarsi al governo è indice della crisi strutturale del centro nello scacchiere politico cantonale. Ed è interessante che i socialisti abbiano fatto chiarezza al loro interno su quale posizione debbano occupare nello scacchiere.
Nell’immagine: Christian Marazzi, economista
Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso
Di Lorenzo Erroi, La Regione
Quando si parla di Ucraina molti contestano ai media un approccio bidimensionale, schiacciato sull’estenuante presente dell’invasione. Eppure non solo il conflitto si trascina dal 2014, ma la stessa Ucraina arranca da secoli lungo un tormentato e mai compiuto percorso di autonomia e affermazione nazionale. Per allungare la prospettiva è utile – e illuminante – leggere ‘L’Ucraina in cento date. Dalla Rus’ di Kyïv ai nostri giorni’, scritto da Giulia Lami e appena pubblicato dal piccolo e raffinato editore pisano Della Porta, specializzato in testi storici (disponibili in libreria e su tutti i maggiori portali, anche in formato e-book). Docente di Storia contemporanea d’Europa fra Est e Ovest e Storia dell’Europa orientale all’Università degli Studi di Milano, Lami ci aiuta a muoverci nelle vicende d’un Paese così vicino, eppure così estraneo ai più.
Per alcuni l’Ucraina è come l’Italia secondo Metternich: “Un’espressione geografica”, un insieme di territori più che una vera nazione. Cosa ne pensa?
La frase di Metternich alla sua epoca poteva suonare vera, eppure l’Italia ha poi dimostrato d’essere tutt’altro. Lo stesso si potrebbe dire dell’Ucraina. Il suo percorso di state building risente chiaramente dei tormentati trascorsi imperiali, che arrivano fino all’impero de facto dell’Unione Sovietica, al netto di una breve parentesi di indipendenza durante la prima guerra mondiale. L’Ucraina per come la conosciamo oggi è anche il risultato di quanto scaturito da Lenin e Stalin, con l’aggiunta della Crimea nel 1954, all’epoca di Kruscev. Tuttavia, lungo questo percorso è rimasta salda negli ucraini la volontà di essere riconosciuti come tali, anche quando ciò comportava la censura della potenza dominante di turno, dunque un ritardo nell’affermazione dell’Ucraina sulla mappa psicologica e culturale europea che si sconta ancora oggi: permangono dubbi sull’identità e la legittimità della nazione Ucraina che a nessuno verrebbe in mente di sollevare, ad esempio, per la Polonia o i Paesi Baltici.
Mosca occupa ormai da otto anni la Crimea. C’è chi ritiene che la sua perdita, insieme a quella del Donbass, sia inevitabile per un accordo di pace con Vladimir Putin, oltre che coerente con le aspirazioni e i legami nazionali e linguistici dei residenti. C’è del vero?
Ne dubito. Il Donbass è parte dell’Ucraina fin dagli albori dell’epoca sovietica, mentre parlare russo non esclude di sentirsi ucraini. Il fatto che in una parte circoscritta siano nate due repubbliche separatiste non toglie che un loro distacco sarebbe sostanzialmente artificioso. Discorso diverso per la Crimea, effettivamente aggiunta all’Ucraina a posteriori – per ragioni politiche, economiche, industriali – e in cui la componente tatara e ucraina che non si sente “russa” è in minoranza.
Un biennio fondamentale per comprendere le relazioni degli ucraini con Mosca è il 1932-33: gli anni dell’Holodomor. Si trattò di una carestia scatenata da mera incompetenza nella collettivizzazione sovietica, oppure di un genocidio deliberato?
L’Holodomor non fu solo una sfortunata ricaduta della collettivizzazione delle campagne, avvenuta peraltro in tutta l’Urss, ma prese la forma di uno sterminio per fame: requisizione di tutti i beni alimentari, divieto di lasciare la campagna, sorveglianza armata fuori dai villaggi e nelle stazioni, chiusura dei confini hanno determinato la morte di milioni di contadini. Il ruolo attivo dello Stato-partito è innegabile, e ha fortemente contribuito al fatto che l’Ucraina non rimpianga l’Unione Sovietica e guardi piuttosto verso l’Europa.
Si discute molto anche di una presunta adesione ucraina al nazismo e al fascismo. Si ricorda ad esempio la complicità nel massacro compiuto dall’occupante tedesco a Babij Jar: oltre 30mila ebrei giustiziati e gettati in una voragine presso il cimitero ebraico di Kiev nel 1941, cui seguiranno almeno altre 60mila vittime, tra dissidenti e prigionieri di guerra. Si contesta anche il riaffiorare del ‘banderismo’, ovvero quella peculiare forma di fascismo ucraino che negli anni ’30 ebbe il suo ‘eroe’ in Stepan Bandera (al quale il presidente Viktor Jushenko, leader della ‘rivoluzione arancione’ del 2004, dedicò una statua nel 2010). Per non parlare del famigerato Battaglione Azov con le sue insegne nazisteggianti. L’europeismo e l’atlantismo ucraini strizzano l’occhio all’estrema destra?
A mio giudizio, no. Il fenomeno del collaborazionismo si sviluppò in tutte le nazioni occupate dai nazisti, in Ucraina soprattutto nelle regioni che allora erano polacche, anche in chiave antisovietica. D’altra parte, furono invece circa otto milioni gli ucraini morti combattendo contro Hitler nell’Armata Rossa. I collaborazionisti speravano di trovare presso la Germania una sponda per la costruzione di uno Stato ucraino indipendente. Ma questo non era affatto nelle intenzioni del Terzo Reich, e infatti quell’illusione si esaurì già nel 1942. Oggi Bandera è visto come un simbolo nazionale di ribellione a prescindere dai trascorsi storici, anche perché un dibattito su questi temi sotto l’Urss è stato di fatto proibito, con l’etichetta di ‘banderista’ usata nel secondo dopoguerra per reprimere qualsiasi rivendicazione di libertà. Certo però che sarebbe opportuno oggi riconsiderare storicamente certe figure ed epoche prima di sfruttarle per ottenere consensi, alienando le simpatie europee. Quanto al battaglione Azov, coi suoi simboli legati al Terzo Reich, molto rilievo è stato dato alla sua partecipazione alla guerra e al suo inquadramento nella Guardia Nazionale: si tratta tuttavia di una realtà minima nel contesto della resistenza nel più esteso Paese europeo, rispetto ai cui 42 milioni di abitanti l’estrema destra è assolutamente marginale e in cui l’ebreo russofono Volodymyr Zelensky è stato eletto con il 73% dei voti.
Nel 1991 arriva l’indipendenza da Mosca. Da allora le istituzioni e l’economia del Paese hanno fatto qualche passo avanti? Il passato sovietico è stato davvero superato?
Mentre i Paesi ‘sovietizzati’ solo dopo la seconda guerra mondiale, come quelli baltici, hanno conosciuto una transizione meno dolorosa, l’Ucraina, che dell’Urss faceva parte dal 1922, ha sperimentato difficoltà molto simili a quelle delle altre repubbliche dell’unione. Tuttavia, a differenza di queste non si è affidata a un presidente autocrate e dal 1991 ha sempre cercato un’alternanza di tipo democratico, con un’accelerazione a partire dalla rivoluzione arancione del 2004 e nonostante le forti ingerenze russe. Questo pur con tutte le difficoltà nel creare da zero un’economia di mercato, come mostra il fenomeno degli oligarchi.
Nel 1994 il Memorandum di Budapest sancisce la cessione a Mosca delle armi nucleari stanziate in Ucraina, in cambio di garanzie sulla sua “sicurezza, indipendenza e integrità territoriale” da parte di Russia, Usa, Gran Bretagna, Francia e Cina. Che negli anni successivi Mosca abbia tradito Kiev appare evidente. Possiamo dire lo stesso dell’Occidente?
Senz’altro il Memorandum, non ponendosi come vero trattato, non ha scatenato le auspicabili reazioni difensive europee dopo la violazione dei confini ucraini nel 2014. È paradossale che si sia chiesto all’Ucraina di dismettere l’arsenale nucleare per poi abbandonarla a se stessa.
Dopo le proteste dell’Euromaidan (2013-14), l’annessione della Crimea e la guerra in Donbass, c’è chi spiega le mosse di Putin come una risposta all’accerchiamento della Russia da parte di Bruxelles e Washington. Si citano anche rassicurazioni americane a Mikhail Gorbacev circa i confini della Nato. Si tratta di una lettura storicamente solida?
Dopo la disintegrazione dell’Urss, Mosca non aveva strumenti né peso politico per contrastare le iniziative americane, che però diventarono solo in seguito motivo di conflitto, mentre il modello europeo e occidentale veniva invocato dagli stessi popoli dell’Est europeo. Temi di scontro furono l’allargamento Nato a Est e la costruzione di un’architettura di sicurezza europea. Secondo la versione ufficiale di Mosca, la Nato avrebbe promesso che non si sarebbe spinta di un centimetro oltre i confini dell’allora Germania Ovest. Gli storici sono concordi nel notare che in quei negoziati si parlava esclusivamente della questione tedesca, mentre va ricordato che certe rassicurazioni informali – sulle quali vi sono visioni discordanti – vennero offerte a uno Stato che poco più di un anno dopo sarebbe scomparso insieme al Patto di Varsavia, col risultato che l’Est corse – volontariamente – a rifugiarsi sotto l’ombrello della Nato. La tesi per cui quanto sta accadendo costituirebbe una reazione comprensibile e meccanica all’allargamento occidentale è dunque fragile.
Però c’è chi ritiene che l’Euromaidan sia stato un golpe degli Usa…
Io credo che l’Euromaidan sia nato da uno slancio popolare genuino, lo stesso visto con la rivoluzione arancione. Si possono poi senz’altro ipotizzare influenze europee e americane – anche solo nella promessa spesso disattesa di aiuto e apertura – ma il cuore della questione è che sono gli ucraini stessi ad ambire, come altri esclusi, al modello occidentale ed europeo.
Dopo il 2014, l’allora presidente Petro Poroshenko ha lanciato diverse operazioni belliche per riprendersi le repubbliche separatiste del Donbass. Gli accordi di Minsk che avrebbero dovuto ‘risolvere’ il conflitto sono stati violati da Ucraina e Russia. Come sono trascorsi questi ultimi otto anni?
Il contenzioso si è trascinato nel Donbass, con vittime su entrambi i fronti e soprattutto tra i civili. L’Ucraina ha reagito alla pressione costante sulla sua integrità, già violata dall’annessione della Crimea. Le repubbliche separatiste – che non rappresentano tutta la regione né tutta la popolazione – sono state trattate come entità paraterroriste, come è comprensibile considerando il tipo di forze coinvolte. La rottura di un pur fragile equilibrio ci porta fino a oggi.
Con l’invasione iniziata il 24 febbraio come guerra lampo. Cosa auspicava Putin, e cosa gli ha detto la realtà?
Mosca riteneva di poter sostituire il governo con una spallata coadiuvata da una parte dell’esercito ucraino, trovando sostegno nella popolazione. Il calcolo si è rivelato evidentemente sbagliato: il governo Zelensky si è dimostrato solido e il Paese ha dimostrato di voler resistere.
Lei conclude il suo saggio ricordando che “lo storico non è un veggente”. D’accordo, ma quali sono i suoi auspici per ritrovare la pace?
Bisogna ricordarsi che di mezzo c’è il popolo ucraino: devono poter essere loro a negoziare, invece di essere ancora una volta la pedina d’un gioco tra grandi potenze. Ciò richiede un consistente passo indietro anche da parte della Russia, che però oggi non sembra concretizzarsi. La questione è complicata da un’asimmetria nella percezione della guerra, che per gli ucraini significa morte e distruzione, mentre per molti russi è quasi un conflitto virtuale per l’affermazione della propria grandezza.
Nell’immagine: una manifestazione del cosiddetto “Euromaidan”
Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso
Il 2022 è stato l’anno che ha visto combinarsi crisi climatica, energetica e alimentare. I mercati dell’energia sono stati sulle montagne russe. In risposta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, i paesi occidentali hanno imposto sanzioni finanziarie alla Russia e l’embargo sulle sue esportazioni di petrolio. La Russia ha tagliato le forniture di gas all’Europa e i grandi importatori, come la Germania, hanno dovuto ridurre il consumo di energia e cercare altrove le forniture. I paesi a basso e medio reddito hanno faticato ad accedere all’energia a prezzi accessibili. Paesi come il Pakistan, il Bangladesh e lo Sri Lanka hanno dovuto affrontare dei blackout; l’aumento dei prezzi del carburante si è riversato sui mercati alimentari. Nel 2023 (e negli anni a seguire), la crisi energetica modificherà gli equilibri economici ed energetici e le catene di approvvigionamento, e potrebbe avere effetti sulla transizione ecologica. In un articolo su Nature, gli studiosi Andrea Goldthau e Simone Tagliapietra hanno evidenziato cinque questioni che il prossimo anno non potremo eludere.
Fino a prima dell’invasione russa in Ucraina, più della metà delle esportazioni russe di petrolio e quasi tre quarti delle vendite di gas erano dirette verso l’Europa. L’Unione Europea ha deciso di diversificare i fornitori di gas rivolgendosi a paesi come Norvegia, Algeria e Stati Uniti, nonché ai produttori di gas naturale liquefatto in Africa e Medio Oriente. Nel 2023 gli Stati membri dell’UE si uniranno per acquistare gas sufficiente per rifornire il 15% dei loro depositi. Sarà importante osservare in che misura l’UE si coordinerà con gli altri partner del G7, scrivono Goldthau e Tagliapietra.
Intanto, la Russia ha iniziato a esportare i suoi combustibili verso est, soprattutto in Cina e in India. Nel 2023 capiremo quanta influenza avrà ancora la Russia nel mercato energetico e nelle relazioni internazionali.
Infine, la crisi energetica potrebbe portare alla ricerca di soluzioni alternative al gas. In Europa, potrebbe esserci una riduzione dei consumi di gas naturale attraverso un maggiore efficientamento energetico e la transizione, soprattutto nel settore delle industrie ad alta intensità energetica (come acciaio e fertilizzanti), a fonti energetiche pulite. Gli USA hanno appena approvato l’Inflation Reduction Act e stanno sviluppando le proprie risorse energetiche interne rinnovabili e fossili per mettersi al sicuro dalla volatilità dei prezzi del gas e dalle tensioni energetiche globali. Nei paesi dell’Asia orientali il carbone sembra essere la soluzione più economica e rapida per svincolarsi dal gas. Intanto, stanno nascendo nuove sinergie per sviluppare la tecnologia dell’idrogeno verde, come nel caso dell’Alleanza per l’idrogeno tra Canada e Germania; l’UE sta stringendo legami commerciali con Algeria, Nigeria e Namibia per produrre gas naturale sintetico, combustibili liquidi o prodotti chimici a zero emissioni, si legge nell’articolo.
Tuttavia, spiegano Goldthau e Tagliapietra, andrà valutata la fattibilità di questi progetti e andrà osservato attentamente come e se la Russia reindirizzerà le esportazioni di petrolio e gas per poter fare valutazioni sui nuovi equilibri internazionali.
In questi anni Unione Europea e Stati Uniti hanno accelerato nella transizione verso le fonti rinnovabili. L’UE ha accelerato i permessi per l’installazione delle energie rinnovabili e ha semplificato le norme relative all’adeguamento degli edifici per renderli più efficienti dal punto di vista energetico. Gli Stati Uniti, come detto, hanno approvato l’Inflation Reduction Act che prevede sussidi per la produzione nazionale di tecnologie pulite. Il 2023 ci dirà se queste decisioni si concretizzeranno in un contesto economico e politico difficile e se la produzione nazionale di tecnologie verdi, verso la quale si stanno orientando i paesi occidentali, sarà fattibile considerato anche che la Cina è in una posizione dominante dopo aver investito per decenni miliardi di dollari per diventare il principale centro di lavorazione. “Una strategia più intelligente per i paesi europei e gli Stati Uniti potrebbe essere quella di concentrarsi sullo sviluppo della prossima generazione di tecnologie, tra cui le batterie al sodio o i pannelli solari a film sottile e non al silicio”, osservano Goldthau e Tagliapietra. Sarà da valutare anche la corsa ai metalli e minerali critici nei paesi a basso reddito e quali saranno gli impatti economici e sociali.
Infine c’è la questione della finanza climatica. Nel 2021, le economie emergenti e in via di sviluppo hanno ricevuto appena l’8% di tutti gli investimenti in energia pulita – la maggior parte del resto è andato ai paesi industrializzati e alla Cina. Sarà necessario mettere a loro disposizione più denaro e rivedere anche le forme di finanziamento.
Un altro impatto dei costi elevati e delle forniture limitate di energia si riverserà sulle catene di approvvigionamento e sulla filiera industriale. In pratica, scrive Nature, la decarbonizzazione si sta anticipando di anni con l’introduzione di cambiamenti strutturali e gli effetti si fanno già sentire.
Alcuni settori produttivi ad alta intensità energetica, tra cui quello dell’alluminio, dei fertilizzanti e di altri prodotti chimici, stanno iniziando a trasferirsi in luoghi che offrono energia più economica, come gli Stati Uniti o il Medio Oriente. Altre industrie si stanno innovando. I produttori di acciaio europei stanno investendo per convertirsi all’idrogeno verde e collaborano con le aziende energetiche per costruire grandi impianti eolici a idrogeno. Le case automobilistiche si stanno orientando verso telai in “acciaio verde”, forgiati con energia rinnovabile e verso ruote in “alluminio verde”, prodotte con metodi a basse emissioni di carbonio.
A lungo termine, gli impianti di industrie ad alta intensità energetica saranno sempre più localizzati in aree ricche di luce solare, vento, energia idroelettrica e biocarburanti. Regioni come il Nord Africa, l’Australia occidentale, il Mare del Nord o parti del Medio Oriente potrebbero diventare le nuove centrali economiche. I produttori consolidati che si trovano alla fine di un gasdotto o vicino a una miniera di carbone perderanno il loro vantaggio competitivo, scrivono Goldthau e Tagliapietra.
Il ritmo e le modalità della transizione industriale verde dipenderanno da come i paesi organizzeranno la produzione, il lavoro e gli interventi statali (come i sussidi) nelle loro economie.
La crisi energetica sta esacerbando le disuguaglianze sociali all’interno dei paesi e tra di essi. Le famiglie vulnerabili e le nazioni a basso e medio reddito sono state le più colpite dagli aumenti dei costi energetici. Le ripercussioni sono profonde: le economie vulnerabili potrebbero vedere le loro industrie contrarsi. I governi quest’anno hanno effettuato enormi interventi finanziari nei mercati energetici, ben oltre la gestione della crisi. Dallo scorso settembre, i governi europei hanno stanziato più di 700 miliardi di euro (743 miliardi di dollari) in sussidi energetici per aiutare le famiglie e le società energetiche. Ma, spiegano i due ricercatori, “il crescente sostegno statale ai settori in difficoltà svuota le tasche dei cittadini e riduce le riserve di valuta estera, con il rischio di aumentare il rating di rischio per i prestiti finanziari”.
Le risposte alla crisi energetica potrebbero rallentare e indebolire le azioni per il clima. Il ricorso al carbone da parte di alcuni paesi ricchi per sostituire il gas potrebbe pregiudicare il processo di decarbonizzazione anche dei paesi più poveri e delle economie emergenti, chiamati ora a fare il possibile per abbandonare il carbone verso altre fonti energetiche.
Le possibili crisi economiche potrebbero drenare fondi dai finanziamenti per il clima. Inoltre, le iniziative che dividono gli Stati in blocchi commerciali, come i club del clima proposti dal G7, potrebbero creare divari profondi tra nazioni ricche e povere se non saranno ispirate dal principio delle responsabilità comuni ma differenziate nell’azione globale sul clima. Strettamente legato a tutto questo c’è la questione del “fondo per le perdite e i danni” per compensare i paesi più esposti alla crisi climatica (e spesso meno responsabili del riscaldamento globale), stritolati dalla spirale del debito per ricostruire dopo i disastri climatici.
Il grosso rischio è che gli interessi di parte blocchino le strategie multilaterali, i colloqui sul clima e lo sforzo comune per promuovere i finanziamenti per il clima, il trasferimento di tecnologie e lo sviluppo di capacità, come previsto dall’accordo sul clima di Parigi.
Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso
Il referendum sul controprogetto all’iniziativa sui ghiacciai pare destinato al fallimento, la raccolta delle firme per l’iniziativa sulla neutralità ristagna, le tensioni interne crescono e pure la politica imposta da Blocher pare non faccia più l’unanimità, tanto che l’ex consigliere federale ed ex presidente democentrista Ueli Maurer invita il partito a cambiare rotta e “trovare nuovi cervelli”.
C’è maretta nell’UDC svizzera. Anzi, forse di più, visto che un paio di settimane fa la Neue Zürcher Zeitung, poi ripresa dal portale online Watson.ch, titolava senza mezzi termini con “Chaos SVP” (“Caos UDC”). Il quotidiano zurighese puntava il dito in particolare sulla difficoltà che due progetti cari a Christoph Blocher stanno incontrando – il referendum sul controprogetto all’iniziativa sui ghiacciai, con cui il partito conta, per di più a pochi mesi dalle elezioni federali (la data prevista in caso di riuscita è giugno), di bissare il successo ottenuto due anni fa quando il popolo affossò la legge sul CO2, e l’iniziativa sulla neutralità – e riferiva di tensioni il cui capro espiatorio parrebbe essere uno dei sodali della prima ora di Blocher, l’ex consigliere nazionale Ulrich Schlüer. Pare tuttavia che i dissidi siano più profondi e, come dimostrano le tensioni emerse durante la recente elezione di Albert Rösti e le parole di commiato dell’ormai ex Ueli Maurer, interessino anche la linea attuale del partito, dunque pure il finora indiscusso padre-padrone del partito.
Ma andiamo con ordine. Secondo la NZZ a un mese scarso dalla consegna delle firme necessarie, al referendum mancherebbero circa 20.000 sottoscrizioni, ammesso e non concesso che i dati siano esatti, perché pare appunto che all’interno dell’ufficio del partito preposto al controllo e alla raccolta delle sottoscrizioni, diretto appunto da Schlüer, nessuno sia in grado di dirne il numero esatto. E per un partito che ha fatto anche dell’efficienza e della managerialità il suo tratto distintivo non è una bella cosa.
Tant’è che, narra appunto la NZZ che cita fonti vicine proprio a Blocher, a margine della recente sessione parlamentare si sono svolte riunioni in cui sono volate anche parole grosse. In sintesi: o le cose cambiano, oppure Schlüer può fare le valigie. E con lui magari anche qualcun altro. Ce n’è, insomma, di cose mai viste all’interno del partito.
Già, perché oltre al referendum (dai più ormai dato per perso, pur se come detto non c’è chiarezza in merito) ad essere a rischio pare ci sia anche l’iniziativa sulla neutralità, fortissimamente voluta da Blocher e con cui il partito, persa la battaglia sui Bilaterali e in stasi sulla politica contro gli stranieri, cerca di darsi un tema forte in vista sempre delle elezioni federali del prossimo anno, con la speranza di rinnovare i fasti passati. Manca ancora più di un anno per raccogliere le 100.000 firme necessarie, ma l’obiettivo sembra assai lontano, forse troppo. Per di più a minare la raccolta, secondo la NZZ, ci sarebbero forti dissidi interni, giacché parecchi esponenti democentristi non solo non vedono la necessità dell’iniziativa, ma proprio non la capiscono, per non dire che la avversano. Anche questo mai visto all’interno del partito, per lo meno dopo le passate epurazioni.
In discussione in questo senso ci sarebbe anche la direzione del partito, in particolare il suo presidente Marco Chiesa (sarà un caso che vanta l’insolito record di essere l’unico parlamentare assunto a tale carica a non essere mai riuscito a far approvare una propria proposta né in Consiglio nazionale né agli Stati?), già mai veramente amato dalla base e oggi accusato di non riuscire non solo a immaginare il futuro, ma neppure a gestire il presente, ossia far passare, mettere in pratica e soprattutto far accettare gli ordini di Blocher e del suo cerchio magico.
L’elezione di Albert Rösti, o meglio l’insolito ottimo risultato ottenuto dal suo sfidante Hans-Ueli Vogt, uomo alieno all’apparato blocheriano e politico che, per sua stessa ammissione, non segue ciecamente la linea UDC, è in questo senso rivelatore dei contrasti e delle controversie che attraversano il partito. Perché come capogruppo UDC Rösti aveva molti più contatti e relazioni con gli esponenti degli altri partiti di un ex consigliere nazionale come Vogt, per cui i ben 98 voti ottenuti da quest’ultimo non si possono giustificare se non anche con una fronda interna UDC, che ha colto l’occasione per manifestarsi e dichiarare la sua insofferenza per certe dinamiche interne e certe politiche; dunque per la dirigenza, o meglio per l’uomo che da circa 30 anni ormai tiene saldamente in pugno il partito.
Non bisogna neppure dimenticare che Blocher ha ormai un’età avanzata (a ottobre ha compiuto 82 anni), e all’orizzonte, con la figlia che al momento pare dare priorità alla ditta di famiglia più che alla politica, non si intravvede un successore. Inevitabile quindi che i papabili o supposti tali qualche gomitata inizino a darsela; inevitabile anche che la nuova generazione abbia idee e visioni diverse rispetto a quelle del leader maximo democentrista e degli esponenti a lui più vicini.
Lette in questa successione di fatti, le parole dell’ormai ex consigliere federale ed ex presidente UDC Ueli Maurer rilasciate in un’intervista sempre alla NZZ a fine anno, il suo ultimo giorno di lavoro, assumono una valenza e una profondità ben diversa che se lette avulse da questo contesto. «La strada è lunga e ha bisogno di nuovi cervelli», ha affermato, prima di aggiungere che il partito dovrà rivedere la sua strategia, dimostrando più responsabilità e dare prova di maggior collaborazione con le altre formazioni politiche, trovando una «narrazione positiva», poiché se si continua a suonare l’allarme prima o poi si perde di credibilità ed efficacia. Un invito neppure troppo velato a Blocher a farsi da parte e lasciare spazio a nuove persone con un loro nuovo modo di far politica.
Sì, c’è davvero maretta all’interno dell’UDC.
Nell’immagine: una scena dal documentario “L’expérience Blocher“, di Jean-Stéphane Bron (2013)
Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso
Demotivati o bloccati. Apatici o insicuri. Indifferenti o frustrati. Le tante facce dei giovani nativi della Generazione Z. Quella generazione di persone nate tra il 1997 e il 2002 e molto spesso associata a termini come fannulloni, superficiali e viziati ma anche ansiosi, insicuri e disillusi. Una contraddizione stridente; soggetto identico, aggettivi contrapposti.
I dati pubblicati negli ultimi mesi non sono rassicuranti: un giovane su tre interrompe in Ticino il rapporto di lavoro con l’azienda formatrice, le ospedalizzazioni per disturbi psichici e comportamentali aumentate del 26% nella fascia 10-24 in Svizzera, un deterioramento significativo della soddisfazione per la loro vita da parte dei giovani dai 14 ai 19 anni. Un disagio reale e collettivo che non possiamo più sottovalutare classificandoli nella categoria “incontentabili”.
I nativi della GenZ rappresentano una grande fetta della nostra società e sono la forza lavoro di domani. Sempre più spesso però ci imbattiamo in giovani che alla comparsa delle prime difficoltà crollano; una fragilità evidente che nasce da una profonda insicurezza celata dietro a un’apparente arroganza.
Se pensiamo al mondo lavorativo ci accorgiamo che attualmente è costituito da persone di età molto distanti tra loro; possiamo trovare seduti allo stesso tavolo ventenni e over 60; quattro generazioni che condividono lo stesso posto di lavoro. Una condizione straordinaria che vede i baby boomer (over 60) alla guida con anni di esperienza e la generazione Z (ventenni) che muove i suoi primi passi nel mondo del lavoro. Un divario netto che si traduce spesso in difficoltà di collaborazione, nella nascita di conflitti e soprattutto nella presenza di pregiudizi rapportati al comportamento dei giovani.
Non possiamo negarlo, un problema esiste ma non possiamo nemmeno archiviarlo con uno sbrigativo e banale “non sono più i giovani di una volta”. Lo dobbiamo al futuro economico e soprattutto a loro, ai giovani.
Sono giovani talentuosi ma con una scarsa autostima scaturita dall’incessante confronto con gli altri. Cresciuti in una società dove la pressione esterna sulle prestazioni è costante; pubblicazioni delle pagelle scolastiche sulle piattaforme social da parte dei genitori e premiazioni delle migliori licenze della scuola dell’obbligo sono all’ordine del giorno.
È più che naturale per un genitore volere il meglio per il proprio figlio o la propria figlia, ma il meglio non passa dal pericoloso confronto con gli altri. Una vera e propria competizione fatta di aspettative che aumentano parallelamente all’avanzare dell’età e che quando i risultati fanno fatica ad arrivare va ad influire sull’autostima del giovane.
Negli ultimi anni assistiamo a un aumento dei disturbi specifici di apprendimento: dislessia, discalculia, disgrafia, iperattività e inattenzione. Disturbi scientificamente diagnosticati ma che alle volte fanno sentire il giovane inadatto già prima di provarci. Giovani che rinunciano alla professione dei loro sogni perché un medico ha diagnosticato un disturbo dell’attenzione e per questo gettano direttamente la spugna. Il tentativo è stato sostituito dalla scusante distruggendo la possibilità di dimostrare a sé stessi il proprio valore.
Ai giovani è stata preclusa la possibilità di sperimentare e di sbagliare facendoli così sentire continuamente inadatti. Sbagliare fortifica e in un contesto così instabile e complesso è fondamentale poter coltivare la propria vulnerabilità, potersi esprimere nella propria autenticità con la consapevolezza dei propri limiti. Agli adulti il compito d’insegnare ai giovani a cadere e aiutarli a sollevarsi, ai giovani l’impegno di mettersi in gioco.
È un lavoro di squadra che implica coraggio, sacrificio e responsabilità. Sicuramente è più facile per tutti, giovani e adulti, nascondersi dietro scusanti approvate e sdoganate dalla società ma poi non possiamo attenderci risultati differenti dall’attuale situazione.
Il cambiamento spaventa si sa, ma è più che mai necessario se vogliamo creare e offrire delle reali opportunità ai giovani. Giovani che si sentono persi e che ricercano sempre più negli adulti l’apprezzamento al di là dei risultati ottenuti. Abbandonare il nostro punto di vista è il primo passo verso il cambiamento.
Accompagnarli nella pianificazione del loro futuro, educarli alle regole del mondo del lavoro, sostenerli nella ricerca di soluzioni, credere nelle loro capacità, valorizzare i loro punti forti, sviluppare il loro potenziale, dare a loro la nostra fiducia è il passo successivo, ma prima dobbiamo essere capaci di abbandonare lo scetticismo verso una generazione che è all’opposto delle precedenti. Siamo diversi ma non per questo migliori o peggiori degli altri; la diversità è un’occasione di crescita, per tutti.
La fiducia genera fiducia.
Sara Rossini Monighetti è direttrice di Fill-Up Sagl, servizio di consulenze e coaching per giovani in formazione
Kirill e Putin chiedono 36 ore di “cessate il fuoco” per il Natale ortodosso
Il testamento spirituale di Joseph Ratzinger diffuso dopo la sua morte, ma composto nel 2006, è molto istruttivo per comprenderne l’anima, direi più precisamente la psiche, cioè quella dimensione interiore in cui il pensiero di un essere umano si mescola alle emozioni e crea quel coacervo di razionalità e di irrazionalità in cui ognuno di noi propriamente consiste.
Il breve testo si divide in quattro parti: ringraziamenti, richiesta di perdono, esortazioni, richiesta di preghiera. Senza sminuire i ringraziamenti e le richieste, belle dal punto di vista umano ma prevedibili quanto ai ringraziamenti e convenzionali quanto alle richieste, la parte decisamente più interessante è la terza delle esortazioni a tutti i cattolici. Scrivendo egli sapeva che questo testo sarebbe stato letto all’indomani della sua morte con la massima attenzione da parte di tutti, il che significa che, se aveva un asso da giocare, era proprio quello il luogo per farlo. E infatti Ratzinger lo giocò.
Dapprima rivolto ai soli bavaresi: «Non lasciatevi distogliere dalla fede». Poi rivolto a tutti e rafforzando con due punti esclamativi l’invito: «Rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere!». Ecco la sua più grande esortazione, l’obiettivo per cui spese la vita, il suo asso: la conservazione la fede. Prova ne sia che nel 2016, quando già da tre anni aveva rinunciato al papato, conversando con il giornalista tedesco Peter Seewald per quella che è stata la sua ultima pubblicazione intitolata proprio “Ultime conversazioni”, affermerà: «Oggi l’importante è preservare la fede. Io considero questo il compito centrale». Ma ora si faccia attenzione ai verbi usati: non lasciarsi distogliere, rimanere, non lasciarsi confondere, preservare. Chi parla così? Chi sente di essere al cospetto di una grave minaccia e ne ha paura. Il messaggio conclusivo e sintetico di Joseph Ratzinger, quindi, è nella sua essenza profonda un grido d’allarme. La sua ragione era quella di un uomo sicuro, ma la sua psiche, al contrario, quella di un uomo impaurito.
Di cosa aveva paura? Lo si comprende dalle “Ultime conversazioni” quando afferma che oggi prevale «una cultura positivista e agnostica che si mostra sempre più intollerante verso il cristianesimo», con la conseguenza che «la società occidentale, in ogni caso in Europa, non sarà una società cristiana». Idea ribadita poco dopo: «La scristianizzazione dell’Europa progredisce, l’elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società».
Ma occorre proseguire l’analisi del testamento spirituale perché in esso Ratzinger entra ancor più nello specifico e mette in guardia i cattolici dal pericolo a suo avviso più minaccioso: «Spesso sembra che la scienza – le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro – siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica». Il pericolo quindi è la scienza? Il testo parla di due forme di scienza: le scienze naturali e le scienze storico-bibliche. Per le prime alla domanda sollevata occorre rispondere di no: la scienza per Ratzinger non è un pericolo, lo sono semmai alcune «interpretazione filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza». Anzi, la pura scienza può risultare persino utile alla fede, perché «nel dialogo con le scienze naturali la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità». Immagino che qui Ratzinger pensasse al caso Galileo e al fatto che oggi un episodio del genere non è neppure lontanamente concepibile. Per la fede quindi le scienze naturali non sono un pericolo, anzi talora sono persino un aiuto.
Le cose stanno in modo diverso per le scienze bibliche, al cui riguardo ecco le precise parole di Ratzinger: «Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc.), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc.), la generazione marxista». Fa un certo effetto ritrovare in un testamento spirituale, accanto ai ringraziamenti più belli a Dio e ai familiari e alle richieste più intime di perdono e di preghiera, la menzione di scuole esegetiche con tanto di nomi. Ma fa ancora più effetto non ritrovare nessuna parola di apprezzamento per le scienze bibliche, contrariamente a quanto avvenuto per le scienze naturali. Di esse Ratzinger dice solo di aver visto crollare tesi, quasi che nulla sia rimasto in piedi del lavoro svolto, per cui non rimarrebbe altro che affidarsi alla lettura tradizionale della Bibbia promossa dalla Chiesa per riscoprire sempre «la ragionevolezza della fede» e che «Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita». Le cose però non stanno per nulla così. Come le scienze naturali, anche le scienze bibliche hanno contribuito notevolmente ad approfondire e a purificare la fede mettendo in condizione di interpretare in modo adulto i testi biblici. Nel 2008, mentre papa Benedetto regnava, il cardinal Martini insigne studioso della Bibbia pubblicò un testo che fece scalpore, “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, dove giunse a parlare di vere e proprie scuole bibliche per «rendere indipendenti i cristiani» perché, a suo avviso, «ogni cristiano che vive con la Bibbia dovrebbe trovare risposte personali alle domande fondamentali». Trovare risposte personali. Per Martini infatti la Chiesa deve essere più «un contesto che procura stimoli e supporto, che non un magistero da cui il cristiano dipende». La meta non è l’obbedienza alla Chiesa continuando a credere come si credeva nei secoli passati; è piuttosto la libertà della mente al fine di verificare in prima persona la «ragionevolezza della fede», nel caso purificarla, vivendo così la vita autentica di chi è se stesso e non un portavoce di pensieri altrui.
La sfiducia di Ratzinger nei confronti delle scienze bibliche emerge in modo clamoroso nella sua opera su Gesù in tre volumi, dove per centinaia di pagine egli prescinde quasi totalmente dai secoli di esegesi scientifica sul testo dei Vangeli, evita le domande scomode e finisce per presentare una figura di Gesù ai limiti del devozionismo. E se questo è un problema che riguarda solo lui e la statura scientifica di questo suo lavoro, quello che invece riguarda tutti è il modo con cui egli da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (carica mantenuta per 23 anni) esercitò il suo potere disciplinare contro quei biblisti e quei teologi che, come auspicava il cardinal Martini, pensavano in prima persona rielaborando la teologia. Mi riferisco alle decine e decine di teologi a cui venne tolta la cattedra, tra cui ricordo Leonardo Boff, José Maria Castillo, Charles Curran, Jacques Dupuis, Matthew Fox, Ion Sobrino e la condanna post mortem di Anthony De Mello. La teologia della liberazione venne perseguitata in tutte le sue forme e il vescovo martire Oscar Romero dovette attendere papa Francesco per essere elevato agli onori degli altari.
Come ho scritto all’inizio, il problema di Ratzinger è stato a mio avviso la paura. Lo si capisce dai verbi usati nel testamento spirituale tutti sulla difensiva. E dalla paura nasce l’aggressività. Egli è stato un uomo sinceramente devoto al suo Signore, il grande teologo francese Yves Congar nel suo diario del Concilio lo ricorda come «ragionevole, modesto, disinteressato, di buon animo», e io credo che egli sia stato proprio così. Ma la paura è sempre una cattiva consigliera.