“Il coraggio? Non è il mio, è di coloro che testimoniano”

Intervista a Maurine Mercier, giornalista svizzera dell’anno, inviata d RTS in Ucraina 

Da “L’Illustré”

Lei è la voce che fa conoscere ed ascoltare le voci degli altri. Vincitrice di numerosi premi giornalistici, Maurine Mercier è stata appena nominata giornalista svizzera dell’anno 2023. Il premio le è stato assegnato per la sua attività dal fronte della guerra in Ucraina.

Maurine Mercier tende a evitare gli onori. Il suo pallino sono le “persone”, le “pepite” come le chiama lei. Andare a conoscerle, porgere il microfono e raccogliere le loro parole per diffonderle. Nata da madre canadese e padre vodese, questa empatica 41enne di Losanna non era destinata alla carriera di giornalista. Sognava di fare la fotografa. Tuttavia, dopo aver studiato relazioni internazionali a Ginevra, ha mosso i primi passi a La Télé, il canale locale della regione di Vaud-Friburgo. Nel 2012 è entrata a far parte di radio RTS di Losanna e nel 2015 della redazione esteri. Ma il richiamo del campo era troppo forte, così l’anno successivo si è si è trasferita a Tunisi per coprire come inviata il Nord Africa e in particolare la Libia, un Paese dilaniato dalla guerra civile e molto difficile da raggiungere. L’avventura è durata sei anni. Da lì il trasferimento a Kiev quando la Russia invase l’Ucraina il 24 febbraio 2022. In agosto ha deciso di stabilirsi a Kiev. Una mossa logica per questa reporter “integralista”, che va sempre dentro i fatti, e fino in fondo, che abbiamo raggiunzo telefonicamente ed ha risposto alle nostre domande con calore e franchezza, pochi giorni prima di recarsi nel Donbass, nel sud-est dell’Ucraina, dove infuriano i combattimenti.

– Il suo primo reportage di guerra risale al 2014 e già in Ucraina?

– Sì, nell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, all’inizio della guerra. La violenza era già impressionante. Quindi, ho ben presente che, purtroppo, l’invasione russa non è iniziata un anno fa. Viene da molto più lontano. Questo dimostra anche la determinazione di Vladimir Putin e la complessità di questo conflitto.

– Come ha vissuto quella prima esperienza?

– Con la sensazione di trovarmi nel posto giusto. I combattimenti erano feroci, facevano paura, ma allora come oggi cerco sempre di mettere le cose in prospettiva. Io ho scelto di andare lì, mentre le persone che sono bloccate lì non possono scegliere nulla. Naturalmente mi sono anche sentita a disagio. All’epoca, i gruppi che che registravano tutti gli scontri mi dicevano: “Stai lontana dalla zona dell’aeroporto, è troppo pericolosa, non ci andiamo da mesi”. Ma io non riesco a star lontano da quel che brucia. Non mi piacciono le “zone nere”, ma è nostro dovere di giornalisti andare a documentarle.

Ciò che mi ha colpito di più sono state le persone intrappolate in questa guerra. Situazioni inestricabili, destini che vengono capovolti. È questo che mi commuove. Ecco perché faccio questo lavoro. Il pericolo passa in secondo piano rispetto alla sofferenza delle persone.

– Nove anni dopo, lei è tornato in Ucraina. Si ricorda cosa stava facendo il 24 febbraio 2022?

– Ero in Tunisia, da sei anni mi occupavo di cronaca in Nord Africa. Come tutti, quando ho sentito la notizia dell’invasione russa su larga scala, sono rimasta sbalordita. Mi sono ricordata di quelle nonne che avevo visto a Donetsk, già vittime di bombardamenti nel 2014. Ho pensato: “Ok, ora si tratta di tutta l’Ucraina”. Mi è bastata una frazione di secondo per sentire il bisogno di andarci il più velocemente possibile. Il mio datore di lavoro (RTS, ndr) era piuttosto riluttante a darmi il via libera per motivi di sicurezza; lo capivo benissimo, ma credo sinceramente che sia dovere del servizio pubblico andare lì. È un po’ come per gli operatori umanitari: non si fa questo lavoro per niente. Una volta sul suolo ucraino, ho negoziato per rimanere, rimanere, rimanere. Alla fine, tre mesi. Fino a maggio.

– Poi ha deciso di lasciare Tunisi e di stabilirsi definitivamente a Kiev. Perché lo ha fatto?

– Ho un carattere determinato, disposto ad andare sempre fino in fondo. Ho bisogno di vivere in un Paese che ritengo meriti una copertura. Mi mette a disagio, professionalmente e umanamente, venir paracadutata in una regione per dieci giorni come inviata speciale a poi andarrmene. L’ho fatto in passato, ma mi sono sempre sentita un po’ usurpatrice. Penso che si debbano fare le cose per bene e che, di conseguenza, come inviati non si possa essere ovunque. È stata una mia scelta e la mia redazione mi ha appoggiato. Così ho preso la mia auto con targa tunisina e sono andata a Kiev.

– Senza neanche un’esitazione, un velo di tristezza per ciò che lasciava di colpo?

– Nella mia mente, non ho lasciato il Nord Africa. È la mia casa. Quando penso di ricaricare le batterie, ovviamente mi viene in mente la Tunisia. È diventata la mia base. Ma quel giorno ho deciso, non ho salutato nessuno, ma semplicemente detto: “Ci vediamo dopo!” I miei amici tunisini, algerini e libici fanno parte della mia vita quotidiana. Mi scrivono ogni giorno – anche i miliziani libici – per assicurarsi che io stia bene in Ucraina. Sono persone eccezionali. Conoscono la guerra, sanno cos’è e perché mi trovo lì. Non mi sembra di essermene andata. Sono troppo legata a quella terra. Ho trascorso sei anni della mia vita lì. E sono stati probabilmente i migliori anni della mia carriera. Ma ora c’è da raccontare l’Ucraina.

– Cosa si prova a vivere in un Paese in guerra, ad avere una casa lì?

– Mi permette di capire meglio le persone. Capire cosa significa essere in costante allerta, essere potenzialmente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Capire cosa significa invecchiare prematuramente. Vedo la differenza: due mesi sul posto vanno bene, ma io sono lì dentro da quasi un anno. È dura, certo. Ma, a differenza degli ucraini, io vivo comunque nella bambagia. Ho la libertà di andarmene di nuovo. Restare a lungo ti permette di capire le sfumature. Spesso abbiamo una visione molto caricaturale dei conflitti, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Le realtà sono più complesse. Gli ucraini mi hanno insegnato questa saggezza, a forza di stare con loro. Sono loro che a volte mettono in discussione il loro presidente, che evidenziano le zone d’ombra e i problemi. Questo mi dà l’opportunità di essere più equilibrata e giusta, anche se posso commettere degli errori.

– Si immaginava di vivere questa vita da bambina?

– No, assolutamente no. Con una madre del Quebec e un padre del Canton Vaud, i miei viaggi si limitavano a visitare la mia famiglia in Canada. Ma ricordo di aver visto una mostra del fotografo Sebastião Salgado al Musée de l’Elysée di Losanna. Attraverso il suo lavoro, quest’uomo mi ha fatto conoscere la realtà dei minatori brasiliani, di questi gruppi di persone che lavorano in condizioni spaventose. È questo che mi ha fatto venire voglia di interessarmi al mondo, di fare luce su situazioni non necessariamente disperate, ma complicate. Fare il giornalista non è stata per me una vocazione, ma essere ovunque, quello sì. E credo che abbiamo sempre una parte di responsabilità, in un modo o nell’altro, e che dobbiamo chiederci: “Cosa posso fare perché gli ucraini e i libici non debbano subire questo? Anche su scala molto piccola”. Questo mi è sempre stato a cuore.

– Perché questa propensione per “l’altrove”? Non ha mai pensato di raccontare storie di vita in Svizzera?

– Sì, certo, e l’ho anche fatto, all’inizio; mi piaceva fare la “cronaca locale”. Mi piace il lavoro sul campo e mi è piaciuto molto quando ho lavorato per i media regionali, ero sempre sul posto. Lì ho imparato tutto. Quello che non mi è piaciuto in seguito è stato lavorare in una redazione, bloccata su una sedia. Nella redazione esteri ho preso atto progressivamente che si trattava spesso di una sorta di lavoro d’ufficio, che naturalmente faceva per me. Durante l’ondata di attentati a Parigi nel 2015, i media stavano teorizzando sullo Stato Islamico, sul mondo musulmano, utilizzando specialisti. Ho pensato che sarebbe stata una buona idea dare voce ai musulmani piuttosto che affrontare l’argomento dalla sedia del nostro ufficio e parlare per loro. Per questo nel 2016 mi sono trasferito in Nord Africa. Il campo è la realtà, non è una cosa da vecchia scuola, sono solo fatti.

– Cosa la attrae dei terreni difficili?

– Prima di cercare la guerra, cerco il lavoro sul campo. Coprire la Libia mi sembrava essenziale. Il Paese dista appena 350 chilometri dalle coste europee e nessuno ne parlava, perché i pochi giornalisti che erano lì hanno dovuto lasciare il Paese viste le precarie condizioni di sicurezza. Ho fatto fatica ad accettare che i media si siano occupati della Primavera araba e poi non ne abbiano seguito gli sviluppi, dimenticando le responsabilità europee e francesi per la caduta di Gheddafi; che abbiano riferito sui drammi della migrazione senza continuare ad interrogarsi sulle sue ragioni. Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, ho sbagliato completamente le mie previsioni. Si continua a parlarne, certo, ma continuo a pensare che la gente si stancherà. I media sono bulimici. L’Ucraina è stata quasi troppo raccontata e presto nessuno vorrà più parlarne, perché si pensa che sia troppo triste e che vada avanti da troppo tempo. Sono questi momenti che mi interessano. Non l’attualità, dove è facile piazzare e vendere storie. Ecco perché ho preso un impegno a lungo termine con l’Ucraina. Sulla base dello stesso principio, nel 2016 sono arrivata in Nord Africa per cercare di interessare gli ascoltatori a queste realtà. Spesso le redazioni hanno gli occhi puntati sulle agende dei telegiornali e pensano che la Tunisia o la Libia non siano più nella mente degli ascoltatori, dei lettori o dei telespettatori. Questo non è vero. Penso che se si fa un buon lavoro giornalistico, le persone sono interessate. Lo difendo fermamente, non dobbiamo prendere le persone per deficienti. Al contrario, bisogna essere all’altezza delle loro aspettative.

– Nell’aprile del 2022, uno dei suoi reportage a Butcha ha lasciato un segno indelebile. Ekaterina (non è il suo vero nome), 38 anni, vi ha raccontato nei dettagli gli stupri subiti davanti alla figlia di 13 anni. Una testimonianza di estrema durezza.

– Sono rimasta lì per circa dieci giorni. Volevo arrivare il prima possibile, ma soprattutto volevo rimanere il più a lungo possibile dopo la liberazione della città. Dopo che le autorità ucraine hanno aperto la città alla stampa, Butcha si è trasformata per due giorni in una sorta di Disneyland dell’orrore. Centinaia di giornalisti in collegamento, stavano davanti alle fosse comuni, per lo più senza cercare di capire. Mi pongo molte domande sul nostro mondo mediatico quando assisto a questo tipo di scene. Io volevo dedicare del tempo alle persone che si trovavano in uno stato di trauma spaventoso. Con la mia traduttrice abbiamo incontrato Ekaterina. Questa donna era stata violentata per giorni e giorni dai soldati russi davanti a sua figlia, sotto la minaccia delle armi. Non aveva ancora avuto la possibilità di essere visitata da un medico, né aveva potuto ancora rivolgersi alle autorità per sporgere denuncia. Ci ha raccontato tutto nei dettagli e, al termine delle tre ore di agonia, si è spogliata per permettermi di fotografare i segni sul suo corpo. Aveva paura che le autorità non le avrebbero creduto quando avesse sporto denuncia. È stato incredibilmente violento. Sono momenti che non si dimenticano.

– Lei ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti per questo reportage (Premio Bayeux per i corrispondenti di guerra e Premio di giornalismo dei media pubblici francofoni) e per il suo lavoro sul campo (Premio Jean Dumur). Come vive questi riconoscimenti?

– È molto complicato. Mi fanno piacere, certo, perché testimoniano di un ascolto, e questa donna di Butcha, così come le voci raccolte in Libia, era lì per essere ascoltata. Ma un riconoscimento andrebbe alla loro testimonianza. Non si tratta di falsa umiltà. Il coraggio non è mio, ma delle persone che testimoniano. Un giornalista è un messaggero, non un attore. Non siamo lì per parlare di noi stessi. I premi sono spesso dotati di fondi e io do tutti i soldi che ricevo alle persone che testimoniano. L’ho fatto per questa donna di Butcha, ma anche per il Premio della Stampa Svizzera che ho ricevuto nel 2018, un reportage in cui ho dato voce alle donne stuprate nel corso della migrazione nordafricana. A me non spetta neanche un centesimo, di quei premi. Ad essere molto onesti, questi riconoscimenti mi hanno forse dato legittimità, a me e soprattutto ad un’idea di reportage che va assolutamente fatto. Il mio primo Swiss Press, nel 2014, è stato un premio assegnato dai miei colleghi. Sono in debito con loro, perché mi hanno semplicemente permesso di fare il mio lavoro.

– Di fronte a testimonianze a volte tanto dure, come si “protegge”, come prende cura della sua salute mentale?

– Vivo anzitutto nei Paesi in cui vedo o sento questi orrori. Questo mi permette di stare con le persone e mi dà la sensazione di non rubare loro nulla. Piango e rido con loro. Condividiamo i rischi. I rischi per la salute mentale, ad esempio, quelli che si corrono quando la realtà ti arriva addosso come uno schiaffo in faccia. Cerco anche di fare regolarmente un debriefing con un’infermiera specializzata in aiuto psicologico d’emergenza. È un aspetto importante, che promuovo anche, non sono una di quelle persone che dicono: “Ma no, va tutto bene”. L’equilibrio rimane precario, lo so. Quando vado in vacanza, mi ammalo. Non ho tempo per niente, non ho tempo per lo sport, ecc. Lavoro costantemente. Ovviamente è troppo, è estenuante, inutile negarlo. Ma lo accetto, completamente. Cerco di limitare i danni. Sono privilegiata, perché non ho problemi a piangere e a ridere. Sono i miei sfoghi principali. Quando non riesco più a piangere, so che c’è un problema. È il campanello d’allarme. Mi sono permessa di fare questo lavoro nel modo in cui voglio farlo. Non vorrei fare altro. Non sto soffrendo per nulla. Al contrario.

– Come affronta l’ansia della sua famiglia?

– Spero che col tempo se ne siano fatti una ragione. Io mi sento un po’ in colpa, questo è certo. Non vorrei avere una figlia come me, forse è per questo che non ho avuto figli. Ma i miei genitori sono forti, mi capiscono e mi sostengono. È una tortura che infliggo loro, ma forse anche un modo per ringraziarli di avermi cresciuta così. Cerco di essere un po’ utile nel mio piccolo, anche se non posso essere alla loro altezza. Mia madre è un’infermiera, aiuta davvero le persone. Anche mio padre è uno specialista di diritto europeo, che passava il suo tempo ad aiutare gli altri con strumenti legali. Io faccio solo rapporti, non cambio il corso della storia. Ma a volte le persone che si confidano con me mi dicono che il fatto di verbalizzare, di esprimere a parole l’orrore fa loro bene. Se trovano un po’ di sollievo, allora non faccio questo mestiere per niente. E poi ho un compagno assolutamente fantastico, un ragazzo giovane che, quando gli ho detto: “Ehi, voglio trasferirmi a Tunisi per coprire il Nord Africa”, mi ha risposto: “Ok, andiamo!” E poi si è dimesso per venire a Kiev.

– Come vede il futuro?

– Cerco di essere forte, di essere all’altezza di tutto. Ho molta voglia di andare nei territori occupati dalla Russia e anche in Russia. Un conflitto non dovrebbe essere affrontato solo da una parte. Questo è il grande problema di questa guerra. Cercherò di convincere le autorità russe a lasciarmi attraversare il confine.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Maurine Mercier (RTS)


In basso a destra

Intervista a Maurine Mercier, giornalista svizzera dell’anno, inviata d RTS in Ucraina 

Si inaugurerà mercoledì 3 maggio a Locarno il nuovo progetto promosso dalla Fondazione Federica Spitzer, che dopo la creazione del Giardino dei Giusti al Parco Ciani di Lugano e le ricerche di “Lugano città aperta” si concentra sui rapporti tra i Balcani e la Svizzera italiana. Al centro di uno studio di Pietro Montorfani, di cui riproduciamo in anteprima le pagine iniziali, gli stretti legami tra le popolazioni della ex Jugoslavia e la realtà ticinese, esempi virtuosi di accoglienza e integrazione riuscita, come è sempre stato nella migliore tradizione elvetica. Maggiori informazioni sulla serata locarnese e sulle attività della Fondazione Spitzer sono accessibili a questo link. [red]

Quando chiesero a J.R.R Tolkien dove si trovasse Mordor, la terra dell’Oscuro Signore nella geografia fantastica del Signore degli Anelli (1955), rispose senza esitazione «da qualche parte nei Balcani». In basso a destra, se si osserva la piantina del continente europeo, così come in alto a sinistra si trovava, al contrario, la verde e pacifica Contea degli amati hobbit, in una zona assai prossima alla sua Inghilterra. Non deve sorprendere, in un uomo che aveva combattuto la prima guerra mondiale e ne era tornato sconvolto nel fisico e nell’animo, che il luogo in cui tutto converge, dove sorge il Monte Fato e dove si decidono i destini di un’intera epoca storica (la Terza Era del suo immaginario universo), potesse situarsi per lui nella penisola balcanica, nella zona di frizione – sovrapponendo la piantina reale a quella fittizia – di tre ex imperi: quello austro-ungarico, quello russo e quello turco-ottomano. I drammi del Novecento si erano aperti il 28 giugno 1914, con l’attentato di Sarajevo e l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo da parte del terrorista serbo Gavrilo Princip, e a Sarajevo si sarebbero chiusi ottant’anni più tardi, con un terribile colpo di coda che avrebbe riportato in auge i mai sopiti nazionalismi del secolo precedente. 

Questo piccolo libro, nella speranza che non risulti troppo ambizioso, ha lo scopo di dare voce alla diaspora balcanica nella Svizzera italiana degli anni Novanta: di permettere cioè ai lettori svizzeri di oggi di capire chi erano e chi sono quelle persone che hanno iniziato ad affollare in massa i loro confini chiedendo di essere accolti e aiutati. Per lungo tempo, ancora ben dentro gli anni del conflitto (1989-99), la stampa ticinese ha continuato a utilizzare il nome generico di jugoslavi, mentre chi fuggiva dalla guerra si sentiva oramai quasi soltanto croato, serbo, bosniaco, macedone, kosovaro, montenegrino. Lo sfaldarsi di una nazione da più parti ritenuta “sbagliata” ha avuto ripercussioni, infatti, sull’intero continente europeo e la questione, per gli storici come per chi osservi la cronaca di questi giorni tormentati, è lungi dal ritenersi conclusa. Se è stato possibile, per la maggior parte dei rifugiati di origine balcanica rimasti in Ticino, ricostruirsi con il tempo una vita di pace e serenità, si deve al loro impegno non meno che alla disponibilità e all’accoglienza del Paese ospite. 


Memoriale del massacro di Srebrenica (Potočari) in ricordo delle oltre 8000 vittime musulmane 

La jugoslavia di Tito 

«Unità e fratellanza» («Bratstvo i Jedinstvo»): non c’è nulla di più lontano dall’attuale conformazione geopolitica dei Balcani dello slogan coniato da Josif Brodz “Tito” (1892-1980), il presidente che per quarant’anni era riuscito a tenere assieme i molti popoli e le molte culture della Repubblica federale. Allineato su posizioni filo-sovietiche fino al giugno del 1948, quando si staccò dall’URSS con una violenta epurazione dei principali stalinisti jugoslavi, inaugurò in seguito un comunismo sui generis basato su elementi di comprovata efficacia (il partito unico, il controllo dell’opinione pubblica, un’economia pianificata) e su alcune varianti più morbide rispetto alla realtà politica dell’Unione Sovietica, soprattutto nei confronti degli aspetti culturali delle varie etnie che componevano la Jugoslavia. La vita spirituale, per citare un esempio significativo, non era proibita ma semplicemente confinata nella sfera individuale. Nella sua visione, più pragmatica che ideologica, la fede non poteva e non doveva diventare un problema. Con il senno di poi è facile dire che la versione titina del comunismo era poco più di un coperchio appoggiato sopra una pentola in perenne ebollizione. Da un lato si concedevano alcune autonomie (ad esempio alla regione del Kosovo rispetto alla Serbia) e dall’altro si favoriva l’identificazione con un’idea comune di nazione basata sul marxismo, la resistenza, i partigiani della seconda guerra mondiale e il contenimento dei movimenti estremisti degli ustascia croati e dei cetnici serbi. «Unità e fratellanza», quindi, anche a costo di imporle con la forza e con la repressione dei non allineati. 

Grazie a questa narrazione il mondo, se non gli stessi jugoslavi, per quarant’anni si è dimenticato che i Balcani non erano soltanto una regione tra le tante del continente europeo, ma il luogo in cui le placche storiche del cattolicesimo, dell’ortodossia e dell’islam si erano sfregate per secoli in un continuo mescidarsi di popoli e di culture. Non già però come fronti contrapposti disegnati con squadra e compasso – l’Europa non nasce come gli Stati Uniti o l’Africa coloniale – bensì a macchie di leopardo, soprattutto in Croazia e Bosnia, quasi fossero il deposito di materiali lasciati indietro da lenti ma continui movimenti tellurici. Alle sensibilità etniche, religiose e culturali si sommavano, nella Jugoslavia di Tito, le resistenze alla politica del partito unico e più in generale all’ideologia comunista, ragione per la quale è sempre esistita una diaspora verso le altre nazioni europee o gli Stati Uniti. Si pensi alla famiglia del poeta Charles Simić (1938-2023), nato a Belgrado con il nome di Dušan e divenuto poi una delle voci più significative della letteratura americana del Novecento. In Svizzera l’esempio più noto è forse quello dell’editore e scrittore serbo Vladimir Dimitrijević, fondatore nel 1966 a Losanna della casa editrice “L’Àge d’homme”, che in trent’anni avrebbe pubblicato molti classici, antichi e moderni, della letteratura slava, contribuendo a diffondere in Occidente capolavori messi all’indice in Unione Sovietica come Vita e destino di Vasilij Grossman. Al mito jugoslavo non riescono comunque a rinunciare molti dei rifugiati giunti in Ticino tra gli anni Sessanta e i primi Novanta, tra l’epoca degli stagionali e le prime fughe dai teatri di guerra: «Sono svizzero, e sono jugoslavo» è la risposta che si sente spesso alla domanda «Chi sei tu oggi?». Alcuni, di etnie ed estrazioni sociali molto diverse, aprono sul tavolo una piantina della Jugoslavia coperta di brand – centinaia di marche che l’economia pianificata aveva distribuito in ogni angolo del Paese, ora in gran parte scomparse – un’immagine che ben condensa questa realtà ibrida tra comunismo e “capitalismo” all’occidentale, una Patria che non esiste più se non nella memoria di chi continua a ricordarla con malinconia. 

All’inizio fu la Leventina 

Nonostante il quadro idilliaco offerto dalla propaganda del partito, sin da prima della morte di Tito, avvenuta nel maggio del 1980, le difficoltà economiche in Jugoslavia non mancavano, soprattutto in alcune regioni del centro e del sud (Bosnia, Montenegro, Kosovo, Macedonia, Serbia meridionale). A partire dalla fine degli anni Sessanta molti lavoratori jugoslavi hanno sfruttato così lo statuto di stagionali per venire in Svizzera: erano medici, infermieri, fisioterapisti, ma anche manovali attivi nell’edilizia, camerieri e ristoratori. Anno dopo anno, si sono affiancati all’immigrazione italiana, spagnola e portoghese che contraddistingueva all’epoca il mondo del lavoro elvetico, specie nella Svizzera tedesca e francese, anche se non mancavano esempi consistenti pure a sud delle Alpi. È in questo contesto, grazie a datori di lavoro importanti come la Monteforno di Bodio, l’ospedale di Faido o il nuovo cantiere autostradale del San Gottardo, che la presenza jugoslava è cresciuta e si è consolidata, non a caso, soprattutto in Leventina. Lì è nato, attorno all’albergo e alla mensa della famiglia Barudoni, il primo club jugoslavo del Ticino, intitolato all’eroe partigiano Ivo Lola Ribar (1913-43), braccio destro di Tito ucciso durante la seconda guerra. A partire da quella prima forma associativa è nata in seguito una squadra di calcio con un nome (FK Drina) che era un omaggio alla tradizione multietnica dei Balcani: resa celebre dal romanzo del Premio Nobel Ivo Andric, la Drina è il fiume che separa e unisce la Serbia e la Bosnia, teatro di scontri e veicolo di scambi proficui sull’arco di tanti secoli.

La comunità jugoslava del Canton Ticino, che era solita organizzare negli anni Ottanta feste annuali al Padiglione Conza di Lugano con molte centinaia di persone, non sopravvisse intatta purtroppo ai conflitti degli anni Novanta, che riaccesero in modo violento le tensioni etniche. La frammentazione in varie associazioni, club e squadre sportive divise per etnia è una caratteristica infatti della presenza balcanica in Ticino a partire dal 1991, un quadro che si è vieppiù complicato e che soltanto in tempi recenti ha cominciato piano piano a ricomporsi grazie a collaborazioni tra gruppi e iniziative comuni. Il modello svizzero di convivenza, pur con qualche inciampo e inevitabile fatica, sembra avere avuto la meglio sulle divisioni ereditate dai Paesi d’origine. 

Storia di un’accoglienza 

Il susseguirsi delle guerre che hanno infiammato la regione per un decennio, dapprima tra Croazia e Serbia (1991-95), poi in Bosnia (1992-95) e infine in Kosovo (1998-99), ha avuto quale esito in Ticino altrettante ondate migratorie unite a piccole o grandi crisi umanitarie, a cui le istituzioni e la società ticinese hanno risposto, in genere, in modo adeguato. Non sono mancati momenti di tensione, come il rifiuto delle autorità federali di accogliere a Chiasso i rifugiati bosniaci privi di visto nel dicembre del 1992, o il loro rimpatrio in massa nell’agosto del 1997, o ancora l’invito del Comune di Ascona a non assumere più croati negli alberghi; ma nel complesso, come è sempre stato nel suo DNA, il Ticino ha saputo rispondere “presente” grazie allo sforzo congiunto dell’amministrazione cantonale e della Protezione civile, di Comuni, Parrocchie, Scuole, Sindacati, Associazioni e istituzioni umanitarie come Caritas o SOS Ticino, senza dimenticare i numerosi privati (compresi quelli della diaspora) che non se la sono sentita di restare con le mani in mano di fronte al grido disperato che giungeva continuamente dai Balcani. La durata decennale delle crisi ha messo a dura prova l’entusiasmo della popolazione, che si è concentrato soprattutto nel momento iniziale (1991-92) e in quello finale (1998-99), ma che nonostante tutto ha saputo lasciare segni concreti, sia in Svizzera che nei paesi di provenienza dei rifugiati: donazioni ticinesi hanno contribuito, tra i tanti esempi virtuosi, a inviare decine di convogli umanitari in Croazia, Bosnia e Kosovo, ad aprire due case di accoglienza per donne vittime di stupro etnico nella regione di Zagabria e a ripopolare la distrutta biblioteca di Dubrovnik. Un abbraccio fraterno che, nel continuo risorgere di incomprensioni e razzismi, rimane un punto fermo nella nostra storia recente.


Come per ogni conflitto, le principali vittime degli scontri, purtroppo, sono sempre i civili (nella foto la cittadina serba di Aleksinac, bombardata per errore dalla Nato il 5 aprile 1999) 

Immagini contenute nel volume citato


90 anni di voci italofone

Intervista a Maurine Mercier, giornalista svizzera dell’anno, inviata d RTS in Ucraina 

In questi giorni la Radio svizzera di lingua italiana (Rsi) festeggia 90 anni. Le prime timide prove indirizzate alle persone abbonate al radiotelefono si fecero nel maggio 1932. Dalla Posta centrale di Lugano, la radio si spostò allo studio del Campo Marzio un anno dopo, con l’inaugurazione dell’impianto nazionale del Monte Ceneri; poi nello stabile di Besso, nel 1962. A poco più di 50 anni di distanza, il prossimo trasferimento a Comano. Dal centro alla periferia, insomma, sperando che non sia la metafora del destino di un medium che ha saputo velocemente integrare la quotidianità delle persone e al contempo forgiare e adeguarsi alle loro abitudini.

Da una a molte voci

Dapprima fu un ascolto collettivo, quasi religioso, attorno al mobile che aveva soppiantato le pionieristiche radio a galena degli anni venti; poi la radio ritmò le giornate, con la musica, la serialità delle trasmissioni, i momenti chiave, come gli spazi informativi e di servizio. “Al terzo tocco saranno esattamente…”, il segnale di Neuchâtel rimpiazzò le campane in un mondo che ormai non poteva perdere più nemmeno un secondo e il bollettino meteo divenne presto un momento imperdibile, dapprima per una popolazione ancora in buona parte contadina e poi per le generazioni che vivranno di turismo.

Con il transistor e le batterie, dalla metà degli anni Cinquanta, la radio si moltiplicò e divenne mobile: la si ascoltava ormai in bagno, durante un picnic, in automobile. Sempre più alla mattina, mentre la televisione fu ben presto il totem attorno al quale sedeva la famiglia la sera. E si scriveva alla radio, per esprimere le proprie richieste e le proprie opinioni.
Poi l’avvento del digitale, e il consumo del medium si trasforma. La radio, quando è via web, si ascolta su un apparecchio multiuso, un terminale che permette nello stesso momento di consultare la griglia dei programmi, accedere al replay, parlare, (troppo) spesso di sé, alle trasmissioni di contatto (e l’insulto a chi smista le telefonate è moneta corrente). Presto, immagino, cuoceremo anche le uova strapazzate direttamente sullo schermo del telefonino dal quale già ammiccano, con un sorriso contrattuale, animatrici e animatori incorniciati dalle cuffie.

La radio e Guglielmo Tell

Anche la RSI si è adeguata a tutti questi cambiamenti, ampliando le trasmissioni, diluendo il pubblico su tre reti, con la terza nata nel 1988, cinque anni dopo la fine del monopolio. Ma se l’evoluzione tecnologica influenza tutta la radiofonia, ogni stazione radio è speciale. Cosa dunque vale la pena ricordare della Rsi in queste poche righe? Azzardo qualche pista. Dapprima il territorio. La Rsi nacque a seguito della creazione della Società svizzera di radiodiffusione (SSR) nel 1931, quando la Confederazione accantonò i vari tentativi locali e permise così alla Svizzera italiana di avere un’istituzione culturale nazionale di valore. L’idea era che questo nuovo mezzo dovesse servire tutti i cantoni veicolando contenuti di alta qualità nelle lingue nazionali. Da qui, la suddivisione della tassa di concessione, l’odierno canone, in maniera più equa e non in base ai bacini di ascolto.

Si ricorda spesso, con un certo compiacimento, il ruolo di radio italofona “libera” durante gli anni del regime fascista e del secondo conflitto mondiale; vorrei qui piuttosto insistere su ciò che la Rsi, come le altre consorelle, ha compiuto per mettere in relazione il territorio elvetico, poiché la radio ha certamente portato per prima il mondo nelle case, ma il mandato di servizio pubblico l’ha soprattutto sollecitata a far conoscere il resto del Paese in tutte le sue sfaccettature, sociali, culturali e politiche; a portare le orecchie della Svizzera italiana oltre i suoi confini; a creare in alcuni frangenti solidarietà interregionali. In fondo, lungo il Novecento, ha contato più Guglielmo Tell o la radio nella costruzione di un’identità nazionale? 

Superare l’ombelico del mondo per rimanere se stessi

La radio ha la vocazione di superare le frontiere e anche la diffusione della Rsi è una storia di frontiere valicate. Agli albori, ebbe più agio a giungere in Italia che nelle locali valli discoste e solo negli anni novanta del secolo scorso emise Oltregottardo. Da Radio della Svizzera italiana a Radio Svizzera di lingua italiana, dunque. Una modifica del nome che ribadisce come la Rsi non dovrebbe essere solo una radio locale.

Non si trattò però solo di onde. Sulla scorta di abitudini culturali ben ancorate nella regione, la Rsi poté professionalizzarsi velocemente proprio perché intuì l’importanza di aprirsi alle collaborazioni con i mondi vicini. Ciò le consentì di sviluppare generi radiofonici specifici, quali il radioteatro, di ampliare le offerte musicali, di attingere a esperienze radiofoniche più consolidate; soprattutto le permise di sperimentare, un verbo che invita a osare, ad aprire gli orizzonti, a scansare il semplicismo.

L’apporto delle donne e degli uomini di cultura giunti dall’Italia sin dagli anni Trenta va in particolar modo riconosciuto, poiché permisero di dare più senso e più contenuto anche all’idea di italianità. Un italianità che la Rsi declinò però da subito tenendo presente, senza alcun senso di inferiorità, le specificità e le ricchezze della Svizzera italiana: si pensi, tra i molti aspetti, all’uso del dialetto nelle trasmissioni. 

A microfoni spenti

Tutto rose e fiori dunque? No, certo, né ieri, né oggi. A sottolineare però l’importanza del mezzo radiofonico, si cominciò subito a discuterne animatamente le funzioni. Tra gli argomenti che alimentarono e alimentano tuttora i vivaci confronti, un’impostazione della radio troppo convenzionale e dominante per alcuni gruppi e troppo poco per altri. Non sempre la Rsi fu ed è all’altezza nelle risposte. La politica fu ed è altresì particolarmente pressante sul servizio pubblico. E allora vale la pena ricordare che quest’anno cade un altro anniversario. Nel 1963 si tenne il primo ciclo di dibattiti radiofonici alla Rsi in occasione delle elezioni cantonali. Per lungo tempo, infatti, era parso inopportuno parlare di politica alla radio; tra le altre giustificazioni, si temeva la semplificazione e la banalizzazione dei temi. A sessant’anni di distanza e a elezioni cantonali appena concluse, mondo politico e giornalismo ticinesi, i due grandi comunicatori sociali, si sono ritrovati parlando di p(i)attume del dibattito. Magari basterebbe che gli uni avessero meno paura delle domande complesse e gli altri meno paura di porle; insomma, che ognuno si decidesse finalmente ad assumere pienamente il suo ruolo, perché la radio, come tutti gli altri media, continui ad avere il giusto e fondamentale peso in una società democratica. Ma questo è meglio dirlo a microfoni spenti. 

Articolo scritto per “laRegione”
Immagine d’archivio da La nostra storia


Il “caso” Enzo Tortora

Intervista a Maurine Mercier, giornalista svizzera dell’anno, inviata d RTS in Ucraina 

Nel 1983 Enzo Tortora si trovava a Roma. Stava registrando un programma politico con Pippo Baudo e aveva appena sottoscritto il contratto per la settima edizione del suo notissimo “Portobello”. La mattina del 17 giugno, prima dell’alba, fu arrestato nella sua stanza d’albergo. L’accusa: associazione per delinquere di stampo camorristico finalizzata al traffico di droga e armi (art.416 bis).

L’arresto era stato eseguito nell’ambito di un maxi-blitz con 856 mandati di cattura e 412 arresti. Il tutto si basava sulle dichiarazioni di due pentiti, entrambi ex affiliati della Nuova Camorra Organizzata (NCO) guidata da Raffaele Cutolo. Secondo i “pentiti”, Tortora avrebbe spacciato droga nel mondo dello spettacolo. Una calunnia che gli valse quattro anni di calvario giudiziario e mille giorni agli arresti: sette mesi in carcere e quattordici mesi ai domiciliari.

Il caso giudiziario destò un tale clamore che Tortora divenne il simbolo della lotta contro la malagiustizia, una causa sostenuta dal Partito Radicale. Nel 1984 Tortora accettò la proposta di Marco Pannella di candidarsi al Parlamento europeo, dove fu eletto con oltre mezzo milione di preferenze. Tortora annunciò che, quando fosse venuto il momento, avrebbe rinunciato all’immunità parlamentare e si sarebbe fatto processare da comune cittadino.

Il maxiprocesso prese avvio nel febbraio 1985. Dopo sette mesi, Enzo Tortora fu condannato a dieci anni e sei mesi di reclusione. Leggendo le 267 pagine della sentenza apprese di essere “socialmente pericoloso”, “un cinico mercante di morte”. Il 15 settembre del 1986 i giudici assolsero Tortora con formula piena, e con lui 113 dei 191 imputati, riconoscendo l’inattendibilità dei pentiti. Il 20 febbraio 1987 Tortora fece ritorno in tv con la famosa frase:” Dunque, dove eravamo rimasti?”. Negli ultimi mesi di vita, Tortora aveva citato per danni i magistrati napoletani. Non riceverà alcun risarcimento e i magistrati saranno tutti assolti dal Consiglio Superiore della Magistratura.

Siamo tornati sul ‘caso’ Tortora perché Gaia, una delle sue figlie, ha pubblicato un libro (“Testa alta, e avanti”) in cui racconta la sua storia, nella consapevolezza che ogni giorno almeno tre innocenti finiscono in carcere per errore, più di mille cittadini l’anno. E i media continuano a comportarsi come fecero con suo padre: titoloni e gogna mediatica per i presunti colpevoli e trafiletti nelle ultime pagine in caso di assoluzione.

La famiglia non aveva un attimo di tregua. I fotografi non si fermavano davanti a niente. Silvia, la sorella di Gaia, a poco più di vent’anni, diventa un personaggio pubblico: è lei che viene intervistata, che compare in tv, come avvocato difensore di suo padre. Muore, sfinita, a 59 anni, nel 2022.

Gaia era la più piccola, la più introversa: finisce in un istituto gestito da suore dal quale veniva gentilmente allontanata perché non era stata battezzata. Le feste di compleanno sono deserte, non si presenta nemmeno un bambino. Il dolore è continuo, ha problemi alimentari, paga per decenni le persecuzioni nei confronti del padre, semplicemente perché “figlia di”.
Nella sua prima apparizione televisiva una volta libero, Tortora spiega perché si era trovato coinvolto in quella vicenda: il ritrovamento, in un covo di malavitosi, dell’agendina di un uomo di Cutolo, Giuseppe Puca, su cui erano riportati due numeri di tale “Enzo Tortona”, che in Questura fu confuso per “Enzo Tortora”.

Enzo Tortora era sì uscito dal carcere, ma il carcere non usciva da lui. Soffriva d’insonnia, gli incubi lo svegliavano di soprassalto. Aveva paura degli spazi aperti, le gambe non lo reggevano a lungo. Dovette rimuovere una doppia ernia alla colonna vertebrale. Camminò poi sempre con un bastone, e per un periodo portò un busto. Mai domo, e sempre intento a esercitare la resistenza, morì il 18 maggio e non il 17, perché proprio in un giorno 17 era stato arrestato. Oggi Gaia Tortora ha deciso di scrivere per combattere la malagiustizia e il modo di fare informazione. La sua storia personale l’ha portata ad avere paura di chi non ha mai dubbi, di chi sbandiera le proprie certezze granitiche come un guanto di sfida. Il dubbio è salutare, in ogni occasione.

Gaia Tortora, giornalista televisiva, è vicedirettrice del TgLa7 e conduttrice di “Omnibus”. Ha due figlie.

Enzo Tortora ha anche collaborato con la TSI col gioco “L’altalena”, e coi programmi ‘Terzo grado’, ’Si rilassi’. Per la RAI è stato notissimo conduttore di numerosi programmi, compresa ‘La domenica sportiva’.


Il Paese di Narciso

Intervista a Maurine Mercier, giornalista svizzera dell’anno, inviata d RTS in Ucraina 

Qualcuno di autorevole ha detto che la politica è una cosa seria: ma quanti davvero lo sanno? A leggere ciò che i quotidiani scrivono viene da pensare che sono in pochi, in pochissimi. 

Già, la politica dovrebbe essere una cosa seria. È l’arte del governare, la ricerca del bene comune come strumento per la realizzazione della vita buona e virtuosa delle cittadine e dei cittadini. Invece per molti, troppi, i partiti politici sono specchi in cui ammirare sé stessi, strumenti attraverso i quali raggiungere (spesso senza arte né parte, ma ben supportati da costose campagne pubblicitarie) una effimera notorietà. Lo si è visto per le recentissime votazioni cantonali e lo stiamo vedendo ora per quelle federali del prossimo ottobre. 

È di ieri («LaRegione», 28.4.23) l’invito del “partito” HelvEthica Ticino ai piccoli “partiti” e agli indipendenti a incontrarsi «la sera dell’11 maggio a Pambio-Noranco». Per fare che? «Per conoscersi e in seguito approfondire le possibili alleanze tra noi in vista delle Federali del prossimo ottobre». Se ho contato bene i piccoli “partiti” che potrebbero riunirsi la sera dell’11 maggio (una data che, credo, non rimarrà nella storia) sono otto più un esponente della società civile. Basterebbe quindi, non dico una cabina telefonica (a trovarla!), ma un semplice monolocale. Ma cosa sono questi piccoli “partiti”? Su quali proposte politiche sono nati (su temi più vicini alla pancia che alla testa)? Da chi sono rappresentati? I piccoli partiti che hanno una loro storia nella Storia, una loro identità, hanno ovviamente subito declinato l’invito (vedi ad es. Matteo Pronzini), gli altri “andranno a sentire”. Naturalmente correranno all’appuntamento a cento all’ora  i rappresentanti dei partitini ad personam, di  recentissima formazione e che hanno per leader il loro stesso fondatore/trice fuoriuscito/a da un altro partito (o da più partiti). È il caso di MontagnaViva (Mattei), Dignità ai pensionati (Poggi), Avanti (Mirante) e Più Donne (Merlo): i «partiti del risentimento», li definirebbe il politologo e storico Giovanni Orsina, autore del bel volume, La democrazia del narcisismo (Marsilio, Venezia, 2018), che reca, fra l’altro, come significativo sottotitolo “Breve storia dell’antipolitica”.

 Nonostante tutto, nonostante mille difetti, i partiti cosiddetti storici – democraticamente strutturati attorno a  una medesima visione, a una finalità politica di interesse pubblico, relativa a questioni fondamentali come la gestione dello Stato e della società o anche solo a temi specifici – ancora oggi mantengono la loro importanza. L’ha capito molto bene Elly Schlein, che sette anni dopo averlo abbandonato è «tornata nel Partito Democratico con umiltà» («La Repubblica», 12. 12. ’22) per diventarne la Segretaria. Con merito.

Mentre sto scrivendo mi sorge una domanda semplice: possibile che questi leader non abbiano trovato un partito “storico” dove poter fare politica? Un partito in cui identificarsi non dico al 100%(non riuscirei nemmeno con me stesso), ma almeno all’80%? Eppure i partiti tradizionali in attività coprono tutto l’orizzonte politico: da destra a sinistra passando per il centro. 

Oggi non si vota più per un partito, ma per un uomo o una donna, per un leader o una leader. Abbiamo imparato subito dalla “vicina Italia” (sintagma caro ai più) come fare: sono gli stessi politici a promuovere la propria immagine, a catturare l’attenzione del potenziale elettorato sulla propria persona piuttosto che sui programmi, quando ci sono. Ha ragione Zygmunt Bauman: la nostra è l’epoca del puro individualismo. Anche di Narciso. E allora buon incontro (sperando che il risotto sia al dente).


Un globe trotter ticinese ante litteram

Intervista a Maurine Mercier, giornalista svizzera dell’anno, inviata d RTS in Ucraina 

10 agosto 1519: l’esploratore portoghese Fernão de Magalhães – Magellano – salpa dal porto di Siviglia per la prima circumnavigazione del globo. La spedizione dura poco più di tre anni: delle cinque imbarcazioni, soltanto una rientrerà in Europa, ma i morti saranno, stando al cronista ufficiale della spedizione, il veneziano Antonio Pigafetta, 199. Tra loro, lo stesso comandante, ucciso nelle Filippine mentre tenta di convertire al Cristianesimo – e alla corona di Spagna, della quale è al soldo – una delle isole dell’arcipelago. Per tre secoli e mezzo, le successive circumnavigazioni verranno intraprese esclusivamente da esploratori, capitani di ventura e avventurieri d’ogni sorta.

1869: per la prima volta è possibile attraversare l’Oceano Pacifico su una nave: la rotta è quella tra San Francisco e Yokohama in Giappone. Quasi in contemporanea si aprono, tanto negli Stati Uniti d’America che in India, dei tragitti ferroviari  lunghi migliaia di chilometri che, pure, ne consentono l’attraversamento.

Nel 1872 Thomas Cook, pioniere inglese del moderno turismo, vende il primo – diremmo oggi – pacchetto “Giro del Mondo”. Sempre in quell’anno viene pubblicato, inizialmente a puntate, nel quotidiano parigino Le Temps – e l’anno dopo in volume – Il giro del mondo in 80 giorni, di Jules Verne.

In poco tempo, tra voglia d’avventura e di esotismo che la letteratura “alta” e il feuilleton colgono, seppur in modi diversi, entrambi, diventa un best seller che alimenta, nei più ricchi, il desiderio di partire. Quanto alle classi popolari, si accontentano di leggere l’immaginifico libro partecipando così a quell’euforia diffusa che pervade l’Occidente, promossa dall’Esposizione Universale di Parigi (1878)  che di quel clima fa tesoro e su quel fervore fin de siècle cerca di instaurare il consenso attorno alle attività coloniali della Francia e delle altre  grandi potenze del Vecchio Continente.

Facciamo ora un salto avanti di 145 anni, saliamo in automobile o sul mezzo pubblico, destinazione Cevio e il Museo di Vallemaggia, dove è appena stata inaugurata una delle esposizioni più riuscite che io abbia visitato negli ultimi anni. Il viaggio a Cevio sarà per ogni Naufrago premessa e preambolo a un viaggio molto più sorprendente ed emozionante, quello raccontato dalla mostra Il giro del mondo di Emilio Balli. 1878-1879.

Il suo protagonista (1855-1934), valmaggese di Cavergno, ma nato a Locarno (dove co-fonderà la Società Ticinese di Scienze Naturali), è il più giovane degli 11 figli di un vallerano emigrato nei Paesi Bassi, dove fa fortuna. La curiosità di Emilio lo avvicina anche ai campi della geografia e dell’etnografia. La lettura di Jules Verne e l’inserzione pubblicitaria, nei giornali, di un pionieristico viaggio per studiosi promosso dalla SVEAM (Société des Voyages d’Etudes au tour du monde), a bordo del piroscafo Junon, conquistano il 23enne rampollo. I soldi (l’equivalente di alcune centinaia di migliaia di franchi odierni) non mancano: prima tappa, Parigi, dove arriva il 14 giugno 1878.

Meno di 2 mesi più tardi, il 2 agosto, la nave (75 membri di equipaggio per una ventina di partecipanti) salpa da Marsiglia. L’itinerario toccherà Gibilterra, Tangeri, Madeira, le Azzorre, Capo Verde, Rio de Janeiro, Buenos Aires, il Canale di Magellano, Santiago del Cile, Lima. “In mare (…) il tempo è sempre occupato. Conferenze, scrivere delle note, scrivere delle lettere. Se non c’è altro, pulire fucili ed in caso estremo verniciare il bastimento (…) Non c’è tempo per la noia” scrive Emilio  l’11 ottobre. Un mese dopo, il  14 novembre, nel porto di Panama, una disputa commerciale interrompe la crociera e la Junon viene sequestrata. Emilio e quattro suoi compagni di viaggio tuttavia non si arrendono. In una delle tantissime, preziose lettere inviate ai fratelli in Ticino leggiamo: “A piedi, a nuoto, in vettura, in canotto, questo mondo birbone lo girerò ugualmente, costi quel che costi”. In treno percorre gli Stati Uniti – dove incontra “una quantità enorme di Ticinesi (…) Trovai e visitai  nei loro ranch i Respini Giov. e Geremia, i Dadò, i Tuni ecc. ecc.” – e affronta la traversata oceanica arrivando in Giappone, dove trascorrerà 2 mesi restandone conquistato.

Seguiranno Cina (“La Grande Muraglia esiste! Non è una favola dei viaggiatori, né degli storici. Oggi l’ho vista, l’ho toccata, ci ho passeggiato sopra” (9 maggio 1879), India, Egitto e il ritorno, dopo 472 giorni esatti, il 29 settembre 1879, al porto di partenza. Ad accompagnare Balli ci fu anche il ginevrino Alfred Bertrand (1856-1924).

Questa avventura è raccontata mirabilmente nella mostra – che espone per la prima volta una strabiliante collezione di oggetti, cimeli, libri, monete, conchiglie, souvenir raccolti da Balli, rimasti per oltre 140 anni nell’archivio di famiglia – ed è solo la prima tappa di una ricerca, finanziata dal Fondo Nazionale, che il Dipartimento di geografia dell’Università di Ginevra sta conducendo sui primordi di un turismo moderno che al viaggiatore non pone più limiti tecnici insormontabili. I lavori proseguiranno per altri 4 anni in collaborazione con équipe accademiche italiane, francesi, giapponesi. Per il 7 settembre è attesa, sempre a Cevio, la presentazone di un catalogo monografico. Se sarà come la mostra, sarà imperdibile.


Un secolo nomade

Intervista a Maurine Mercier, giornalista svizzera dell’anno, inviata d RTS in Ucraina 

Dalla newsletter de “La Lettura“, Corriere della Sera

In anteprima le pagine iniziali dell’Introduzione del saggio «Il secolo nomade. Come sopravvivere al disastro climatico» (traduzione di Giuliana Olivero, Bollati Boringhieri) della britannica Gaia Vince, in libreria dal 2 maggio. L’autrice (1973) è scienziata di formazione, ricercatrice onoraria allo University College London e giornalista scientifica. 

Un grande sconvolgimento è in arrivo. Trasformerà tutti noi e il nostro pianeta. Nel Sud del mondo, i cambiamenti climatici estremi spingeranno un gran numero di persone ad abbandonare le proprie case, con vaste regioni che diventeranno inabitabili; nel Nord del pianeta, dove il clima è più confortevole, le economie faticheranno a sopravvivere ai cambiamenti demografici, con una forte carenza di forza lavoro e una popolazione anziana impoverita.

Nei prossimi cinquant’anni, temperature più elevate unite a un’umidità più intensa faranno sì che vaste aree del pianeta saranno inabitabili per 3,5 miliardi di esseri umani. In fuga dai tropici, dalle zone costiere e dalle terre un tempo coltivabili, enormi masse di persone dovranno cercare nuovi luoghi in cui poter vivere; e tutti noi, o saremo tra di loro o tra coloro che li dovranno accogliere. Questa migrazione è già iniziata: abbiamo già visto i flussi di persone che fuggono dalle zone colpite dalla siccità in America Latina, Africa e Asia, dove l’agricoltura e altre forme di sostentamento rurale sono diventate impossibili. Gli spostamenti dovuti al clima si aggiungono alla massiccia migrazione già in atto, in tutto mondo, verso le città. Nell’ultimo decennio il numero di migranti a livello globale è raddoppiato, e con il riscaldamento del pianeta il problema di cosa fare in merito alle popolazioni di sfollati in rapido aumento diventerà sempre più urgente.

Non c’è dubbio che stiamo affrontando un’emergenza che coinvolge l’intera specie umana, tuttavia siamo in grado di gestirla. Possiamo sopravvivere, ma per farlo sarà necessaria una migrazione pianificata e ben organizzata, un tipo di movimento su scala planetaria che l’umanità non ha mai intrapreso prima d’ora. Si sta finalmente iniziando ad affrontare l’emergenza climatica. Tuttavia, mentre le nazioni si mobilitano per ridurre le emissioni di anidride carbonica e cercano di adattare a condizioni più calde i luoghi a rischio, c’è un elefante nella stanza: in ampie porzioni del pianeta, le condizioni stanno già diventando estreme e non c’è modo di adattarsi. Già ora, nel mondo, i giorni in cui le temperature superano i 50 °C sono raddoppiati rispetto a trent’anni fa: questo livello di calore è letale per gli esseri umani, ma anche estremamente problematico per edifici, strade e centrali elettriche. In sostanza, rende un’area invivibile.

Questo esplosivo dramma planetario richiede una risposta umana dinamica, e le soluzioni sono nelle nostre mani. Se vogliamo costruire una società globale più resiliente a beneficio di tutti, dobbiamo aiutare le popolazioni minacciate a passare da condizioni di pericolo e povertà a condizioni di sicurezza e benessere. Spostamenti umani su una scala mai vista prima domineranno questo secolo e riconfigureranno il nostro mondo. Questo processo potrebbe diventare una catastrofe oppure, se gestito bene, la nostra salvezza. Le persone dovranno trasferirsi per sopravvivere.

Ingenti popolazioni dovranno migrare, e non solo verso le città più vicine, ma anche da un continente all’altro. Coloro che vivono in regioni con condizioni climatiche più tollerabili, soprattutto le nazioni situate alle latitudini settentrionali, dovranno accogliere milioni di migranti in città sempre più affollate, al contempo adattandosi loro stessi alle esigenze imposte dal mutamento climatico. Dovremo creare città completamente nuove vicino ai poli del pianeta, in territori freddi che si stanno rapidamente liberando dai ghiacci. Alcune zone della Siberia, ad esempio, registrano già temperature di 30 °C per più mesi consecutivi.

Ovunque stiamo vivendo ora, questa migrazione avrà un impatto su di noi e sulla vita dei nostri figli. Può sembrare ovvio che il Bangladesh, un Paese in cui un terzo della popolazione vive lungo una costa bassa e in continua erosione, stia diventando inabitabile. (Si prevede che entro il 2050 più di 13 milioni di bangladesi – quasi il 10 per cento della popolazione – lasceranno il paese). O che nazioni desertiche come il Sudan stiano diventando invivibili. Ma nei prossimi decenni anche alcune nazioni ricche saranno gravemente colpite: ne risentirà l’Australia, afflitta da climi torridi e dalla siccità, così come alcune regioni degli Stati Uniti, con milioni di persone che saranno costrette a lasciare città come Miami e New Orleans per cercare condizioni migliori in stati più freddi come l’Oregon e il Montana. E sarà necessario costruire nuove città per ospitarle.

Nella sola India, quasi un miliardo di persone sarà a rischio. Un altro mezzo miliardo dovrà spostarsi all’interno della Cina e altri milioni nell’America Latina e nell’Africa. Il prezioso clima mediterraneo dell’Europa meridionale si è già spostato a nord, lasciando dietro di sé condizioni desertiche dalla Spagna alla Turchia. Nel frattempo, alcune zone del Medio Oriente sono già diventate intollerabili a causa dell’aumento della temperatura, della mancanza d’acqua e della povertà dei suoli.

Dunque le persone inizieranno a partire. Lo stanno già facendo.


La procura federale condanna SICPA. Una sentenza scritta con l’inchiostro simpatico?

Intervista a Maurine Mercier, giornalista svizzera dell’anno, inviata d RTS in Ucraina 

Eccole, quindi, le multinazionali svizzere che corrompono. Dopo la condanna di ABB dello scorso dicembre per le mazzette versate in Sudafrica è di ieri la notizia del decreto d’accusa nei confronti della vodese SICPA. Questa impresa famigliare e discreta, leader mondiale nell’opaco settore degli inchiostri di sicurezza, era sotto inchiesta dal 2015. Ieri, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha comunicato la condanna: l’inchiesta ha provato diversi pagamenti corruttivi effettuati in cambio di appalti a dei pubblici ufficiali in Brasile, Colombia e Venezuela. SICPA è stata così condannata ad una multa di 1 milione di franchi e ad un risarcimento di altri 80 milioni. Condannato anche un ex responsabile delle vendite mentre è stata abbandonata la procedura nei confronti di Patrick Amon, CEO, azionista di maggioranza e discendente della famiglia fondatrice della riservata multinazionale vodese.

A vent’anni dall’introduzione nel codice penale dell’articolo 102 – quello cioè che permette di condannare le imprese che non hanno impedito atti corruttivi – ecco quindi arrivare, a poco tempo l’una dall’altra, due condanne a due importanti imprese svizzere. Finora tra le comunque poche aziende condannate figuravano soprattutto multinazionali straniere o filiali elvetiche di gruppi esteri. La sola impresa interamente svizzera ad essere punita penalmente è stata, nel 2016, Nitrochem, filiale della multinazionale basilese dell’ammoniaca Ameropa, per un caso di corruzione avvenuto in Libia, all’epoca del colonnello Gheddafi.

Le recenti condanne di ABB e SICPA hanno una portata bivalente. Da un lato dimostrano i limiti di una norma che prevede una multa massima contestata dalle istanze internazionali e dallo stesso Procuratore generale Stefan Blättler: 5 milioni di franchi, un ammontare grottesco nei grandi casi di corruzione internazionale e a cui spesso la Procura federale aggiunge un risarcimento sulla base del calcolo degli utili realizzati grazie ai fatti illeciti. D’altro lato l’esito di queste due vicende dimostra che è possibile, anche in Svizzera, perseguire le multinazionali elvetiche che corrompono all’estero. L’articolo 102 del Codice penale è quindi applicabile e applicato, seppur con parsimonia.

Introdotto nel 2003, questo strumento normativo per il quale occorre provare una “carente organizzazione” d’impresa è stato per anni ignorato salvo poi venire impiegato con più regolarità a partire soprattutto dal 2016. Se per i casi di riciclaggio, l’applicabilità dell’articolo 102 è stata avallata persino dal Tribunale penale federale – si vedano le condanne di Falcon Bank e soprattutto di Credit Suisse – per i casi di corruzione per ora la Procura federale si è limitata a procedere con lo strumento del decreto d’accusa. Ossia attraverso uno strumento pensato per casi minori ma che permette in questi grossi casi di riciclaggio e corruzione di ottenere un vantaggio per entrambe le parti: per la procura pubblica che può portare a casa un’inchiesta e per l’azienda che può evitare un processo e negoziare una pena conveniente evitando inoltre di essere esposta mediaticamente.

Associazioni come Transparency International contestano la scarsità dei risultati ottenuti negli ultimi 20 anni e chiedono interventi legislativi. Anche per lo stesso MPC, la situazione normativa non è ottimale. Oltre a chiedere che le multe massime vengano aumentate, in questi ultimi mesi si sono moltiplicate le prese di posizioni da parte del procuratore generale a favore dell’introduzione anche in Svizzera di un Deferred Prosecution Agreement all’americana. Si tratta di una sorta d’intesa extra giudiziale secondo la quale la procura sospende la promozione dell’accusa nei confronti di un’impresa a condizione, ad esempio, che questa collabori con le autorità per alcuni anni, che si sottoponga a un audit o che cambi il proprio management. Nella stessa comunicazione tra la Procura federale e SICPA, nell’ambito della chiusura della vicenda, il procuratore federale Urs Köhli lo ha scritto chiaramente: «A differenza di Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, l’ordinamento giuridico svizzero non dispone di uno strumento che consenta di chiudere il procedimento penale ai sensi dell’articolo 102 senza punire l’azienda colpevole. In particolare, in Svizzera manca la possibilità di un giudizio differito nel senso di un Deferred Prosecution Agreement». In sostanza, a detta del procuratore, tocca quindi chiuderla con un decreto d’accusa e tramite l’articolo 102. In questo caso, però, non vi è né l’ammissione di colpa da parte dell’azienda, né l’avallo di un tribunale.

Qualche anno fa, la Procura federale aveva già chiesto di introdurre questa possibilità, ma il Parlamento, su pressione anche delle lobby economiche, non ne ha tenuto conto. Vedremo se di fronte ai nuovi appelli di Stefan Blättler qualche cosa cambierà.

Nell’immagine: uno degli inchiostri speciali prodotti dalla SICPA


La scuola come cantiere davvero sperimentale

Intervista a Maurine Mercier, giornalista svizzera dell’anno, inviata d RTS in Ucraina 

Si dice che la scuola sia un cantiere perennemente aperto – semper reformanda, ha scritto qui Saverio Snider qualche giorno fa. È una visione che tiene duro almeno da mezzo secolo. Parrebbe, insomma, una sorta di Sagrada Família, ma senza data di scadenza.

È però difficile capire quando fu aperto il cantiere della scuola contemporanea, mentre si sa che l’obbligo di frequentarla rimanda a inizio ’800. Oggi non le sfugge praticamente nessuno: tra i quattro e i quindici anni un allievo che non ripete neanche una classe trascorre a scuola ben più di diecimila ore, senza contare i compiti a casa. Ha scritto Philippe Perrenoud, sociologo ginevrino, che se la medicina potesse occuparsi della popolazione anche solo per una porzione infinitesimale del tempo della scuola, non le si perdonerebbe nemmeno un raffreddore.

Il cantiere è sempre aperto, ma a me pare che dietro le narrazioni, gli studi e i rapporti, questa scuola continua ad assomigliare maledettamente a quella che avevo frequentato negli anni ’60. Ci sono un sacco di riforme più amministrative che pedagogiche, tant’è che il modello pedagogico ancor oggi egemonico è anche quello più conosciuto: lezione ex cathedra (la lezione resta ex cathedra anche laddove l’insegnante passeggia tra i banchi) + esercizi applicativi (sovente da svolgere a casa propria) ⇾ valutazione.

A parte questo piccolo appunto, l’articolo di Snider è interessante, benché finirà probabilmente anch’esso, come tanti altri, nel cassetto delle buone riflessioni. Naturalmente ne è consapevole, tanto che, scrive: “ricette non ne ho, se non quella di riuscire a cambiare la testa della maggioranza delle persone, impresa che, pensando alla scuola, nemmeno a quella eccezionale ed esemplare personalità che fu don Milani riuscì ai suoi tempi”.

Don Lorenzo è stato un personaggio importante. La sua «Lettera a una professoressa» fu oggetto di citazioni e censure. Si citava ciò che faceva comodo, confidando che tra citarla e leggerla poteva esserci un mare. Si parlava volentieri della sua scuola, nata da alcuni contrasti con la Curia di Firenze, che lo allontanò mandandolo a Barbiana, paesello sperduto della Toscana.

Così don Milani diventa un modello da imitare, benché il contesto stesso in cui si svolse l’esperienza pedagogica del priore toscano sia unico e forse irripetibile. La sua visione di scuola prevede esplicitamente che il maestro è e deve essere un missionario, una sorta di eroe e di martire: «La scuola a pieno tempo presume una famiglia che non intralcia. Per esempio quella di due insegnanti, marito e moglie, che avessero dentro la scuola una casa aperta a tutti e senza orario. L’altra soluzione è il celibato».

Ma c’è anche un’altra storia affascinante, iniziata nel 1920 e che dura tutt’ora. È la storia di Célestin Freinet (1896-1966), che sceglie di fare il maestro e vuole riformare la scuola partendo dai suoi pessimi ricordi di alunno. Nella scuola del suo villaggio, nelle Alpi marittime francesi, c’era un solo libro di lettura per tutta la classe, si ricevevano tutti le stesse lezioni frontali, a cui si doveva rispondere con la capacità mnemonica, per imparare quelle nozioni e saperle ripetere.

A partire da quel suo primo anno di scuola, Freinet diede vita a una pedagogia basata sulla costruzione del sapere attraverso la sperimentazione, la cooperazione, la comunicazione, la creatività, l’autonomia. Siamo nel campo della scuola attiva, in cui l’insegnante ha un ruolo centrale e nel contempo discosto. È lui che provoca i processi di apprendimento, che favorisce la cooperazione e la collaborazione, anche per rafforzare la forza e le opportunità offerte dal gruppo, in un contesto che fa a pugni con la competizione per essere il primo della classe. Secondo Freinet si impara a parlare parlando e a camminare camminando, così come si acquisisce la conoscenza sperimentando, in un modo che lui chiama «naturale». Nella sua classe ci sono diversi laboratori: per il lavoro manuale di base (allevamento, lavoro dei campi, falegnameria, costruzioni…) e per le attività più evolute, socializzate e intellettualizzate (ricerca, conoscenza, documentazione; sperimentazione; creazione, espressione e comunicazione grafica e artistica).

Assai nota è la sua invenzione della tipografia scolastica, che compare nella scuola dove insegnava già nei primi anni ’20, una moderna tecnologia per imparare a scrivere e a comunicare. Porta a scuola i caratteri mobili coi quali ogni allievo scrive le sue frasi. I testi venivano poi stampati con una pressa e diventavano il giornalino. Molte, come si può intuire, sono le competenze messe in gioco e, nel contempo, si sviluppa il senso di collaborazione reciproca.

Nel corso degli anni le sue tecniche si svilupperanno e, attraverso il giornalino e la corrispondenza scolastica, coinvolgeranno altri maestri incuriositi e affascinati da questa pedagogia così diversa. A partire dagli anni ’50 la corrispondenza tra scuole e lo scambio di giornalini riguardò un numero crescente di maestri, tanto che nel 1957 fu istituita la Federazione Internazionale dei Movimenti di Scuola Moderna, alla quale seguirono negli anni altre importanti associazione sparse nel mondo – da noi, ad esempio, CEMEA Ticino.

L’approccio di Freinet alla scuola è naturale, popolare, attivo, umanista nel senso più esteso e liberale del termine. Converrebbe conoscere bene i lavori di Célestin Freinet e dei suoi epigoni, che hanno disegnato una scuola idealista ma non utopica, fatta da professionisti preparati, laici e intellettualmente liberi.

Maestri normali, né eroi né missionari.


Dentro la guerra – In ricordo di Bogdan Bitik, giornalista ucciso a Kherson

Intervista a Maurine Mercier, giornalista svizzera dell’anno, inviata d RTS in Ucraina 

Da la Repubblica

Ho sentito i colpi, un bruciore alla spalla e ho visto Bogdan cadere a terra a un metro da me. Pochi secondi. È morto davanti ai miei occhi. Una sofferenza atroce. Bogdan era un grande amico e un giornalista di valore.

Lavoravamo insieme da mesi. In tutte e cinque le mie missioni in Ucraina ho avuto lui al mio fianco. Lunedì sera eravamo arrivati a Mykolaiv con l’obiettivo di muoverci verso Kherson, a Sud, per raccontare la controffensiva ucraina. Dal 20 aprile ci sono notizie di incursioni delle forze di Kiev al di là del ponte Antonovsky, nella zona sotto controllo dei russi. Abbiamo organizzato il viaggio con le attenzioni e le prudenze sempre usate.

Alle 9.30 siamo partiti per Kherson con la Volkswagen, Bogdan alla guida, io accanto. Abbiamo costeggiato il fiume, il Bug orientale, che sfocia nel Mar Nero, e ci siamo fermati a fare foto e video. È una zona che è stata in guerra, occupata a lungo dai russi, ma da tempo è stabilmente in mano ucraine. Oltrepassiamo tre check-point: Bogdan scambia qualche parola con i militari, non ci dicono nulla. Arriviamo a Kherson, una città svuotata – poche macchine, qualche bicicletta – ma non distrutta come i centri dell’Est. Si vedono i segni dei colpi di mortaio sui palazzi. Ci spostiamo verso una zona portuale, finiamo davanti a un hotel disabitato con le finestre bombardate, Bogdan scherza: «Stanotte dormiamo qui». Sentiamo dei colpi ma sono molto lontani, saranno stati 8-10 chilometri, in zona russa, sulla riva orientale del Dnepr. Gli ucraini tengono il lato occidentale, dove siamo noi. Non ci sono scambi di fuoco tre le due parti.

Ci avviciniamo al ponte Antonovsky perché dal 20 e poi dal 22 aprile ci sono evidenze di incursioni ucraine sull’altra sponda. Lasciamo la macchina e saliamo la rampa. Non si sentono esplosioni né rumori di droni, ci fermiamo per filmare il ponte che è parzialmente distrutto in due punti. Ci sono dei militari ucraini a circa 20 metri da noi. Ho addosso il giubbotto antiproiettili blu con la scritta bianca “press”, “stampa”, e in testa l’elmetto. All’improvviso gli ucraini urlano «go away, go away», andate via, e «press, press». Sono pochi secondi: mi giro per tornare verso la macchina che è a 30 metri dai noi, Bogdan rimane fermo, sento un colpo da dietro, la spalla che brucia. Mi giro sperando che Bogdan mi stia seguendo, ma lui non si muove, è a terra. Pochi metri e cado anche io. Perdo sangue dalla spalla e cadendo mi ferisco a una mano, al ginocchio, al naso. Non capisco da dove arrivi. Siamo ancora sotto tiro.

Scoprirò dopo in ospedale che un terzo proiettile si è conficcato anche nella parte anteriore del mio giubbotto, che la polizia ucraina ha sequestrato per le indagini. Mi rialzo, decido di non tornare alla macchina perché sarei ancora un bersaglio, corro, vedo i due militari ucraini nel check-point nel pilone, li guardo per capire da dove provengano gli spari. Nulla.

Continuo a correre.

Sulla strada verso Kherson incrocio una macchina civile, gli faccio segno di fermarsi. Ho il sangue che mi cola dal naso, ferite da caduta in tre punti e una quarta ferita da proiettile alla spalla destra. L’uomo alla guida è uno del quartiere, gli chiedo di portarmi al primo ospedale. In macchina mi parla, racconta del momento in cui la zona è stata liberata dai russi, io continuo a chiamare Bogdan sul cellulare, ancora e ancora. Non risponde. Due ore dopo mi dicono che il suo corpo è lì, sempre lì, sul terreno: è troppo pericoloso andarlo a prendere sotto il tiro dei cecchini.

Arrivo all’ospedale di Kherson. Ci sono tre donne alla reception e un medico: mi controllano le feri- te, mi fanno le analisi. Arrivano la polizia e le forze speciali ucraine. C’è Dmytro, il responsabile dell’ufficio stampa militare delle Forze Sud. È il primo a dirmi: «Sniper», cecchini, «possono tirare anche da così lontano, 400-500 metri». La polizia sequestra il mio giubbotto: dovranno analizzare il proiettile che si è conficcato all’interno dell’intelaiatura per capire chi ha sparato. Mi dicono che del mio caso si sta occupando l’ufficio di presidenza. Mi portano in ambulanza, un’ora di viaggio in direzione Mykolaiv. Nel tragitto un sergente medico mi mostra sul telefono la foto di un bambino di 12 anni completamente coperto di sangue per un bombardamento in casa. Mi racconta che i russi sparano su tutto, che i medici sono il primo target. In una piazzola vengo prelevato con un elicottero militare, viaggiamo per un’ora a quota bassa fino alla clinica militare di Odessa.

Ripenso a un anno fa, a giugno. Con Bogdan eravamo andati a Lysychansk per aiutare un gruppo di ucraini che cercavano di scappare dalle bombe. Portammo in salvo quattro donne della stessa famiglia fino a Bakhmut, che all’epoca non era il deserto di macerie che è oggi. Bogdan era generoso. Un ucraino che stava dalla parte della sua gente ma voleva anche capirne i difetti. Cercava di essere comprensivo con le persone, con le loro paure, non si scontrava mai con nessuno. Era di una grande intelligenza. Due sere fa gli ho detto: «Quando torno in Italia ad agosto vieni su con me, in Liguria, e festeggiamo il mio compleanno». Mi ha risposto: «L’Italia. Mi piacerebbe tanto. Ma non credo che mi faranno ancora uscire dall’Ucraina».

Nell’immagine: Bogdan Bitik (a sinistra) e Corrado Zunino (a destra)