Gazprom, profondo rosso

Ma non è detto che la forte riduzione delle esportazioni di gas russo minerà a breve il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina 

Il dato tanto atteso sulla salute delle esportazioni di gas russo è stato pubblicato e fa tremare le vene e i polsi. Secondo il comunicato ufficiale di Gazprom gli utili netti dell’azienda per il 2022 sono stati solo di 747,246 miliardi di rubli rispetto ai 2 mila 684 miliardi di rubli dell’anno precedente. Secondo” Kommersant”, il quotidiano della Confindustria russa che cita fonti bene informate, lo scorso anno la produzione russa di gas è scesa dell’11,8% su base annua a 672 miliardi di metri cubi. “Gli interlocutori di Kommersant operanti sul mercato, ritengono che entro la fine del 2023 la produzione di Gazprom diminuirà di altri 30-40 miliardi di metri cubi”, riducendo ancora significativamente i profitti del colosso energetico russo.

I motivi del tracollo sono un segreto di Pulcinella. Li ha elencati lo stesso amministratore delegato e amico sanpietroburghese di una vita di Putin, Alexej Miller a fine dicembre: la riduzione delle forniture attraverso il gasdotto Yamal-Europa e la chiusura di Nord Stream, mentre solo le esportazioni attraverso l’Ucraina in qualche misura restano stabili. La riduzione della domanda mondiale (soprattutto nella seconda parte dell’anno) ha fatto il resto.

Secondo l’agenzia tedesca “Reuters”, tra gennaio e febbraio 2023 la vendita di gas russo in Europa si è ridotta ancora di un 30%.

L’economia russa dipende in larga misura dalle esportazioni di materie prime: i ricavi delle vendite di petrolio grezzo, prodotti petroliferi e gas naturale costituiscono circa la metà del bilancio federale russo. Le principali esportazioni russe sono combustibili e prodotti energetici (63% del totale di cui il petrolio greggio e il gas naturale rappresentano rispettivamente il 26% e il 12%); metalli (10%); macchinari e attrezzature (7,4%); prodotti chimici (7,4%) e prodotti alimentari (5%) mentre principali partner per le esportazioni sono noti: Cina (12%), Germania (9%), Paesi Bassi (8,4%), Italia (5,8%), Bielorussia (4,7%) e Turchia (4,4%).

L’effetto delle sanzioni e del “price cap” imposto dalla UE sugli idrocarburi hanno giocato certamente un ruolo non marginale in questa dinamica a riprova che le sanzioni – lentamente ma inesorabilmente – pesano sul principale fattore di profitti per il Cremlino. Ma tutto ciò non deve indurre a un esagerato ottimismo per chi ritiene che la riduzione di entrate nelle esportazioni russe potrebbe ridurre anche il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina. In primo luogo, perché nessuna politica delle sanzioni ha mai posto fine, di per sé, a un conflitto o a un regime. Cuba, l’Iran o la Corea del Nord continuano a sopravvivere da decenni malgrado le sanzioni.

Inoltre, la Russia ha una struttura economica particolare di cui non vanno sottovalutate le potenzialità.

In primo luogo, il deficit di bilancio è iniziato a espandersi solo con l’ultima legge di bilancio. Ciò significa che la Russia può sviluppare politiche di deficit-spending, alimentare la macchina bellica con il debito pubblico. Non è una novità ed è un volano di profitti – come insegnano altre guerre – se il paese non conosce distruzioni significative di infrastrutture. Questa è la storia, l’analogia valga solo come riferimento – at-large – della prima fase della guerra hitleriana e per altri versi dell’intervento americano in Vietnam.

Inoltre, l’uscita dal mercato di prodotti dell’industria leggera occidentale (mobili, abbigliamento, prodotti alimentari) sta dando impulso all’industria nazionale in questi comparti in termini sia di allargamento di quote del mercato interno sia (in misura minore) di impulso all’innovazione.

Certo, nel futuro la Cina potrebbe accrescere la quota delle sue importazioni di idrocarburi russi più di quanto non faccia ora. Ma confermerebbe solo che la Russia si attrezza non a diventare una potenza “sovrana” ma un ”junior partner” del Dragone.

Nell’immagine: la faraonica (703m) nuova sede della Gazprom, in progetto a San Pietroburgo


Terzo Diario della crisi (prima parte)

Ma non è detto che la forte riduzione delle esportazioni di gas russo minerà a breve il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina 

Non solo start-up

Ad un primo livello d’analisi, il fallimento della Silicon Valley Bank (la “banca dell’economia globale dell’innovazione”) appare come una tipica crisi da bank run, da corsa agli sportelli causata dal panico dei depositanti, per lo più “startupper” nel settore digitale, per recuperare quanta più possibile liquidità da una banca, la loro, sull’orlo del crac. “Per capire – scrive Paolo Mastrolilli su la Repubblica di domenica 12 marzo, riassumendo la narrazione generale – bisogna partire dall’origine della crisi. Prima del Covid, alla fine del 2019, i depositi presso la Svb erano triplicati, da 62 a 189 miliardi di dollari, grazie all’esplosione delle start-up tecnologiche. La banca aveva investito larga parte di questi fondi in obbligazioni del Tesoro, che fruttavano in media l’1,79%. Quando nel marzo scorso la Federal Reserve aveva iniziato ad alzare i tassi per frenare l’inflazione, aveva provocato due effetti molto negativi: primo, il valore dei bond nel portafoglio di Svb era sceso, creando significative perdite sulla carta; secondo, le compagnie tecnologiche che costituivano il grosso della sua clientela si erano trovate in difficoltà, iniziando i prelievi”. Durante i giorni che precedono il venerdì nero (10 marzo), si è tentato un salvataggio coinvolgendo la Goldman Sachs, che consisteva nel cercare di colmare la differenza tra la liquidità raccolta dalla vendita dei Buoni del Tesoro detenuti dalla banca e la domanda di liquidità dei depositanti. “Il salvataggio però non è stato gestito bene, si è sparsa la voce del buco, le compagnie di venture capital hanno consigliato ai clienti di ritirare i fondi e solo giovedì la banca ha dovuto fronteggiare richieste per 42 miliardi”[1].

Già a questo livello, si possono enucleare alcune questioni che andranno approfondite in seguito.

In primo luogo, il ruolo della banca centrale, con la sua politica monetaria anti-inflativa, in particolare la rapidità con la quale lo scorso anno ha perseguito l’aumento dei tassi di interesse. Come ricorda Kenneth Rogoff, i rialzi dei tassi d’interesse “agiscono in due modi. Sono una manna per le banche (e i loro profitti) perché permettono di alzare i tassi sui prestiti. Ma sono una disgrazia perché le aziende investono meno e il flusso di denaro rallenta”[2]. Cosa rendeva la Svb particolarmente vulnerabile? Secondo Peter Coy, del New York Times, “uno dei motivi è che molti dei suoi prestiti sono nel settore tecnologico che, come sappiamo da qualche mese, sta andando male. Un’altra ragione, forse più importante, è che si basa fortemente su depositi di istituzioni piuttosto che sui depositi di individui. Le persone che gestiscono aziende high tech, fondi di investimento, hedge funds o società di criptovalute[3], sono sempre alla ricerca del rendimento più alto che possono guadagnare; quindi sono veloci a togliere denaro da una banca e metterlo, ad esempio, in un fondo del mercato monetario. Inoltre, le istituzioni si affretteranno a ritirare i loro soldi da una banca se pensano che potrebbe fallire, o perché temono che altri tirino fuori i loro soldi”[4]. C’è inerzia nel reagire quando i depositanti sono individui, mentre uno degli effetti della digitalizzazione è che accelera la velocità di disintermediazione da parte delle aziende che (re)agiscono in tempo reale alle minime oscillazioni finanziarie.

In secondo luogo, l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse sui Treasury bonds, i Titoli di Stato acquistati dalle banche e detenuti “in pancia” come riserve sicure (“massimamente liquide”) per effettuare le operazioni di credito e di investimento ben oltre il volume di depositi. Essendo a reddito fisso, quando i rendimenti sui Buoni del Tesoro aumentano, necessariamente il loro valore diminuisce[5]. Così, quando li si vende per procurarsi liquidità, si incassa un bel po’ meno di quanto erano costati in origine[6].

Come ha scritto Paul Krugman, la Svb ha parcheggiato gran parte dei suoi enormi depositi “in attività estremamente sicure, principalmente obbligazioni a lungo termine emesse dal governo degli Stati Uniti e da agenzie sostenute dal governo. Per un po’ ha fatto soldi perché, in un mondo a bassi tassi d’interesse le obbligazioni a lungo termine pagano tassi di interesse più elevati rispetto alle attività a breve termine, compresi i depositi bancari”. Però, quando i tassi di interessi a breve termine sono aumentati, addirittura oltre quelli a lungo termine[7], lo spread da cui dipendevano i profitti di Svb sono scomparsi, oltretutto trascinando verso il basso il valore delle obbligazioni, il che ha causato grandi perdite di capitale. “E questo, ovviamente, è esattamente ciò che è successo quando la Fed ha alzato i tassi di interesse per combattere l’inflazione”[8].

Si noti che il 96% dei depositi di Svb non è coperto dalla garanzia di rimborso della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), che assicura depositi fino a 250 mila dollari. Il ministro del Tesoro, Janet Yellen, si è affrettata a rassicurare i mercati dicendo che (per evitare un’altra Lehman Brothers) stanno cercando una soluzione per raccogliere fondi con cui rimborsare anche i depositi non assicurati. Non si tratta, così si sostiene, di un salvataggio della banca e dei suoi azionisti con i soldi dei contribuenti (come fu nel 2008), ma del salvataggio dei depositanti che, un po’ ingenuamente, hanno messo tutti i loro soldi in una sola banca e ora, da buoni liberisti libertari, si aspettano di essere salvati dallo Stato (secondo il Wall Street Journal, ma anche secondo altri analisti, si tratta comunque di un “de facto bailout”[9]). Definire l’intervento dello Stato non è una questione di poco conto, è in gioco la soglia di “azzardo morale” (moral hazard) che legittimerà il prossimo ciclo speculativo e, anche, la soglia di sopportabilità sociale e civile di un sistema politico-finanziario che mentre si inalbera contro l’indebitamento “troppo elevato” degli studenti, per dire, rivendica la protezione pubblica degli interessi finanziari privati. Vale sempre il vecchio adagio: “privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite”.

A partire da lunedì 13 tutti i depositi, assicurati e no, sono disponibili. Inoltre, la banca centrale mette a disposizione uno sportello di liquidità per aiutare le banche, in particolare le banche regionali, a rispondere alle richieste dei clienti in caso di fuga. Nel frattempo, in Inghilterra, la Svb UK è stata acquistata (per una sterlina) dalla Hsbc.

In terzo luogo, benché la Svb sia una banca focalizzata prevalentemente sul settore digitale, le condizioni esterne che hanno contribuito a portarla al fallimento valgono per molti altri settori. Nel maggio del 2018 Trump, anche su pressione di banche come la stessa Svb, aveva alzato da 50 a 250 miliardi di attivo il tetto per le banche considerate troppo grandi per fallire (too big to fail), tornando indietro rispetto al Dodd Frank Act emanato dopo la grande crisi del 2008. In questo modo la stragrande maggioranza delle banche Usa ha potuto operare senza grandi controlli da parte della Fed e il fallimento della Svb è il risultato di questa politica di eccessiva deregulation[10]. Il calo in borsa tra il 20 e il 70% di First Republic e Western Alliance, il fallimento della Signature Bank, dopo la chiusura di Silvergate (entrambe società di criptovalute), sono solo esempi degli effetti collaterali della deregulation liberista trumpiana. La stessa politica monetaria restrittiva della Fed sta mettendo sotto pressione molti altri settori, come ad esempio l’edilizia commerciale dove sono in circolazione 60 miliardi di prestiti a tasso fisso che andranno rifinanziati a breve a condizioni più costose, e 140 miliardi di mutui a tassi variabili che maturano tra due anni[11].

Un aspetto per il momento poco commentato è che la Svb negli ultimi anni ha lavorato con 1.550 aziende tecnologiche che stanno sviluppando progetti di energia solare, di idrogeno e stoccaggio di batterie. “La Silicon Valley Bank era per molti versi una banca climatica”, ha dichiarato Kiran Bhatraju, amministratore delegato di Arcadia, una delle più grandi comunità d’energia solare del paese. I progetti solari comunitari sembrano essere particolarmente colpiti dalla crisi. La Svb aveva diretto o partecipato al 62% degli accordi di finanziamento per progetti solari comunitari, che sono progetti su piccola scala che servono aree residenziali a basso reddito. Il crollo della Svb minaccia di far deragliare quella che era una parte in rapida crescita del settore del capitale di rischio (venture capital). Più di 28 miliardi di dollari sono stati investiti in start-up di tecnologia climatica nel 2022, in forte aumento rispetto all’anno precedente. Molte delle aziende che con la crisi della Svb stanno ridimensionando le loro operazioni, se non semplicemente chiudendo, erano pronte a sfruttare i crediti d’imposta inclusi nell’Inflation Reduction Act, la legislazione federale sul clima firmata da Biden lo scorso anno[12].

Prima parte del contributo pubblicato anche dai siti “Effimera.org” e “Machina”
Qui tutti i Diari della crisi


[1]   Per una ricostruzione dettagliata del processo che ha portato al fallimento della Svb, vedi il Financial Times del 13 marzo: “Problems at tech sector lender built for years before collapse. SVB absorbed big risk with only modest potential pay-off so as to boost short-term profit”. Vedi anche Alessandro Graziani, “Svb, il crack che Vigilanza e agenzie di rating non hanno visto arrivare”, in Il Sole 24 Ore, 13 marzo 2023.

[2]   Kenneth Rogoff, “Il panico si è già diffuso. Altri fallimenti non sono esclusi”, la Repubblica,lunedì 13 marzo 2023.

[3]   Solo la Circle aveva qualcosa come 3,3 miliardi di depositi presso la Svb.

[4]   Peter Coy, “How to Understand the Problems at Silicon Valley Bank”, NYT, 10 marzo 2023. Si veda anche Huw van Steenis, “History can instruct us on the fallout from SVB’s collapse, FT, 13 marzo 2023.

[5]   Se un’obbligazione del Tesoro vale 100 e assicura un reddito di 5, il rendimento sarà pari al 5%. Se la stessa obbligazione perde valore e da 100 scende a 90, per continuare a garantire un reddito di 5 il tasso di rendimento aumenterà al 5,5%. Infatti, 5.55% di 90 da un reddito pari 5.

[6]   Le minusvalenze implicite nel portafoglio titoli avevano praticamente azzerato il capitale di Svb già a fine 2022, ma né le Autorità di Vigilanza né le agenzie di rating, che hanno mantenuto il giudizio di investment grade fino al giorno del default, hanno visto arrivare il fallimento della 16sima banca americana. La storia si ripete.

[7]   Si noti che quando Jay Powell, presidente della Fed, martedì 7 se ne è uscito dicendo che la Fed avrebbe continuato a tenere alti i tassi di interesse per combattere l’inflazione, i rendimenti (i tassi) sui Treasury a breve (due anni) sono balzati oltre il 5%, mentre i rendimenti sui Treasury a lungo termine (10 anni) non si sono praticamente mossi. L’inversione della curva dei rendimenti (così si dice quando i rendimenti a breve termine superano quelli a lungo), in cui costa di più prendere a prestito nel breve termine che non nel lungo, di solito significa che nel prossimo anno o due si entrerà in recessione. Dal 1900 ci sono stati 28 casi di inversione della curva dei rendimenti e 22 di questi episodi sono stati seguiti da una recessione (Vedi Gillian Tett, “The markets go down the rabbit hole”, in FT, 10 marzo 2023).

[8]   P. Krugman, “Silicon Valley Bank is not Lehman”, in NYT, 13 marzo 2023.

[9]   Vedi Jeanna Smialek, Alan Rapperport, “Was This a Bailout? Skeptics Descend on Silicon Valley Response”, NYT, 1  13 marzo 2023. Si veda anche, Branko Marcetic, “Silicon Valley Bank’s collapse shows little has changed for big banks since 2008”, Jacobin, lunedì 13 marzo 2023.

[10] Vedi Davide Serra, “Start-up e cripto torneranno con i piedi per terra”, in la Repubblica, lunedì 13 marzo 2023.

[11] Si veda a questo proposito Paolo Mastrolilli, “La crisi di Blackstone la grande bolla immobiliare e i fantasmi del 2008”, in la Repubblica A&F, 13 marzo 2023, p. 7.

[12] Vedi David Gelles, “Silicon Valley Bank Collapse Threatens Climate Start-Ups”, in FT, 12 marzo 2023

 


Tedesco, rimandare al mittente

Ma non è detto che la forte riduzione delle esportazioni di gas russo minerà a breve il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina 

Troppa democrazia fa male alla democrazia. Ahimè, lo dicono in molti, ultimamente, e anche gente poco raccomandabile. Qui ci riferiamo al nostro cantonetto e al recente dibattito epocale sull’anticipo delle ore di tedesco in prima media. Il Parlamento ha deciso, dopo tredici anni di discussioni, petizioni, sedute delle commissioni e tre ore di dibattito parlamentare.

Così la maggioranza borghese Lega e UDC, con l’ossequioso PLR al seguito, butta il sasso ma nasconde la mano. Vale a dire, ordina al Dipartimento di introdurre le due ore senza aver idea di come inserirle in una griglia scolastica già pesantissima per gli allievi: 33 ore settimanali, più compiti, più studio, più corsi vari. E senza considerare che il passaggio dalle elementari alle medie rappresenta già un momento delicato per buona parte dei ragazzi.

La proposta pare sia suggerita dagli ambienti industriali. Quelli che campano e marciano sul dumping salariale, che assumono frontalieri a basso costo, che temono il salario minimo e chiedono riduzioni di tasse per i ricchi.

La decisione epocale consta in due ore di tedesco alla settimana che, sull’arco dell’anno scolastico, di 35 settimane, fanno 70 ore. L’equivalente di un corso estivo di due settimane. Una proposta che sfiora il ridicolo, anche perché chi conosce il Paese sa che in tutte le aziende di un certo livello, anche in Ticino, dalla meccanica di precisione alle biotecnologie e all’informatica, si parla inglese. E nella Svizzera tedesca la lingua parlata non è il tedesco ma lo schwyzerdütsch. E ancora, al Politecnico di Zurigo il tedesco è ormai relegato ai primi due anni, poi le lezioni sono tutte in inglese.

L’improvvisazione dei nostri parlamentari è dimostrata dal fatto che si avanza una proposta senza specificare come attuarla. Aumentare il carico di studio è fuori discussione. Quali altre materie si possono sacrificare? L’italiano, la matematica o le scienze? Povero Ticino se si penalizza l’italiano che è già in condizioni pietose, come ha rilevato anche il professor Renato Martinoni.

I docenti non sono stati consultati e nemmeno gli esperti di materia, che segnalano la mancanza di insegnanti di tedesco qualificati. Dall’alto dei loro scranni i deputati della destra tripartita hanno sentenziato, con le orecchie tappate.

Che fare? Forse sarebbe bene che i direttori delle scuole medie, gli esperti, i docenti delle materie che potrebbero essere sacrificate, gli stessi allievi con le loro famiglie, reagissero di concerto e rimandassero al mittente la decisione.

L’anticipo dell’insegnamento del tedesco in prima media non è possibile. Non ci sono le condizioni per realizzare questa proposta del Gran Consiglio.

Rivendicate, cari direttori, docenti e allievi, l’autonomia degli istituti e rifiutate di applicare questa inutile decisione. Prendete la parola, come il chiacchiericcio della tripartita borghese vi invitava a fare, quando le faceva comodo.

Nell’immagine: illustrazione dal sito della VPOD


Stando a galla, sulle onde, fra speranza e disperazione

Ma non è detto che la forte riduzione delle esportazioni di gas russo minerà a breve il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina 

È la nostra storia, quella di oggi, di noi europei chiamati a misurarci con il dramma e lo scandalo di barchini, caicchi, scafisti e migliaia di disperati migranti, in fuga dalle loro terre incendiate da guerre e persecuzioni. È una storia che dovremmo cercare di conoscere tornando anche indietro, a momenti costitutivi della nostra identità, fatta anche di vicende che un secolo e mezzo fa hanno portato tanti europei, italiani, ticinesi, a compiere un viaggio analogo, lasciando le nostre terre e la miseria che esse infliggevano a tanta popolazione.

Ben altre condizioni, certo, o per dirla con papa Francesco, a proposito della sua storia famigliare nell’ intervista alla RSI, semplicemente “altri tempi”. Ma resta pur sempre il fatto che quando oggi si guarda con sospetto, paura, ostilità alla disperazione che bussa ai nostri confini, varrebbe pure la pena di ricordare che anche i nostri antenati, neanche poi così tanto tempo fa, per non morire avevano lasciato tutto, i nostri villaggi, le nostre valli, per varcare l’oceano e cercare una nuova vita (spesso, poi, solo un miraggio) in America, occidentale o meridionale.

Quasi 140 anni fa, per la precisione nel 1884, quel viaggio della speranza lo intraprese, fra i tanti, anche un importante scienziato e botanico bleniese, Mosè Bertoni, che con moglie, madre e cinque figli si imbarcò verso l’Argentina, da dove poi si trasferirà in Paraguay per diventare uno dei grandi personaggi tuttora celebrati della storia di quel Paese.

In quel viaggio, su quella stessa nave, in mezzo a tanti diseredati stipati nel fondo, in terza classe, c’era pure uno scrittore italiano allora già affermato, Edmondo De Amicis, che con spirito giornalistico ante litteram, sensibile com’era al fenomeno migratorio, aveva deciso di documentare le condizioni di un simile viaggio, dandone poi conto in un libro, “Sull’oceano”, che ebbe un notevole riscontro (secondo soltanto al suo libro più noto, il celeberrimo “Cuore”).

De Amicis è stato autore anche di poesie, in cui si possono rinvenire i diversi temi cari alla sua produzione in prosa, a cominciare, appunto, dal fenomeno migratorio. Al 1880 risale una poesia intitolata proprio “Gli emigranti”, che riletta oggi, nel dovuto rispetto per uno stile ed una lingua forse di non eccelse qualità ma di forte impatto emotivo, merita una doverosa rilettura, come esempio di “impegno” e di “umana solidarietà” di uno scrittore e intellettuale che volle farsi anzitutto interprete e testimone delle terribili condizioni in cui tanti italiani (e ticinesi, aggiungeremmo, senza tema di smentita) hanno affrontato le onde di un mare che li avrebbe forse portati nel paese della salvezza e del riscatto.

In questi tempi di sbarchi funesti, di imbarcazioni a pezzi e di vite distrutte cui in Italia e in Europa non si sa come rispondere con “umanità”, i versi di De Amicis possono forse aiutarci almeno a non ritenere tutto ciò come estraneo alla nostra esistenza ed identità.

Gli emigranti

Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.
E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.
Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.

Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.
Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.

Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro,
Frutto segreto d’infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.
Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.
E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!
E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.

Addio, poveri vecchi! In men d’un anno
Rosi dalla miseria e dall’affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.
Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire….
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.
Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.
Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.

E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.
Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.
Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.
E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.


L’alchimia delle alleanze elettorali

Ma non è detto che la forte riduzione delle esportazioni di gas russo minerà a breve il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina 

A poco più di due settimane dalla scadenza elettorale, una buona parte degli elettori pare ancora incerta, non tanto su chi votare, ma se votare, tout court. È quanto rivela un recentissimo sondaggio pubblicato dal sito RSI, in cui si segnala come il 42% degli interpellati non ha ancora deciso se andrà alle urne (o ha deciso che non ci andrà) ed un 22% dice di volerci andare ma senza sapere per chi votare. Un paese, verrebbe da dire, che non sa bene a che santo votarsi per uscire da una situazione di crisi cui la classe politica non pare reagire in modo convincente.

A contribuire a questo senso di “scollamento” che parrebbe prevalere, concorre certamente anche l’esito di un precedente sondaggio della RSI, annunciato in occasione del primo appuntamento con gli speciali elettorali televisivi del lunedì, che in sostanza aveva profilato un esito quasi scontato per quanto riguarda il Consiglio di Stato: uno status quo (frutto anche del sistema elettorale) in cui tutti gli uscenti si vedrebbero confermati, accompagnati, al posto di Manuele Bertoli, da Marina Carobbio, l’unica nel Cantone ad esprimersi (per forza, e per eleganza) in termini scaramanticamente dubitativi circa la propria elezione, peraltro blindatissima.

Il fatto è che proprio mentre si afferma e riafferma, in sede di dibattiti e commenti, come il quadriennio che ci lasciamo alle spalle sia stato particolarmente complesso e fin drammatico, si deve malauguratamente constatare che l’attività parlamentare ed i rapporti fra esecutivo e legisalativo sono unanimemente considerati piuttosto deficitari. A sentire gli addetti, insomma, in Consiglio di Stato c’è compattezza perché ognuno dei cinque fa quel che vuole nel proprio dipartimento e perché a livello di Gran Consiglio si passa più tempo a proporre o vagliare mozioni ed interpellanze che a decidere davvero qualche chiaro cambio di rotta (anche nella politica governativa). In questo contesto di stallo si stagliano stigmatizzabili votazioni divisive in cui prevale regolarmente lo schieramento di (centro) destra: basti pensare al “famigerato” decreto Morosoli. 

Per il resto, e in buona sostanza, tutto rimane più o meno fermo e, diciamolo, ben poco incoraggiante, tant’è vero che sono 26 (su 90) i parlamentari che non si ripresentano, per ragioni varie, e qualche volta anche esplicitamente dichiarate come frutto di frustrazione. È vero, nel contempo, è nettamente aumentato il numero dei candidati: a questa nuova tornata elettorale sono quasi mille, ovvero quasi uno ogni 250 aventi diritto di voto, ma anche questo dato appare addirittura preoccupante poiché passibile di produrre un ulteriore frazionamento fra gli schieramenti, un frazionamento che non giova al funzionamento del parlamento.

Al paventato frazionamento si oppone una strategia di “alleanze” che a sinistra come a destra ha portato a due liste unitarie per il Consiglio di Stato e rappresenta l’elemento che forse ha maggiormente creato discussioni finora in questa campagna. Alleanze, in verità, per modo di dire, più sulla carta che di fatto, e tendenzialmente volte a garantire i seggi in governo. 

A sinistra, l’alleanza rosso-verde, dopo la conclusione della telenovela color fucsia in casa socialista, garantirà il posto in Consiglio di Stato a Marina Carobbio, ma con una previsione di voto ben poco entusiasmante, tant’è vero che per il Gran Consiglio (dove PS e Verdi corrono separati) non sembra profilarsi alcun guadagno di seggi, anzi. Se si pensa che, ad inizio campagna, dal fronte rosso venivano ipotesi di raddoppio in Governo… 

Come ha detto recentemente Pietro Martinelli a “Matrioska” (su Teleticino, lo scorso 13 marzo), quello rosso-verde dev’essere interpretato come un progetto a medio o lungo termine, proiettato ben oltre la prossima scadenza elettorale. È un’alleanza che si fonda su una profonda convinzione: quella per cui non esiste giustizia sociale senza giustizia climatica (per dirla alla Elly Schlein) e che dunque si costituisce per affrontare congiuntamente questi due importanti e connessi obiettivi. Insomma, più che un’alleanza puramente elettorale (o elettoralistica) è il frutto di una necessità di compattare il fronte comune sulla sostanza dei temi scottanti da affrontare. Certo, sacrosanto, ma poi non può non venire da chiedersi perché, in quest’ottica, ancora nulla si sa o si capisce, in vista delle elezioni federali. 

Perché un tale complesso obiettivo programmatico comune, dovrebbe pur avere degli interpreti di rilievo, almeno quanto lo è Marina Carobbio. Mario Branda, su “laRegione”, ha aperto un varco, immaginando una campagna d’autunno che congiuntamente sostenga una candidatura verde. Non ci vuole tanto per darle un volto e un nome: Greta Gysin. Ma si potrà pensare davvero ad una battaglia convinta e unanime (come per Carobbio in Governo) per Gysin agli Stati? I voti faticosamente (e miracolosamente) raccolti quattro anni fa per mandare Carobbio alla camera alta di Berna, saranno ancora gli stessi (e sufficienti) per far eleggere Greta Gysin (dopo che ci saranno state delle discutibili “suppletive”)? Poi verranno le comunali, e forse a quel punto un qualche bilancio andrà pur aggiornato.

Dall’altra parte, l’alleanza Lega – Udc ha ormai assunto le sembianze di un teatrino da grand guignol, con gli attori che entrano ed escono dalla porta parlando male, ciascuno, di quello che è appena uscito o non ancora entrato. Poi, alla fine, come gli attori di una qualsiasi lodevole filodrammatica, usciranno insieme tenendosi per mano ed inchinandosi al pubblico plaudente, che (forse) si è molto divertito.

Fuor di metafora, resta da chiedersi a chi giova, dentro un fronte politico che, piaccia o no, determina fin troppo chiaramente l’agenda politica cantonale, che non passi giorno senza che da una parte o dall’altra si calpesti bellamente ogni principio di fair play per spararle grosse, sin dagli slogan: “continuità”, è la parola d’ordine della Lega (quella “governativa”); “cambiamo ora” è quella, quanto meno paradossale, di Piero Marchesi e soci: naturalmente ognuno per sé, sui propri “santini”, sulle inserzioni, sui cartelloni propagandistici, dove i due schieramenti ed i loro candidati di punta non appaiono mai assieme. Se ne è preoccupato apertamente un vecchio lupo di mare della destra cantonale come Pierre Rusconi, che a gran voce ha detto agli amici di smetterla. Ma in fondo, viene da chiedersi, non è anche lui, magari, un personaggio, seppur “fuori scena”, dello spettacolino?

Proviamo a pensarci un attimo: quello che intanto sta succedendo, fra una “bega” e l’altra, è che l’elettorato distratto (che a sinistra si domanda cosa serva votare se l’esito è scontato) a destra è chiamato a serrare i ranghi: leghisti di qua, udicini di là, tutti richiamati all’ordine (di scuderia). E se fosse la paradossale mossa vincente? Se, in fondo, oltre ogni apparenza, dicessero poi tutti la stessa cosa? 

Sì perché, diciamocelo, davvero paradossale la situazione lo è: Bignasca che invoca la continuità (minacciando di tornare sulle barricate) come Marchesi che stentoreo ci dice che bisogna cambiare non domani o dopo, no, “Ora!”, cioè quando lì a destra hanno appena vinto un’altra volta sulla questione del tedesco in prima (per dire): ma è mai possibile? C’è una logica dentro il fatto che il “Mattino” in queste ultime settimane faccia il pompiere quando da anni incendia tutto quel che gli passa davanti? 

Forse si tratta di stucchevoli o trascurabili elucubrazioni su aspetti marginali della campagna. È che, in mancanza d’altro, nell’immutabilità di un panorama politico che per l’ennesima volta si ripropone tale e quale (si vedano, ad esempio, le performances televisive dell’orsiniano Pamini o dell’incazzoso Pronzini), resta qui, nel vero o finto autolesionismo dell’alleanza di destra, la curiosità maggiore, che sarà soddisfatta solo dopo il 2 aprile. 

Ah, già, c’è anche un bel binomio (di partitoni storici) in mezzo: ma lì tutto tace, benché (Speziali dixit) si sarebbe “picchiato come fabbri sui temi”. Sarà per un’altra volta.


Tensioni crescenti fra Nicaragua e Vaticano

Ma non è detto che la forte riduzione delle esportazioni di gas russo minerà a breve il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina 

Mentre a Roma si celebra in questi giorni il decennale del pontificato di papa Francesco, in Nicaragua gli eventi più recenti hanno fatto precipitare i rapporti fra il paese dell’istmo centroamericano e l’Oltretevere, già assai deteriorati dalla rivolta popolare dell’aprile 2018: soffocata nel sangue di centinaia di giovani e quando la Chiesa locale tentò invano una mediazione dopo aver cercato di dare riparo ai ribelli nei propri templi.

Il governo del presidente Daniel Ortega ha annunciato la “sospensione” delle relazioni e “richiesto” alla Santa Sede la chiusura delle rispettive sedi diplomatiche; precisando curiosamente che non si tratterebbe di una rottura vera e propria.  Quando fu ancora Ortega ad espellere esattamente un anno fa l’allora nunzio apostolico, il polacco Waldemar Stanislaw Sommertag, per essersi recato a Roma (lui decano del corpo diplomatico) invece di presenziare alla sua quarta investitura presidenziale consecutiva.

All’autarca nicaraguense non devono essere piaciuti gli apprezzamenti di “sua santità” della scorsa settimana quando a un giornalista argentino dell’agenzia Infobae che gli chiedeva cosa pensasse di Ortega che aveva affermato che “vescovi, sacerdoti e papi son tutta una mafia“ ha risposto: “pur col dovuto rispetto non mi resta che pensare a uno squilibrio della persona che dirige il paese; è come se fosse una dittatura comunista o hitleriana…” E pensare che Bergoglio era stato fin qui rimproverato per l’eccessiva prudenza osservata nei suoi commenti sul regime orteguista.

In gioco c’è, ora più che mai, l’ingombrante destino del vescovo di Matagalpa, Rolando Alvarez, condannato a 26 anni di carcere (per terrorismo e tradimento alla patria) proprio il giorno dopo che si è rifiutato di montare sull’aereo che nel febbraio scorso ha deportato negli Usa (liberandoli) 222 prigionieri nicaraguensi delle più varie tendenze politiche, compresi storici dirigenti del sandinismo. Incredibilmente privati al contempo della nativa nazionalità, insieme ad altri 94 oppositori che si trovavano già in esilio. In quella circostanza nell’Angelus domenicale papa Francesco si era definito “amico” di mons. Alvarez. Che in realtà la Segreteria di Stato vaticana avrebbe preferito lasciasse il suo paese per arginare le tensioni bilaterali.

La chiesa non è che l’ultimo anello della catena di annientamento di qualsiasi espressione della società civile nicaraguense che ha visto in questi ultimi cinque anni la messa al bando di oltre tremila fra associazioni, ong ed entità le più disparate e persino irrilevanti che non fossero nell’alveo del clan della famiglia del presidente Ortega e della sua vice (oltre che consorte) Rosario Murillo. Spesso con l’applicazione dell’ormai noto pretesto dell’”agente straniero”.Ma prima ancora era stata azzerata l’opposizione politica con la detenzione dei sette precandidati presidenziali alla vigilia delle farsa elettorale del novembre 2021. Per non parlare dell’oscuramento totale della libertà d’informazione.

Ortega, nel suo delirio messianico di potere, ogni volta nei suoi discorsi si richiama a “nuestro dios todo poderoso”. Ma è la moglie tuttofare Rosario a dedicarsi specificamente alla repressione dell’ambiente ecclesiastico incarcerando preti e religiosi, fino a cacciare lo scorso anno le innocue suore di madre Teresa di Calcutta. E ancora minacciando i cattolici con i suoi provocatori inviti a predicatori fondamentalisti stranieri. Proprio lei che si considera l’integralista custode per eccellenza della fede cristiana in Nicaragua, tanto che qualcuno la chiama “la papessa”. Mentre dai più viene definita bruja (fattucchiera) per i suoi esorcismi e le decine di anelli che porta alle dita, ognuno contro un malocchio differente. È stata lei la mandante dell’attentato alla cappella del crocifisso nella cattedrale capitolina nell’agosto 2020. Così come l’organizzatrice, nel marzo precedente, del dissacrante boicottaggio dei suoi scalmanati fedelissimi alle esequie del padre-poeta Ernesto Cardenal, suo detestato concorrente letterario che durante la Rivoluzione Sandinista ricoprì paradossalmente il dicastero della cultura; insieme a ben altri tre preti-ministri: all’insegna dello slogan “entre Cristianismo y Revolución no hay contradicción” (non c’è contraddizione).

Murillo è stata l’artefice del riavvicinamento di Ortega all’arcivescovo di Managua Obando y Bravo, principale nemico interno durante la rivoluzione (che papa Woytjla fece cardinale dopo la sua contestata visita del marzo ’83). Da lui si fecero risposare nella cattedrale in cambio di un appoggio elettorale per il ritorno al governo nel 2007. Fu lei a promuovere immediatamente dopo la legge contro l’aborto in Nicaragua. Ed oggi si accanisce contro una gerarchia che, salvo il vescovo Alvarez e qualche altra figura minore, francamente non è che si mostri così insidiosa.

L’ultimo provvedimento in ordine di tempo disposto da Rosario Murillo, a nome del tanto sventolato Governo di Riconciliazione e Unità Nazionale del Nostro Nicaragua Benedetto e Sempre Libero, è la proibizione di tutte le processioni in vista dell’imminente “settimana santa”. Mentre una decina di giorni fa aveva provveduto alla chiusura d’autorità nientemeno che degli uffici della Caritas.

Nell’immagine: un fotomontaggio dell’agenzia Infobae che ritrae i 7 candidati fatti arrestare da Daniel Ortega perché nelle scorse elezioni hanno cercato di affrontarlo


L’«antiamericanismo» è questione di «valori» e di «mutata sensibilità etica»?

Ma non è detto che la forte riduzione delle esportazioni di gas russo minerà a breve il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina 

Qualche giorno fa ci è toccato leggere sul «Corriere della sera» che quella che si combatte in Ucraina è una guerra tra «potere occidentale» come filosofia della libertà e «potere orientale» come filosofia del dispotismo. Una glorificazione della Nato, l’ho ricordato in un recente intervento su «Naufraghi/e», identificata con lo «spirito a cavallo» evocato da Hegel. La filosofia dalla scala di servizio.

In questi giorni, sempre sul «Corriere», ci tocca leggere che i critici di questa rappresentazione sono pervasi da un antiamericanismo che non tiene conto del «sistema di valori» incarnato da un’America ontologicamente first (A Polito, 23 febbraio). Le «risorse naturali», il controllo sulle filiere internazionali della creazione di ricchezza, veri e solidi «valori» per il rigoglio del «giardino occidentale» (L. Kamel, «il manifesto», 5 marzo), non sono degne di essere citate quando in gioco c’è la lotta tra il Bene e il Male.

Ci tocca anche leggere che l’opposizione alla politica Nato d’intervento in Ucraina è frutto di una «mutata sensibilità etica», di «un altruismo perduto» (E. Galli della Loggia, 27 febbraio). La storia dalla scala di servizio. Chi ha un po’ di dimestichezza con la letteratura di storia socioculturale relativa alla Grande guerra, ai modi in cui si è combattuta sulla carta e non solo nelle trincee, trova nella diffusione iperbolica di parole altisonanti ispirate ai suddetti principi assiomatici, un’atmosfera già vissuta nel clima della catastrofe che apre il secolo XX.  

Genesi e svolgimento della I guerra mondiale sono i luoghi dove trovano conferma e nuova linfa analisi di altissimo livello (Hobson, Hilferding, Luxemburg…)  sulla configurazione dell’imperialismo in quella fase storica. Sul rapporto tra nazionalismi, (nuovi micro, vecchi macro) e le tendenze conflittuali tra i modi di accumulazione dei diversi capitalismi. Per dirla con Labrousse, tra congiuntura e struttura. L’unico metodo serio per la comprensione, anche politica, dell’evento in corso. 

Poi, dopo che l’invasione austro-ungarica della Serbia avrà dato inizio alla catastrofe, la giustificazione ideologica sarà dominante nella pubblicistica delle potenze coinvolte. Ed allora si dovrà ricorrere all’empireo dei grandi e nobili ideali. La Francia invocherà la difesa della sua Civilisation minacciata dal militarismo tedesco. La Germania la difesa della sua Kultur minacciata a occidente dalla Civilization francese ed a oriente dalla barbarie asiatica della Russia. La Russia la difesa della sua specificità slavo-ortodossa minacciata dal pangermanesimo. L’eterogeneità delle alleanze è dimostrazione evidente del carattere del tutto propagandistico del ricorso a categorie morali o astrattamente culturali. E la propaganda diventa momento consustanziale dell’attività bellica.

Marc Bloch, colui che nel pantheon degli storici del Novecento occupa, a mio parere, il primo posto, già nel 1921 rifletteva sulle logiche della propaganda e della creazione e diffusione di false notizie di guerra. «In questa materia, – asseriva – le osservazioni veramente preziose sono quelle che provengono da persone use ai metodi critici e abituate a studiare i problemi sociali».

Critica come funzione fondamentale della comprensione, critica tramite strumentazione tecnico-analitica densa di storia e di specificità intrecciate all’oggetto dell’indagine, critica necessariamente connessa alla dimensione pratico-trasformatrice. Critica come momento centrale di uno degli aspetti costitutivi della tradizione «occidentale». Non esiste, infatti, un solo «occidente».

La critica dell’economia politica, cioè l’analisi delle meccaniche del modo di produzione capitalistico, viene assimilata negli editoriali del «Corriere» a «critica, o addirittura [a] rifiuto, della democrazia parlamentare, considerato a ragione il regime politico ideale per lo sviluppo capitalistico» (Polito). Commentare l’aderenza di queste affermazioni alla realtà dei processi storici che innervano anche il nostro presente sarebbe imbarazzante.

La comprensione di una guerra in cui convergono elementi di tensione maturati in una dimensione temporale assai differenziata al proprio interno, in una dimensione spaziale che è quella mondiale, non può che passare attraverso l’indagine accurata della forma assunta dagli imperialismi (quello russo ben compreso) dopo la dissoluzione dell’Urss. Uno degli editorialisti cui ho fatto riferimento, quando, molto tempo fa, era ancora del tutto interno al «mestiere di storico», sosteneva che le temporalità caratterizzate dall’imperialismo non potevano essere spiegate concentrandosi su «processi di natura sostanzialmente politico-ideologica», ma che bisognava indagare all’interno dell’«inscindibile […] nesso capitalismo-imperialismo» (Galli della Loggia, «Quaderni Storici», 20). 

Del resto di questo tipo di indagine egli aveva dato un esempio nella ricerca relativa a La fondazione della Banca italiana di sconto, pubblicato sulla «Rivista Storica Italiana». Uno studio dei migliori sull’imperialismo italiano, argomentato con taglio metodologico che non è diventato obsoleto. Oggi ecco di nuovo il ricorso a categorie etico-politiche. 

Marc Bloch sarebbe assai severo con coloro che, accademicamente storici, spiegano il presente con categorie derivanti dalla spuma di superficie delle scelte politiche.


Diritti ai confini

Ma non è detto che la forte riduzione delle esportazioni di gas russo minerà a breve il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina 

Anni fa, era forse il 2015, ho assistito a una rappresentazione teatrale a Chiasso che si intitolava “Toni al confine” (faceva parte di un articolato progetto dedicato ad Antonio Ligabue, alla sua vita travagliata, alla sua follia, alla sua arte). Uno spettacolo coinvolgente e toccante e un palcoscenico molto particolare, con una forte valenza simbolica. La pièce infatti si svolgeva interamente tra le due “ramine” che, una su territorio svizzero e l’altra su quello italiano, tracciano il confine tra i due Paesi (è, per l’appunto, da Chiasso che, nel 1919, il giovane Ligabue viene espulso dalla Svizzera).

Quello spazio fisico vuoto, quella terra di nessuno, si è allora popolata di donne, bambini, uomini in fuga, un’umanità che si aggrappa alla speranza di accoglienza senza poter dimenticare la paura di essere di nuovo scacciata, di un altro esilio. Uno spazio di attesa e di sospensione, dunque.
Questo ricordo, queste immagini di un momento, vissuto ormai otto anni fa, mi tornano in mente mentre sto rileggendo (ancora!) l’articolo che Hannah Arendt aveva dedicato ai rifugiati, e ripenso alle tante persone che ho incontrato e che hanno rischiato o rischiano di venire rispedite in altri paesi o rimpatriate: sono le storie (ma soprattutto le vite) di persone come la famiglia Gemmo, India, Khaleda e Satayesh e, non da ultimo, la vicenda di Mezhde, di suo marito e dei suoi due figli. Alcune di queste vicende si sono concluse positivamente con il diritto a rimanere, altre sono ancora in sospeso, altre ancora hanno avuto un esito negativo.

Quello che mi colpisce è che queste persone – quante volte ne abbiamo letto sentito parlare? – hanno dedicato e dedicano impegno e tempo (mesi, addirittura anni) a integrarsi: a imparare una nuova lingua, nuovi costumi, a conoscere il Cantone e Comune cui sono state assegnate, i vicini di casa, gli operatori sociali, i docenti, … a iniziare e portare avanti una formazione o la ricerca di un lavoro. E, piano piano, a ricucire lo strappo dell’esilio, a riannodare i fili della propria identità lacerata. Sì, perché quel limbo che, nella finzione teatrale, era lo spazio di nessuno tra le due “ramine”, queste persone lo portano dentro di sé: è la fragilità e la vulnerabilità di chi viene considerato – sono parole della Arendt – “schiuma della terra”, quella che non smette di fluire. È la condizione di chi non ha più un suo posto nel mondo (privato di relazioni e di legami), corpo estraneo.

 Un’estraneità che rende invisibili, “superflui” e che va di pari passo con l’indebolimento, se non addirittura la perdita, dei propri diritti fondamentali. Un’estraneità che disumanizza a tal punto che non contano più né la formazione, né l’integrazione, né il fatto di lavorare, pagare le tasse e i contributi sociali: l’abbiamo visto in vari casi ed è sconcertante: qualche anno fa mi ero occupata del caso di una persona di origine irachena che avrebbe dovuto lasciare la Svizzera poiché non aveva, secondo la decisione della Segreteria di Stato della migrazione, diritto di restare. Una persona che aveva svolto una formazione professionale con pieno successo, aveva imparato l’italiano, aveva trovato un lavoro che le permetteva di essere totalmente indipendente e pagarsi un appartamento che aveva arredato, le imposte, la cassa malati, AVS, … una persona a tutti gli effetti ben integrata e apprezzata dal suo datore di lavoro (che ha fatto di tutto perché gli permettessero di rimanere) dai vicini, dalla comunità. Eppure, questo non sembrava essere abbastanza per restare, tant’è che quella decisione negativa lo ha costretto a lasciare il lavoro, a rinunciare al suo appartamento e a tutte le sue cose, infine a trasferirsi al centro collettivo di Croce Rossa, a Cadro, dove è rimasto per parecchi mesi, prima di vedersi…rimpatriare? No, per fortuna non è successo questo: dopo vari ricorsi il suo caso è stato rivalutato e ha ottenuto il diritto di restare, ma per  ricominciare di nuovo daccapo (perché dopo così tanto tempo anche le condizioni che aveva lasciato erano mutate), un’altra volta, in un altro contesto, con un lavoro diverso da quello che si era impegnato a imparare e che gli piaceva.

Quando ho saputo che aveva ottenuto un permesso di soggiorno la cosa mi ha fatto ovviamente piacere, ma non ho potuto non ripensare a tutto quello che gli è stato tolto (per la seconda volta) e a tutte le volte che lo incontravo mentre passeggiava lungo il Cassarate e mi diceva “sono ancora lì, cerco di prendermi cura di me, di non lasciarmi andare…io non posso tornare in Iraq perché mi ammazzano. Ma anche questo tempo senza fare nulla, senza possedere nulla, sospeso in questa attesa, mi uccide”. 

Per una storia andata a buon fine (e non è l’unica che dopo percorsi travagliati e dolorosi, si è conclusa con una revisione del caso e della decisione) tante ancora sono sospese. Spesso del sostegno e della difesa dei diritti di queste persone – donne, bambini, uomini, famiglie – si è fatta portavoce la comunità nelle sue differenti forme: il paese, i compagni di scuola con i docenti, i compagni della squadra di calcio. E allora mi chiedo, me lo sono chiesta ogni volta per ogni vicenda: ma non basta questa appartenenza? Questo sentire e sentirsi parte di una comunità che accoglie? Se, come scrive la Arendt, la perdita di diritti va di pari passo alla perdita di comunità, in molti casi che abbiamo letto e conosciuto quella perdita è stata colmata con una nuova appartenenza, tanto che la comunità si è fatta portatrice e si è messa in gioco per difendere e far riconoscere quei diritti.

Nell’immagine: cancello lungo la rete metallica al confine tra Svizzera e Italia, Val della Crotta (Foto Paolo Crivelli, Museo etnografico della Valle di Muggio)


Sergio Rossi – Dal lunedì nero della SVB al mercoledì nero di Credit Suisse: e non finisce qui

Ma non è detto che la forte riduzione delle esportazioni di gas russo minerà a breve il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Che un papa sia capitalista e soprattutto americano

Ma non è detto che la forte riduzione delle esportazioni di gas russo minerà a breve il potenziale bellico del Cremlino in Ucraina 

Si sono celebrati, com’era giusto e opportuno, i dieci anni di pontificato di papa Bergoglio. Lodevole l’impegno della RSI, ammirevole essere riuscita ad ottenere dal Papa un’intervista, ottima anche perché molto “umana”, di  Paolo Rodari, che ha pure rilasciato, qui, a sua volta, ad Aldo Sofia, le impressioni su quell’avvenimento e su quei momenti eccezionali;  Sofia è pure  ricorso a Markus Krienke che, da bravo e preciso teologo com’è, è stato esemplare e profondo nel riandare sulle parole del papa.

Forse era pure giusto e meno opportuno soffermarsi in quei momenti sulle opposizioni che papa Bergoglio incontra, non solo nel suo ambiente “ecclesiale” oppure “clericale”. Se ne è avuto un barbaglio quando il corrispondente da Roma del Tg, Claudio Bustaffa, ha intervistato il direttore della rivista Radici Cristiane, Roberto De Mattei, piuttosto negativo e deluso su questo papato.

Ci sono  tuttavia un fatto, precedente, e un libro, ignorato, che forse val la pena di riesumare non tanto perché indicano  con che cosa e con chi papa Bergoglio si trova in opposizione (a parte “il diavolo che entra nelle tasche”, gli affari e il “commercio delle armi,” gli “interessi imperiali” dell’una e dell’altra parte, che sono già di per motivo di divisione, cristianamente di divisione), ma perché ne fanno una sorta di spartiacque tra due mondi contrastanti e proprio per questo, invitando ad chiara una scelta, diventa estremamente “pericoloso” (altri diranno “ambiguo”), da programmaticamente denigrare, evitare, eliminare. 

O sei con noi o sei un ipocrita

Il fatto di poco precedente si chiama Mike Pompeo, ex-direttore della Cia, segretario di Stato nell’amministrazione Trump, sempre probabile candidato alla Casa Bianca nelle prossime elezioni presidenziali (2024), apparso anche tra le mura del bellinzonese Castel Grande con tutti gli onori. 

Pompeo (24 gennaio 2023) dopo essersi congratulato con la prima ministro Giorgia Meloni perché “l’Italia merita ed ha bisogno di una forte leadership conservatrice”, ha sferrato un duro attacco contro papa Francesco. Riprendendo in sostanza quanto ha scritto nel suo libro autocelebrativo “Never Give an Inch: fighting fort The America i Love”, nel capitoletto intitolato “L’ipocrisia della Santa Sede”. La politica estera del Vaticano sarebbe sempre inclinata verso sinistra (forse nel senso che non è mai stata dichiaratamente proamericana), ma mai lo è stata tanto come quando ha firmato un accordo con la Repubblica popolare cinese (per la nomina dei vescovi), “un massiccio fallimento del suo dovere e della testimonianza morale”. Nonostante Pompeo avesse cercato di convincere il Vaticano a rinunciarvi. Il Papa, in un incontro (2019) fece l’orecchio sordo alle sue rimostranze ed ebbe invece l’ardire di sollecitare gli Stati Uniti ad allineare le loro politiche sul confine meridionale “alla chiamata cristiana di aiutare i più deboli”; per Pompeo “proprio non capiva l’argomento”.

Insomma, o sei con noi o sei contro di noi, Washington non permette altro.

L’operazione “berretta rossa”

Il libro dimenticato, eppure assai interessante e documentato, è di Nicolas Senèze, corrispondente del quotidiano “La Croix” a Roma, frutto di un’ampia inchiesta, intitolato “Comment l’Amérique veut changer le pape” (ed. Bayard, 276 pag.; ora appare tradotto anche in italiano da Mondadori con un titolo più categorico: Lo scisma americano).

L’hanno battezzata operazione “The Red Hat Report”; rosso certamente riferendosi alla berretta che i cardinali ricevono dal papa quando sono nominati. È in sostanza un’inchiesta lanciata da un gruppo di ricchi cattolici ultraconservatori americani, irritati e incattiviti per la piega che ha preso il pontificato di Francesco. Riuniti a Washington (settembre 2018) decidono di passare al vaglio tutti i cardinali nell’età “giusta” per partecipare a un conclave (sono 19 ad avere meno di 80 anni), quando sarà il momento di scegliere il successore del pontefice della “fine del mondo”, l’argentino Bergoglio.

Lo scopo è uno solo: preparare il terreno per favorire l’elezione di un papa a loro immagine e somiglianza. Che sia insomma, per dirla in maniera esplicita e senza perifrasi: un papa capitalista e filoamericano (non latino-americano, statunitense).

Un papa che non passi il suo tempo a denigrare il “dio denaro” e il liberismo o il capitalismo sfrenati; a denunciare la politica degli Stati occidentali per la questione degli emigranti, di coloro che cercano di sfuggire alla miseria, alle guerre, all’oppressione, alle conseguenze devastanti del clima (generate da chi?); che ponga un limite a quella sua pretesa misericordia cristiana che è lassitudine nei confronti della morale cattolica (omosessuali, donne che hanno abortito, coppie non sposate, divorziati rimaritati, carcerati disumanizzati ecc.). Dunque, che sia un conservatore ben riaggiustato che restauri l’ordine cattolico ora profanato (a loro avviso) da Francesco.

Inquisitori per il prossimo Conclave

Questo movimento, stando ai risultati dell’inchiesta, ha già allestito un sistema di alcune diecine di “inquisitori” qualificati (ex-poliziotti del FBI, avvocati, universitari, giornalisti prezzolati ecc.), con un budget che per il momento supera il milione di dollari. Il cui compito è di passare al setaccio il passato di ogni cardinale, individuandovi atteggiamenti discutibili da un punto di vista teologico-dogmatico oppure di corruzione o di copertura di abusi sessuali o ancora di prese di posizione o di relazioni (politiche) ritenute devianti e deprecabili (come pronunciarsi per la pace e contro le armi).

Gli elettori (del futuro papa) saranno così debitamente informati di quanto convenga o meno agli occhi, ai desideri e alla politica di quei potenti  americani che sono anche importanti “donatori” della Chiesa.

Questa iniziativa, impregnata di liberalismo economico, di “sano” capitalismo, di conservatorismo familiare e sociale, di America-first baluardo di libertà e di giusti principi evangelici, non è stata una scoperta del giornalista de “La Croix”. E’ stata rivelata (ci dice lo steso giornalista) da importanti siti cattolici, è stata diffusa in rete, per far presente che finalmente importanti e potenti gruppi del cattolicesimo americano hanno deciso di porre fine all’era di Francesco e alle sue devianze. Non essendo riusciti ad ottenere le sue dimissioni lo scorso anno (in particolar modo dopo l’incredibile lettera aperta pubblicata da Mons. Carlo Maria Viganò, ex-nunzio a Washington, appartenente a quel movimento, che invitava espressamente il papa a dare le dimissioni), si preparano ora, come nei tempi medievali o imperiali, a manipolare l’elezione del successore, screditando o ricattando i cardinali suscettibili di ripetere… l’errore francescano.

Cavalieri e pensatoi

Questi agenti anti-papa Francesco hanno anche dei nomi e dei volti. Nicolas Senèze cita i Cavalieri di Colombo (enorme organizzazione caritativa che dispone di 100 miliardi di dollari), la rete televisiva Eternal World Television Network (EVTN) con tutto il suo gruppo di media, il cui promotore, l’avvocato Timothy Busch è ritenuto uno degli uomini chiave del movimento. Ha infatti fondato il Napa Institute, la galassia formata da esponenti integralisti, movimenti pro-vita, negazionisti del cambiamento (l’enciclica “Laudato sì” del 2015 è ritenuta blasfema), anti scienziati e anti-vax (come affiorano ancora singolarmente in certe pagine redazionali-pubblicitarie, complottiste, su nostri giornali), sostenuto e finanziato dalla lobby delle armi. I quali sostengono sia “una teologia conservatrice” sia “una visione libertaria dell’economia” e organizzano incontri, anche nei salotti più chic e volevano cerare un centro di irradiazione anche presso Roma. Altri attori: il gruppo di imprenditori e finanzieri Legatus (che ha tra l’altro sospeso con papa Francesco il suo contributo annuo al Vaticano dopo la lettera di Mons. Viganò) o ancora George Weigel e il suo “pensatoio” Ethics and Public Policy Center.

Come curiosa annotazione “nostrana” rileviamo che tra i nomi degli agitatori anti-Francesco  appare anche quello Steve Bannon, manager e politologo statunitense, già stratega di Trump, sostenitore di movimenti di destra e di estrema destra, ispiratore del Dignitatis Humanae Institute (che voleva stabilire un proprio centro di irradiazione alla Certosa Trisulti, a settanta chilometri da Roma), approdato anche in Ticino in illustri  salotti finanziari.

Nell’immagine: i pittoreschi Cavalieri di Colombo