Stragi in mare e corresponsabilità socialdemocratiche

In Europa e anche in Svizzera hanno adottato decisioni che contribuiscono alle tragedie dei migranti – Di Martino Colombo 

Da troppi anni il Mediterraneo inghiotte centinaia, migliaia di persone che in fuga da guerre, da carestie, dalla miseria, cercano una “nuova vita” tra le dorate sbarre della Fortezza Europa. Di molte di loro non abbiamo e non avremo mai notizia, perché spariscono nelle acque fredde e scure. In altri casi, invece, le tragiche immagini dei defunti ci riempiono gli occhi e la testa, e ci interrogano profondamente: dal piccolo Alan Kurdi, ai morti della “Barca nostra” (storia raccontata da Cristina Cattaneo nel libro “Dare un nome alle vittime del Mediterraneo”, Raffaello Cortina Editore, 2018), passando per i naufragi al largo delle coste di Crotone e della Libia recentemente avvenuti.

Quello che rimane dopo queste tragedie, oltre alle bare, non è il cordoglio, il silenzio, la giusta critica al sistema migratorio, ma un triste balletto di accuse tra schieramenti politici: a destra si chiedono maggiori giri di vite su scafisti, passatori e “migranti economici”, mentre i partiti socialdemocratici condannando l’inumanità e l’intransigenza della politica migratoria messa in atto dagli stati, chiedendo maggiore solidarietà e una migliore accoglienza per chi è costretto a lasciare il proprio paese per sopravvivere. Se i toni reazionari della destra non ci sorprendono più di quel tanto, rimaniamo più sorpresi dalla miopia dei socialdemocratici verso le corresponsabilità per queste tragedie. Per restare alle nostre latitudini, limitiamoci a prendere l’esempio del PD italiano (la cui nuova segretaria è stata osannata, servita e riverita dai socialisti nostrani), e del PS svizzero. Nel 2017, quando il Presidente del consiglio italiano era Paolo Gentiloni, uno dei fondatori del PD, l’Italia ha sottoscritto con il governo libico un accordo, voluto e promosso dal ministro dell’interno Marco Minniti, volto a contrastare l’ingresso illegale di richiedenti asilo e migranti. Quegli accordi non sono mai stati messi in discussione, sono ancora in vigore oggi, e di fatto consegnano i migranti nelle mani dei carcerieri libici che maltrattano, abusano e uccidono.

A livello svizzero invece, come non ricordare che fu proprio la consigliera federale socialista Simonetta Sommaruga, capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia dal 2010 al 2018, a sostenere, con l’aiuto del PS svizzero (svariate sezioni cantonali erano invece contrarie), la revisione della legge sull’asilo nel 2012 che ha abolito l’articolo 20 che permetteva a chiunque di presentare una domanda d’asilo presso le rappresentanze svizzere nel mondo. Con l’eliminazione di questa possibilità (motivata, si diceva, dal fatto che eravamo l’unico paese in Europa ancora a permetterlo), si è di fatto tolto un corridoio sicuro per le persone in cerca di aiuto, spingendole nelle mani di trafficanti senza scrupoli. Quegli stessi criminali che oggi stipano barchini con decine di corpi, incuranti del pericolo a cui vanno incontro.

Recentemente è invece stata messa in consultazione una revisione dell’ordinanza, per permettere alla Segreteria di stato alla migrazione di valutare i dati personali di un richiedente l’asilo sul suo cellulare o computer se la sua identità, nazionalità o itinerario di viaggio non potranno essere stabiliti in altro modo. Un’ingerenza tremenda nei diritti di qualsiasi persona con passaporto svizzero, che deve rispettare severi criteri per esser ammessa. Evidentemente per dipartimento di giustizia e polizia federale, guidato dalla socialista Elisabeth Baume-Schneider, le persone migranti non possono godere dei diritti garantiti dalla Costituzione federale. Un pieno passaggio di testimone con la predecessora Karin Keller Sutter.

Il naufragio al largo delle coste di Crotone, così come le violenze subite dai migranti sulla rotta balcanica, e tante altre tragedie, maltrattamenti, soprusi conosciuti e non, avrebbe potuto essere evitati, o forse perlomeno oggi conteremmo qualche vita spezzata in meno. La socialdemocrazia, svizzera, italiana ed europea, ha avuto la sua parte di responsabilità e continua ad averla sostenendo politiche migratorie che uccidono. È ora di riconoscerlo per poter cambiare davvero le cose: le norme che costringono i migranti a partire in condizioni disastrose sono sempre lì, servono cambiamenti radicali nel sistema migratorio e vie di accesso sicure all’Europa. Le belle parole e l’indignazione non servono in mezzo alla forza del mare.

Martino Colombo è candidato al Gran Consiglio (mps)
Nell’immagine: l’identificazione delle vittime del naufragio della della “Barca nostra” (2015) 


Sparizione forzata in Colombia

In Europa e anche in Svizzera hanno adottato decisioni che contribuiscono alle tragedie dei migranti – Di Martino Colombo 

Arrivai in Colombia il primo maggio 2021. Il paese era in ebollizione da 3 giorni: la protesta sociale poi conosciuta come Paro Nacional – “Sciopero nazionale”, aveva scosso il paese a ritmo di tamburi, canti, slogan, colori e soprattutto all’insegna di un forte “No” alla riforma finanziaria di stampo neoliberale imposta dall’allora governo di Ivan Duque, delfino di Álvaro Uribe, ex-presidente e padrino del paramilitarismo in Colombia. A parar para avanzar era il motto della sollevazione popolare che sarebbe durata tre mesi: “fermarsi tutti/e per andare avanti”, un ossimoro che risultò vincente su vari aspetti, come il ritiro del progetto di riforma, le dimissioni dell’allora ministro delle finanze Alberto Carrasquilla, e soprattutto la presa di coscienza da parte di società civile e movimenti sociali di poter stare insieme all’opposizione e nelle piazze: dai sindacati agli studenti, passando per il movimento indigeno, quello afrocolombiano e i settori contadini, solo per citarne alcuni. Una rivolta collettiva contro il sistema economico, la classe politica, l’oligarchia, la disuguaglianza e la violenza endemica, che dovette però pagare un prezzo altissimo: 83 vittime per mano della polizia, centinaia di prigionieri politici e migliaia di feriti.

La mia prima impressione non appena arrivato in Colombia fu quella di chi legge e si prepara sul piano teorico, ma sa che per quanto ci provi, non riuscirà – almeno nell’immediato – a comprendere e restituire davvero la realtà e il contesto. Ad aprirmi gli occhi fu il caso di Dubán, un giovane diciassettenne di un quartiere popolare di Bogotá che come molti altri prese parte alle manifestazioni frequentando il punto di ritrovo di Portal de las Americas, ribattezzato Portal Resistencia. Dubán scomparve una notte di giugno al margine di violenti scontri con la polizia e di lui non si seppe più nulla. Ma la madre Cecilia, spinta dall’amore e dall’angoscia, intraprese una ricerca disperata finché di suo figlio, un mese dopo, non riapparve il corpo, galleggiante in un riale poco distante come spesso accade in questi casi. “Fu la polizia”, mi disse la signora Cecilia un anno e mezzo più tardi quando la intervistai per l’audiodocumentario a cui stavo lavorando; “lo presero, lo torturarono e poi lo fecero sparire: fu una sparizione forzata per lui e fu una tortura per me”.

Per quanto mi riguarda, invece, fu il mio primo tuffo nella profondità della violenza sociopolitica in Colombia, di cui la sparizione forzata è forse lo strumento più subdolo e terrificante.

Sparizione forzata: l’occultamento di una persona e la negazione a dire dove si trovi o che ne sia stato di lei. A partire da questa definizione sterile ho voluto andare un po’ più a fondo per cercare di capire quale fosse l’impatto reale della perdita improvvisa di una persona cara e della mancanza assoluta di notizie sul suo conto. Così, grazie alla collaborazione di alcune associazioni colombiane di vittime di sparizione forzata, sono entrato in contatto con numerosi famigliari che hanno vissuto questa terribile esperienza, e benché inizialmente quasi tutti mi dicessero che “non si può capire che cosa sia la sparizione forzata se non la si è vissuta sulla propria pelle”, ne è uscita una sorta di geografia immaginaria di questo crimine, segnata da alcune parole chiave che hanno assunto la funzione di punti cardinali: sparizione, ricerca e giustizia, impunità e ri-vittimizzazione, dolore, memoria e verità. Ne è uscita altresì una chiave di lettura del conflitto interno colombiano e, più in generale, delle dinamiche della violenza sociopolitica. Sì, perché come dice la direttrice della controversa Unità di Ricerca delle Persone Vittime di Sparizione Forzata nata con gli Accordi di Pace del 2016, siamo di fronte a un fenomeno radicato e strutturale, che va avanti in modo sistematico dal 1948 fino ad oggi. Lo confermano i numeri e le statistiche – benché spesso in conflitto fra loro – secondo cui si arriva a un totale di oltre 200’000 vittime di sparizione forzata.

200’000 e più storie personali intrecciate alla storia ufficiale, o almeno a quella che viene raccontata: è quanto ho cercato di riproporre – nel mio “infinitamente piccolo” – con questo documentario/reportage realizzato alla fine del 2022, provando a orientarmi fin dall’inizio in questo immenso campo minato a partire dalla domanda che si pone Luz Marina, la portavoce del MOVICE, il Movimento delle Vittime dei Crimini di Stato: “perché la sparizione forzata è un crimine di Stato?”.

Di fronte alla tendenza di accomunare le responsabilità e gli orrori della guerra, il documentario cerca di attenersi il più possibile alla voce delle vittime e alle loro analisi del fenomeno della sparizione forzata, così da “fare ordine” e mostrare quali sono state le condizioni, le narrazioni, le relazioni di potere che hanno permesso tutto questo. E che continuano a farlo, come dimostra la triste vicenda di Dubán e di molti/e altri/e.

Una versione più estesa e approfondita di questo audiodocumentario uscirà settimanalmente (4 episodi) in lingua spagnola sul portale colombiano pacifista.tv

Nell’immagine: candele in memoria delle vittime di “sparizione forzata” in Colombia


Il possibile arresto di Donald Trump tiene l’America col fiato sospeso

In Europa e anche in Svizzera hanno adottato decisioni che contribuiscono alle tragedie dei migranti – Di Martino Colombo 

Di Gianluca Lo Nostro, InsideOver

Il possibile arresto di Donald Trump negli Usa ha ricompattato il fronte conservatore americano. L’ex presidente potrebbe presto essere incriminato dalla procura di New York con l’accusa di aver usato impropriamente i fondi della campagna elettorale nel 2016 per assicurarsi il silenzio della pornostar Stormy Daniels, pagata 130 mila dollari dall’ex legale di Trump, Michael Cohen, affinché non spifferasse ai media del suo affaire con l’allora conduttore di The Apprentice nel 2006.

Il procuratore distrettuale Alvin Bragg, già protagonista di un caso nel quale a finire condannata è stata la Trump Organization nel 2022, con la sua inchiesta in piedi da più di un lustro punta a scrivere la storia: il tycoon potrebbe diventare il primo ex capo di Stato Usa condannato per aver commesso un reato, seppur minore. Neppure Richard Nixon e Bill Clinton, che violarono la legge con lo scandalo Watergate e il caso Lewinsky, dovettero affrontare le conseguenze della giustizia statunitense. Secondo una testimonianza apocrifa, il presidente Franklin Pierce nel lontano 1853 sarebbe stato posto in stato di arresto per aver investito una donna mentre era a cavallo, salvo poi venire rilasciato per mancanza di prove. Ma questa storia non ha mai avuto riscontro ed è ritenuta un falso storico. Trump potrebbe infrangere questo record, peraltro in più occasioni se nei prossimi mesi arrivassero verdetti negativi anche dagli altri processi a suo carico in Georgia, dove si ipotizzano i reati di estorsione e cospirazione, e a Washington per conto del dipartimento di Giustizia che gli contesta i fatti del 6 gennaio 2021.

Uniti con Trump

Il Partito Repubblicano si è stretto intorno a The Donald. Lo speaker della Camera dei Rappresentanti, Kevin McCarthy, ha preso le difese di Trump, accusando i democratici (il procuratore Bragg è un liberal) di usare la giustizia per scopi politici. “Non penso che le persone debbano protestare. Nessuno dovrebbe farsi del male. Vogliamo calma là fuori. Non credo ci dovrebbe essere alcuna violenza”, ha detto ai giornalisti il numero uno repubblicano alla Camera, che ha lanciato un’indagine parlamentare su quello che è stato definito un “abuso di potere”.

Per il Gop quello della politicizzazione del sistema giudiziario è un chiodo fisso, come dimostra l’istituzione della commissione contro l’uso politico del governo federale, creata dopo le scorse elezioni di Midterm. Il presidente della commissione giustizia Jim Jordan ha intimato in una lettera firmata insieme ai colleghi di partito e rivolta al procuratore distrettuale di New York di far avere al Congresso tutte le carte dell’indagine. “Lei starebbe per compiere un abuso senza precedenti dell’autorità di un procuratore: l’incriminazione di un ex presidente degli Stati Uniti ed attuale candidato alla Casa Bianca”, si legge nel documento scritto dal fedelissimo di Trump.

L’ex presidente ha abituato gli americani (e il mondo) ai suoi toni esuberanti e nel prevedere senza alcuna prova che sarà arrestato oggi, martedì 21 marzo, ha rievocato una reazione simile a quella che i suoi sostenitori più estremi hanno avuto nell’assalto a Capitol Hill: “Manifestiamo, riprendiamoci il Paese”, ha tuonato l’ex capo della Casa Bianca in un eloquente messaggio pubblicato sul suo social Truth sabato scorso. Il team di avvocati di Trump, tra cui l’italoamericano Joe Tacopina, ha fatto sapere di non aver ricevuto notifiche dai pubblici ministeri riguardo a imminenti incriminazioni. E forse quella dell’ex presidente potrebbe essere una mossa per riguadagnare terreno laddove era stato perso nei confronti dei suoi diretti rivali nelle elezioni primarie, in particolare il governatore della Florida Ron DeSantis, di cui Trump è il vero padrino politico, avendolo “benedetto” con un endorsement chiave nel 2018 che gli facilitò la strada verso l’elezione.

Il ruolo di Ron DeSantis e il rischio di un’estradizione

DeSantis ha mantenuto un basso profilo per tanto, forse troppo tempo, glissando su tutte le domande riguardanti l’ex presidente. Fino a ieri, quando ha attaccato il procuratore Bragg senza tuttavia lesinare stoccate pungenti al suo avversario: “Il procuratore distrettuale di Manhattan è finanziato da Soros e così lui, e quelli come lui finanziati da Soros, stanno strumentalizzando un ruolo per imporre un’agenda politica alla società, a spese della legge e della sicurezza pubblica”, ha detto il governatore della Florida, che su Trump ha poi ironizzato: “Non so cosa significhi pagare una pornostar per garantire il silenzio su qualche tipo di presunta relazione”.

La pressione nei confronti di DeSantis negli ultimi giorni aveva raggiunto un peso insostenibile: la questione dell’arresto di Trump è un tema ineludibile per le istituzioni della Florida. Se Trump non si costituisse di sua spontanea volontà, infatti, le autorità dello Stato di New York sarebbero costrette a presentare al Sunshine State una richiesta ufficiale di estradizione del ricercato, residente a Palm Beach. Nel caso di un’estradizione va comunque segnalato che il governatore dello Stato a cui verrebbe fatta istanza non ha nessun potere di bloccarla, trattandosi perciò di nient’altro che un atto dovuto. DeSantis potrebbe rallentare la procedura, ma secondo la legge statale della Florida non ha nessuna facoltà di rifiutarsi di consegnare un criminale a un altro Stato.

(Ex) Presidente dal carcere?

I legali dell’ex presidente garantiscono che il loro cliente collaborerà con la giustizia e sarebbe già stato siglato un accordo con la polizia per le modalità dell’arresto: Trump dovrebbe entrare al tribunale di New York da un ingresso secondario, lontano dalle manifestazioni, farsi prendere le impronte digitali e, previa autorizzazione del Secret Service, farsi ammanettare. È prevista anche la diffusione di una foto segnaletica.

L’impressione è che in un inconsolabile gesto di disperazione The Donald voglia sfruttare a suo vantaggio la recrudescenza dello scontro politico, mettendo così in salvo una nomination aleatoria in vista della convention di Milwaukee il prossimo anno. Trump potrebbe comunque fare campagna elettorale da dietro le sbarre: la costituzione Usa non vieta la possibilità di candidarsi dal carcere. Esiste peraltro un precedente storico eccellente, quello del socialista Eugene Debs, arrestato nel 1918 con l’accusa di aver violato il Sedition Act e in corsa alle presidenziali due anni dopo dal penitenziario federale di Atlanta, in Georgia, dove rimase rinchiuso fino al 1921. È tuttavia improbabile che i vertici del Partito Repubblicano, per quanto assoggettati alla leadership dell’ex presidente, accettino un tale azzardo. Il rischio è sempre quello di far piombare il Paese in una lotta interna al limite della guerra civile. E questa non è la ricetta vincente per scalzare Joe Biden e i democratici dalla presidenza. Semmai, è il metodo preferito dagli eversivi.

Nell’immagine: l’arresto di Donald Trump immaginato da un software AI 


Macron supera la sfida parlamentare, non quella popolare

In Europa e anche in Svizzera hanno adottato decisioni che contribuiscono alle tragedie dei migranti – Di Martino Colombo 

Per affrontare la prova di forza decisa da Emmanuel Macron – scavalcare il parlamento con una sorta di legittimo ‘decreto legge’ (articolo 49 della Costituzione) che scavalca il parlamento in cui la “macronie” non ha la maggioranza assoluta e deve affidarsi al soccorso dei ‘républicains’ post gollisti – occorrono almeno tre pre-condizioni: esercitare il secondo e non rinnovabile mandato presidenziale; non essere dunque ossessionato dal vistosissimo calo di popolarità; credere fortemente ad una riforma delle pensioni considerata essenziale per la tenuta delle casse statali e perciò per il futuro stesso del paese. Requisiti indispensabili. Grazie ai quali ha affrontato lunedì sera con successo il braccio di ferro con le opposizioni della sinistra radicale di Mélenchon e dell’estrema destra della le Pen. Superando per un soffio – soltanto 9 schede in più dell’indispensabile – la mozione di sfiducia che avrebbe mandato a casa il suo governo, guidato da Elisabeth Borne, e lo avrebbe forse indotto (ma ci credevano in pochi) allo scioglimento dell’Assemblée Nationale e all’azzardo di elezioni anticipate (come fece un de Gaulle imbattibile nel 1958).

Ma una vittoria numerica, per di più sul filo di lana, e con quasi il 70 per cento dell’opinione pubblica (dicono tutti i sondaggi) contrari all’alzamento della ‘retraite’ da 62 a 64 anni, non è affatto o necessariamente una vittoria politica. Pirro insegna. E lo insegnano soprattutto le proteste, gli scontri, gli incidenti anche gravi, i numerosi arresti, l’annuncio del prossimo sciopero nazionale, che hanno segnato la notte parigina e di altre città dell’Esagono. Dove si sono saldate proteste sindacali, operaie, ma anche giovanili e studentesche. Le inaccettabili violenze e il ritorno in piazza dei ‘gilet gialli’ potrebbero spostare di un po’ gli umori dell’opinione pubblica più moderata. Ma di quanto?

E già ci si chiede dove sia finito il giovane presidente delle origini, quello che aveva umiliato e disarticolato i partiti tradizionali sconvolgendo lo schema della Quinta Repubblica, che si sforzava di comunicare e di attenuare la sua immagine di “politico senza cuore”, e che poi aveva promesso “mai più riforme cadute dall’alto”. Impegno non mantenuto; abbandonate le assemblee popolari in cui lo stesso inquilino dell’Eliseo si presentava o mandava i suoi ministri per spiegare e ‘raccogliere suggerimenti’; ma infine convinto che soltanto una determinazione sorda agli umori di un Paese che vuole difendere un diritto – considerato inalienabile ed equo nel quadro di profonde sperequazioni sociali – avrebbe potuto salvare quella che, fin dall’inizio della sua presidenza, Macron ha sempre presentato come “la madre di tutte le riforme”.

Lo “scandalo” dei due anni in più di lavoro (da introdurre entro il 2030, e innervato da una serie di misure di accompagnamento per una decina di miliardi di euro), quindi le pensioni garantite ancora al di sotto della soglia dei 65 anni d’età, probabilmente non avrebbe scatenato lo stesso livello di contestazioni in altre nazioni dell’Unione europea. Ma la Francia è la Francia. Le fiammate di ribellione sono anche nel suo dna, con la sua determinazione, i suoi successi e anche i suoi storici eccessi.

Cosa ha dunque spinto Macron, oltre a quanto già riassunto, alla pericolosa prova di forza, che ormai non si consuma soltanto dietro il colonnato e nell’aula di Palais Bourbon? Ecco cosa dicono, ancora una volta, i numeri: con un debito di 3.000 miliardi, e un sistema pensionistico che assorbe il 14 per cento del PIL, la Francia ha la più alta percentuale di spesa per i “retraités” di tutti i paesi OCSE dopo Grecia e Italia. Il tecnocrate dell’Eliseo calcola che, senza correzioni, a fine decennio le finanze nazionali dovranno su questo dossier fare i conti con un ‘buco’ di circa 14 miliardi all’anno. E ritiene che nell’attuale contesto europeo elevare di due anni l’età della quiescenza – portandola a 64 anni per garantirne la sostenibilità finanziaria – non sembra così scandaloso. C’è un’Europa del Nord, spesso indicata come modello di equità sociale, in cui si sperimenta la settimana lavorativa di 4 giorni con lo stesso salario, dove si pensa di portare la pensione addirittura oltre i 70 anni, come nel caso della Norvegia.

Ma la maggioranza dei francesi considera la riforma un “oltraggio esistenziale”, contesta la legittimità parlamentare, considera un colpo di mano la mossa dell’Eliseo, chiede l’ultima parola (attraverso un referendum?) sull’odiata riforma, soprattutto ritiene ingiusto che il finanziamento delle pensioni non pesi maggiormente sulla parte più ricca e privilegiata dalle trascorse mosse fiscali di Macron. Esasperazione e risentimento rimangono così il carburante di una protesta carica di incognite. Il presidente scommette sull’effetto dissuasivo di una crisi che in prospettiva potrebbe obbligarlo a una impensabile sua coabitazione di governo con destra e sinistra radicali. Così, il solido edificio della Quinta Repubblica ideato e costruito dal generale de Gaulle oltre mezzo secolo fa, per garantire stabilità e governabilità al paese, appare sempre più segnato da troppe, profonde e pericolose lesioni.

Nell’immagine: blocchi stradali questa mattina all’ingresso di Parigi


Prospettive per la creazione in Ticino di spazi autogestiti

In Europa e anche in Svizzera hanno adottato decisioni che contribuiscono alle tragedie dei migranti – Di Martino Colombo 

“Constata la penosa situazione nella quale da troppo tempo siamo costretti a dibatterci per l’assoluta mancanza a Lugano di luoghi dove ci si possa riunire indisturbati (…), visto che questa situazione si è venuta recentemente ad acutizzare con gli episodi che tutti conosciamo (…) constatiamo (…) la grave mancanza di qualsiasi reale attività culturale ed artistica alternativa a quella ufficiale che rimane comunque estremamente ridotta. Noi, in seguito ad una franca e democratica discussione, abbiamo approvato il seguente manifesto e affermiamo il giusto diritto di avere un centro autonomo e chiediamo che ci venga data la possibilità di crearlo con sollecitudine in un luogo centrale o facilmente accessibile con i mezzi pubblici.”

Questo è uno stralcio di un documento, trovato negli archivi della Fondazione Pellegrini Canevascini, ciclostilato a Lugano nel febbraio del 1972 (51 anni fa) che abbiamo letto in apertura della giornata di studio dedicata agli spazi culturali in Ticino che si è tenuta sabato scorso nello spazio temporaneo della Straordinaria Tour Vagabonde. I giovani che lo hanno redatto, i sopravvissuti almeno, sono probabilmente oggi tutti pensionati. Le proposte che il “movimento per il centro autonomo”, come lo si chiamava allora, ha portato, sono rimaste inascoltate, ma sono ancora incredibilmente attuali. Lugano dopo 51 anni non ha ancora un “centro socioculturale indipendente”.

Abbiamo voluto organizzare una giornata di studio e di dibattito perché i tre mesi di attività di questa straordinaria Tour Vagabonde sono quasi finiti, vediamo già i mezzi di cantiere che spingono per riprendersi quest’ultimo lembo di terreno sterrato ancora libero a Lugano e cominciare un nuovo immenso progetto di edificazione edilizia. Il conto alla rovescia è partito ed è già da alcuni mesi che, con un sentimento di apocalisse imminente, ci interroghiamo: “E dopo questo?”. Cosa faremo quando la Tour Vagabonde sarà stata smontata, caricata sui camion e sarà ripartita Oltralpe? Cosa ci resterà?

Questi tre mesi di attività sono stati straordinari, per tutte e tutti noi che li abbiamo vissuti intensamente e da vicino: sono stati una vertigine di concerti incredibili, spettacoli, letture, proiezioni ma anche accalorate riunioni, incontri, abbracci, birrette ed emozioni. Per qualche istante abbiamo avuto l’impressione di vivere in una vera città.  I numeri sono solo numeri, ma fanno impressione: 30 mila passaggi, oltre 150 eventi, decine e decine le persone coinvolte attivamente. Qualche problema c’è stato, abbiamo a volte fatto un po’ troppo rumore, su molti aspetti c’è sicuramente margine di miglioramento ma, tutto sommato, possiamo dire che il bilancio è stato più che positivo.

Adesso si tratta di guardare al futuro: e lo vogliamo fare cercando di importare dal resto della Svizzera delle “buone pratiche”, già sperimentate da tutte le altre città da oltre trent’anni, che potrebbero essere facilmente applicate anche a Lugano. L’idea è quella di cercare di colmare l’incredibile ritardo che la città ed il territorio hanno accumulato rispetto al resto della Svizzera e arrivare a poter costruire anche qui una costellazione di spazi socio-culturali indipendenti.

Alla giornata di studio di sabato erano presenti anche dei rappresentanti dei dipartimenti della cultura delle città di Berna e Ginevra: è risultato evidente che in queste città l’approccio è completamente diverso. Non è loro obbiettivo quello di organizzare direttamente la proposta culturale (come invece fa Lugano) ma piuttosto quello di creare le condizioni per cui le realtà presenti sul territorio possano essere messe nelle migliori condizioni per poter proporre le proprie iniziative culturali a beneficio di tutta la collettività. Questo permette una programmazione culturale plurale, inclusiva e variegata invece di una proposta culturale “calata dall’alto”.

In questi mesi abbiamo parlato e incontrato artisti, operatori culturali, associazioni, persone che fanno musica, teatro, cinema, letteratura, fotografia, arti plastiche e poesia e sembra a tutte evidente che occorrono spazi per la cultura indipendente anche in Ticino, e in particolare a Lugano. Una costellazione di spazi diversi che si aggiungano a quanto già c’è di interessante sul territorio.

Speriamo di trovare nel Municipio e nelle autorità politiche comunali e cantonali la giusta apertura e comprensione per intraprendere insieme questo percorso di crescita. Abbiamo tutti ancora negli occhi e nel cuore le immagini delle ruspe che abbattono una parte del Molino, ma siamo sicuri che, a maggior ragione dopo l’esperienza di questi mesi, si possano creare le opportune premesse per un percorso che vada e che andrà a beneficio di tutta la collettività.

Per portare avanti la discussione abbiamo due proposte pratiche ed operative:

Una petizione, che è possibile firmare online sin da subito e fino al 2 maggio, per manifestare la necessità di una costellazione di spazi e più attenzione per la cultura indipendente.

E poi una carta di intenti, che abbiamo un po’ pomposamente definito “la Carta della Gerra”, che abbiamo presentato in bozza aprendo una consultazione pubblica, che durerà fino al 2 maggio. Tramite questa consultazione chiediamo a tutte le persone, le associazioni e gli enti interessati di aiutarci a completare e a correggere il documento per arrivare a una sua versione definitiva che vorremmo presentare pubblicamente prima dell’estate, con l’intento di aprire un dibattito e un percorso di mediazione.

Questa carta, che consta di 11 punti, propone in particolare di modificare le modalità di assegnazione degli spazi: crediamo che gli spazi a disposizione della collettività debbano venir assegnati con procedure chiare e trasparenti e, soprattutto, svincolate dalla politica. In particolare pensiamo che debba essere introdotto lo strumento dei “bandi di concorso” valutati poi da giurie di addetti ai lavori, con particolare attenzione per la “diversity” e, appunto, indipendenti dalla politica.

Una giornata interessante e che lascia ben sperare nel futuro, peccato per la scarsa presenza da parte delle autorità politiche cittadine che, nonostante il tanto agognato “dialogo” hanno snobbato la discussione, delegando questo difficile ruolo a Luigi Di Corato, direttore della Divisione cultura del Dicastero Cultura, sport ed eventi di Lugano, che non ha potuto che condividere una certa delusione per la lentezza con cui la politica cittadina si muove in questo campo, giungendo addirittura a definire “una barbarie” e “brutalità immonda” lo sgombero e l’abbattimento del Molino.

Olmo Cerri fa parte dell’Associazione Idra
Nell’immagine: un momento dell’incontro


Come si può combattere il razzismo

In Europa e anche in Svizzera hanno adottato decisioni che contribuiscono alle tragedie dei migranti – Di Martino Colombo 

Anche in Ticino si celebra la settimana di lotta contro il razzismo. Ma le preoccupazioni di questi tempi sembrano mettere in ombra l’evento. Tra di esse rimane forte quella dell’incontro con l’altro, pur se i nostri bisogni e il nostro declino demografico lo rendono sempre più indispensabile. Siamo ricchi e produttori di comportamenti attraenti, che talvolta scambiamo per valori. Qui si annida una ragione più profonda e subdola del razzismo, che non siamo pronti ad ammettere e combattere. 

Il dizionario Treccani definisce il razzismo l’ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando, e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione. Vi è un razzismo che nega l’accoglienza dell’altro inteso come “inferiore”, ma uno più sottile che attraversa tutte le culture e si basa sull’esportazione di valori “superiori”, nella speranza che la condivisione mitighi le diversità, globalizzi le aspirazioni, faccia “sgocciolare” un po’ di sviluppo e dissuada infine le partenze “irresponsabili” dei migranti clandestini. Aiutiamoli a casa loro diviene carità e supplenza nel progettare il futuro. Talvolta l’aiuto umanitario e la cooperazione allo sviluppo scivolano in questa contraddizione.

Per rinunciare al razzismo dovremmo partire da approcci alternativi, proprio nel campo della cooperazione. Ne è un esempio la rete di associazioni di sostegno che dall’Australia alla Svizzera, passando per l’Italia, supportano l’attività del Child in Need Institute (CINI) attivo a Calcutta dal 1974. Costituito dal pediatra Samir Chaudhuri per combattere la malnutrizione e la mortalità infantile, CINI è divenuto in 50 anni un’organizzazione che svolge una funzione fondamentale di empowerment delle comunità locali. Nutrizione, salute, protezione e soprattutto educazione sono i suoi campi di attività. Gestire le emergenze e contrastare gli effetti del cambiamento climatico, che aumentano i rischi di calamità naturali e epidemie, è la sfida dei prossimi anni. 

Nell’India delle mille culture e delle mille contraddizioni, nel pieno di uno sviluppo economico che non riduce le disuguaglianze, CINI opera in una regione tra le più povere al mondo. Si occupa di promuovere i diritti delle persone senza paternalismo, partendo dalle loro risorse, dalle loro speranze. Lo fa grazie a 1300 operatori sociali e sanitari indiani attivi sul territorio. Sono oltre sei milioni le donne, le bambine e i bambini che CINI annualmente protegge dal traffico dei minori e dai matrimoni precoci, riporta a scuola, sottrae alla prostituzione e al lavoro minorile, rende resilienti al cambiamento climatico. 

CINI è quella che si dice una learning organisation: un sistema che apprende, si aggiorna e si trasforma proprio imparando dalle comunità marginali con cui fa quotidianamente esperienza. In questo opera secondo un metodo rigoroso, ma lavora lontano dai riflettori. Produce piccole – grandi storie di successo come quella di Dipnath, bambino ribelle cresciuto nel quartiere a luci rosse di Calcutta, dove la mamma si prostituisce, che accolto da CINI in una casa rifugio, ha potuto svolgere un percorso psicologico ed educativo, acquisendo consapevolezza della sua esperienza di vita, intraprendendo studi commerciali per arrivare ad un diploma e divenire un “uomo di successo”: un buon contratto, il matrimonio, una bambina. Storie di prossimità, diremmo oggi “sostenibili”, e nel contempo storie di emancipazione.

Il razzismo si combatte dando voce e potere alle comunità oggetto di discriminazione. Prima di parlare dovremmo saper ascoltare, sospendere il giudizio, rinunciare a esportare valori e trasmettere ansie. Questo atteggiamento ci aiuterà anche a comprendere meglio le ragioni di chi siamo chiamati ad accogliere, mostrando quell’empatia che deve precedere ogni discorso sulla gestione dei flussi migratori e sui freni da porre alla mobilità planetaria delle persone.

Ne parleremo a Bellinzona, alla Scuola Cantonale di Commercio – Docu-show “Sognatrici”, di Valeria Benatti e Gabriella L. Grasso, venerdì 24 marzo, alle 19.30.  CINI Switzerland – www.cini-switzerland.org

Furio Bednarz è presidente di CINI Ticino
Nell’immagine: la sede indiana di CINI


Giornata mondiale contro il razzismo

In Europa e anche in Svizzera hanno adottato decisioni che contribuiscono alle tragedie dei migranti – Di Martino Colombo 


Un crac visto da Oriente

In Europa e anche in Svizzera hanno adottato decisioni che contribuiscono alle tragedie dei migranti – Di Martino Colombo 

Di Giorgia Audiello, L’Indipendente 

Il crollo della banca svizzera Credit Suisse, che sta facendo tremare i mercati europei per il rischio di un contagio bancario, ha una ragione ben precisa che risiede nel rifiuto della Banca centrale saudita – suo principale azionista – di partecipare alla ricapitalizzazione dell’istituto di credito. Il che riflette da vicino, sul piano finanziario, i rapidi cambiamenti di assetti che si stanno susseguendo negli equilibri geopolitici globali, dove le nazioni asiatiche e mediorientali stanno dando vita a nuove alleanze politiche e commerciali. La scelta della Banca centrale araba, infatti, si inserisce in un contesto in cui i sauditi si stanno riposizionando nello scacchiere internazionale allontanandosi sempre più dall’area di influenza statunitense per avvicinarsi, invece, alla Cina e, in parte, alla Russia. Lo prova il fatto che poco prima della decisione di non ricapitalizzare l’istituto elvetico, Riyad ha normalizzato i suoi rapporti diplomatici con Teheran, sua storica nemica, proprio grazie ad un’intesa mediata da Pechino. La Cina accresce così il suo peso in Medioriente a scapito degli Stati Uniti, già da tempo marginalizzati nella regione anche a causa dei cattivi rapporti dei reali sauditi con il presidente Joe Biden. Quello finanziario sarebbe, dunque, uno strumento nel contesto della più ampia guerra geopolitica in cui l’asse degli equilibri di potere si sta spostando verso oriente, decretando la fine sempre più rapida dell’unipolarismo.

Il che è confermato dal fatto che, a fronte del disinvestimento nella banca svizzera, i sauditi hanno mostrato fretta nel voler stringere relazioni commerciali con Teheran: il ministro delle finanze dell’Arabia Saudita Mohammed Al-Jadaan ha detto mercoledì che gli investimenti sauditi in Iran potrebbero avvenire «molto rapidamente» a seguito dell’accordo per ripristinare i rapporti diplomatici. «Non abbiamo motivo per non investire in Iran, e non abbiamo motivo per non consentire loro di investire in Arabia Saudita. È nel nostro interesse assicurarci che entrambe le nazioni traggano vantaggio dalle risorse e dal vantaggio competitivo reciproci» per affermare la stabilità nella regione, ha affermato Al-Jadaan. Ad esporre a rischi la stabilità finanziaria occidentale si aggiunge anche il fatto che da tempo Pechino non sta rinnovando l’acquisto dei titoli di Stato americani: se nel 2015 la Cina deteneva circa 1.500 miliardi di debito americano, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro Usa, nel mese di giugno 2022 la somma di Treasury detenuta dalla Cina si è assestata a 967,8 miliardi di dollari e, secondo l’ultimo dato, ora si attesta a 867.

A oriente, dunque, si smarcano dalla finanza occidentale anche a causa del fatto che i Paesi del G7 hanno usato strumentalmente la componente finanziaria come arma geopolitica sequestrando le riserve valutarie russe detenute all’estero. Il timore degli altri attori internazionali è che ciò possa succedere ad una qualunque altra nazione non allineata agli interessi di Washington. Da qui il tentativo di costruire un sistema finanziario alternativo che possa portare anche alla creazione di nuovi equilibri, diversi da quelli unipolari: in questo contesto, la mossa dell’Arabia saudita potrebbe essere volta a indebolire il sistema bancario occidentale o perlomeno a mostrare che il suo peso finanziario è in grado di condizionarlo. Il presidente della Saudi National Bank, Ammar al-Khudairy, ha spiegato, con riferimento alle quote detenute in Credit Suisse che «Attualmente possediamo il 9,8%. Se superiamo il 10%, entrano in vigore una serie di nuove regole e non siamo propensi ad entrare in un nuovo regime normativo».

Nel frattempo, sono intervenute le banche centrali dei maggiori Paesi del G7, compresa la BCE: nonostante, infatti, le rassicurazioni sulla tenuta del sistema bancario europeo e americano, le autorità competenti, dopo il crollo di SVB e dell’istituto svizzero, hanno ritenuto necessario rafforzare il sistema di monitoraggio degli istituti di vigilanza. Fed, Bce e gli altri istituti nazionali di Giappone, Gran Bretagna e Canada, dunque, interverranno sul mercato fornendo liquidità e mantenendo contatti quotidiani e non più settimanali. Le banche centrali occidentali hanno annunciato uno sforzo coordinato per migliorare l’accesso delle banche alla liquidità, sperando di calmare le preoccupazioni che agitano il settore bancario globale. L’iniziativa è cominciata oggi e durerà fino alla fine di aprile.

«Accolgo con favore l’azione rapida e le decisioni prese dalle autorità svizzere. Sono strumentali per ripristinare condizioni di mercato ordinate e garantire la stabilità finanziaria. Il settore bancario dell’area dell’euro è resiliente, con solide posizioni patrimoniali e di liquidità. In ogni caso, il nostro kit di strumenti politici è completamente attrezzato per fornire sostegno di liquidità al sistema finanziario dell’area dell’euro, se necessario, e per preservare l’agevole trasmissione della politica monetaria», ha affermato la presidente della BCE, Christine Lagarde, in un comunicato.

Mentre le istituzioni finanziarie occidentali, dunque, sono in allerta per prevenire una possibile crisi finanziaria, nuove alleanze e nuovi equilibri prendono forma in oriente con le nazioni non occidentali che intessono relazioni e legami commerciali che possono sgretolare ulteriormente la già debole egemonia dei Paesi del G7. La recente stabilizzazione dei rapporti diplomatici tra Riyad e Teheran e la decisione dei sauditi di non continuare a sostenere Credit Suisse vanno entrambe in questa direzione, secondo quella che si può definire una guerra ibrida geopolitico-finanziaria.

Nell’immagine: i Riyal, la moneta emessa dalla Banca centrale saudita


Sergio Rossi – Da una banca zombie a una banca monstre

In Europa e anche in Svizzera hanno adottato decisioni che contribuiscono alle tragedie dei migranti – Di Martino Colombo 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Fine di Credit Suisse, sciagurata incompetenza e troppi silenzi

In Europa e anche in Svizzera hanno adottato decisioni che contribuiscono alle tragedie dei migranti – Di Martino Colombo 

Alla fine del calvario, di una nera pagina di storia, c’è chi definisce l’obbligato golgota di Credit Suisse come “la migliore fra le scelte più dolorose”. Ossia la fusione, meglio l’acquisizione da parte di UBS. Prezzo di vendita “stracciato”: 3 miliardi di franchi. Una miseria, considerato l’ammontare della solvibilità del comatoso CS; ma un mega salvagente per evitare un devastante terremoto per il sistema bancario elvetico ed evitare un terremoto finanziario internazionale. 

Fine dell’istituto fondato nel 1856 da Alfred Escher. E nascita di una super-Ubs. Un colosso, un monopolio. Al quale, per indorare la pillolona da ingoiare con qualche legittima apprensione, il Consiglio federale accorda un rassicurante assegno di nove miliardi di franchi. Una sorta di polizza assicurativa. Infatti, chissà mai che dai cassetti della banca azzerata non escano altre, finora sconosciute pendenze miliardarie. Il mondo della finanza plaude, quello dei partiti svizzeri tira un sospiro di sollievo, quello della clientela non sa ancora che pensare. Soprattutto il piccolo o medio risparmiatore. Se hai ottenuto un credito oppure un’ipoteca da CS, saranno confermati o voleranno i tassi con il nuovo “padrone” del tuo debito?

A pagare, di sicuro, saranno gli impiegati. L’ultima sforbiciata sul personale era costato il lavoro a circa quattromila addetti. C’è da scommettere che stavolta saranno molti di più. Un incubo per molte famiglie, ci sono i piani sociali, ma è magra consolazione, e infatti l’associazione professionale dei bancari svizzeri già chiede legittimamente una ‘task force’ di pronto e più efficace intervento. 

Tacciono invece i cantori del liberissimo mercato. Quando serve, l’intervento dello Stato bistrattato e da ridurre va benissimo, è salvifico come per superare i guai economici della pandemia. Tanto poi, passata la paura, si tornerà a chiederne e pretenderne il ridimensionamento, come nel dopo emergenza sanitaria. 

Del resto, la fine di Credit Suisse è il tradimento di un altro principio che sembrava scolpito nella pietra: quello delle regole e delle verifiche introdotte dopo la crisi finanziaria del 2008 per evitare di doversi ritrovare alle prese con le “too big to fail”, le “troppo grandi per fallire” e per evitare altre minacciose macerie. E CS è, pardon era appunto (come ha voluto ricordare ieri Alain Berset) una delle trenta “banche sistemiche” del pianeta. È invece bastato il fallimento di un istituto americano legato agli investimenti nel settore tecnologico della mitica Silicon Valley, per mandare gambe all’aria il numero due del mondo bancario elvetico, che nella disgrazia della banca al di là dell’Atlantico c’entrava come i classici cavoli a merenda. 

In realtà, Credit Suisse, negli ultimi mesi alla ricerca di una nuova salvifica strategia ancora tutta da collaudare, paga innanzitutto il crollo del suo “fattore F”. Dove “F” sta per “Fiducia”. Troppi errori nell’investment trading e Hedge Fund, troppi appetiti famelici nel gioco della speculazione maggiormente a rischio, troppi miliardi gettati al vento mettendosi in combutta con società americane che dovevano fare anche i conti con la giustizia, troppi investimenti fuori logica (come in quegli impianti di uno Stato africano per la lavorazione… del tonno), troppa incapacità e incoerenza nella comunicazione esterna. E, se non bastasse, troppi dirigenti al vertice cambiati in un battibaleno, e anche troppo ridicolo l’affaire dei pedinamenti di manager sospettati e bullizzati perché ritenuti o infedeli o incapaci. 

Un grumo di incompetenza e inefficienza alla fine pagate con la fuga di uno dei partner (americano) più “pesanti”; nonché, all’ultimo, dallo sfilarsi dell’Arabia Saudita (il maggior azionista di CS con il 9,9 per cento), quando una settimana fa la “Saudi National Bank” dichiarò attraverso un suo dirigente che “assolutamente non sosterrà” un aumento di capitale, doccia gelata sul quartier generale di Zurigo. Vai allora a ristabilirla, la Fiducia. 

E poi… e poi le nostre autorità, quelle che dovrebbero garantire il sistema di sorveglianza e quindi anche di prevenzione. Consiglio federale, Banca Nazionale, Finma. Lunghi silenzi, imbarazzante passività a fronte dell’inarrestabile emorragia in atto. Fino all’estremo limite. Fino a un secondo a mezzanotte. Quando è apparso chiaro che la prossima riapertura delle Borse nella lontana Asia avrebbe quasi sicuramente decretato il collasso. Fine del calvario per Credit Suisse. Ma non del discredito che la disastrosa gestione del management (ma di tasca propria non sborserà nemmeno un centesimo dei mega stipendi intascati) ha spalmato a piene mani sul sistema bancario nazionale. Non per nulla la prima reazione dei mercati asiatici non è stata proprio un alleluia.