

Di Andrea Muratore, InsideOver
Sberbank, il principale istituto bancario russo e dell’Europa orientale, l’unico del Paese a essere stabilmente nella classifica dei cento più grandi al mondo, ha visto un tracollo dell’utile netto nel 2022. Colpita dalle sanzioni, dall’esclusione dal sistema Swift e dall’isolamento internazionale fin dalla primavera, Sberbank complessivamente ha visto il suo utile netto scendere di oltre tre quarti del totale rispetto al 2021.
Del 75,7%, per la precisione, la decrescita. I profitti complessivi per il 2022 ammontano a poco più di 300 miliardi di rubli contro 1.237 del 2021. Questo significa, convertito nella nostra valuta, un calo da 16,51 miliardi a 4 miliardi di euro: un calo netto che mostra sicuramente l’impatto delle sanzioni occidentali sull’istituto. Gestito, va ricordato, al 50% (ma con la maggioranza assoluta dei diritti di voto nel Cda) dal Fondo sovrano russo e guidato da un potente boiardo di Stato, il tecnocrate Herman Gref, dal 2000 al 2007 ministro dell’Economia di Vladimir Putin.
Germania, Croazia e Ungheria sono i Paesi da cui sotto effetto delle sanzioni Sberbank si è ritirata a seguito dall’impossibilità a operare sotto i colpi delle sanzioni occidentali e dell’esclusione dallo Swift, dovendo dare addio ad asset del valore di circa 13 miliardi di euro che sono stati liquidati. La filiale austriaca è stata dichiarata fallita dalla Banca centrale europea dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il 2 marzo, dopo la comunicazione dell’esclusione di Sberbank dallo Swift, le azioni quotate a Londra dell’istituto sono crollate del 95% in un giorno.
A settembre, poi, anche il “santuario” finanziario per eccellenza, la Svizzera, era diventata ostile a Sberbank, dato che Berna si è conformata alle sanzioni finanziarie occidentali per evitare di diventare la Tortuga dei capitali russi in fuga dalla guerra economica di Usa e Unione Europa. Con l’invasione dell’Ucraina, anche la finanza russa diventava persona non grata in territorio elvetico e così Sberbank ha deciso di liquidare la sua filiale a m3 Groupe Holding SA.
Di fronte a questi dati, del tracollo dell’utile di Sberbank si può dare una duplice lettura. La prima è contingente, la seconda strutturale. Nel primo caso si può porre l’accento sul fatto che la banca è stata trasformata, di fatto, da istituzione paneuropea ad attore nazionale, vedendo buona parte della sua proiezione all’estero erosa e il tracollo dell’utile riflette proprio questo ridimensionamento.
D’altro canto, sul secondo fronte si può ricordare che neanche l’ora più buia delle sanzioni è stata così negativa per Sberbank da cancellare il segno più dal suo risultato di bilancio. E che da giugno in avanti il gap con l’anno precedente, segnato dal record storico di utili per l’istituto, si va riducendo. Se anno su anno la contrazione dell’utile è del 75,7%, sul periodo gennaio-ottobre era all’84,5%. Dunque Sberbank ha recuperato un decimo del terreno nei due soli mesi finali dell’anno. E a dicembre la contrazione era “solo” del 40%, in un contesto che vedeva Sberbank costretta a operare tagliata fuori dai circuiti Visa e Mastercard, come un operatore interno di Mosca.
Sberbank continua a detenere circa un terzo degli asset finanziari circolanti in Russia e sta gestendo quote record di prestiti a clienti privati di matrice industriale o individuale: complici i tassi in crescita rispetto all’anno precedente, questo si è prospettato come un fattore di guadagno diretto legato a un mercato interno che soffre l’effetto delle sanzioni, ma non è collassato. Sberbank ha guadagnato 250 dei 300 miliardi di rubli incassati da ottobre a dicembre, una media di 1,11 miliardi di euro di profitto al mese che pone la curva di crescita su tracciati sostenibili per il futuro della banca.
Molto ha fatto anche la rivalutazione degli asset interni per il forte recupero del rublo legato alla difesa del cambio imposta con la rigorosa austerità finanziaria della governatrice Elvira Nabiullina, centrale nell’economia della resistenza russa. Il numero uno della Banca Centrale è un’allieva di Gref, è cresciuta alla sua scuola e ha giocato di sponda con lui. Difficile, dunque, cantare vittoria per l’esito di Sberbank, che non è caduta a picco. E insegna all’Occidente che non è nella polverizzazione totale dell’economia russa che si dovrà cercare il fine di sanzioni che stanno impattando nettamente sulle condizioni di vita dei cittadini russi più poveri e sull’inflazione interna, meno sul complesso apparato di vertice che guida la Russia in guerra.
Dispaccio redazionale da Dissipatio
«Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti». Messo il punto finale alla vita criminale dell’ultimo boss di Cosa Nostra, Pietro Mancini su Dissipatio ricorda l’amara considerazione che il Principe Fabrizio Salina donava all’emissario sabaudo Chevalley nel Gattopardo: «Noi siamo il sale della terra». Parole che non possono essere ridotte a una semplice, e quantomai banale, rappresentazione dell’ineluttabilità del destino siciliano, così come non ci si può fermare alla descrizione dell’inarrestabile dissoluzione della classe nobiliare, con le sue tradizioni e valori del passato. Nelle parole del Principe c’è tutta l’incomprensione del Nord nei confronti del Sud, che prima di tutto è una condizione dello Spirito. Una distanza insanabile, l’insieme delle promesse di miglioramento socio-economico disattese, delle promesse di rinascita buone solo a mitigare lo stato di salute di un popolo “morente”. L’immobilità di cui la Sicilia (o meglio il Sud) soffre, sintomo della malattia dietro la quale lo stesso Principe si nasconde, svela la verità dietro il velo della realtà: caduta l’aristocrazia domina una classe di corrotti approfittatori e rapaci sciacalletti, quella borghesia imprenditoriale che si sostituisce al potere consolidato senza esserne all’altezza sul piano morale.
Matteo Messina Denaro è stato assicurato alla giustizia. Non sappiamo con certezza quanto vasto ed effettivo fosse il suo potere oltre le province di Palermo, Trapani e Agrigento, e se il suo arresto adesso non sia il sintomo di un passaggio di potere al vertice di Cosa Nostra, come qualcuno inizia a sostenere. Di certo, gli ultimi anni del suo governo sono stati segnati da un abbassamento della violenza mafiosa verso le istituzioni, una strategia che Totò Riina gli rimproverava dalla cella, oltre che da affari e intrecci silenziosi con le altre famiglie siciliane e con le organizzazioni criminali più importanti di tutta Italia, dal controllo territoriale, dagli appalti milionari, come quello degli impianti eolici nel trapanese. Il suo lungo governo è stato anche transitorio: Cosa Nostra, proprio a causa della forte esposizione mediatica e giuridica legata alle violenti stragi degli anni Novanta, è tra le organizzazioni mafiose quella che ha perso più terreno negli ultimi anni, ha perso il controllo delle maggiori tratte del narcotraffico e del commercio delle armi, ha perso molto del suo potere economico e finanziario, al contrario della ‘Ndrangheta che invece ha accresciuto esponenzialmente il volume dei propri affari. Per i più attenti osservatori, il declino (o l’ascesa) è iniziato dallo sbarco degli americani durante la Seconda Guerra Mondiale in poi. La grande trattativa prima della Trattativa.
E quindi dov’è la vittoria? Cosa cambia adesso nella lotta alle mafie? Dopo un naturale sentimento di soddisfazione nel vedere finalmente uno dei più feroci criminali della storia italiana (uno che, per capirci, è stato capace di uccidere una donna incinta e di segregare per quasi due anni un minore, uccidendolo infine), cosa resta? La sensazione che forse tutto sembra cambiare, ma in realtà non ci sia nulla di diverso, nei fatti. Nessuna organizzazione è stata decapitata, Messina Denaro era un’autorità, un nome riconosciuto da chiunque, ma nulla più di un simbolo. Specie oggi che il potere mafioso, un tempo nelle mani di un gruppo di spietati uomini d’onore siciliani, si trova altrove, non troppo lontano, ma pur sempre altrove. Il Signore di Castelvetrano è la personificazione della lotta alla mafia, ma nulla ha a che vedere con la lotta alla mafia. La differenza è sottile e fondamentale.
Un personaggio creato in vitro, la cui grandezza è stata ampiamente amplificata perché ideale rappresentante di tutto ciò che si vorrebbe la mafia fosse: rurale, ignorante, cinematografica. Non è così, e non è così già da anni. La mafia è prepotenza. Quella, purtroppo, non si può arrestare. E nel mentre serpeggia il dubbio, alimentato da vecchie interviste a personaggi di second’ordine, ma anche di membri più autorevoli della società civile, come Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo. È lui a presentare una teoria che già aveva trovato diffusione nei bar e nei luoghi d’incontro della società siciliana: l’arresto di Messina Denaro è parte di un gioco più grande, fra Stato e criminalità. Una trattativa che deve avvantaggiare ambo le parti. Un gioco a somma zero in cui a perderci è l’idea che vi sia davvero una guerra fra guardie e ladri, invece che una comunanza d’intenti in nome della stabilità e dei danari.
Una mafia come quella dei film, storicamente rimasti fermi all’idea che gli alleati nel 1943 ne ebbero vedendo quei pastori con le lupare, gli stessi fra cui Michael Corleone si nasconde in una delle pellicole più famose della storia del cinema. Una mafia da film, per l’appunto, lontana dalla realtà. Che non è neanche più quella di Scorsese, formata dai tanti piccoli “operai della malavita”, buffi quanto spietati. La mafia è una mentalità fatta di prevaricazione, ma anche di solitudine e costante chi va là. È solo la famiglia che conta, solo di loro ci si può fidare. Una vita tribale, una di quelle che vede nell’altro solamente un potenziale nemico. Una vita da cani. Non è una sorpresa che i nuovi uomini d’onore vogliano affermarsi in maniera differente da chi li ha preceduti.
Anche perché Cosa Nostra è in declino da trent’anni, e il rispetto portato a Messina Denaro dai criminali della sua stessa risma è quello portato ai vecchi saggi senza potere. Deferenza, ma non sottomissione. Il potere mafioso oggi è in Calabria, laddove non esistono “pentiti”, perché il sangue è sacro, soprattutto se è stato versato. Ed è integrato nelle ramificazioni globali della ’Ndrangheta, che portano un giro d’affari stimato di circa cinquanta miliardi di euro l’anno, pari a 3,5% del Pil nazionale. È possibile credere che l’arresto di Messina Denaro cambi qualcosa a fronte di queste cifre? Di certo, questo è il passaggio di consegne ufficiale fra due modi d’intendere l’attività mafiosa. Senza capi, senza punti di riferimento scolpiti nella pietra, una fluidità accompagnata dall’unico dogma granitico: la famiglia. Infinitamente più duraturo del dogma familiare di Cosa Nostra, e a maggior ragione di quello camorristico, che vive perlopiù nelle rappresentazioni cinematografiche e televisive. Per la felicità di chi grazie al suo fascino ci campa, anche dignitosamente. La ‘Ndrangheta s’infiltra ovunque, ma non si fa infiltrare da alcun corpo esterno, è monolitica come lo spirito della tradizione, ed è spietata, ma questa non è una novità. Stringe rapporti con i grandi boss sudamericani, domina il mercato europeo delle droghe, leggere e pesanti, e ha mezzi e metodi per fare ciò che le pare. È notizia di non troppo tempo fa del sequestro di un sottomarino (!) adoperato lungo la traversata atlantica per il trasporto di cocaina. I porti di arrivo prediletti, che un tempo erano quelli di Napoli e Gioia Tauro, oggi si sono spostati nel Nord Europa, Anversa e Amburgo su tutti, a dimostrazione del carattere davvero globalizzato della mafia calabrese. Ancora una volta, l’ultima, ha senso chiedersi: cosa significa l’arresto di Matteo Messina Denaro?
Uno dei fenomeni mafiosi da tenere maggiormente sott’occhio, posto l’assoluto protagonismo della ‘Ndrangheta calabrese, è quello nigeriano. L’occhio mediatico è stato catturato pochi anni fa, quando destò particolare clamore il brutale omicidio di una ragazza nel quartiere San Lorenzo a Roma, da parte di alcuni nigeriani. L’ipotesi allora avanzata, e mai del tutto riscontrata, era quella secondo cui gli autori del delitto fossero in qualche modo connessi a esponenti mafiosi, date anche le modalità con cui il crimine si consumò. I nigeriani operano in maniera del tutto simile ai calabresi, da cui molto hanno preso. Anche loro fanno dell’impenetrabilità, e della fluidità delle loro cellule, la loro forza. Vikings, Black Axe, Maphite, sono alcuni dei nomi dei gruppi autonomi più temuti e conosciuti dalle forze dell’ordine. Pur con una presenza sul territorio italiano di appena centomila connazionali, la mafia nigeriana ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nel tessuto criminale del Paese. Oggi gestiscono traffici di prostituzione (per cui sono tristemente noti), di organi, oltre a droga ed estorsione (specie online). La loro presenza è forte sul territorio campano, fanno base a Castel Volturno, poco vicino Napoli. E proprio nelle aree storicamente riconosciute alla Camorra si stanno allargando, approfittando del suo declino. Un declino fatto di un pentitismo crescente, nuove generazioni disposte a tutto per scalzare le vecchie, anche a disconoscere quei riti e codici che hanno tenuto in piedi l’organizzazione per secoli. I nigeriani, come gli ‘ndranghetisti non hanno di questi problemi. Il legame di sangue non teme l’intrusione dell’alieno, ma allo stesso tempo sta dissanguando e desertificando la terra su cui poggiano i piedi. Una terra senza futuro, dove sono in pochi a combattere per offrire opportunità diverse dalla vita criminale. Come aveva previsto il Principe Fabrizio, a comandare sono ora gli sciacalletti. E quello andato in onda negli ultimi giorni è il loro gioco, che noi fingiamo di capire.
Nell’immagine: il quadro trovato nella casa natale di Messina Denaro a Castelvetrano (da la Repubblica)
Di Mauro Indelicato, InsideOver
All’interno dell’elicottero schiantatosi alle porte di Kiev, era presente di fatto tutta la catena di comando della sicurezza ucraina. A perdere la vita infatti non è stato solo il ministro dell’Interno Denys Monastyrsky, ma anche il suo vice, Yevhen Yenin, e il segretario di Stato del ministero, Yurii Lubkovich. I tre cioè dalle cui scrivanie passavano tutti i dossier più importanti riguardanti la sicurezza e le attività dei servizi di intelligence. Senza di loro e senza un’immediata sostituzione, potrebbe crearsi un vuoto di potere all’interno del ministero. Una circostanza già molto grave in un Paese in pace e che assume contorni ancora più importanti in una nazione in guerra.
La designazione di un vice viene di norma effettuata proprio per coprire l’assenza, momentanea o definitiva, del titolare di un incarico. A livello politico, in tempi di pace il rischio più forte è dato dalle dimissioni di un ministro o di un alto funzionario pubblico. In un’Ucraina in guerra, lo spettro principale riguarda possibili azioni di sabotaggio contro uno o più esponenti del governo. La funzione di ogni vice ministro in questi mesi è quindi diventata più delicata: i numeri due di ogni ministero sono stati a pieno titolo inseriti nelle varie regie di comando, in modo da seguire più da vicino i dossier e poter subito prendere il posto del titolare in caso di necessità.
Il problema dell’incidente di Brovary, la città a est del centro di Kiev dove si è schiantato l’elicottero con a bordo il ministro Monastyrsky, è che a perdere la vita è stato sia il titolare dell’Interno che il suo vice e il suo segretario. Tutti coloro quindi che hanno fatto parte, fino al momento dell’incidente, della catena di comando degli apparati di sicurezza.
Adesso il serio rischio riguarda un vero e proprio vuoto di potere tra i vertici del ministero, uno dei più nevralgici specie in tempo di guerra. Le forze di polizia e soprattutto di intelligence che rispondono direttamente al ministero dell’Interno, non hanno più alcun riferimento. Alla morte di Monastyrsky, non ha potuto far seguito la nomina del vice Yenin, anche lui morto nello schianto assieme al segretario del dicastero. Con loro è sparito l’intero vertice della sicurezza. In una guerra fatta anche, se non soprattutto, di attività di intelligence e di azioni di sabotaggio curate dai servizi segreti in territorio nemico, la fine tragica del comando del ministero dell’Interno potrebbe avere conseguenze molto gravi.
Con uno dei rami governativi più delicati azzerati dallo schianto di Brovary, i vertici del governo ucraino hanno assoluta necessità adesso di colmare il vuoto di potere nella sicurezza. E questo non solo per il funzionamento del ministero dell’Interno, ma anche dell’intera macchina governativa. Il sistema decisionale, senza l’anello riguardante i vertici della sicurezza, rischia seriamente di incepparsi. E in una fase come quella attuale l’Ucraina non può permetterselo.
Si presenta però un duplice problema per il presidente Volodymyr Zelensky e per il premier Denys Shmyhal. La morte anche del vice ministro, ha impedito l’immediata sostituzione di Monastyrsky. Ma soprattutto, la ricostituzione di una catena di comando all’interno del ministero non comprende soltanto la semplice nomina di un nuovo titolare. Occorre ricostituire una squadra di fiducia in grado di prendere in mano i dossier più delicati e di seguirli costantemente. E per fare questo occorre del tempo. Non si tratta quindi solo di una sostituzione, ma di una ricomposizione da zero di un intero corpo governativo.
Da non sottovalutare anche gli aspetti legati all’immagine. Al di là delle cause dell’incidente, per Kiev lo schianto dell’elicottero è da questo punto di vista un danno non secondario. Il governo e l’intero apparato di sicurezza potrebbe adesso essere accusato di aver agito con leggerezza e superficialità. Far decollare assieme, in uno stesso mezzo e in pieno stato di guerra, l’intero vertice della sicurezza è stato un errore grossolano e percepito come tale anche dall’opinione pubblica.
Nell’immagine: il luogo dell’incidente
Di Salvatore Maria Righi, L’Indipendente
Nella foto ricordo, ‘u pacchiuni ha un sorriso bonario e, come da soprannome, un bel faccione pieno. Alle spalle un mazzo di fiori recisi e lenzuola bianche appese ai muri, perché Giovanni Motisi “’u pacchiuni”, il grasso” nel dialetto siciliano, è proprio un fantasma. Aveva fatto mettere quei drappi alle pareti per renderle totalmente irriconoscibili, quando partecipò al compleanno della figlia in un villino di Palermo non lontano dal quartiere Uditore, dove è nato il primo gennaio 1959. Da allora, correva il 1998, nessuno l’ha più visto e ora che hanno preso il numero uno della lista, è proprio lui il secondo nome. Il pesce più grosso rimasto ancora libero, il latitante più pericoloso di Sicilia e probabilmente d’Italia.
“Most wanted” da 25 anni, un quarto di secolo, ricercato dal 1999 anche in campo internazionale e segnalato da qualcuno in Francia, ad un certo punto, per l’amicizia con qualche boss siciliano esule da quelle parti. Dal 2016, l’Europol lo ha inserito tra i criminali più ricercati in Europa. Secondo Vincenzo Musacchio, criminologo forense e docente di strategie di lotta contro la criminalità organizzata al Riacs di Newark (Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies), oltre che amico e collaboratore di Antonino Caponnetto che guidò il pool antimafia con Falcone e Borsellino, potrebbe essere proprio lui a raccogliere l’eredità di Matteo Messina Denaro e diventare il nuovo boss dei boss.
Negli schedari del GIIRL, Gruppo integrato interforze per la ricerca dei latitanti più pericolosi, il suo fascicolo è in cima a tutti gli altri. Un curriculum di tutto rispetto, quello di Motisi che negli anni ’90 era un pezzo da novanta nella Palermo della guerra di mafia tra Corleonesi e il resto del mondo. Boss del mandamento di Pagliarelli che avrebbe tenuto in pugno fino a tempi molto recenti, secondo riscontri investigativi, dove ha preso il posto di Nino Rotolo, costretto ai domiciliari, ereditando il bastone del comando del clan dallo zio Matteo.
Condannato nel 1998 per omicidio, tre anni dopo per associazione di stampo mafioso e nel 2002 per strage. Nel 1999, quando hanno perquisito la sua villa a Palermo, non lontana dal rifugio di Totò Riina e famiglia, hanno trovato dei “pizzini” scambiati con la moglie, Caterina Pecora, che riguardavano – evidentemente in codice – falegnami ed elettricisti impegnati in lavori nella loro abitazione. Secondo il pentito Calogero Ganci, Motisi faceva parte della “commissione” che ha discusso dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, poi ucciso con la moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta. Quel giorno, nel racconto dell’illustre collaboratore di giustizia, Giovanni Motisi era in compagnia di Antonino Madonia, Raffaele Ganci, Francesco Paolo Anzelmo, Giuseppe Giacomo Gambino, Pino Greco, Vincenzo Galatolo, Antonino Rotolo e Giuseppe Lucchese, un gotha di padrini e mafiosi di alto profilo.
Lui stesso è stato un killer di fama, il preferito da Totò Riina, secondo gli investigatori che poi lo hanno associato all’ala moderata di Cosa Nostra, quella guidata da Bernardo Provenzano. È stato condannato all’ergastolo per l’omicidio del commissario Beppe Montana, il 28 luglio 1985. Quando Palermo era diventata una specie di Beirut italiana, con una mattanza quasi quotidiana per le strade e nei bar. I corleonesi che sono scesi dalle montagne e hanno sterminato a colpi di canne mozze tutto il gotha dell’onorata società, la nobiltà mafiosa di Palermo compresi figli, nipoti e familiari. Quasi 1000 morti in poco più di due anni, fino al 1983, metà di loro ammazzati senza pietà e gli altri spariti per sempre, dopo sequestri finiti con torture e corpi sciolti nell’acido o fatti comunque sparire.
Motisi era già un giovane e promettente sicario agli ordini dei corleonesi, quando il giovane commissario Montana ebbe l’intuizione che ha cambiato la lotta alla mafia da parte dello Stato. Quella cioè di creare un gruppo di investigatori che a tempo pieno e non solo per riempire fogli e scartoffie, si dedicassero a dare la caccia ai mafiosi latitanti e a piede libero. Per togliergli la terra sotto ai piedi e levarli dal contesto in cui, pur se nascosti e irreperibili, continuavano indisturbati i propri affari, dettavano legge e impartivano ordini ai propri sottoposti, all’esercito di soldati sparsi sul territorio.
La sezione “catturandi” che il commissario Montana ha costruito e guidato fino a quando non è stato crivellato di colpi, a spararli anche Giovanni Motisi, ha portato in carcere decine di mafiosi, scoprendo i loro covi e i loro arsenali. Montana ha lavorato al fianco di Ninni Cassarà, il vice questore massacrato qualche giorno dopo di lui (6 agosto 1985), e col pool di Falcone e Borsellino. Buona parte dei 475 imputati per il maxi processo all’Ucciardone furono catturati proprio da Montana e dai suoi uomini che hanno dato un grande contributo anche al famoso “rapporto dei 162”, una mappa minuziosa e accurata del potere mafioso aggiornato alla guerra che ha portato al trionfo dei corleonesi e alla presa di Palermo, cambiando gli assetti e la gerarchia di Cosa Nostra.
Nonostante questo, la “catturandi” di Montana era una squadra messa in piedi con pochissimi mezzi e ancora meno riscontri nella struttura di polizia che lo Stato utilizzava per combattere la criminalità organizzata. Montana e Cassarà guidavano un pugno di uomini che doveva inventarsi di tutto per infiltrarsi nel territorio e dare la caccia ai latitanti. Si facevano prestare le auto da amici o dalle fidanzate, perché quelle di servizio erano sfasciate o già conosciute. Facevano collette tra di loro per pagarsi l’affitto degli appartamenti nei quali effettuare appostamenti o indagini, trovavano il necessario in modo fortunoso, come un cannocchiale prestato da un ottico o una parrucca rimediata da un’amica. Andavano alle feste di paese per rimorchiare ragazze e attraverso di loro cercare di avere informazioni sul territorio e sui padrini a cui davano la caccia.
Le immagini dell’arresto di Matteo Messina Denaro e del suo fiancheggiatore, inseguito dai telefonini cellulari delle persone, in un via vai di mezzi e uomini degno di un’operazione di guerra, con ampio spiegamento di risorse e tecnologia, misurano in modo netto i 40 anni che sono passati dai pionieri della lotta alla mafia: la “catturandi” del commissario Montana, nella pneumatica assenza dello Stato alla voce mezzi e risorse, si inventava ogni giorno il proprio mestiere di segugi antimafia e per questo, proprio per questo, la mafia decise di toglierlo di mezzo. Lo fecero un giorno d’estate, alla vigilia delle sue ferie, quando era al mare a Porticello in compagnia della fidanzata, del fratello e di amici. Un commando di sicari lo affrontò armi in pugno mentre era impegnato a sistemare la propria barca e lo freddarono senza pietà, avevano già pronti tre piani per ucciderlo perché Beppe Montana doveva essere tolto di mezzo a qualsiasi costo: uno dei killer era proprio Giovanni Motisi. Un giovane e spietato killer mandato dalla cupola dei corleonesi, di cui era già un fidato braccio armato destinato poi a diventare un potente boss. E poi, da 25 anni, un fantasma. Il nuovo padrino di Palermo, forse.
Nell’immagine: Giovanni Motisi
Di Vincenzo Genovese, Linkiesta
Si chiama «Green Deal Industrial Plan» e nelle intenzioni dei suoi promotori renderà l’Europa la casa dell’industria a ridotto impatto ambientale, salvando posti di lavoro e contribuendo in maniera significativa agli obiettivi climatici dell’Ue. Il piano ambizioso dell’esecutivo comunitario è stato annunciato dalla presidente Ursula von der Leyen al World Economic Forum di Davos e rappresenta la risposta europea all’Inflation Reduction Act, il programma di sussidi statali da 433 miliardi di dollari con cui il presidente statunitense Joe Biden vuole sovvenzionare le aziende che producono sul proprio territorio.
La parte più significativa di questa strategia, che prevede quattro direttrici, è il Net-Zero Industry Act, un’iniziativa legislativa volta a sostenere la cosiddetta industria «clean tech». Il settore comprende tutti i processi produttivi che riducono l’impatto ambientale negativo sul territorio in cui avvengono, tramite una migliore efficienza energetica, un uso più sostenibile delle risorse a disposizione o l’adozione di contromisure di protezione ambientale: secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia varrà 650 miliardi di dollari all’anno nel 2030, il triplo della quotazione attuale.
Le aziende che opereranno secondo i canoni dell’«industria pulita» saranno sostenute dall’Ue, come ha spiegato von der Leyen e il Net-Zero Industry Act seguirà le tracce del recente Chips Act, il pacchetto legislativo pensato per promuovere la produzione dei semiconduttori in Europa, con l’identificazione di obiettivi per ogni settore e il sostegno a «progetti strategici».
La chiave sarà però la semplificazione dei processi di autorizzazione per i nuovi impianti di produzione, ha sottolineato la presidente.
Accanto a questa spinta ci sarà il finanziamento dei «Progetti importanti di comune interesse», per cui il processo di sovvenzione dovrà essere più semplice e rapido, e una nuova iniziativa legislativa sull’estrazione delle terre rare: il «Critical Raw Materials Act», fondamentale, visto che l’Unione dipende per il 98% dalla Cina per l’approvvigionamento di questi materiali.
Altri punti importanti del «Green Deal Industrial Plan» sono il supporto allo sviluppo delle competenze nel settore delle nuove tecnologie e un’ambiziosa agenda di accordi commerciali, che sfrutti al meglio i vantaggi delle partnership di lungo corso (come quelle con Canada e Regno Unito) e di quelle ancora da concretizzare (Messico, Cile, Nuova Zelanda, India, Indonesia e Paesi del Sudamerica).
Servono però massicci sussidi pubblici per rendere i Paesi dell’Unione attraenti agli occhi delle aziende almeno tanto quanto gli Stati Uniti. La Commissione lo sa ed è già al lavoro per modificare le sue regole sugli aiuti di Stato, in modo da ottenere calcoli più facili, procedure più semplici e approvazioni più rapide. La strada suggerita da von der Leyen a Davos sono le esenzioni fiscali, che offrirebbero una prospettiva più allettante agli investitori rispetto a un singolo finanziamento iniziale.
Ma la stessa presidente ha sottolineato come gli aiuti da parte dei governi nazionali siano una soluzione solo parziale, soprattutto perché limitata a quegli Stati membri in grado di fornirli su larga scala. Il rischio è infatti che i Paesi con maggiori capacità foraggino la propria industria in modo considerevolmente superiore agli altri, pratica che si tradurrebbe di fatto in uno scenario di concorrenza sleale all’interno dell’Unione. Oppure, che un allentamento sui vincoli europei agli aiuti di Stato produca una «corsa ai sussidi» ugualmente deleteria.
Sei Paesi dell’Ue (Danimarca, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia e Svezia) hanno già segnalato questa possibilità in una lettera inviata alla Commissione, che sembra molto consapevole della posta in gioco. La commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager lo ha infatti evidenziato, spiegando ai ministri dei 27 Stati membri che Francia e Germania da sole hanno mobilitato il 77% dei 672 miliardi di aiuti di Stato approvati nell’ambito dell’attuale Temporary Crisis Framework, il regime speciale di regole allentate previsto per fronteggiare le conseguenze economiche della guerra in Ucraina.
Il prolungamento di questa «eccezione temporanea», o qualsiasi altra modifica al sistema con cui la Commissione deve approvare gli aiuti di Stato, per assicurarsi che non danneggino la concorrenza interna, deve essere sviluppata con cautela. Pena la «frammentazione» del mercato unico, pilastro irrinunciabile dell’integrazione europea. Entro la fine dell’anno è prevista anche la creazione di uno strumento comune europeo per finanziare l’industria (European Sovereignty Fund), i cui contorni sono però ancora molto oscuri: Ursula von der Leyen ha detto che sarà allestito grazie a una revisione del bilancio dell’Ue, ma non ha saputo indicare alcuna cifra né fissare scadenze temporali.
E per non vedere gli investimenti privati dirottati oltreoceano serve fare presto: la commissaria Vestager si aspetta suggerimenti dai governi nazionali entro il 25 gennaio, così da procedere rapidamente a una serie di proposte sul tema, che potrebbero essere già discusse nel prossimo Consiglio europeo a febbraio. Non c’è tempo da perdere, per salvare la competitività delle aziende e il Green Deal europeo.
Nel rapporto fra potere e stampa, anche in Svizzera la fuga di notizie non è una novità, e c’è chi ricorda come a metà degli Anni Settanta il confronto spesso infuocato fra Christoph Blocher e i suoi colleghi di governo rappresentasse un piatto prelibato per testate che ne poterono riferire in abbondanza anche grazie alle confidenze che approdavano alle redazioni amiche, o semplicemente utili. Nemmeno allora – e accadde anche in altri tempi – la collegialità in Consiglio federale fu dunque regola rispettata. Come palesemente non lo è stata in questa legislatura. Durante la quale sono addirittura partiti colpi bassi anche inediti per il loro vigore. Non è infatti casuale se alle recenti dimissioni di Ueli Maurer, che di quegli “strappi” era stato principale protagonista, altri partiti reagirono chiedendo all’UDC di scegliere per la sua successione una persona rispettosa della necessaria armonia in un esecutivo storicamente e inevitabilmente di larga coalizione.
Ma se fossero confermate le rivelazioni della “Schweiz am Wochenende”, la questione sarebbe assai diversa, e assai più grave. Si tratterebbe, ha scritto il giornale, esibendo qualche riscontro, di un accordo fra Marc Walder, CEO di “Ringier”, e Peter Lauener, ex capo comunicazione di Alain Berset; in base a tale intesa il collaboratore del consigliere socialista comunicava con anticipo ai giornalisti del gruppo documenti relativi a progetti, decisioni, discussioni sulle scelte anti-pandemia del Consiglio federale, mentre il “Blick”, grato e riconoscente, garantiva apprezzamenti favorevoli alla strategia sanitaria del governo, quindi più o meno direttamente dello stesso Berset, responsabile della sanità. Sarà la magistratura federale, con l’apertura di un’indagine penale, a stabilire cosa e quanto c’è di vero in questa vicenda. Che non è relativa a semplici fughe di notizie, bensì a gravi violazioni del segreto d’ufficio.
Si tratterebbe di un indegno ‘mercato’, uno scandaloso scambio di favori (Berset poteva non sapere, come afferma?) che nell’anno elettorale accrescerebbero le difficoltà politiche dell’attuale presidente della Confederazione (dopo la non brillante rielezione in Consiglio federale), ma che getterebbe ombre pesantissime anche sulla credibilità dei media, sulla loro indipendenza, sul loro ruolo di un contro-potere non aprioristico bensì basato sul diritto-dovere di accertare, fare domande pertinenti e anche impertinenti, per garantire un autentico rispetto del mandato di servizio pubblico che deve rappresentare la stella polare di un’informazione credibile e necessario al confronto democratico.
Tanto più grave, la faccenda, se si guarda ai suoi principali protagonisti. Peter Lauener è un ex giornalista (uno di tanti trasferitisi nel palazzo del potere, al fianco dei nostri ministri, alle prese con le preoccupazioni della loro comunicazione a Camere e pubblico-elettore), e non può non sapere che questo genere di ‘patto scellerato’ configura una flagrante violazione deontologica della sua ex professione, è un passo che scredita uno dei quotidiani a maggiore diffusione nazionale, è un autentico “patto col diavolo”, insensato sotto ogni punto di vista.
Ma questo lo dovrebbe sapere anche un editore, anche Marc Walder. Eppure il CEO di “Ringier” ha il merito, anzi l’assoluto demerito, di aver espresso le sue assurde convinzioni – allora commentate severamente su Naufraghi/e da Daniele Piazza – in un intervento che doveva rimanere segreto e che segreto non è rimasto. Siamo al peggio che un editore possa pensare del rapporto fra stampa e politica. Era il dicembre del 2021, prima di una votazione sulla strategia del governo federale, e il portale “Nebelspalter” pubblicò un video di Walder durante un intervento alla “Schweizerische Management Gesellschaft” sul tema dell’informazione al tempo dell’emergenza sanitaria. In cui il gran capo del Blick afferma tra l’altro: “I media non devono diventare un cuneo fra la società e il governo… In tutti i paesi in cui siamo attivi abbiamo deciso, su mia iniziativa, e sarei contento se ciò rimanesse fra noi, di sostenere i governi attraverso la nostra informazione, così da fare in modo che tutti escano bene da questa crisi”.
Nessuna critica, pieno sostegno alle autorità, informazione di regime, ‘a prescindere’ delle scelte politiche del Consiglio federale, e di quelle di altri governi in nazioni dove il gruppo è sul mercato mediatico (nell’Europa dell’est e in alcune parti dell’Africa). Il peggio, davvero il peggio, che l’informazione possa produrre. Non che un giornale non abbia diritto a una propria linea politica. Ma deve esplicitarla, renderla pubblica, dire alla sua platea da che parte sta, non nasconderla dietro il vanto di un’indipendenza che in realtà non c’è (infatti, “sarei contento che ciò rimanesse tra noi”).
Che il “Corona-leaks” elvetico si basi su un accordo realmente avvenuto potrebbe perciò non sorprendere. E nulla lo può giustificare: né il fatto che il ministero della sanità venisse bombardato senza tregua e spesso senza ragione dal partito più grande del paese (l’UDC, con la sua assurda tesi della ‘dittatura sanitaria’), né il fatto che proprio un editore sconvolga alcune delle regole eticamente e deontologicamente sacrosante del prodotto che confeziona. Pagina nera del giornalismo elvetico. O meglio, di una sua parte. Uno studio dell’Istituto Fög dell’Università di Zurigo rilevò poi che i media del nostro paese non furono in generale accondiscendenti con le iniziative del governo. Ma anche solo le avvisaglie di questo scandalo, quanta acqua stanno già portando, e porteranno, al mulino degli ‘Amici della Costituzione’, i super-critici della strategia governativa? E quanto discredito su un giornalismo da tempo e per molte altre cause già in forte debito d’ossigeno?
Nel giugno 2021, la sentenza fu storica: Alieu Kosiah, ex capo comandante delle milizie liberiane dell’ULIMO, è stato condannato a 20 anni di prigione dal Tribunale penale federale (TPF) per crimini di guerra. L’uomo è ritenuto colpevole di aver violato le leggi di guerra durante il primo, sanguinosissimo, conflitto civile in Liberia fra il 1993 e il 1995.
Alieu Kosiah, arrestato nel 2014 a Losanna, è ritornato in questi giorni a Bellinzona. Da sempre dichiaratosi innocente si è opposto alla decisione. Il processo di appello si è aperto negli scorsi giorni e durerà fino ad inizio febbraio. Rispetto al primo dibattimento, vi è una novità sostanziale. Il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha aggiunto il capo d’accusa, ancor più grave, di crimini contro l’umanità.
In precedenza, il procuratore federale Andreas Müller si era rifiutato di estendere l’azione penale in base al principio di non retroattività. In sostanza si riteneva che la disposizione sui crimini contro l’umanità, entrata in vigore nel 2011, non potesse essere applicata a questo caso. Nel frattempo, però, una decisione del TPF nell’ambito di un’altra vicenda – l’assassinio di un oppositore iraniano avvenuto nel 1990 nel Canton Vaud – ha cambiato le cose. L’atto d’accusa è stato quindi modificato, mettendo in risalto il fatto che le presunte atrocità commesse da Alieu Kosiah potrebbero far parte di attacchi sistematici lanciati contro la popolazione civile e quindi non essere più considerate “solo” come crimini isolati. Un cambio d’approccio importante per le vittime, alcune delle quali presenti a Bellinzona per rivivere in prima persona le atrocità subite e guardare negli occhi l’ex comandante militare.
Vada come vada, anche questo secondo processo è quindi da considerarsi storico. È infatti la prima volta che un imputato viene processato in Svizzera per questo reato. Dal 2011, quando sono entrate in vigore in Svizzera le nuove disposizioni dello Statuto di Roma, la Procura federale ha la competenza di giudicare e punire una persona che ha commesso atti contro l’umanità e crimini di guerra anche al di fuori del territorio elvetico.
L’MPC si era allora dotato di una speciale unità che, però, malgrado i proclami iniziali è stata indebolita e accusata da più parti di lentezza e scarsi risultati. Certo, i casi – una quindicina quelli in corso – sono complessi, difficili e delicati da un punto di vista geopolitico e politico. Significativa a proposito è la vicenda che ha toccato nel 2013 la raffineria ticinese Argor-Heraeus per un affare di oro proveniente dalla Repubblica democratica del Congo. Un dossier ultrasensibile che ha riguardato una delle più importanti società al mondo del settore, nel cui Cda sedeva in quel momento l’ex Consigliere federale Adolf Ogi. Dopo le perquisizioni e l’apertura di un procedimento penale, l’inchiesta si è conclusa il 15 marzo 2015 con un decreto d’abbandono. Due giorni dopo Adolf Ogi lascerà il Cda della società. Seppur scagionata – ha detta dell’MPC – la società avrebbe potuto sapere che l’oro con grande probabilità proveniva da un sanguinoso conflitto.
In passato, due commissari speciali del Consiglio dei diritti umani della Nazioni Unite hanno interpellato il Consiglio federale su “l’apparente mancanza di volontà politica della Svizzera di indagare sui crimini internazionali” denunciando anche “ingerenze politiche”. Appena nominato, il nuovo procuratore generale Stefan Blättler ha dichiarato pubblicamente che la lotta all’impunità per i crimini internazionali sarà uno dei quattro pilastri del suo lavoro. Le ONG attive in questo ambito come Trial International hanno apprezzato un cambiamento di atteggiamento. Anche perché sembra esserci, almeno a parole, la volontà di esaminare il ruolo degli attori svizzeri nel saccheggio delle materie prime in contesti bellici. Tra le inchieste aperte vi sono, ad esempio, quella che riguarda un’impresa di Zugo che avrebbe venduto del petrolio ad un gruppo armato in Libia e quella che concerne un uomo d’affari attivo nel settore minerario in Congo. Staremo a vedere se, come nel caso Alieu Kosiah, queste indagini si concretizzeranno in atti d’accusa.
Nell’immagine: Alieu Kosiah durante un processo
Di Giacomo Di Girolamo, Linkiesta
«Come lo avete riconosciuto, date che non sapevate nulla di lui?». «Aveva addosso un orologio da trentamila euro». E come potevano sbagliare, la mattina del 16 Gennaio 2023, i Carabinieri. Anche a sessant’anni, anche sotto i colpi di un tumore in stato avanzato, e sotto il peso della latitanza, Matteo Messina Denaro fu Francesco, nato a Castelvetrano il 26 Aprile 1962, professione contadino, capo di fatto di Cosa Nostra siciliana, e fino a ieri imprendibile boss latitante dal 2 Giugno 1993, al lusso non rinuncia.
Da giovane d’altronde, era famoso proprio per questo: le camicie firmate, gli abiti Armani, lo champagne al tavolo, le auto fuoriserie, gli orologi, appunto. E le fimmine. Quante donne per Matteo Messina Denaro, boss atipico anche in questo: mai, prima di lui, a un capomafia sarebbe stato consentito di avere una compagna, e di avere addirittura una figlia fuori dal matrimonio.
Adesso che per lui è arrivato il game over, si chiude il capitolo di una storia criminale lunga quasi mezzo secolo, cominciata quando lui era ragazzino, e già a quindici aveva iniziato a sparare nella Castelvetrano di pietra degli anni Settanta.
Da lì ai primi omicidi il passo è breve, d’altronde lui è figlio di Don Ciccio Messina Denaro, è un predestinato. Suo padre è il capomafia della zona del Belice, nella parte sud occidentale della Sicilia. È spietato, ma anche sconosciuto alle forze dell’ordine. E quando Totò Riina decide di scendere in campo, dalla provincia di fango di Corleone, per prendersi Cosa Nostra e fare fuori le famiglie palermitane e tutti quelli che non stavano con lui, Don Ciccio Messina Denaro si schiera e mette il suo figlio Matteo proprio come luogotenente di Riina, che anni dopo ricorderà: «Suo padre mi ha dato questo figlio per farne un uomo».
I Messina Denaro sono accanto a Riina nella guerra di mafia che sparge centinaia di morti, incendi e terrore in Sicilia occidentale a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Sterminati gli avversari, Riina decide che adesso il capomafia della provincia di Trapani è Don Ciccio Messina Denaro.
Sono gli anni dei soldi facili, dei milioni di dollari del traffico di droga, della spartizione dei grandi lavori pubblici. Matteo Messina Denaro cresce come un giovane leader, è padrone di Castelvetrano, vuole rispetto. Il suo amico del cuore, Lillo Santangelo, verrà ucciso nel 1985 perché aveva osato vendersi una partita di droga per i fatti suoi. Ma è solo uno dei tanti episodi criminali della sua vita.
Matteo Messina Denaro cresce all’ombra di Riina, con lui partecipa all’ideazione delle stragi del 1992, la folle guerra allo Stato che sarà anche la rovina di Cosa Nostra. Riina gli affida compiti delicati: andare a Roma a pedinare Maurizio Costanzo e Giovanni Falcone, organizzare gli attentati, ma soprattutto, da bravo luogotenente, sparare alle spalle di chi fugge, di chi, dentro Cosa Nostra, non vuole l’attacco allo Stato perché teme la vendetta.
E così Messina Denaro ucciderà i capimafia di Marsala che si rifiutano di organizzare l’attentato a Borsellino, e poi il suo amico boss Vincenzo Milazzo, suo coetaneo, che aveva cercato di contattare i servizi segreti per fermare Riina. Con lui viene strangolata e uccisa la compagna, Antonella Bonomo.
Dopo le stragi, preso Riina, capisce che il suo tempo sta per scadere, ed è latitante. Inizialmente, con il padre Ciccio, che muore, il 30 Novembre del 1998, consegnandosi allo Stato nel modo più incredibile: dopo otto anni di latitanza (passata nel centro di Castelvetrano) il suo corpo viene fatto trovare davanti i cancelli dell’ospedale già vestito e pronto per il funerale.
Da latitante, Messina Denaro guida molti affari, vecchi e nuovi: il traffico di opere d’arte, il business dell’eolico, la grande distribuzione. In una lettera a Bernardo Provenzano, nel 2004, spiega quanto è conveniente e facile aprire un supermercato: lui, in quel periodo, ne controlla una trentina nella provincia di Trapani ed Agrigento.
Di sé dice che con le persone che ha ucciso può riempirci un cimitero, ed è vero, così come è vero che è l’ultimo custode dei segreti più inconfessabili che l’Italia si porta nel periodo a cavallo tra prima e seconda Repubblica.
Il 16 Gennaio del 2023 è finita la sua impunità. Fino al 1992 i Messina Denaro erano completamente sconosciuti alle forze dell’ordine. Non solo, quando, nel 1991, Paolo Borsellino, Procuratore a Marsala, intuì che forse c’era questa misconosciuta famiglia di Castelvetrano a tenere le fila di Cosa Nostra trapanese, non potendo arrestare Don Ciccio, chiese al Tribunale di Trapani quanto meno l’emissione di un misura di prevenzione personale. La risposta fu agghiacciante: «Francesco Messina Denaro è una brava persona. E i Messina Denaro risultano essere conosciuti e stimati nella Palermo bene».
La stessa latitanza sembra cominciare con anni di vantaggio. Le ricerche a livello internazionale partono solo nel 1994, e fino all’arresto di Bernardo Provenzano, nel 2006, in pochi conoscono la storia di Messina Denaro. Ancora, è uno dei registi delle stragi del ‘92, ma il processo a suo carico comincia solo venticinque anni dopo.
Nel 1998 le forze dell’ordine sono certe di averlo preso. Sta a casa di una sua amante, Maria, vicino Bagheria. Riempiono il covo di cimici. Ma lui non passa più. Dopo un anno capiscono che qualcuno lo ha avvisato. E si scoprirà, poi, che è scappato a bordo di un’ambulanza.
Oggi che la sua storia è finita, non possiamo non pensare alle vittime della mafia, e alle sue vittime. Verrebbero in mente tanti nomi, ne scegliamo uno. È quello di Nicola Consales. Aveva 43 anni, era il vice direttore di un albergo di Selinunte ed era una brava persona. Fu fatto uccidere a Palermo, da Messina Denaro, perché si era innamorato anche lui della stessa donna, una ragazza austriaca. È l’unico caso, nella storia della mafia, in cui il boss ordina l’omicidio di una persona ad altri boss, e fuori dal suo mandamento, solo per motivi passionali. Anche per lui, giustizia è fatta.
Nell’immagine: anche questo cosa nostra
