Sergio Rossi – Nervosismo e preoccupazione all’ombra del “mostro bancario svizzero”

I mercati finanziari di fronte al crac di Credit Suisse, alla crescita del gigante UBS e alle prese con un nuovo innalzamento dei tassi delle banche centrali 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Demografia e lavoro: come cambia il Ticino (prima parte)

I mercati finanziari di fronte al crac di Credit Suisse, alla crescita del gigante UBS e alle prese con un nuovo innalzamento dei tassi delle banche centrali 

Dopo la disattenzione con cui è stata accolta la notizia un paio di anni fa, la previsione di un Ticino caratterizzato dalla diminuzione della popolazione residente è in questi mesi al centro del dibattito. La tendenza accomuna Ticino e Grigioni e li colloca all’opposto delle altre realtà della Svizzera, che conosceranno un’ulteriore crescita demografica dovuta essenzialmente ai flussi migratori, con un saldo annuale positivo tra ingressi e uscite che si mantiene tra le 80.000 e le 100.000 unità. Anche la crescita preoccupa – genera tensioni nel mercato degli alloggi, problematiche di integrazione, sovrappopolazione – ma noi dobbiamo preoccuparci della decrescita.

Le tendenze demografiche indicano fenomeni complessi, si tende invece a banalizzarne il valore e le cause, il che non aiuta a delineare prospettive utili per affrontare il problema. Come mai le previsioni demografiche possano essere così fallaci, smentibili in pochi anni, come avvenuto nel caso ticinese? La risposta è relativamente semplice. L’andamento della popolazione è il frutto di due componenti molto diverse tra loro: l’evoluzione naturale (ovvero il saldo tra nascite e decessi) e quella dei flussi migratori (il saldo tra arrivi e partenze). 

Se il primo trend è ampiamente prevedibile, sulla base della composizione della popolazione per classi di età, e può modificarsi solo nel lungo periodo, il secondo è molto volatile, e può subire variazioni nel breve periodo, perché arrivi e partenze si basano su decisioni dei singoli influenzate dal ciclo economico, dalle percezioni personali e dai sistemi di regole. Ed è esattamente quanto è avvenuto in Ticino. Il declino demografico è legato all’invecchiamento della popolazione – una realtà, da ormai diversi decenni – ma la brusca evoluzione degli indicatori demografici dipende dal venir meno, dalla metà degli anni dieci del 2000, dell’apporto del saldo migratorio, che aveva sempre compensato in Ticino (come in Svizzera) il saldo naturale negativo della popolazione. Il declino demografico è dunque l’evidenza di un Cantone che attrae sempre meno energie nuove, dall’estero o da altre regioni, dove le partenze superano gli ingressi. 

La mobilità intercantonale in uscita di giovani e giovani adulti conta più dei rientri all’estero dei migranti, che invece tendono a permanere nella regione anche all’età della pensione. L’inversione del saldo migratorio alimenta dunque la ricomposizione della popolazione residente, con un peso degli over 65 che raggiunge ormai un quarto della popolazione totale.

Quali sono le ragioni di questa imprevista singolarità ticinese? Stabilire relazioni di causa-effetto non è mai facile in questa materia. Tuttavia vi sono correlazioni tanto evidenti da non poter essere trascurate. 

Invecchiamento significa meno persone attive: il loro numero è in discesa dalla metà degli anni dieci, nonostante la maggiore propensione delle donne al lavoro, e si è scesi sotto la soglia delle 170.000 persone (un tasso di dieci punti inferiore a quello medio svizzero). Se il numero di impieghi è in costante crescita, anche dopo la fase pandemica (siamo arrivati a 240.000 posti di lavoro), si dovrebbe immaginare una carenza drammatica di manodopera, mentre l’impressione di penuria convive con la percezione di crescenti difficoltà occupazionali. Banalmente si è creato nel Cantoner un equilibrio tra domanda e offerta di lavoro ricco di implicazioni, nel segno della dipendenza strutturale dell’economia e della società dall’integrazione transfrontaliera: il  fabbisogno aggiuntivo di forza lavoro é stato infatti soddisfatto dall’incremento incessante dei pendolari frontalieri, giunti ormai a sfiorare le 80.000 unità, con una crescita del 10% nel biennio 2020-2022. Tale dipendenza plasma le caratteristiche del sistema produttivo, condiziona la vita quotidiana, minaccia l’ecosistema a causa del traffico, porta inevitabilmente i parametri retributivi del lavoro su valori prossimi a quelli del paese di provenienza dei frontalieri, alimenta la concorrenza tra frontalieri e indigeni, dissuade gli arrivi e incoraggia le partenze. Poco importa stabilire se è venuto prima l’uovo o la gallina, mentre diventa fondamentale riconoscere – senza lasciarsi fuorviare dalla polemica – che si è stabilita una relazione capace di autoalimentarsi tra declino demografico, malumori diffusi e dipendenza del Ticino dal lavoro frontaliero. Una condizione di fragilità che indagheremo meglio in un prossimo contributo.

Le altre parti di Demografia e lavoro


Arte, cultura e politica

I mercati finanziari di fronte al crac di Credit Suisse, alla crescita del gigante UBS e alle prese con un nuovo innalzamento dei tassi delle banche centrali 

Prendo spunto dalla riunione organizzata presso La Straordinaria sabato 18 marzo per proporre una breve riflessione nella quale sostengo che la creazione artistica e culturale richiede un’autonomia di gestione, che se necessario va reclamata con la dovuta insistenza, sulla base di decisioni collettive prese in maniera consensuale, in un quadro aperto, ma definito.

L’esperienza de La Straordinaria

La programmazione culturale proposta da La Straordinaria da fine dicembre a fine marzo è veramente … straordinaria! In cifre: 150 eventi e più di 30000 visitatori. Quello che si è mosso in questo poco tempo è di natura diversa rispetto ad altre iniziative luganesi o cantonali. Più denso, più trasversale, in linea con quello che si muove altrove in Svizzera. È la dimostrazione della voglia e della capacità di fare di alcuni, e del desiderio di nutrirsi di incontri, arte e cultura di moltissimi altri. Quindi è giusto chiedere «e dopo?», e rispondere «10, 100, 1000 spazi». Il movimento non deve fermarsi. Ma come mantenerlo vivo?

Testimonianze da fuori per alimentare la riflessione

Per stimolare la riflessione La Straordinaria ha programmato un pomeriggio di scambi durante il quale sono state evocate le esperienze del Molino e quelle che hanno portato allo spazio Morel, e sono intervenuti rappresentanti di due delle realtà svizzere che operano in uno spirito simile al Molino e a La Straordinaria: l’Usine di Ginevra e la Reitschule di Berna. È pure intervenuta una rappresentante della città di Berna, che ha presentato cifre che fanno riflettere: sul periodo 2024-2027, la Città capitale ha previsto di stanziare all’anno 3,9 Mio per progetti culturali, 7,9 Mio per contratti di prestazioni stipulati da enti culturali con la sola Città, e 21,3 Mio per analoghi contratti, ai quali partecipano anche il Cantone e la Regione. Cioè in totale circa 33 Mio all’anno … In contrasto, per preservare la propria autonomia, l’Usine ha per lungo tempo rifiutato sovvenzioni pubbliche, e la Reitschule riceve solo 380.000 franchi, che servono essenzialmente per coprire l’affitto dello stabile di proprietà della Città (è una partita di giro). In seno all’Usine l’atteggiamento nei confronti delle sovvenzioni è un po’ cambiato, ma quello che voglio sottolineare è che sia a Berna che a Ginevra le autorità hanno trovato il modo di riservare una (piccola) parte del budget all’arte e alla cultura emergente, e gestita autonomamente. Non che questo sia stato deciso una volta per tutte, anzi! Ancora recentemente un Consigliere di Stato ginevrino ha cercato di far chiudere l’Usine, e la popolazione bernese si è dovuta esprimere ben cinque volte per sostenere la Reitschule.

L’importanza delle scelte politiche degli attori culturali

Appare evidente l’importanza del quadro istituzionale e quindi della politica istituzionale. Il fatto che le maggioranze a Berna e Ginevra siano di sinistra contribuisce a spiegare il successo di Usine e Reitschule, ma non spiega tutto. Di fatto, le testimonianze hanno anche messo in evidenza quanto sia importante l’agire politico degli attori culturali stessi. L’Usine è partita da un’esperienza di occupazione, ed è evoluta verso una struttura parzialmente sovvenzionata. Analogamente, la Reitschule pur non ricevendo quasi nessun aiuto finanziario è diventata la scena culturale più seguita della capitale: nel 2019 ha organizzato 620 eventi, che sono stati seguiti da 175.000 persone. Penso che la durata nel tempo di queste esperienze e il loro successo siano il risultato del loro funzionamento interno basato sul consenso, che traduce una chiara scelta politica. In un’assemblea che funziona sulla base del consenso ogni voce conta, e ogni partecipante è responsabile delle decisioni prese: questo permette di coniugare stabilità e cambiamento.

Il Molino insegna

Non è per niente facile funzionare sulla base del consenso, richiede partecipazione, responsabilità, rispetto e tolleranza. L’assemblea del Molino però funziona così, e questa scelta politica ha avuto degli effetti. Il più interessante a mio modo di vedere è l’apertura che ha mostrato nei confronti di tutti coloro che sono pronti a condividere la sua impostazione di fondo. Ne è la prova il percorso che ha portato al Morel. Il gruppo promotore, dopo aver incontrato problemi con i pur ben intenzionati proprietari dei vari bar nei quali aveva cominciato la sua attività, ha chiesto l’accoglienza al Molino, e ha immediatamente (!) trovato un sostegno. Il periodo passato al Molino è stato prezioso perché ha permesso al gruppo di far maturare il suo progetto.

Con il suo rifiuto di piegarsi alle logiche commerciali e mantenendo viva la credenza nella possibilità di una società senza dominazioni di sorta, il Molino ha anticipato diverse derive che ostacolano la creazione artistica e culturale locale. Di fatto, si continua a investire solo nella fruizione e nella preservazione di arte e cultura. Queste sono legittime, ma non sostituiscono la creazione e la sperimentazione, importanti per tante ragioni, che non è qui il luogo di ricordare.

Tra i 10, 100, 1000 spazi da trovare, solo alcuni – e non solo uno – dovranno essere riservati alla promozione della creazione, ma dovranno assolutamente esistere, e ogni pianificazione d’insieme non deve dimenticarlo. Forse se le cose non si sbloccassero, gli operatori culturali dovranno sviluppare una maggiore coscienza politica, e posizioni non dissimili da quelle promosse dal Molino. Come ricordato, una lotta consapevole è stata necessaria per mantenere in vita i progetti già ben avviati di Ginevra e Berna. Anche a Lugano, e più largamente in Ticino, è forse giunto il momento che venga riconosciuto ufficialmente il valore che porta l’esperienza del Molino. Senza esagerare, con giudizio, ma anche con convinzione, e per cominciare da parte degli operatori culturali stessi. La ricca programmazione de La Straordinaria, che ha coinvolto tutta una serie di realtà indipendenti, come le associazioni professionali di categoria, dimostra che un gruppo eterogeneo può perseguire un obiettivo fondamentale comune. La sfida è di mantenere nel tempo la coesione di questa costellazione, e così il suo enorme potenziale, senza una necessaria unità di luogo. Per questo non può che avanzare in maniera consensuale, con tutte le difficoltà che comporta. Se no sarà divisa.

Noto che la Reitschule accoglie regolarmente allieve e allievi delle scuole di un Cantone della Svizzera centrale nel quadro di un insegnamento di civica, per istruirli sulle proprie modalità di funzionamento democratico. A quando una tale apertura anche in Ticino?

Boas Erez è candidato al Consiglio di Stato (Socialisti e Verdi)
Nell’immagine: una serata alla Straordinaria


La Germania conferma la scelta controcorrente: il 15 aprile stop alle ultime centrali nucleari

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Di Gloria Ferrari, L’Indipendente

Il 15 aprile la Germania spegnerà definitivamente le ultime tre centrali nucleari – sulle 17 totali – ancora attive sul suo territorio, «senza possibilità di proroga», almeno secondo la Ministra dell’Ambiente Steffi Lemke, che ha dato l’annuncio. L’esponente politica dei Verdi, secondo cui «i rischi dell’energia nucleare sono ingestibili», ha rassicurato quanti temono che tale decisione peggiori la dipendenza energetica del Paese: «Abbiamo una sicurezza di approvvigionamento molto elevata”, o almeno migliore di quella di alcuni Paesi vicini alla Germania con una più elevata percentuale di energia nucleare. Una decisione che, come previsto, ha riacceso il dibattito – mai in realtà sopito – ai vertici: da una parte i Verdi e i socialdemocratici, che escludono con fermezza l’utilizzo del nucleare in Germania e credono nella forza delle rinnovabili, dall’altra i liberali, convinti che l’energia del sole e del vento non basti a soddisfare le esigenze di una Nazione.

In realtà le centrali avrebbero già dovuto smettere di funzionare entro la fine del 2022. Ma, lo scoppio della guerra e la conseguente crisi energetica, ha complicato l’iter degli eventi. Una decisione, quella di chiudere, presa sì dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, ma di cui in realtà si discute dalla fine degli anni Novanta, quando l’allora cancelliere Gerhard Schröder chiuse la disputa tra Verdi e Partito liberaldemocratico a favore dei primi: tutte le centrali si sarebbero dovute chiudere entro il 2022. Scelta poi criticata di recente pure dall’UE e dall’Agenzia internazionale per l’energia. Lo scorso luglio, infatti, è stato lo stesso Parlamento europeo a dichiarare il gas naturale e il nucleare come fonti utili (e tendenzialmente ‘green’, anche se la combinazione tra sicurezza, costi elevati, lunghi tempi di realizzazione e il problema dello smaltimento delle scorie non ha mai fatto sì che il nucleare decollasse effettivamente in questo senso) per raggiungere la neutralità climatica, anche se pare ci stia ripensando. 

In effetti, da quando la Germania ha deciso di chiudere le sue centrali – ed è uno dei Paesi più grandi ed economicamente avanzati a farlo – numerosi studi hanno dimostrato che il suo utilizzo di combustibili fossili – e quindi emissione di CO2 – è decisamente aumentato. Per citare un esempio, secondo un’analisi pubblicata nel 2019 per il National Bureau of Economic Research, un’organizzazione americana che si occupa di economia e finanza, a causa della chiusura dei reattori le emissioni annuali di anidride carbonica sono aumentate del 13% rispetto alla cifra che si sarebbe ottenuta tenendoli aperti. Una scelta che avrebbe causato oltre mille morti in più, per via del maggior ricorso al carbone e delle emissioni di gas tossici. 

Di fatto, in assenza di un sufficiente approvvigionamento energetico proveniente dalle rinnovabili – e in mancanza, quindi, del nucleare – il Paese è costretto ad attingere ad altre fonti – cioè i combustibili, utilizzati nelle inquinanti centrali termiche – per la produzione di energia elettrica. Anche se la Germania ha avviato la costruzione di centrali solari ed eoliche, prima che queste possano produrre abbastanza energia da colmare il gap attuale, ci vorrà ancora molto altro tempo.

Quella tedesca è dunque una scelta che ora, come allora, suscita approvazione e critiche (persino da parte di alcuni movimenti ambientalisti). La stessa UE, infatti, considera il nucleare – almeno al momento e nonostante tutte le problematiche che anche questo tipo di approvvigionamento comporta – una risorsa inevitabile per ridurre le emissioni e compensare quella carenza di energia a cui inevitabilmente oggi le rinnovabili ci espongono (essendo fonti che non possiamo controllare o azionare a nostro piacimento).


Intervista rovesciata (di poco immaginaria) a K.B., importante deputato della Destra nazionale

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Signor K.B., la vicenda Credit Suisse (banca cui so che lei è molto legato) non ha forse dimostrato che voi, Destra nazionale, siete stati quasi ossessivamente impegnati a combattere l’Unione europea, in particolare con la libera circolazione delle persone, perché mette in pericolo o addirittura a soqquadro la nostra identità e sovranità, la nostra democrazia diretta e lo stato di diritto, la libertà decisionale di Esecutivo e Legislativo, scardina o ha già scardinato alcuni principi sacrosanti della nostra economia (la libertà di commercio, la libera concorrenza o anche la giusta protezione della nostra agricoltura), e poi vi siete invece lasciati intrappolare o vi siete dimenticati, ignorandole o forse accettandole per la gloria della piazza finanziaria, di ben più preoccupanti, micidiali e persino (non solo identitariamente ma eticamente) discutibili dipendenze?

La sua domanda è troppo lunga e quindi ho il sospetto che lei stia solo facendo propaganda elettorale a favore di una certa parte e si presume quale, approfittando per denigrare noi di destra che abbiamo comunque sempre i favori del popolo. E poi, di quali dipendenze parla?

Il fatto che il principe ereditario dell’Arabia Saudita e il sultano del Qatar posseggano un venti per cento del Credit Suisse, una delle banche principali, perno del sistema economico finanziario della Svizzera, non le dice niente in termine di potere, di influenza, di sovranità deflorata? Che siano state proprio le dichiarazioni di uno dei principali azionisti, la Saudi National Bank, rifiutandosi ad una nuova iniezione di capitale, ad avviare il fuggi fuggi dalla banca, non è emblematico? Il fatto che Credit Suisse, dopo aver pagato fior di miliardi di multe al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti per motivi più o meno chiari, aveva un suo anello debolissimo proprio nelle sue attività di banca di investimento negli Stati Uniti, nonostante fosse stato più volte avvertito (da menti “elette”, persino presso l’autorità di controllo) con l’invito a chiudere o a separare (a “ring-fencing”, come direbbe la Finma) e a concentrarsi piuttosto sulla Svizzera: non le dice proprio niente quest’altra forte dipendenza? Non pensa che se il “management” (piuttosto ballerino con i suoi vari Ceo extra-performanti, frontalieri di lusso) non voleva rinunciare per compromessi o personali voglie, il Consiglio Federale aveva già allora la possibilità (banca sistemica) e l’obbligo di forzarlo, evitando forse di metterci le nostre centinaia di miliardi di adesso?

Siamo in un paese libero, in un’economia di libero mercato, nella libera circolazione dei capitali, nella mondializzazione finanziaria; si corrono dei rischi, è ovvio, non vedo però come si poteva intervenire a impedire senza stravolgere l’essenza “liberale” della Svizzera. O crediamo al libero mercato o lo aboliamo, ma con mostruose conseguenze, come la fine della libertà, dello spirito di iniziativa. Chi vuole il collettivismo, il comunismo, in Svizzera?

Ma a suo modo di vedere, una banca cosiddetta sistemica, troppo grande per fallire, quindi con una protezione pressoché assoluta da parte dello Stato, oggetto di decisioni e di salvataggi da parte dell’Autorità federale presa in affanno per giorni e notti, può ancora dirsi una banca “privata”? Perché di fatto è sottratta al mercato, se il mercato ha deciso che non funziona, che è meglio che fallisca o si frantumi o si venda?

Domanda decisamente ideologica, questa. Ci mancherebbe altro: vogliamo allora la nazionalizzazione, lo statalismo, lasciare andare alla malora l’economia nazionale? È ridicolo o può essere il desiderio perverso di alcuni, e si sa chi. È poi fuorviante e improprio parlare di intervento e di salvezza dello Stato; di per sé non c’è stato intervento statale o addirittura dei contribuenti, come si dice populisticamente. È solo l’intervento concordato di una banca, com’è la Banca Nazionale, in aiuto a un’altra banca in difficoltà, a promuovere e facilitare una soluzione- acquisto da parte di un’altra grande banca- che rassicuri azionisti (e non dimentichiamo che ci sono anche le casse pensioni tra gli azionisti), piazza finanziaria, economia e immagine della Svizzera nel mondo.

Ora si concorda comunque nel dire che la crisi di Credit Suisse non è stata una sorpresa e che le autorità politiche (e quindi un vostro rappresentante alle Finanze nel Consiglio Federale) non hanno reagito a segnali sin troppo chiari già da tempo e che l’intervento è stato tardivo. Insomma, non son bastati l’affare Greensill, i “tuna bonds”, l’Archegos, la perdita di 10 miliardi in un botto… Oltretutto ci son voluti regolatori stranieri ad allarmarsi per primi per l’avvenire di una grande banca sistemica svizzera, affinché Berna fosse sollecitata e si decidesse a intervenire. Anzi, Berna, come si è poi saputo, ha telefonato ancora ai regolatori di Washington e di Londra per ottenere un consenso… sulle modalità di intervento. Anche qui, in un settore perno della politica e dell’economia svizzera, dov’è finita non tanto la sovranità che voi sempre esaltate e reclamate, ma, diciamo, un minimo di personalità politica o di dignità nazionali? Non è vassallaggio?

Può darsi che il Dipartimento Finanze abbia reagito in ritardo, forse perché mancano nell’amministrazione persone con un livello sufficiente di competenze nei confronti dei mercati finanziari di cui dovrebbe disporre un paese la cui piazza finanziaria è ritenuta forte…Eppure si continua a gonfiare l’amministrazione. Il Consiglio Federale, poi, non aveva alternativa.

Avete però sempre sostenuto che lo Stato non deve immischiarsi troppo in queste faccende, lamentandovi continuamente della presenza eccessiva della burocrazia; d’altronde è la vostra critica persistente per ogni settore. Avete fatto eco a suo tempo a un famoso Ceo di una delle grosse banche svizzere che si lamentava per le condizioni troppo elevate che si ponevano, in seguito alla crisi del 2008, da parte del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, nel rapporto tra fondi propri e liquidità. Non è che è un certo modo di comportarsi o anche l’assenza completa di etica (nonostante i piani di etica proclamati da ogni banca) che genera fatalmente la necessità di un minimo di controllo che poi voi chiamate… burocrazia invadente? Ora dite anche che è la Finma responsabile: quando vi decidete?

Bisogna assolutamente distinguere il controllo dovuto a un’esigenza di sicurezza per il mercato, per il cittadino, dall’ingerenza burocratica dello Stato…

Sta di fatto che si organizzano votazioni federali anche per questioni secondarie (e voi siete specialisti nel far capo a iniziative e referendum e a difendere, giustamente, questo strumento democratico tipicamente svizzero), ma poi siamo capaci di imporre un diritto d’urgenza su un soggetto chiave. Combinando una banca (UBS+CS) il cui bilancio supera largamente quella dell’economia svizzera: non è un grosso rischio, maggiore del precedente, anche in termini di potere politico, di condizionamenti internazionali, di svuotamento o d’artifizio della declamata sovranità o identità nazionale? Che cosa pensereste di una fusione dei due principali sindacati del paese?

Come la mette lei sembra un atto di fede… o un ricatto.

Non è quell’atto di fede che manca sempre, invece, quando si tratta di salvare o di ristabilire giusti equilibri con le rendite AVS (come… non è appena avvenuto) o la riforma della previdenza professionale, per alleggerire i premi delle casse malati, per aiutare quelli che si trovano improvvisamente senza lavoro a causa dell’età…o per quei 710 milioni ch’erano richiesti per il progetto (ritenuto “mostruoso” al Nazionale) per tentare di risolvere su piano nazionale il problema della custodia all’infanzia (asili nido ecc.) ributtato sui cantoni, come faccenda che spetta loro…

La immancabile demagogia di sinistra o persino di certa destra populista e qualunquista. E poi si confondono le mele con le banane. I sussidi di cui lei parla, perché si tratterebbe di sussidi, sono una spesa sicura, non c’è scampo, mentre le garanzie della Banca Nazionale, che fa un prestito all’UBS, non saranno pressoché consumate, si può quasi esserne certi, rimarranno garanzie. I nove miliardi di garanzie dirette all’UBS hanno qualche rischio in più per le attività problematiche del Credit Suisse, è vero, ma la Confederazione interverrebbe solo di seconda mano, dopo UBS che assicura i primi cinque miliardi. E le azioni UBS ripartono e gli azionisti rimangono o ritornano. Happy end, insomma.


Dalla parte delle vittime

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Con l’Audit esterno affidato ad uno studio legale ginevrino e soprattutto con le sue inequivocabili indicazioni (di cui hanno ampiamente riferito giornali, siti e radio-tv ieri) si potrebbe si potrebbe ritenere chiuso il “caso” dell’ex-funzionario del DSS,  una delle più tristi vicende di cronaca giudiziaria e politica degli ultimi anni. Va usato il condizionale, perché non ci sarebbe da meravigliarsi se qualche ulteriore “coda” tornasse ad infiammare la scena (tanto più, sotto elezioni). Ma il condizionale è necessario soprattutto pensando alle vittime, in questi anni ripetutamente evocate dopo che per anni non avevano trovato, nelle sedi opportune, il dovuto ascolto.

E allora diciamolo, anche la conferenza-stampa in cui l’avvocata Anne Meier ha apertamente denunciato colpevoli silenzi, omertà, superficialità e cattiva gestione da parte dell’amministrazione cantonale, finisce per aprire un’ulteriore serie di questioni che però sono già annunciate come agendate per la prossima (e forse nuova) Commissione della gestione e affidate al prossimo (nuovo?) Consiglio di Stato dopo l’esito elettorale del 2 aprile.

Così, nell’attesa (ennesima) ci tocca prendere nota, ad esempio, che solo affidando la triste vicenda ad un uno studio legale esterno (e soprattutto non ticinese) si sia riusciti a fare luce sulle tante colpevoli manchevolezze della gestione del caso da parte di diversi funzionari, fin qui quasi totalmente “coperti” da una procedura d’inchiesta interna al palazzo.

Non parrà inoltre inopportuno annotare che si è fatta (finalmente) chiarezza, dopo anni e anni, in una conferenza-stampa che ha presentato un documento di 58 pagine indirizzato a Commissione parlamentare e Governo, senza che vi sia tuttora, da parte del Consiglio di Stato, alcuna dichiarazione se non la laconica formuletta del “ci esprimeremo quando avremo letto il documento”. Ma quello presentato martedì alla stampa è ignoto al nostro esecutivo? E lo si presenta alla stampa e all’opinione pubblica prima che al Governo?

E ancora, un caso così “scottante” che si rivela essere stato trattato in maniera totalmente inadeguata, internamente, dall’Amministrazione cantonale (con una procedura voluta tale per decisione del Consiglio di Stato), messo a nudo da un Audit esterno come quello presentato a Palazzo delle Orsoline, non meritava forse in questa circostanza almeno una presenza (anche solo formale) di un Consigliere di Stato, non fosse altro che per assumere il proprio ruolo fino in fondo? Possibile che neanche uno dei cinque potesse essere presente alla conferenza-stampa per mostrare di voler stare, davvero e fino in fondo, ufficialmente “dalla parte delle vittime”?

Quelle vittime, per intenderci, verso cui soltanto il giudice Marco Villa, il 29 gennaio 2019, al processo di primo grado nei confronti dell’ex-funzionario, in aula, aveva sentito il dovere di “chiedere scusa a nome dello Stato” (prendendosi poi una denuncia da un capo-funzionario e i rimproveri formali della magistratura).

Quelle vittime che quando denunciano paiono sempre un po’ sospettate di “esagerare”, finché poi non si arriva a dover constatare il peggio, a violenza carnale avvenuta.

Quelle vittime, giovani donne, stagiste (o, in altri casi, non vedenti, per esempio) che sembrano sempre dover legittimare oltremisura il diritto alla salvaguardia ed al rispetto della propria integrità fisica, ricordandoci, nella sofferenza di dolorose testimonianze, che le forme di sopraffazione di cui sono vittime possono essere molte, e che cominciano ben prima di quanto sia disposto a ritenere come “preoccupante” un funzionario o l’altro di ente pubblico o privato.

Quelle vittime, infine, che hanno voluto “rompere il silenzio” in un reportage giornalistico realizzato per “Falò” nel novembre 2021, che, va pur detto e sottolineato, è stato indicato anche dall’Audit come contributo fondamentale per indurre e rendere doveroso il riavvio dell’inchiesta.

Ecco quando il giornalismo svolge, fino in fondo, il proprio compito. A quei colleghi spetta un grazie. Ma dall’autorità non arriverà, come non sono (ancora?) arrivate le scuse alle vittime.

Nell’immagine: un fotogramma dal citato servizio di Falò (RSI)


Gattopardi del Kazakistan e il prezzo della democrazia

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Da Astana

Astana a metà marzo è ancora copiosamente innevata e il termometro non si avventura sopra lo zero nemmeno nelle ore più calde del giorno. Diventata capitale del Paese nel 1997 su iniziativa di Nursultan Nazarbaev, il padre del moderno Kazakistan – lo Yelbasy, “la guida della nazione” in lingua kazaka – la città ha conosciuto da allora una crescita impetuosa (da 300’000 a 1’300’000 abitanti), sviluppandosi in un paesaggio urbano fatto di grattacieli e di costruzioni immaginifiche.

Nome cangiante

Nell’arco di meno di un secolo la città ha cambiato cinque volte di nome: Akmolinsk, Tselinograd (1961-’92), Akmola (1992-’98), Astana (19982019), Nur-Sultan (1919-’22) e di nuovo Astana da quest’anno. Un’instabilità toponomastica quasi emblematica dei numerosi cambiamenti di paradigma culturale e politico che la nazione centroasiatica ha dovuto affrontare nella sua storia recente: dal Kazakistan pre-sovietico di Akmolinsk in cui dominava ancora il nomadismo, a quello post-sovietico di Astana, capitale di un Paese esportatore di materie prime necessarie alla catena di produzione dell’odierno capitalismo globale.

L’ex lager di Stalin

Negli anni di Stalin la regione era soprattutto la sede dell’ALZhIR (sigla che tradotta sta a significare Lager delle Donne dei Traditori della Patria di Akmolinsk). Un secolo di grande discontinuità storica, sui cui l’attuale repubblica ha costruito un modello di relativo successo – in particolare rispetto ai competitor dell’Asia Centrale – di Stato laico, multiculturale e multietnico. Domenica si sono svolte le elezioni parlamentari. Si è eletta la Mazhilis, la camera bassa che elaborerà le nuove leggi del Paese, e i Maslychaty, gli organi di governo regionale. Queste elezioni sono state annunciate come quelle della svolta verso un modello costituzionale più democratico. Infatti a livello costituzionale e giuridico le differenze rispetto a prima sono colossali.

Oltre il superpresidenzialismo

È finita l’era del superpresidenzialismo in vigore fino alle scorse elezioni. Superpresidenzialismo che si era imposto nell’era del padre-padrone del Paese Nursultan Nazarbaev (ai vertici del Kazakistan dal 1989 al 2019), un’era di accentramento dei poteri e di elementi di quello che chiameremmo un culto della personalità (basti pensare alla capitale rinominata in suo onore mentre è ancora in vita).

L’attuale presidente Qasym-Jomart Toqaev è succeduto a Nazarbaev in una transizione controllata, avviando una stagione riformista. Dapprima moderata e poi più decisa dopo i fatti di gennaio 2022, quando proteste di piazza a sfondo sociale avevano messo a ferro e fuoco alcune delle città più importanti del Paese. Si protestava contro il carovita, contro l’inflazione dei carburanti (segnatamente del Gpl), contro l’ineguaglianza sociale e contro l’oligarchia, puntando il dito proprio contro l’ex presidente Nazarbaev.

In risposta a questi eventi Toqaev ha proposto una serie di riforme ad ampio ventaglio. Nel caso concreto del voto per il Parlamento, le modifiche costituzionali favoriscono il pluralismo, il pluripartitismo e la politica dal basso, permettendo la corsa come candidati indipendenti (“autonominati”) oppure la registrazione di liste politiche con appena 5’000 firme raccolte. Che queste riforme favoriscano una democratizzazione effettiva del Paese e non si tratti solo di gattopardismo dell’élite al potere per ora non ci è ancora dato sapere. Il rapporto preliminare degli osservatori Osce sulle elezioni parla di pecche ancora presenti a livello di libertà di espressione, di spazi informativi adeguati ed equi, di ostacoli amministrativi ancora da rimuovere per la registrazione di tutti i candidati indipendenti.

Helvetistan

Si tratta di un partner importante di due grandi potenze confinanti, Russia e Cina, ma pure di diversi Paesi dell’Ue. La Svizzera dal suo canto può contare su delle ottime relazioni economiche e diplomatiche figurando tra i primi investitori esteri. Inoltre la Repubblica kazaka fa parte del cosiddetto Helvetistan, degli Stati rappresentati dalla Svizzera alla Banca Mondiale. Per la sua posizione geografica e il valore strategico della sua produzione di materie prime, il Kazakistan è destinato a incrementare la sua importanza dal punto di vista geopolitico.

Ero già stato in Kazakistan durante le elezioni parlamentari precedenti del gennaio 2021. Ad Almaty ci furono delle proteste di piazza represse dalla polizia. Questa volta non si sono viste. Il dipendente del ministero degli Affari esteri che accompagnava l’allora sparutissima truppa di reporter stranieri simpatizzava segretamente per i manifestanti (di cui seguiva le imprese su Telegram).

Occhio ai social

I kazaki dimostravano di essere un popolo particolarmente accogliente. Le persone con cui avevo parlato ad Almaty al di fuori degli eventi istituzionali manifestavano apatia e disinteresse per la politica. Alcuni mi dissero che non bisognava usare Whatsapp per parlare di politica. Ad Astana, ai briefing degli osservatori internazionali, un parlamentare europeo ed ex ministro di Fillon e Sarkozy, molto attivo pure in Russia e Azerbaijan, pose alla piccola platea dei giornalisti occidentali presenti una domanda provocante – “un dilemma”: è meglio una democrazia formalmente compiuta che non garantisce benessere socio-economico alla popolazione o una democrazia incompiuta come il Kazakistan che assicura alla popolazione un livello socio-economico adeguato?

Nel 2021 il partito Nur Otan di Nazarbaev e di Toqaev vinse le elezioni con il 71% dei voti. Riuscirono a entrare in Parlamento solo due altri partiti superando la soglia di sbarramento (allora al 7%). In questa tornata elettorale sono entrati nella Mazhilis 6 partiti. Nel 2007 le elezioni avevano portato addirittura a una Majilis monocolore: tutti i 98 candidati eletti appartenevano a Nur Otan guidato da Nazarbaev.

È stato uno degli scopi annunciati dalle riforme costituzionali, sviluppare il multipartitismo e il pluralismo nel Paese. Per questo è aumentato il numero di partiti in lizza per le elezioni ed è stata introdotta la possibilità a candidati indipendenti di correre in collegi uninominali. Yerkin Tukumov, direttore dell’Ufficio di studi strategici del Kazakistan presso la presidenza della repubblica, ha commentato dopo le elezioni che molto rimane da fare per costruire una cultura partitica forte. I giornalisti stranieri presenti a questa Mazhilis sembrano tre volte quelli presenti nel 2021. Segno che l’interesse per le elezioni kazake all’estero è cresciuto.

Novità e certezze

Alla fine il partito Amanat, ex Nur Otan di Nazarbaev, ha ottenuto, come previsto, la maggioranza. Con il 54% delle preferenze secondo i risultati preliminari pubblicati dal Ministero degli affari esteri. Altri 5 partiti entrano in parlamento. In ordine di preferenze: il partito di tendenze agrarie Auyl (11%), il partito Respublica – appena formato con lo scopo di rappresentare società civile e imprenditoria (9%), il partito di destra liberal-conservatrice Ak Jol (8%), gli excomunisti del Partito Popolare del Kazakistan (7%), il partito Nazionale Sociale Democratico (5%). Quasi il 4 per cento dell’elettorato ha votato per l’opzione “contro tutti”, introdotta anch’essa nelle ultime riforme.

Al di là dei risultati al voto dei partiti, che non sembrano prefigurare dei cataclismi politici nonostante il fatto che i partiti presenti nella Majidi lis sono raddoppiati, c’è un altro dato percentuale che è molto interessante. Quello dell’affluenza alle urne, che complessivamente fa segnare un non altissimo 54%. Il dato è il più basso di sempre per le elezioni kazake e potrebbe essere dovuto a una diffusa sfiducia nelle istituzioni o a una stanchezza dell’elettorato non abituato con questa frequenza a recarsi alle urne: a giugno si era votato su un referendum sulle modifiche costituzionali, a novembre per un’elezione presidenziale anticipata. D’altro canto, potrebbe anche avere una connotazione positiva. Cioè essere il segno di una minor costrizione sociale oppure di metodologie più appropriate a livello di calcolo dell’affluenza.

Il dato più impressionante è quello che riguarda le grandi città. Ad Almaty, la città più popolosa con oltre 2 milioni di abitanti e centro economico e finanziario del Paese, si è recato alle urne meno del 26% degli aventi diritto. Almaty era pure stata sede delle proteste più estese nel gennaio del 2022. Nella capitale Astana l’affluenza alle urne è stata del 43%, mentre nella terza città, Shykment, di meno del 46%. Insomma, nelle grandi città del Paese il tasso di fiducia o di interesse nella politica non sembra essere altissimo…

Vox populi

Ma cosa ne pensa la gente incontrata in questi giorni prima e durante il voto? Svetlana, 71 anni, un figlio imprenditore, entrambi ad Astana. Incontrata per strada, ci dice che non voterà perché non serve a nulla. Suo figlio, dice, voterà per evitare che lo faccia qualcun altro a nome suo. Nazira, 35 anni, project manager di Astana: voterà per i partiti governativi. “Ad Astana nessuno si aspettava le proteste di piazza, qui moltissimi lavorano per il governo. La paura di sommovimenti interni non è più attuale, ora la gente teme soprattutto i russi per via delle forti comunità russofone nel nord del Paese”. Secondo una signora italiana che vive da due decenni in Kazakistan “alcuni voteranno, altri no. L’interesse è in crescita rispetto agli altri anni, ma ancora per pochi”. Un imprenditore nell’ambito degli alimentari con buoni rapporti in Italia, sulla cinquantina, di Almaty, chiede di rimanere anonimo: “In Kazakistan c’è sempre lo stesso autoritarismo e non cambia mai nulla!”. In generale i kazaki si esprimono con grande libertà e schiettezza. È schietta e sincera pure la gente ai seggi elettorali. L’atmosfera è molto accogliente, jingle risuonano in sottofondo; è presente pure una quantità sorprendente di osservatori della società civile. “Le candidature di alcuni candidati indipendenti, attivisti abbastanza popolari, non sono state registrate per ragioni non del tutto chiare” sostiene Kamila Kovjazina, sociologa, 32 anni, osservatrice presso un seggio elettorale di Astana.

La statua nascosta

Il voto si è svolto alla vigilia del Naurys (Nowruz in altri Paesi), la sentitissima festa dell’equinozio di primavera, che segna tradizionalmente l’inizio dell’anno nuovo in molti Paesi dell’Asia Centrale e del Medio Oriente, secondo un’antica tradizione persiana. In questa occasione nelle sale degli edifici pubblici un posto d’onore è assegnato a iurte montate appositamente. Le Kyjz Uj, le iurte kazake, erano ancora usate dalla maggior parte della popolazione negli anni 1920 e ’30, prima della sedentarizzazione forzosa praticata dall’autorità sovietica.

Al Museo nazionale kazako di Astana la iurta è stata posta nell’atrio principale proprio a coprire la vista della statua in bronzo dorato di Nursultan Nazarbaev [nell’immagine], che altrimenti avrebbe troneggiato nel campo visivo di chi avesse varcato la soglia del museo.


Iraq, santuario del jihad e utopia dello stato islamico

I mercati finanziari di fronte al crac di Credit Suisse, alla crescita del gigante UBS e alle prese con un nuovo innalzamento dei tassi delle banche centrali 

Di Davide Bartoccini, Insideover

Dove un tempo sorgeva l’antica Mesopotamia, corridoio fertile bagnato dai grandi fiumi della Mezzaluna, fanatici islamisti, sunniti e sciiti, uniti solo dall’odio per i raid dei cacciabombardieri americani, decisero di ricongiungersi – nonostante la separazione millenaria – per vendicare l’ennesima invasione armata mossa dall’Occidente sotto il nome di operazione Iraqi Freedom. Così l’Iraq, che aveva appena assistito all’occupazione della capitale Baghdad in virtù della presenza delle “famose” armi di distruzione di massa detenute dal governo iracheno baathista di Saddam Hussein, accusato di avere intessuto legami con l’organizzazione terroristica di Al Qaeda, si apprestava a diventare santuario dei proseliti che armavano l’ennesima “Guerra Santa” contro gli Stati Uniti, e culla di un utopico Stato islamico.

L’organizzazione jihadista islamica sunnita irachena – affiliata alla sigla di Al Qaeda che aveva colpito al cuore gli americani con gli attentati dell’11 settembre, scatenando l’invasione dell’Afghanistan nel contesto della lotta al terrorismo – venne fondata dal militante giordano Abu Musab al-Zarqawi nel 1999, iniziò a colpire nell’agosto del 2003, durante l’occupazione della Coalizione internazionale che aveva rovesciato Saddam, per espandersi e rilasciare un piano programmatico suddiviso in quattro punti principali nel 2005. Il desiderio di Abu Musab al-Zarqawi per riprendere il totale controllo dell’Iraq prevedeva la sconfitta e l’espulsione delle forze di occupazione statunitensi dal Paese per ristabilire la completata autorità islamica – ossia erigere un califfato in ottemperanza della Sunna – e lanciare solo in un secondo momento un’”ondata jihadista” da estendere “ai Paesi laici confinanti con l’Iraq”, per raggiungere e annientare la potenza dello Stato di Israele.

Vendetta

Mentre il governo appoggiato dagli Stati Uniti metteva al bando il Baath, e gli emissari occidentali scioglievano la sconfitta Guardia Repubblicana irachena per prendere le redini di un nuovo Esercito regolare da addestrare e appoggiare nel processi di normalizzazione – che si sarebbe dimostrato molto più lungo, sanguinoso, e impervio del previsto – i jihadisti affiliati ad Al Qaeda e sotto la nuova sigla Al-Tawhid-wal-jihad, attinsero nello scontento provocato e non curato dall’operazione militare lanciata dagli americani; che non avevano solo bombardato e occupato il Paese in base a quelli che verranno archiviati da una parte degli storici come interessi giustificati da congetture infondate – sebbene ricordiamo tutti l’allora segretario di stato Colin Powell che sbandiera al cospetto del Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite una fialetta contente la “prova” dell’esistenza delle armi batteriologiche di Saddam – ma avevano escluso da ogni tipo di incarico militare o posizione di rilievo i rappresentanti del vecchio regime lasciando dilagare uno scontento che facilmente poteva ricollegarsi all’ideologia politica ed al fanatismo religioso.

La nascita dell’Isis

Quando nel giugno del 2006 il leader dei qaedisti iracheni al-Zarqawi viene eliminato da un raid statunitense, gli succede Abu Ayyub Al-Masri, il quale annuncia in breve tempo la fondazione di una Stato islamico dell’Iraq, accogliendo Abu Bakr Al-Baghdadi come comandante di quello che diventerà noto nel mondo come un nuovo califfato nero. L’entità autoproclamata, per ovviare alla decimazione di obiettivi di alto livello come leader e uomini chiave delle diverse cellule terroristiche operata dalla Cia e dai Seal con l’appoggio dei letali “droni killer” – che non si risparmieranno nel provocare vittime collaterali e ulteriori proseliti del jihad -, ricostituisce la sua struttura avvalendosi degli ex agenti dei servizi segreti e degli ex militare del partito Baath che avevano servito Saddam, contando nelle sue fila sunniti e sciiti, e ampliandosi alla branca siriana di Al Qaeda che si imporrà nel territorio siriano durante la successiva guerra civile.

La priorità di Al Baghadi – nuovo nemico numero uno della Casa Bianca che nel frattempo aveva eliminato Osama Bin Laden in Pakistan (2 maggio 2011) – è quella di colpire obiettivi statunitensi ma anche obiettivi sciiti collusi con gli occupanti americani. Alimentando il “conflitto settario tra sciiti e sunniti in un progetto che sfugge alla comprensione di Al Qaeda” ma porta comune al raggiungimento del progetto che si era prefisso Al Zarqawi: la creazione di uno Stato islamico in Iraq che si imporrà come un califfato dove predicare la parola del profeta e restaurare integralmente le leggi della sharia.

L’epilogo straziante di un’utopia tradita

Sulla brace dell’invasione statunitense, e sulle ceneri del regime di Saddam Hussein (catturato dalle forze speciali americane il 13 dicembre 2003 e impiccato a Baghdad il 30 dicembre 2006) si espanderà così lo Stato islamico che, al massimo del suo cruento e deprecabile splendore, tra il 2015 e il 2016, si estenderà per oltre 30mila chilometri in quello che la stampa internazionale inizierà a chiamare Siraq. Con una forza ribelle di decine di migliaia di jihadisti che terranno in scacco oltre sei milioni di abitanti, e manterranno con i proventi del petrolio ottenuto dalla conquista di Mosul. Il califfato nero, utopia deprecabile nella sua manifestazione reale, si rivelerà essere una declinazione totalitaria dello Stato islamico fondato sulla politica del terrore più che la nuova età dell’oro paventata da Al Baghadi – eliminato dai Seal mentre si nascondeva in Siria (27 ottobre 2019) mentre il suo Califfato Nero crollava sotto l’avanzata dei Peshmerga, roccaforte dopo roccaforte, resa dopo resa, bomba intelligente dopo bomba intelligente, colpo dopo colpo sparato in nome di Allah secondo alcuni, in nome del solo spirito di vendetta secondo altri. Lasciandoci di fronte agli strascichi di un conflitto che mantiene radici profonde in quella terra martoriata che ha visto migliaia e migliaia di morti. In Siria, in Iraq e nel Kurdistan iracheno.

Nell’immagine: una delle “prove” presentate da Colin Powell per giustificare l’attacco all’Iraq


Una bomba al carbonio nell’Artico

I mercati finanziari di fronte al crac di Credit Suisse, alla crescita del gigante UBS e alle prese con un nuovo innalzamento dei tassi delle banche centrali 

Da Valigia Blu

L’amministrazione Biden ha approvato un progetto petrolifero da 8 miliardi di dollari su suolo pubblico nell’Artico scatenando le proteste di gruppi ambientalisti e di alcune comunità native dell’Alaska. Il progetto Willow della ConocoPhillips prevede la trivellazione di petrolio e gas in tre siti per diversi decenni nella National Petroleum Reserve che si estende per 9,3 milioni di ettari, il più grande tratto di terreni pubblici degli Stati Uniti.

Si stima che saranno prodotti 576 milioni di barili di petrolio in 30 anni, con un picco di 180.000 barili di greggio al giorno, generando potenzialmente più del doppio delle emissioni che tutti i progetti di energia rinnovabile su terreni pubblici messi insieme avrebbe tagliato entro il 2030. “Willow è una bomba di carbonio che non può essere lasciata esplodere nell’Artico”, ha dichiarato a febbraio Karlin Nageak Itchoak, direttore regionale senior dell’organizzazione no-profit Wilderness Society.

Nel comunicare la sua decisione, il Bureau of Land Management del Dipartimento degli Interni ha dichiarato che l’approvazione “raggiunge un equilibrio” consentendo alla ConocoPhillips di utilizzare i suoi contratti di locazione di lunga data nell’Artico, limitando al contempo le trivellazioni a tre siti invece dei cinque richiesti dalla società.

L’approvazione è arrivata mentre il Dipartimento degli Interni ha annunciato di voler vietare qualsiasi futura trivellazione di petrolio e gas nell’Oceano Artico statunitense, oltre a proteggere milioni di ettari di territorio dell’Alaska ritenuti sensibili per le comunità native. Ma la decisione di Willow ha comunque suscitato la reazione rabbiosa di gruppi ambientalisti e dei rappresentanti delle comunità native, secondo i quali il progetto compromette l’agenda climatica di Joe Biden, accelererà il collasso climatico e minerà la sicurezza alimentare. In totale, si prevede che il progetto emetterà circa 260 milioni di tonnellate di gas serra nel corso della sua vita, l’equivalente delle emissioni di circa 70 nuove centrali elettriche a carbone.

“L’approvazione del progetto Willow segna un allontanamento inaccettabile dalle promesse fatte dal presidente Biden al popolo americano in materia di clima e giustizia ambientale”, ha dichiarato Lena Moffitt, direttore esecutivo di Evergreen Action. “Dopo tutto quello che questa amministrazione ha fatto per promuovere l’azione per il clima e la giustizia ambientale, è straziante assistere a una decisione che sappiamo avvelenerà le comunità artiche e ci esporrà a decenni di inquinamento climatico che non possiamo permetterci”.

Secondo il Movimento dei Nativi, un collettivo di base in Alaska, gli sviluppatori di Willow hanno fatto poche ricerche sull’impatto dei progetti cumulativi lungo il versante artico dell’Alaska – la zona di nascita dei 60.000 caribù del lago Teshekpuk, che rappresentano una fonte di cibo storicamente importante. I residenti di Nuiqsut, la comunità nativa dell’Alaska più vicina, hanno parlato di pesci malati, caribù malnutriti e qualità dell’aria tossica, a causa dell’estrazione di petrolio e gas nelle loro terre d’origine.

“Questa decisione dell’amministrazione Biden rende evidente che il suo appello all’azione per il clima e alla protezione della biodiversità è solo una narrazione, non un’azione”, ha dichiarato Sonia Ahkivgak, coordinatrice della campagna sociale del gruppo Sovereign Iñupiat for a Living Arctic. “L’unica soluzione ragionevole per l’emergenza climatica è negare nuovi progetti di combustibili fossili come Willow. La nostra lotta è stata lunga ed è solo agli inizi. Continueremo a chiedere di fermare Willow perché da esso dipendono le vite delle popolazioni locali e delle generazioni future”.

Per fermare il progetto sono state inviate oltre un milioni di lettere alla Casa Bianca, sono state raccolte più di 3 milioni di firme in una una petizione su Change.org, è stata condotta la campagna #stopwillow su TikTok e altri social. Con ogni probabilità il prossimo passo saranno le cause legali.

La scorsa settimana l’ex vicepresidente degli Stati Uniti, Al Gore, aveva dichiarato al Guardian che progetti di questo tipo sono “sconsideratamente irresponsabili” e che la loro approvazione causerebbe “il caos climatico”.

L’approvazione è arrivata dopo un lungo processo controverso. Dopo il via libera al progetto da parte della Casa Bianca di Trump, una giudice federale aveva ribaltato la decisione contestando una precedente valutazione d’impatto ambientale che non aveva considerato correttamente le ripercussioni negative sulla vita degli orsi polari e al lago Teshekpuk.

Dopo il suo insediamento, Biden ha sospeso le vendite di petrolio e gas e ha promesso di rivedere il programma governativo sui combustibili fossili. Tuttavia, l’amministrazione ha ammorbidito la sua posizione nei compromessi che hanno portato all’Inflation Reduction Act, la legge sulla transizione energetica degli Stati Uniti. Una ventina di democratici del Congresso avevano scritto a Biden chiedendo di bloccare un “progetto mal concepito”. Il segretario agli Interni degli Stati Uniti, Deb Haaland, in una recente intervista aveva rifiutato di fare commenti direttamente sul progetto Willow ma aveva affermato che “le terre pubbliche appartengono a tutti gli americani, non solo a un’industria”.

Nell’immagine: un sito di prospezione del progetto Willow della ConocoPhillips


Di fronte all’ipotesi di un’”Internazionale dei totalitarismi”

I mercati finanziari di fronte al crac di Credit Suisse, alla crescita del gigante UBS e alle prese con un nuovo innalzamento dei tassi delle banche centrali 

L’aereo di Xi Jinping non aveva ancora toccato il suolo di Mosca che il capo di Stato cinese aveva già eletto Putin alla presidenza russa per un nuovo mandato fino al 2030. Tanta fretta non era principalmente dovuta tanto al voler metter in chiaro da parte della leadership cinese di considerare carta straccia il mandato internazionale di cattura dell’Aja quanto un segnale alla nomenklatura russa ma anche a quella delle circostanti repubbliche dell’ex-URSS: gli affari e le alleanze li faremo con Putin e nessun altro.

La debolezza e la forza di Putin sta tutta qui: ottenere da Pechino un rinnovo del suo mandato ma alle sue condizioni. Nel corso dei tre giorni i suoi assistenti hanno sciorinato alla stampa tutti i successi della collaborazione Mosca-Pechino: l’anno scorso la Russia ha aumentato le esportazioni di petrolio verso la Cina di quasi il 10%, di carbone del 21% e di gas di 1,5 volte, diventando per la prima volta il suo principale fornitore. La Cina ha risposto inviando in Russia prodotti elettronici e macchinari per un valore di 4,8 miliardi di dollari, sostituendo le aziende occidentali che se ne sono andate. L’interscambio è anch’esso aumentato significativamente a 185 miliardi di dollari annui (ma per avere dei punti di riferimento quello con i paesi occidentali supera i 1000 miliardi all’anno). Putin ha pure annunciato che la possibilità di allargare l’uso della divisa cinese anche a paesi terzi. Si tratta di un vecchio cavallo di battaglia del Cremlino quello della de-dollarizzazione dell’economia mondiale che ha aveva trovato tiepidi sostenitori anche alle riunioni dei Brics. Qualche mese fa, ai tempi dell’imposizione all’Europa dell’acquisto di gas e petrolio in rubli, il leader del Cremlino aveva sperato persino di far diventare la sua moneta un pivot degli scambi internazionali ma appena l’economia russa è stata costretta a tornare ad importare, il rublo è passato in tre mesi da 51 a 83 rubli per euro, confermando la sua volatilità sui mercati valutari.

La realtà oggi è sotto gli occhi di tutti: la Russia lungi dal diventare “sovrana” come aveva baluginato lo Zar sta diventando un vassallo del Dragone, il quale sfrutterà le difficoltà russe per uno scambio ineguale sempre più accentuato. Un funzionario russo che ha voluto restare anonimo ha sintetizzato così lo stato dell’arte: “La logica degli eventi impone che stiamo diventando una colonia di risorse della Cina. I nostri server saranno di Huawei. La Cina riceverà il gas attraverso la “Siberia Sila”. Entro la fine del 2023, lo yuan sarà la nostra valuta principale negli scambi commerciali”.

Ciò non può far dormire sonni tranquilli all’“Occidente collettivo” e in primo luogo agli Stati Uniti d’America.

La formazione di un’asse strategico tra Mosca e Pechino non è cosa fatta ma ci sono tutte le premesse perché possa realizzarsi nel prossimo futuro. In fondo ciò che ha detto Putin a margine degli incontri è vero: i rapporti russo-cinesi non erano stati così buoni neppure quando subito dopo la Rivoluzione del 1949 Stalin spediva a Mao macchinari industriali gratuitamente.

È in questo quadro che si inserisce la mediazione di pace cinese sull’Ucraina. Dietro i fumosi 12 punti proposti qualche settimana fa non c’è altro che un piano di cessate il fuoco che congeli le conquiste russe degli ultimi 14 mesi. Se da Kiev questa ipotesi fosse – come sembra inevitabile – rigettata in blocco, Xi allora potrebbe fare appello al “Sud del Mondo” per fare ulteriori pressioni su Zelensky. Un piano cinico ma intelligente che metterebbe a nudo anche le potenzialità di controffensiva ucraina della prossima primavera-estate, segnala il “Washington Post”.

Putin sta trasformando in qualche misura una posizione politica e finanziaria disastrosa in un punto di forza. Se a Biden non riuscirà quell’operazione di “divide et impera” che riuscì a Nixon con la diplomazia del ping-pong nei primi anni ’70, “l’internazionale dei totalitarismi” potrebbe diventare qualcosa più che un’ipotesi.