Gli effetti contradditori di vernice fresca e colla sulle mani

Riflessioni sui commenti contro gli attivisti del clima -Di Bruno Brughera 

Leggendo i commenti sui portali ticinesi dedicati all’ennesima azione di alcuni militanti ecologisti di Renovate Switzerland, sembrerebbe che la loro azione abbia prodotto l’effetto contrario rispetto all’obiettivo di voler sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione “catastrofica” del cambiamento climatico. In effetti, fin dalle prime azioni choc del movimento, bisogna pur dire che non si è certo trattato di iniziative “acchiappa simpatia”, anzi, volontariamente provocatorie, e dunque non facili da cogliere ed accettare nella loro maniera di esprimersi “disturbando”, o “deturpando”. 

Che poi il vero e grave disturbo, la vera quotidiana distruzione sia quella compiuta ai danni della maggiore opera d’arte esistente, la natura e la vita del nostro pianeta, poco importa: non ci si “oppone” così, in questa maniera “violenta”, paiono in fondo sostenere anche coloro che aderiscono di principio alla causa ambientale, magari anche da militanti di sinistra. E forse, proprio le modalità di una protesta che sembra sempre più manifestarsi in modo radicale, di fronte all’immobilismo della politica internazionale a livello globale, ha contribuito, nel nostro piccolo, ad allontanare potenziali simpatizzanti dalla causa rosso-verde volta a focalizzare l’emergenza climatica come priorità.

Sebbene a parole e proclami di partiti e di molti politici l’emergenza climatica risulti evidentemente prioritaria, forse per il cittadino comune prevalgono ancora (e comprensibilmente) le indubbie difficoltà nel condurre la propria vita quotidiana, di sbarcare il lunario alla bell’e meglio e arrivare a fine mese, dovendo andare a lavorare in auto o magari anche permettendosi qualche breve gita fuori porta che proprio non ha nulla di rilassante e rigenerante se deve fare i conti con ore di coda prodotta da manifestanti ecologisti. Insomma, le priorità riguardano “l’oggi” molto più del “domani”, e così le grandi questioni ambientali appaiono lontane, estranee, quasi fastidiose.

Andrea Ghiringhelli, in questa sede, ha ben descritto il fenomeno, evocando l’esempio della rana in acqua calda. Immersi nell’egoismo, egocentrismo, menefreghismo, siamo tutti concentrati nell’affrontare il presente per stare a galla o per guadagnarci (sempre e di più) lasciando alle prossime generazioni il fardello di quel che ne sarà del pianeta, in barba al rispetto del bene pubblico, della collettività. 

Certo, ci si potrebbe comunque domandare se le strategie adottate dai giovani attivisti siano le più adeguate ad ottenere attenzione. E ci si potrebbe ancora chiedere se, visti gli scarsi risultati, non varrebbe la pena cambiare modalità, trovare altre forme di protesta. Considerando quelle praticate, si dovrebbe comunque saper fare qualche distinguo, perché se da una parte ci possono essere il blocco del traffico automobilistico o le “devastanti” azioni di imbrattamento di opere d’arte per mezzo di vernici lavabili che lasciano sgomenti i ben pensanti, dall’altra c’è il pianeta che brucia in estate e subisce devastazioni ai confini dell’apocalisse con inondazioni che coinvolgono  milioni di persone in fenomeni sempre meno distanti da noi e dalla nostra confort zone. 

Ed è inquietante osservare che mentre per il secondo aspetto si attende, si temporeggia, si accampano scuse e pretesti, per quanto concerne le proteste ambientaliste si sta arrivando non solo alla generica riprovazione ma, come sta capitando in Italia, al varo di una (ennesima) legge repressiva. Dopo l’inutile decreto Rave e quello su Cospito che vuole disgregare e annientare i “nemici anarchici”, ora tocca agli ambientalisti militanti appartenenti a sigle internazionali. 

Quello che mi pare sconcertante, leggendo certi commenti truci e forcaioli, è il non voler riconoscere il grido di aiuto, di disperazione che i giovani stanno strenuamente lanciando. Possibile che non venga recepita la necessità di adoperarsi per qualcosa che è oramai entrato in un processo forse irreversibile? Probabilmente, allo stato attuale del livello di coscienza della società, qualsiasi forma di denuncia e sensibilizzazione non può prendere piede e attecchire presso strati sociali di lavoratori ossessionati dal dover sopravvivere in un sistema economico capitalista e consumista volto alla continua crescita di profitti. Cercare di fermarsi e optare per una decrescita che rispetti gli ecosistemi, la biodiversità, di pari passo con un benessere sociale, non sembra interessare alla maggioranza della popolazione. 

Forse i giovani con queste azioni disperate si aspettavano di far breccia nell’opinione pubblica ma per ora sembrano ottenere il contrario. In effetti, storicamente, è difficile identificare una strategia aggressiva che abbia preso piede e coinvolto il popolo in una determinata rivoluzione. Rivoluzione che è ben lungi dal concretizzarsi e che ottiene solo contrapposizione tra “poveri” lasciando intatte tutte le opzioni per determinare e imporre scelte strategiche di produzione e guadagni stratosferici per una ristrettissima élite.

L’unità d’intenti, giustizia sociale ed emergenza climatica sono senza dubbio prioritari, ma difficilmente perseguibili nell’attuale sistema e soprattutto con gli attuali rapporti di forza politici che premiano a larga maggioranza la visione populista e demagogica delle destre.

Sia la sinistra “progressista “che i verdi ambientalisti, devono forzatamente provare a cambiare registro, se vogliono davvero incidere con i propri ideali in una quotidianità della gente che fa molta fatica a guardare più in là del proprio naso o orticello.

Nell’immagine: giovani militanti ecologisti incollati al vetro protettivo della Primavera del Botticelli


Estinzioni

Riflessioni sui commenti contro gli attivisti del clima -Di Bruno Brughera 


Così la Russia diventa come l’Isis

Riflessioni sui commenti contro gli attivisti del clima -Di Bruno Brughera 

Di Anna Zafesova, La Stampa

«Non guardate questo video». Perfino gli account ucraini, di solito molto efficaci nel mobilitare un’ondata di indignazione, non postano il link al filmato dell’orrore. Bombe sugli ospedali, sui condomini, esecuzioni sommarie, torture, bambini rapiti: ogni giorno si sfonda una barriera dell’indicibile, impossibile, insopportabile. Quello che fa raggelare nel video della decapitazione con un coltello di un soldato ucraino per mano di militari russi non è nemmeno il suo grido di dolore, né la sbrigativa efficienza dei boia, né l’evidente normalità del massacro compiuto di cui il comando è al corrente. A rendere il video davvero una nuova frontiera dell’orrore è il fatto che non si tratta di un “leak”: non è una denuncia degli ucraini per screditare gli invasori, è uscito sui canali della propaganda russa, ed è stato ripostato e commentato (positivamente) proprio da chi ne esce devastato senza possibilità di redenzione, i russi stessi.

In tutte le guerre, si aprono abissi di odio e ferocia. Quello che cambia è l’esibizione di quella che dovrebbe venire secretato, l’orgoglio della mostruosità, la normalità del disumano. “Gole profonde” da Mosca spiegano che la decapitazione è stata compiuta dal gruppo Wagner, e che il video è stato pubblicato intenzionalmente, per incoraggiare gli ucraini a torturare a loro volta i prigionieri russi, fermando così l’emorragia di militari di Mosca che si arrendono al nemico (3 mila soltanto a marzo, secondo Kyiv). È evidente che l’esecuzione sia stata compiuta, filmata e diffusa per terrorizzare. Il paragone con l’Isis, nello sfoggio pubblico di violenza, è inevitabile ed è venuto in mente a molti.

Per allontanarsi da questo parallelo, sarebbe bastata una condanna, una promessa di indagare e punire. Non sono arrivati. Il parlamento russo era troppo impegnato ad approvare, all’unanimità, la legge che trasforma i maschi russi in reclute da mandare in trincea con un click. I tribunali russi erano intenti a condannare a 25 anni per “alto tradimento” politici di opposizione come Vladimir Kara-Murza. La polizia russa era troppo impegnata ad arrestare chi scrive “no alla guerra” sui muri. L’esercito era indaffarato a reclutare galeotti da spedire al fronte. La magistratura era troppo impegnata a leggere tonnellate di delazioni contro i “nemici del popolo”. In un Paese dove le maestre denunciano i bambini (e i bambini le maestre) per un disegno pacifista, dove il leader dell’opposizione in cella perde 8 chili in 15 giorni perché torturato con la fame, la TV inneggia alla bomba atomica, gli intellettuali decantano Stalin e i giudici tolgono i figli ai dissidenti, il limite dell’orrore è stato sfondato da tempo.

Il paragone con l’Isis regge nella furia con la quale la Russia resuscita il suo passato più oscuro, cancellando con le sue mani ogni residuo rispetto o empatia che poteva suscitare. Il 12 aprile è l’anniversario del volo di Yuri Gagarin, ma la Russia preferisce essere celebre non per le conquiste dello spazio, ma per i mercenari di Wagner che decapitano prigionieri. Il Paese che presiede il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si sta trasformando nel Mordor, come lo chiamano gli ucraini, la terra dell’oscurità inventata da Tolkien, abitata da orchi governati con la tortura e la morte. Nel suo ultimo libro “L’antimondo russo” il filosofo Mikhail Epshtein scrive che quello russo è l’unico impero a comportarsi come colonizzatore spietato anche verso il proprio popolo, e a non cercare di migliorarne la vita, perché una dittatura di orchi non è capace di governare uomini liberi e felici. In una cultura politica, ereditata da Stalin e da Ivan il Terribile, che confonde la paura con il rispetto, ed esige la prima come segno del secondo, il video dell’orrore è una promessa anche ai sudditi di Putin, ormai privati di vie di fuga.

Nell’immagine: Ivan il Terribile dal celebre film di Sergei Eisenstein


Cosa resta del conflitto nordirlandese

Riflessioni sui commenti contro gli attivisti del clima -Di Bruno Brughera 

Di Michela Ag Iaccarino,  InsideOver

 

L’ultimo confine dell’Unione europea è un paradosso invisibile. Se non esiste la frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord – ormai fuori dall’Ue dopo la Brexit-, è rimasta in piedi quella che divide le zone dei cattolici irlandesi e dei protestanti britannici all’interno delle città delle sei contee dell’isola che rimangono sotto il controllo di Londra. A Derry, i muri di Bogside – il quartiere cattolico dove avvenne la strage del Bloody Sunday – urlano ancora: sembrano stare in piedi solo per fare da cornice ai volti delle vittime degli scontri tra le due comunità. Tra le villette rosse a schiera, una dopo l’altra, uguali per chilometri, i ritratti degli hunger strikers – i prigionieri politici che si lasciarono morire di fame insieme all’icona degli eroi repubblicani, Bobby Sands – sono tutti sorridenti. Quei morti della guerra civile continuano a convivere con i vivi. Lutti e lotta, qui a nord, si imparano sin da piccoli.

Le scolaresche che inondano i corridoi del museo “Free Derry”, che commemora le vittime del Bloody Sunday, guardano mute la storia in bianco e nero sui muri. Piccoli alunni che studiano ogni giorno in aula in gaelico – non solo in inglese – alzano gli occhi verso striscioni, proiettili, molotov, fotografie della sanguinosa strage avvenuta il 30 gennaio del 1972. Accanto alle bende col sangue secco di quelli che Dublino considera suoi martiri, ci sono le giacche bucate dai proiettili che indossavano le vittime quel giorno. I bambini imparano parole nuove: segregazione, discriminazione, diritti civili, conflitto settario. C’è una parola che conoscono già, ma che avrà per sempre, dopo questa visita, un altro significato: Troubles, letteralmente “i guai”, i disordini iniziati negli anni ’60 per il conflitto nord-irlandese.

Il check point d’entrata nella zona cattolica di Belfast

All’uscita del museo uno dei ragazzi di quelle foto in bianco e nero appare in carne e ossa: ha ormai i capelli bianchi e mezzo secolo in più. Da quella domenica del 1972, quando a 23 anni prese in braccio il cadavere di suo fratello 17enne trafitto dalle pallottole inglesi, si è presentato a tutti, sempre, usando la stessa frase: “Mi chiamo John Kelly, sono il fratello di Micheal Kelly”. “La guerra in Irlanda è finita” dice: “Tra qualche decennio torneremo ad essere una sola terra, ma avverrà con la battaglia politica, non più col sangue”. Se la giustizia a Derry non è ancora arrivata, non l’ha fatto nemmeno l’oblio: cinquant’anni dopo l’omicidio di Micheal, è stato riaperto il caso contro il suo assassino, “il soldato F.”, membro del corpo di paracadutisti britannici accusati di multiple stragi contro i civili irlandesi. In tv, a John, chiedono spesso se, dopo tutto questo tempo, è capace di perdonarlo e lui risponde sempre “non posso”.

Poco distante c’è l’associazione per il recupero dei veterani di quella rivoluzione. La gestisce l’alto, segaligno ex soldato dell’Ira, Don Browne. Racconta che da piccolo, tutto quello che desiderava, anche quando lo piegavano i crampi della fame, era un vestito da cowboy. Una notte di Natale, svegliandosi prima dei suoi 11 fratelli, il ragazzo di Derry troverà al buio il costume, ma con delusione scoprirà che non c’è la pistola. All’epoca non sapeva che negli anni a venire, per combattere per l’unione d’Irlanda, ne avrebbe impugnate a decine contro i lealisti. Ride: “la morale è questa: attento a quello che desideri”. La sua biografia è una storia irlandese: quando la madre lo abbandona a 10 anni in orfanotrofio perché i protestanti non le danno un lavoro, Don è costretto a mangiare il suo vomito se si lamenta. Si unisce all’Ira a soli 14 anni e, dopo dieci anni di pallottole, molotov, barricate e agguati, viene rinchiuso per 15 anni nella prigione-inferno del Crumlin, il carcere di massima sicurezza di Belfast dove rimase anche Sands prima di essere internato al Maze.

Nel retro dell’associazione Don ha ricostruito una cella identica a quella dove venivano rinchiusi sia civili innocenti che i paramilitari dell’Ira: le pareti sono color feci, quelle che i prigionieri politici usavano per costringere i secondini a vivere in un fetore nauseante insieme a loro. Quelle sono passate alla storia come le dirty protest, le proteste sporche, ma i muri potevano diventare pure lavagne, dice Don: “Chi era riuscito a studiare, insegnava agli altri a leggere e scrivere in cella”. Su ogni mano ha il tatuaggio di una fenice, l’uccello che risorge dalle ceneri. A Don di vite, e di anime, il destino ne ha imposte molteplici. “Io sono un lifer, uno di quelli che può tornare in prigione anche se non commette alcun crimine, in base all’atto di prevenzione del terrorismo”.

Parla dell’emendamento adottato negli infuocati ’70 dal Parlamento di Londra, quello che concedeva alle divise di arrestare chiunque senza prove: bastava solo un sospetto per un internamento a tempo indeterminato senza processo. Don è stato in guerra contro il nemico, ma ha dovuto pacificare prima di tutto sé stesso: “Una lady mi ha insegnato a fare yoga in galera, adesso insegno agli altri ex soldati a meditare. La guerra è alle spalle per me”. In retrospect, “In retrospettiva” è il titolo della sua biografia. La dedica dice: “Per aiutare i miei 4 figli a capire che nel tentativo di rendere il mondo un posto migliore, ho commesso degli errori”.

La cattedrale di Sant’Eugenio gremita per la messa della domenica

Tra le arcate affollate della cattedrale di Sant’Eugenio, tra i banchi non c’è più posto per inginocchiarsi mentre il prete parla di una delle più grandi crisi che affligge la gioventù di queste contee: “Fratelli, preghiamo per tutti quelli che combattono per la loro salute mentale”. Alla fine della messa, tra le pieghe delle parole e quelle della sua lunga tunica verde, il parroco prova a nascondere il timore di rilasciare dichiarazioni controverse: “God bless, il periodo delle divisioni è finito, collaboriamo con la chiesa dei protestanti che si trova qualche strada più in là”.

Ma non va tutto bene, non per tutti tutto è finito: ancora oggi molti finiscono in prigione per la causa nordirlandese. Condannato per possesso di esplosivo, nel retro di un locale dalla saracinesca abbassata, un gigante bruno racconta di una vita passata tra bombe e croci del martirio repubblicano. Sotto perenne controllo delle forze dell’ordine, non vuole foto, né che si registri sul taccuino il suo nome. Quando gli altri compagni di lotta hanno deposto le armi, lui ha scelto di non farlo. La rivoluzione per quelli come lui è unfinished, “non terminata”. Gli sforzi di tutti si uniscono, racconta, quando però c’è da sostenere le famiglie che, una dopo l’altra, qui intorno, stanno finendo in miseria: “la gente sceglie tra heat or eat, scaldarsi o mangiare. Distribuiamo aiuti e cibo, raccogliamo fondi”.

A Belfast, insieme alle Peace Lines – “le linee della pace”, chilometri di muri di cemento armato e filo spinato – ci sono ancora i cancelli dei check point che dividono le due zone. Rimangono immobili nel grigiore dagli anni ’60: sono aperti, ma non sono stati smantellati né sono arrugginiti; emanano la triste sensazione che prima o poi qualcuno ricomincerà ad usarli. Il confine esiste ancora, dice qualcuno: ma è fatto di carne e pensieri, abita nelle persone. Lungo i Falls, la strada di Belfast diventata simbolo della guerra, targhe, tombe e coccarde di fiori freschi commemorano molti dei 3500 morti che persero la vita contro i protestanti supportati dall’esercito britannico.

Lungo il limes della città, gli abitanti si tacciano di stragismo a vicenda, anche se le porte delle loro case distano poche centinaia di metri. Dal lato unionista si onorano i martiri dei monarchici, tutti in divisa, assieme alle stelle di Davide israeliane. I murales repubblicani sono dedicati alla Palestina, che vive una causa gemella di territori occupati in Medio Oriente. “Un mondo solo, una lotta sola”: ai Falls ci sono almeno 4 Ocalan e ad ogni angolo omaggi al suo Kurdistan. Il celebre murales di Bobby che sorride si staglia sulla facciata della sede dello Sinn Fein, il partito politico nato da un’ala dell’Ira: qui cattolicesimo vuol dire soprattutto causa socialista e lotta per i diritti dei lavoratori, negati per decenni agli irlandesi.

I muri della zona repubblicana, in onore delle vittime irlandesi

Ma è nel centro gentrificato della città che sui muri è dipinta una nuova emergenza: una gravissima crisi abitativa generata dal lavoro precario e tagli al welfare, un impoverimento che costringe sia cattolici che protestanti a finire per strada e morire di fame e gelo nella regione più povera della Gran Bretagna. Lauren – origini protestanti, cappellino all’indietro sulla testa fulva, pelle azzurrina per i tatuaggi che le coprono tutto il corpo fino alle palpebre – dice: “da piccoli, proprio come nella serie tv “Derry Girls” su Netflix, ci portavano nelle scuole dei cattolici per gli scambi culturali. Faceva parte del processo di pacificazione. Non avevamo mai visto un cattolico in vita nostra, pensavamo di incontrare degli alieni, invece scoprivano che quei bambini erano esattamente identici a noi. Ma oggi la questione non interessa più a nessuno”.

Lauren gestisce il Sailor’s grave (la tomba del marinaio), uno studio di tatuaggi. Più che gli accordi del Venerdì Santo – quelli che misero fine alla guerra 25 anni fa – ai ragazzi del centro interessano gli sconti che concedono ogni venerdì 13, quando le file per entrare al Sailor’s grave sono talmente lunghe che fanno il giro dell’isolato. Tutti appartengono alla generazione dei Cease fire babies, bambini del cessate il fuoco. Poiché la storia d’Irlanda è già sulla pelle della città – i muri- va cambiata sulla pelle dei suoi abitanti, dice Lauren.

Nel suo studio cattolici e protestanti lavorano insieme rispettando una sola regola: “Non si disegnano simboli di odio, altrimenti la violenza tra le due comunità non finirà mai”.

Nell’immagine: murale al Free Derry Corner, dove 14 bandiere nere sventolano in memoria delle vittime della Bloody Sunday


Uno spettacolo mediatico senza risultati

Riflessioni sui commenti contro gli attivisti del clima -Di Bruno Brughera 

Dopo 2 giorni di sessione speciale per avallare il credito/garanzia di 109 miliardi deciso in diritto d’urgenza dal Consiglio Federale in un fine settimana per evitare il fallimento di CS, eccoci ad un  nulla di fatto, anzi, di fatto, ad una sessione preelettorale ipermediatizzata con telecamere in ogni angolo a seguire nelle sale parlamentari anche le discussioni informali tra deputati che tentavano (inutilmente) di trovare un accordo minimo. E infine è arrivata la bocciatura che, di fatto, non ha nessun effetto sui 109 miliardi già garantiti.

Quel che rimane è la mancata volontà del Consiglio Federale e del Parlamento di garantire finalmente l’adozione di misure per evitare un terzo grande fallimento, visto che le misure Too big to Fail adottate dopo il caso UBS nel 2008 non hanno evitato il disastro Credit Suisse.
La mia percezione (da non economista) è che la questione Too big to fail si risolva solo con la separazione dei settori bancari (trennbanksystem). Non vedo come possiamo controllare banche che agiscono a livello mondiale in settori ad alto rischio e nel contempo gestiscono i conti di PME. Senza i crediti/garanzia della Confederazione e della BNS e il credito a UBS per i rischi dell’acquisto il CS avrebbe chiuso per le perdite e la fuga di capitali, facendo saltare la normale attività per la clientela in Svizzera. 

Ho l’impressione che sono due mondi troppo diversi per poter stare nella medesima “cassa”. È più sicuro avere un Casinò nelle casse Comunali (a parte a Campione) che una banca d’investimento globale con una di gestione patrimoniale. I servizi bancari devono servire popolazione e economia, risparmio, crediti ipotecari, previdenza professionale, traffico dei pagamenti e crediti per aziende sono ciò che si potrebbe definire un servizio di base che non può dipendere ed essere soggetto a rischio di attività speculative globali.

La finanza casinò, le speculazioni internazionali non possono convivere con i servizi bancari di base. Occorre separare i due tipi di Banche.
D’altronde anche gli USA avevano fatto a pezzi il colosso delle telecomunicazioni AT&T (legge antitrust un must per gli USA) e nel mercato elettrico sia USA che UE hanno fatto a pezzi le grandi aziende elettriche per separare la produzione dalla distribuzione dell’energia elettrica.
Chiaro, telefonia, elettricità o finanza non sono la stessa cosa, ma legge antitrust o liberalizzazione del mercato elettrico seppur lontani anagraficamente, sono parenti.
Dopo quanto avvenuto di nuovo con CS, le dimensioni della nuova UBS sono ben oltre il rischio sopportabile dalla Confederazione. In questi giorni a Berna a chi chiedeva regole e paletti più stringenti si è ripetutamente risposto che il rischio zero nel settore bancario non c’è.
Occorre una forte svolta legislativa nella regolamentazione del settore bancario per non rischiare un danno di dimensioni catastrofiche per l’economia svizzera; in caso contrario saremmo ai livelli della fusione del nocciolo e fissure di uno dei 4 reattori nucleari che abbiamo sull’Altopiano, anche in quel caso a garantire è la Confederazione visto che i proprietari delle centrali nucleari sono assicurati solo per poco più di 1 miliardo il resto, e potrebbero essere centinaia di miliardi, e a carico della Confederazione.

Di Bruno Storni,  Consigliere nazionale PS


Salvare Israele da se stesso

Riflessioni sui commenti contro gli attivisti del clima -Di Bruno Brughera 

Cosa ti sta accadendo, Israele? Cosa vi sta accadendo, cari amici ebrei? Perché stai rinnegando la tua storia? Perché state rinnegando la vostra intelligenza e sapienza? Negli archivi dell’Ambasciata di Israele a Roma probabilmente sono ancora conservati alcuni dei miei giovanili telegrammi (allora non c’erano e-mail e social) di solidarietà a Israele dopo atti di terrorismo contro di te e contro gli ebrei. Di cui oggi mi fai/fate vergognare.

Come è infatti possibile che tu, Israele, figlio dell’Olocausto, figlio del sionismo socialista, tu che avevi immaginato forme nuove di economia e di socialità/solidarietà, tu popolo ebraico di cui tutti siamo debitori in politica, filosofia, letteratura, psicologia, per tacere del resto; come è possibile che tu ora (in realtà è un work in regress che dura da anni/decenni), sia stato catturato – e sia diventata la tua cinica way of life profonda e ormai compulsiva – dal colonialismo (sei rimasta forse l’unica nazione dichiaratamente colonialista – molte altre lo sono, ma almeno senza dirlo esplicitamente), dal razzismo, dall’integralismo religioso più becero e barbarico; come è possibile che tu sia diventato ormai strutturalmente incapace di pensare la pace, quasi che la tua unica forma di vita possibile sia appunto quella della guerra sempre e comunque, per cui devi produrre e riprodurre il nemico per legittimarti nel modo storicamente più osceno che possa esserci? Come è possibile che tu stia scivolando in un narcisistico cupio dissolvi, negandoti intelligenza e consapevolezza e soprattutto visione del futuro? Come è possibile che tu – figlio della nostra barbarie novecentesca – stia praticando la barbarie delle tue colonie e dei tuoi coloni e della tua polizia/esercito contro i palestinesi? Come è possibile che tu stia abbandonando – per altro con voto democratico! – i fondamenti della stessa democrazia (penso alla riforma della giustizia) e ti stia inabissando nella democratura se non nel totalitarismo fascio-religioso?

Come possiamo provare a salvarti da te stesso, Israele? Provo a farlo riprendendo e rileggendoti,
sperando ti aiuti a riflettere, una vecchia poesia ‘politica/civile/indignata’ degli anni Ottanta di David Maria Turoldo (1916-1992), teologo, sacerdote ma anche inquieto e problematico uomo di chiesa, poeta da me amatissimo e che torno a rileggere quando ho bisogno – io laico e non credente – di uno sguardo altro per cercare di capire il mondo. Il titolo è Perdonami se ora – titolo
che faccio mio, scusandomi con Turoldo, ma che bene esprime il mio senso ugualmente smarrito e insieme inquieto e indignato nei tuoi confronti, Israele, per la tua politica verso i palestinesi e che mi sono altrettanto amici degli ebrei – poesia che era contenuta ne Il Grande Male, uscito per Mondadori nel 1988.

Perdonami se ora vien meno l’amore
d’un tempo, e tentazione mi assale
di sdegnato ripudio, Israele.

Un serpente giallo, – son certo, –
ti percorre le viscere, il serpe
di un odio che è solo tuo,
di come a te solo è dato odiare.

Orgoglio, non più
elezione divina fa
che tu sia
questo infelice Israele,
per prodigio sopravvissuto
al genocidio.

Ora di un genocidio tu
artefice,
con perversa passione e fame
–  prima che di morte  –
di umiliare fratelli, di te
in questa causa più degni.

Son fratelli tuoi, soli,
senza aiuto di alcuno
senza che un solo paese li accolga.
Sono essi e non tu
il Servo nuovo di Jahvè:
il povero e nudo e forte
Cristo che si avvicenda
nel patire del mondo.

[…]

Invece i tuoi soldati ora pare di scorgere
tutti con gli stessi occhi azzurri
che avevano i tuoi assassini…
(Di te, America, che dire?
come crederti ancora?)

Ma tu, feddayn,
pure se da Storia
mai nulla s’impara,
almeno tu non vendicarti.

Tu non odierai!
Mai più si ripeta
quanto i nostri occhi hanno visto,
mai più,
neppure per questo Israele:
i più antichi fratelli
per i quali il mondo intero ha pianto.

Sento che ancora dobbiamo lottare
per te e salvarti, Israele!

Nell’immagine: torre di guardia israeliana sul West Bank Wall a Betlemme


Alla ricerca della coscienza critica

Riflessioni sui commenti contro gli attivisti del clima -Di Bruno Brughera 

Ho riascoltato  – per assolvere a un compito marginale alla mia professione di attivo pensionato italianista – la puntata di Alice (Rete Due) del 18 marzo scorso, dedicata al centenario della nascita di  Roberto Roversi.  Mi sono appuntato alcune frasi espresse dall’ospite della trasmissione, il  filologo e critico letterario bolognese Massimo Raffaeli: «Un tratto che caratterizza i grandi scrittori della generazione di Roversi, dal suo amico fraterno Pasolini, a Volponi, a Fortini, a Calvino, a Sanguineti, è di essere stati dei grandi intellettuali scrittori e quindi con una coscienza critica incorporata nella loro stessa opera: forse è quello che manca oggi; ora abbiamo scrittori straordinariamente abili di talento ecc, ma che hanno nei confronti della realtà un rapporto differente, non molte volte critico. […]. Roversi aveva una grande attenzione alla città, alla polis e ai suoi assetti; anche questo è un tratto oggi, ahimè, recessivo». 

Sono parole che dovrebbero interrogarci, soprattutto in un momento come questo. Viviamo con una guerra sull’uscio di casa, in un mondo che sta subendo un oggettivo e drammatico cambiamento climatico e con una emigrazione di popoli che approda in una Europa impreparata. Noi siamo parte tutto ciò, il Ticino ne è parte. Certo ci si può ( e ci si deve) domandare cosa sia possibile fare. Forse poco, ma certamente qualcosa. Le parole di Raffaeli devono farci riflettere fino a chiederci: noi, oggi, abbiamo «una grande attenzione alla città, alla polis e ai suoi assetti»? La politica ha una sufficiente attenzione verso il suo Paese? In che modo le e gli intellettuali si sono occupati della loro città-stato? 

Salvo lodevoli eccezioni non mi pare di aver letto o sentito la loro voce. Altro discorso riguarda le e gli esperti: specialisti recuperati durante la pandemia di COVID-19, competenti di un tema preciso, di un campo ben circoscritto e lontano (a volte, per fortuna) da quello politico. Una cara amica intellettuale mi dice infatti che oggi le voci più ascoltate sono quelle delle e degli influencer; se va bene anche delle e degli esperti.     

La recente campagna elettorale, dai più definita deludente, è la dimostrazione plastica (sintagma caro ai politici) di quanto abbia ragione Raffaeli: oggi le e gli intellettuali hanno un rapporto “recessivo” nei confronti della realtà. E si vede. È mancato il “discorso alto”, sono mancati i dibattiti su temi importanti come l’ambiente, l’accoglienza, la socialità, i costi della salute, la nuova povertà. Non si è saputo (o non si è voluto) spiegare, con esempi concreti, cosa voglia dire “essere in grado di coniugare la giustizia sociale con quella ambientale”. Per contro, tra un aperitivo e l’altro, abbiamo imparato tutto sulle votazioni suppletive.

A chi scrive sono tornati alla memoria i comizi ascoltati nella seconda metà degli anni Settanta a Pavia, in Piazza della Vittoria, di Riccardo Lombardi, Luciano Lama e di altri ancora. C’era sostanza. Forse che oggi non ci siano temi altrettanto importanti e inquietanti? Il mio invito al mondo della cultura è di far sentire la propria voce, di non essere assenti o marginali. Abbiamo bisogno di idee e di scambi che travalichino i personalismi e le gestioni contabili.

Concludo con le parole di una grande  “intellettuale scrittrice”, Dacia Maraini: «L’Italia in questo momento ha bisogno di qualità e di competenza. Il contrario dell’appiattimento verso il basso, di “uno vale uno”». E anche noi.     

 Aurelio Sargenti, già direttore Liceo Lugano 2

Nell’immagine: il selfie della coscienza


Cosa sappiamo e cosa non sappiamo sui video delle «decapitazioni dei soldati ucraini»

Riflessioni sui commenti contro gli attivisti del clima -Di Bruno Brughera 

Di David Puente giornalista Fact-checker,  OPEN

 

La diffusione sui social di due video che mostrerebbero la decapitazione di alcuni soldati ucraini è stata ampiamente commentata sia dalle autorità di Kiev, sia da quelle di Mosca. Da una parte Volodymyr Zelensky e i sostenitori dell’Ucraina, i quali associano quanto mostrato nei video all’ISIS, dall’altra il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov mette le mani avanti valutando un’eventuale indagine se i filmati risultassero veri. Mosca, di fatto, non li etichetta subito come falsi e al momento non sta diffondendo materiale in propria difesa. Abbiamo visionato entrambi i filmati. In entrambi i video le vittime indossano la fascia gialla usata dai militari ucraini. Nella clip dell’esecuzione, un uomo mostra davanti alla telecamera i giubbotto della vittima e in particolare la toppa raffigurante il tridente ucraino e quella del teschio allungato, noto prima per il personaggio The Punisher della Marvel e successivamente per alcuni scandali negli Stati Uniti.

A terra, accanto al giubbotto, è presente un passaporto ucraino che rimane chiuso per l’intera durata della clip. Nel video della decapitazione, il “boia” indossa la fascia bianca utilizzata dall’esercito russo. Nell’altra ripresa gli uomini in piedi non mostrano alcun segno identificativo, nessuna fascia o toppa che indichi a quale fazione appartengano. Non è possibile, al momento, sostenere con certezza che gli esecutori appartengano al gruppo Wagner.

In nessun video si vedono dei volti in chiaro. Nel video dell’esecuzione non risulta possibile l’identificazione della vittima e del “boia”. Solo quest’ultimo mostra il volto in maniera parziale, ma indossa un passamontagna. Nel video, un altro uomo lo incita a compiere l’esecuzione e gli domanda se sia la sua prima volta, poi gli chiede di mostrare alla telecamera la testa tagliata e di «mandare tutto al comandante». Quel che è certo è che l’accento dei due è russo, così come quello dei protagonisti dell’altro video ma con un particolare: le voci sono state alterate, rendendole “robotiche”, il che mette in dubbio la veridicità del video visti i precedenti, come quello alterato per attribuire a un prete ortodosso l’invito ai soldati russi di uccidere i bambini ucraini.

Non sappiamo quando e dove siano stati filmati. Nel primo osserviamo dei cadaveri senza testa a terra accanto a un mezzo distrutto, nel secondo un’esecuzione in piena regola ad opera di un “boia”. In quest’ultimo video gli uomini indossano divise piuttosto leggere e la vegetazione non risulta compatibile con la stagione invernale, pertanto potrebbe essere stato ripreso nel 2022 tra la primavera e l’estate. Nel primo, gli uomini che perlustrano l’area portano indumenti pesanti e utilizzano i guanti, segno che potrebbe essere recente o ripreso durante la stagione invernale dello scorso anno. Sempre in merito al primo video, si notano altri due elementi molto particolari: la mancanza degli stivali, probabilmente rubati dagli esecutori, e l’assenza delle mani che potrebbero essere state tagliate insieme alla testa. Secondo diversi utenti dei canali Telegram filorussi, la scelta potrebbe essere quella di voler impedire l’identificazione dei corpi.

Nell’immagine: fotogrammi del video


Crisi climatica, in gioco ci sono le nostre vite

Riflessioni sui commenti contro gli attivisti del clima -Di Bruno Brughera 

Di Giuseppe De Marzo,  L’Espresso

 

Agire adesso oppure sarà troppo tardi». «Il mondo sull’orlo della catastrofe climatica». Sono alcuni tra i titoli più utilizzati dai principali giornali nel mondo per commentare l’ultimo rapporto di sintesi dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change). Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici è il maggior organismo scientifico sul tema a livello globale. Lo scorso 20 marzo si è concluso in Svizzera il sesto ciclo di rapporti di valutazione (Ar6) sullo stato del clima. La sintesi è che stiamo andando nella direzione sbagliata e non stiamo facendo quanto dovuto per stabilizzare la temperatura. 

L’obiettivo è contenerne l’aumento entro 1,5° in questo secolo. Siamo già a +1,2°. Se non azzeriamo le emissioni nette di CO2 entro il 2030, sarà impossibile raggiungere la neutralità climatica e impedire eventi catastrofici. Il problema riguarda tutte e tutti. Il sesto rapporto, attraverso le evidenze scientifiche più aggiornate, mette a nudo le verità sull’impatto che il collasso climatico avrà sugli umani. «Per la prima volta le decisioni che (non) prendiamo oggi avranno un effetto duraturo per migliaia di anni sul mondo di domani», denuncia il presidente dell’Ipcc, Hoesung Lee. Nei “Summary for policy makers”, riassunti da sottoporre ai decisori politici, sono stati forniti tutti gli elementi ai governi per agire e invertire la rotta. Perché non c’è più alcun dubbio che le emissioni di origine umana – alimentate dalla nostra dipendenza dai combustibili fossili, amplificate oggi dalla guerra e da un modello economico e produttivo insostenibile – stiano devastando il pianeta. Senza cambiamenti strutturali, il rapporto dell’Ipcc prevede in questo secolo un aumento della temperatura di 3,2°. Più del doppio rispetto alla soglia esiziale di 1,5°, stabilita durante la Cop15 di Parigi. 

«Agire su tutti i fronti», è l’appello del segretario generale Onu, António Guterres, per «disinnescare la bomba a orologeria del clima». Perché ormai il cambiamento climatico si traduce in insicurezza alimentare e siccità, aumento dei tassi di mortalità e malattie, migrazioni ambientali e diffusione di pandemie, crescita della povertà e distruzione di economie locali. La sfida per evitare la catastrofe climatica impone anche una riflessione su pesi e responsabilità di ciascun Paese. La giustizia climatica è cruciale perché coloro che emettono meno CO2 ne sopportano il peso in modo sproporzionato, come ricorda Aditi Mukherji, tra gli autori del rapporto. Servono più multilateralismo e cooperazione internazionale. La guerra in Ucraina rischia, invece, di consegnarci un’umanità divisa e incapace di difendere il diritto più importante: il diritto alla vita. Anche per questo va fermata. 

Gravità, urgenza e speranza si mescolano nell’ultimo rapporto sulla crisi climatica. Perché, se è vero che non stiamo facendo abbastanza, è pur vero che le nostre conoscenze ed esperienze dimostrano come sia possibile invertire la tendenza. Si possono cambiare le cose. Esistono strategie di adattamento e mitigazione che consentirebbero di rispondere allo stesso tempo alla necessità di creare posti di lavoro stabili e di qualità. Ma servono impegno, azioni concrete, cronoprogrammi precisi, maggiori risorse e investimenti nella riconversione del modello produttivo ed energetico. Così come serve collaborare con le comunità territoriali e i lavoratori. Se la politica non è all’altezza della sfida, abbiamo il dovere e il diritto di lottare per cambiarla. Facciamo Eco. 

Nell’immagine: il futuro già presente


Berger go home?

Riflessioni sui commenti contro gli attivisti del clima -Di Bruno Brughera 

Non abbiamo mai condiviso una concezione “pettegola” della politica (purtroppo oggi dominante) che va a cercare in questa o quella persona l’origine di ogni male. Per questo affrontiamo le discussioni che chiamano in causa singole persone solo quando queste rappresentano una politica, o la sua concretizzazione, esulando dagli aspetti strettamente personali.

Non vi sono dubbi che Emanuele Berger, potente direttore della Divisione scuola nonché coordinatore del dipartimento – chiamato a questi ruoli con l’avvento di Manuele Bertoli a capo del DECS – rappresenti uno di questi casi: cioè di persone che incarnano nella loro azione una ben precisa concezione politico-scolastica, interpretando nel loro ruolo quella certa idea di scuola che ha dominato almeno negli ultimi 10 anni.

La ragione per la quale abbiamo espresso l’interrogativo che dà il titolo a questa breve riflessione è che proprio quella domanda ci è stata sottoposta a più riprese, nelle ultime settimane della campagna elettorale, da numerose persone attive nel mondo della scuola, a cominciare da persone che si situano “a sinistra”. Per la verità (ma rientra in fondo nello stesso tipo di interrogativo), una medesima richiesta ha investito anche altri dirigenti nominati da Bertoli in questi anni alla testa delle strutture di direzione del DECS, a cominciare dalla responsabile della Divisione della cultura Raffaella Castagnola.

Go home? A casa? Lascia l’incarico? Viene sostituito? Sono queste le formule condivise di un’aspettativa ora realizzatasi: il presupposto era che Marina Carobbio riprendesse il DECS. Ma a questo si aggiungeva un sottinteso: e cioè che Carobbio avesse (ed abbia) una visione della scuola e della sua conduzione (così come della cultura) diversa da quella che fino a oggi ha contraddistinto la direzione del DECS con Manuele Bertoli. Non vogliamo qui avanzare ipotesi su che cosa pensi la nuova consigliera di Stato del modo con il quale è stata condotta la scuola negli ultimi anni, e neppure ci ha aiutati a capirlo il contenuto della sua campagna elettorale (se non per qualche generico accenno a una volontà di ascolto delle istanze provenienti dal mondo della scuola); quel che è certo è che il PS, i suoi organi direttivi, il gruppo parlamentare (e chi più ne ha più ne metta) hanno sempre sostenuto totalmente l’azione del DECS e di Bertoli.

Certo, in confidenza e bisbigliando, alcuni di questi stessi esponenti del PS esprimevano critiche a Bertoli e a Berger, magari sostenendo che quest’ultimo dovesse essere prima o poi rimosso perché “cattivo consigliere”: ma la fiducia nel consigliere di Stato e negli orientamenti che si sono affermati nel suo DECS in questo ultimo decennio non è mai venuta meno. Solo quando la sua rinuncia è diventata esplicita alcune voci (anche quelle di fedeli soldatini di partito) si sono fatte sentire, sia pur timidamente, in forma pubblica.

Berger, come abbiamo detto, ha incarnato alcuni dei peggiori aspetti di questo declino del  mondo della scuola. Pensiamo, ad esempio, al prepotente prevalere di quell’orientamento tutto incentrato sulla priorità di un tecnicismo pedagogico-didattico che ha mortificato il ruolo della conoscenza e del sapere come elementi fondamentali del progetto scolastico. Pensiamo all’insistenza con la quale, in testi programmatici (Piano di studi della scuola dell’obbligo) e in iniziative di aggiornamento si è voluto imporre il credo fideistico in una scuola delle competenze!

La politica portata avanti dalla Divisione scuola nei confronti dei docenti a suon di disposizioni, vincoli, restrizioni e velate minacce ne ha sistematicamente ridotto le possibilità partecipative ai processi di decisione nel mondo della scuola, quando anche non ha contribuito ad avvalorare l’idea degli insegnanti come forza conservatrice, pronta a difendere i propri privilegi e resistente al cambiamento. 

Senza dimenticare le numerose misure che hanno reso sempre più difficile, caricandolo tra l’altro di numerosi compiti amministrativi, il lavoro dell’insegnante, reso semplice esecutore di programmi e direttive che incidono sulla qualità del suo lavoro ma sui quali nulla ha potuto dire.

Berger è stato il frontman di questa politica, condivisa con il suo capo Bertoli. Difficilmente potremmo separare le responsabilità, individuando chi tra i due abbia più influenzato l’altro. Ad esempio, la sufficienza vicina al disprezzo – non riusciamo a trovare altri termini – che ha accompagnato spesso le esternazioni di Bertoli nei confronti dei docenti, è sicuramente tutta farina del suo sacco, ma ha indubbiamente trovato in Berger un sostegno importante.

Ora Bertoli finalmente se ne è andato, dopo tre legislature nelle quali ha dato un contributo importante a un netto e chiaro peggioramento del clima interno alla scuola ticinese in tutti i suoi aspetti principali. E non sorprende che De Rosa abbia voluto rinunciare ad assumere la direzione del DECS pur avendone la possibilità: non vi sono dubbi che oggi il DECS sia una vera e propria “peppa tencia” rimasta nelle mani di Marina Carobbio.

Naturalmente non basterà spostare uno o più funzionari dirigenti; ma, sicuramente, questo potrebbe essere un passaggio importante per esprimere quella discontinuità con il passato senza la quale ci pare assai poco probabile che la nuova responsabile del DECS possa ricucire un rapporto di fiducia con i docenti che è andato perso in questo ultimo decennio. Un rapporto senza il quale (ed è la cosa fondamentale che Bertoli non ha assolutamente compreso e che lo ha condotto a sonore sconfitte come quella su “La scuola che verrà”) qualsiasi riforma progressista della scuola sarà impossibile.

Giuseppe Sergi,  Coordinatore e Granconsigliere Mps

Nell’immagine: la scuola che verrà e la “Peppa Tencia”