Ormai vicine le elezioni più insidiose per Erdogan: per il suo regime islamista illiberale, che ha trascinato la Turchia in una devastante crisi economica
È iniziato il conto alla rovescia per le elezioni presidenziali e parlamentari della 28esima legislatura turca, voto che si terrà il 14 maggio prossimo. Stando ai sondaggi, potrebbe rivelarsi la consultazione più difficile per Erdogan : il “sultano” è tuttora difficileda sconfiggere – beneficia ancora di un vasto sostegno popolare soprattutto nella parte anatolica della nazione, e i suoi metodi quantomeno illiberali possono aiutarlo nel manipolare il voto -;difficile da battere ma non più invincibile, soprattutto a causa della profonda crisi economica in cui ha trascinato il paese, aggravata dal recente, terribile terremoto.
Peseranno le alleanze. I partiti di opposizione cooperano puntando al voto dei curdi, mentre il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) del presidente , imbarca nella sua coalizione due nuove formazioni politiche: gli estremisti islamici del YRP (New Welfare Party) e l’Huda-Par. Due “partiti” che a stento arrivano all’1% dei consensi. Anche questi due schieramenti fanno parte della galassia dei radicali mussulmani, che hanno presentato trenta richieste, fra cui la cancellazione della legge che contrasta e punisce la violenza sulle donne nonché la chiusura di tutte le associazioni che difendono i LGBTQ+, e la loro libertà sociale. Già nel 2021 il partito del “sultano” aveva sancito il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istambul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza di genere e domestica, scatenando la rivolta delle donne, e l’indignazione della comunità internazionale.
Il ruolo dei curdi, un bacino elettorale di otto milioni di persone, potrebbe rivelarsi fondamentale nell’esito del voto. Il Partito Democratico dei popoli (HDP), che unisce forze filo-curde e forze di sinistra, con il suo 10% di voti ha deciso di sostenere la cosiddetta coalizione “tavolo dei sei” anti Erdogan. Questo raggruppamento– che ebbe un ruolo determinante nella conquista della municipalità di Istanbul – è guidato da Kemal Kilicdaroglu, detto “il Gandhi turco”, leader del partito repubblicano. Proprio negli scorsi giorni 25 dei suoi esponenti sono stati arrestati nell’Anatolia sud-orientale con l’accusa di presunta affiliazione a gruppi terroristici curdi del PKK. Ciò a ulteriore conferma che nel Paese cresce la repressione; inoltre,in risposta alla prospettiva di una sconfitta o quantomeno di fronte ad una partita ancora tutta da giocare, si controlla e si limita la libertà di stampa. Altro significativo esempio: la tedesca “Deutsche Welle”, uno dei principali media stranieri operativi sul territorio con notizie in lingua turca (i turchi immigrati in Germania costituiscono la più numerosa minoranza in Germania, e non pochi di loro possono votare) si è vista negare il rinnovo dei permessi, e ha dovuto chiudere i propri uffici di corrispondenza.
Secondo “Reporter Senza Frontiera”, il 90% dei media nazionali turchi è sotto controllo governativo. La Turchia si trova al 149esimo posto su 180 nazioni al mondo in fatto di libertà di stampa. Attualmente 33 giornalisti sono in carcere per articoli e reportage invisi alla classe al potere, compresi alcuni cronisti che hanno raccontato il devastante sisma del 6 febbraio scorso, denunciando i ritardi nei soccorsi e l’instabilità dei palazzi crollati perché costruiti in tutta fretta con materiale di scarsa qualità, poco sicuro e di basso costo.
Erdogan perde così pezzi del consenso che lo ha tenuto al potere praticamente per due decenni. Fatto significativo: a quaranta giorni dal voto, l’economista Mehmet Simsek, assai stimato e rispettato a livello internazionale, ha rifiutato di assumere la guida del ministero dell’Economia. Il ‘no’ di Simsek è la riprova delle difficoltà e delle insidie che deve affrontare il capo dello Stato, le cui politiche hanno scatenato la crisi del costo della vita e lasciato i mercati finanziari in balia delle decisioni sconsiderate del governo. La spericolata scelta di tagliare i tassi d’interesse per rilanciare la crescita economica, ha portato l’inflazione all’85%. La lira turca ha perso l’80% del suo valore rispetto al dollaro. Ragione per cui molti investitori stranieri hanno abbandonato il Paese.
Cosa farebbe Erdogan se, una volta aperte le urne, risultasse sconfitto al primo turno? Sicuramente evocherebbe brogli elettorali o qualche complotto ordito dall’immancabile Fetullah Gülen: islamista ed ex alleato, poi determinato nemico del presidente, dal 1999 si è rifugiato negli Stati Uniti, in Pennsylvania, e, terremoto a parte, viene accusato di qualsiasi cosa di problematico accada al Paese. Gli fu anche attribuita la responsabilità dello “strano” golpe di sette anni fa, seguito da un’ondata di arresti. Se la prima tornata elettorale dovesse vedere in testa gli oppositori, Erdogan potrebbe mettere in campo i servizi segreti a lui fedelissimi, elaborare scenari che distrarrebbero e inquieterebbero l’opinione pubblica, e far presidiare dalle forze armate strade e piazze per tentare di rovesciare a suo favore l’esito del ballottaggio.
A lungo padrone del Paese, corteggiato per forza di cose dalla comunità occidentale per il suo ruolo di mediatore nella guerra ucraina, dopo aver inviato in Siria e Libia reparti del suo esercito(il più importante fra quelli europei della Nato), e dopo aver perseguito una politica estera di influenza neo-ottomana, rapportandosi ambiguamente con la stessa Alleanza Atlantica, il “sultano” è pronto a tutto pur di perpetuare la sua presa sulla Turchia.
Nell’immagine: Erdogan il Sultano
La Cina fa la prova generale dell’invasione di Taiwan
Ormai vicine le elezioni più insidiose per Erdogan: per il suo regime islamista illiberale, che ha trascinato la Turchia in una devastante crisi economica
Nessuno vuole la guerra: non la vuole la Cina (malgrado le apparenze), non la vogliono gli Stati Uniti e soprattutto non la vogliono i taiwanesi. Eppure, da tre giorni, tutti giocano a intimidire l’avversario nella contesa che riguarda quest’isola popolata da 24 milioni di persone e diventata, come ha titolato qualche anno fa il settimanale l’Economist, “il luogo più pericoloso al mondo”.
I mezzi dispiegati dall’esercito popolare di liberazione cinese sono considerevoli, con la presenza della portaerei Shandong, fiore dall’occhiello della marina di Pechino, e la comparsa nei cieli del nuovo aereo da combattimento cinese J-15. Le manovre militari, che hanno violato ripetutamente la zona di identificazione aerea taiwanese, hanno l’aria di una prova generale dell’eventuale invasione dell’isola.
In questo clima di estrema tensione, un cacciatorpediniere statunitense ha effettuato una missione di libertà di navigazione nelle acque internazionali, proprio nel mezzo dell’esercitazione della marina cinese.
Crisi in peggioramento
Nessuno vuole la guerra, dicevamo. Ma la guerra è chiaramente alla mercé di un incidente e di un’escalation indesiderata. Soprattutto lo scontro armato è ormai un’opzione realistica nel contesto di una crisi che presenta tutti gli ingredienti per un peggioramento nei prossimi mesi e nei prossimi anni, anche perché al momento sembra non esistere una buona soluzione.
Pechino non può certo accettare senza reagire la tappa di viaggio negli Stati Uniti della presidente taiwanese Tsai Ing-wen e soprattutto il suo incontro in California con il presidente della camera dei rappresentanti, il repubblicano Kevin McCarthy. Eppure, probabilmente grazie al fatto che McCarthy non ha visitato Taiwan, la reazione è stata meno drammatica rispetto all’anno scorso, quando la presenza di Nancy Pelosi a Taipei aveva provocato il lancio di missili sui cieli dell’isola.
In ogni caso il messaggio resta chiaro: come sottolinea Xi Jinping, Taiwan “è il cuore” della politica cinese. Il numero uno cinese ha addirittura confidato ai suoi ospiti che qualsiasi velleità di indipendenza dell’isola costituisce per lui “un’umiliazione personale”.
Ma davvero la Cina è disposta a lanciarsi in un’avventura militare per conquistare Taiwan? Non nell’immediato, prima di tutto perché l’esercito cinese non è pronto, e in secondo luogo perché Pechino ha ancora altre opzioni.
La scadenza cruciale arriverà a gennaio dell’anno prossimo, tra meno di un anno, quando si terranno le elezioni presidenziali e legislative a Taiwan, paese realmente democratico che ha già vissuto diverse alternanze politiche.
La presidente in carica, proveniente dal Partito democratico progressista (Dpp) storicamente favorevole all’indipendenza ma oggi più incline a mantenere lo status quo, non potrà ripresentarsi dopo aver completato il secondo mandato. La sfida, di conseguenza, sarà tra il suo vicepresidente Lai Tching-te, che difenderà i colori del Dpp, e un candidato ancora da scegliere all’interno del principale partito d’opposizione, il Kuomintang, erede del generale Chiang Kai-shek (rivale di Mao) e più favorevole a un riavvicinamento con Pechino.
La Cina ha tutto l’interesse a favorire una vittoria del Kuomintang, dunque presenterà la sfida in termini drastici: da un lato la pace in caso di vittoria del Kuomintang, dall’altro la guerra con l’affermazione del Dpp. La maggioranza dei taiwanesi è ostile a qualsiasi riunificazione con la Cina continentale, ma di sicuro possiamo attenderci un intenso lavoro di logoramento psicologico da parte di Pechino.
Se le previsioni saranno confermate e il Dpp vincerà nuovamente le elezioni entreremo in una fase molto pericolosa, perché a quel punto una evoluzione pacifica della vicenda risulterebbe improbabile. E forse guarderemo davvero alle manovre degli ultimi giorni come a una prova generale di invasione.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Nell’immagine: navi da guerra cinesi al largo di Taiwan
Pensieri del giorno dopo
Ormai vicine le elezioni più insidiose per Erdogan: per il suo regime islamista illiberale, che ha trascinato la Turchia in una devastante crisi economica
Primo. La terra continua a girare su sé stessa e attorno al sole. I risultati delle elezioni non cambiano le sorti generali del Ticino e tanto meno della Svizzera e del mondo.
Secondo. Si vota sempre in meno e sempre meno per un partito: forse non dovremmo più né meravigliarci, né scandalizzarci. I partiti hanno avuto un ruolo essenziale fino a mezzo secolo fa: rappresentare classi sociali omogenee consapevoli di poter promuovere interessi comuni tramite partiti, sindacati, associazioni. Con la digitalizzazione si è affermata la tendenza a fare a meno degli intermediari: come credere che i partiti, intermediari per eccellenza fra i cittadini e le istituzioni, non subiscano questa tendenza?
Terzo. Si moltiplicano i partitini e si riduce il peso dei maggiori. Non è una novità. La diversificazione nel mondo del lavoro, negli stili di vita, nelle culture e nei valori si rispecchia nella frammentazione politica: formazioni create da pochi cittadini che si riconoscono in obiettivi particolari più che in visioni generali. Quattro anni fa si erano presentati ben cinque “partiti” già scomparsi in questa tornata. Questa volta, di nuovi ne sono apparsi tre. L’ideale di una società sempre più individualista è che i partiti di più persone scompaiano del tutto: ogni persona sarà un “partito” che propone in rete il suo punto di vista e che decide in rete tutti gli oggetti che un gruppo di persone elette in rete elaborerà.
Quarto. È opportuno e forse possibile resistere al “ciascuno per sé”, poiché le sfide più impegnative riguardano tutti: distruzione dell’ambiente, pandemie, riscaldamento globale, guerre per l’acqua e altre risorse rare, minaccia atomica, migrazioni bibliche, bipartizione dell’umanità fra élites onnipotenti e masse irrilevanti. Nel nostro piccolo, socialisti e Verdi ci hanno provato con un programma e una lista comune per l’esecutivo ma hanno fallito, sopraffatti dalle tendenze in corso. I socialisti hanno perso quei loro elettori interessati alla crescita, al lavoro, al reddito, ma non a fermare lo sfruttamento eccessivo della natura. Sono stati catturati da “Avanti con Ticino&Lavoro” e dal suo patetico programma di 10’000 nuovi posti di lavoro quando ne abbiamo già 80’000 in più degli attivi residenti. Il PS ha perso 1,2 punti della sua quota di voti di lista per il Gran Consiglio, l’8% di quella del 2019. I Verdi hanno perso due frange di elettori: quelli che pensano all’ambiente prevalentemente come nuovo business (passati ai Verdi liberali); quelli scettici verso la scienza e la medicina sedotti dai No Vax di “HelvEthica Ticino”. Anche loro hanno perso 1,2 punti della loro quota di voti, una riduzione del 18% rispetto a quella del 2019.
Quinto. Socialisti e Verdi hanno fatto almeno due errori. A inizio campagna non hanno detto chiaro e forte che l’esclusione della Mirante dalla lista era obbligata: Amalia non era idonea a promuovere il programma eco-socialista perché non lo condivideva. Hanno così offerto agli avversari l’occasione di montare la panna sulla candidatura “blindata” di Marina Carobbio. Hanno poi fatto troppo poco per promuovere assieme il programma eco-socialista e chiarirne le implicazioni per le politiche economiche e sociali: abbandono della crescita illimitata, riequilibrio di tempo di lavoro e tempo di vita, nuovo paradigma del reddito di base disgiunto dalla quantità di lavoro come risposta coerente alla quarta rivoluzione industriale (intelligenza artificiale e robotica di nuova generazione).
Sesto. Quattordici liste si sono disputate i seggi del Gran Consiglio. Quattro sono formazioni di destra: UDC, LT, HelvEthica, Dignità ai pensionati. L’influenza della Destra nell’elettorato, misurata con la quota aggregata dei voti di lista, raggiunge 28,4 punti: +1,75 punti, un aumento del 6.6% della sua quota 2019. Sei sono formazioni di centro: PLR, Il Centro, Verdi Liberali, Più Donne, Avanti, Montagna Viva. Dominano con una quota di 49,3 punti: +0.6 punti o +1,3% rispetto al 2019. Quattro sono di sinistra (PS, Verdi, PC-POP, MPS): quota 22,3, -2,4 punti o -9,7%. Socialisti e Verdi raccolgono assieme 18,7% dei voti di lista. La flessione della Sinistra rispetto al 2019 è dovuta a loro (PC-POP e MPS assieme rimangono stabili). Sarebbe però un errore fatale per loro e per il Paese se rinunciassero a promuovere il loro progetto unitario eco-socialista per rincorrere le posizioni conservatrici di un centro già troppo affollato o di una destra velleitaria e irresponsabile. Siamo ancora all’inizio del nuovo secolo ed è sempre valido l’ammonimento di un grande storico: “Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente” (Hobsbawm, “Il secolo breve”).
Teatro delle ombre e ambiguità cinesi
Ormai vicine le elezioni più insidiose per Erdogan: per il suo regime islamista illiberale, che ha trascinato la Turchia in una devastante crisi economica
Il teatro delle ombre cinesi fu inventato oltre duemila anni fa, quando venne ideato da alcuni cortigiani per rincuorare l’inconsolabile imperatore Wudy (80 a.C.) dopo la perdita della sua concubina preferita: la riprodussero con una statua di legno, e proiettata nella semi-oscurità.
Arte carica di suspence e mistero che può forse aiutarci a intuire l’odierna politica internazionale di Pechino, che si snoda in una fitta penombra in cui non è semplice distinguere fra sostanza e tatticismi. Vale anche per la guerra in Ucraina. Sarebbe altrimenti arduo capire la recente e sorprendente intervista rilasciata al “New York Times” da Fu Cong, ambasciatore di Pechino presso l’Unione Europea. L’alleanza ‘senza limiti’ con Putin? “Il no-limits è soltanto un’espressione retorica, e non significa che la Cina stia dalla parte della Russia sulla questione ucraina”. Ma allora dove sta la Cina? Oppure il signor Fu…è già un “fu” ambasciatore, fulminato dalle saette dell’onnipotente Xi Jinping? No, non risulta epurato, le inattese affermazioni sono state di certo concordate col vertice, e nel “teatro delle ombre” segnalano anche dubbi e difficoltà di uno Xi alle prese non con un dilemma, bensì con un “trilemma”. Inevitabilmente non privo di ambiguità.
Primo, il dilemma interno. Cioè fin dove spingere, in tempi di rallentamento produttivo e dopo le proteste popolari per la politica anti-Covid, la decisione di procedere a… gambero: allontanarsi dal ‘denghismo’ (modello imposto da Deng Tsiao Ping per lanciare il galoppante “capitalismo comunista”) per imboccare la strada di una sorta di “neo-maoismo” (ridimensionando la relativa libertà degli imprenditori privati, che garantiscono il 70 per cento della produzione nazionale).
Secondo, il dilemma russo: a quale ritmo realizzare con Vladimir Putin il progetto di creare un blocco di contro-potere rispetto a quello delle “democrazie” a traino, influenza e imposizione statunitensi. La Cina non rinuncerà mai al recupero di Taiwan in nome della sua antica integrità territoriale. Oggi a XI fa gioco che la guerra in Europa assorba le energie americane distraendolo dall’Indo-Pacifico, ma non può sottovalutare le debolezze mostrate dall’alleato russo, di cui per potenza e forza finanziaria Pechino è ineludibile “senior partner”. Terzo: i rapporti economici con l’Occidente. Che, rispetto a Mosca, rimane di gran lunga primo nell’interscambio commerciale con la Cina. Pechino può permettersi di indebolirli ulteriormente?
Ci vorrà tempo per capire se, quando e come l’ “imperatore rosso” dipanerà la matassa. Dipenderà dalle sorti della guerra in Ucraina; dalla tenuta occidentale; e anche dai tentativi dell’Europa (semplice velleità?) di rendersi più autonoma rispetto a Washington nel rapporto con Pechino.
Scritto per la Regione
Nell’immagine: la sagoma di un orso nel Teatro delle Ombre cinesi
Gelli in via Veneto da latitante
Ormai vicine le elezioni più insidiose per Erdogan: per il suo regime islamista illiberale, che ha trascinato la Turchia in una devastante crisi economica
Nella Svizzera che gli ha fatto da «scudo» restano custoditi alcuni dei segreti che Licio Gelli ha portato con sé, quando è morto il 15 dicembre 2015, a 96 anni, nella sua residenza di Arezzo, Villa Wanda. L’Espresso ha incontrato a Ginevra Marc Bonnant, l’avvocato penalista svizzero che ha difeso l’ex venerabile della loggia massonica P2. «Gelli si sentiva l’uomo più potente d’Italia e non aveva dubbi sul fatto che la P2 avesse un potere sulle istituzioni», dice Bonnant con un sorriso ironico, tra il fumo della sigaretta che lo avvolge nel suo elegante studio nel quartiere residenziale di Champel. Alle spalle un enorme dipinto ottocentesco e libri antichi aperti; fuori, il suono dell’acqua della fontana che scandisce i silenzi.
Bonnant ha messo le mani su alcune tra le pagine più buie della storia repubblicana. «Ho difeso e conosciuto molti italiani potenti, a volte decaduti», spiega. E fa i nomi del banchiere siciliano Michele Sindona, l’uomo di fiducia dello Ior (Istituto per le Opere di Religione), morto avvelenato nel 1986 nel carcere di Voghera, e di Florio Fiorini, ex direttore finanziario dell’Eni, arrestato a Ginevra nel 1992 e condannato a sei anni per bancarotta fraudolenta (crac Sasea). È entrato in contatto con Gelli tramite un collega, l’avvocato ginevrino Dominique Poncet: «“Ho l’uomo che comanda in Italia senza che questo si veda, vuoi difenderlo con me?”, mi da detto. Ho accettato. Gelli era in carcere, qui a Ginevra».
Il 13 settembre 1982 Licio Gelli viene arrestato dalla Polizia federale in una filiale della banca Ubs (Unione di Banche Svizzere) di Ginevra, dove aveva un conto di 120 milioni di dollari, ed è in possesso di documenti d’identità falsi. Solo due mesi prima, il Banco Ambrosiano era crollato e Roberto Calvi era stato trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati neri a Londra. Il 17 marzo 1981, invece, i giudici Gherardo Colombo e Giuliano Turone, che indagavano sul crac Sindona, avevano scoperto gli elenchi degli iscritti alla P2, di cui Gelli era Gran Maestro. Tra i 962 nomi ci sono quelli dei banchieri Calvi e Sindona e di Silvio Berlusconi, all’epoca imprenditore. Due mesi dopo veniva emesso il primo mandato di cattura nei confronti di Gelli, già fuggitivo.
Quel 13 settembre l’ex venerabile viene portato in detenzione provvisoria nel carcere Champ-Dollon, alla periferia di Ginevra. Su di lui pende una richiesta di estradizione da parte dell’Italia: «I capi di accusa erano 46; se Gelli fosse stato estradato, senza che noi facessimo opposizione, avrebbe finito i suoi giorni in prigione», continua Bonnant. La richiesta di estradizione avrebbe dovuto essere esaminata il 19 agosto successivo dal Tribunale federale di Losanna, ma Gelli il 10 agosto evade: «Poncet credeva che fosse stato rapito e lo dichiarò alla stampa, dicendo che era scandaloso e che bisognava ritrovarlo. Ma io ero convinto che fosse fuggito. Infatti, era scappato corrompendo il guardiano Edouard Ceresa, che lo aveva messo nel cofano della sua automobile chiedendo ad altri guardiani, ignari, di aiutarlo a spingerla verso l’uscita perché in panne. Un elicottero lo attendeva poco lontano per portarlo, probabilmente, a Monaco; da lì è andato in Sud America. Poncet si è poi ritirato, sono rimasto solo. Qui è iniziata l’avventura».
Bonnant fa ricorso contro l’estradizione: «Vinco. Il Tribunale federale decide che Gelli poteva essere estradato e giudicato in Italia per soli quattro capi d’imputazione, prescritti o insignificanti. Uno scudo meraviglioso». Escluse tutte le accuse più gravi connesse alla P2, restano in piedi quelle per la «truffa Savoia Assicurazioni», la tentata calunnia nei confronti dei magistrati milanesi e il millantato credito. L’accusa più seria è la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, per cui il 22 aprile 1998 Gelli sarà condannato a 12 anni. Pena che sconterà ai domiciliari. La Svizzera è la sua salvezza: «Doveva tornare, perché stare qui era la sua più grande protezione. Ma era in Sud America. Ed era molto complicato farlo venire a Ginevra, perché era sotto mandato di arresto».
In Italia Gelli è difeso dall’avvocato Maurizio Di Pietropaolo, morto nel 1991: «Gli dissi che dovevo parlare con il nostro assistito, mi rispose che non era un problema: “Vieni a Roma, c’è un aereo che ti porta da lui”. Quando arrivai a Roma, non c’era nessun aereo, ma un’automobile che mi condusse nel centro della città: in via Veneto. Lì il collega mi indicò dove andare, un bistrot a pochi passi. Appena entrai, vidi al primo tavolo Gelli: seduto da solo, né truccato né mascherato, aveva solo dei leggeri baffi. Le persone, passando, s’inchinavano e lo chiamavano sottovoce “commendatore”». L’avvocato è convinto che Gelli godesse di alte protezioni: «Da parte dei servizi segreti e di intelligence. Il nemico numero uno dell’Italia, l’uomo più ricercato era in via Veneto a bere tranquillamente…». Bonnant si siede accanto a lui. «Gli dissi che doveva tornare in Svizzera. Gelli rise e mi rispose: “In Italia non corro nessun rischio. Come vedi, sono l’uomo più libero del mondo”. Ma dovevo capire come farlo rientrare in Svizzera aggirando le frontiere, avevo contro il Consiglio di Stato e il governo, il quale voleva che Gelli restasse dov’era. L’ho portato a Ginevra con l’automobile, ho preso strade in senso vietato, secondarie. Non so se ho commesso un reato, non credo».
La latitanza dura fino al 21 settembre 1987, quando Gelli si costituisce a Ginevra: «Era pieno di polizia, ma sono riuscito a portarlo davanti al giudice istruttore». Viene processato per la corruzione di Ceresa e per istigazione all’evasione. L’evasione in sé non è perseguita: «È stato condannato a una pena simbolica, per la legge svizzera l’aspirazione dell’uomo alla libertà è sempre innocente». L’agente di custodia Ceresa, condannato a 18 mesi con la condizionale per il suo ruolo nell’evasione, confessa di aver ricevuto da Gelli un primo dono di 20 mila franchi svizzeri, a cui ne sarebbero dovuti seguire altri due milioni.L’ex venerabile viene estradato in Italia il 17 febbraio 1988. Due mesi dopo, ottiene la libertà provvisoria per motivi di salute. «L’uomo che avrebbe dovuto passare il resto della sua vita in carcere, arriva in Italia e ottiene una sospensione della pena. Eravamo molto felici», commenta Bonnant. Che ricorda un aneddoto: «Poco tempo dopo, decisi di trascorrere una settimana di vacanza in Italia, a Porto Ercole; telefonai a uno degli hotel più rinomati per prenotare, mi venne detto che non c’era posto per i tre mesi a venire, allora ho chiamato Gelli. “Tu sei l’uomo più potente d’Italia, puoi far cadere governi e designare il presidente del Consiglio dei ministri, giusto?”, gli dissi. “Sì”, rispose. “Puoi trovarmi allora una stanza a Porto Ercole?”. Due minuti dopo mi richiamarono dall’hotel definendomi “commendatore” e dicendo che una suite era stata riservata per me da Gelli». Il quale va poi a trovare Bonnant a Porto Ercole: «Arrivò su un’automobile con la sirena, preceduta da quattro motociclisti. Gelli, l’uomo più ricercato, si muoveva scortato dalla polizia italiana per fare visita, forte del suo potere, a un amico. È emblematico».
Bonnant ha conosciuto «molto bene» Gelli e il suo ambiente: «Mi aveva messo in contatto con alcuni suoi amici, come Bettino Craxi. Quando questi era in Tunisia, avevo dato dei consigli al suo avvocato sulla domanda di estradizione da parte dell’Italia. E con Sindona, con monsignor Paul Marcinkus (il presidente dello Ior coinvolto nel crac del Banco Ambrosiano, ndr), con Calvi. Ma non ricordo altri dettagli». Dice, inoltre, di non sapere nulla né del conto svizzero di Gelli – sul quale, secondo la Procura generale di Bologna, sono transitati i soldi serviti a finanziare la strage alla stazione del 2 agosto 1980 – né su nomi e scenari di quell’attentato, per cui Gelli è stato condannato per depistaggio. «Non era un intellettuale; la sua intelligenza è quella che i greci chiamavano metis, ossia arguzia. E lui era davvero molto arguto. Era un millantatore».
Nell’immagine: Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia Massonica P2
Sei politicamente fottuto se osi chiedere senso della realtà, del bene comune e sacrificio
Ormai vicine le elezioni più insidiose per Erdogan: per il suo regime islamista illiberale, che ha trascinato la Turchia in una devastante crisi economica
Aggiungere ancora qualcosa a quanto si è già scritto sulle elezioni cantonali sembra superfluo e ritornarci sa di minestra riscaldata: ognuno si mangi ora la sua e buona digestione.Eppure c’è un fattore che, avendo prevalentemente rovistato dentro i partiti e la loro vecchia cucina, si tralascia o si sottovaluta. Benché, potremmo dire con una parolona, è elemento sistemico, è cioè essenza stessa del sistema in cui siamo immersi e sta diventando lo svuotamento “politico” della democrazia. Con due conseguenze stravaganti: ci sono partiti che ne approfittano e crescono; altri che, quasi imprigionati da una inevitabile coerenza, ne patiscono e ci perdono. E, dopo la festa cantonale, sembra prospettiva anche federale.
Quale è quindi questo fattore divenuto sistema? È complesso da definire (e per dargli base, sostanza e anche significanza “universale” potremmo ricorrere al denso e compiuto scritto del filosofo Fabio Merlini, qui apparso: v. Malus, modi e mondi indecenti). Potremmo dire, semplificando e attualizzando: la riduzione del cittadino ad una sola dimensione, quella individuale ed egoistica.
Il “bene comune” (che dovrebbe essere il fine della Politica) non diventa quindi perseguibile attraverso un’azione collettiva, ma attraverso la ricerca del singolo interesse personale di tutti gli individui. Con un’aggiunta, che va subito posta: in una società dove il mercato impone le decisioni da prendere ed è più forte delle decisioni che la politica può assumere, la democrazia (costretta a tradursi in “urgenza”, com’è avvenuto con il caso Credit Suisse) è ridotta a parola vuota. Una tale delegittimazione dell’azione collettiva (e dello Stato) stimola un forte individualismo che degenera in egoismo, indifferenza (assenteismo?) e solipsismo. E quale libertà può essere poi cantata o rivendicata quando si sta difendendo a spada tratta la interdipendenza economica contro, subdolamente, l’interdipendenza sociale? O (come diceva Luciano Gallino) “anziché prefiggersi di regolare l’economia per adattarla alla società, la politica si è impegnata ad adattare la società all’economia”?
Il senso della realtà. D’accordo, forse dovremmo ormai usare la parola realtà solo fra virgolette (Isaiah Berlin, Il senso della realtà, Adelphi). A realtà constatata e vissuta, risulta ormai impossibile a chiunque negare che esista un problema con il clima.Quindi, il senso della realtà non dovrebbe mancare.
Ci sono partiti (come l’Udc) che, dovendo ammetterlo e dovendo quindirisvegliare le responsabilità anche individuali –che implicano però per farvi fronte e non sbattere contro il muro, anche economicamente,accettare qualche regola o qualche sacrificio o qualche costo dovuto alle cosiddette “esternalità” (costi dell’inquinamento, in salute, benessere, deperimento territoriale o immobiliare ecc., non contabilizzati o rovesciati sullo Stato), –si trovano, quei partiti, in difficoltà esistenziale e in contraddizione con se stessi o conla “loro” ideologia.Dovrebbero infatti proporre o condividere politiche che al “popolo” (e loro si ritengono “il popolo”) non piacerebbero. Cercano allora di rovesciare le carte con una fuga per la tangente: del clima, di quel problema, innegabile (lo avvertono anche i “nostri” contadini!) si è fatta una “questione ideologica”. Il vero inquinamento da combattere sta però a sinistra, con tutta la tipica panoplia mefitica di quella parte: regole, restrizioni, catene al libero mercato, statalismo, burocrazia, imposte-tasse, sobrietà, rinunce, inflazione per i costi dell’energia, altro sviluppo. E per finire, calo del pil e assurda decrescita.
E quindi non a caso si è piazzato a forza il consigliere federale Udc Roesti all’ambiente o al problema del clima, sottraendolo così…all’ideologia. E non a caso, si potrebbe aggiungere, qualche batticuore l’ha avuto il consigliere di stato leghista, Zali, per aver forse dovuto dimostrare nella sua funzione al Territorio qualche coerenza ritenuta di troppo da molti dei “suoi”( o dall’Udc concorrente).
La conclusione, da un punto di vista del risultato elettorale, è pressoché scontata. Ed è già preannunciato, nei sondaggi, che ce la ritroveremo in misura forse ancora più accentuata, anche nelle elezioni federali di ottobre. Insomma: è penalizzato chi è realista, onesto con se stesso e con gli altri per il bene comune, ragionevolmente e politicamente conseguente. Anche perché, bisogna pur dirlo, l’”inquinamento di sinistra” riesce a inquinare la sinistra stessa, e sembra la prova del nove del sistema. La quale Sinistra, per sua natura e composizione, ha maggiormente a che fare (e quindi da render conto ai suoi elettori) sia con le pretese e i ricatti sistematici del mercato economico-finanziario, sia con uno dei poteri micidiali del mercato, il potere d’acquisto. E, quindi, persino dalla parte avversa le si appiopperà la critica, ormai costante e distruttiva, di “non essere più vicina alla ggente”. Ciò che rischia di diventare il suicidio assistito della sinistra. (Oppure ha ragione quel tale che ritiene che non ci possa essere lotta per il clima senza lotta di classe).
Nell’immagine: militanti climatici bloccano la A2
Vite sospese
Ormai vicine le elezioni più insidiose per Erdogan: per il suo regime islamista illiberale, che ha trascinato la Turchia in una devastante crisi economica
Con l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina entrata nel suo secondo anno, oltre otto milioni di ucraini e quasi un milione di russi hanno dovuto abbandonare il loro paese. Questo ha portato persone di età diverse e diversa provenienza a condividere una necessità comune: fuggire. Quando chiediamo a Zoya della guerra, ci mostra le foto del bunker in cui ha vissuto con Moskva, la sua cagnolina. Oggi, a distanza di mesi, Zoya non sa cosa sia rimasto della sua casa. Lev, invece, scappa dalla Russia e non vorrebbe tornarci. Spera di costruire la sua vita in Italia. Entrambi vivono la loro attesa a Stove Oven House dove rifugiati e dissidenti trovano riparo dalla guerra e dalle persecuzioni politiche.
Stove Oven House aderisce ad Artist at Risks, una NGO pensata per offrire rifugio ad artisti dissidenti o in fuga da zone di guerra. Il network, che oggi conta 26 partner in 19 nazioni, ha vinto nel 2016 il Premio del Cittadino Europeo, riconoscimento dato dal Parlamento Europeo a quelle organizzazioni che nella loro quotidianità mettono in pratica valori di ospitalità e integrazione tra i paesi membri.
Lev e Zoya oggi vivono nel rifugio con Sergey e Claudia. Sono loro i proprietari di Stone Oven House. Sergey è un artista e dissidente russo, ha 38 anni, è sorridente, esploratore, attivista e continuamente indaffarato. Claudia è un’artista italiana, giovane curiosa ed energica, ha passato diversi anni tra Italia e Cina. Insieme, come risposta alla violenza hanno aperto le porte della loro grande casa a chiunque scappi dalla guerra.
“Sergey rendi questo mondo un posto migliore riunendo le persone indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione, dall’orientamento sessuale”, è uno dei tanti commenti che si possono leggere sul profilo Facebook di Sergey.
All’origine: la Russia di Sergey prima del conflitto
La decisione di ospitare russi e ucraini che lasciano il proprio paese ha radici lontane, è da ricercare nella storia personale di Sergey: “Sono scappato dalla Russia perché di lì a poco sarei stato costretto a prestare servizio militare. Non riuscivo a immaginare il mio futuro lì”, Sergey racconta che non sono solo le politiche del governo ad averlo spinto a lasciare il Paese, quanto più gli effetti sulle persone vicine a lui: “Molti miei amici e persone con cui lavoravo non non si interessano alla politica, troppi non hanno una visione chiara e nemmeno interesse. Tutti loro contribuiscono ad alimentare un sonno politico in cui tutti accettano tutto”.
Così, nel 2009, Sergey lascia Voronezh per Shanghai, dove lavora come artista a tempo pieno. Volendo esplorare i limiti del denaro negli scambi comunitari, Sergey lancia il progetto In Kind Exchange, un viaggio che attraversa i cinque continenti per ritrarre chiunque lo desideri in cambio di un pasto caldo, un passaggio in auto o un oggetto utile. Paese dopo Paese Sergey doppia un intero parallelo visitando oltre trentacinque nazioni La sua storia diventa presto virale tanto cheForbes Russia nel 2013 lo inserisce tra le 5 persone al mondo ad aver “rifiutato il denaro ed essere sopravvissute”. Quando pensa alla Russia Sergey racconta di un luogo molto diverso da quello che ha lasciato: “Non è stata sempre così, ma oggi è difficilissimo portare avanti un progetto di vita e costruire lì il proprio futuro”.
“Ho imparato a conoscere la politica quando sono andato via dalla Russia” riflette Sergey. “Oggi – racconta a Valigia Blu – puoi venire arrestato semplicemente se chiami ‘guerra’”’ la loro ‘operazione speciale’”. “Quando apri un resoconto pubblico, vedi il costo di una strada e ti rendi conto che è dieci volte superiore a qualsiasi città europea, comprendi che qualcosa non funziona”. racconta ancora Sergey.
I giorni di Zoya in attesa di tornare a Kharkiv
A Stone Oven House la vita segue il ritmo di un normale paesino d’alta montagna. Si spacca la legna, si fa il fuoco, si cucina e si passa tanto tempo insieme. Per chi ha trovato rifugio in questa casa la vita è come sospesa. Alcuni aspettano la fine della guerra per tornare in Ucraina, altri aspettano un cambio di direzione nelle politiche di Mosca. Le temperature sono mediamente rigide come nel resto dei paesaggi di montagna ma nettamente superiori alle medie stagionali. La casa è grande e la legna si consuma in fretta. A turno si cucina la cena ma il più delle volte è Zoya a cucinare. Le differenze spesso sono labili, tantissime pietanze appartengono a entrambe le culture. Nella casa sulle Alpi non c’è una televisione. Un proiettore trasmette durante la cena una ricca collezione di cartoni ucraini che risalgono agli anni ’80.
“In molti criticano la mia decisione di vivere con persone di nazionalità russa, però a me questo non interessa. Le nostre culture sono così simili, i nostri popoli sono così vicini, mi manca molto l’Ucraina e qui ho trovato un clima di ospitalità e vicinanza”, esclama Zoya, mentre Sergey ci aiuta con le traduzioni. Quando le chiediamo se ha informazioni sullo stato della sua abitazione, Zoya ci mostra centinaia di foto scattate durante i mesi passati nel bunker a Kharkiv. Nonostante parli quotidianamente con i suoi amici in Ucraina, oggi non sa esattamente lo stato in cui si trova la sua casa.
Prima della guerra Zoya insegnava arte in un istituto nella sua città. Oggi insegna ancora ma a distanza. Si collega quotidianamente su Zoom con i suoi giovani studenti sparsi in Europa. “La guerra ha cambiato anche loro”, commenta mentre ci mostra alcuni dei lavori della classe. Ha una figlia in Belgio e passa molto tempo al telefono con lei. Le sue giornate trascorrono tra passeggiate in solitaria, la preparazione del pranzo, la cura della casa ed i suoi dipinti. Per Zoya il telefono è molto importante: le permette di vivere in Ucraina con gli occhi, di tenere un contatto quotidiano. Ascolta video e programmi nella sua lingua. Zoya ha molti amici in Ucraina che la aggiornano con frequenza quotidiana sulla situazione.
Il 24 febbraio, a un anno dall’inizio del conflitto, siamo con lei. Per tutto il giorno resta sintonizzata su una radio ucraina mentre dipinge una madonna col bambino. I due si stagliano dorati su un fondale nero. “La mia arte è molto cambiata dall’inizio della guerra” ci spiega. Pochi giorni prima dell’invasione Zoya era stata a Venezia. I suoi acquerelli pieni di vita celebravano una città simbolo di bellezza e ispirazione. Oggi solo la tecnica è rimasta la stessa. Grandi pennellate hanno preso il posto di dettagli sottili, Marie che soffrono hanno preso il posto delle calli baciate dal sole.
Nel pomeriggio, invece, Lev e Zoya chiedono di andare a una manifestazione per la pace a Pinerolo, un vicino comune ai piedi della valle. Quando Lev e Zoya arrivano, incontrano il corteo a metà strada, Lev e Zoya si fermano al centro della folla e a turno tengono in alto un cartello in cui è stato scritto con un pennarello nero: “War 1467 Km”. Mette in risalto la distanza da Pinerolo al confine Ucraino.
Zoya ci tiene a parlare del suo passato, racconta molto e i suoi dettagli sono precisi. Il bunker, il letto, l’armadio, le pentole, tutto segue un racconto chiaro delle giornate in Ucraina dopo l’invasione. A Kharkiv per alcuni mesi Zoya ha continuato a vivere in un bunker di fortuna ricavato nelle cantine dell’edificio, poi ha deciso di lasciare il suo Paese perché era diventato troppo rischioso restare. Un’indagine dell’International Organization for Migration registra, durante quei giorni a Kharkiv il più alto numero di partenze di tutto il paese, calcolando che il 27% degli abitanti totali avevano lasciato la propria casa in poche settimane. Quando Zoya lascia Kharkiv, l’aggressione è in fase avanzata. Mentre si trova nel bunker, alla sua casa scoppiano tutti i vetri delle finestre a causa dei forti bombardamenti. Lei sente, resta chiusa per diverse ore nel sotterraneo, poi esce e fotografa grandi nuvole di fumo sparse su tutta la città. Oggi l’esercito ucraino ha riconquistato gran parte del territorio di Kharkiv spostando l’aggressione via terra sul confine est del paese. Tuttavia gli attacchi aerei rendono ancora rischioso ed incerto il ritorno.
Zoya racconta che i russi sono andati via alla fine dell’estate dello scorso anno, lasciando alle loro spalle terra bruciata. Seppur i militari oggi abbiano lasciato ufficialmente la regione, persistono costanti i problemi legati alla linea elettrica e di banda dovuti ai bombardamenti che la Russia concentra sulle infrastrutture strategiche. Kharkiv è una delle città più grandi per popolazione in Ucraina con il suo milione e mezzo di abitanti. Dal 1919 al 1934 è stata anche capitale dell’Ucraina e la sua piazza più grande si chiama piazza della libertà, nome assegnato nel 1966 in seguito all’indipendenza dell’Ucraina dall’Unione Sovietica.
I giorni di Lev in fuga dalla Russia
Lev divide le sue giornate tra legna e rattoppi qua e là. Alla sera si chiude nel suo studio e dipinge le proteste LGBTQ che ha vissuto a Mosca. Di origini kazake, ha ottenuto la cittadinanza russa dopo essersi trasferito ancora giovane a Voronezh, assieme alla famiglia. “Il giorno dello scoppio della guerra ho scritto un post su Facebook”, ci dice, “e poche ore dopo la direttrice del teatro in cui lavoravo mi ha chiamato. Il giorno dopo sono stato ripreso da due agenti dell’FSB”. Lev viene segnalato dai servizi segreti russi. Da lì a pochi giorni è costretto a prendere un aereo per Istanbul e poi a volare in Italia dove arriva a Rorà. Conosce Sergey perché entrambi provengono da Voronezh. Sorride continuamente, “Ho sempre saputo di essere gay” dice, “ma non tutti sono così fortunati”.
Dieci anni dopo la legge russa sulla propaganda gay, che mirava a difendere i bambini dall’esposizione alla omonormatività e accostava pubblicamente il termine omosessualità alla pedofilia, nulla è cambiato. La legge da allora ha portato ad un incremento delle violenze nei confronti di persone non eterosessuali, come testimoniano decine di aggressioni avvenute negli ultimi anni. La stessa legge ha contribuito ad alimentare una percezione distorta nella popolazione, parlando spesso di omosessualità e pedofilia come termini di vicino singificato. “Quando vengono condotte interviste alla popolazione, spesso le domande stesse sono poste in maniera sbagliata”, racconta Lev. “In un noto centro oggi attivo in Russia, qualche anno fa intervistò anche me sul tema dell’omosessualità e alcune domande, però, accostavano omosessualità e pedofilia quasi a voler intendere una radice comune”.
In Russia, ancora oggi, l’omosessualità è vista e raccontata come una malattia. Gli psicologi – spiega aValigia Blu Lev – possono denunciare alle autorità il paziente che dichiara o confida di non essere eterosessuale. Sono poi la maggior parte delle autorità religiose stesse a perseguitare l’omosessualità, ed è un punto cruciale se si pensa che proprio la chiesa ortodossa ha un’influenza assai elevata. Durante la cena Lev ritorna con i pensieri al funerale di suo padre. La chiesa è gremita di parenti, amici familiari e conoscenti, il prete termina l’omelia, torna al microfono e cerca lo sguardo di Lev, lo indica e a gran voce scandisce: “È solo colpa tua se tuo padre oggi non è più tra noi”.
Lev ha avuto la fortuna di vivere a Mosca e Voronezh, città abbastanza grandi per dare nell’occhio ma non per tutti è così: “In Cecenia – ci racconta a cena – uccidono te e la tua famiglia se non sei eterosessuale”. Lev conosce un ragazzo ceceno che ha lasciato il suo paese e con lui tutta la sua famiglia. Oggi non ci sono più: sono stati seguiti, trovati ed uccisi. Nelle sue opere, spesso autofinanziate, Lev ha indagato il legame esistente tra politica e religione nella Russia di Putin. Attraverso una rete di contatti, è riuscito a ottenere le copie delle opere di Pavel Krisevich, uno dei tanti dissidenti finiti in carcere perché contrari al regime.
“Allo scoppio della guerra si è legato a una croce nella Piazza Rossa davanti all’edificio del FSB e come un Cristo ha finto di darsi fuoco”, ci spiega Lev. Oggi Pavel è nella prigione di Butyrka a nord di Mosca, una delle più temute. Pavel ha una condanna a 5 anni per simulazione di suicidio in pubblico. Le sue opere oggi si trovano in una stanza di Stone Oven House. In un testo che accompagna le sue cartoline di vita carceraria quotidiana scrive: “Un orizzonte di gelo ha avvolto non solo la Russia, ma il mondo intero. I miei lavori sono anche per loro, perché quando sentiamo il freddo cerchiamo di essere più vicini. La repressione e l’ingiustizia sono precursori del freddo, noi siamo per l’alba, per la primavera.”
Nell’immagine: il logo della NGO ARTISTS AT RISK
Pediatra per passione, pazienti per divertimento
Ormai vicine le elezioni più insidiose per Erdogan: per il suo regime islamista illiberale, che ha trascinato la Turchia in una devastante crisi economica
Questa non è una recensione obiettiva. Per due motivi fondamentali. Il primo è facile da riassumere: chi scrive non ha le competenze per entrare nel merito della pediatria dello sviluppo e, dunque, della validità scientifica delle proposte condivise nel libro, firmato da uno degli specialisti in materia più rinomati della Svizzera italiana. Il secondo, pur meno oggettivo, non è comunque difficile da comprendere: l’autore è il pediatra delle mie figlie. Per la mia famiglia, Andreas Wechsler è “il dottore con le bretelle” da cui, di tempo in tempo, le bambine vanno “a giocare”.
Bretelle a parte (i familiari si dividono tra chi non ci si abituerà mai e chi le adora), il mio personale debito di gratitudine con il dottor Wechsler risale al giorno in cui, incontrandomi per la prima volta e ascoltando il mio resoconto delle prime tre settimane di vita in comune con due gemelline già parecchio vivaci, mi guardò negli occhi e mi disse, con voce sottile ma gravitas profetica: “Ma lei è consapevole qui non si tratta di correre i 100 metri, ma una maratona? Vuole esaurire le energie nello sprint iniziale?”. Tra tante dottrine pedagogiche e piani d’attacco per poppate e pannolini propugnatimi da levatrici, parenti, amici e signore incontrate per strada (tutti, a loro modo, animati dalle migliori intenzioni), mi sembrò che per la prima volta qualcuno stesse concentrando davvero l’attenzione su di me e sul mio benessere psico-fisico, riconoscendo che anche da quello sarebbe dipesa la salute delle piccole. Divago, ma forse non troppo. In fondo, in mancanza della teoria, sono proprio le esperienze maturate in questi ultimi cinque anni a permettermi un confronto relativamente consapevole con il libro che ho per le mani. Credo, inoltre, che l’aneddoto sintetizzi piuttosto bene uno dei cardini del modello pediatrico sviluppato da Andreas Wechsler, vale a dire la presa in carico non soltanto dei giovanissimi pazienti ma di tutta la famiglia, con gli equilibri e le esigenze particolari di ogni nucleo, con buona pace dei modelli teorici. Lo sa bene chi ha varcato anche solo una volta la soglia del Poliambulatorio Cresci e cresci bene, lo sa chi ha letto il primo manuale pubblicato dal dottore, Genitori per divertimento, figli per passione. Istruzioni per l’uso 0-3 anni (Casagrande, 2017), di cui questa seconda puntata non è che la naturale continuazione.
Ho già confessato di non essere molto ferrata in medicina, però di libri un pochino me ne intendo. Ed entrambi i libri di Andreas Wechsler hanno il merito innegabile di prender forma a immagine e somiglianza dell’autore: in altre parole, sono esattamente quel che ci aspetterebbe da un dottore con le bretelle. Il secondo volume, di cui parliamo, si struttura in tre momenti, corrispondenti ad altrettante fasi dello sviluppo infantile e dell’avventura genitoriale: 3-6 anni (Di genitori archiviati e di mondi paralleli), 7-11 anni (Di genitori taxisti e di ragazzi indaffarati), 12-16 anni (Adolescenza balorda; ovvero dell’arte di restare in piedi). Ciascuna di queste sezioni affronta diversi macro-temi, di volta in volta declinati in rapporto all’età in questione: dallo sviluppo cognitivo-linguistico-relazionale ai progressi neuromotori, dall’accoglienza di un fratello alla separazione dei genitori. E in ogni caso la voce autorevole del medico entra in dialogo con quelle dei bambini-ragazzi e dei genitori, ai quali sono idealmente concesse la parola e l’occasione di esprimere il proprio peculiare punto di vista. Molta vita, insomma, e davvero poca patologia. Lo stesso pediatra, accanto ai dati e alle spiegazioni scientifiche, condivide con grande onestà una sequela di esperienze personali, di cui è stato protagonista come medico o come padre dei suoi figli, raccontandosi in modo molto sincero e diretto.
Altri due meriti, a mio avviso altrettanto inconfutabili, sconfinano maggiormente in ambito retorico-stilistico (aspetto, ovviamente, tutt’altro che ininfluente sui contenuti o sulla loro ricezione). Anzitutto, occorre riconoscere all’autore il dono della sintesi: quella sintesi fulminante, che individua esattamente i problemi e insieme indica una strada per affrontarli. Per alcune questioni ci vorrebbero trattati, oppure le “perle di saggezza” del dottor Wechsler (così definite da lui stesso). Probabilmente ci vogliono gli uni e le altre, ma garantisco che, in alcuni frangenti, avere a disposizione una perla del pediatra è più comodo. Sono regole ridotte all’essenziale: alcune sono di più semplice applicazione (mi ripeto sempre che “a tavola, i genitori decidono che cosa si mangia, i bimbi quanto”, o il motto “cerotti sì, gessi no”), altre richiedono un’esistenza di tentativi. Sono senz’altro di questo secondo tipo i consigli su cui si chiude il manuale: 1. i genitori non devono investire nella pazienza che non possono avere; 2. i genitori non devono mai prenderla sul personale; 3. i genitori devono segnalare chiaramente ai loro figli che se la cavano, anche senza di loro. Le ho citate (soprattutto quest’ultima) per dare un saggio della seconda qualità ‘retorica’ della scrittura, che sorprende sempre il lettore con il suo carattere intimamente ‘paradossale’. Le argomentazioni e, in particolare, le conclusioni del dottor Wechsler possono risultare spesso inattese e spiazzanti, talvolta divertite e ironiche quando le vorremmo seriose e gravi. Alle motivate rimostranze dei genitori inascoltati, ad esempio, si risponde: «i vostri figli vi guardano e non vi ascoltano, e quando parlate non potete sorprenderli, sanno già tutto perché “vi hanno visti”» (p. 27); si presenta lo sforzo educativo come «un investimento a fondo perso» (p. 27); o si ricorda che «l’obiettivo dell’adolescenza è […] un giovane adulto libero, autonomo e indipendente, e dei genitori soli, abbandonati, come previsto dalla natura della nostra specie quando le cose vanno per il verso giusto» (p. 108). Dei bambini, invece, si rivela che «restano egocentrici» e che, per loro, «sapere che la responsabilità della felicità dei genitori non pesa tutta sulle loro spalle è un vero toccasana» (p. 75). Come tutte le formulazioni un po’ paradossali, anche queste richiedono del tempo per assimilarle (o rifiutarle!) e magari delle riletture successive. Che lo si accetti o meno (a ragione o a torto), il paradosso – cioè quel che si affianca ma non coincide esattamente con l’opinione comune – ha comunque il pregio di invitare a guardare alla realtà da un diverso punto di vista, che apre nuovi spiragli di comprensione.
Certo, se posso permettermi un’ultima considerazione squisitamente soggettiva, il dottor Wechsler e i suoi libri non sono forse per tutte le mamme, e sicuramente non sono per tutte le nonne. Chi ha bisogno di essere rassicurato sulla gravità delle proprie preoccupazioni e sull’inevitabilità del proprio stress (io stessa, il più delle volte, sono membro onorario del club) cerchi altrove. Agli altri, consiglio di leggere, e leggere bene.
Ormai vicine le elezioni più insidiose per Erdogan: per il suo regime islamista illiberale, che ha trascinato la Turchia in una devastante crisi economica
Oggi è il 50mo anniversario della morte di Pablo Picasso, il grande pittore che ha rivoluzionò l’arte, che ispirò migliaia di artisti e che si è oppose ai nazisti senza lasciare il suo studio parigino. Un genio carismatico, impegnato politico, generoso con gli amici, ma anche un individuo testardo, capriccioso, dispotico ed egocentrico. Molto è stato scritto sul suo oscuro rapporto con le donne, il suo cattivo umore e il suo carattere spigoloso. Oggi rendiamo omaggio a questo artista coraggioso, trasgressore e unico nel suo genere. La sua lunga vita è una fonte inesauribile di aneddoti. Qui ne ricordiamo quindici, quelli che hanno contribuito a forgiare la leggenda del grande maestro.
Un nome chilometrico
Picasso è nato a Malaga il 25 ottobre del 1881. Secondo il registro civile, il suo nome è composto da ventitré parole: Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Mártir Patricio Clito Ruiz e Picasso. A quel tempo era consuetudine battezzare i neonati con il nome dei nonni e del santo in carica, ma in questo caso devono averne approfittato per onorare la metà di un albero genealogico o l’intero calendario dei santi.
Pensavano che fosse nato morto
Non importa quanto rumore fece in seguito, Picasso venne al mondo in silenzio, tanto che l’ostetrica che l’aiutò nel venire al mondo pensò che fosse nato morto. Il medico che era presente alla nascita (e che era lo zio dell’artista) resuscitò il neonato in un modo molto curioso: accese una sigaretta e sputò fumo sul volto del bambino, che improvvisamente reagì piangendo.
Tale padre tale figlio
Picasso era figlio del pittore José Ruiz y Blasco, che fu anche insegnante d’arte a Malaga, La Coruña e Barcellona, ma che abbandonò la pittura quando Pablo compì 15 anni, forse anche perché fu superato in qualità dalle opere di suo figlio. Picasso, pur essendo un artista assolutamente all’avanguardia, ha ricevuto una formazione accademica classica che si riflette su tutte le sue opere. Infatti, non si può considerare un pittore astratto, ma figurativo, perché nelle sue tele gli oggetti rappresentati sono riconoscibili.
La sua prima mostra la allestì quando aveva solo 13 anni
Era un bambino prodigio e il suo destino era l’arte; si dice che la prima parola che pronunciò non era “padre” o “madre”, ma “matita”. Indipendentemente dalla veridicità dell’aneddoto, quello che sappiamo è che fin da piccolo cominciò a fare dei disegni impressionanti. Il suo primo dipinto, El picador amarillo, è stato completato all’età di 9 anni e mostra una perfetta padronanza della composizione e del colore. All’età di 13 anni, nel 1985, Picasso espone la sua prima mostra in uno stabilimento in Calle Real a La Coruña. Alla Fondazione Picasso sono conservate tre critiche entusiastiche, tutte e tre apparse su diversi giornali dell’epoca. Picasso è stato un piccolo Mozart della pittura.
Segnato da un suicidio
Nel 1901, all’età di 19 anni, il suo grande amico, il pittore Carlos Casagemas, con il quale collaborò prima a Barcellona e poi a Parigi, si tolse la vita con un colpo di pistola al Café parigino Hippodrome, oggi Palace Clichy. Il giovane Casagemas, respinto dalla modella Laure Gargallo, prima cercò di sparargli e poi puntò la pistola alla propria tempia. Picasso divenne ossessionato da questo suicidio e si dedicò alla produzione di molti dipinti in cui ricreò il suo amico morto o la sua sepoltura nel progetto El entierro del conde de Orgaz de El Greco. L’incidente è un momento fondamentale nell’opera di Picasso, stabilisce un confine visibile tra un prima e un dopo. Da qui iniziò la sua fase artistica nota come periodo blu: opere scure, anche con temi cupi come la prostituzione e la povertà.
Fu sospettato di aver rubato La Gioconda
Il 21 agosto 1911, La Monna Lisa di Leonardo scomparve dal Louvre come per magia. Picasso e il suo amico scrittore Guillaume Apollinaire furono arrestati perché sospettati di furto. Tutto perché qualche anno prima il pittore, che a quei tempi era affascinato dall’arte antica e primitiva, aveva acquistato statuette iberiche dal belga Honoré Joseph Géry. Quello che sappiamo, però, è che Picasso le comprò per 50 franchi, con la complicità di Apollinaire, che sapeva da dove venivano. Dopo il furto della Mona Lisa, i due giovani volevano liberarsi dei reperti perché li consideravano incriminanti. Apollinaire cercò di venderli, ma si si imbattè nella polizia. Dopo diversi interrogatori i due furono lasciati andare, ma qualcosa da quel momento in poi cambiò nella loro amicizia, perché nulla separa quanto essere coinvolti in un crimine, anche se si è innocenti.
Alla fine, quella che poteva essere la grande rapina del secolo fu risolta due anni dopo, quando il vero autore del furto, un operaio italiano di nome Vicenzo Peruggia, fu arrestato a Firenze mentre stava per vendere l’opera ad un antiquario che diede l’allarme alla polizia. Peruggia disse di aver agito da solo e che voleva soltanto che la tela tornasse al suo luogo d’origine.
Direttore del Museo del Prado
Nel settembre 1936, il Governo spagnolo nomina Pablo Picasso direttore del Museo del Prado. Il pittore fu felice di accettare l’incarico, poiché idolatrava i dipinti che vi erano conservati e ne adorava gli autori. Ma non si è mai insediato, e il suo licenziamento non è mai stato pubblicato ufficialmente. Quindi, in teoria, Pablo Ruiz Picasso è ancora il direttore del grande museo d’arte spagnolo, come lui stesso ha commentato scherzosamente in più di un’occasione.
Rispose così ad un funzionario nazista
Pablo Picasso, come il musicista Pau Casals, rimase a Parigi nel 1940 invece di cercare asilo in un altro paese dopo l’ingresso dei nazisti nella capitale francese. Picasso diede rifugio ad altri antifascisti e, sebbene non sia mai stato colto in flagrante, è stato per tutti quegli anni nel mirino della Gestapo. María Teresa León racconta nel suo Memoria de la melancolía che l’ambasciatore nazista tedesco Otto Abetz, che raccolse i dipinti che Hitler disprezzava, andò a trovarlo nel suo studio parigino e gli chiese di mostrargli quello che stava facendo. Quando Picasso gli mostrò una riproduzione del Guernica, il tedesco esclamò: “È la cosa migliore che hai fatto finora”, a cui Picasso rispose: “Non sono stato io, sei stato tu”.
Picasso fu anche scrittore
Il pittore di Malaga è stato anche poeta e drammaturgo, e oggi si conservano più di 300 poesie e due opere teatrali: El deseo cogido por el rabo (1941) e Las cuatro niñas (1948). Nel 1906 scrive persino una poesia in francese a Guillaume Apollinaire. Ma questo accadde nel 1935 quando iniziò a scrivere quasi quotidianamente, fino al 1959. Secondo Enrique Mallén, esperto dell’opera di Picasso, il genio di Malaga un giorno commentò scherzosamente all’amico fotografo Roberto Otero: “Penso che il mio lavoro di scrittore sia vasto quanto quello di pittore. Materialmente ho dedicato lo stesso tempo ad entrambe le attività. Forse un giorno, quando scomparirò, sarò descritto in enciclopedie in questo modo: “Pablo Ruiz Picasso: poeta e drammaturgo spagnolo”.
Comunista con tanto di tessera
Picasso, dichiarato antifascista, sostenne sempre la Repubblica spagnola, partecipò alla Resistenza francese, fu membro attivo del movimento pacifista durante la Guerra Fredda e difensore del comunismo internazionale. Si unì al Partito Comunista nel 1947, ma il suo rapporto col partito fu turbolento, perché non approvava la repressione della rivolta ungherese o della Primavera di Praga. Tuttavia, rimase fedele agli ideali marxisti fino alla sua morte nel 1973. Picasso ha ricevuto addirittura il Premio Stalin per la pace nel 1950 e il Premio Internazionale Lenin per la pace nel 1962.
Un maglione a righe che è ancora simbolo di libertà
Il famoso maglione a righe che indossava sempre era, a partire da un decreto del 1858, parte dell’uniforme ufficiale dei marinai bretoni, un disegno accattivante per distinguere facilmente i marinai se avevano la sfortuna di cadere in mare. Ognuna delle sue 21 strisce rappresentava una vittoria per Napoleone Bonaparte. La legislazione era così severa da indicare anche lo spessore di ogni striscia: il blu doveva misurare un centimetro e i bianchi, il doppio. Coco Chanel fu colei che prese questo umile abito da marinaio e lo introdusse nel mondo della moda nel 1917; e così fu accolto come simbolo di ribellione dalle ricche signore che lo indossavano insieme ai loro gioielli e pantaloni. Da allora è stato associato a tante ribellioni, forse per il carattere trasgressivo delle celebrità che lo hanno indossato: non solo Picasso, ma anche Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Jean Paul Gaultier, Kurt Cobain e Kate Moss. Quel maglione è diventato un po’ il simbolo dell’anticonformismo e della libertà.
Appare nel Guinness dei Primati
Picasso è entrato nel Guinness dei primati con il titolo di pittore più prolifico di tutti i tempi, con una carriera professionale che è durata 75 anni (forse di più se si considera che a 13 anni già aveva iniziato a esporre). Si stima che l’artista abbia realizzato più di 13500 dipinti, 100mila stampe, 34mila illustrazioni, 300 sculture e un gran numero di pezzi di ceramica. Il catalogo più importante – e naturalmente più ampio – delle sue opere è stato compilato dal critico d’arte, collezionista ed editore francese Christian Zervos e comprende 16mila riproduzioni delle opere dell’artista.
L’asta del secolo
Nel 2015, Les femmes d’Alger (del 1955) è stato venduto dalla prestigiosa casa d’aste Christie’s, a New York, per 179 milioni di dollari, rendendola così una delle opere più costose al mondo. Il record è di Salvator Mundi, l’unica opera privata di Leonardo da Vinci e che ancora oggi è un’enigma, visto che fu venduta nel novembre 2017 a un offerente sconosciuto che la pagò più di 450 milioni di dollari.
Picasso e le donne
Una delle cose di cui si è parlato di più è stato il rapporto di Picasso con le donne. Forse è stato un genio con i pennelli, ma sembra che abbia fatto molti danni alle donne che amava, che trattava a volte in modo tirannico e spietato. Picasso provava una profonda attrazione per le donne, erano le sue muse, la sua fonte di ispirazione e l’oggetto del suo desiderio. Aveva moltissime amanti, succedeva che non aveva ancora finito una relazione e ne stava già iniziando un’altra. Una delle sue relazioni più burrascose fu quella con la fotografa Dora Maar. Nel suo libro Guernica, 1937, Alain Viscondelet lascia intendere che Picasso, per il quale l’amore e l’arte erano irrimediabilmente mescolati, sfuggì all’incantesimo di Maar lavorando al famoso quadro, la tela divenne il luogo della strage della sua stessa passione per l’artista.
L’elenco delle donne che hanno amato Picasso non è breve: Françoise Olivier, Marcelle Humbert, nota anche come Eva Gouel, Gaby Lespinasse, Olga Jojlova (la sua prima moglie), Marie Thérèse Walter, Dora Maar, Françoise Gilot, Geneviève Laporte, Jacqueline Roque (la sua seconda moglie). Picasso le fece innamorare, ma in molti casi rovinò anche le loro vite, non era facile infatti vivere con un genio che era anche il maschio alfa per eccellenza. Il destino di molte di loro non poteva essere più tragico: Olga morì sfrattata, Marie Thérèse si impiccò a 68 anni, Jacqueline si suicidò nel 1986, sparandosi con una pistola alla testa, e Dora non riuscì a superare la profonda depressione in cui si trovò immersa dopo la rottura con l’artista.
Grande appassionato di corrida e flamenco
La corrida e il flamenco sono motivi comuni nel suo lavoro, ma lo furono anche nella sua vita. Per esempio nei ricordi della sua festa tenuta per i suoi ottant’anni, nel 1961, che María Teresa León cattura in Memoria de la melancolia. Anche se l’artista pagò caro il suo gesto, perché, sebbene le corride non fossero vietate, lo era sacrificare l’animale nell’arena. La stessa festa continuò col flamenco nella sua casa di Mougins, dove ballò anche un giovane Antonio Gades, entusiasta di trovarsi davanti a Pablo Picasso e Rafael Alberti. Il pittore iniziò con un po’ di rumba con Nati Mistral e Alberti improvvisò alcuni versi. Tra gli ospiti c’erano, tra gli altri, Lucía Bosé, allora moglie di Dominguín, Paco Rabal, il pittore Manuel Ángeles Ortiz e Antonio Olano, nonché parenti e amici francesi dell’artista. A ottant’anni, Picasso amava ancora la vita.
Picasso al lavoro in un noto reportage
C’era una volta Picasso
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