Responsabilità significa rispondere

Il caso Credit Suisse, Too big per non dover rispondere della incredibile malagestione manageriale 

Di Paolo Bernasconi, avvocato

 

Credit Suisse: in 10 anni 32 miliardi pagati a titolo di bonus, malgrado 3,2 miliardi di perdite. Fra il 2007 e il 2014 il suo Ceo ha ricevuto 160 milioni di bonus malgrado il crollo del 70% delle azioni; il suo successore, fra il 2015 e il 2020, incassò 40 milioni di bonus malgrado una perdita del 60% del valore di Borsa. Qualche minuto prima della catastrofe, il Credito Svizzero era pronto a pagare 1,7 miliardi di franchi in bonus. Questa cattiva gestione del conflitto di interessi merita di essere valutata dal punto di vista del reato di gestione infedele commessa con disegno di lucro, perseguibile d’ufficio. Risposta del Procuratore generale della Confederazione, secondo il Financial Times del 3 aprile 2023: apertura di un procedimento penale contro i responsabili delle fughe di notizie durante il weekend nero del 19 marzo 2023. In ogni caso, un procedimento penale contro i responsabili di questa storica catastrofe bancaria finirebbe fra qualche decennio con qualche condanna sospesa condizionalmente. D’altra parte, una procedura contro la banca in quanto tale, permetterebbe di conseguire soltanto il massimo della multa, ossia 5 milioni, che sarebbero comunque da pagare da parte della banca e non da parte delle persone responsabili.

Dopo 10 miliardi di perdite dovute a Greensill, 100 miliardi per Archegos, 2 miliardi per il Mozambico ecc. ecc., la Finma ha portato a termine una dozzina di procedure disciplinari. Risultato? Secondo la società di revisione, la gestione dei rischi presso il Credit Suisse era insufficiente, nel dicembre 2022 la Sec americana aveva respinto la pubblicazione dell’ultimo bilancio. I segnali di allarme furono veramente numerosi, ma nessuno ha fermato la catastrofe: né il Consiglio federale, né la Delegazione parlamentare delle finanze, né la Banca nazionale, né la Finma (600 funzionari di cui 5 – cinque! – attribuiti al controllo sul Credit Suisse). Too big to watch.

L’appetito al rischio incontrollato è legato direttamente alla generosità dei bonus. L’iniziativa costituzionale Minder (Economie Suisse: “Questa iniziativa destabilizza le imprese svizzere”), approvata nel 2013 da una schiacciante maggioranza, è stata annacquata dal Partito degli Affari. 

Gli azionisti del Cs hanno tollerato e così anche la Finma. Soluzioni? La Finma pretende il potere di punire con la multa. Polvere per gli orbi: il Cs aveva già dovuto pagare ammende molto salate alle autorità americane. Ma il Cs non è cambiato. Peggio ancora: la multa verrà utilizzata dalla Finma contro ogni intermediario finanziario colpevole di aver ritardato la compilazione dei loro lunghi questionari. Inchiesta parlamentare: con tutto il rispetto per le elettrici e gli elettori, ricordiamo che non era il loro compito scegliere dei deputati esperti in diritto bancario. L’inchiesta parlamentare terminerà tra due o tre anni con un libro di circa 300 pagine: “Arma di distrazione di massa”. Nell’aprile 1977 l’arresto di due direttori della filiale di Chiasso del Cs (ero il Procuratore Pubblico responsabile). Perdita di 1,3 miliardi. Il direttore della Banca nazionale, Fritz Leutwyler, aveva forzato l’Associazione svizzera dei banchieri a produrre, nel giro di due mesi, la Convenzione di diligenza delle banche. Oggi, silenzio totale: nessuna proposta di autoregolamentazione, nemmeno riguardo al pagamento dei bonus.

Responsabilità significa rispondere. Né a Zurigo, né a Berna nessuno dimissiona, nessuno riconosce la sua responsabilità, nessuno restituisce i bonus. Il digital bank run, 110 miliardi in fuga dal Cs a fine 2022, incombe quotidianamente. Il Rapporto che accompagna l’Ordinanza federale del 16 marzo 2023 ci rammenta che tutta l’economia svizzera, imprese, posti di lavoro, economie domestiche, traballano su una bomba a orologeria: un’unica grande banca in preda alla finanza deregolamentata e ai bonus. Too big to lead. Quali saranno i nuovi meccanismi per controllare banchieri, revisori, controllori, incapaci di gestire la crisi del Cs e presunti capaci di disinnescare questa bomba a orologeria? Too big to trust?

Questo articolo è stato pubblicato in francese su La Tribune de Genève ed è uscito sabato su “La Regione”


16 Aprile GMDSI

Il caso Credit Suisse, Too big per non dover rispondere della incredibile malagestione manageriale 


Intelligenza artificiale: primum conoscere

Il caso Credit Suisse, Too big per non dover rispondere della incredibile malagestione manageriale 

Cinzia Sciuto, Micromega

 

Primi anni Duemila, facoltà di Filosofia, Villa Mirafiori, Roma. Il professore chiede a tutti gli studenti di lasciargli numero di cellulare e indirizzo e-mail per creare un elenco degli studenti del corso e far circolare le informazioni in maniera veloce. Nella sala si alzano alcune manine per segnalare che “no, prof., io la mail e il cellulare non ce l’ho” e via a sciorinare argomenti sulla tecnologia che rovina i rapporti umani e che “a cosa servono mail e cellulare se c’è già l’indirizzo di casa e il telefono fisso” ecc. ecc. Non so che fine abbiano fatto quegli studenti, so di certo però che oggi – a meno che non si siano ritirati in un qualche eremo sui monti – un indirizzo e-mail e un cellulare (con ogni probabilità uno smartphone) ce l’hanno di certo.

Le innovazioni tecnologiche sono un po’ come le “innovazioni” evoluzionistiche: se funzionano, rimangono e si perpetuano, se non funzionano spariscono senza lasciare traccia. E questo in maniera del tutto indifferente rispetto a quello che noi ne pensiamo: se una tecnologia soddisferà un qualche bisogno sarà destinata a rimanere, fino a quando sarà sostituita da una nuova tecnologia che lo soddisferà meglio.

Accadrà anche con l’intelligenza artificiale? Io penso proprio di sì, ma in ogni caso non sarà il nostro giudizio morale (o moraleggiante) a deciderlo, ma solo la sua capacità di risolvere meglio di altri strumenti dei problemi. Nel dubbio sarà bene iniziare a conoscerla a fondo fin da subito per non farci cogliere completamente impreparati quando ce la ritroveremo accanto senza neanche accorgercene (anzi, ce l’abbiamo già affianco e non ce ne stiamo accorgendo).

Faccio uno di quei mestieri che più di altri è esposto agli stravolgimenti che può portare l’intelligenza artificiale. Potrei dunque arroccarmi nella posizione di difesa a oltranza dell’unicità della creatività umana e rifiutare in blocco questa nuova tecnologia. E invece, proprio perché mi riguarda molto da vicino (qualcuno paventa addirittura che potrebbe togliermi il lavoro), ho deciso che voglio conoscerla meglio, capirne le potenzialità (e, ovviamente anche i rischi). Le osservazioni che seguono sono frutto di un po’ di sperimentazioni con ChatGPT, il servizio di OpenIA, che come sapete è attualmente inaccessibile dall’Italia perché la società ha deciso di sospenderlo in seguito a un provvedimento urgente del Garante per la protezione dei dati che segnalava lacune in materia.

Quando si parla di IA tutti pensano immediatamente alla produzione di testi al posto nostro e di solito vengono prontamente evocati i rischi di questo uso: quello di studenti che presentano lavori scritti dall’IA è il più classico. Ora, scrivere testi al posto nostro è certamente uno degli usi di questo strumento (e quello che presenta maggiori profili di problematicità), ma non è l’unico e, nel nostro settore, neanche il più importante.

In tutti i lavori, inclusi quelli “creativi”, intellettuali, immateriali ci sono in realtà una serie di mansioni a basso tasso di creatività, ripetitivi e noiosi che però hanno bisogno di un alto livello di competenze. Prendete per esempio, nel mio ambito, la correzione delle bozze: un lavoro tra i più odiosi (almeno per me), che pure tocca fare (e che ahimè si fa sempre di meno), che è piuttosto ripetitivo e che però implica un elevato livello di competenza linguistica. ChatGPT è in grado, per esempio, di correggere errori di battitura, grammaticali, di ortografia e, se glielo chiedete, anche di suggerire miglioramenti stilistici. Non avete idea delle condizioni in cui certe volte arriva un testo in una redazione: se ChatGPT mi dà una mano “ripulendolo” dagli errori e me lo restituisce corretto, in modo che io poi possa leggerlo senza inciampare continuamente in apostrofi al posto degli accenti, inutili doppi spazi, errori ortografici, o frasi assolutamente senza capo né coda non potrebbe essere un buon alleato nel mio lavoro? Mi direte: ma per quello c’è già il correttore di Word. Sì, per quasi tutto quello che fa ChatGPT c’è un “omologo” che già conosciamo, ma il modo in cui l’utente interagisce con ChatGPT cambia tutto perché si può dare alla chat un livello di istruzioni molto complesso, per esempio dicendo: “Correggi gli errori di ortografia e grammatica in questo testo, tranne che nelle frasi fra virgolette”, perché magari nelle frasi fra virgolette gli errori sono voluti. Capite la differenza?

Un altro ambito in cui può dare una grossa mano è la ricerca. Voi direte: vabbè, ma per quello c’è già internet! Ma lo dite perché non avete ancora usato ChatGPT. La differenza è che si può interrogare la chat con linguaggio naturale e, soprattutto, che l’intelligenza artificiale ti restituisce una risposta dotata di senso e argomentata. È anche una risposta completa? No di certo. Ma perché, la tua personale ricerca su internet lo è? È una risposta corretta? Dipende. Su temi sui quali la chat dispone di una mole sufficiente di dati, le risposte sono piuttosto affidabili, ma su altro può prendere grossissime cantonate e per questo NON sostituisce una ricerca accurata con riscontro incrociato delle fonti, ma può essere un buon punto di partenza o una utile integrazione. È una risposta “neutra”? No di certo, perché dipende da un sacco di cose, tra cui naturalmente il modo in cui è stata “addestrata” l’IA e le informazioni che ha avuto a disposizione (che comunque sono infinitamente più numerose di quelle che hai tu anche solo perché lei ha avuto accesso a internet in tutte le lingue, mentre tu se va bene cerchi in una-due lingue al massimo e comunque ci metteresti una vita intera a “leggere” le informazioni che lei ha acquisito durante il suo addestramento. Che, attenzione, per quanto riguarda ChatGPT per il momento è fermo a settembre 2021, per cui se cercate informazioni aggiornate non le troverete).

Ancora un esempio di utilizzo proficuo dell’IA: farsi un’idea del contenuto di un testo. ChatGPT ha infatti una elevata capacità di comprensione dei testi, per cui se gli chiedi di farti un riassunto di un testo (da qualunque lingua in qualunque lingua) è altamente probabile che tu ottenga un risultato del tutto dignitoso; così come se gli chiedi di tirarti fuori una precisa informazione da dentro un testo molto lungo (e non come con il sistema “cerca” di Word nel quale devi usare una parola esatta, ma potendo porre domande naturali e complesse come per esempio: “C’è un passaggio nel testo in cui l’autore parla degli effetti del cambiamento climatico sulle coste?”).

Quello per cui ChatGPT e gli altri sistemi di chat basati sull’IA NON vanno usati – e che è invece praticamente l’unica cosa su cui si stanno concentrando i loro detrattori – è la produzione ex novo di testi complessi su argomenti di cui non sappiamo nulla, e sui quali dunque non possiamo fare le doverose verifiche. Mentre può essere un valido aiuto per costruire testi standard e ripetitivi con informazioni che forniamo noi.

Allora tutto bene? Nessun problema all’orizzonte? Ma neanche per sogno. Di problemi questa tecnologia ne pone tantissimi a partire da quello, enorme, del suo addestramento che è ovviamente condizionato dalle fonti a cui è stata esposta (e a cui sono esposti i lavoratori, in carne e ossa, che devono selezionare e catalogare le informazioni da dare in pasto all’IA, come ha svelato un’interessante quanto inquietante inchiesta del Time), come anche il tema del cambiamento radicale che l’integrazione di questa tecnologia introdurrà in alcuni settori, con conseguenti impatti sui lavoratori (tema annosissimo che si ripresenta a ogni avvento di una nuova tecnologia in grado di sostituire parte del lavoro umano).

Poi c’è un punto centrale – che riguarda anche l’uso in generale di internet, dei social, degli smartphone – è cioè  che l’IA è uno strumento che per essere usato correttamente implica un alto livello di competenze sia intellettuali sia prettamente linguistiche. Le sue risposte dipendono moltissimo dalla nostra capacità di porre domande in modo preciso, completo, accurato, competente e pertinente. E per poter usare le sue risposte abbiamo bisogno di robusti strumenti per valutare, ponderare, integrare, smentire anche i risultati della ricerca dell’IA e soprattutto per mantenere il controllo sul nostro lavoro, senza delegare all’IA responsabilità che sono solo nostre. Certo, se questi strumenti non ce li abbiamo, sono guai. Esattamente come sono guai quando si usa internet senza la minima educazione digitale, cosa che ahimè capita troppo di frequente.

Per chi, come me, lavora nell’ambito della comunicazione il tema principale che l’uso dell’IA pone è quello della responsabilità e della trasparenza. Esattamente come avere a disposizione internet non ci esime dal verificare le notizie e le fonti, così avere a disposizione l’IA non ci esime dal verificare che le informazioni che ricaviamo da essa siano corrette. Perché, ChatGPT o meno, i responsabili dei contenuti che offriamo ai nostri lettori siamo noi.

PS: Questo articolo, con questi precisi contenuti e in questa precisa forma, non avrebbe potuto scriverlo ChatGPT, e infatti l’ho scritto io. Per scriverlo ho usato anche Chat GPT, in particolare per due cose: 1) modificare una frase che aveva una brutta ripetizione per la quale non trovavo un’alternativa; 2) per verificare che io avessi scritto informazioni corrette su ChatGPT stesso. Per trasparenza segnalo che non ho apportato nessuna modifica al testo alla luce delle osservazioni di ChatGPT, tranne che nella frase di cui al punto 1. Forse l’uso di avvertenze come questa potrebbe essere uno dei metodi per integrare l’intelligenza artificiale nella comunicazione in futuro?

Nell’immagine: “read a book”- leggi un libro- Da un cartoon di Josh Gosfield


Quando l’abito diventa fenomeno di costume, ed il costume diventa cultura

Il caso Credit Suisse, Too big per non dover rispondere della incredibile malagestione manageriale 

Di Serena Tibaldi, La Repubblica.it

Mary Quant sullo sfondo di Buckingham Palace

“Non avevo il tempo di aspettare la liberazione delle donne, e così ho fatto da sola”. Era solita rispondere così Mary Quant a chi le chiedeva come fosse riuscita negli anni Sessanta a lanciare la minigonna, il simbolo della rivoluzione dei costumi femminili. Un’idea semplice, che però nel giro di un attimo ha reso obsoleta l’estetica che aveva dominato fino a un attimo prima, negli anni Cinquanta (le vite strette, le crinoline, i corpi formosi, i capelli lunghi e morbidi), gettando di fatto le basi del vestire contemporaneo. Su questo non ci piove: Mary Quant ha segnato la moda come pochissimi altri hanno fatto; è per questo che la notizia della sua scomparsa il 13 aprile, a 93 anni, ha generato un cordoglio immediato e trasversale. Ma il bello è che il suo talento andava oltre il “semplice” abbigliamento, e soprattutto oltre un unico indumento, non importa quanto rivoluzionario sia stato.

Mary nasce e cresce a Londra. Lei ama da sempre la moda, ma al rifiuto dei genitori, entrambi insegnanti gallesi, di lasciarle frequentare una scuola di design, ripiega su un corso di diploma in disegno; ancora non lo sa, ma sarà la sua fortuna. Qui infatti incontra e s’innamora di Alexander Plunket Greene, un aristocratico che diventerà suo marito e suo socio in affari. Lui nel 1955 rileva una palazzina nel quartiere di Chelsea, il quartiere londinese che in quegli anni sta diventando il punto di incontro di artisti e intellettuali della nuova generazione. Assieme al fotografo (ex-avvocato) Archie McNair, la coppia decide di trasformare la struttura nel ritrovo perfetto per i frequentatori di quelle strade: aprono un ristorante nel seminterrato, e un negozio, Bazaar, al piano terra.

I tre assieme sono perfetti: McNair cura la parte legale, Plunket Greene gestisce gli aspetti finanziari e Mary Quant è la mente creativa del negozio. Inizia vendendo abiti che scova in giro, ma presto capisce che, forse, può fare da sola. E qui dimostra tutto il suo talento: frequenta dei corsi serali per imparare a cucire, e per risparmiare studia come personalizzare i cartamodelli venduti in serie nei negozi. La sua creatività va di pari passo con il suo senso degli affari e la sua capacità di cogliere l’evoluzione dei gusti del pubblico più vasto. È così che nel 1963 – è la data canonica stabilita dagli storici di moda – lancia le sue prime minigonne: per i benpensanti è uno scandalo, ma è anche un successo epocale senza precedenti. In realtà, alcuni mettono in dubbio il fatto che sia stata davvero lei a inventare la mini (c’è chi ne attribuisce la paternità al francese André Courrèges), ma la cosa conta relativamente.

Sì, la minigonna è il suo capo-simbolo, quello che le ha permesso di ribaltare i guardaroba femminili, ma il suo lavoro non si limita a quel singolo pezzo. Le calze colorate a vista, i pantaloncini, gli abiti a sacchetto, i capelli corti con la frangia lunga, i caschetti corti e gonfi di Vidal Sassoon: sono tutte idee sue. È la stilista a plasmare da zero il “Chelsea Look”, vale a dire il prototipo del modo di vestire degli anni Sessanta perfettamente incarnato da Twiggy, top-model simbolo del decennio e del suo stile.

Non solo: Mary è la prima a rivolgersi ai più giovani, offrendo loro un nuovo modo di fare shopping, lontano dai saloni della couture e dalle catene di grandi magazzini. Il suo stile si lega a doppio filo con la musica e le sottoculture che in quegli anni stavano dando corpo alla leggendaria Swinging London, diventando così un elemento essenziale di quella nuova sensibilità. Vero, nonostante il brand sia andato avanti con le licenze fino agli anni Novanta, il suo lavoro è identificabile con una sola decade. Ma la sua influenza è talmente forte, e la sua eredità talmente popolare, da superare i confini temporali. E il bello è che all’epoca non si era nemmeno resa conto di che rivoluzione stesse portando avanti: “Eravamo troppo impegnati a lavorare per rendercene conto”, spiegava ridendo nelle interviste. “Però, quanto ci siamo divertiti!”

 


La scuola delle pari opportunità e della differenziazione

Il caso Credit Suisse, Too big per non dover rispondere della incredibile malagestione manageriale 

Quando si parla di scuola, soprattutto di scuola dell’obbligo, piace a molti sciacquarsi la bocca con le pari opportunità e la differenziazione. Quasi mai si riesce a capire cosa si intenda per differenziazione. Le pari opportunità che si vorrebbero a scuola, invece, sono più esplicite. Di solito chi le evoca intende dire che a ogni allievo vengono garantite identiche condizioni di partenza: gli stessi programmi, gli stessi supporti didattici, gli stessi insegnanti (il prof. Zambelloni, una volta, osservò ironicamente che nella scuola coesistono insegnanti straordinariamente bravi e insegnanti normalmente bravi).

Ad esempio, Sergio Morisoli, oggi parlamentare UDC, scrisse che «Occorre garantire le stesse condizioni di partenza per tutti, ma non la parità di risultati. La scuola va differenziata, non siamo tutti uguali (CdT 12.08.2012)». Circola una vignetta che, col dovuto cinismo, illustra questa diffusa versione delle pari opportunità. Vi si vede un maestro, seduto alla cattedra, davanti a una classe un po’ speciale: un corvo, uno scimpanzé, un marabù, un elefante, un pesce rosso nella sua boccia di vetro, una foca e un cane, e sullo sfondo un albero. Bene – dice il maestro – adesso facciamo un esercizio. Il compito è uguale per tutti: arrampicatevi sull’albero». È quel che succede a scuola. Un mese dopo l’inizio dell’anno scolastico c’è già chi arranca, non capisce, resta indietro. Poi arriveranno gli specialisti, i genitori saranno convocati e sentiranno dirsi che il pargolo ha tante difficoltà. Magari a fine anno sarà bocciato (oggi si dice «rallentato»), e l’anno dopo dovrà rifare anche quel che aveva già imparato.

Su un numero speciale della rivista romanda Éducateur (febbraio 2012), dedicato ai cento anni di vita dell’Institut Jean-Jacques Rousseau di Ginevra, il sociologo Walo Hutmacher pubblicò un articolo dal titolo intrigante: Réclamer l’égalité des chances, c’est s’empêcher de viser l’égalité des résultats a un niveau élevé. «Le pari opportunità – scriveva – fanno parte della scuola pubblica. Ma è un’uguaglianza astratta, di maniera, perché presume, senza dirlo, che la scuola di base sia una gara, così che ha un senso solo in una scuola selettiva».

Rivolgendosi alla politica per contraddire quella sorta di mainstream che si è appropriato di due parole – pari opportunità – per farne un comodo alibi, continuava così: «Contrariamente a ciò che dicono tutti i partiti, la politica non deve mirare alle pari opportunità, ma puntare all’equità dei risultati a livello elevato, allo scopo di creare buone capacità per affrontare le esigenze della vita sociale, civica ed economica. L’equità dei risultati è meno astratta delle pari opportunità. In senso assoluto è inarrivabile, ma si può tentare con tenacia di avvicinarvisi. Bisogna però farne un’ambiziosa meta politica. La logica della selezione estremizza le regole del gioco: per allievi e genitori che sono, loro malgrado, protagonisti di un processo di selezione, lo scopo principale non è quello di imparare, bensì di “riuscire”, di “essere promosso”. In questa logica i più bravi si accontentano di “gestire la loro media” col minimo sforzo, mentre i più deboli si scoraggiano davanti a ostacoli che ritengono di non poter superare».

L’attuale Piano di studio della scuola dell’obbligo richiama una dichiarazione d’intenti della Conferenza intercantonale dell’istruzione pubblica della Svizzera romanda e del Ticino, che, tra tante enunciazioni, afferma che «La Scuola pubblica assume compiti di educazione e di trasmissione di valori sociali, tra i quali la promozione delle pari opportunità a livello di riuscita scolastica». Un dichiarazione per lo meno ambigua, soprattutto alla luce delle quasi 300 pagine che dovrebbero contestualizzare gli obiettivi della scuola obbligatoria attraverso i «piani disciplinari», le sue «aree» e le sue materie.

I programmi delle scuole obbligatorie del 1959 – Scuola elementare e maggiore, scuola di economia domestica e di avviamento professionale – di pagine ne avevano 74. E così introducevano il discorso: «Un programma non può essere che uno schema offerto all’insegnante perché lo trasformi in cosa compiuta e viva». Diciamo che c’era una diversa stima degli insegnanti e dei loro allievi.

Ora invece siamo confrontati con un piano di studi velleitario e illusorio, che ha bisogno, per funzionare in qualche modo, di tante figure professionali che si accalcano nelle aule, frammentano le competenze, diluiscono le responsabilità. Nella scuola obbligatoria si possono incontrare i docenti di appoggio, di sostegno pedagogico, di lingua e integrazione degli alloglotti, oltre a logopedisti, psicomotricisti, psicologi, specialisti per la gestione dei casi difficili e operatrici pedagogiche per l’integrazione.

Permane, sullo sfondo, la solitudine del docente, che dovrebbe essere il vero regista di ciò che succede nella sua aula. Invece quel Piano di studio, autoritario e complesso, finisce per trasformare la vita a scuola in un cimitero dell’entusiasmo e della passione, per chi deve insegnare e per chi deve apprendere. Vedremo presto se ci saranno la volontà politica e la capacità e di ricreare una scuola serena, in cui insegnare e imparare tornino a essere momenti da ricordare per tutta la vita con almeno un po’ di piacere.

Nell’immagine: studenti, “Another brick in the wall” dal film “Pink Floyd the Wall” regia di Alan Parker 1982


Elisabeth Kopp da simbolo di emancipazione a vittima di sé stessa

Il caso Credit Suisse, Too big per non dover rispondere della incredibile malagestione manageriale 

Ruppe nell’autunno del 1984 il cosiddetto “tetto di cristallo”, quell’ostacolo invisibile ma assai resistenze, così definito da un quotidiano americano per indicare tutto ciò che imprigionava anche le ambizioni professionali delle donne in un mondo maschilista, e diventò consigliera federale, la prima donna ad entrare nella sala dei “sette saggi”. Ma poi,  alcuni anni dopo, fu come se le schegge di quel cristallo che aveva mandato in frantumi le si rovesciassero addosso, trasformandola anche nella prima governante ai vertici della Confederazione costretta a dimettersi. 

E’ in questi due estremi – il valore fortemente simbolico della sua elezione a una decina d’anni dall’introduzione del suffragio femminile, e poi la rovinosa “caduta” e l’obbligato abbandono dell’arena politica – che si riassume il ricordo della carriera politica di Elisabeth Kopp, liberale-radicale, zurighese, dunque espressione del Cantone dell’economia di successo nonché prima piazza finanziaria nazionale, governato da un partito diventato “sistema”, tanto forte era la sua presa politica e il suo peso politico.

Una giovane Elisabeth Kopp entrata nel Palazzo del potere con passo e postura tranquilli, quelli di una destra conservatrice ma senza eccessi, molto pragmatismo e un pizzico di “femminismo”, quel tanto che bastava, di quei tempi, per metter mano a qualche miglioramento sulla via dell’uguaglianza di genere. Ministro di Giustizia e Polizia, in un Paese apparentemente e tutto sommato tranquillo, in cui cominciava appena ad affacciarsi la questione rifugiati, di cui si occupò, sempre con calcolato quasi freddo pragmatismo, con i primi provvedimenti e l’apertura del primo apposito ufficio federale. Una pacata traiettoria verso il vicino traguardo della presidenza della Confederazione, che per rotazione le sarebbe toccata a breve, se non fosse stata imprevedibilmente costretta alla resa.

Accadde quando, più o meno sottotraccia, la Svizzera era già diventata un ‘paradiso’ anche come piattaforma operativa e rifugio dell’attività criminale internazionale, riciclaggio e traffici illeciti, in una generale inconsapevolezza o in una calcolata e taciuta consapevolezza. Cadde rovinosamente, Elisabeth Kopp, inciampando su uno dei grandi scandali emerso da quel mondo semi-sotterraneo: la “Lebanon Connection”. Cominciato, lo scandalo, in un’area di sosta a Bellinzona Nord. Quando due camionisti turchi, che hanno attraversato tranquillamente diversi confini balcanici ed europei, il 2 febbraio 1987 arrivano all’appuntamento con uno sconosciuto emissario (in realtà un agente americano della lotta al narco-traffico), a cui consegnano 80 chili di morfina base e 20 chili di cocaina, per un valore fra i 300 e i 400 miliardi di lire, tanta roba per quegli anni.  

E’ una trappola. Guidata da Dick Marty (che in seguito ottenne due importanti riconoscimenti statunitensi), la procura ticinese, già sulle tracce della “Lebanon Connection”, entra in azione con una serie di arresti, più tardi anche quelli dei fratelli Magharian. C’è di mezzo, fortemente indiziata, anche una società svizzera, la “Shakarchi Trading”, di cui è vice-presidente Hans Kopp, il marito della consigliera federale. La Kopp, si racconta, a fine autunno venne informata della circostanza da una sua collaboratrice.  La Kopp alza il telefono, chiama il consorte, gli dice di lasciare subito quell’incarico, e qualche spiegazione deve averla data nel corso del colloquio. Soprattutto, cerca di metterlo al riparo dalla tempesta, in cui lei stessa finirà.  Prime rivelazioni della stampa; apertura di un’inchiesta nel suo stesso dipartimento di Giustizia e polizia; quindi ammissione del fatto davanti ai colleghi di governo; infine l’annuncio delle dimissioni, anche se nel febbraio successivo la Corte penale federale la assolve da ogni tipo di imputazione.

Sembra che, a registrare la telefonata “inopportuna” vi fossero agenti della DEA chiusi In gran segreto nei sotterranei di un edificio, a due passi da Palazzo federale. Così Elisabeth Kopp, deceduta ieri  all’età di 86 anni,  entrerà nella Storia: emblema del riscatto femminile, e purtroppo vittima di sé stessa e di una “piovra” che nei decenni successivi continuerà ad approfittare di lacune legislative, inadempienze investigative, continue infiltrazioni malavitose, grave sottovalutazione di un fenomeno che solo di recente il Ministero pubblico della Confederazione ha indicato come una priorità da combattere.

Nell’immagine: 2 ottobre 1984, il giuramento di Elisabeth Kopp nel giorno della sua elezione


Se Israele si scontra con Israele

Il caso Credit Suisse, Too big per non dover rispondere della incredibile malagestione manageriale 

Di Lucio Caracciolo,  La Stampa

Chi è Israele? Lo Stato ebraico rischia la vita per non rispondere a questa domanda. Perché inevitabile ne consegue l’altra: di chi è Israele? Qualsiasi risposta amputa il corpo israeliano di una o più sezioni. Tribù, adottando il linguaggio biblico oggi ricorrente per distinguere i sottogruppi che in Terra promessa si agitano, distinguono, rimescolano. Nello Stato dai confini non identificati, perché se li delimitasse si spaccherebbe.

Dilemma. Se mondo ebraico, rabbinato e società israeliana tuttora disputano su chi sia ebreo, come pretendere di definire l’identità dello Stato? Ma se il corpo del paese si frammenta e dilania sui princìpi primi, dunque sulla legittimità delle istituzioni, come schivare la questione regina che ne determina e giustifica l’esistenza? Di sicuro il re è nudo. Le acrobazie con cui David Ben Gurion e successori hanno inventato poi evoluto Israele in potenza regionale e avanguardia tecnologica non ne garantiscono il futuro. Serve un fondamento o il ripudio definitivo di qualsiasi fondamento. La costituzione cui si è finora rinunciato causa eccesso di eterogeneità identitaria nella società israeliana. O l’esplicita abdicazione a dotarsene per vivere alla giornata, ciò che fino a un paio di mesi fa pareva ricetta di successo. Costituzione della non-costituzione.

A settantacinque anni dall’avventurosa nascita, cinque dopo l’autocertificazione quale Stato nazionale del popolo ebraico via maggioranza d’un voto in parlamento, la creatura sionista è scossa da crisi identitaria. I suoi dirigenti evocano lo spettro della guerra civile. Caduto il tabù dei tabù, tutto è possibile. Il sogno dei nemici d’Israele, che fiduciosi ne attendono l’autodistruzione, parrebbe prossimo a compiersi. Come al contrario persiste la fede di chi intravvede nella crisi la leva per ristabilire su basi meno incerte il rifugio per ebrei eretto dai superstiti della Shoah. Perché non ne considera affatto esaurita la funzione. Anzi, l’antisemitismo serpeggia ovunque, in forme talvolta banali, talaltra inconsapevoli, spesso violente, tanto da ammetterlo nei salotti del politicamente corretto.

Causa efficiente di tanto caos è la riforma giudiziaria voluta da un primo ministro impegnato a sfuggire il processo per corruzione e perciò abbarbicato al potere, costi quel che costi. Lo scopo è neutralizzare la Corte Suprema, da tempo usa surrogare funzioni tipicamente politiche nel non scritto squilibrio fra poteri. E affermare il primato del governo o meglio del suo capo, signore e gran manipolatore del parlamento.

La sospensione della riforma e l’avvio di faticosi negoziati fra maggioranza e opposizione per inventare un compromesso non significano la fine dell’emergenza. Le faglie interne alla società non spariscono grazie a un lodo pacificatore. Sono inscritte nell’evoluzione demografica, antropologica e sociale di Israele. Nel fattore umano. Nella vocazione centrifuga, refrattaria al riconoscimento reciproco fra gli aggruppamenti separati in Eretz Yisrael come in diaspora.

Il catalogo delle tribù proposto dall’ex presidente Reuven Rivlin nell’ormai celeberrimo intervento del 7 giugno 2015 alla conferenza di Herzliya fotografava la partizione fra arabi ed ebrei laici, religiosi e ultraortodossi. Secessione strisciante, di carattere «strutturale, che non avremo mai il potere di cancellare». In altre parole, la nazione è impossibile perché ve ne sono almeno quattro in gestazione.

Ma l’impossibile unità nazionale non deriva per forza dal tribalismo. Anche le tribù cambiano. Il punto è che Israele le sta incentivando. Fino a consolidarle quasi-nazioni nella non-nazione. Che cos’altro produce la persistenza di quattro tipi di scuole, uno per tribù (cinque, considerando quello dedicato all’esigua minoranza drusa), espressione secondo Rivlin di «visioni totalmente differenti dello Stato d’Israele e dei suoi valori basilari»? Spesso gli studenti di indirizzi diversi nemmeno si parlano, non solo perché attingono a idiomi distinti. Vivono in quartieri o località separate. Monoculturali. Due delle quattro tribù, ricordava Rivlin, «non si definiscono sioniste»: «Non guardano la cerimonia della torcia sul monte Herzl il giorno dell’Indipendenza. Non cantano l’inno nazionale con gli occhi lucidi». Senza pedagogia israeliana niente nazione israeliana. Quando poi i governi sovvenzionano le scuole che antepongono se non contrappongono il Libro allo Stato, incentivano la segregazione. Israele genera le tarme che ne corrodono le impalcature.

«Che cos’è Israele? Non si sa». Così la Knesset nel 1950, fissato che la costituzione non s’ha da fare. Settantatré anni dopo, se Israele si guardasse allo specchio e ripetesse la domanda, identica sarebbe la non risposta.

La tecnica del rinvio permanente sembra al punto di non ritorno. Anime troppo conflittuali, per troppo tempo concentrate nell’offrire la propria intrattabile, assoluta risposta al «chi siamo?», si avvinghiano sull’orlo dell’abisso. Caso unico di crisi costituzionale senza costituzione né formale né materiale. Tre soluzioni “finali”: compromesso fra le tribù d’Israele, colpo di Stato o fine dello Stato per consunzione. Le ultime due soluzioni implicano violenza potenzialmente incontrollabile, dall’esito imprevedibile. Comunque rivoluzionario. Cambio di paradigma geopolitico a mano armata. La prima suppone magia in forma di sinedrio abilitato a tracciare finalmente la costituzione. Improbabile, stando all’esperienza di questi tre quarti di secolo. Necessario, per chi considera scaduto il tempo incostituzionale quindi vitale aprire la fabbrica costituzionale.

Conclusione che porta al dubbio con cui convivremo. Non sarà che Israele (r)esiste perché rifiuta di identificarsi? E che lo sforzo di farlo potrebbe ucciderlo? Il “chi sono io?” è la domanda di chi si tormenta nella ricerca di una teoria che ne abbellisca la prassi. E rischia di morirne, dopo una vita spericolata all’insegna di scontri e astuti compromessi puntuali (hasdarah). Nella metafora del sociologo francese Danny Trom: «Lo Stato di Israele assomiglia a quel bambino in bicicletta che nel momento in cui si chiede come faccia a stare in equilibrio smette di pedalare, s’impanica e cade. Forse lo prevede, evita di pensare e continua a pedalare. Volta lo sguardo e smette di pensare ogni volta che è spinto a pensare che cosa stia facendo. L’assenza di costituzione, la predilezione per il bricolage e gli arrangiamenti provvisori in guisa di soluzione, la presupposta reversibilità di ogni iniziativa ne sono i sintomi più patenti». Meglio allora non scoperchiare il vaso di Pandora. Salvo sia già aperto.


È ora di ripensare il lavoro

Il caso Credit Suisse, Too big per non dover rispondere della incredibile malagestione manageriale 

Di Domenico De Masi (TPI)

 

Di fronte ai mutamenti imposti al mondo del lavoro dalla lunga sperimentazione effettuata controvoglia durante il lockdown e dai mutamenti invocati in questi giorni nelle piazze francesi, dove si chiede una migliore qualità della vita, riprendo dieci tesi che pubblicai nel saggio “Il futuro del lavoro” del 1993. Invito i lettori a un gioco: in trent’anni, quali di queste tesi è ormai obsoleta? Cosa hanno fatto gli imprenditori e i sindacati per metabolizzarle e superarle?

1. Il progresso umano è null’altro che un lungo itinerario dell’uomo verso l’intenzionale liberazione dalla fatica fisica, prima, e dalla fatica intellettuale, poi. In linea di massima, nella preistoria il lavoro è stato svolto da uomini coadiuvati da qualche bestia addomesticata e da pochi utensili primitivi. Dalla Mesopotamia in poi, è stato svolto da schiavi coadiuvati da bestie e da macchine elementari come la ruota. A partire dal Medioevo, è stato svolto da servi della gleba e da liberi artigiani serviti, a loro volta, da bestie modernamente bardate e da macchine di una certa sofisticatezza, come il mulino ad acqua.

Nell’era industriale, tra la metà del Settecento e la metà del Novecento, è stato svolto da macchine semplici e automatiche come la catena di montaggio, coadiuvate da operai e da impiegati, nell’ambito di un’organizzazione scientifica. A partire dagli anni Cinquanta, agli albori della società postindustriale, è stato svolto da operai, impiegati e manager coadiuvati da apparati digitali come il computer e il robot, nell’ambito di un’organizzazione sempre più flessibile. Infine, nella nostra ormai compiuta società postindustriale, è svolto da ideativi che inventano con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale e da robot che realizzano, coadiuvati da operai, nell’ambito di un’organizzazione creativa.

Ne consegue una successione di fasi liberatorie: quella che va dalle origini al Medioevo ha portato alla progressiva liberazione dalla schiavitù; quella che va dal Medioevo alla prima metà del Novecento ha portato alla progressiva liberazione dalla fatica; quella iniziata a partire dalla seconda guerra mondiale, e nella quale attualmente viviamo, mira alla liberazione dal lavoro tout court.

2. In alcuni casi (ad esempio, nel Medioevo e, sia pure in misura minore, nell’America di fine Ottocento) le invenzioni tecnologiche e organizzative sono state stimolate dalla necessità di sopperire alla carenza di schiavi o di proletari. In altri casi (come nell’Inghilterra luddista e nei Paesi dell’Ocse ai giorni nostri) sono state le invenzioni tecnologiche e organizzative a determinare liberazione di manodopera. In linea di massima, ogni volta che l’innovazione tecnologica e organizzativa permette di scaricare la fatica umana sulle macchine, si generano due diverse reazioni: in un primo momento il fenomeno è vissuto come disoccupazione e come minaccia all’equilibrio sociale; solo in un secondo momento – con la riduzione dell’orario di lavoro – il fenomeno è apprezzato come affrancamento dalla schiavitù del lavoro, della scarsità e della tradizione.

3. Per quanto si riscontrino casi storici in cui la disoccupazione sia dipesa da un eccesso di offerta di lavoro, il trend di lunga durata rivela che essa tende a dipendere più che altro da una domanda di lavoro e da un’organizzazione sociale incapaci di articolarsi nel modo più adatto a valorizzare le risorse umane a loro disposizione. Spesso la tecnologia e l’organizzazione vengono intenzionalmente sotto-utilizzate per non creare disoccupazione; altrettanto spesso si ritarda la liberazione dalla fatica o dal lavoro per incapacità di trarre dalla tecnologia e dalle scienze organizzative tutti i vantaggi che esse sono già in grado di offrire o per incapacità di riprogettare il sistema sociale, mettendolo in grado di valorizzare l’ozio creativo, cioè la facoltà tutta umana di introspezione, ideazione, produzione e gioco inventivi.

4. Mentre la società greca e romana aveva appreso ad arricchire di significati gli scarsi oggetti a sua disposizione, la società industriale ha preferito arricchirsi di tecnologia per costruire sempre più oggetti e ha preferito arricchirsi di oggetti sempre più svalutati nei loro significati qualitativi man mano che il consumismo ne pretendeva la moltiplicazione quantitativa. Ciò porta alla rincorsa tra la sovrapproduzione di un mercato ciclicamente saturo di oggetti obsoleti e l’induzione di bisogni alienati per creare domanda fittizia di oggetti nuovi, a loro volta destinati a una rapida obsolescenza.

5. L’intreccio tra innovazione tecnologica e lavoro umano, per produrre ciò che il mercato di volta in volta richiede, evolve storicamente in modo che occorra sempre meno lavoro umano per costruire sempre più oggetti e per fornire sempre più servizi. In passato erano le aziende in crisi a ridurre il proprio personale; oggi licenziano anche le aziende di successo, perché possono permettersi le tecnologie più sofisticate e, quindi, più sostitutive di manodopera e mente-d’opera.

6. Nella società industriale, l’espansione dei consumi e la relativa lentezza del progresso tecnologico permettevano al mercato del lavoro sia di assorbire la nuova manodopera creata dalla sovrappopolazione, sia di riassorbire la vecchia manodopera resa esuberante dall’introduzione di nuove macchine. Invece nella società postindustriale il progresso tecnologico è così veloce da rompere definitivamente l’equilibrio tra offerta e domanda di lavoro, creando un surplus crescente di manodopera rispetto alle esigenze reali della produzione.

In passato la manodopera esuberante in agricoltura è stata scaricata nell’industria (in Italia è scomparso l’80 per cento dei contadini nel giro di un secolo); la manodopera esuberante nell’industria è stata scaricata nei servizi (in Italia è scomparso il 20 per cento degli operai manifatturieri nel giro di un trentennio); la manodopera esuberante nei servizi è stata scaricata nell’informazione (che, nei Paesi avanzati, impiega ormai il 40 per cento della popolazione attiva).

Oggi la tecnologia e l’organizzazione permettono ai settori di destinazione l’assorbimento di un’aliquota di manodopera minore della massa liberata dai settori di provenienza. Se a ciò si aggiunge la crescita numerica della popolazione mondiale e il recente accesso al mercato del lavoro centrale sia da parte delle donne, che ne erano state escluse dal maschilismo industriale, sia da parte dei lavoratori del Terzo mondo, che ne erano stati esclusi dalla divisione imperialista del lavoro, si giunge alla facile previsione di un prossimo, tumultuoso incremento di disoccupazione che, da congiunturale, diventa strutturale e si avvia a rappresentare la situazione prevalente per i cittadini del primo mondo, così come lo è stato da sempre per i cittadini del Terzo mondo.

7. Il continuo aumento di disoccupati da una parte induce gli economisti del lavoro a elevare progressivamente il limite di disoccupazione considerato fisiologico; dall’altra induce i policy makers a escogitare occasioni sempre più pretestuose per mantenere una parte “fisiologica” di popolazione attiva in condizione di apparente occupazione e di reale subordinazione, come avviene con lavoretti precari e stressanti. Molti sforzi ideativi, che dovrebbero essere impiegati per riprogettare i tempi e la vita di una società postindustriale fortunatamente capace di procurarsi beni e servizi crescenti con l’impiego di energie umane decrescenti, vengono invece dirottati verso tentativi sempre più illusori di creare pretestuose occasioni di lavoro per una popolazione attiva che il progresso rende sempre più numerosa e longeva. Allo stato attuale tutto lascia supporre che il coraggio di accettare e pianificare la liberazione dal lavoro si troverà soltanto dopo che la totale sconfitta di questi sforzi sarà diventata schiacciante e evidente per tutti.

8. Rispetto alla liberazione dalla schiavitù, che caratterizzò il Medioevo e alla liberazione dalla fatica, che ha caratterizzato la società industriale, la liberazione dal lavoro, che caratterizzerà la società postindustriale, si profila con caratteristiche sue proprie. Delegato alle macchine quasi tutto il lavoro fisico e gran parte del lavoro intellettuale di tipo esecutivo, l’essere umano conserverà il monopolio della creatività, dell’estetica, dell’etica, della solidarietà, del pensiero critico e del problem solving. Ma, per loro natura, queste attività squisitamente postindustriali ammettono assai meno di quelle industriali sia la divisione dei compiti, sia la scissione tra tempo di lavoro e tempo libero. A differenza della disoccupazione necessariamente vissuta con il dolore della miseria e dell’emarginazione, la liberazione dal lavoro ammette forme di vita ben più flessibili, libere e felici: non solo una maggiore agiatezza diffusa, ma anche una maggiore autodeterminazione dei compiti, un’attività intellettuale più ricca di contenuti, maggiore importanza data all’estetica e alla qualità della vita, maggiore spazio per l’autorealizzazione soggettiva.

9. La possibilità di rifornire l’umanità dei beni e dei servizi che le sono necessari impiegando una minima quantità di lavoro umano comporta l’esigenza di progettare nuove forme “politiche” di ripartizione dei compiti, della ricchezza, del potere, del sapere, delle opportunità e delle tutele. Poiché un numero crescente di persone fruirà di beni e servizi che non contribuisce a produrre, occorreranno forme nuove di welfare per soddisfare i bisogni di chi non lavora e forme nuove di gratificazione per soddisfare i bisogni di chi lavora.

10. All’interno delle organizzazioni, la scienza di pianificare e controllare le attività dei “dipendenti” deve convertirsi nell’arte di motivare alla creatività e rimuovere le barriere con cui la burocrazia tende continuamente ad ostacolarne le espressioni. All’interno della società, la preparazione professionale al lavoro creativo deve essere integrata con la preparazione professionale all’ozio creativo, in vista di un sistema fatto prevalentemente di “nuovi disoccupati”, cioè di “liberati dalla schiavitù del lavoro”.

Nell’immagine: “LE DROIT A LA PARESSE””,  “IL DIRITTO ALL’OZIO” un saggio di stringente attualità di Paul Lafargue (1842-1911), genero di Karl Marx.

 


Nina Simone e il successo, il declino e la caduta

Il caso Credit Suisse, Too big per non dover rispondere della incredibile malagestione manageriale 

Di Enzo Capua, Musicajazz.it

 

Nina Simone, nata nel 1933 in North Carolina come Eunice Kathleen Waymon e diventata Nina come la chiamava il suo primo amore – Simone in onore dell’adorata Simone Signoret, è stata una delle più grandi cantanti del secolo scorso. Probabilmente l’unica a esprimersi ai massimi livelli sia nel jazz sia nel blues, soul, folk, pop, o qualsivoglia genere musicale che le fosse vicino per sensibilità e radici culturali. Poteva rivaleggiare sullo stesso terreno, e con la medesima intensità, con Billie Holiday, per esempio in una I Loves You Porgy da brividi; con Aretha Franklin in una Save Me trascinante come un treno; persino con Screamin’ Jay Hawkins in un’indimenticabile I Put A Spell On You; o addirittura con Bob Dylan in una struggente I Shall Be Released.

Nina Simone era tra l’altro un’eccellente pianista, con un curriculum di studi classici di altissimo livello. Anzi, il suo massimo desiderio era fin da bambina quello di diventare la più grande pianista classica d’America; «e nera», come lei stessa orgogliosamente aggiunge nel bellissimo documentario che le ha dedicato la regista Liz Garbus. Il titolo, emblematico, è What Happened, Miss Simone?. Chi conosce appena un po’ la storia di Nina Simone sa bene che molte cose sono successe nella sue vita travagliata; e il film non le nasconde affatto: dai tormenti infantili all’isolamento per dedicarsi agli studi pianistici; quindi le discriminazioni razziali, l’amore devastante per il manesco marito manager, la gioia della nascita di una figlia e il rapporto poi violento anche con lei, i successi eclatanti e le cadute, le sparizioni dalle scene, fino ai tardi anni contrastati, vaganti, minati da forti crisi maniaco-depressive.


La locandina del film di Liz Garbus

In un momento illuminante, durante un colloquio rilassato, a casa, Nina Simone si chiede, e forse inconsciamente chiede anche a un pubblico immaginario: cosa significa essere liberi? La sua risposta è precisa, determinata: non avere paura. In quell’istante puro e vero la tenerezza dello spettatore, già ampiamente provata dall’arte incommensurabile della donna, si fonde con la sua ingenuità, come se a parlare fosse non più la navigata cantante dalle mille esperienze ma la bambina che sognava di trovarsi in cima al mondo, con il rispetto e l’ammirazione di tutti, bianchi e neri.

Quel sentimento di estraniazione e di contrastata ambizione è ampiamente leggibile in tutta l’opera di Nina Simone, così come la sua spasmodica ricerca d’amore, sempre avversata da ruvide violenze. Non sorprende che i dualismi che hanno marchiato a fuoco la sua esistenza l’abbiano portata da un lato alla gloria per via di una musicalità, una potenza e una capacità forse anche spaventosa di rendere l’essenza stessa di una canzone; dall’altro verso una follia quasi inevitabile. Una sensibilità esasperata e tormentata si è riflessa dunque su tutto, travolgendo gli animi, le cose, i rapporti umani, la carriera artistica tra splendori eccelsi e miserie inenarrabili. Di sicuro la sua integrità di donna e di artista l’ha trascinata verso la purezza della sincerità assoluta di fronte alla musica, al cospetto dell’esistenza.

Nelle interpretazioni di Nina Simone, anche in quelle poche che manifestano segni di incrinature e debolezza, non c’è mai un attimo di falsità. Non si sente mai un momento in cui lei sembri andare verso il cliché, il risaputo. Eppure in tutti i percorsi artistici dei grandi cantanti ci sono quelle sfasature, quelle «vacanze da se stessi» che si riflettono inevitabilmente nella musica. Non in Nina Simone e questa è una delle sue forze. Chi l’ha potuta ammirare dal vivo – e nel film ci sono innumerevioli spezzoni di concerti – si è immediatamente accorto di ciò, senza scampo.
Durante una canzone impegnativa, da sola al pianoforte, a un certo punto si ferma e dice alterata: «Siediti!». E lo ripete più volte a un non inquadrato spettatore che aveva malaguratamente deciso di alzarsi in piedi. La sua perentoria richiesta di attenzione è il contraltare della paura di non essere valutata nella propria assoluta dedizione verso l’arte; ed è anche l’orgoglio di una donna che sa bene di non potersi estraniare dal palcoscenico se non per consunzione e repulsione, come poi ha puntualmente fatto a un certo punto della vita. Quando si è trovata, suo malgrado, a parlare con uno psichiatra, ha esordito dicendo: «Io non sono non violenta!».

A quel punto, la strada tortuosa ma inevitabile del movimento dei diritti civili l’aveva avvicinata alle posizioni estreme del Black Power di Stokely Carmichael, leader rivoluzionario dei neri statunitensi. A fine anni Sessanta molti concerti di Nina Simone si erano trasformati in comizi, suscitando ovviamente le paure e l’avversione dei benpensanti e dei bianchi razzisti.
Il culmine di tutto quello scontro interiore, che diventerà personale e infine sociale, non è nei vari momenti di presa di coscienza, negli scritti intimi di un diario preciso e ineluttabile come un bisturi, nemmeno nelle interviste a chi ha avuto a che fare intimamente con lei. No. Giunge invece verso l’inizio del film, in una delirante serata televisiva a casa del proprietario di Playboy, un giovane Hugh Hefner che in smoking, attorniato da belle donne e altri invitati, presenta affabilmente l’unica donna nera tra gli astanti: proprio l’esordiente Nina Simone, che si avvicina timidamente al pianoforte e in piena atmosfera da cocktail canta una I Loves You Porgy da straziare il cuore del più cinico tra gli ascoltatori. In quel momento commovente ci sono tutte le storie, i conflitti e le tenerezze di Nina Simone.

Non si può che adorarla e sentirsi al suo fianco come invisibili angeli custodi per dirle: «Non ti preoccupare, diventerai così grande che tutto il mondo si inchinerà di fronte alla tua arte», tacendole l’alto prezzo che le costerà quel successo. Come un esattore implacabile, il destino riscuote gli oboli dovuti da coloro ai quali è stato concesso l’onore del talento. Nina Simone è morta il 21 aprile 2003, all’età di settant’anni. Ha vissuto più di Billie Holiday o Dinah Washington, meno di Ella Fitzgerald o Carmen McRae, ma di tutte loro ha riassunto in una vita le celebrazioni e le angosce, gli alti e i bassi, distinguendosi per l’integrità assoluta e l’amore viscerale per le proprie radici, che l’ha portata persino a vivere in Africa, in Liberia, in un momento particolarmente difficile della propria esistenza.

Ciò che ci ha lasciato sicuramente non morirà mai. Una lunga serie di dischi e filmati di concerti testimonia la profonda, ineluttabile bellezza della sua arte. E ora c’è anche questo bellissimo What Happened, Miss Simone?, che per fortuna potrà far dimenticare il mediocre film di finzione su di lei, già presentato a Cannes. Nessuno si è mai potuto impadronire della sua vita quando ancora era formidabilmente attiva; nessuno si impadronirà mai veramente di lei adesso che non c’è più. Ascoltiamola sempre e comunque: è una miniera d’oro di cui non ci si stanca mai. Non è certo un caso che Nina Simone sia stata definita The High Priestess of Soul.

Una particolarissima “biografia in versi”diNinaSimone,scritta dalla poetessa italiana FrancescaGenti, è uscita lo scorso anno daHarperCollins, con il titolo  “La Ballata di Nina Simone”.

 

Uno straordinario concerto di Nina Simone al Festival di Montreux del 1976 è visibile gratuitamente sulla piattaforma Playsuisse.ch

Da quello stesso concerto, qui la sua esecuzione di una celeberrima I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free


Sergio Rossi – Tanto rumore per nulla?

Il caso Credit Suisse, Too big per non dover rispondere della incredibile malagestione manageriale 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria