Nominare un nuovo popolo?

Non è la destra che è avanzata. È la sinistra che è arretrata per conto suo 

Quando le elezioni vanno male per la sinistra, vi sono al suo interno due simmetriche tendenze all’unilateralità. L’una esprime una sorta di amor fati per cui quello che è accaduto è ritenuto inevitabile e persino giusto, una meritata punizione per gli errori commessi, la cecità strategica palesata, la colpevole distanza dai bisogni del popolo, in particolare dei più deboli. Oppure, all’opposto, si fa largo la convinzione che il popolo non capisca, segua le sirene della demagogia, sia disorientato e superficiale: insomma, un po’ “bestia”, per cui, come diceva Bertolt Brecht, il comitato centrale vorrebbe nominarne un nuovo. Magari i due atteggiamenti convivono: pubblicamente prevale il primo, nel segreto delle riunioni di partito il secondo. Cenere sul capo e risentimento nel cuore. E poi non possono mancare i soliti saccenti “compagni di strada”, che forse si chiamano così anche perché, incontrati per la via il giorno dopo le elezioni dal fedele e deluso militante, gli dicono: “te l’avevo detto”.

Uno più uno non fa necessariamente due, in politica, anche per una lista unica rosso-verde che candida un eminente matematico. Se l’obiettivo minimo di una tale alleanza era certamente a portata di mano (riconfermare il seggio in governo), come si è poi visto, la trasformazione di questa unione in un propulsore di dinamica e creatività politica era tutt’altra questione. Elaborare una cultura politica rosso-verde, che definisca nuove connessioni fra questioni economiche, sociali e ambientali, è difficile; renderla capace di dettare l’agenda politica, togliendo l’iniziativa alla destra e portando un po’ di chiarezza in mezzo a tanta confusione, ancora di più. Un’aspirazione che si scontra con una realtà ostica.

Negli ultimi anni il clima politico è mutato. Rimane sotto il segno dominante della paura, ma si è abbassato il suo orizzonte: non è, in questo momento, la preoccupazione ambientale a premere (e questo nonostante la recente pandemia), ma sono quelle relative alla sicurezza economica e geopolitica (in cui si inserisce anche la questione migratoria). La crisi della globalizzazione neoliberista non determina assolutamente il riscatto dell’universalismo morale nei confronti di quello meramente mercantile, ma un ritorno dei confini, delle aree di influenza, della guerra (col conseguente riarmo e persino col ritorno in auge della minaccia nucleare). Frontiere a geometria variabile, certo: nazionali, per alcuni versi, ma anche sovranazionali, tra aree geopolitiche (Nato, Unione europea, e dall’altra parte Russia e Cina, con i loro satelliti); ma pur sempre frontiere. In Svizzera questo non può che rafforzare le tendenze isolazioniste, care all’UDC, ad esempio sul tema della neutralità; tendenze care anche alla Lega, in Ticino. Ma, finita una lunga stagione “gloriosa”, il movimento fondato da Bignasca e Maspoli sembra entrato in una fase discendente inarrestabile, tutta da analizzare.

Anche la sempre più acuta questione sociale non trova facilmente declinazioni progressiste. Alla ricchezza e profondità di analisi critiche del capitalismo neoliberista e delle sue devastazioni sociali, non corrisponde la capacità della sinistra di delineare un progetto e un blocco sociale in grado di prospettare un nuovo equilibrio complessivo per i nostri paesi, il che erode il suo consenso elettorale. Dalla fine del secolo scorso, le grandi forze socialiste, ricordava recentemente il politologo Marc Lazar, sono passate nel Nord Europa mediamente dal 35% al 22% dei consensi, e nel Sud Europa dal 40% al 23%. È caduto qualche giorno fa il governo socialista finlandese e potrebbe succedere altrettanto dopo le elezioni spagnole. Solo in Gran Bretagna il vento sembra diverso, ma quella è un’altra storia. L’insoddisfazione dovuta alle difficoltà dei partiti della sinistra storica non porta all’avanzata della sinistra più radicale e d’opposizione (lo abbiamo visto anche nelle nostre elezioni cantonali). Si conferma il fatto che nelle nostre società sono le fasi economicamente espansive, quando il capitalismo, magari debitamente corretto, mostra il meglio di sé, che aprono anche nuove e più radicali aspettative di una migliore forma di vita. Sembra proprio che avesse ragione Adam Smith, quando scriveva nella Ricchezza delle nazioni che “lo stato stazionario è stupido, e quello di decadenza malinconico”. Una bella sfida, questa, nella impostazione della transizione ecologica. Comunque in Ticino la destra nel suo complesso non è avanzata, è la sinistra che è arretrata per conto suo, per mancanza di slancio e vittima anche della frammentazione partitica.

Infine si conferma, qui come altrove, il calo della partecipazione elettorale, che ci porta al paradosso di democrazie senza democratici. Proprio nel momento in cui più acuto si fa il confronto con regimi statuali autoritari, e con vocazione totalitaria, lo spirito della democrazia, che non è compatibile con la chiusura degli individui nella propria singolarità, si infiacchisce. Passati dalla democrazia dei partiti (con la loro ricca cultura politica, ma anche le loro burocrazie e clientele) a quella del pubblico (che guarda in TV i leader) e poi a quella della rete (con i suoi like e i suoi insulti), lo spazio pubblico tende a svuotarsi, l’idea che la propria vita possa essere migliorata anche grazie all’azione della politica si indebolisce. A subire le conseguenze di questo indebolimento non può che essere soprattutto la sinistra, che vive dell’idea che la libertà di ognuno non trovi solo il limite in quella dell’altro, ma anche la sua condizione di possibilità, in uno sforzo collettivo. Oltre all’astensionismo, al crescente successo della scheda senza intestazione, anche la frammentazione del voto e il subitaneo innamoramento per leader e partiti nuovi e improbabili, sono un sintomo di generale e comprensibile disorientamento. E lo sono, in altre parti dell’Occidente, improvvise esplosioni di rivolta che denotano una diversa forma di estraneità dalla democrazia rappresentativa.

Sarebbe però sbagliato rifugiarsi, per spiegare il deludente risultato della sinistra rosso-verde, solo in fattori oggettivi, che si imporrebbero come un destino. In politica contano anche le decisioni degli attori e i loro eventuali errori.

La bontà della scelta della lista unitaria è fuori discussione, in quanto figlia di una strategia in grado di indicare una prospettiva futura. Ben più problematica è stata la procedura per la sua composizione, che ha inserito forti elementi di rigidità nei criteri di selezione delle persone (due verdi e due socialisti, uno giovane e uno esperto per parte, il quinto super partes). Vi è stato poi l’arrocco chiesto a Marina Carobbio, che trovava una ragione nell’indiscusso valore della sua figura politica, ma che ha comunque creato un inghippo istituzionale di non scarso rilievo. Infine abbiamo avuto la vicenda della mancata candidatura di Amalia Mirante. Anche questa decisione poteva trovare una sua giustificazione nella relativa estraneità della possibile candidata rispetto alla linea del partito, estraneità confermata anche dalla successiva campagna elettorale alla testa di Avanti. Ma era difficile che non risultasse evidente la contraddizione fra questa valutazione e il fatto che la stessa persona fosse stata candidata per ben due volte in precedenza, con ottimi risultati. Che un intero congresso sia stato dedicato alla valutazione di una singola candidatura e in parte anche di una singola persona, non è stata certo una pagina gloriosa.

Poi per i socialisti e i verdi ticinesi si tratterà, soprattutto, di riflettere sugli eventuali nessi fra il cattivo risultato e le politiche seguite negli ultimi anni, nei territori, nei comuni, nel parlamento e nell’esecutivo. Sappiamo, ad esempio, quanto sia stato complesso e travagliato il confronto nel mondo della scuola su alcune iniziative di riforma intraprese dalla sinistra di governo. È opportuno che di tutto questo si discuta criticamente, ma sarebbe peccato se l’arretramento elettorale subito causasse un’interruzione del percorso che cerca di coniugare questione sociale e questione ambientale. Un compito ineludibile, anche se per nulla scontato: quello di presentare a una società liquida e a un elettorato volatile, posti spesso sull’orlo di una crisi di nervi (la pandemia, la guerra, la crisi delle banche, i premi di cassa malati, ma anche la crisi climatica, ecc.) un progetto progressista realistico e coerente.

Nell’immagine: magari quando voterà l’intelligenza artificiale…


Stragi d’Aprile e Buona Pasqua

Non è la destra che è avanzata. È la sinistra che è arretrata per conto suo 


Autonomia o orbita Usa: la sfida dell’Europa

Non è la destra che è avanzata. È la sinistra che è arretrata per conto suo 

DI Francesca Salvatore, Insideover

La pandemia da Covid-19, prima, e lo scoppio della guerra in Ucraina, poi, hanno costretto ancora una volta l’Europa a interrogarsi sulla propria postura internazionale e sul rapporto con Washington in fatto di Difesa, politica e – ovviamente – rapporti economici. Un dilemma antico, che perdura dal secondo conflitto mondiale e che si palesò in tutta la sua gravità quando nel 1954 la proposta di una Comunità europea di difesa andò in fumo di fronte alle resistenze della Francia.

Un rapporto altalenante

Un rapporto altalenante che, pur non mettendo in discussione il credo dell’atlantismo, negli ultimi tre anni è stato messo a dura prova. Di certo, la frammentazione europea non giova a una scelta definitiva, così come la perdurante assenza di un leader continentale che faccia le veci di tutti e che sia il “numero da chiamare per parlare con l’Europa”, come amava ricordare Henry Kissinger. Eppure, ad osservare da vicino l’incontro tenutosi tra Ursula von der Leyen e Joe Biden a Washington sembrano non esserci dubbi sull’idea di una cooperazione che resiste e che si rinsalda su temi come i minerali critici, indispensabili per la transazione verso l’energia pulita e per ridurre la dipendenza dalla Cina. Al centro del colloquio tra i due leader anche l’Inflation reduction Act, sul quale “si auspica di trovare un terreno comune”.

Due temi centrali sia per l’Europa – impastoiata nei legami economici con la Cina – che per gli Stati Uniti, che sembrano eleggere, tra l’altro Von der Leyen a vero rappresentante politico d’Europa, nel ruolo che soffre del ritiro di Angela Merkel e dello stallo politico nel quale annaspa Emmanuel Macron. Proprio quest’ultimo si è mostrato da sempre un paladino dell’”interesse nazionale” europeo, fin dai tempi del suo discorso alla Sorbona nel 2017. In quell’occasione il presidente francese propose una forza di intervento militare comune in Europa e un bilancio della Difesa condiviso fra i partner europei. Ma anche una polizia europea delle frontiere e un ampio programma di integrazione e protezione dei rifugiati.

Il gelo dell’era Trump

L’amministrazione Trump aveva allarmato il vecchio continente quando, nel luglio del 2018, aveva spiazzato l’Alleanza Atlantica chiedendo agli Alleati di stanziare il 4% del Pil nazionale alle spese per la Difesa. Al centro del mirino americano c’era soprattutto la Germania, accusata di pagare troppo poco per la sua Difesa: “Questi Paesi hanno iniziato ad aumentare le loro spese per la difesa da quando io sono presidente – tuonò Trump su Twitter – ma la Germania spende l’1% e gli Stati Uniti il 4%, e l’Europa beneficia delle Nato molto di più degli Stati Uniti”. Le tensioni sul Nord Stream fecero il resto.

Se però in passato Washington aveva raffreddato il legame con l’Europa, accusa rivolta anche al presidente Biden sino allo scoppio della Guerra in Ucraina, gli ultimi 12 mesi rendono l’Europa necessariamente legata a doppio filo agli Stati Uniti. Un legame che forse la stessa Casa Bianca auspicava di allentare per questioni di spending review e per tenersi le mani libere altrove, ma che le contingenze geopolitiche hanno costretto a potenziare. Del resto, le due visite di Biden in Europa nel giro di così pochi mesi, ed in particolare la missione lampo a Kiev hanno fugato qualsiasi dubbio sul disimpegno Usa nell’area.

Il dibattito europeo sull’autonomia strategica

E l’Europa? Esattamente come è accaduto per mascherine e vaccini, ha proceduto alla rinfusa anche nel sostegno a Kiev, con un sostegno umanitario, militare ed economico a macchia di leopardo che ha risvegliato vecchie rivalità e acredini mai sopite. Una gazzarra di fronte alla quale la NATO ha ritrovato ragion d’essere, non fosse altro che per disciplinare il da farsi.

L’Europa dipende dagli Stati Uniti per la sua sicurezza dal 1945. Anche con la fine della Guerra Fredda, non era disposta a investire nelle capacità per garantire la propria sicurezza comune. Oggi, tuttavia, il dibattito sull’autonomia strategica europea è più vivace che mai. I suoi sostenitori e detrattori si scontrano regolarmente su quanto il continente guadagnerebbe o perderebbe raggiungendola: chi sostiene però l’allentamento del rapporto con gli Stati Uniti è dimentico del fatto che la sicurezza ha un prezzo è che autonomia significa premere per un decisivo aumento delle spese per difesa e sicurezza all’interno dei Paesi membri, nonché la necessità di una concertazione a 27 su questa materia.

La sicurezza europea: una questione di budget

Alla luce di questo, alcuni Stati membri come la Germania, hanno abbandonato la propria lunga tradizione di spese militari limitate impegnandosi ad aumentare il proprio budget per la difesa di svariati miliardi di euro. L’Unione europea ha adottato diversi strumenti per sostenere i suoi Stati membri negli sforzi congiunti di approvvigionamento militare e nello sviluppo di progetti di difesa comuni: nel suo discorso sullo stato dell’Unione, lo scorso anno, proprio la presidente Von der Leyen aveva annunciato la creazione del Fondo di sovranità europeo, atto ad aumentare le principali capacità di difesa europee, come i sistemi di difesa aerea, i sistemi di difesa aerea portatili (Manpad) e munizioni. Ma questo non sembra bastare: le donazioni di sistemi d’arma all’Ucraina o di mezzi come i famigerati Leopard, ha mostrato come parte dell’equipaggiamento europeo sia obsoleto e da rottamare. L’autonomia strategica è anche questione di volontà: le tensioni con Washington circa l’intervento in Afghanistan furono l’espressione paradigmatica della la perenne debolezza dell’Ue: desiderosa di impegnarsi nell’autonomia strategica, ma attratta dalla sicurezza a buon mercato, anche se ciò significa continuare a fare affidamento sugli Stati Uniti, come rivela l’attuale crisi russo-ucraina. Senza dimenticare, poi, come la Brexit abbia reso il compito europeo ancora più difficile.

Dove va la “Bussola strategica”?

Quasi un anno fa l’Unione approvava, in questa direzione, lo Strategic Compass. Un ambizioso piano d’azione per rafforzare la politica di sicurezza e di difesa dell’UE entro il 2030. Tale bussola punterebbe verso quattro direzioni principali: azione, sicurezza, investimenti e partner. Nel progetto l’Unione intende creare una nuova forza di prima entrata capace di dispiegare rapidamente fino a 5.000 unità in vari scenari di crisi. Tale forza dovrà essere in grado di impiegare simultaneamente assetti terrestri, navali e aerei degli Stati membri sotto un unico comando europeo. Il 2023 costituisce un crocevia fondamentale per l’autonomia strategica europea: molti dei risultati della bussola sono, infatti, previsti quest’anno, tra cui regolari esercitazioni, la strategia di difesa spaziale dell’Ue e nuove soluzioni di finanziamento per l’acquisizione congiunta di capacità di difesa. Ma se il sentimento che trasuda dai movimenti tra Washington e Bruxelles è quello di un abbandono dell’aspirazione all’autonomia, altrove nel Mondo (si pensi al Sahel o al Maghreb) persistono tante altre sfide geopolitiche non prioritarie per gli Stati Uniti che l’Europa rischia di perdere facendo affidamento esclusivo al traino atlantico.


Andrea Pilotti – Le sorprese del panachage

Non è la destra che è avanzata. È la sinistra che è arretrata per conto suo 


Dopo il 2 aprile – Mobilitare le intelligenze

Non è la destra che è avanzata. È la sinistra che è arretrata per conto suo 

Tutto come previsto, o quasi. Che il progetto rosso-verde (PS+Verdi) arrivasse al traguardo in debito di ossigeno, era nell’aria. La lista blindata non è piaciuta ai potenziali elettori, delusi per l’esclusione di Amalia Mirante. Certo, gli iscritti avevano deciso, e più volte, per una linea intransigente, che coniugasse l’esperienza (Carobbio) con il rinnovamento (il giovane De Maria). Ma questo non è bastato, perché il nostro sistema elettorale, fortemente basato sul voto disgiunto, permette di aiutare anche le candidature non allineate. Anzi, spesso le incoraggia e le sprona. I tempi della «scheda secca» sono tramontati. Ora l’elettore ha la possibilità di virare sulla scheda senza intestazione, e quindi di premiare i candidati che meglio rispecchiano le sue idee e le sue simpatie, da destra a sinistra passando per il centro. Una volta c’era addirittura la «livragazione»: con un tratto di penna si potevano cancellare i nomi considerati sgraditi. Il vocabolo, che lo Zingarelli neppure più registra, risale al periodo coloniale italiano in Eritrea, paese in cui un ufficiale di nome Dario Livraghi si rese responsabile di atti criminali nei confronti della popolazione locale (torture, fucilazioni). Davvero curioso che il termine finisse per trasmigrare nella legge elettorale ticinese come sinonimo di stralcio. Non faceva vittime, ma sicuramente feriva il candidato che si vedeva «soppresso» come un reietto nel segreto dell’urna.

Si paventava un ulteriore aumento dell’astensionismo e così è stato. Il fenomeno è in crescita ovunque, riguarda tutti i paesi a democrazia matura. Pure sulle cause si è discettato parecchio. Disinteresse, apatia, sfiducia nei partiti, assenza di reali alternative, programmi sciapi, passioni fredde, individualismo crescente, anomia sociale… tutto vero. Nonostante le facilitazioni introdotte negli ultimi anni (scheda senza intestazione, espressione del voto per corrispondenza), l’affluenza continua a calare. Finora i rimedi proposti si sono rivelati inefficaci, semplici cure palliative. Probabilmente la riflessione va estesa all’insieme dei fattori che favoriscono o impediscono la partecipazione della cittadinanza al governo della cosa pubblica. Certo che assistere alla lenta decadenza della democrazia semi-diretta, conquista e vanto del sistema elvetico, non è uno spettacolo edificante.

I sondaggi prevedevano pure un incremento della frammentazione partitica nel legislativo. Anche qui non hanno sbagliato. Ora, di fronte al caleidoscopio dei colori e delle sigle, c’è chi medita di introdurre una soglia di sbarramento: provvedimento che non fa l’unanimità, e sicuramente non piace alle formazioni più piccole, e forse nemmeno all’elettorato ticinese, sempre sensibile al tema delle «minoranze» (sociali, linguistiche, religiose).

Infine si è notata la latitanza degli intellettuali. Qualcuno si è candidato, è vero, ma i più sono rimasti alla finestra, un po’ schifati per quanto avveniva nell’arena. Certo, anche qui, è finita l’epoca in cui partiti e associazioni amavano rivolgersi all’intellighenzia per giustificare scelte e definire strategie. Questa esigenza non è più avvertita nell’epoca dei canali sociali e dell’«infocrazia», dei duelli urlati e delle chiacchiere. D’altra parte il divorzio tra la politica e la cultura si era già consumato al principio degli anni ’90 del secolo scorso. Eppure gli argomenti non mancano per coinvolgere maggiormente le donne e gli uomini di pensiero. Si pensi alla scuola, alla transizione energetica, alle emergenze ambientali, al traffico, al mercato del lavoro, alle migrazioni, alla demografia, alle disuguaglianze. Una politica che si vuole lungimirante non potrà fare a meno di nutrirsi delle competenze attive nel territorio a partire dalla coppia USI-SUPSI.

Nell’immagine: avrebbe dovuto essere un’ondata


Senza Intestazione

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Outsider e antisistema, combinazione vincente

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Tre elezioni (Ginevra, Lucerna e Ticino), tre risultati differenti. Eppure alcune tendenze comuni si possono intravvedere. La prima è che escono vincenti i candidati che giocano (la parola non è scelta a caso) a fare gli outsider antisistema. Se poi ti ammanti anche un po’ di vittimismo meglio ancora. Poco importa che sia vero; l’importante è costruire una narrazione che sia credibile e di conseguenza renderlo verosimile e farlo accettare dall’elettorato. Corollario logico di fondamentale importanza, qualsiasi obiezione che arriverà dagli avversari arriverà dal sistema, dunque dai poteri forti o da chi volete voi, per cui non solo non smonterà questa narrazione, ma anzi contribuirà a rafforzarla.

Eclatante in questo senso il risultato di Pierre Maudet a Ginevra: lo si aspettava sì a un buon risultato per il Consiglio di Stato, ma non così buono; lo si credeva fuori dei giochi per il Gran Consiglio soprattutto per lo sbarramento del 7%, e invece vi è entrato trionfalmente. Pierre Maudet, ricordiamolo a dimostrazione di quanto detto sopra, è l’ex “enfant prodige” del PLR ginevrino, ex consigliere di Stato ed ex papabile al Consiglio federale, impallinato alcuni anni or sono per alcuni favori poco chiari ricevuti da un emiro arabo. Due anni orsono – non secoli fa dunque – era stato estromesso dal Governo. Insomma, un politico da sempre dentro il sistema; anzi, ad un certo punto a Ginevra era il sistema, l’uomo forte del suo partito e del Governo.

Eppure, appena superata la bufera mediatica e giudiziaria si è ripresentato in pompa magna con l’etichetta appunto dell’outsider, dall’antisistema e della vittima, e buona parte dell’elettorato gli ha creduto: entrata trionfale in Gran Consiglio, dove la sua lista ha conquistato un 8,45% che gli ha consegnato ben 10 seggi, e un bel sesto posto nella corsa al Consiglio di Stato. Non ancora l’elezione, che verrà decisa al secondo turno il prossimo 30 aprile (se la giocherà con due rappresentanti dell’area rossoverde e con quello del Mouvement Citoyens Genevois; decisivi come solito saranno i ritiri degli altri candidati e gli apparentamenti tra i partiti), ma comunque una bella posizione per sperare nel colpaccio.

Discorso simile in Ticino per Amalia Mirante: poco importa se è stata per ben due elezioni sulle liste PS, poco importa se è dunque una creatura nata e cresciuta proprio nel sistema che oggi critica: ha fatto il battitore (pardon, la battitrice) libera, si è costruita una narrazione adeguata ammantata di vittimismo e risentimento contro un partito e una grande famiglia in particolare, ha trovato anche evidentemente gli appoggi giusti fuori dalla sua area di riferimento, e il gioco è riuscito. Forse nessuno l’aspettava così avanti – mi si perdoni lo scontato gioco di parole – ma poco importa.

Altra tendenza emersa in questo fine settimana elettorale è il calo del PLR e dei Verdi, la sostanziale tenuta del PS (fa eccezione naturalmente il Ticino, ma qui hanno giocato condizioni locali improponibili a livello nazionale) e del Centro, e l’avanzata dei Verdi liberali – meno eclatante rispetto ad altre volte, ma comunque c’è – e un po’ a sorpresa dell’UDC.

Interessante in proposito che questa è arrivata, oltre che a Lucerna, sia in Ticino che a Ginevra e che in questi due cantoni si sia verificata soprattutto ai danni dei movimenti antisistema locali, Lega e MCG. Una lezione per la sinistra: i democentristi, in particolare nel corso dei primi anni dell’era blocheriana, sono cresciuti non solo rubando voti ai partiti borghesi, ma soprattutto facendo tabula rasa di tutta quella serie di partiti e partitini in cui fino agli anni ’90 era frantumata l’estrema destra elvetica. Un partito dunque che dapprima è stato di unione e condivisione per una certa area, e che solo dopo ha selezionato la sua classe dirigente in funzione dei desideri e della politica voluta dai suoi vertici, quando le strutture e l’elettorato di riferimento erano consolidati. E difatti l’unico tentativo di scissione finora avvenuto, quello attuato dal Partito borghese democratico e dall’ala tradizionale e agraria del partito, è miseramente fallito. Meditate, gente, meditate.

Nell’immagine: avanti verso la democrazia individuale!


Elezioni in Finlandia: esce di scena Sanna Marin

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Di Rossana Miranda, Formiche.net

Petteri Orpo, presidente del Partito di Coalizione Nazionale, potrebbe diventare il prossimo primo ministro della Finlandia. Il leader conservatore ha conquistato 48 seggi nelle elezioni di ieri, mentre il partito di destra nazionalista Veri finlandesi 46 seggi e i Social Democratici, guidati dalla premier uscente Sanna Marin, 43 seggi.

Nessuno, dunque, ha i numeri necessari per governare da solo. Le conversazioni per un probabile accordo di coalizione cominceranno immediatamente. Marin aveva rifiutato a inizio anno la possibilità di un governo con i nazionalisti del Partito Finlandese, qualificandoli come una formazione “apertamente razzista”. Oggi sembra aperta a negoziare, ma solo con il Partito di Coalizione Nazionale.

Il partito di Orpo, vincitore di queste elezioni, ha saputo sfruttare i temi economisti per conquistare l’interesse dell’elettorato. La formula vincente è stata una combinazione di messaggio progressista, aperto all’immigrazione, con una linea dura in materia di rigore finanziario e di bilanci. Orpo ha accusato Marin di minacciare la resilienza economica del Paese in un momento in cui la crisi energetica europea ha colpito le tasche dei finlandesi. Marin si è difesa spiegando che ha voluto spendere in istruzione e sanità, settori fondamentali per assicurare la crescita economica di una nazione.

Come sostiene James Carafano del The Heritage Foundation, il voto finlandese si è basato su questioni interne, le incertezze economiche e sul desiderio di ridurre la spesa pubblica (aumentata del 70% del Pil sotto il governo socialdemocratico). Una proposta di governo condivisa dal Partito di Coalizione Nazionale e i Veri Finlandesi.

“È interessante notare che, come nelle recenti elezioni svedesi in cui i conservatori hanno ripreso il potere, il centrosinistra che ha supervisionato la nazione che chiedeva l’adesione alla Nato non è stato premiato – scrive Carafano -. Il centrodestra, tuttavia, è stato a lungo favorevole soprattutto in Svezia e potrebbe aver ricevuto un urto a causa del cambiamento nell’opinione pubblica”.

Secondo Carafano, è improbabile che la politica estera finlandese cambi, mentre le politiche interne, in particolare in materia di spesa, energia e immigrazione, sì che cambieranno.

Riikka Purra, leader dei Veri Finlandesi dal 2021, ha voluto invece usare la Svezia come esempio negativo sulla politica di migrazione, cercando di modernizzare l’immagine del partito ma mantenendo i principi di difesa delle tradizioni della Finlandia e una visione sovranista ed euroscettica.

“Abbiamo notato come in alcune parti d’Europa i conservatori di centrodestra hanno dimostrato forza elettorale e resilienza nella governance affrontando questioni quotidiane riguardanti gli elettori – conclude Carafano -. Una questione chiave per i finlandesi è il contenimento della migrazione, in particolare dal sud del mondo verso la Finlandia. Sono visti come estrema destra da quelli di sinistra, ma un’alleanza con il Partito di Coalizione Nazionale non è fuori discussione. Il forte sostegno finlandese all’Ucraina, la robusta spesa per la difesa e il sostegno all’ingresso della nazione nella Nato rimarranno sotto un governo guidato dai conservatori”.

In queste elezioni, la crescita dei grandi partiti, e la perdita di voti di quelli minori come il partito di Centro, i Verdi e il partito di Sinistra – sono un dato significativo della scena politica in Finlandia. I media finlandesi, secondo l’Ansa, ipotizzano che si possa trattare di voto tattico in cui gli elettori hanno scelto i partiti più grandi per cercare di garantire che il loro schieramento politico vincesse, contro quello dell’opposizione.

Ora la palla resta nel campo dei leader dei partiti, che avranno alcuni giorni a disposizione per negoziare una coalizione. Il sistema politico della Finlandia prevede che il capo del partito con il maggior numero di seggi riceverà un incarico esplorativo per cercare di formare un governo e ottenere il supporto di una maggioranza parlamentare.

Nell’immagine: Sanna Marin


Quando le bocce non sono ancora ferme

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A scanso di equivoci e fraintendimenti diciamo subito quel che dicono tutti: valutazioni più ponderate si devono fare a bocce ferme, quando i dati, seggi e percentuali in più o in meno, saranno definitivi . Certo, sacrosanto e doveroso, ma intanto va anche detto che le bocce non ancora ferme per ora girano alquanto, in diverse sedi di partito, dove si stanno già facendo i conti con scoppole sciagurate, annunciate dall’esito elettorale per il Consiglio di Stato e confermate dai risultati per il Gran Consiglio.

Il Partitone storico, PLR, non ottiene nulla di quel che si aspettava il presidente Speziali, anzi è in perdita e deve osservare che l’altro partito storico, Il Centro, tiene bene. In casa leghista i musi sono lunghi almeno quanto i peana di queste ultime settimane: insomma, in Via Monte Boglia “la si sentiva arrivare” ed ora sono tutti lì a dire che la Lega si è troppo “istituzionalizzata” e che invece deve tornare ad essere quella delle origini, “barricadeira”. E perché? Ma perché fra attitudine e responsabilità governativa ed impulsi all’opposizione cavalcando i malumori, ha saputo giocare molto meglio l’UDC, il partito che “istituzionalizza lo scontento” non solo in Ticino, giostrando abilmente su due tavoli diversi, ad immagine e somiglianza del suo presidente cantonale e consigliere nazionale, Piero Marchesi (ma anche Maurer, non è stato certo un dilettante nell’esercizio).

Nella loro stravagante “alleanza”, Lega e UDC hanno in fondo, ciascuna, ottenuto quello che volevano: la riconferma dei due Consiglieri di Stato l’una, un netto aumento dei granconsiglieri l’altra; certo, resta da capire quanto Bignasca e soci possano digerire che gli “amici” udicini siano così vicini, ormai, nella rappresentanza parlamentare e quanto questo possa proiettarsi verso i prossimi appuntamenti elettorali: insomma, in autunno la Lega appoggerà ancora Chiesa? E nella primavera prossima, a Lugano, con l’ombra dello stesso Chiesa ad incombere, continueranno ad andare d’amore e d’accordo (anche fra una pistolettata e l’altra)?

Il fatto è che anche per il Gran Consiglio l’esito elettorale appare come frutto se non di una protesta dell’elettorato (che sarebbe troppo dire) almeno come lo specchio di una disaffezione crescente verso gli schieramenti tradizionali, quelli “di governo”, per intenderci, compreso il PS che più degli altri deve fare i conti con una strategia elettorale che non l’ha minimamente premiato.

Diciamolo chiaramente, il “progetto” di alleanza a medio e lungo termine all’insegna del rossoverde, che aveva persuaso militanti e base dei due gruppi non ha per nulla incontrato il favore degli elettori “di area”, anzi, tutt’altro. E va pure chiaramente detto che in casa PS (e poi anche dei Verdi) vi sono state troppe ambiguità in una campagna che, in nome di una scelta di fondo sui temi, è stata costellata di episodi dal sapore personalistico, con la resa dei conti del Congresso di novembre, che hanno espresso un segnale perlomeno contradditorio, mal digerito, per finire, da chi è andato a votare (e sopportato ancora meno da chi non li ha più votati o non ha più scelto alcuna lista, o se n’è rimasto direttamente a casa senza neanche votare).

Quella che si può chiamare, appunto, disaffezione, ha forse la sua prima spiegazione proprio in questi aspetti, che i vertici di PS e Verdi tendono ad attribuire ad un problema di comunicazione, ma che francamente erano lì da vedere da mesi come pericolosamente autolesionistici.

Che il PS abbia portato in Governo una donna, bene, che sia Marina Carobbio, bene, ma alla fine per tutti sembra che questo rimanga l’unico risultato (ampiamente garantito da tempo) di quella che si voleva fosse “la grande novità” di queste elezioni. Certo, la prima ministra rossoverde, certamente porterà in Governo tutta la sua lunga e profonda esperienza politica nazionale, ma indurrà, per prima cosa, l’esecutivo a discutere se indire o meno le “suppletive” per sostituirla agli Stati, con la possibilità che si torni a votare al più presto per una pura formalità oppure che si lasci vacante per sei mesi uno dei due seggi ticinesi alla Camera alta.

E intanto, in Parlamento, siederanno meno esponenti piesse (con la possibile esclusione di qualche commissario) e i Verdi sono a rischio perdita dello statuto di Gruppo (e dunque fuori dalle commissioni). Un Parlamento che a sinistra avrà ancora qualche sparuto esponente delle irriducibili minoranze di “opposizione”, ma che si è ampiamente spostato a destra anche con l’entrata in scena (è il caso di dirlo) del partito ibrido di Amalia Mirante (così l’ha definito, in tutte le sue coerentemente ibride esternazioni post-elettorali). Un emiciclo che andrà avanti a discutere iniziative e rapporti di Pamini, Morisoli e compagnia bella, sempre meno contrastati, e forse ad affrontare temi di fondo istituzionali, come la soglia di sbarramento o il passaggio al maggioritario.

A questo proposito, un po’ provocatoriamente: viene da sperare che davvero si entri nel merito di una alternativa a questo meccanismo elettorale proporzionale che obbliga al consociativismo. Se ne discuta, almeno, anzitutto in casa rossoverde: forse sarebbe il caso di pensare seriamente che ci sarebbe davvero anche la possibilità andare all’opposizione (costruttiva, certo), come non lontano da noi sta facendo, seriamente, la “ticinese”, Elly Schlein. Perché non pensarci su? Che c’è da perderci?

Nell’immagine: 12 partiti in GC. Il panorama politico ticinese è più frammentato che mai


Fra tracolli, fibrillazioni, trionfi e frammentazione

Non è la destra che è avanzata. È la sinistra che è arretrata per conto suo 

Per il Consiglio di Stato, continuità. Ma solo apparentemente. Certo, le sigle dei partiti sotto i cinque ritratti di chi governerà il cantone nella prossima legislatura non cambiano. Ma sotto questa foto di gruppo (in cui rientra una donna, Marina Carobbio, e davvero non è poco) ci sono stati tracolli, fibrillazioni, novità forti, e vedremo in quale misura verranno confermati nella conta dei deputati in Gran Consiglio. Pensare che si è parlato molto di pericolo-astensione (c’è stata una nuova flessione, non disastrosa) e di un dibattito preelettorale stanco, addirittura moscio. Non è quello che hanno detto le urne. 

C’è il disastroso debutto della coalizione rosso-verde. D’accordo, se si tratta di alleanza strategica, e tale è stata apertamente definita, non si punta certo al risultato immediato, ma piuttosto a quello in prospettiva. Tuttavia la doccia gelata piovuta sulla testa in particolare dei socialisti, fragilizza la giovane co-direzione del PS, crea frustrazione, apre il dibattito su quanto concretamente si è fatto, e soprattutto non fatto, per convincere non tanto i militanti che in congresso hanno democraticamente varato a netta maggioranza la scelta, ma soprattutto verso gli elettori in generale, per far capire la nuova sostanza politica, il suo futuro percorso, anche gli ostacoli che si incontrano nella nuova traiettoria, con parole e fatti e ragionamenti più concreti.

 “Si deve ripartire da qui”, è stato ieri l’inevitabile e un po’ comodo ritornello della sua leadership e di alcuni suoi personaggi storici, convinti che comunque sia stato giusto aver fatto la mossa che deve però chiarire il profilo, l’ideologia, la combattività sul sociale del partito futuro. “Come avvenuto in Francia – ci ha detto uno di loro – l’azzeramento del vecchio partito ha aperto un nuovo terreno e un rinnovato dinamismo alla sinistra radicale di Mélenchon”. Ma riprendersi dopo una sonora sconfitta non è una passeggiata, essa può provocare dubbi, la risalita è sempre difficoltosa, occorre ritrovare subito energie e idee per investirle nella giusta direzione. 

Anche perché per il PS il rovescio della medaglia sta nella ridondante, giustificata esultanza della scissionista Amalia Mirante e del suo “Avanti con Ticino e lavoro” per un risultato che già al primo round la proietta ad un inatteso cinque per cento, nettamente in testa rispetto ai cosiddetti partiti minori o partitini. Cosa avrebbe ottenuto la ‘pink lady’ in una sfida diretta, e sulla stessa lista, con Marina Carobbio? Come un pericolo evitato, se lo chiedeva qualcuno alla Casa del Popolo fra le sconsolate truppe del PS. 

E poi, Ticino ancora un po’ più a destra. Contenuta avanzata dell’accoppiata Lega-Udc. Si canta vittoria, ma non è propriamente un inno alla gloria, ma un canto non proprio vigoroso e convinto. Il duello interno fra Lega e Udc (che non è comunque riuscita a scalzare Zali in favore di Marchesi) ha certo fatto da traino come può avvenire grazie ai due motori della cosiddetta ‘competizione interna’. Ma bisognerà vedere nella conta dei seggi a Palazzo delle Orsoline se e quale prezzo può aver pagato il leghismo, che qualche nervosismo può ancora manifestare (vedi Boris Bignasca, “soltanto” quarto della lista comune della destra, dopo aver “vivacemente” esternato da candidato tutto quanto poteva marcare la differenza politica fra i due alleati). Già i rispettivi slogan di partenza erano in palese (studiata?) contraddizione: “ConTInuità”, rivendicava quello della Lega, “Cambiare, ORA”, replicava quello dei cugini democentristi, come il famoso ‘partito di governo e di opposizione’, e ha funzionato. Ma nell’ipotesi di un risultato non soddisfacente per il movimento di Via Monte Boglia in Gran Consiglio, i conti, nel senso di un dissenso anche sul nome di Marco Chiesa, potrebbero spostarsi alle elezioni nazionali di fine anno.

Infine, al di là della non scontata conferma numerica di Centro e PLR, eccoci alla prevista ulteriore frammentazione: non solo l’approdo in parlamento dei ‘mirantiani’ moderati, ma anche la probabile entrata di un nuovo partito, quell’ “HelvEthica”, oggetto relativamente misterioso, nato dai movimenti anti-vax e da una generica contestazione al sistema.  E che in basso alla classifica di netto scavalca persino, e imprevedibilmente, un Movimento per il socialismo combattivo e attivissimo, concorrenziato anche dal partito comunista-pop. In totale, nuovi movimenti e partitini hanno sommato circa il 14 per cento dei voti. Non poco. Dunque, Gran Consiglio ancor meno ‘governabile’. Dove i giochi delle alleanze potrebbero essere più difficili.  Ma ora bisogna attendere l’esito della competizione per il legislativo. Lì, la partita decisiva. Stasera un seggio in più o in meno sembrano pesare come un macigno. 

Lo sapremo nello spoglio di domani, lo sapremo nel pomeriggio. Meglio: dovremmo saperlo. Condizionale inevitabile. Lo spoglio delle sole schede per il Consiglio di Stato si è rivelato di una lentezza esasperante, incomprensibile. Siamo entrati addirittura nell’era della discussa e inquietante Intelligenza Artificiale, e tecnologicamente basterebbe assai meno. Domenica pomeriggio, ore 18.00, si erano ‘spogliate’ soltanto la metà delle schede. Non proprio una strepitosa prestazione. Forse dovremo chiedere alla cancelleria se dobbiamo prevedere di attendere e pazientare fino a… martedì?

Nell’immagine: il nuovo Consiglio di Stato