Dentro l’assalto di Capitol Hill

In un libro di Luke Mogelson il racconto delle ore vissute in mezzo alla violenza ed il caos di un moto di protesta voluto, provocato e sostenuto da Donald Trump. Di Werner Weick 

“Personalmente. non ho mai dubitato che, in circostanze particolari, anche gli Stati Uniti verrebbero trascinati nelle stesse spirali di violenza che vediamo all’estero. Ma quali sarebbero queste queste circostanze particolari ? Per tutto il 2020, girando l’America per il “New Yorker”, ho visto la frustrazione per le politiche di contenimento del covid-19 montare fino a prendere la forma di un fanatico movimento antigovernativo, che dopo una fase di opposizione militarizzata alle richieste di giustizia sociale è degenerato in una vera e propria crociata contro la democrazia”.

Luke Mogelson, autore di questa riflessione, ha esplorato per anni la galassia di una setta millenaristica nata su internet che profetizzava un assassinio di massa moralmente giustificato. Dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio del 2020, un turbine furioso di propaganda ha completamente offuscato la realtà. I crimini di odio, in particolare contro la popolazione di colore sono schizzati alle stelle. La fiducia nella stampa e nel sistema di governo americano sono andate in pezzi. Parlare di guerra, rivoluzione e addirittura apocalisse è entrato a far parte della vita quotidiana.

Luke Mogelson è uno degli inviati di spicco del “New Yorker” e ha già coperto a lungo altri teatri di guerra: Iraq, Afghanistan e Siria. In “La tempesta è qui” (Mondadori), Luke Mogelson descrive in una sessantina di pagina ogni dettaglio dell’incredibile assalto dei seguaci di Trump al Campidoglio. È in mezzo alla sommossa, e registra ogni cosa con il telefonino. Si chiede e domanda dove sia la polizia. Saprà solo più tardi che il Pentagono risponderà soltanto tre ore dopo alla richiesta di invio della Guardia nazionale, che verrà con 154 soldati. Intanto Trump seguiva l’assalto dallo Studio Ovale della Casa Bianca visibilmente  contento davanti alla televisione a godersi il caos. Quando alle otto di sera il Congresso si ritrova, i voti repubblicani favorevoli a ribaltare il risultato elettorale sono 147. Centoquaranta deputati hanno misconosciuto il voto popolare e scelto, per vigliaccheria, di stare dalla parte dei Proud Boys, dei Groypers. dei Three Percenters, degli Oath Keepers, di QAnon, dell’uomo con la maglietta CAMP AUSCHWITZ, della donna che aveva fatto Sieg Heil e rubato il laptop di Nancy Pelosi per venderlo ai russi e dell’orda che aveva brutalizzato e cercato di uccidere i poliziotti, che in verità erano lì per proteggerli.

L’erosione della fiducia collettiva ha offerto a Trump il pretesto per tentare modifiche del processo elettorale. In Georgia, una legge quadro ha reso più costoso il voto a distanza, difficilissimo l’accesso alle apposite cassette, un crimine l’offerta di cibo e acqua agli elettori in fila. E ha imposto ulteriori restrizioni al voto ai seggi. Le nuove misure erano tese a colpire i distretti urbani popolosi come Atlanta, in maggioranza democratici e neri. Con provvedimenti analoghi, in una quantità di altri stati si è tentato di condizionare l’afflusso alle urne dei democratici e di trasferire la supervisione dei poteri dagli amministratori indipendenti alle legislature repubblicane. Il Texas, ad esempio, ha completamente bandito i seggi drive-through, e quelli aperti anche in notturna. Nel 2020, questi servizi erano stato utilizzati (senza incidenti) da 140.000 residenti  della contea di Harris, di cui fa parte Houston, la città con la composizione etnica più variegata d’America. 

“Se l’America perde il suo nucleo demografico bianco, e la sua fede in Gesù Cristo, non è più l’America. Questo paese l’hanno fondato i bianchi e non esisterebbe senza di loro” (Nicholas Fuentes). Gli arrestati per i reati commessi il 6 gennaio sono più di ottocento. Prima del suo ultimo giorno da presidente, Trump ha graziato un elenco interminabile di donatori repubblicani, lobbisti, celebrità, amici, partner commerciali, gestori di fondi speculativi e manager condannati per reati come evasione fiscale, frode postale, frode bancaria, frode telematica, frode assicurativa, frode finanziaria, frode sanitaria, corruzione, estorsione, racket e riciclaggio.

Dopo il 6 gennaio almeno una ventina di democratici eletti alla Camera hanno annunciato le dimissioni. “La cosa incredibile era la sensazione che tutto potesse ricominciare, perché niente era ancora deciso e perché nessuno sapeva come sarebbe andata. Non l’orda, né i giornalisti, né i soldati, né i poliziotti. L’apprensione della polizia era forte quanto l’energia grezza dei trumpiani. Dopotutto, comunque andasse, problemi loro non ne avrebbero avuti. Nessuno avrebbe passato la notte in cella. O all’ospedale. O all’obitorio. La città era loro, e anche il paese. Mi ha sorpassato un uomo con una maschera di Halloween di gomma, Non credendo ai miei occhi, mi sono voltato appena in tempo per vederlo entrare nella mischia.
In mano aveva un cappio.”


La nave dei folli – Scorie e schizofrenie liberiste

In un libro di Luke Mogelson il racconto delle ore vissute in mezzo alla violenza ed il caos di un moto di protesta voluto, provocato e sostenuto da Donald Trump. Di Werner Weick 

Tutto è mercato, nient’altro che mercato. Tutto è mercificabile, tutto è monetizzabile, tutto è produttivo dopo razionale sfruttamento di tecniche di produzione, di distribuzione, di vendita. Così parlò il liberismo, fattosi  anche neo.

Occorre pagare  la sofferenza di porci e polli

Ogni anno 1.6 miliardi di animali sono trasportati tra i paesi europei. Sono polli (1.4 miliardi), maiali (31 milioni), bovini (4.3 milioni), pecore (3 milioni). Sempre più numerosi e su distanze sempre più lunghe, questi trasporti comportano stress e gravi sofferenze per gli animali (fame, sete, ferite, stress termico), rilevati dalle recenti indagini rese note dall’EFSA (Autorità europea per la sicurezza degli alimenti). I trasporti di animali sono motivati dalle logiche economiche: della produttività (conseguire un risultato superiore rispetto ai mezzi impiegati), della redditività (generare maggior denaro rispetto all’investimento operato), della competitività (ottenere un costo e quindi un prezzo concorrenziale sul mercato). Così ci sono regioni europee che si sono specializzate nell’allevamento di una specie, ma anche in alcune fasi della produzione (riproduzione, ingrasso, macellazione). Ci sono quindi animali che fanno più volte percorsi transfrontalieri nella loro vita. Si è calcolato che un terzo dei trasporti  intraeuropei supera abbondantemente le otto ore.

Dunque, prima conclusione geniale della Corte dei Conti Europea (CCE): “Occorre favorire il trasporto di carne piuttosto che di animali vivi”.

Seconda  sentenza ancora pure geniale: “Occorre integrare il costo della sofferenza animale nel prezzo di trasporto e, infine, nel prezzo della carne”.

Capita però che il più delle volte è molto più redditizio trasportare gli animali vivi, e farli soffrire, piuttosto che la carne. Per quale motivo? Perché la sofferenza animale è gratuita (fa quindi parte delle famose “esternalità” economiche che nessuno paga) e non c’è quindi “nessun incentivo economico atto a migliorare il benessere degli animali nelle diverse fasi della loro vita”.
Dunque: se passa questa logica economica che chiama il mercato a pagare, come sarà monetizzata la sofferenza dei polli, dei tacchini, dei maiali, delle pecore, trastullate sinora  dagli uomini, senza tenerne conto, per  tutta l’Europa unita e oltre, solo per la gloria del mercato, della redditività, del minor prezzo, del potere d’acquisto e dello spreco dei consumatori?

Il compostaggio dei poveri morti

E’ vero, nessuno sinora ci aveva pensato: come mercificare e far rendere un corpo umano morto, perché darlo alle fiamme o alle bestiole quando potremmo trarne qualche vantagio economico o qualche redditività?

Ed ecco l’idea geniale che ha dato vita dapprima a un movimento-fondazione che si chiama “Recompose” (il cui scopo vuol vendersi come onesto e utile: “promuovere una alternativa ecologica all’inumazione, che comporta poi  sempre nel tempo una costosa esumazione, e all’incinerazione dei corpi) e a già proficue aziende che portano trionfanti l’insegna NOR (Natural Organic Reduction).
Per dirla in breve e per farci capire, si vuol promuovere la riduzione biologica naturale delle salme. Insomma, il “compostaggio dei  poveri morti”. Idea o logica liberista americana, già legalizzata dapprima nel Colorado, nell’Oregon, subito seguiti dal Vermont, dalla California e recentemente anche alla Stato di Nuova York (contro la opposizione, un poco americanamente obliqua e di scarso contenuto umano prima  ancora che teologico, della Conferenza dei vescovi cattolici, secondo i quali  quella pratica “non risponde alle norme di trattamento rispettoso delle nostre spoglie terrestri”; si pensa ovviamente a quelle celesti).
Come si ottiene il “compostaggio” dei morti?  Imitando ciò che gli allevatori (americani) fanno già da tempo con gli animali morti, che coprono di vegetali e paglia per lasciarli decomporre naturalmene e ricavarne  un ottimo composto pronto all’uso. La salma è dapprima ricoperta da vegetali appositamente studiati per la loro efficacia trasmutante; viene quindi introdotta in un cilindro metallico dagli operatori scelti di Recompose (ormai “cilindri funebri”, invece di  “pompe funebri”). Sembra che due mesi dopo la “cerimonia” si posssa già ricavare un buon metro cubo di composto, da condividere in famiglia o tra amici. Con una redditività che sa anche di sacrale ed eterno poiché tutto serve a fertilizzare le piante  e le aiuole del proprio giardino, risparmiando ma anche conservando una memoria vivente e continuamente eloquente del defunto. C’è poi  una redditività sociale ed ecologica non trasacurabili  poiché si evitano i 240 kg di CO2 emessi da una incinerazione (l’equivalente di un migliaio di chilometri di auto), i milioni di litri di prodotti tossici a base di formolo (16 milioni di litri solo negli Stati Uniti) usati per l’imbalsamazione dei corpi e poi le vaste e quasi sempre pregiate e costose  superfici urbane sacrificate per i tradizionali e antieconomici cimiteri.

Il mercato della libertà e della menzogna

Una emittente televisiva (Fox News)  spaccia menzogne a tutto campo; hanno dovuto ammetterlo anche gli  stessi responsabili usando l’eufemismo “specifiche falisità”. Tutto ha comunque dimostrato la loro piena consapevolezza nella diffusione di quelle falsità. Il processo che avrebbe dovuto misurare la libertà di stampa contro i danni per diffamazione in uno dei casi definiti più eclatanti degli ultimi decenni, è finito prima di iniziare con un accordo che prevede un risarcimento di 787.5 milioni di dollari alla parte lesa. Una implicita ammissione di colpa. Anche se seguita dalla dichiarazione, letta: “La Fox rimane fedele alla massima qualità del proprio giornalismo” (“Difficile da leggere con la faccia seria”, ha commentato Jake Tapper, il presentatore della rivale Cnn).
Se ne deduce che anche qui tutto (falsità venduta, libertà stuprata, giornalismo prostituito) è solo mercato, è subito mercificabile, è prontamente monetizzabile ed è palesemente questione di redditività (scendere a patti, accettare di pagare quella enorme somma, permette di continuare, come prima; come prima anche perché non è la prima volta che capita al magnate padrone di Fox, Murdoch).

Nell’immagine: Seattle, eco-funerale. In 30 giorni si diventa compost

 


Il capitalismo? Come l’Uroboro, che si mangia la coda

In un libro di Luke Mogelson il racconto delle ore vissute in mezzo alla violenza ed il caos di un moto di protesta voluto, provocato e sostenuto da Donald Trump. Di Werner Weick 

L’uroboro: per gli antichi egizi era un animale simbolico a forma di serpente che si morde o inghiotte la propria coda, realizzando la figura di un cerchio e così significando qualcosa di infinito, di eterno come il cosmo. Nancy Fraser – che insegna Politica e Filosofia alla New School for Social Research di New York ed è figura di spicco della sinistra americana e internazionale – lo applica al capitalismo, altrettanto cannibale e con l’ambizione di essere altrettanto eterno (la sua pedagogia, che ormai ci ha totalmente formattato è: non ci sono alternative! – oppure: non avrai altro dio e altra religione che il capitalismo), nonostante i peccati mortiferi e mortali di cui impunemente si macchia (crisi climatica e sociale). 

Capitalismo cannibale è dunque il titolo dell’ultimo saggio di Nancy Fraser pubblicato in italiano da Laterza. Sottotitolo: Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta. Sì, perché il capitalismo è cannibale e cannibalizza ogni cosa che possa produrre profitto privato, compresa la crisi sociale e la crisi climatica. È frenetico e compulsivo, vive di crisi che produce e incessantemente riproduce per propria essenza, ma chiama tutto questo libertà di mercato (mentre la toglie a noi cittadini) anche quando il mercato è governato da oligopoli sempre più grandi e globali (la Silicon Valley, ma pensiamo anche alla finanza, al Big Pharma, all’agro-business), oppure distruzione creatrice e oggi disruption, oppure mano invisibile – mentre in realtà è tutto finalizzato solo alla valorizzazione capitalistica della vita umana e naturale e alla trasformazione della società in mercato e di noi in merci o in capitale umano o in dati per il Big Data.  

Tutto questo ottenuto con lo sfruttamento e l’espropriazione (termini più volte usati da Fraser) di ricchezze e di popolazioni, con la colonizzazione non solo di territori fisici ma anche di quelli psichici e degli immaginari collettivi, con la produzione e l’estrazione di valore oggi appunto anche dalla vita (e non più solo dal lavoro salariato) delle persone, con l’ incremento continuo del nostro pluslavoro fino al lavoro quasi-gratuito, con la digitalizzazione della vita, con guerre mondiali per frammenti tra sistemi capitalistici per spartirsi le risorse naturali e quelle produttive/consumative e molto altro ancora – salvo poi chiedere aiuto allo Stato quando è in difficoltà e l’ha fatta troppo grossa (vedi Credit Suisse).

Perché il capitalismo – la cosa è nota da tempo, ma fa bene Nancy Fraser a ricordarcelo – non è solo un sistema economico, ma è un ordine sociale (le forme e le norme di funzionamento  del capitalismo sono diventate le forme e le norme di vita e di comportamento della società capitalistica, in realtà, aggiungiamo, secondo il piano del capitale), un ordine che di fatto legittima e quindi autorizza il principio dell’accumulazione privata – scrive Fraser – a favore dei soli investitori e proprietari. E come l’uroboro, il capitalismo – la società capitalista, cioè tutti noi – è pronto a divorare la sua stessa sostanza, replicando però così la propria eternità e immodificabilità. Ed è a questo capitalismo, scrive Fraser, che dobbiamo la nostra crisi attuale. Ma il capitalismo ha anche prodotto – dominato com’è da una logica dell’accrescimento e dell’espansione illimitata di sé e da “una tendenza intrinseca all’auto-destabilizzazione” – la crisi della democrazia, però allo stesso tempo (aggiungiamo ancora) producendo ciò che, come i populismi e i nazionalismi/sovranismi, comunque neoliberali, ne permettono la continuazione e la riproduzione con altri mezzi.

Libro ricchissimo di spunti, questo di Nancy Fraser, condivisibile in molte parti, in altre meno – come quando scrive di non vedere “una sempre maggiore mercificazione della vita in quanto tale”, esistendo per Fraser “una parte considerevole di attività e di beni al di fuori della sfera del mercato” – per noi sempre e comunque marginali rispetto alla tendenza predominante/egemone del capitalismo di estrarre profitto da tutto ciò che può essere valorizzato o espropriato (vita compresa) in termini di valore di scambio; o quando scrive che il capitalismo – di cui distingue le fasi mercantile, liberal-coloniale, monopolistica, liberista e globalizzante – “è un ordine sociale istituzionalizzato” ma con “una divisione strutturale tra sistema politico ed economia” e tra produzione economica e riproduzione sociale, che noi invece non vediamo perché questa divisione non esiste più da tempo, struttura e sovrastruttura essendo ormai una cosa sola e reciprocamente funzionali; o quando Fraser immagina un certo ruolo del mercato in una società socialista. Ci limitiamo allora a richiamare qui solo alcuni spunti sul conflitto natura/capitalismo.

Scrive Nancy Fraser: “Dire che il capitalismo produce il cambiamento climatico in modo non accidentale non significa affermare che le crisi ecologiche si verificano solo nelle società capitaliste. […] Ciò che è unico, tuttavia, è il carattere strutturale del legame tra società capitalista e crisi ecologica” – “una relazione cannibale, estrattiva, che consuma sempre più ricchezza biofisica per accumulare sempre più valore, trascurando le esternalità ecologiche”. Per cui “le società capitaliste conferiscono il potere di gestire le nostre relazioni con la natura a una classe fortemente motivata a distruggerla”. Un paradosso? Sì, ma è la nostra schizofrenia di massa appunto formattata dal sistema per i suoi scopi, per cui ci preoccupiamo della crisi climatica e sociale, ma lasciamo che a gestirla – meglio: a non risolverla – sia il sistema che strutturalmente le produce. 

Evidente è allora la necessità di costruire una controegemonia “che possa orientare un progetto [ecosociale, ecosocialista] di trasformazione largamente condiviso”, “evitando un riduttivo ecologismo” ed affrontando invece “tutti i principali fattori, interconnessi, della crisi attuale, sia ambientali che non ambientali”. Una controegemonia per costruire un diverso senso comune, che non può che essere – “che dovrebbe essere”, scrive Fraser – anticapitalista. E quindi il socialismo, continua Fraser, dovrebbe ad esempio (ma l’elenco è più lungo) “porre la cura e la formazione delle persone, la salvaguardia della natura e l’autogoverno democratico come le priorità più alte della società, a scapito dell’efficienza e della crescita […] garantendo la sostenibilità di tutte quelle condizioni della produzione che il capitalismo ha così cinicamente distrutto. […] In pratica il socialismo deve mettere in primo piano le questioni che il capitale relega sullo sfondo”.

Tutto interessante e da meditare. Peccato che poi Nancy Fraser – ma è il problema di (quasi) tutti i marxismi del passato e delle sinistre di oggi, anch’esse positiviste e industrialiste – non dedichi neppure una riga al tema della tecnica e della tecnologia. Dimenticando che oggi anche il digitale/intelligenza artificiale è capitalista, che è anzi capitalismo all’ennesima potenza; che quindi non si può criticare il capitalismo se non si critica quella che noi chiamiamo (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale e che è la premessa del capitalismo ma anche della tecnologia, anch’essa (se non governata democraticamente e responsabilmente secondo una razionalità diversa), strutturalmente destabilizzante e disruptiva. Perché le crisi della democrazia, del lavoro, lo sfruttamento di uomo e ambiente e la crisi climatica non dipendono solo dal capitalismo, ma anche dall’uso che il capitale fa della tecnologia e dell’uso che scienza e tecnica fanno del capitale per accrescere il proprio potere. Perché uroboro è anche il sistema tecnico.

Nell’immagine: una delle infinite interpretazioni dell’Uroboro


Earth day, cos’è la Giornata della Terra

In un libro di Luke Mogelson il racconto delle ore vissute in mezzo alla violenza ed il caos di un moto di protesta voluto, provocato e sostenuto da Donald Trump. Di Werner Weick 

Di Rudi Bressa e Martina Girola, Lifegate.it

 

L’Earth day, la Giornata della Terra, è il giorno in cui si celebrano l’ambiente, le risorse naturali e la salvaguardia del pianeta Terra. L’idea della Giornata è nata negli anni del presidente Kennedy, dei Beatles in vetta alle classifiche e di Jimi Hendrix, ma anche in quelli delle proteste contro la guerra in Vietnam. Era il 22 aprile 1970.

Quel giorno, parallelamente all’Earth day, nasceva anche quello che oggi è diventato il moderno movimento ambientalista.  Il movimento, che vide la luce negli Stati Uniti, contò circa venti milioni di cittadini americani che si mobilitarano in una storica manifestazione in difesa dell’ambiente. L’idea venne al senatore democratico del Wisconsin, Gaylord Nelson: dopo aver osservato migliaia di studenti scendere in piazza per manifestare contro la guerra in Vietnam capì che quella era la strada da seguire per rivoluzionare il movimento ambientalista: una grande manifestazione ambientale a livello nazionale. Che nel 2020 ha festeggiato 50 anni.

L’Earth day ha più di 50 anni di storia

50 anni dopo, in piena crisi climatica e sanitaria, l’Earth day acquista ancora più significato. Mai come oggi è di fondamentale importanza rivedere e ripensare il nostro rapporto col pianeta. Un pianeta dalle risorse finite, con ecosistemi sempre più sottopressione e con i cicli naturali che stanno cambiando in maniera così rapida, da non essere in grado di sapere quali saranno le conseguenze nel medio e lungo periodo. Abbiamo tutte le conoscenze scientifiche che ci servono, sappiamo con certezza che le attività umane hanno e stanno avendo effetti deleteri sul “sistema Terra”, ma sappiamo anche come risolvere queste crisi, anche se signifca ripensare il modello di sviluppo, ridistribuire benessere e ricchezza, garantire eguali opportunità e diritti a tutta la popolazione. Siamo di fronte ad una sfida senza precedenti.

Chi era Gaylord Nelson, l’uomo che ha creato l’Earth day

L’idea di creare la Giornata della Terra è stata del senatore democratico del Wisconsin Gaylord Nelson che si ispirò alle manifestazioni contro la guerra in Vietnam per creare una grande protesta ambientale a livello nazionale.
Figlio di un’infermiera e di un dottore, avvocato e poi soldato durante la Seconda guerra mondiale, Gaylord Nelson era un uomo che sapeva convincere, un uomo in grado di spingere persino il presidente John Fitzgerald Kennedy a tenere una serie di discorsi per gli Stati Uniti legati all’ambiente e alla conservazione del patrimonio naturale.
Nelson ha sempre rifiutato l’idea che lo sviluppo economico fosse in antitesi rispetto alla protezione dell’ambiente, anzi com’era solito dire “È l’economia che si deve adeguare alle regole della biodiversità, non il contrario”. Come riconoscimento al suo lavoro in campo ambientale, nel settembre del 1995 ha ricevuto la medaglia presidenziale della libertà.
Ma oltre ad essere un difensore dell’ambiente, è stato anche un forte sostenitore dei diritti e delle libertà civili e uno dei primi oppositori pubblici alla guerra in Vietnam. Durante il discorso che tenne proprio durante la Giornata della Terra del 1970 accusò il governo di aver speso miliardi di dollari in una guerra senza senso invece di occuparsi e preoccuparsi delle città americane, definendole delle “trappole disumane per migliaia di persone”.

Prima dell’Earth Day

Prima di arrivare a quello storico 22 aprile, però, va considerato il contesto e il verificarsi di una serie di eventi che hanno aperto la strada all’Earth Day. Uno di questi, è stata la pubblicazione nel 1962 del best-seller Primavera silenziosa, di Rachel Carson. Gli americani cominciarono a mettere in discussione l’uso dilagante dei pesticidi e a porsi delle domande sulla correlazione tra inquinamento e salute. Ma i tempi non erano maturi e serviva un segnale forte da lanciare alle istituzioni, una presa di posizione.

 

 

Il disastro di Santa Barbara

L’evento decisivo, purtroppo, fu drammatico. Il 28 gennaio 1969 la piattaforma petrolifera della Union Oil esplose vicino alle coste di Santa Barbara, in California. Oggi Santa Barbara è una famosa città americana, che dista solo un paio d’ore da Los Angeles, ma nel 1969 era famosa come epicentro di una vera e propria catastrofe.

Più di dieci milioni di litri di petrolio e fanghi di perforazione vennero riversati nel madre uccidendo oltre 10mila gabbiani, delfini, foche e leoni marini. Gaylord Nelson vide la macchia nera sorvolando l’area in aereo e nei giorni successivi si recò sul posto per vedere con i suoi occhi la devastazione ambientale.

Un anno dopo, il giorno dell’anniversario del disastro, venne celebrata una giornata in onore dei diritti ambientali. L’avvocato e attivista Marc McGinnes contribuì alla sua riuscita lavorando per mesi a stretto contatto con il senatore Pete McCloskey con cui aveva redatto il National environmental policy act, la legge degli Stati Uniti che promuove la tutela dell’ambiente. McCloskey, insieme ad altri senatori e leader politici, parlò al pubblico durante quella giornata. Si trattava del più grande raduno di persone appassionate e interessate ai diritti ambientali e l’inizio di quello che sarebbe diventato un movimento globale.

L’Earth day del 1970

L’evento organizzato nel 1970 in poco tempo e praticamente senza budget fu un successo. “La Giornata della Terra funzionò proprio perché era un evento spontaneo, nato dal basso”, ha raccontato Gaylord Nelson. Fu un momento fondamentale per il movimento ambientalista, la gente aveva grande passione e desiderava prendere parte attivamente ad un movimento che avrebbe potuto cambiare il mondo. Una di queste persone era Martin Jennings, diciassettenne della Florida che ripulì come volontario i corsi d’acqua della propria città e affisse ovunque manifesti con lo slogan che poi sarebbe diventato celebre: “Se non sei parte della soluzione, sei parte del problema”.

L’Earth day a New York e a Philadelphia

Le città di New York e di Philadelphia videro un’adesione senza precedenti.

Il sindaco di New York di allora, John Lindsay, accettò di chiudere la Fifth Avenue per l’evento e diede ai ragazzi l’opportunità di usare i suoi uffici e il suo staff. Oltre a chiudere la quinta strada, Lindsay concesse anche Central park. Dato che Manhattan è la sede di molti media locali, dalla Cbs al New York Times, alla Abc, l’evento fu coperto da moltissimi giornalisti in tutto il paese.

Una situazione simile si verificò anche a Philadelphia. Proprio in questa città, dove fu firmata la Dichiarazione di indipendenza, gli attivisti firmarono una Dichiarazione di interdipendenza, sottolineando il fatto che ogni persona dipende dai suoi simili e dalla natura e per questo dovrebbe contribuire alla creazione di un ambiente vivibile per tutti.

La nascita dell’Earth day non fu solo simbolica, consentì di ottenere risultati concreti. Vennero di lì a poco approvate 28 riforme di carattere ambientale, dalla tutela dell’acqua e dell’aria al corretto smaltimento dei rifiuti pericolosi, fino alla limitazione di sostanze chimiche e pesticidi negli alimenti e nei farmaci.

Perché è stato chiamato Earth day

Ma per quale motivo è stato chiamato Earth day? Gaylord Nelson, l’uomo che diede vita a questa giornata, definì la scelta del nome come “ovvia e logica”. Earth day gli fu suggerito soprattutto dal copywriter Julian Koenig che si era offerto volontario per creare una strategia pubblicitaria in occasione dell’evento. Ed è proprio suo il merito di aver coniato questo nome. Koenig ci pensò per molti giorni prima di proporre delle opzioni a Nelson e alla fine scelse Earth day perché era un termine neutro che poteva riunire politici e attivisti senza allontanare nessuno. In più il 22 aprile era anche il suo compleanno e Earth day richiamava un po’ con birthday.

Il 22 aprile è l’Earth day

Ogni anno sono centinaia le manifestazioni e gli eventi che si tengono in tutti i continenti. Uno degli ambiziosi obiettivi dell’Earth day è quello di piantare oltre un miliardo di alberi in tutto il mondo, per restituire qualcosa alla Terra. La ricorrenza, indetta dalle Nazioni Unite, vuole ricordare che è necessario recuperare quell’equilibrio originario, sottolineare che questo è l’unico pianeta che abbiamo e che dobbiamo difenderlo. Nel 2015, l’allora segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon dichiarò: “In occasione del’Earth day, chiedo che ciascuno di noi sia consapevole dell’impatto che le nostre scelte hanno su questo pianeta, e che tale impatto avrà ripercussioni sulle generazioni future”.

Nel 2017 la giornata fu dedicata all’alfabetizzazione su ambiente e clima. L’istruzione è la base per il progresso, è pertanto necessario formare una popolazione globale consapevole che i cambiamenti climatici rappresentano una minaccia senza precedenti al nostro pianeta. Un’approfondita educazione ambientale contribuirà ad accelerare l’adozione di leggi e politiche in difesa del pianeta e del clima e la transizione verso una società a ridotte emissioni.

Earth day e la Marcia per la scienza, da Washington a Roma

Organizzata in occasione dell’Earth day del 2017, sempre negli Stati Uniti nacque la prima  Science March tenutasi lungo il Mall di Washington, uno dei luoghi simbolo della nazione per risvegliare coscienze e menti. “La Science March è il primo passo di un movimento globale per difendere il ruolo fondamentale che la scienza svolge nella nostra salute, sicurezza, economie e governi”, recitava il manifesto della mobilitazione. L’evento fu lanciato per contrastare la costante interferenza della politica e degli interessi economici su questioni che interessano tutti i cittadini e alle quali la scienza tenta e dà delle risposte grazie a ricerca e metodo. Cambiamenti climatici, ambiente, salute sono temi fondamentali per la società odierna. E se vengono minate le fondamenta, il rischio di scelte oscurantiste e al di là del “bene comune” sono più che reali.

Film da vedere in occasione dell’Earth day

Da Philip Glass a Fiorello, dal “film evento” del fotografo della “terra vista dal cielo” alle opere di DisneyNature, il cinema ci offre immagini sempre più spettacolari per ammirare la meraviglia della natura. Ecco allora qualche titolo da non perdere in occasione dell’Earth day.

  • Earth, un giorno straodinario
  • Our Planet
  • Punto di non ritorno, Before the flood
  • Terra
  • Human
  • Home, la nostra Terra
  • Going North

Fra questi titoli, facilmente accessibile è la serie Netflix  “Our Planet” (2019), con le voci narranti di David Attemborough, Salma Hayek e Penelope Cruz, visibile qui direttamente da Google.


Un futuro fulgido, che viene dal passato

In un libro di Luke Mogelson il racconto delle ore vissute in mezzo alla violenza ed il caos di un moto di protesta voluto, provocato e sostenuto da Donald Trump. Di Werner Weick 

Riccardo Fabbriconi, classe 2003, probabilmente, pur avendo vinto un anno fa il Festival di Sanremo, per la maggior parte delle persone nate nel secondo millennio, fino alla settimana scorsa, era poco più di una delle decine di meteore che, nel verde degli anni, pullulano nel panorama musicale italiano contemporaneo. Sono infatti moltissimi i nomi che quotidianamente si affacciano in rete, il più delle volte facilmente confondibili a causa delle giovani voci omologate da Auto-Tune, dai tatuaggi e dalle tute sportive, diventate ormai il nuovo dress code del terzo millennio. E il nuovo vizio del iper-featuring, dove ogni cantante affianca la propria voce a quella di infiniti colleghi, di certo non aiuta a renderli più riconoscibili. Poi, quando durante la scorsa edizione del Festival (per un atto che ancora non si sa se dettato da un raptus di rabbia o premeditato sin nei minimi dettagli – e per averne eventuale conferma basta guardarsi il video di L’isola delle rose) Fabbriconi ha distrutto il magnifico allestimento dell’Ariston prendendo a calci le rose rosse, incurante dei fischi del pubblico e delle parole di Amadeus (“Che hai combinato”?), tutt’al più le spettatrici e gli spettatori over 25 di cui sopra se ne sono potuti fare un’idea non necessariamente lusinghiera.

Eppure, questo appena ventenne che in nome d’arte fa Blanco, è diverso da tutti gli altri. Perché al di là di atteggiamenti da spaccone sommati a eccessi sul palco con la patina del déjà vu, se paragonati a quanto combinavano Pete Townshend o Jimi Hendrix negli anni sessanta, così giovane e senza raccomandazioni, ha già saputo dimostrare solidità nel suo essere artista, ha inventato uno stile musicale, e, last but not least, è intonato. La sua voce è ruvida, certamente, ma potente, disperata a tratti, ma autentica. È vero che, come quasi tutti i suoi contemporanei non disdegna le puntate nello sterminato mondo dell’hip hop (ha collaborato con Sfera Ebbasta, Madame, Salmo, Mace, Marracash, e naturalmente con il Mahmood di Brividi), ma, come ha sempre affermato, un poco in controtendenza rispetto ai coetanei, ama anche Gino Paoli, Domenico Modugno (che cita in La canzone nostra) e Adriano Celentano (che già un paio d’anni fa via Instagram gli faceva l’occhiolino, per la serie “ti tengo d’occhio”).

E qualche giorno fa ha debuttato una canzone che, oltre a scalare le classifiche e in qualche modo a consacrare Blanco, è riuscita nell’intento incredibile quanto fortunato di coniugare due generazioni che più lontane non si può: per Un briciolo di allegria il ventenne bresciano ha accompagnato la propria voce nientemeno che a quella di Anna Maria Mazzini, in arte Mina, ossia la leggendaria Tigre di Cremona che a 83 anni e una vita vissuta nel segno della discrezione (non si vede da oltre 45 anni), ancora riesce a entrare con prepotenza anche nelle playlist dei più giovani. Per l’occasione Blanco, che aveva abituato il suo pubblico a canottiere bianche su corpo palestrato, ha rispolverato un affascinante look da Humphrey Bogart, prestandosi nel videoclip in bianco e nero vagamente hitchcockiano di Un briciolo di allegria a un gioco di immagini che non fa che risaltare l’immensa presenza di Mina proprio nella sua assenza: al suo posto un misterioso e inafferrabile gatto, e poi una lontana figura di donna dall’inconfondibile treccia bionda.

Blanco è diventato grande, di colpo e in tutti i sensi, superando lo spazio e la luce (per fare il verso a un altro grande cantautore italiano) di quei sessant’anni che lo separano da Mina, ma che in questo brano non si sentono. Tutto ciò che si sente, ascoltando la potenza della voce della cantante – di cui il 21 aprile è uscito il nuovo album Ti amo come un pazzo – e le parole di Riccardo Fabbriconi, è di venire risucchiati nell’immenso mondo della musica italiana d’autore, ed è un po’ come tornare a casa, ma proiettati verso il futuro. 


Dalla SECO alla Nestlé con amore

In un libro di Luke Mogelson il racconto delle ore vissute in mezzo alla violenza ed il caos di un moto di protesta voluto, provocato e sostenuto da Donald Trump. Di Werner Weick 

Il suo lungo nome, forse, non vi dirà molto. Eppure Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch ha occupato per undici anni uno dei posti più strategici dell’amministrazione federale: quello alla testa della Segreteria di Stato dell’economia (SECO). Finita la carriera di alto livello nel settore pubblico, eccole ora aprirsi le porte di quello privato. Ieri, l’assemblea degli azionisti di Nestlé ha infatti avallato la sua nomina in seno al Consiglio d’amministrazione della multinazionale agro-alimentare.

Questa notizia non può che riaccendere il dibattito sulle nomine di alti funzionari che, una volta finita la carriera pubblica, passano al settore privato alla velocità di una porta scorrevole. Negli ultimi anni i casi sono stati diversi: Jörg Gasser, ex Segretario di Stato del Dipartimento federale delle finanze, è diventato CEO dell’Associazione svizzera dei banchieri; Stefan Brupbacher, ex segretario generale dell’ex consigliere federale Schneider-Amman è oggi direttore di Swissmem; Andreas Balsinger, ex capo del servizio giuridico di Swissmedic è oggi attivo per uno studio d’avvocatura che consiglia le imprese farmaceutiche che vogliono mettere sul mercato nuovi medicamenti. 

In Svizzera non esiste un quadro giuridico vincolante per impedire il trasferimento di un alto funzionario da un servizio statale al settore privato. L’ordinanza sul personale della Confederazione prevede che l’autorità «può convenire» un periodo di attesa da sei a dodici mesi al massimo, nei casi in cui si prevede un conflitto di interessi. Che dire allora, del caso di Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch? Non si tratta forse di un caso a rischio di conflitto d’interesse?

Ineichen-Fleisch ha costruito buona parte della sua carriera di dipendente pubblico rappresentando la Svizzera presso l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), prima come ambasciatrice, poi come capa negoziatrice. Non si tratta di un dettaglio da poco: sotto la sua direzione, la SECO è poi più volte intervenuta proprio presso l’OMC a difesa del colosso di Vevey. Il fatto più clamoroso sono gli interventi contro la legge sulla salute pubblica voluta dal Messico. Flagellato dall’obesità, il paese centroamericano intendeva obbligare i produttori ad apporre delle etichette di avvertimento sulle confezioni dei prodotti ad alto contenuto di zuccheri, calorie, sali e grassi. Una legge contro la quale si è battuta Nestlé che, in Messico, ha fatturato nel 2019 più di 1 miliardo di franchi su prodotti “minacciati” dalla nuova regolamentazione. 

La multinazionale ha così chiesto alla SECO d’intervenire presso l’OMC fornendole tutte le argomentazioni del caso. Prima la Segreteria di Stato ha formulato le proprie critiche – copia incollate dall’argomentazione di Nestlé – al governo messicano; in un secondo tempo è intervenuta presso l’OMC, dove a nome della Svizzera ha depositato una denuncia in seno al comitato “Ostacoli tecnici al commercio”. La vicenda è stata svelata dall’ONG Public Eye che ha ottenuto – tramite la legge sulla trasparenza – gli scambi di email tra la SECO e il colosso vodese. 

Va dato atto che la signora Ineichen-Fleisch, non ha mai nascosto il suo obiettivo: «Uno dei miei compiti principali durante gli undici anni trascorsi alla guida della SECO è stato quello di evitare un aumento della regolamentazione» ha affermato lo scorso maggio, durante una tavola rotonda. Oggi, a nove mesi dalla fine del suo incarico, la nomina dell’ex direttrice della SECO lascia perplessi. Sedere nel cda della multinazionale permette di portare a casa 280.000 franchi all’anno (più 15.000 di rimborsi spese), al quale si potrebbe aggiungere altri mandati interni. Ognuno degli attuali membri del cda della multinazionale vodese ha almeno un mandato in una commissione che può rapportare tra i 70 e i 200 mila franchi all’anno. Non male se comparato con le più alte cariche dell’amministrazione federale che ricevono circa 400.000 franchi annui per un impegnativo ed esposto lavoro al 100%. Dopo quanto fatto in precedenza, la nomina è insomma un buon modo per Nestlé per dire grazie alla signora Ineichen-Fleisch.

Nell’immagine: Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch


Zelensky, Putin e i giochi olimpici: così parlò la Pizia

In un libro di Luke Mogelson il racconto delle ore vissute in mezzo alla violenza ed il caos di un moto di protesta voluto, provocato e sostenuto da Donald Trump. Di Werner Weick 

Il caos regna sovrano, esattamente come prima della nascita dei mondi: separare lo sport dalla politica, come vuole il CIO di Thomas Bach, invitando russi e bielorussi a gareggiare sotto l’egida dei cinque anelli senza inni e bandiere, neutri (come noi svizzeri?), semplicemente in qualità di esseri umani che rispettano la carta olimpica, o boicottare russi e bielorussi complici del genocidio in terra ucraina come vuole Zelenski?

Il caos fra principi etici e «Realpolitik” regna anche fra i membri del Comitato Internazionale Olimpico: su 206 Paesi (contro i 193 dell’ONU) al momento solo una quarantina hanno accolto l’appello di Zelenski: non si gareggia spalla a spalla con i criminali russi e bielorussi. Bach ha chiesto a tutte le Nazioni il rispetto delle Carta Olimpica voluta da De Coubertin: Olimpia non chiede a nessun partecipante se è fedele o infedele a una religione, a un regime; se appartiene a una o all’altra razza: chiede il rispetto delle sue regole: partecipare a una guerra rituale, incruenta, in cui la gioventù di tutto il punto è chiamata ad essere piú veloce di Achille ‘Pié veloce’, più forte di Ercole, e soprattutto di scagliare il giavellotto, non in petto all’avversario, trapassandolo da parte a parte, ma il più lontano possibile: perché questa è la rivoluzione epocale che la gioventù I-pad non conosce: il passaggio dalla guerra celebrata dal poeta spartano Tirteo («gettatevi sul nemico con lo scudo sollevato, questa è suprema virtù: sia benvenuta la morte, cupo fantasma felice come il giorno radioso») alla sfida olimpica, proprio nella spianata fra l’Alfeo e il Cladeo (scorre tutt’ora) dove il recinto sacro chiuso da Teodosio su ordine di S. Ambrogio nel 293 c.C – (« basta con quei balabiott) e ripristinato dallo strano cattolico De Coubertin nel 1896 ad Atene.

Stufo dei continui massacri per il possesso delle terra fra l’Alfeo e il Cladeo, con il frequente intervento dei ‘poliziotti del tempo’ gli spartani,  il re degli Elei Ifeto, nell’ ottavo secolo a.C. si reca come tutti, imperatori romani compresi, dall’Oracolo di Delfi: “ripristinate i Giochi Olimpici” è la sentenza emanata dalla voce rauca della Pizia, la sacerdotessa-oracolo. Segno che in qualche forma i Giochi esistevano già prima della data storica del 776 a.C. come lo stesso Omero insegna quando descrive i Giochi funebri in onore di Patroclo.

Il caso è chiaro: la Pizia decreta  il rovesciamento assoluto della terribile descrizione-opinione dello stesso Omero quando descrive la guerra «flagello dell’uomo”: “come quando sotto striduli venti volano le tempeste conglomerando gran nube di polvere, così avvenne allora l’urto in un groppo,  e bramavano di massacrarsi l’un l’altro nel folto col ferro puntuto”. Il giovani greco, a lungo solo l’aristocratico, può ora dimostrare la sua eccellenza nello stadion di 600 piedi (192,28 m) misurato dallo stesso Ercole, secondo il romano Pausania, davanti a 50’000 spettatori.

Non che i Giochi Olimpici abbiano sempre sostituito la guerra, non che la Tregua sacra, la ‘echecheiria’ dei greci,  sia sempre stata rispettata come ho constatato personalmente al mio debutto come telecronista nel 1972 a Monaco di Baviera, quando i feddayin di ‘Settembre Nero’ hanno attaccanto la palazzina degli isrealiani, con la susseguente strage dell’aeroporto di Fürstenfeldbruck, e le famose parole pronunciate da Avery Brundage il giorno dopo,  il 6 settembre, nella cerimonia funebre davanti a 80’000 spettatori: THE GAMES MUST GO ON.

Io, tenero esordiente gettato nella mischia, li avrei chiusi, sbagliando. Aveva ragione l’uomo che 36 anni prima era stato capodelegazione della squadra Americana a Berlino alle Olimpiadi stravolte da Hitler e Goebbels e intonate con i versi “in diesem Sinne, heilige Flamme, blühe und erlösche nie!”: la fiamma olimpica doveva ardere, allora, non nel senso dello spirito olimpico, per la gioventù di tutto il mondo, ma per il Terzo Reich millenario. Ma aveva ragione Brundage, anche se estimatore dichiarato di Hitler e Mussolini, antisemita. I Giochi dovevano e devono continuare. Le Olimpiadi devono esistere esattamente in quanto negazione della guerra, del conflitto cruento, del ‘polemos’ di Eraclito, «padre e signore di tutte le cose». Devono esistere anche quando  presidente è il franchista Samaranch, anche quando una bevanda di colore oscuro le sottrae ad Atene nel centenario della fondazione (1896-1996). 

Certo, quello attuale è un caso estremo. Ma va ricordato che già i greci escludevano gli assassini e i profanatori dei siti sacri agli Dei. E così, oggi, i tagliatori di gole, stupratori e assassini di minori della brigata ‘Wagner” non saranno certamente accolti fra i partecipanti alle gare di tiro di Parigi 2024: ci pare lapalissiano e indiscutibile. Per il resto, come stabilire un codice inviduale etico? Se alle prossime Olimpiadi statunitensi al potere ci sarà Ron de Santis potrebbe negare il visto d’entrata a omosessuali, lesbiche e transgender.

Chiedendo ai Comitati Olimpici di dare «una chance alla pace», Thomas Bach ha semplicemente fatto il suo mestiere. La politica non c’entra. Dire che il tedesco Bach è filo-Putin è certamente ‘gewagt’, osé. Il Comitato Olimpico svizzero ha respinto l’invito, dando però alle singole federazioni e ai singoli atleti la possibilità di scelta. Zelensky ha proibito agli sportivi ucraini di gareggiare in qualsiasi sport (tennis compreso) frequentato da russi e bielorussi.

Ne riparleremo ancora a lungo, ma resta una constatazione di fondo, sempre valida: se si chiede alla Gioventù sportiva di tutto il mondo quale sia il suo più grande desiderio, la risposta sarà: partecipare ai Giochi Olimpici, che rimane pur sempre anche il modo migliore e più giusto per dare speranza, per celebrare, senza illusioni, la sentenza della Pizia.

Nell’immagine: Egeo, mitico re di Atene consulta la Pizia, la sacerdotessa di Apollo che dava i responsi nel santuario di Delphi


Sul nazionalismo ucraino: realtà e preconcetti (Seconda parte)

In un libro di Luke Mogelson il racconto delle ore vissute in mezzo alla violenza ed il caos di un moto di protesta voluto, provocato e sostenuto da Donald Trump. Di Werner Weick 

Che la tendenza a staccarsi da Mosca da parte di molte realtà territoriali colonizzate nei secoli dallo zarismo fosse ormai difficilmente reprimibile “sic et simpliciter”, venne compreso anche dal potere bolscevico: consapevolezza che si concretizzò con la proposta, ai popoli non russi dell’ex Impero, della Federazione dell’Unione Sovietica. Fu così che nel 1922 – “grazie a Lenin”, ha più volte sottolineato uno stizzito Vladimir Putin – nacque l’Ucraina. 

Come ebbe invece a sottolineare Michail Gorbačev, l’Ucraina divenne, per una prima volta nella sua storia, non un semplice territorio conteso ma una vera Repubblica autonoma, seppur legata al potere bolscevico.
Nei primi anni del potere comunista, questo punto di mediazione tra centrarlismo e mediazione, funzionò:  “l’ucrainizzazione” voluta dai settori più progressivi del partito determinò l’introduzione della lingua nativa nelle scuole, la pubblicazione di migliaia di libri in ucraino, la promozione della cultura nazionale.  Un processo che venne tuttavia bloccato dall’ascesa definitiva dello stalinismo.
A tutto ciò si aggiunse la tragedia di ciò che oggi gli ucraini chiamano “Holomodor”: in seguito alla collettivizzazione forzata delle campagne imposta dal regime sovietico a partire dal 1929 si determinarono carestie, deportazioni e repressioni in Ucraina, che provocarono la morte di milioni di contadini. Il numero delle vittime è ancora oggi oggetto di discussione tra gli storici ma resta appunto nell’ordine dei milioni: 1,5 per le stime più conservative, 7 milioni per il governo ucraino. Va anche ricordato che nel 1939 dopo la spartizione della Polonia, anche la Galizia finì sotto il controllo del totalitarismo russo.

Questa pur rapida ricostruzione di quanto successe in Ucraina nella prima parte del XX secolo offre la possibilità di capire in gran parte l’ascesa del nazionalismo di estrema destra dell’Esercito Nazionale Ucraino, che si macchiò della collaborazione con i nazisti e di stragi di polacchi durante la  seconda guerra mondiale.
Quindi la stessa decisione di Kruščev del 1953 di cedere all’Ucraina la penisola di Crimea (diventata a maggioranza etnica russa dopo le deportazioni di massa dei Tatari da parte di Stalin) fu dettata non solo da motivi ideologici ma anche come “riparazione” sovietica alle enormi sofferenze subite da quel popolo.
Nel dopoguerra il peso del centralismo russo, seppur attenuato, continuò ad essere un macigno. Basti segnalare che nel 1980, quando a L’viv si riunirono centinaia di giovani per il decennale della morte di Jimi Hendrix, i funzionari del KGB ignari di quanto avveniva nelle subculture giovanili internazionali, pensarono, non a caso, che si trattasse di manifestazioni nazionaliste separatiste!

Nel referendum del 1991, che sancì l’indipendenza ucraina, anche nelle regioni russofone la maggioranza a favore dell’indipendenza fu schiacciante: a Dneprpetrovsk per esempio fu approvata con con il 90,4% dei voti favorevoli, ma anche a Doneck si superò l’80%, mentre solo in Crimea passò di stretta misura con il 54,1%. Qualche anno dopo, nel memorandum di Budapest del 1994, la Russia si dichiarava disponibile a proteggere l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio della cessione a Mosca di tutto l’armamemento nucleare che Kiyv  aveva ereditato dall’URSS.

Dunque le “relazioni pericolose” che condussero alla guerra del 2014 che presenta, in parte, persino caratteristiche di guerra civile, hanno radici antiche e venature razziste. A lungo, e non è un segreto, gli ucraini sono stati stati sbeffeggiati con il nomignolo di “kachly” (letteralmente contadino furfante e rozzo).
Molti, potremmo dire anche troppi, presentarono il colpo di Stato realizzato contro Janukovič nel 2014, successivo al “movimento della  piazza Maidan” (che comunque non giustifica l’intervento diretto di un paese terzo in un conflitto interno) e la guerra del Donbas, come una “nuova guerra civile spagnola” in cui i separatisti filorussi sarebbero stati i novelli “antifascisti” contrapposti alle varie milizie ucraine di ispirazione neofascista. Niente di più lontando dalla realtà: si confrontarono allora due tendenze già presenti all’interno del paese dai tempi dell’indipendenza; tendenze che guardavano una a Mosca e l’altra all’Unione Europea.
La storia dell’ex Urss produsse l’assopimento (e in taluni casi  anche la repressione) di molte questioni nazionali che attraversavano l’Unione dentro un centralismo “grande russo” tracotante e coloniale.
Quando Stalin invitò al Cremlino i suoi marescialli appena vinta la guerra contro i nazisti brindò al “popolo russo” e non a quello “sovietico”, specificando ai suoi interlocutori che lui si sentiva un “russo con origini georgiane”. Un paradosso solo apparente, che chiariva abbastanza bene quali erano le relazioni tra centro e periferia dell’Impero, giunte tragicamente fino ad oggi, come la guerra russo-ucraina ci mostra ogni giorno. 

                                       ***

Per approfondire questi temi esistono molte ottime letture. Per un quadro generale della storia ucraina vale la pena di orientarsi con il libro di Serhii Plokhy, “Le porte dell’Europa. Storia dell’Ucraina (Mondadori, 2022). Il mio (Yurii Colombo  “Svoboda. L’Ucraina dall’indipendenza ad oggi tra Nato e Russia” (Castelvecchi, 2022) fornisce un quadro  della storia più recente dell’Ucraina, schierato ma a detta di molti equilibrato. Roman Rosdolsky,  “Engels e la questione dei “popoli senza storia: la questione nazionale nella rivoluzione del 1848-1849 secondo la visione della Neue Rheinische Zeitung” (Graphos, 2005) è uno straordinario studio scritto nell’immediato secondo dopoguerra, ed apre la strada alla compresione della questione Ucraina nella sinistra marxista e non solo. Infine la recente traduzione di un importante pamphlet di Ivan Dzjuba (“La russificazione in Ucraina” (traduzione e cura di Oleg Rumyantsev, Aracne, 2021) è un saggio che si colloca a pieno titolo come pioniere di quella scuola “post-coloniale”, ormai celebre non solo in campo accademico, che permette di avere un quadro di sintesi ma decisivo sui rapporti centro-periferia tra i due paesi slavi coinvolti nell’odierna guerra.

Nell’immagine: bambini vittime dell’Holodomor 


Carl Lutz e la medaglia del Congresso USA

In un libro di Luke Mogelson il racconto delle ore vissute in mezzo alla violenza ed il caos di un moto di protesta voluto, provocato e sostenuto da Donald Trump. Di Werner Weick 


Carl Lutz a Budapest nel 1944

Certe grandi storie le puoi scovare in piccole notizie di cronaca. Così mi capitò all’inizio degli Anni Duemila. Ultima pagina di un quotidiano ticinese, non più di una manciata di righe, la breve segnalazione che a Tel Aviv era stata inaugurata la mostra fotografica dedicata “al console svizzero che in Ungheria salvò migliaia di ebrei”. L’Italia aveva già il suo eroe, Giorgio Perlasca, ex fascista ravvedutosi nella tragedia magiara; la Svezia già dal primo dopoguerra celebrava il ricordo di Raoul Wallemberg, ucciso dai nazisti o dai sovietici (e il corpo mai ritrovato), figlio di una delle famiglie più ricche del paese che doveva farsi perdonare i buoni affari con Hitler; e la Germania era già al corrente della “lista” di Oskar Schindler, prima attraverso un libro, poi grazie al premiatissimo film di Steven Spielberg. 

Ma di quel console svizzero, di Carl Lutz, si sapeva poco o nulla. Anche se era già segnalato al museo della Memoria (lo “Yad Vashem”) di Gerusalemme, e l’Agenzia ebraica di Vienna lo aveva indicato come il “Giusto” che aveva strappato alle camere a gas di Hitler il maggior numero di ebrei rispetto a tutti i cristiani che avevano operato durante la Shoah, simbolo del “male assoluto”, e di milioni di morti, “colpevoli solo di essere nati”. Così scoprii, insieme a Enrico Pasotti, l’eccezionalità dell’uomo che ora gli Stati Uniti premiano, per i suoi meriti durante la Seconda guerra mondiale, con l’assegnazione postuma della medaglia d’oro del Congresso, la più alta onorificenza civile conferita dal Parlamento americano. 

Annuncio passato quasi sotto silenzio nella Confederazione. Una sorte che si adatta perfettamente alla vicenda anche umana di Carl Lutz, a lungo più conosciuto e onorato all’estero che non in Svizzera. Per la serie “nemo propheta in patria”. Ma si trattò a lungo di una ‘dimenticanza programmata’, politicamente desiderata, volutamente scelta da Berna. Fu infatti scomodo per diversi anni il ricordo del console di origine appenzellese, che dovette personalmente confrontarsi e scontrarsi con Adolf Eichmann, l’ufficiale nazista incaricato dal Führer di organizzare, anche in Ungheria,  le deportazioni che dovevano condurre alla “soluzione finale”, la sanguinaria distruzione delle comunità ebraiche, avvenuta troppo spesso con la complicità dei partiti fascisti locali (in terra magiara erano le Croci di Ferro, se possibile ancora più ‘volonterose’ delle SS nella caccia agli ebrei).  

Carl Lutz – che a Budapest rappresentava anche gli interessi di Stati Uniti e Gran Bretagna – aveva spesso disobbedito agli ordini di Berna, aveva usato migliaia di falsi “passaporti svizzeri di protezione”, allo stesso modo aveva messo sotto tutela elvetica anche alcuni palazzi di Budapest e una fabbrica per la produzione del vetro in cui si erano rifugiate e ammassate numerose famiglie ebraiche, aveva rischiato la vita seguendo le “marce della morte” verso Vienna di deportati ebrei cercando di salvarne il più possibile, mentre a Berlino era stata persino pianificata la possibilità di eliminare quel “piccolo console” che osava aprire il portone dell’ambasciata statunitense alla massa di ebrei che nell’autunno-inverno del ’44-’45 assediavano la sede diplomatica e chiedevano soccorso a lui e alla moglie Gertrud. 

Fu così che il console sottrasse alle camere a gas alcune decine di migliaia di persone, nell’Ungheria che all’inizio della guerra contava mezzo milione di ebrei e alla fine del conflitto poco più di centoventimila. Berna vedeva come fumo negli occhi quel suo attivismo umanitario, che contrastava con la politica ufficiale della Confederazione nei confronti del Terzo Reich, verso cui la Svizzera ufficiale cercava di evitare ogni tipo di collisione politica. In realtà, Lutz si salvò dai rimproveri ufficiali e dal richiamo in patria solo perché anche nel nostro Paese si era consapevoli della fine non lontana della guerra e della sconfitta nazista, soprattutto in seguito all’offensiva da Est dell’Armata Rossa. Toglierlo dall’ambasciata americana non era nell’interesse della Confederazione, avrebbe irritato i due potenti alleati occidentali. 

Ma sul piano personale Carl Lutz – che aveva fatto pervenire in Occidente addirittura la prova di Auschwitz e delle camere a gas, descritte con cifre e disegni dagli unici due detenuti ebrei fuggiti dal campo della morte – da tutto questo non uscì indenne. Per lui il dopoguerra fu un piccolo calvario di cocenti delusioni. L’accoglienza in Svizzera da parte dei suoi superiori fu per lui gelida; invece del riconoscimento per quanto aveva fatto, dovette subire una insidiosa ma pretestuosa inchiesta amministrativa; poteva attendersi una promozione ma venne nominato console in una sperduta cittadina austriaca. C’è l’ipotesi che delusione e sconforto lo indussero, nel 1975, al suicidio. In più, il religiosissimo figlio di una famiglia contadina numerosa e molto devota, negli anni della guerra era entrato in una profonda crisi spirituale e religiosa: impossibile capire e conciliare la tragedia che si consumava sotto i suoi occhi e l’esistenza “del Dio misericordioso”. Crisi di coscienza più crisi famigliare, con il doloroso divorzio dalla moglie Gertrud, in tutto quel drammatico periodo ungherese coraggiosa “alter ego” del “piccolo console”.

Fu soltanto negli anni delle polemiche sui Fondi ebraici che la Svizzera, bersagliata all’estero e sotto pressione internazionale, si ricordò (opportunamente, qualcuno disse ‘opportunisticamente’, anche se con scarso esito diplomatico) del suo uomo a Budapest. Fu per primo Flavio Cotti a ‘riabilitarlo’ e a rendergli omaggio, prima che a Palazzo federale fosse finalmente dedicata una sala a un “Giusto” così generoso. E così a lungo dimenticato.


Di scissioni e pluralismo

In un libro di Luke Mogelson il racconto delle ore vissute in mezzo alla violenza ed il caos di un moto di protesta voluto, provocato e sostenuto da Donald Trump. Di Werner Weick 

Nel partito socialista ci voleva una scissione. Non capitava da un po’ e i compagni non hanno resistito al richiamo della storia.

In Ticino la spaccatura più importante risale al 1969, con l’espulsione dal PST dei giovani di sinistra e la conseguente nascita del Partito socialista autonomo (PSA). Malgrado la perdita di voti, alle elezioni del 1971 e del 1975, il PST confermò il consigliere di stato Benito Bernasconi, mentre il PSA decise di votare scheda bianca per il governo (4,7% nel 1971 e 5,1% nel 1975).

Nel 1979 il PSA propose una lista per il Consiglio di stato capeggiata da Pietro Martinelli, promotore della “strategia delle riforme”. La sinistra degli autonomi criticò la svolta come “un’involuzione socialdemocratica”.  A metà degli anni ottanta una nuova crisi portò una parte del PST, capitanata da Dario Robbiani, ad avvicinarsi al PSA, sostenendo, nel 1987, la candidatura di Pietro Martinelli per l’esecutivo. Contemporaneamente il PST riconfermò Rossano Bervini e così si ritrovarono due socialisti in governo, fino alle elezioni del 1991, quando Martinelli sconfisse Bervini. 

Nel 1992 i socialisti si riunificarono. Martinelli – sottolineano gli storici Pasquale Genasci e Gabriele Rossi nell’ottimo Tracce di rosso – “si dimostrò disponibile ad entrare in materia su alcuni sgravi fiscali in cambio di un sostegno alla politica sociale che intendeva promuovere. Un avvicinamento criticato dalla sinistra del partito, in particolare da Franco Cavalli che lo considerò inoltre troppo socialdemocratico”. Ma le dispute tra anima radicale e socialdemocratica non finirono. Alle elezioni del 1999, per sostituire Martinelli, il partito presentò una lista di battaglia dove ebbe la meglio Patrizia Pesenti, rappresentante dell’ala moderata, che superò il presidente del partito John Noseda, ex PSA (ed ex PPD).

La storia ministeriale del PS iniziò più di cento anni fa ma, malgrado il confronto tra massimalisti e riformisti, come si diceva allora, il risultato è modesto. Non è successo quel che sognava Guglielmo Canevascini: “Noi dobbiamo fare opera di penetrazione e dobbiamo accelerare il dissolvimento dei partiti borghesi affrettandone l’abbraccio”. (Tracce di rosso). A ragion veduta, i partiti borghesi non si sono dissolti, hanno perso forza, ma non a favore dei socialisti, che sono in perdita continua.

Alla vigilia delle elezioni di quest’anno, nuova scissione. Se n’è andata una parte della componente socialdemocratica. La lista blindata rossoverde non ha avuto successo e “il PS è stato in qualche modo sanzionato a favore di Avanti e di Mirante in particolare”, ha commentato il politologo Andrea Pilotti. La gestione dei due giovani copresidenti, sostenuta dalla direzione del PS, ha portato alla rottura e alla sconfitta elettorale. Il seggio in governo è stato salvato solo grazie all’apporto dei Verdi. 

Il Forum alternativo ha definito “politicamente giusta, tatticamente no” la decisione del PS di escludere l’economista che quattro e otto anni fa ha contribuito a salvare il seggio di Bertoli. Il “politicamente giusto” non è facile da definire, perché ai programmi si è dedicato poco tempo e spazio. Molti hanno evidenziato che si è trattato anche di una diatriba personale, come già visto in passato. Poi, con il quadro politico spostato a destra, non sarebbe opportuno occupare spazio al centro sinistra? Il “tatticamente sbagliato” l’hanno visto tutti, salvo l’apparato del partito.

A una lettura, seppur superficiale, appare verosimile che sia riemersa la classica divisione fra ex PST ed ex PSA, un contrasto che ha connotati storici, più che strettamente politici. Inoltre, sembra di intravedere una frattura di tipo generazionale. I due copresidenti, giovanissimi, hanno mobilitato compagni, amici e coetanei, tant’è che in Gran Consiglio sono stati eletti sei giovani su dodici e quattro uscenti sono rimasti a casa.

Per il Consiglio di stato ha avuto il sopravvento l’allestimento della lista (8 ore e 36 minuti di congresso) su dibattito, programma, azione e lotta. 

Dunque, sempre e soprattutto partito di governo, come negli ultimi 102 anni: riformisti e ministeriali. “In fondo, – sottolineava lucidamente Guido Pedroli negli anni Sessanta – siccome non si aspettavano la rivoluzione né dalle loro idee né dalla loro azione diretta ma tutt’al più dal corso stesso delle cose, i socialisti ticinesi potevano continuare a parlarne, mentre accettavano come ‘rivoluzionaria’ ogni riforma genericamente sociale attuata con il consenso della maggioranza borghese”.

Uno dei pochi atti di rottura recenti in governo fu lo “sdraiarsi sui binari” di Patrizia Pesenti, quando rifiutò i tagli alla socialità previsti dai colleghi: la consigliera dell’ala socialdemocratica ruppe il mito della collegialità. L’evento contribuì al successo nelle elezioni federali (questo ottobre si vedrà…).

Dove stanno i confini del pluralismo socialista? 

Le dinamiche elettoralistiche di quest’anno si inseriscono organicamente nelle vicissitudini della storia socialista, incapace, da sempre, di realizzare la tanto sbandierata “sinistra pluralista”, l’unità nella diversità, come pure di impegnarsi più nell’azione sociale che nella corsa al governo. 

E visto il sogno infranto dell’abbraccio dissolutore canevasciniano, dopo più di un secolo, non vale la pena di provare a star fuori dal governo?