

C’è un fantasma che in questi giorni sembra agitare molti dirigenti del Partito Democratico, dopo il grande successo di Elly Schlein e la svolta imposta al partito dalla sua elezione. Cosa faranno ora i cattolici, che, dichiara il neopresidente Bonaccini, “nel PD sono tantissimi”? Se ne andranno o resteranno?
Il ripetersi degli appelli dei dirigenti del partito, e dei suoi padri nobili, affinché i cattolici possano continuare “a sentirsi a casa loro nel PD” (Bonaccini, la Repubblica del 14.03) fa capire che la questione non è marginale; e che, per il momento, l’identità profonda del partito resta quella immaginata nel 2007, quando Veltroni al Lingotto celebrò l’unione tra le correnti riformiste degli ex comunisti italiani e dei democristiani.
Ma c’è di più. Ascoltando i primi interventi pubblici della Schlein dopo l’elezione, il men che si possa dire è che lei stessa è molto attenta a quest’aspetto. Nei 27 minuti di intervista con Fabio Fazio di domenica 6 marzo, Elly Schlein – la cui radicalità non può che suonare evangelica su diversi temi urgenti – ha fatto 4 importanti citazioni: una tratta da Lettere a una professoressa di don Lorenzo Milani, due di papa Francesco (le parole sull’Ucraina e l’enciclica Laudato sì) e una di Romano Prodi; nessun altro è stato citato. Mentre nel lunghissimo intervento all’Assemblea del partito che ha ratificato la sua elezione alla segreteria, parlando della “storia dalla quale veniamo” l’unico riferimento ideale citato è quello di don Giuseppe Dossetti; e alla sua tomba la Schlein si è addirittura recata, prima delle elezioni, insieme alla presidente del partito durante la visita a Marzabotto, luogo di una delle peggiori stragi nazifasciste. Nello stesso intervento ha poi citato ancora l’enciclica Laudato sì facendo persino gli auguri a papa Francesco per il decennale del suo pontificato.
Difficile pensare che tutto ciò sia un caso. Questa attenzione sembra piuttosto rispondere una precisa logica: rassicurare la componente cattolica del partito che questa cultura non sarà dimenticata nel nuovo PD. Anzi, nell’intervista con Fazio Elly Schlein è stata molto concreta, dicendo che le diverse culture che hanno fondato il PD sono tutte molto attive e vivaci sui temi fondamentali dell’ultimo congresso del partito. “Tra la cultura di sinistra e quella cattolico democratica io vedo un nuovo fertile terreno di incontro per fare insieme le battaglie contro la povertà, contro le diseguaglianze e per i diritti delle persone più fragili”. E così ha ribadito anche nel discorso d’insediamento.
Insomma, Elly Schlein – forse anche opportunamente consigliata dopo le prime fughe e di fronte ai richiami espliciti di chi, da altre sponde, invita cattolici e riformisti a lasciare il partito – sembra voler dire che, pur con una chiarezza nuova sulla linea politica del partito, il PD che ha in mente resta un partito plurale; e che si rispecchia nella propria storia. Una storia, appunto, fatta dall’ intesa sancita nel 2007 tra gli ex comunisti passati attraverso varie riforme e l’ala popolare della ex Democrazia Cristiana confluita qualche anno prima nella Margherita. Oltre agli ex socialisti e liberali riformisti.
Certo: nel partito che prefigura la Schlein c’è una discontinuità evidente col passato recente del PD. L’aria nuova che si respira è lì da vedere, bastano già solo il suo volto di giovane donna, la sua biografia atipica e la ferma volontà di esprimere una linea politica finalmente chiara. Eppure, la nuova segretaria appare molto sincera quando chiede ai cattolici del PD di condividere questo rinnovamento del partito, che deve servire a schierarsi con efficacia dalla parte dei più deboli e a rafforzare le strutture pubbliche a servizio della gente.
Naturalmente non sarà un nuovo atteggiamento verso i migranti, il rafforzamento della sanità e della scuola pubbliche o un nuovo slancio ambientale a creare un problema ai cattolici del PD. Il terreno più scivoloso dove il pluralismo invocato dalla Schlein verrà messo alla prova sarà il campo dei diritti individuali e dei temi della vita. Oltre al rispetto dei corpi sociali intermedi (la sussidiarietà) e la considerazione dei ceti produttivi.
Ma anche in quest’ambito ci sono alcune discontinuità rispetto al passato che chiamano a qualche considerazione meno scontata di un tempo. Nella società italiana di oggi, così come in tutta Europa, il fattore religioso è manifestamente in calo. E se in certe regioni italiane si arriva al 70, 80 o 90 % di medici obbiettori di coscienza che rifiutano di praticare l’aborto esso è riconducibile, almeno in parte, ad un’idea laica e umanista, che riconosce il valore della vita dell’embrione e della vita nascente. Così come il dibattito sulla maternità surrogata (il tema del cosiddetto utero in affitto) ha fatto emergere anche all’interno delle donne della sinistra PD posizioni critiche che nulla hanno a che fare col pensiero religioso e che piuttosto riflettono la preoccupazione che il corpo della donna non venga sfruttato e mercificato.
Se Elly Schlein ha ragione a rivendicare che il diritto all’aborto venga garantito in tutte le Regioni e Province nonostante i molti medici obbiettori, altrettanto rispetto andrà dato al lavoro prezioso quanto oscuro delle tante associazioni che cercano di provvedere agli aiuti economici e pratici che talora fanno decidere una donna a favore della continuazione della gravidanza. Il titolo esteso della legge 194 (spesso dimenticato) è “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.
La chiave di volta di un possibile cammino comune nel nuovo PD per i riformisti delle anime di cui si compone il partito, sarà dunque il rispetto del pluralismo. E molto dipenderà dagli accenti e dai modi con cui verrà condotto il dibattito interno. I cattolici del PD chiedono di essere parte non mortificata nel dibattito interno del nuovo PD. “Sui temi sensibili deve valere il pluralismo” (Pierluigi Castagnetti, sull’Avvenire del 10 marzo). “L’innovazione non consiste nello spingere fuori dal partito chi la pensa diversamente da te. I diritti individuali devono avere il loro spazio, ma non bisogna trascurare i diritti comunitari e la grande rete sociale della famiglia”. (Graziano Delrio su La Repubblica del 6 marzo)
Elly Schlein ha parlato molto in questi giorni del salario minimo e di un decreto contro la cementificazione. Due provvedimenti sacrosanti, che non troverebbero nessuna opposizione all’interno del partito. Sarebbe un bell’inizio per il nuovo cammino comune. Il resto è tutto da costruire assieme. Se ce ne sarà la volontà.
Paradiso, 22 gennaio 1999. Una rumorosa operazione di polizia scuote il sonnolento inverno luganese. Un fatto all’apparenza ordinario, ma dalle conseguenze geopolitiche allora inimmaginabili. Già, perché quanto avviene alle porte di Lugano dà il via a una faida che, in Russia, dodici mesi più tardi, porterà al potere l’oscuro ex capo dei servizi di sicurezza federali: Vladimir Vladimirovic Putin. Questo, insomma, è più di un normale caso di cronaca giudiziaria. È la scintilla per un incendio che ancora oggi – quasi un quarto di secolo più tardi – continua a bruciare.
Ad accendere la miccia vi è Carla Del Ponte, allora Procuratrice generale della Confederazione. È lei che coordina la perquisizione degli uffici della Mabetex Sa di Paradiso. Creata nel 1990 dall’imprenditore Behgjet Pacolli, questa società di costruzione è allora tra le prime cento più importanti aziende svizzere. Pacolli, nato in Kosovo nel 1951, si è fatto un nome in Ticino e non solo (a Lugano sponsorizza attività artistiche e sportive e frequenta gli ambienti della politica e della finanza cittadina). La discesa nei suoi uffici dei poliziotti federali non passa certo inosservata. La notizia fa il giro della Svizzera, e non solo.
Qualche mese prima della perquisizione, Del Ponte si era ‘alleata’ con Yuri Skuratov, il suo omologo russo. I due hanno firmato un memorandum di collaborazione per la lotta al crimine organizzato e alla corruzione. In Russia, in quegli anni, regna il caos economico. La privatizzazione selvaggia di interi settori dell’economia ha offerto infinite possibilità di arricchimento. A dominare è una logica clientelare e corruttiva: il pubblico e il privato si sovrappongono e, favoriti dal ruolo ambiguo dello Stato e da buone connessioni politiche, alcuni scaltri uomini d’affari diventano di colpo ricchissimi spartendosi giacimenti, miniere e fabbriche. Molto di quel denaro fuoriesce dal Paese e finisce nei sicuri forzieri delle banche svizzere. Ai tempi la Mabetex è molto attiva in Russia, presente inizialmente in Siberia. Qui Pacolli ha stretto rapporti d’affari con il sindaco di Jakutsk, Pavel Borodin. Quest’ultimo verrà poi chiamato a Mosca dal presidente Boris Eltsin per dirigere lo strategico dipartimento degli Affari presidenziali. Nella capitale russa, la Mabetex ottiene una decina di appalti pubblici milionari. Tutti sono firmati da Borodin. Tra i contratti, uno spicca per importanza: quello del Cremlino, il cuore pulsante del potere russo. Eltsin vuole ridare all’edificio lo splendore dell’epoca zarista. Non bada quindi a spese e affida alla ditta ticinese la pomposa ristrutturazione del palazzo presidenziale.
Questi appalti insospettiscono il procuratore Skuratov che, deciso a saperne di più, chiede assistenza alla Svizzera. Il caso è di quelli che scottano: il sospetto – mai confermatosi poi in sede giudiziaria – è che gli alti funzionari dell’amministrazione presidenziale russa siano stati corrotti. A portare le indagini su questa strada vi è un ex agente del Kgb che in quegli anni turbolenti funge da anello di collegamento tra l’opaco mondo degli affari russo e la piazza finanziaria luganese. Anche perché Felipe Turover – questo è il suo nome – nel 1994 è diventato consigliere di una delle banche all’epoca più importanti del Ticino: la Banca del Gottardo.
Dopo il crollo dell’Urss, l’istituto ticinese aveva avviato un’attività di recupero crediti in Russia puntando sui Paesi dell’Est per rimpolpare la propria clientela. Il mandato di Turover è proprio quello di riscuotere i debiti che le aziende occidentali avevano contratto durante l’epoca sovietica. A Lugano, tutti sono contenti. Non solo perché Turover porta denaro nelle casse della banca, ma anche perché pare far crescere la fama dell’istituto il cui nome comincia a girare tra gli oligarchi. Chiedendo assistenza alla Svizzera, Skuratov menziona esplicitamente la Gottardo come principale deposito dei conti degli alti funzionari moscoviti. Su tutti quello di Borodin.
La notizia della perquisizione in Ticino giunge a Mosca come una freccia avvelenata. Anche perché dietro alle presunte tangenti versate da Lugano potrebbe esserci anche molto altro. Eltsin e le sue figlie lo sanno bene: rovistando in quelle carte, setacciando quei conti in Ticino, potrebbero uscire segreti ben più imbarazzanti. In quel momento il presidente è già indebolito dalla crisi economica. Inoltre ha gravi problemi di salute e un viziaccio per la vodka. In Russia come all’estero una cosa è certa: la sua fine politica è vicina. Restano solo da capire tempi e modi.
Il principale papabile alla successione è il Primo Ministro, Yevgeny Primakov, alleato con il sindaco di Mosca Yuri Luzhkov. L’inchiesta penale lanciata da Skuratov è quello che gli serve per screditare il presidente. Nei giorni successivi alla perquisizione di Paradiso la sua popolarità sale. Primakov non nasconde di ambire alla presidenza e lancia la sfida a Eltsin mettendolo pubblicamente in discussione. Eltsin, però, non ci sta. È ossessionato dalla sua successione e vuole essere lui a deciderla. Oppone quindi resistenza e inizia la partita per la propria sopravvivenza.
Come spiegato nel libro ‘Gli uomini di Putin’, scritto dalla giornalista Catherine Belton, il presidente si allea a una cerchia di potere che fa capo a uomini dell’ex Kgb provenienti da San Pietroburgo. Questi cosiddetti siloviki sono inizialmente favorevoli all’avvento di Primakov, pure lui ex uomo dei servizi. Ma l’indagine sui fondi neri del Cremlino minaccia di svelare anche l’oscura nebulosa finanziaria utilizzata da alcuni di loro per arricchirsi personalmente. Alcune operazioni ambigue, legate all’esportazione di materie prime, avevano consentito il trasferimento fuori dalla Russia di centinaia di milioni di dollari. Un’operazione alla quale aveva partecipato l’informatore Felipe Turover e in cui la Banca del Gottardo aveva pure avuto un ruolo chiave. Come spiega lo stesso Turover alla Belton, la banca ticinese era stata scelta perché “avevamo bisogno di una piccola banca con una reputazione sporca”(‘Gli uomini di Putin. Come il Kgb si è ripreso la Russia e sta conquistando l’occidente’, La nave di Teseo). Il riferimento è agli anni bui in cui la Gottardo era il braccio estero del Banco Ambrosiano, l’istituto legato al Vaticano crollato fra gli scandali negli anni Ottanta.
Ovvio quindi che l’indagine sull’asse Mosca-Lugano dia fastidio ai siloviki, che si pongono così in contrasto a chi sprona il cambiamento. Questo gruppo di potere non ha interesse a mettere alla gogna Eltsin. La speranza è che uno di loro venga scelto come successore. Parte così la risposta al fuoco lanciato da Skuratov. In Russia compare un video che mostra il procuratore in compagnia di due prostitute. Una trappola, costruita ad arte dagli apparati dell’intelligence. Skuratov è spinto a dimettersi. Ma per farlo occorre l’approvazione del Consiglio della Federazione, dove l’alleanza tra Primakov e Luzhkov respinge le dimissioni. Poche ore dopo, però, la televisione russa diffonde il filmato. Il procuratore nega di essere la persona nelle immagini e parla di montatura. Un uomo lo contraddice categoricamente: è Vladimir Putin, il capo dell’Fsb – il nuovo Kgb – che, davanti alle telecamere, garantisce l’autenticità del filmato. Partito da San Pietroburgo, Putin ha scalato le gerarchie nella capitale fino a diventare, nel 1998, vice di Pavel Borodin e poco dopo direttore dei nuovi servizi segreti. Putin è ancora largamente sconosciuto in Russia. Ma quando compare in tv a smentire Skuratov comincia di fatto a farsi notare.
Primakov viene liquidato, Skuratov è ormai bruciato: il Kremlingate sembra destinato a sgonfiarsi. A rialimentare il fuoco vi è però il procuratore ginevrino Bernard Bertossa che, nell’estate 1999, ha aperto di propria iniziativa un’inchiesta per riciclaggio. Il magistrato vuole fare luce sui conti bancari svizzeri di alcuni alti funzionari russi, tra cui Pavel Borodin. A Mosca è di nuovo panico. Quelli sono i giorni in cui si decide tutto, le sorti della Russia e del mondo che verrà. Il nuovo primo ministro Sergej Stepashin non è considerato abbastanza forte per proteggere la famiglia Eltsin. Occorre sostituirlo. Tra i consiglieri del presidente comincia a farsi largo il nome di Putin. Con la storia del video hard è stato molto efficiente e sembra potere proteggere gli interessi della famiglia Eltsin e far fronte al rischio rappresentato dall’inchiesta svizzera. Il 9 agosto 1999 Putin è designato come primo ministro.
All’epoca è ancora un burocrate poco noto. Ma cosa meglio di una guerra per aumentarne la popolarità? La sua nomina coincide infatti con l’improvvisa recrudescenza del conflitto in Cecenia. Con la guerra la sua popolarità aumenta in maniera decisiva. Lo scandalo sugli appalti al Cremlino, però, non vuole morire. Il Corriere della Sera titola ‘Le carte di credito accusano Eltsin’. Il giornale italiano, citando le carte dell’inchiesta elvetica, dimostra che Del Ponte, in Ticino, ha requisito diversi estratti conto di carte di credito. Sono a nome di Eltsin, delle sue due figlie e di altri alti funzionari russi. Il successore di Skuratov prova ad avviare delle indagini contro il presidente. Tuttavia, questo slancio giudiziario si attenua rapidamente.
Mosca, 31 dicembre 1999. Un malconcio alberello di Natale fa da sfondo al discorso di fine anno di Eltsin. La novità è di quelle che travolgono. “Il tuo ufficio, Vladimir Vladimirovic”: con queste parole il presidente si dimette in diretta tv e consegna le redini del potere al fedele Putin. Si conclude così l’ultimo anno del millennio, l’anno del Kremlingate. Inizia l’era di un nuovo zar, venuto quasi dal nulla, ma che 23 anni dopo regna ancora incontrastato a Mosca e disegna i destini del mondo. La storia prende la piega che prende con il padrone del Cremlino che – contrariamente a quanto si pensava – attaccherà gli oligarchi fedeli a Eltsin e si distanzierà dall’Occidente, fino ad arrivare al 2022 e alla guerra in Ucraina. Manterrà una promessa: il Kremlingate è stralciato. La Procura federale svizzera non farà che prenderne atto e sospendere l’assistenza giudiziaria, tanto più che Carla Del Ponte ha lasciato Berna nel settembre 1999 per trasferirsi a dirigere la Corte penale internazionale.
Resta il filone ginevrino, che si conclude nel 2002. Borodin viene condannato a una multa per riciclaggio in merito a un contratto firmato con la ticinese Mercata, società guidata da suo genero e che, anch’essa da Lugano, aveva ottenuto alcuni appalti pubblici russi. Pacolli – che ha sempre negato di avere pagato tangenti in Russia – uscirà pulito dal fronte giudiziario e si darà poi alla politica nel suo paese d’origine, il Kosovo. La Mabetex dalla Russia si sposterà in Kazakistan. Qui realizzerà decine di opere pubbliche grazie ai forti legami con Nursultan Nazarbaiev, il presidente-dittatore che per 29 anni ha guidato con il pugno di ferro uno degli Stati più corrotti del pianeta. Ma questa è un’altra storia.
Articolo scritto per “laRegione”
Nell’immagine: Carla Del Ponte e Yuri Skuratov
Da almeno un paio di decenni la scuola pubblica sta subendo una strisciante trasformazione di senso, senza che qualcuno si alzi e dica cip. Da Istituzione dello Stato che intende promuovere lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà sta diventando sempre più un servizio genuflesso in favore dell’economia e del mondo del lavoro. Scriveva un gruppo di parlamentari in una mozione intitolata Anticipiamo l’insegnamento del tedesco (2017): Anticipare lo studio del tedesco permette ai ragazzi di crescere con una “mente bilingue”. Ciò presenta numerosi vantaggi e in primis sul mercato del lavoro.
In primis, come dicono loro, conviene precisare che la regola della “mente bilingue” è il bilinguismo precoce, vale a dire l’esposizione a due (o più) lingue in tenerissima età, di regola entro i tre anni, e non certo in un ambiente così formale e giudicante come la scuola.
Invece i rimandi al mondo del lavoro hanno radici più lontane. Tanto per citarne uno che mi ero segnato, nel 2002 il presidente (PLR) della commissione scolastica del Gran Consiglio aveva dichiarato a un domenicale che, secondo lui, a decidere quali lingue si devono studiare a scuola non dovrebbe essere lo Stato né il Dipartimento, bensì la società, il mercato. In quel medesimo ordine di idee si espresse pure il leghista Lorenzo Quadri durante la campagna per le elezioni cantonali del 2011: La scuola non potrà esimersi da un riorientamento nell’ottica di quelle che sono le richieste del mercato del lavoro. È evidente che le professioni “d’ufficio” sono sature. Mancano risorse nell’artigianato, nell’edilizia, nel sociosanitario. Altra misura necessaria: si metta il numero chiuso alle formazioni “letterarie” ed “artistiche” prive di sbocchi professionali.
È successo nuovamente il 13 marzo scorso, quando il Parlamento ha approvato, con 46 voti favorevoli (PLR, Lega e UDC) e 41 contrari, l’anticipo dell’insegnamento del tedesco in prima media entro l’anno scolastico 2025/2026.
Era già capitato nei primi anni di questo secolo, quando il francese, fin lì lingua seconda – a decretare la selezione tra livelli A e B assieme alla matematica – fu svalutato e retrocesso per far posto all’inglese, mentre il tedesco fu promosso a partner della matematica, come nota da livelli A e B. Il francese, da par suo, fu potenziato nella scuola elementare e cessò di essere materia obbligatoria a partire dalla III media.
Va da sé che tra le varie dichiarazioni a sostegno di una scelta di questo genere non può mancare il tema della coesione nazionale, che imporrebbe prioritariamente di conoscere la Svizzera al di là del conoscerne le lingue. Ma ciò obbligherebbe a ripristinare il giusto spazio allo studio della storia e della geografia, la conoscenza essenziale delle letterature e delle culture di riferimento. Così la scuola potrebbe pure impegnarsi, lungo i quattro anni della scuola media, a predisporre delle impagabili occasioni di incontro, di studio e di scambio con studenti di regioni e cantoni ai quattro angoli del Paese.
Quindi, più che anticipare l’insegnamento delle lingue nazionali e aumentarne le ore – le lingue seconde, quando sono caricate a test e note scolastiche, sono assai spesso armi letali – converrebbe aumentare sostanzialmente (quantità e qualità) i soggiorni linguistici sin dall’età più tenera. Senza poi scordare che prima del tedesco i confederati imparano e parlano lo Schwyzerdütsch. E continuano ad usarlo anche dopo.
Infine sarà interessante vedere come questo anticipo dell’insegnamento del tedesco, che in realtà è anche un concreto aumento di ore, sarà organizzato dentro una griglia oraria settimanale già molto affollata e stancante. Qualche disciplina ci lascerà le penne, e sappiamo bene come le “lobby di materia” difendano coi denti la loro dotazione oraria.
Naturalmente la questione delle lingue della scuola non è terminata nella tarda serata di lunedì. La “trattanda” comprendeva pure un modifica della Legge della scuola a favore delle scuole private (ma non solo). In buona sostanza si proponeva di permettere lo svolgimento delle lezioni in un’altra lingua nazionale svizzera o in inglese, al posto dell’obbligo previsto attualmente e che recita: «Agli allievi in età d’obbligo scolastico l’insegnamento dev’essere impartito in lingua italiana». L’iniziativa parlamentare è stata ritirata «alla luce delle resistenze delle ultime settimane», ha motivato il primo firmatario della proposta.
Tra le “resistenze dell’ultima settimana” se ne sono manifestate due piuttosto pesanti il giorno stesso: una da parte di Diego Erba, coordinatore del Forum per l’italiano in Svizzera (Il veleno sta nella coda, su La Regione); l’altra firmata da Manuele Bertoli, direttore del DECS (La svendita della propria identità, sul Corriere del Ticino). «Da presidente del Forum per l’italiano – ha sottolineato il Consigliere di Stato – in Svizzera ho difeso, con altri, l’italianità in tutto il Paese, ma non credevo di dover arrivare al punto di doverla difendere anche in Ticino. Oltretutto in nome di una commercializzazione della scuola, perché non si vedono all’orizzonte soggetti senza scopo di lucro interessati particolarmente ad offrire questi curricoli».
Pamini ha assicurato: «Nella prossima legislatura faremo una nuova proposta, riservandoci la via dell’iniziativa popolare, perché siamo stufi di questo approccio statalista e monoculturale». O tempora, o mores.
Nell’immagine: Tadeusz Kantor, Bambini sui banchi di scuola (La classe morta), 1989
Forse questo non è il periodo migliore per discutere le tesi che il direttore Daniel Ritzer ha illustrato nel suo editoriale del 10 marzo («Il Ticino feudale e la transizione che non fu»). Tesi che intendono proporre un’interpretazione del modello di sviluppo del nostro cantone, a partire da un confronto tra due economisti molto noti negli anni Settanta, l’inglese Maurice Dobb e l’americano Paul M. Sweezy. In quell’occasione l’oggetto del contendere era la transizione dal feudalesimo al capitalismo, argomento che allora si riteneva centrale non solo dal punto di vista storiografico ma anche politico, in prospettiva di un’altra transizione: quella dal capitalismo al socialismo. Entrambi potevano vantare una conoscenza approfondita degli ingranaggi economicofinanziari, esposti in volumi come Problemi di storia del capitalismo (Dobb) e Il capitale monopolistico (Sweezy in collaborazione con Paul M. Baran).
Oggi l’eco di queste discussioni risveglia l’interesse soltanto degli storici, in particolare degli storici dell’economia. La “transizione al socialismo” non è più in agenda da tempo, nemmeno nelle frange più radicali. Ma Ritzer l’ha richiamata per evidenziare un altro aspetto, ossia il carattere neofeudale che il Ticino continua a mantenere nonostante abbia compiuto, negli ultimi decenni, il balzo nella società post-industriale, o società del terziario avanzato. In fondo, sostiene Ritzer, lo schema di fondo non è cambiato, il potere rimane saldo nelle mani di poche famiglie, i centri di comando finanziari e bancari pure, anche se l’ascesa della Lega prometteva sfracelli e dunque anche il tramonto, appunto, delle “grandi famiglie”. L’assalto alla Bastiglia presidiata dalla vecchia nobiltà non è riuscito.
La denuncia ha un suo fondamento. Certo, andrebbe precisata, perché le articolazioni e le ramificazioni sono numerose e non tutte immediatamente visibili (i dati fiscali ad esempio non sono pubblici). Sicuramente è calata la fedeltà ai partiti di maggioranza. La loro presa sulle famiglie nella distribuzione di impieghi e mandati si è allentata. In compenso sono cresciute le reti di contatto nell’economia reale, quel fenomeno che i sociologi chiamano “capitalismo di relazione”. È in questo “milieu” che ricompare – come giustamente osserva Ritzer – il feudalesimo, ovvero un sistema fondato sui rapporti personali, sulle conoscenze, sulle parentele, sulle amicizie maturate in circoli esclusivi.
Per definire il fenomeno, il giornalista economico Paolo Gila ha coniato il termine “capitalesimo”, “un sistema capillare e inesorabile di controllo assoluto su un territorio frammentato, una sorta di Sacro Romano Impero della finanza, coi suoi feudatari sempre più potenti, i suoi marchesi, i suoi baroni, i vassalli, i valvassori e la sua plebe sterminata, sempre più povera”. In Italia fece scalpore un libro di Stella e Rizzo intitolato La casta. Vendette migliaia di copie ma, come si temeva, l’indignazione non smosse nulla, la casta rimase al suo posto. Da noi nessuno osa inoltrarsi in questa selva, anche perché i dati di cui una seria indagine sociologica dovrebbe disporre non sono accessibili.
Si può però aguzzare la vista, scavare sotto la crosta delle apparenze, incrociare i dati raccolti dall’Ufficio di statistica con le osservazioni dirette. Praticare, insomma, quel tipo di sociologia che Aldo Bonomi riconduce all’atto del “pensare con i piedi”. Un approccio pedestre, passo dopo passo, per scoprire chi sono gli attori che, senza dare troppo nell’occhio, stanno ridefinendo i lineamenti fisici (la sottostruttura territoriale) e quelli mentali (la sovrastruttura ideologica) di questo cantone. L’ipotesi di Ritzer apre piste di ricerca in un campo, quello in cui l’economia e la sociologia s’intrecciano condizionandosi a vicenda, senz’altro suggestivo. La permanenza di una “società neofeudale” dietro le vetrine scintillanti del boom immobiliare e delle criptovalute non trasmette segnali incoraggianti alle nuove generazioni (che infatti preferiscono fare le valigie).
Articolo scritto per “laRegione”
Nell’immagine: un combattimento del gruppo Suedalp, “il primo su suolo ticinese e svizzero a praticare il combattimento medioevale agonistico in armatura completa”
Dick è morto nel sonno a 76 anni, dopo che il tumore ai vasi linfatici vinto nel 2008, si era ripresentato, spegnendolo in poco tempo. La sua storia è vicina ai casi che la scienza medica dichiara ‘inspiegabili’ in termini scientifici, e la Chiesa definisce
‘miracolosi’. Da adolescente Dick ha dovuto superare una terribile tragedia: il fratello, uscito con lui in bicicletta, viene investito da un camion e muore. Poco dopo i genitori, che si rimproverano a vicenda per l’accaduto, divorziano. A scuola Dick si distingue per i voti alti nelle materie matematiche e scientifiche e per essere lo zimbello di tutti nello sport; non ce la fa ad entrare nella squadra di basket, di cricket e di football; prova il salto in alto con risultati miseri, supera a malapena il metro e 75, anche perché non è in chiaro sulla tecnica da usare: sforbiciata, ventrale, scavalcamento sul fianco, parallelo all’asticella?
Dalle nostre parti la faccenda non meriterebbe una riga in più, caso chiuso, sei fra i primi della classe, basta e avanza. Ma nel mondo accademico anglosassone se nello sport sei una ‘schiappa’ non vivi bene, ti punzecchiano, chissà come fai con le ragazze, ‘schiappa’ pure con loro…
Perso per perso un pensiero comincia a frullargli in capo: fa quello che un capo aborigeno farà anni dopo durante una visita della Regina Elisabetta: alza la gonna etnica e gli mostra il sedere. Né più né meno. Se l’asticella va affrontata e sfidata ad occhi aperti con lo stile ventrale nobilitato dal suo connazionale John Thomas e dal sovietico Valerij Brumel’ che portano il primato da 2m17 a 2m28 dal 1960 al 1963, perché non beffarla, non degnarla nemmeno d’uno sguardo, come se nemmeno esistesse?
Ci voleva un bel coraggio, più di mezzo secolo fa. I primi tentativi sono filmati e e mostrati come nell’Ottocento si mostrava la ‘Donna Cannone’, o la ‘Donna Barbuta’. Questo è fuori di testa.
A un certo punto i tecnici meditano di proibire la nuova tecnica, non senza qualche ragione, visto che allora si atterrava spesso sulla sabbia, da un’altezza di oltre due metri; non tutti disponevano dei materassini di gomma; cadendo all’indietro si rischiava di rompersi l’osso del collo.
Ma dopo le difficoltà iniziali, Dick perfeziona la sua tecnica al punto che i suoi atterraggi avvengono regolarmente sulla schiena, senza correre rischi. Alla ‘High School’ supera per la prima volta 1m80 con il suo nuovo stile. All’università, dove studia ingegneria, il coach Berny Wagner lo incoraggia. Chiude la stagione da junior con un salto di 1,96 a 19 anni.
La Olimpiadi messicane del 1968 incombono. Le selezioni si svolgono oltre i 2000 metri di Echo Summit in California per abituare gli atleti all’altitudine di Città del Messico. Vince il maestro del ventrale Caruthers con 2,21m, seguito dal 17enne Reynaldo Brown e da Dick Fosbury che strappa l’ultimo biglietto olimpico con la stessa misura al terzo tentativo. A Città del Messico il 21enne Fosbury meraviglia il mondo intero vincendo l’oro con 2m24, primato olimpico, davanti a Caruthers che si ferma a 2m22. «Aberrante», commenta Brumel’, che cambierà idea dopo che alle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972, 28 atleti su 40 usano il ‘Fosbury Flop’.
Il ‘maestro’ non è presente. Non ha superato le selezioni americane. Ritorna all’università e si laurea, si impegna con il partito Democratico, lotta per i diritti civili delle minoranze. La grande politica ci priva di un duello che sarebbe stato memorabile. L’8 novembre 1970 il cinese Ni Chi-chin, Ni Zhiqin secondo la nuova grafia, supera di un centimetro il primato di Brumel’ davanti a 80’000 spettatori: ma il suo 2,29 non è omologato. La Cina ha abbandonato tutte le istanze sportive internazionali dopo aver chiesto, invano, l’espulsione di Taiwan, nel 1958. Ni era stato bloccato per 3 anni dalla Rivoluzione culturale di Mao che aveva proibito tutte le competizioni individuali: i campioni dovevano introdurre il concetto di sport, di educazione fisica, fra le masse. Con il nuovo corso di Deng Xiaoping («non importa se il gatto è rosso o nero: deve prendere il topo»), Ni opera una straordinaria trasformazione: insegna il ‘Fosbury Flop’ a Zhu Janhua che batterà tre volte il mondiale con 2m37, 38 e 39. Il ragazzo che volava a rovescio si era preso un’ultima rivincita: dopo aver superato i pregiudizi tecnici, la sua rivoluzione aveva vinto anche quelli dogmatici, oltre ogni frontiera.
Il miglior commento al ‘Fosbury Flop’, resta quello di un ticinese di Bombinasco, Luigi Morandi: »come bere un bicchiere d’acqua rovesciandolo, dal fondo».
Nell’immagine: facile, si fa così
Il primo anniversario della criminale aggressione putiniana all’Ucraina ci ha regalato un’orgia di retorica, ma ben poche riflessioni oggettive e soprattutto quasi nessuna proposta o idea nuova su come si possa uscire dal drammatico stallo in cui si trova attualmente la situazione. Il tutto ricorda molto la 1° Guerra Mondiale, iniziata quasi casualmente, per poi durare 4 anni causando 20 milioni di morti, concludendosi solo per lo sfinimento dei contendenti incapaci di trovare un’uscita diplomatica prima del crollo finale.
L’unico nuovo piano di pace attualmente proposto è stato quello cinese: un po’ vago, ciò che però diplomaticamente può anche essere giustificato. Zelensky, forse non ancora ben istruito da Washington, aveva dapprima detto che conteneva spunti interessanti. Ma poi è arrivato Biden, che senza tanti fronzoli ha sgarbatamente rinviato il piano al mittente. Mi pare che non sia la prima volta che ciò capita. Sembrerebbe difatti confermato il fatto (ne parla anche Chomsky nel suo ultimo libro, appena uscito) che nel marzo 2022, quando dopo un mese di ostilità i ministri degli esteri ucraino e russo [nell’immagine] si incontrarono in Turchia, a mandare all’aria un accordo d’armistizio che sembrava quasi fatto fu un intervento perentorio di Biden e di Boris Johnson.
In Occidente qualcosa forse però si muove. Ne ha parlato anche Romano Prodi, esprimendo il suo timore per una spaccatura tra la parte orientale dell’UE, sempre più allineata su Washington e i falchi della NATO e la “vecchia Europa” (vi ricordate la polemica di Bush ai tempi dell’invasione dell’Iraq?), dove i governi ormai devono tener conto di un’opinione pubblica sempre meno incline a sostenere un prolungamento della guerra. A dimostrarlo ci sono le molte manifestazioni dello scorso 25 febbraio, dove a gran voce si è chiesto un armistizio immediato: impressionante quella di Berlino, organizzata da Sahra Wagenknecht e dalla femminista Alice Schwarzer, il cui Manifesto in pochi giorni è stato firmato da quasi un milione di tedeschi. Certo, non sarà facile portare al tavolo delle trattative il neo-Zar moscovita, che sembra non essersi ancora del tutto ripreso dall’incredibile autogol iniziale, quando secondo i piani del Cremlino “l’Operazione Speciale” avrebbe dovuto concludersi in un paio di settimane, perché buona parte della popolazione ucraina avrebbe accolto con applausi l’arrivo dei liberatori russi.
Nonostante la posizione per una volta più moderata del Pentagono, l’ostacolo principale all’inizio di trattative di pace sembrerebbe proprio essere l’euforia bellicista della Casa Bianca. L’intransigenza di Washington si spiega con i guadagni stratosferici che sta facendo il complesso industrial-militare americano e soprattutto con la nuova guerra fredda che Biden e Blinken hanno scatenato contro la Cina, colpevole con la sua crescita economica di mettere in pericolo il dominio del dollaro a livello della struttura economica mondiale. Fabrizio Tonello, uno dei migliori conoscitori della realtà statunitense, ha così sentenziato (Manifesto 21 febbraio) “le classi dirigenti degli Stati Uniti sono ossessionate dal mantenere il ruolo egemone del loro paese sul pianeta”.
Questa paranoia ha naturalmente evidenti radici economiche: stiamo parlando del buon vecchio imperialismo. Collateralmente, oltre Atlantico si sta sviluppando una nuova ondata di maccartismo, arrivata ora a proibire addirittura ai funzionari di Washington l’uso di TikTok. E naturalmente l’UE si è subito allineata. Dopo averci rovinato i cellulari di Huawei, ora ci toglieranno anche TikTok?
Articolo scritto per “Area”
Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria
Diciamo che Donatello Poggi è un “politico” irrequieto. Ora, forse più per l’anagrafe che per l’irrequietezza, vuol cercare una sua nicchia, che gli permetta di occupare un seggio in Gran Consiglio, fondando un suo partitello, il Movimento dignità dei pensionati” e proponendosi, per dignità, come unico candidato.
In uno dei servizi che il Quotidiano dedica alle prossime elezioni cantonali (un tema, interviste volanti, un volto, perlopiù un vuoto pneumatico o l’inafferrabilità per quanto riguarda idee, programmi, proposte) è apparso anche il Poggi, interrogato sul tema della salute, delle casse malati. Poggi: il sistema è un disastro, la Lamal (legge casse malati) un fallimento, i servizi peggiorati, occorre cambiare tutto il sistema. Domanda: lei, quindi, che cosa farebbe? Poggi: alternativa germanica, in Germania i premi delle casse malati sono prelevati in base al reddito lordo; funziona e non pare che la Germania sia andata in malora.
Il Poggi che ha il dente avvelenato contro i socialisti (stando a una sua lettera pubblicata poco tempo fa su “LaRegione”) perché sono lontani dal popolo, dalla ggente, questa volta ha voluto o dovuto ignorare che proprio i socialisti (è vero, in particolar modo con in testa un socialista particolare, medico: Franco Cavalli) avevano proposto, prima dei “germanici”, che si stabilissero in Svizzera i premi delle casse malati “in funzione della capacità economica” (del reddito, quindi); proposta respinta dal Consiglio federale, senza neppure accennare a un suo progetto, e bocciata dai partiti borghesi in Parlamento; proposta sottoposta a votazione come iniziativa popolare e osteggiata da Consiglio federale e tutti i partiti borghesi e respinta dal popolo (641 mila sì contro 1 milione 590 mila no). Se questo non sa di follia… (e poi, a che cosa servono questi programmi elettorali?)
Come sempre, mancava la seconda domanda dell’intervistatore, forse preoccupato di non passare come il “solito” giornalista di sinistra della RSI che pone domande illecite, tipo: “sa, signor Poggi, che l’alternativa germanica che lei suggerisce era stata proposta più di quindici anni fa in Svizzera dai socialisti ed è stata respinta da Consiglio federale, partiti borghesi, popolo e… forse anche dai pensionati?”.
Nell’immagine: Donatello Poggi durante un’intervista della RSI
Alcuni dati incontrovertibili: il mercato dell’automobile nel mondo è di circa 28 milioni di veicoli prodotti ogni anno in Cina ( 50 milioni in tutta l’Asia, compreso il Giappone e la Corea), 22 milioni in Europa e 18 milioni in America del Nord. La Cina produce oggi il 65% delle batterie elettriche che equipaggiano le auto cosiddette “pulite” nel mondo. L’Impero di Mezzo è quindi in posizione di quasi-monopolio, indipendentemente dalle declamazioni o gesticolazioni europee. Molteplici fattori fondamentali lo giustificano.
A cominciare dalle famose “terre rare”, che in realtà cosi rare non sono. Si tratta di 17 elementi facenti parte della famiglia dei metalli, ricercati da USA e Unione europea, ma rigorosamente controllati dalla Cina in ragione del 98% . “Il Medio Oriente ha il petrolio, noi i metalli rari” andava proclamando Deng Xiaoping, l’architetto della Cina contemporanea, protagonista del miracolo economico cinese.
Con alcune terre rare, i motori delle auto elettriche hanno prestazioni più efficienti, ma il loro processo di estrazione e di raffinazione richiede temperature molto elevate con forte dispendio di energia e l’uso inevitabile di acidi corrosivi, tali da produrre effetti devastanti sulla biodiversità e sulla qualità di vita delle persone. La leadership della Cina non è dovuta a particolari astuzie tecnologiche quanto, piuttosto, ad una imperturbabile tolleranza nei confronti del fattore inquinamento. L’importante è che all’ombra della grande muraglia si sviluppi un’industria dell’auto “pulita” sempre più pervasiva. Ben altre ragioni ancora inducono la Cina ad avere un ruolo di primo piano nel primato dell’elettrico. E’ l’unico paese al mondo in grado di produrre litio, dalle materie prime alle batterie finite senza dover ricorrere a prodotti chimici o componenti importati.
La Cina sta addirittura rafforzando la sua volontà di dominio già presente in Cile, con lo sfruttamento di fonti, finora inesplorate, di litio nello Xinjiang e nei laghi salati dell’altipiano tibetano al prezzo di vite umane sacrificate nelle miniere. Lo stesso dicasi della Repubblica Democratica del Congo, il maggior produttore di cobalto al mondo, seguito a distanza da Russia, Australia, Filippine e Cuba. La Cina, anche in Africa, è posizionata al primo posto in tutte le fasi di lavorazione del prodotto, dalla miniera fino alla vendita diretta dell’auto elettrica. Proprio grazie al cobalto è possibile incrementare l’autonomia di percorrenza delle auto elettriche. Il 2035 dovrebbe decretare, secondo il volere di Bruxelles, la fine del motore a carburante fossile. Da quella data in poi, la richiesta di cobalto crescerà in misura esponenziale, ad un prezzo ovviamente aggiornato, di volta in volta, alla domanda. Con la possibile presenza esclusiva di auto elettriche sul mercato a partire dal 2035, si porrà inevitabilmente il problema delle materie prime indispensabili per la fabbricazione delle batterie, senza parlare del fabbisogno energetico per garantire l’intero processo produttivo.
Materie prime che via via andranno esaurendosi ed energia, obbligatoriamente “pulita”, in forte difficoltà di fronte ad un fabbisogno in crescita esponenziale. Sul fronte specifico del cobalto, l’abbondante richiesta di materia prima, potrebbe portare le aziende che lo estraggono in miniera a spremere oltre misura i giacimenti con danni ambientali enormi e orari di lavoro sempre più massacranti. A questo punto il problema etico-politico assumerà dimensioni di estrema gravità. Nelle miniere congolesi del Katanga, il 15-20% della produzione è artigianale. L’estrazione del cobalto è energivora, richiede esplosioni continue che diffondono nell’atmosfera polveri e particolati nocivi per la salute. Ne consegue un numero cospicuo di infezioni polmonari e malformazioni congenite nei neonati. Senza parlare dello sfruttamento minorile.
Sono 40’000 i bambini, dai 6 anni in su ad essere sfruttati fino a 12 ore al giorno per l’irrisorio compenso di uno, massimo due dollari. Su 365 giorni, un bambino ne passa 300 in miniera a scavare a mani nude e spesso obbligato, senza protezione, a infilarsi in cunicoli stretti e poi riapparire in superficie, se tutto va bene, con le mani immerse in acque melmose e inquinate, per separare il materiale utile dai detriti. E’ di qualche tempo fa la notizia di un contratto colossale per la fornitura di cobalto che la società cinese China GEM ha sottoscritto con GLENCORE un contratto per l’acquisto di un terzo della produzione di quest’ultima.
Glencore, colosso svizzero con sede a Zugo, è il primo produttore di cobalto al mondo con l’estrazione di circa 40’000 tonnellate l’anno e una cifra d’affari, sempre annua, pari a 200 miliardi di euro. L’espansione di simili colossi minerari e la crescente domanda da parte dell’industria automobilistica hanno finalmente spinto le autorità congolesi a pianificare un aumento delle tasse sull’export dal 2 al 5%. Quel denaro, se davvero entrerà nelle casse statali non certo floride, verrà utilizzato per riscattare i 40’000 bambini dal lavoro in schiavitù ? Il popolo congolese fatica a crederci. E la mobilità green che si muove indisturbata dentro questi scenari, con le complicità che sappiamo, non è forse anch’essa figlia di una speculazione senza scrupoli chIamata elegantemente business?
Nell’immagine: giovani minatori di cobalto nella regione di Kailo (Repubblica Popolare del Congo)