Quinto Diario della crisi

La crisi economica e del mercato immobiliare in Cina mette in serio allarme la finanza globale? 

Il superciclo del debito

Intervistato da Eugenio Occorsio sulla crisi cinese (La Repubblica, 19 agosto), l’economista americano Kenneth Rogoff (Harvard) fissa così i termini della questione: “Purtroppo sta verificandosi quanto, con altri economisti come Larry Summers, avevamo immaginato da tempo: il ‘superciclo del debito’, lo stesso che aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti nel 2008 e l’Europa nel 2010, ora si abbatte sulla Cina. Le conseguenze possono essere molto dolorose per tutti”. Il premio Nobel Robert Shiller, intervistato sempre da Occorsio il 21 agosto, introduce un altro fattore nella spiegazione della crisi in Cina, per ora circoscritta al settore immobiliare: “A questo punto non rimane che attendere i risultati delle misure d’emergenza approntate a Pechino, compreso il cambio di narrazione. Certo: tutte le crisi mondiali, a partire dalla Grande Depressione del 1929, sono state precedute da fasi di estremo entusiasmo sulle potenzialità infinite di crescita e di innovazione, siano esse le ferrovie o l’intelligenza artificiale. Lo stesso succedeva in Cina. È un comportamento tipico degli esseri umani, non c’è lezione che tenga. Il comune sentire, con le difficoltà di graduare entusiasmo e prudenza, è una componente fondamentale dell’economia, e la Cina ha perso la fiducia”.  

Simone Pieranni, su il manifesto del 20 agosto (“Il vero pericolo per la Cina è un popolo disilluso”), sviluppa ulteriormente questo aspetto: “Dato che i problemi sono sempre gli stessi e che il Pcc ogni volta sembra mettere una pezza alla crisi del momento, bisogna concentrarsi su un terzo aspetto [dopo l’auspicio da parte dell’Occidente di un crollo economico e soprattutto politico, del regime cinese, e dopo il pericolo della deflazione già manifestatosi sul finire degli anni ’90]: che cosa c’è di diverso oggi e perché questa odierna traballante situazione economica potrebbe essere più pericolosa o meno che in passato. E questo aspetto si incrocia con un soggetto che spesso nelle analisi (tutte geopolitiche o finanziarie) si dimentica: il popolo cinese. Nel 2001, così come nel 2011, i cinesi erano spinti dalla crescita e da quello che alla fine consente all’economia di andare bene: erano fiduciosi nel futuro (…). E così è stato fino al periodo pre-Covid. Dopo, per il popolo cinese, è cominciato un periodo strano: il Covid ha abbattuto l’ottimismo, ha instillato il dubbio che forse non tutto sarebbe stato come prima. E così un popolo risparmiatore di suo ha aumentato questa propensione e oggi è chiaro a tutti: i cinesi non spendono in beni per il futuro (come la casa) ma per l’oggi, per l’ora. Aumentano le spese sanitarie, quelle per l’educazione, ma diminuisce la sensazione di poter programmare il proprio futuro”.

Sintetizzando: i giganti dell’immobiliare cinese per decenni hanno costruito a debito, sperando di ripagare i creditori con la vendita degli appartamenti. La ripresa post-pandemia, però, stenta ad ingranare, importazioni e esportazioni sono in calo, si è entrati in deflazione, la disoccupazione giovanile è in forte crescita (“Imparate a mangiare amarezza”, pare abbia detto Xi Jinping ai suoi giovani), aumentano i pignoramenti di immobili e il rischio d’insolvenza dei mutui. Si parla di “zombificazione” del settore immobiliare, cioè il mancato avanzamento dei progetti di costruzione a causa dell’impossibilità di pagare i costi di costruzione (si prevede che per almeno i prossimi due decenni vi sarà una contrazione dell’attività di costruzione, che rappresenta oltre un terzo del Pil cinese). 

Si allunga la lista dei grandi gruppi in difficoltà finanziaria, tanto che il Wall Street Journal, forse incautamente, ha parlato di “momento Lehman”. Sta di fatto che in due giorni, i due colossi immobiliari per antonomasia, Evergrande (entrato in crisi nel 2020-22) e Country Garden, hanno svelato i loro debiti accumulati, anche se il primo ha puntualizzato di aver “solo” chiesto la protezione dei creditori in America tramite il Capitolo 15 (un quarto dei suoi 340 miliardi di “attivi” sono stati venduti a investitori americani). La Zhongrong, un venditore di prodotti finanziari con l’equivalente di 108 miliardi di attivo, traballa, così come diversi altri fondi finanziari nascosti nel settore bancario ombra. Sembra di ricordare quanto successo in Giappone negli anni ’90, con la crisi scoppiata nel settore immobiliare che diede avvio a un lungo periodo di stagnazione e deflazione (definito il “decennio perduto”).

In generale, è il modello di business immobiliare cinese che è entrato in crisi. “Secondo questo modello le società immobiliari o di costruzioni prendevano nuovo debito per finanziare lo sviluppo. Il debito, a sua volta, veniva rimborsato vendendo appartamenti alla classe media [molti costruttori si affidavano ai clienti che pagavano in anticipo prima ancora che il loro appartamento fosse completato]. Lo spazio abitativo medio in Cina era così cresciuto da 7 a quasi 50 metri quadri pro-capite e ha costituito una delle basi del ‘sogno cinese’ promosso da presidente Xi. Ma quando la crisi della classe media ha cominciato a mordere, le vendite di immobili hanno ovviamente rallentato e i debitori non sono più riusciti a ripagare le cedole del debito” (Domenico Siniscalco, “I rischi del dominio cinese”, laRepubblica, 20 agosto). È il superciclo del debito di Rogoff, forse anche il cosiddetto Minsky moment, il crollo improvviso dei valori degli attivi alla fine di un ciclo del credito particolarmente espansivo. La crisi è partita dalla classe media, dissanguata dalle politiche zero-Covid, si è poi propagata al debito eccessivo delle società immobiliari e di costruzioni, e ora retroagisce sulla classe media. 

Come sempre in questi casi, il governo si trova a un bivio. Lasciare fallire Country Garden, ad esempio, potrebbe scatenare un panico più ampio, innescando una catena di default. Tuttavia – sostiene l’Economist – intervenire con un pacchetto di salvataggio metterebbe i funzionari nella condizione di dover effettuare molti altri salvataggi e di sostenere un’industria insostenibile. Per il momento, la Banca centrale cinese, cogliendo tutti di sorpresa, ha abbassato di molto poco (0,10%) il tasso di interesse a un anno (riferimento del credito al consumo), senza però toccare quello a cinque anni (il tasso di riferimento dei prestiti ipotecari), e ha affermato di voler attuare misure di intervento finanziario a sostegno del settore immobiliare solo a partire dal 2024. Il governo ha mandato in venti province squadre di ispettori per esaminare quanto sia grave la situazione del debito delle amministrazioni locali, che proprio dalla vendita dei terreni ai colossi dell’immobiliare avevano fatto una delle voci più importanti delle loro entrate. Insomma, sono ancora poche le misure di stimolo, per il momento sembra prevalere la linea dura contro i responsabili della bolla immobiliare.

Disaccoppiamento?

Ci si chiede quali possano essere le conseguenze di questa crisi sull’economia mondiale. Dal punto di vista della finanza, ci si è affrettati a dire, i rischi di contagio sono limitati o addirittura inesistenti, dato che il settore finanziario cinese è isolato dal resto del mondo. Ad esempio, il renminbi non è convertibile fuori dai confini nazionali e come riserva internazionale conta meno del 3%.E in Cina è vietata la libera circolazione dei capitali. Resta il fatto che i grandi colossi cinesi dell’immobiliare si sono indebitati anche in dollari a Wall Street. Ma, soprattutto, la Cina è un grande (il secondo, dopo il Giappone) acquirente di Treasury Bond americani e dall’inizio del 2023 questi acquisti si sono già ridotti del 12%. “Una crisi conclamata in Cina – sostiene Robert Shiller – non passerebbe inosservata né indolore su tutti i mercati azionari mondiali, così come non lo è stata nessuna delle crisi del passato: dai subprime agli attacchi speculativi contro le tigri asiatiche del 1997, una crisi che tra l’altro per contagio portò al fallimento dei bond russi e al crollo del rublo. In tutto questo non dimentichiamoci che gli investitori cinesi, in massima parte statali, detengono mille miliardi di Treasury Bond americani e consistenti tranche di titoli azionari e obbligazionari di altri Paesi. Ecco, i mercati azionari potrebbero essere la prima vittima se la crisi si aggravasse”.

Sono anche gli effetti sui rapporti di scambio a far paura, in particolare per la Germania (grande esportatore verso la Cina) e, di conseguenza, per paesi come l’Italia, dove la mancata crescita tedesca si propagherebbe rapidamente. Insomma, la crisi cinese potrebbe dare il colpo finale all’Eurozona che secondo alcuni economisti è già di per sé a rischio recessione (come sostiene sul Sole 24 Ore di domenica 20 agosto Isabella Bufacchi, “Dopo la pandemia, guerra e inflazione: Eurozona in autunno a rischio recessione”). Anche se Paul Krugman cerca di relativizzare il possibile impatto della crisi cinese sull’economia statunitense, è un fatto che per Pechino l’America resta il primo partner commerciale, con esportazioni negli Usa per 583,6 miliardi nel 2022 e 179 miliardi di import cinese dall’America (in calo del 14% da inizio anno). Importante, soprattutto sotto il profilo geopolitico, è il rapporto commerciale tra la Cina e la Russia: l’interscambio era aumentato del 27% l’anno scorso, e quest’anno è già cresciuto del 41%.

Paradossalmente, visto che a Jackson Hole, al summit delle tre banche centrali (la Fed, la Bce e la Banca d’Inghilterra), la strategia di lotta contro l’inflazione è rimasta identica a quella decisa a marzo dello scorso anno, con tassi d’interesse elevati fino a riportare l’inflazione al 2% (con effetti pesanti sul costo dei mutui e sul credito alle imprese), la crisi cinese potrebbe perlomeno raffreddare le quotazioni delle materie prime come petrolio e gas. Comunque, un colpo alla crescita globale, che andrebbe rovesciato in critica al paradigma della globalizzazione neoliberista degli ultimi trent’anni. 

In un certo senso questa crisi rappresenta un test della globalizzazione, soprattutto del rapporto conflittuale tra interessi del capitale globale e interessi politici statuali. Da una parte risulta evidente che ci troviamo tutti in un arcipelago complesso e fortemente interconnesso, in cui i tentativi di decoupling, di disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina, avviati da Trump e reiterati da Biden, si sono per ora rivelati poco efficaci, a tratti autolesionisti. Dall’altra parte, in un quadro cinese di minor crescita, con problemi crescenti di governabilità politica interna, si capisce come la Cina stia spostando la strategia di competizione con gli Stati Uniti dall’arena economica a quella politica. Regolazione economica e governabilità politica sono due facce della stessa medaglia, e oggi queste due facce del potere si declinano necessariamente sul piano globale. 

È all’interno di questo quadro contraddittorio, in cui le esigenze del capitale globale confliggono con la ricerca di un’autonomia del politico all’altezza dei conflitti sociali, che vanno lette la riconciliazione protettiva nippo-coreana realizzata dagli USA a Camp David il 20-21agosto (difesa anti-missilistica e accordi di intelligence) e, di contro, la sfida lanciata subito dopo dai paesi del gruppo Brics a Johannesburg sotto l’egida della Cina. Si tratta a tutti gli effetti di un nuovo ordine geopolitico, se è vero che il Brics allargato uscito dal summit consterà di 11 paesi, rappresenterà il 32% del Pil mondiale e il 46% della popolazione del pianeta (il Pil del G7 è prossimo al 44% del Pil mondiale. La Cina oggi vale il 16% dell’economia globale contro il 22% degli Stati Uniti). Quanto basta per rimettere seriamente in discussione istituzioni del vecchio ordine mondiale quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le Nazioni Unite e per procedere sulla via della de-dollarizzazione (qualunque essa sia. Vedi Diario della crisi 2). Proprio quest’anno le esportazioni della Cina verso i paesi in via di sviluppo – rappresentati dai paesi della Belt and Road Initiative – hanno superato le esportazioni verso Stati Uniti, Unione europea e Giappone messi assieme. Attraverso l’indebitamento di una parte importante di questi paesi in via di sviluppo, la Cina è riuscita a “fidelizzarli” politicamente, rafforzando il suo potere di voto all’interno delle più importanti istituzioni internazionali, dall’ONU all’Organizzazione mondiale del commercio.

Contributo pubblicato anche dai siti “Effimera.org” e “Machina”
Nell’immagine: le rigide misure di confinamento della politica cinese “Zero Covid”


1 “No data. No problem. La Cina ha deciso di sospendere la pubblicazione dei dati sulla disoccupazione giovanile dopo mesi di record allarmanti che hanno visto il tasso di disoccupazione dei residenti dei centri urbani nella fascia tra i 16 e i 24 anni raggiungere il 21,3% lo scorso giugno”. Zhang Dandan, professoressa di Economia presso l’Università di Pechino, ha calcolato che includendo i giovani che non stanno studiando, facendo formazione o attivamente cercando lavoro (contando dunque i cosiddetti neet) il livello di disoccupazionetra gli under 24 in Cina arriverebbe al 46,5% (vedi, di Lucrezia Goldin, “Lavoro, casa, auto: per i giovani il sogno cinese è un miraggio”, il manifesto, 19 agosto 2023).

2 Vedi Gianluca Modolo, “La bolla ora spaventa Xi. No ai salvataggi di Stato”, la Repubblica, 

3 Si veda Limes, Il bluff globale, 4/2023, p. 48-49.

4 P. Krugman, “How scary is China’s crisis?”, New York Times, 21 agosto 2027. Pur riconoscendo la gravità della crisi cinese, paragonabile per genesi e caratteristiche alla grande crisi del 2008, Krugman sostiene che l’impatto sull’economia americana dovrebbe essere marginale, vista la scarsa esposizione degli Stati Uniti verso la Cina sia dal punto di vista finanziario che dell’export. Krugman sembra però relativizzare l’esposizione del debito pubblico americano agli effetti della crisi sulla moneta cinese. 

5Sulla natura e la maggiore o minore efficacia delle politiche di decoupling, vedi Fabrizio Maronta (“Cronaca di un decoupling annunciato”, Limes 4/2023, pp. 39-50): “Il carattere esasperatamente transnazionale delle filiere del valore rende sovente difficile fotografare con accuratezza statisticale dinamiche del commercio internazionale. Gli iPhone, esempio banale ma lampante, sono assemblati in gran parte a Zhengzhou, in Cina, poi spediti negli Stati Uniti da Shangai al prezzo di circa 240 dollari l’uno. Il valore aggiunto ascrivibile a Pechino non raggiunge tuttavia i 10 dollari a pezzo, in quanto la Cina assembla componenti prodotte in gran parte da Giappone, Taiwan e Corea del Sud, che insieme fanno oltre il 50% del costo di fabbrica. Quando Washington impone alla Repubblica Popolare dazi su singoli prodotti o categorie merceologiche, finisce dunque per imporli anche ai propri alleati”.  L’anno scorso gli Stati Uniti agirono in modo molto aggressivo per limitare l’abilità cinese di sviluppare intelligenza artificiale per scopi militari, bloccando la vendita dei chips più avanzati alla base dei sistemi di intelligenza artificiale. Ebbene, a un anno di distanza gli ordini di acquisto cinesi dei più sofisticati processori americani sono addirittura aumentati (vedi Richard Waters (San Francisco), Quianer Liu (Hong Kong), “Chinese demand for hobbled AI chip stays buoyant despite US restrictions”, Financial Times, 22 agosto 2023). Sulle difficoltà del decoupling riferite alle catene del valore dei semiconduttori e delle tecnologie dell’energia pulita, vedi Rana Foroohar, “Inconvenient truths about the green transition”, Financial Times, 7 agosto 2023.

6 Oltre ai membri storici, cioè Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, a partire dal primo gennaio 2024 entreranno Argentina, Egitto, Etiopia, Iran Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Altri 40 paesi sono in lista d’attesa. “I nuovi Brics hanno economie compatibili, desideri politici collimanti, ambizioni geopolitiche convergenti? Neanche per sogno, naturalmente, né il loro accordo è blindato, la campagna acquisti è già iniziata e l’India è corteggiatissima. Un tratto unitario ce l’hanno: si sono irrimediabilmente stancati della supremazia predatoria dell’Occidente democratico, dei paesi che lo guidano (gli Usa), delle istituzioni che ne esercitano le prerogative (il G7, la Banca mondiale, il Fondo monetario). Raramente sono democrazie, praticano le disparità sociali come e meglio di noi, sono robustamente nazionalisti e sviluppisti…” (Roberto Zanini, “Il sud globale si è finalmente stancato di noi”, il manifesto, 25 agosto.Vedi Alec Russell, “The à la carte world: our new geopolitical order”, Financial Times, 22 agosto 2023.

7È utile precisare che, almeno nel breve periodo, non si vuole affatto creare una moneta concorrente con il dollaro. A un tale proposito si oppongono sia l’India sia la Cina, che non vuole aprirsi alla libera circolazione dei capitali. In discussione è invece l’ulteriore allargamento degli accordi swap tra le banche centrali che già permettono il pagamento degli scambi commerciali bilaterali nelle monete locali con una regolazione del saldo (positivo o negativo) ad una determinata scadenza. Questa prassi già molto diffusa permette di aggirare le sanzioni occidentali e riduce sensibilmente il ruolo del dollaro quale moneta di scambio. Infatti, a queste misure si affiancano i forti acquisti di oro, soprattutto di Cina, Russia ed India, che sostituiscono il dollaro nelle riserve delle loro banche centrali. E infatti il ruolo del dollaro, come moneta di riserva, sta leggermente calando anche perché le banche centrali occidentali tendono a preferirgli monete terze come in won sudcoreano e il franco svizzero” (Alfonso Tuor, “È l’ora del Grande sud globale”, Corriere del Ticino, 19 agosto).

8 Vedi James Kynge, “China’s blueprint for global governance”, Financial Times, 23 agosto 2023.


Come impedire che Prigozhin diventi un eroe nazionale

La crisi economica e del mercato immobiliare in Cina mette in serio allarme la finanza globale? 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Con un uno striminzito comunicato ufficiale apparso ieri sul web, il Comitato Interstatale dell’Aviazione russa ha comunicato che “non ci sarà alcuna inchiesta” sullo schianto dell’aereo su cui viaggiava anche Evgenij Prigozhin, il capo dei mercenari della Wagner. Già dal mattino la notizia dell’archiviazione della vicenda, almeno per quanto riguarda l’aspetto civile, era stata anticipata dalla stampa russa. L’ex giornale liberale “Kommersant” – ora abituatosi a passare le veline ufficiali senza commenti –  faceva infatti sapere che la Russia non avrebbe indagato sull’incidente aereo secondo le regole internazionali. “La Russia – afferma il quotidiano moscovita – ha informato l’ente brasiliano per le indagini sugli incidenti aerei che “per il momento” non indagherà, seguendo le regole internazionali, sul perché sia precipitato l’aereo Embraer, appunto brasiliano che ha ucciso Prigozhin.  Il Centro per la ricerca e la prevenzione degli incidenti aerei (CENIPA), nell’intento di migliorare la sicurezza aerea, aveva dichiarato che, se invitato, si sarebbe unito all’inchiesta russa, e se l’indagine fosse stata condotta in conformità alle norme internazionali. 

A metà giornata giungeva anche la conferma ufficiale del portavoce di Putin, Dmitrij Peskov: “L’indagine è in corso. Il Comitato Investigativo della Russia se ne sta occupando. Questo è esattamente ciò che stiamo facendo, la nostra indagine. Non si può parlare di un aspetto internazionale. Si stanno valutando diverse versioni dell’accaduto, tra cui quella del dolo intenzionale”. 

La tattica assunta dal Cremlino è più guardinga che mai. Da una parte si vuole evitare che i servizi occidentali giochino una partita in contropiede dal punto di vista mediatico. L’intenzione di Mosca sarebbe quella di chiudere il caso lentamente, fornendo il minimo delle informazioni, in modo da evitare controinchieste che danneggerebbero ulteriormente l’immagine del regime all’estero. Dall’altra si deve lasciare stemperare l’ondata di simpatia per il capo della Wagner.

Può sembrare assolutamente incomprensibile per l’uomo della strada occidentale, ma a pochi giorni dalla morte, Evgenij Prigozhin è diventato una vera e propria leggenda per una parte della popolazione russa. 

La morte di un ex delinquente comune che aveva scontato 10 anni di prigione in URSS, di un oligarca della San Pietroburgo infestata dalla criminalità organizzata degli anni ’90, del fondatore di una compagnia di ventura accusato dall’Onu di crimini inenarrabili, ha dato il via in ogni città della Federazione a meeting e veglie in suo onore. Manifestazioni di cordoglio che hanno radici profonde nella storia e nella psicologia russa. Prigozhin era – nel modesto immaginario di parte della popolazione russa – l’uomo che sfidava il potere, un novello Emeljan Pugacev o un Nestor Makhno, capace di far battere quel cuore populista che non ha mai smesso di pulsare nella Russia profonda. In questo senso la sua popolarità è tutto tranne che un prodotto confezionato dall’establishment. Già da giorni su “Avito”, l’Ebay russo, sono in vendita delle icone con il ritratto di Prigozhin. Grottesco si dirà, ma il potenziale acquirente viene avvertito nell’inserzione che l’icona non è benedetta: un piccolo problema che si può risolvere con qualche rublo e un prete compiacente.

Il timore che “l’onda Prigozhin” diventi un vero movimento, ancora più pericoloso perché impolitico e irrazionale, sembra preoccupare seriamente i vertici. Non a caso il suo funerale si è tenuto in forma strettamente privata , ma già ieri c’erano oltre 2 chilometri coda per visitare la tomba dell’ex “cuoco di Putin”.

“Si è fatto in modo che quando la bara con il corpo di Prigozhin è stata calata nella tomba, non ci fossero all’ingresso del cimitero assembramenti di cittadini, mercenari e simpatizzanti, né trasmissioni radio-tv e foto sui social media”, ha detto un anonimo interlocutore del “Moscow Times”. La questione del formato del funerale sarebbe stata oggetto di diversi incontri tra alti funzionari del Cremlino e ufficiali dell’FSB, i servizi segreti.

Un anonimo funzionario ha sottolineato che “con la sua richiesta di giustizia, le sue dichiarazioni taglienti e spesso veritiere, ha suscitato emozione tra i russi ed è diventato per loro un ‘eroe del popolo’. Ma noi non abbiamo bisogno di eroi che marciano su Mosca”. Secondo un altro burocrate anonimo, la leadership del Paese “non poteva perdonare” il capo della Wagner: “La sua marcia su Mosca non è stata nemmeno un tradimento, ma un’umiliazione” ha concluso amaramente.

Ma Il rischio che Prigozhin diventi mito c’è, è reale. Anche su scala internazionale, se è vero che paradossalmente in Africa hanno iniziato a chiamarlo il “Secondo Mandela”.  

Nell’immagine: manifestazioni di cordoglio popolare in onore di Prigozhin


Ridateci un dibattito che si possa definire serio

La crisi economica e del mercato immobiliare in Cina mette in serio allarme la finanza globale? 

« Matrioska » è una trasmissione televisiva che propone dibattiti, un “format” (e in generale una pratica volta all’approfondimento dei temi) di cui penso che molti (me compreso) sentano la necessità quanto la mancanza. Ho seguito buona parte del dibattito dello scorso 29 agosto sul tema complesso della «identità di genere”, che partendo dalla agenda scolastica proposta dal Decs e dal Dss ha riunito intorno ad un tavolo o in collegamento un gruppetto di politici di vario orientamento. Non entro nel tema, che è complesso. Mi interessano invece le modalità con cui si è sviluppata la trasmissione, perché spiegano, credo, il declino attuale del dibattito politico e culturale in diversi ambiti della nostra società.

C’è prima di tutto  il problema della preparazione degli interlocutori, che vuol dire del tempo, delle energie e delle intelligenze dedicate all’argomento prima di intervenire: e insomma, per questa via, della competenza e « autorevolezza » ad esprimersi su un tema. Ma, come pare del tutto evidente, oggi ci troviamo in un epoca in cui, soprattutto attraverso i media (social ma non solo) tutti pensano sia possibile parlare di tutto e  la crisi delle « élites » che dovrebbero potersi esprimere su questo o quel tema ma non lo fanno accresce ulteriormente questa tendenza. 

Se pensiamo al programma di martedì sera è forte l’impressione che una parte importante dei presenti non solo non avesse conoscenze sufficienti del tema per parlarne, ma neppure si fosse molto preoccupata di acquisirle, angolando l’approccio alla polemica (che credo superflua) con l’agenda in questione. Certo, in quanto politici, si tratta di persone sollecitate molto (e a volte,  persino troppo) a dire la loro su tutto. E, se l’esperienza che viene dalla politica può ben essere larga, anche per loro pare che la giornata duri ventiquattr’ore, e il tempo per prepararsi adeguatamente non c’è.

In un dibattito, poi, la stessa conduzione può determinarne il livello, che nel caso specifico, mi permetto di dire, mi è parso davvero piuttosto basso, insufficiente per trattare adeguatamente temi tanto  ´delicati’. Su questo argomento, e non riferendomi soltanto allo specifico programma in questione ma più in generale ai dibattiti radiotelevisivi, penso che i mezzi di comunicazione dovrebbero interrogarsi molto di più, a maggior ragione se confrontati, come sono, con la disgraziata iniziativa sulle riduzioni dei finanziamenti voluta della destra neoliberale e leghista.

Tornando al caso di “Matrioska” (emblematico, vorrei dire, di un certo modo di organizzare e costruire i dibattiti televisivi), comincerei dall’esposizione delle tesi di chi parlava e dall’incapacità, con alcune notevoli eccezioni, di esporre le proprie idee. Se l’intento è, discutendo, quello di fare capire all’interlocutore la propria opinione, non è possibile costruire frasi che contengano parentesi e inserti sintatticamente contorti e molto più lunghi dell’idea principale. La dimensione orale del dibattito, che non è un testo scritto su cui si posso tornare con la lettura, non lo permette; e così un ascoltatore si perde e alla fine abbandona.

Credo anche che sia sempre utile un’esposizione pacata che sappia tenere a freno quando è il caso (e lo è stato), sentimenti e giudizi estemporanei, non sostenuti da un’articolata argomentazione. Una foga polemica (del tipo « ma di cosa parliamo »?, ecc.), finisce per svilire la discussione. Non mi piace l’inutile polemica: credo che i giudizi semplicemente  vadano lasciati alla fine, perché solo l’argomentazione prodotta li rende credibili.

Terzo punto. Chi parla in un dibattito dovrebbe esporre, in breve, le tesi principali, pronto ad arricchirle nel seguito. Definire frettolososamente concetti storicamente complessi nello spazio concesso da un dibattito  – penso a termini come « ideologia », « normalità », o al rapporto tra « maggioranza » e «diritto » a essere rappresentato – è certo possibile, ma  richiede una preparazione culturale e capacità di sintesi. Altrimenti sono parole in libertà.

Torno, per concludere, su una questione cui ho già accennato, quella della scelta degli ospiti, e appunto, mi chiedo: perché non scegliere, quando si dibatte un argomento, interlocutori  competenti e che conoscano il tema ? Perché indirizzarsi a un presidente di partito, nei fatti abbondantemente imbarazzato ? Perché invitare un consigliere nazionale e municipale luganese incapace di costruire una controargomentazione efficace che non sia affidata ad aneddoti  scatologici su come evitare il servizio militare ? E perché, invece, non ascoltare chi ha conoscenza vera del fenomeno o lo ha vissuto in gioventù personalmente ? Certo, anche nel giornalismo come in altri campi, occorre informarsi e non semplicemente convocare cantori a chilometro zero. 

A mio personale avviso, solo due interlocutori dei sei invitati alla trasmissione, hanno mostrato un livello di conoscenze fatto di idee e non di battute ad effetto ( penso, in particolare ad una ‘politica’, che è anzitutto una persona che riflette e si informa,  e penso ad un suo collega, che da posizioni diverse, ha perlomeno portato delle testimonianze). Troppo poco.

Molte  domande, forse, in questo mio intervento; ma alla fine anche un sospetto che non riesco a togliermi facilmente dalla mente. Non è che questo modo di fare informazione, e dunque di presentare e affrontare complesse questioni sociali e culturali, sia esso stesso, almeno in parte, responsabile del degrado in cui è scaduta quell’arte della discussione e del confronto di cui oggi, in non pochi e in diversi ambiti, sentiamo la mancanza?

Massimo Danzi è professore di letteratura italiana all’Università di Ginevra
Nell’immagine: gli ospiti in studio della puntata di Matrioska


Le migliori università americane favoriscono gli studenti più ricchi

La crisi economica e del mercato immobiliare in Cina mette in serio allarme la finanza globale? 

Alla fine di giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che la discriminazione positiva basata sul colore della pelle, praticata nelle università, è contraria alla Costituzione. Molti ritengono che questo porterà a un reclutamento più equo. Tuttavia, uno studio pubblicato a fine luglio dimostra che i figli delle famiglie più ricche del Paese hanno maggiori possibilità di accedere alle principali università private. Questo è un fattore determinante per mantenere le persone più ricche in posizioni chiave, perpetuando i loro privilegi nel corso delle generazioni.

Gli economisti Chetty, Deming e Friedman delle università di Harvard e Brown hanno appena pubblicato uno studio approfondito sulle pratiche di reclutamento nelle università americane. Nel loro lavoro, gli autori hanno incrociato i dati relativi a 2,4 milioni di studenti ammessi negli anni 2010-2015 in università americane pubbliche e private altamente selettive. Hanno analizzato le informazioni contenute nelle dichiarazioni dei redditi federali, i risultati dei test di ammissione e i verbali dei comitati di selezione. Hanno evidenziato l’impatto delle pratiche di selezione delle università private più prestigiose, membri dell’”Ivy-Plus” (Harvard, Princeton, Yale, Columbia, Brown, Cornell, Dartmouth, UPenn, Stanford, MIT, Duke, Chicago). Queste dodici università sono tra le migliori al mondo. Iscrivono meno dello 0,5% degli studenti del sistema universitario americano, ma hanno formato, ad esempio, più del 10% degli amministratori delegati elencati nella classifica Fortune 500, un quarto dei membri del Senato degli Stati Uniti e tre quarti dei giudici della Corte Suprema degli ultimi cinquant’anni. A differenza di rinomate università pubbliche come l’Università della California a Berkeley, le università Ivy-Plus favoriscono fortemente i figli delle famiglie più ricche.

I risultati dello studio

Per comprendere i risultati dello studio, è importante ricordare che, a differenza della Svizzera, negli Stati Uniti non è sufficiente aver completato gli studi secondari per iscriversi all’università prescelta. L’ammissione segue un processo di selezione basato sui risultati ottenuti in test standardizzati. Ogni anno, più di un milione e mezzo di giovani si sottopongono al test ACT e un numero equivalente al test SAT. I risultati di questi test, insieme alla media dei voti ottenuti durante l’istruzione secondaria (punteggio GPA), descrivono la loro qualità accademica.

Lo studio mostra che, a parità di qualità accademica, i figli dell’1% delle famiglie più ricche hanno il doppio delle probabilità di entrare nelle università Ivy-Plus rispetto ai figli delle famiglie della classe media. Per far parte dell’1% più ricco, una famiglia deve avere un reddito annuo superiore a 611.000 dollari. La classe media è composta da famiglie con un reddito annuo compreso tra 83.000 e 116.000 dollari. Nel sistema scolastico americano, per i bambini delle famiglie più ricche è più facile ottenere buoni risultati a scuola e hanno maggiori probabilità di superare i test, ma non è questo l’oggetto dello studio in questione. Oltre a questi vantaggi iniziali, il processo di selezione rafforza la discriminazione basata sulla ricchezza.

Tre pratiche di selezione

Sarebbe sbagliato pensare che le università Ivy-Plus favoriscano direttamente gli studenti più ricchi in base al reddito delle loro famiglie. In realtà sono tre pratiche di selezione basate su altri principi che portano alla discriminazione evidenziata.

Le università americane, e quelle private in particolare, attribuiscono grande importanza ai loro ex studenti, che spesso sono anche tra i loro più generosi sostenitori finanziari. L’idea di base che il rapporto tra un’istituzione e i suoi ex studenti non si esaurisca una volta terminati gli studi è di per sé buona. Aiuta a costruire ponti. Ad esempio, i laureati contribuiscono a pubblicizzare i corsi delle loro università ai potenziali futuri studenti e il loro sostegno finanziario viene spesso utilizzato per finanziare borse di studio per i giovani che altrimenti non potrebbero permettersi le esorbitanti tasse universitarie. È quindi naturale che molte università diano la preferenza ai figli di ex studenti o donatori. Questa pratica è chiamata “ammissione per eredità”. Essa spiega il 46% dei vantaggi di cui gode l’1% più ricco.

Un’altra pratica consiste nel dare la preferenza agli studenti che potrebbero rafforzare le squadre sportive universitarie. Data la popolarità di sport come la pallacanestro e il football americano, è difficile immaginare che i figli dei ricchi traggano sistematicamente vantaggio dal reclutamento di atleti per le squadre universitarie. Inoltre, le università Ivy-Plus non sono quelle con le squadre più forti in questi sport popolari. Il mistero si dissolve quando si prendono in considerazione sport come la scherma, il tennis e il canottaggio. La priorità data al reclutamento di atleti d’élite spiega il 24% dei vantaggi di cui godono i figli dei più ricchi.

La terza pratica decisiva è quella di dare importanza alle qualità non accademiche. Qui gioca un ruolo l’ambiente offerto dalle scuole secondarie frequentate dai giovani delle famiglie più ricche. Queste scuole offrono un maggior numero di attività extracurriculari, forniscono una supervisione più stretta e si preoccupano di sostenere gli studenti nel passaggio all’istruzione superiore, ad esempio scrivendo lettere di presentazione personalizzate. Questa patina non accademica di cui beneficia l’1% più ricco spiega il 30% del loro vantaggio sugli studenti a basso reddito.

Come ridurre la disuguaglianza

Alcune università americane hanno abbandonato la discriminazione positiva prima che venisse condannata dalla Corte Suprema, ma allo stesso tempo hanno messo in atto misure per correggere le disuguaglianze legate all’origine socio-economica. Alcune, ad esempio, hanno stabilito contatti più stretti con le scuole secondarie per facilitare l’accesso ai ragazzi meritevoli provenienti da famiglie svantaggiate.

Chetty e i suoi coautori hanno anche studiato come le università Ivy-Plus potrebbero correggere la distorsione nelle assunzioni a favore dei più ricchi. Essi dimostrano che nell’improbabile caso in cui queste università abbandonassero le tre pratiche sopra descritte, ciascuna università ammetterebbe circa 144 studenti in più provenienti da famiglie che guadagnano meno di 240.000 dollari all’anno. A parità di altre condizioni, questo aumento sarebbe equivalente alla riduzione dovuta all’abolizione della politica di discriminazione positiva, ora vietata. Data la difficoltà di eliminare le pratiche illecite, gli autori dello studio propongono una politica di ammissione alternativa, basata sulla considerazione statistica della situazione socio-economica degli studenti con ottimi risultati accademici. Essi dimostrano che tale politica porterebbe a una diversità socio-economica paragonabile a quella ottenuta eliminando le tre pratiche che attualmente accentuano le disuguaglianze. Le università Ivy-Plus potrebbero quindi contribuire concretamente alla diversificazione delle origini socio-economiche dei leader della società americana.

Articolo scritto in francese per “Bon pour la tête” e tradotto qui con la supervisione dell’autore
Nell’immagine: studenti protestano contro la decisione della Corte Suprema


‘Un’Agenda così? Mi sarei sentita meno sbagliata’

La crisi economica e del mercato immobiliare in Cina mette in serio allarme la finanza globale? 

Di Cristina Pinho, laRegione

«Da donna transessuale posso affermare che quello che ho dovuto subire alle scuole elementari, medie e superiori è stato un viaggio all’inferno e che se avessi avuto un regalo come l’Agenda di quest’anno avrei probabilmente intravisto una piccola porta aperta verso un’altra possibilità. Non sarei cresciuta sentendomi così sbagliata e sicuramente avrei avuto qualche strumento in più per capire chi ero e cosa cercavo». Così Christina Rosamilia – attrice, cantante e scrittrice nata e cresciuta in Ticino – si esprime rispetto alla pubblicazione curata da Decs e Dss in cui si trovano le due discusse pagine sulla fluidità di genere, dicendosi favorevole alla sua distribuzione.

‘Prigioniera in un corpo che non riconoscevo’

«Come chiunque si trovi confrontato con la disforia di genere, mi sentivo prigioniera in un corpo che non riconoscevo allo specchio, e questo era bruttissimo», ricorda Christina, riferendosi alla condizione per cui una persona si identifica in maniera intensa e persistente con individui di sesso opposto a quello biologico, e che lei ha conosciuto fin da piccola. La casistica riguardo alla diagnosi clinica di disforia di genere, spiega Christina, «mostra che spesso si manifesta già dai 2 ai 3 anni, anche se può emergere a qualsiasi età. Generalmente però nei bambini non viene diagnosticata fino ai 6-9 anni dato che nella fase precedente non è insolito che attraversino periodi transitori di sperimentazione. Solo se certi atteggiamenti persistono, alcuni genitori portano i figli da uno psicologo o psichiatra per accertamenti».

‘Ho subito un bullismo crudo e spietato’

La disforia di genere, dice Christina per diretta esperienza, «può influenzare la vita in ogni suo aspetto, rendendo impossibile la cosa più importante per un individuo: essere se stesso». Le persone che vivono questa condizione devono affrontare enormi sfide e sofferenze per tutta la vita, spesso fin dall’infanzia: «Ho trascorso l’esistenza sempre con il dito puntato contro. Il periodo peggiore è stato alle Medie. Erano gli anni Novanta a Biasca e il bullismo che ho subito è stato crudo e spietato. Essendo cresciuta in una zona piuttosto rurale e poco incline all’apertura, sono stata isolata, in primis dai professori, che non di rado mi incolpavano per cose che non avevo fatto. Mentre i ragazzi, anche più grandi di me, andando a scuola mi picchiavano, mi lanciavano bottiglie di vetro, mi sputavano addosso, mi ricoprivano di insulti terribili con auguri di morte. Non ricordo nemmeno una ricreazione trascorsa sul piazzale della scuola, mi chiudevo sempre nei gabinetti aspettando che suonasse la campanella e con vari espedienti entravo in aula per ultima e uscivo per prima così da evitare che mi facessero del male. Avevo anche paura di prendere i mezzi pubblici, facevo lunghe camminate. Mi è ad esempio capitato di scendere dal bus a Castione e andare a piedi fino a Biasca per non essere aggredita. Queste sono state le Medie per me, dove non ho trovato nessun supporto».

‘Serve includere, non solo integrare’

La situazione è iniziata a migliorare col passaggio di Christina alle medie-superiori, a Lugano, in quella che allora si chiamava ‘Propedeutica’. «Lì ho incontrato compagni più aperti e disponibili, forse anche perché era una scuola a indirizzo sociale. Vi ho riconosciuto l’intento, seppur rudimentale, di inclusività. Di quel periodo ho un bellissimo ricordo, anche se non certo di tutto. Considerando che eravamo agli inizi degli anni Duemila, ho incontrato dei professori davvero in gamba e avanti che mi permettevano di andare a scuola vestita da donna, a differenza di quanto avveniva alle Medie da cui se mi presentavo così venivo cacciata. Il fatto di avere incontrato un piccolo spazio dove potevo iniziare a essere me stessa mi ha molto aiutata. Altri professori al contempo hanno però cercato di rendermi la vita impossibile, come quello di ginnastica che quando mi stava già crescendo il seno mi obbligava a dormire e a fare la doccia con i ragazzi sia a scuola che nelle gite scolastiche. Tutto questo nonostante le compagne di classe avessero firmato una petizione nella quale c’era scritto che mi permettevano di stare con loro». Christina ritiene che riflessioni come quelle affidate all’Agenda scolastica di quest’anno siano strumenti in grado ad aprire un varco verso una vita di minore sofferenza, e considera la polemica montatavi intorno «perlopiù riconducibile a una strumentalizzazione politica. Bisognerebbe vergognarsi – dice – di sfruttare bambini e ragazzi per contendersi il voto degli elettori. A chi invece ha veramente a cuore il loro sviluppo, vorrei ricordare che non sono giocattoli, sanno capire e ragionare. Dovremmo dare loro più supporto e più attenzione e non certo isolare chi si sente diverso. Perché la credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà esistente è la più pericolosa di tutte le illusioni».

‘Ma non è uno strumento sufficiente per creare un’adeguata consapevolezza sulle tematiche Lgbt’

Tuttavia secondo Christina iniziative come quelle dell’Agenda non sono sufficienti a creare adeguata consapevolezza sul tema: «Ritengo sia molto più utile parlarne a scuola direttamente con gli studenti, sempre ovviamente rispettando il loro benessere. E non per indottrinare o convertire qualcuno. Dal mio punto di vista sarebbe utile inserire la questione Lgbt in un più ampio discorso di inclusione di tutte le minoranze». Inclusione che, nota Christina, va distinta da integrazione: «L’inclusione è un processo continuo e multidimensionale che dovrebbe coinvolgere tutta la scuola: ragazzi, docenti, direttori. Non basta integrare le diversità, occorre fare spazio alla ricchezza della differenza, adeguando, di volta in volta, gli ambienti e la prassi in base a ogni singolarità. Solo così è possibile gettare le basi per creare un domani le condizioni per una piena e attiva partecipazione alla società di ogni suo membro».

‘Aggredita e licenziata per il mio passato’

La consapevolezza è d’altra parte che «non tutti hanno gli strumenti necessari per affrontare queste tematiche. Penso ai genitori e capisco le loro preoccupazioni perché si tratta di argomenti che in Ticino sembrano una novità». Christina ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti, in Spagna, in Inghilterra e in Italia: «Ogni Paese ha la sua realtà rurale, però l’Inghilterra è avanti anni luce. Quando si compilano formulari, anche istituzionali, si trovano caselle come il terzo sesso oppure la possibilità di non rispondere. Inoltre, sempre in Inghilterra l’omofobia o il razzismo sul posto di lavoro comportano il licenziamento immediato. A me in Ticino è capitato di essere aggredita, insultata e licenziata quando il mio passato è venuto alla luce, e anche se ho intentato una causa legale, nessuno è mai stato punito».

‘Terapie di conversione legali: uno scandalo’

Dal suo osservatorio, Christina ritiene che nell’approccio alle tematiche Lgbt in Svizzera ci siano stati miglioramenti fino a qualche anno fa, «ma ora mi sembra che siamo fermi, se non che stiamo regredendo. In Svizzera le terapie di conversione che intendono “curare l’omosessualità” sono ancora legali e questo è scandaloso. C’è molto da fare, e questo perché si tratta di argomenti che poco interessano alle istituzioni. Prendiamo per esempio la transessualità, gli studi a oggi disponibili sono ancora pochi proprio perché manca la volontà di affrontarli». Non c’è quindi da stare allegri, commenta Christina, «perché le cose non stanno evolvendo o ciò sta avvenendo troppo lentamente». Il suo appello è allora a «non negare agli adulti di domani la possibilità di essere persone migliori, più empatiche e attente al prossimo».

Nell’immagine: Christina Rosamilia su uno dei manifesti per il Festival di Locarno del 2015


Perché il Papa su Mosca sbaglia

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Di Nathalie Tocci, La Stampa

Riflettere sulle parole pronunciate da papa Francesco il 25 agosto scorso a una platea di ragazze e ragazzi russi cattolici in occasione della Giornata della gioventù a San Pietroburgo non è facile. Non c’è dubbio alcuno che il Papa sia mosso dalle migliori intenzioni; intenzioni di pace e di giustizia. Ma proprio per questo motivo è importante sottolineare perché quelle parole siano state così gravi, perché abbiano generato sconcerto in Ucraina e nel resto dell’Europa orientale, e sul perché ostacolino la missione e la visione di pace del Vaticano stesso. Il Papa ha parlato della grandezza dell’impero russo, dell’importanza dell’eredità lasciata da Caterina II e Pietro il Grande, ha invitato i giovani a non voltare le spalle a quell’eredità, a quell’identità. Sono parole che Vladimir Putin avrà apprezzato. Perché la guerra di Putin è animata precisamente da quell’identità, da quell’eredità, dall’ambizione non solo di non dimenticare ma di ripristinare quella grandezza; una grandezza fatta di espansione, di occupazione, di assimilazione e di imperialismo. Mesi fa, all’inizio della guerra, quando chiesero al ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, in un incontro privato, chi fossero i consiglieri più ascoltati da Putin, Lavrov rispose con un ghigno: «Caterina, Pietro e Ivan (il Terribile)».

No, non c’è alcun bisogno di incoraggiare i giovani russi a ricordare quell’eredità; un’eredità che Putin purtroppo ricorda e osanna pubblicamente fin troppo. Sono proprio quel ricordo e quell’ossessione di far rivivere un passato glorioso che hanno generato centinaia di migliaia di morti in una guerra che pensavamo appartenesse ad un passato oscuro del nostro continente. L’augurio da fare alla gioventù russa è, pertanto, l’esatto contrario: non quello di riesumare un ricordo di violenza e prevaricazione del passato, ma semmai di creare una nuova identità, l’identità di uno Stato nazione civico russo che rispetti i propri vicini come pari. Perché il dramma della Russia e dell’Europa orientale è proprio il fatto che questo passaggio identitario russo non è mai stato compiuto. È un passaggio che prevede come condizione necessaria ma non sufficiente una sconfitta, che sia militare o politica. L’Inghilterra, la Francia, la Germania nazista e tutte le altre potenze imperiali europee non hanno volontariamente ceduto le loro colonie per amore dei diritti umani e dell’uguaglianza dei popoli. Lo hanno fatto perché hanno perso, che sia stata una sconfitta militare come quella della Francia in Algeria o della Germania nazista in Europa orientale, oppure una colossale sconfitta politica come quella dell’Inghilterra di fronte alla potenza morale del Mahatma Gandhi in India.

In Russia, l’impero è crollato e l’Unione sovietica è implosa, ma durante i caotici anni Novanta non è stata colta l’occasione di abbandonare l’imperialismo per creare una nuova identità civica russa incentrata sulla cooperazione e sul rispetto dei propri vicini. L’augurio da rivolgere ai giovani russi, agli ucraini e a tutti gli europei è che sulle ceneri di questa nuova guerra imperiale, la Russia trovi la forza e il coraggio di re-immaginare se stessa, relegando Caterina e Pietro a un passato diametralmente opposto al suo futuro.

Nell’immagine: Ivan il Terribile, “uno dei consiglieri più ascoltati da Putin”


Il pessimismo sul clima non serve a niente

La crisi economica e del mercato immobiliare in Cina mette in serio allarme la finanza globale? 

Di Rebecca Solnit, da Internazionale

Qualche giorno fa Mark Jacobson, professore d’ingegneria dell’università di Stanford, negli Stati Uniti, ed esperto di energie rinnovabili, ha twittato: “Se gli scienziati che studiano i sistemi energetici basati al 100 per cento sulle fonti rinnovabili sono tutti d’accordo che sono possibili, perché ogni giorno gente che non li studia sostiene il contrario su Twitter e ovunque?”. Una parte significativa dell’opinione pubblica parla del cambiamento climatico con una strana combinazione di fiducia e catastrofismo: fiducia in posizioni basate su informazioni imprecise, superate o false, e disfattismo sul futuro. Forse prendono le informazioni da altri predicatori di sventura su internet. 

Sono intenzionati ad arrendersi prima del tempo e invitano gli altri a fare lo stesso. Se annunci che abbiamo già perso, scoraggi le persone a partecipare. E ovviamente, se non facciamo nulla, accettiamo il risultato peggiore. Spesso ho l’impressione che le persone s’impegnino di più a cercare prove del fatto che ormai abbiamo perso invece che a inseguire una possibile vittoria. Gli allarmi sono preziosi, se accompagnati dall’idea che ci sia qualcosa da fare per impedire che le cose vadano male. Le profezie invece danno per scontato che il futuro sia ormai scritto. Ma i disfattisti spesso descrivono un presente che, secondo i catastrofisti, sta portando ai risultati peggiori possibili. 

Nei giorni scorsi una persona mi ha detto di essere “arrabbiata perché la gente si rifiuta di prendere atto di quello che sta succedendo al pianeta”. Quando le ho mostrato due sondaggi da cui si ricava che nel 2023 “il 69 per cento degli statunitensi vuole che il suo paese prenda provvedimenti per raggiungere il traguardo delle zero emissioni nette entro il 2050”, e che nel 2021 “il 75 per cento degli adulti nel Regno Unito si dichiarava preoccupato per il cambiamento climatico”, è passata a lamentarsi dell’inefficienza dei leader politici e dei negazionisti del clima. Mi sembrava che cercasse ostacoli con cui prendersela e, quando uno poteva essere cancellato, ne tirasse fuori altri. 

In un recente articolo intitolato “Perché i ‘catastrofisti’ del clima stanno prendendo il posto dei ‘negazionisti’?”, pubblicato sul Washington Post, il climatologo Zeke Hausfather, intervistato dalla giornalista Shannon Osaka, ha detto: “Possiamo dire che ultimamente molti climatologi come me passano più tempo a discutere con i disfattisti che con i negazionisti”. I disfattisti hanno un’influenza maggiore dei negazionisti duri e puri, anche perché questi ultimi sono di destra e la destra ha già dichiarato di non voler far niente contro il cambiamento climatico. I disfattisti, invece, scoraggiano persone che altrimenti potrebbero fare qualcosa. Parecchi di loro sembrano animati da una passione evangelica con l’obiettivo di convertire anche gli altri al loro punto di vista. 

Lo stesso giorno in cui mi è stato detto che all’opinione pubblica non importa nulla del clima, un paio di altre persone hanno sentenziato che “i mezzi d’informazione non si occupano” della crisi. Questa era una posizione ragionevole cinque o dieci anni fa, ma ora le cose non stanno più così. La stampa tradizionale, con la sua passione per le scene cruente, la semplificazione delle sfumature dei rapporti sul clima e distrazioni come la falsa svolta sulla fusione nucleare dello scorso autunno, non sta facendo il suo lavoro come vorrei, ma si sta occupando della questione. Proprio quel giorno, per esempio, lo facevano molti articoli sulle prime pagine del Washington Post e del New York Times. 

Nello stesso momento un’altra persona si è lamentata dicendo “è difficile restare ottimisti quando il New York Times ci dice di non preoccuparci e fare un pisolino”, in riferimento a un articolo uscito sul quotidiano che parlava dell’abitudine spagnola di fare la siesta come un modo per affrontare il caldo. Su internet, però, il pezzo era presentato insieme a numerosi articoli seri sull’attuale ondata di caldo estremo. Sono molte le cose che non vanno al New York Times, ma in quell’occasione si stava occupando di crisi climatica in modo adeguato. Molti argomenti veri in passato – per esempio che non avevamo soluzioni adeguate o che l’opinione pubblica non era abbastanza consapevole – oggi non lo sono più. Le condizioni del pianeta, come dimostrano il caldo estremo, le inondazioni e gli incendi colossali in Canada e in Grecia di quest’estate, sono peggiorate, ma le soluzioni sono migliorate. L’opinione pubblica è molto più coinvolta, l’attivismo per il clima è cresciuto, anche se naturalmente deve crescere ancora, e si sono registrate delle vittorie significative oltre all’evoluzione di un settore dell’energia in continuo mutamento. 

Le buone notizie sono poco appassionanti da leggere e di solito le trovo sulle riviste specializzate, nei tweet di scienziati e politici, e in notiziari dedicati al clima. Riguardano spesso il cambiamento incrementale, cioè la somma delle piccole innovazioni coerenti con l’attuale modello di sviluppo, i cui risultati si vedranno nel lungo periodo. Parlano per esempio del fatto che stiamo usando più energia eolica e solare, e meno combustibili fossili per generare energia. Dell’approvazione di leggi, di nuovi materiali per le batterie, senza stoccaggio e di formule meno inquinanti per il cemento. Oppure esaminano sondaggi che dimostrano come la maggior parte delle persone sia a favore di provvedimenti per contrastare il cambiamento climatico. Ci dicono per lo più che abbiamo la capacità (o la stiamo rafforzando) di fare quello che serve per limitare la crisi. Non sono cambiamenti drastici e spesso l’opinione pubblica preferisce sapere come andrà a finire la storia. Ma non possiamo saperlo, perché lo stiamo decidendo ora. 

A molte persone piace avere certezze. Ovviamente è una follia essere sicuri di risolvere il problema, ma sembra che la certezza di una sconfitta non sia sottoposta alle stesse valutazioni. Quella certezza sembra derivare in parte dal presupposto che il cambiamento avviene in modi prevedibili, e che quindi possiamo conoscere il futuro. Tuttavia, come osserva il centro studi indipendente britannico Carbon tracker, “il fenomeno della curva a S si verifica quando una nuova tecnologia di successo arriva a un certo punto critico e poi, una volta superato quel momento, raggiunge velocemente una quota di mercato più grande nel giro di un paio di anni. I pannelli solari, le turbine eoliche e le batterie agli ioni di litio hanno seguito tutte curve di questo tipo. Per ciascuna di queste tecnologie i costi sono calati di più del 90 per cento negli ultimi vent’anni. Di conseguenza la loro crescita ha seguito la curva a S”. 

Il cambiamento spesso non è lineare ma esponenziale o imprevedibile, come un terremoto che libera dell’energia accumulata per secoli. I grandi stravolgimenti all’inizio sembrano piccoli e la storia è piena di sorprese. Non so perché tante persone sono convinte che sia loro dovere diffondere sconforto. Rispetto la disperazione in quanto emozione, ma non in quanto analisi. Ci si può sentire devastati dalla situazione e non dare per scontate le previsioni su come andrà a finire; si possono provare dei sentimenti ma cercare al tempo stesso informazioni da fonti attendibili. I fatti ci dicono che il problema è rappresentato dal settore dei combustibili fossili e da altri interessi di parte; che abbiamo le soluzioni, che sappiamo cosa fare e che gli ostacoli sono tutti politici; che quando lottiamo a volte vinciamo, e che questo è un momento decisivo per il nostro futuro. 

A volte mi chiedo se è perché le persone pensano che non si possa essere fiduciosi e tristi allo stesso tempo. Non ce ne facciamo niente della speranza quando tutto va bene. La speranza non è la stessa cosa della felicità, della fiducia o della pace interiore: è un impegno a cercare opportunità. Le emozioni meritano di essere rispettate, ma le informazioni che ne traiamo riguardano solo noi stessi. La storia è piena di persone che hanno continuato a lottare in situazioni disperate, e lo stesso si può dire per le notizie sull’Ucraina e le Filippine. Alcuni hanno cambiato le circostanze grazie alla loro lotta. Forse è questo che intendeva Antonio Gramsci con la sua frase “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. 

A volte penso che se perderemo la battaglia per il clima, sarà dovuto al catastrofismo tra chi vive comodamente nel nord del mondo, mentre le persone che vivono in prima linea continueranno a combattere per sopravvivere. Ecco perché lottare contro il disfattismo significa lavorare per il clima. 

Rebecca Solnit è una scrittrice e saggista statunitense. Il suo ultimo libro uscito in Italia è “Le rose di Orwell“, Ponte alle Grazie (2022). Questo articolo è uscito sul Guardian. 


Euro come modello e l’ombra del dollaro

La crisi economica e del mercato immobiliare in Cina mette in serio allarme la finanza globale? 

Di Federico Giuliani, Insideover

Soltanto una settimana fa, prima che prendesse il via il vertice Brics a Johannesburg, Luiz Inácio Lula da Silva scriveva sui social network che, in occasione del summit, avrebbe proposto ai Paesi membri del gruppo l’utilizzo di una moneta comune, in alternativa al dollaro, per accelerare gli scambi commerciali reciproci. A dare risalto e valore alle parole del presidente brasiliano c’era un aspetto non da poco: l’incontro in programma in Sudafrica avrebbe, per la prima volta, aperto le porte a decine e decine di nazioni ospiti, alcune delle quali papabili per l’ingresso nel “club”.

Terminati i lavori, in calendario dal 22 al 24 agosto, la realtà è stata però diversa dalle aspettative. Nella Dichiarazione finale del XV vertice Brics non si è parlato di monete comuni, almeno non nei termini e nei modi avanzati da numerosi commentatori, mentre hanno trovato spazio sia l’impegno dei membri del gruppo contro barriere commerciali sia la loro preoccupazione in merito all’utilizzo unilaterale delle sanzioni economiche.

Le parole chiave del summit possono essere ridotte a due: multilateralismo e cooperazione reciproca. Come se non bastasse, è stato esteso l’invito ad Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti a prender parte all’organizzazione a partire dal 2024, in attesa di capire se i diretti interessati accetteranno o meno di fare questo passo in avanti. Che ne è, dunque, della “moneta comune anti dollaro” dei Brics e della sfida all’Occidente? È importante fare chiarezza.

La “moneta comune” dei Brics

Per quanto riguarda la moneta comune, idea amplificata dalla richiamata affermazione di Lula, i Brics non hanno mai davvero inserito in agenda la volontà di adottare una loro moneta circolante. Al contrario, i Paesi membri del gruppo hanno incrementato i rispettivi scambi commerciali adottando le proprie valute, con l’intenzione di accelerare questo processo da qui ai prossimi anni.

La Dichiarazione di Johannesburg, del resto, sottolinea – anzi, incoraggia – l’uso delle monete locali nel commercio internazionale e nelle transazioni finanziarie tra i Brics e i loro partner. La proposta accarezzata da Lula, semmai, riguarda la creazione di una specie di un’unità di conto, come ha sottolineato ItaliaOggi, sul modello dell’Ecu europeo prima che entrasse in vigore l’Euro. L’Ecu, per la cronaca, non è mai stata una moneta circolante, bensì un sistema per agevolare il commercio all’interno dell’Unione europea e con altri Stati, preparando il terreno a quella che sarebbe poi stata un’effettiva unione monetaria (e non solo) dell’Europa.

Inoltre, i Brics non intendono detronizzare il dollaro – impresa pressoché impossibile, tanto più in tempistiche di medio periodo – quanto piuttosto creare una rete commerciale di nazioni partner – tutte economie emergenti o quasi – alimentata, non con il “biglietto verde”, ma con altre valute.

Le sfide e le contraddizioni

Certo, la volontà di creare un sistema economico-valutario alternativo nasce dall’esigenza di quanto accaduto negli ultimi mesi, tra il rafforzamento del dollaro e dei tassi di interesse (gli stessi che aggravano i debiti di certe nazioni) e le tensioni internazionali, responsabili dell’aumento dei costi delle importazioni. Più che “sfidare l’Occidente”, i Brics lavorano comunque per edificare una sorta di nuovo ordine internazionale (economico) adattato alle esigenze dei Paesi membri del gruppo.

In ogni caso, numeri alla mano, nel caso in cui i Brics dovessero davvero estendersi ed includere 11 Paesi, a quel punto staremo parlando di un club impossibile da ignorare, che incarnerebbe il 36% del pil mondiale e comprenderebbe il 47% della popolazione del pianeta.

Il presente ci offre tuttavia un gruppo tanto pragmatico e desideroso di lavorare per le numerose cause comuni, quanto, in parte, bloccato da alcune inevitabili contraddizioni interne. C’è infatti chi, come la Russia, è solita utilizzare una narrazione aggressiva del “Sud globale” contro il “dominio occidentale” e chi, come la Cina, vorrebbe alleggerire i toni. E ancora: mentre Mosca e Pechino sono felici di aver estero l’invito di prender parte ai Brics a nazioni del Medio Oriente, India e Brasile temono – stando ad alcune voci di corridoio – di finire in secondo piano.

“Nessuno ha proposto la questione di una valuta Brics, nemmeno negli incontri informali”, ha peraltro affermato Enoch Godongwana, ministro della Finanza del Sudafrica, in un’intervista a margine del vertice di Johannesburg giovedì. “La creazione di una moneta comune presuppone la creazione di una banca centrale, e ciò presuppone la perdita dell’indipendenza sulle politiche monetarie, e non credo che nessun paese sia pronto per questo”, ha aggiunto, ribadendo il lato frammentario del gruppo. Certo è che le riserve in dollari delle economie emergenti sono scese dal 73% del 2001 al 47% del 2022. Pensare però che i Brics possano coniare una valuta parallela al dollaro è un’ipotesi al momento remota.


Il dopo Prigozhin e la Storia secondo Putin

La crisi economica e del mercato immobiliare in Cina mette in serio allarme la finanza globale? 

Itar-Tass (così hanno ribattezzato l’agenzia ufficiale del Cremlino) ne aveva dato subito notizia. Non aveva certo dovuto aspettare la prova del dna: sì, sul jet della Wagner precipitato sulla rotta Mosca-San Pietroburgo c’era Yevgeny Prigozhin. Lo stesso Putin aveva del resto già omaggiato l’“abile uomo d’affari che ha però commesso errori”, e contro il quale, in un incontro di tre ore, aveva in realtà urlato tutta la sua rabbia, secondo un testimone presente alla sfuriata. Ma si sa, le dittature hanno bisogno dei propri riti, dei propri lavacri. In questo caso anche perché sull’incidente del 23 agosto dovrà essere costruita la verità ufficiale, che naturalmente escluderà che l’ordine di abbattere l’aereo (missile terra-aria, o esplosione di un ordigno a bordo, oppure manomissione prima della partenza) sia stato dato personalmente dal presidente russo che aveva pubblicamente denunciato “la pugnalata alle spalle” dell’ex sodale diventato “traditore”.

Come se quell’ordine dello zar fosse davvero necessario. Nella Russia di Vladimir Putin ci sono apparati dello Stato (infeudato ad ex agenti del KGB, servizi segreti, intelligence militare, guardia pretoriana) che possono muoversi anche con sicuro margine di autonomia quando si tratta di concretizzare la volontà del gran capo. Di morti eccellenti, avvelenamenti ‘opportuni’, pallottole assassine, suicidi più che sospetti, ce ne sono stati abbastanza, e sempre impuniti. Caso fra i più noti, l’assassinio di Anna Politkovskaja, scrittrice, giornalista critica della deriva putiniana: abbattuta nell’ascensore del suo palazzo il 7 ottobre 2006, nel cinquantaquattresimo compleanno di Putin, un “regalo “al presidente.

Così, con Prigozhin finito in chissà quale altro mondo, molti analisti occidentali si sono sbizzarriti nelle ipotesi sul futuro della Wagner. Come se si trattasse davvero di una formazione mercenaria indipendente, e non di una formazione pienamente al servizio del potere: costola dei servizi segreti militari, foraggiata alla grande dal ministero della difesa, incaricata di tutti i “lavori sporchi” formalmente non attribuibili ai dirigenti russi: infiltrazioni in Donbas, operazioni in Africa a sostegno di dittatori impresentabili ma generosi nel ricambiare col provento di materie prime (dall’oro all’uranio) e con l’accresciuta influenza del Cremlino; infine nell’invasione dell’Ucraina sostituendo (vedi assedio di Bachmut) i soldati mossi con imperizia dai vari generali Shoigu e Gerasimov. Sarà sempre dunque Mosca a decidere i futuri impegni degli ex mercenari, soprattutto nel sub Sahara.

Comunque per Putin, forse il peggior peccato dell’ex amico non furono tanto le critiche e gli insulti ai maggiori esponenti del “cerchio magico” moscovita, bensì la contro-narrazione che osò fare Prigozhin sulle cause dell’invasione dell’Ucraina: non colpa della Nato – denunciò – ma degli interessi del “potere verticale” su cui si regge il regime putiniano. Tesi intollerabile per lo zar, abituato a manipolare la Storia che lui stesso rielabora a fini ideologico-propagandistici.

Ma cos’altro aspettarsi da chi ha recentemente dichiarato addirittura che “la Polonia deve ringraziare Stalin” per aver allargato i suoi confini occidentali fino all’Oder-Neisse? Dimentica, Putin, di ricordare sia che a fine guerra Varsavia perse ad est più territori di quanti ne abbia ricevuti poi in compensazione, e di evocare il Patto Molotov-Ribbentrop del 1939: viatico all’inizio della seconda guerra mondiale, in seguito alla decisione di Hitler e Stalin di spartirsi la Polonia. Intesa contenuta in protocolli segreti che in Urss, durante tutto il periodo della guerra fredda, rimasero tali per decenni.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: Vladimir Putin alla parata per il 77mo anniversario della vittoria (sovietica) nella “Grande guerra patriottica”


Il diritto all’aborto: dal Kenya all’Italia

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Ci sono temi, situazioni, problematiche, che anche in contesti geografici, sociali e culturali molto differenti possono improvvisamente indurre a rivenire analogie anche inquietanti, legami misteriosi che mettono in relazione esperienze molto diverse, eppure accomunate da sofferenza e impotenza. Così, le vite còlte in “presa diretta” nei quartieri più poveri e depressi di una capitale africana, possono improvvisamente imporci nuove riflessioni su una questione etica e sociale di grande rilevanza come quella del diritto all’aborto, che ben più vicino, a due passi da casa, pare riproporsi in termini analogamente drammatici.

Impossibilitate a interrompere la loro gravidanza legalmente, ricorrono a intrugli nocivi da loro preparati. Accade negli slum di Nairobi, dove è emerso che diverse ragazze sarebbero costrette a ricorrere a metodi barbarici perché private di vie legali per abortire. «Non ci resta che trovare una soluzione in autonomia. Solitamente, noi giovani ragazze ricorriamo ai metodi più pericolosi. Il detersivo per lavare è parte di questi: economico e facile da reperire», racconta Fatima, una giovane di soli 14 anni. 

Testimonianze simili sono continue. Emerge come la giovane età giochi un ruolo chiave nell’indurre molte ragazze ad appellarsi a metodi “fai da te”. Faith: «Non abbiamo alcuna disponibilità finanziaria. In aggiunta, dobbiamo agire all’oscuro dei familiari e della comunità in senso lato». Chi, infatti, può permettersi un ricovero, ricorre alle cliniche abusive, ma le procedure al loro interno comportano conseguenze devastanti se non mortali per le madri.

L’aborto in Kenya

L’interruzione volontaria di gravidanza, in Kenya, è illegale. È possibile ricorrervi solo quando la salute della donna è in pericolo.  Ne risulta che il Kenya registra alcuni tra i numeri più alti di aborti illegali in Africa e che questi sono tra le principali cause di mortalità materna nel Paese. Degli stimati 6.000 decessi annui, il 17% deriva da complicazioni in seguito ad aborti illegali.  Negli ultimi anni, gruppi di femministe e difensori dei diritti umani si sono attivati con l’obiettivo di prevenire i decessi causati dalle pratiche di aborto non sicure. Nel 2019, era stata presentata anche una proposta di legge sull’assistenza sanitaria e la salute riproduttiva sponsorizzata dalla senatrice di Nakuru, Susan Kihika, che cercava di legalizzare l’aborto. 

Il diritto alla salute riproduttiva non riguarda solo i diritti umani e i doveri costituzionali, ma anche le politiche di salute pubblica. Il diritto alla salute è un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione in Kenya. L’art. 43 sancisce infatti che ogni persona ha il diritto allo standard più alto raggiungibile in materia di salute, il che include il diritto ai servizi concernenti la salute riproduttiva.  Tuttavia, nonostante gli sforzi di numerosi attivisti, la situazione rimane immutata. A contribuire a questa sorta di stallo, le pressioni esercitate dai gruppi religiosi e politici di estrema destra, tuttora forti nel Paese. I gruppi pro-vita hanno una voce autorevole in Kenya e sostengono che la costituzione keniana è già troppo permissiva, consentendo l’aborto nei casi in cui, nell’opinione di uno specialista, sia necessario un trattamento di emergenza, se la vita o la salute della madre siano in pericolo. Tale pensiero è supportato anche da CitizenGo, associazione internazionale legata all’estrema destra spagnola e alla guida della posizione anti-aborto in Kenya, che ha l’obiettivo di frenare qualsiasi legislazione a tutela della salute riproduttiva delle donne. 

Il diritto all’aborto è sicuramente una questione quanto mai attuale in Africa, ma non solo. In un momento storico in cui in molte parti del mondo si è visto un considerevole ritorno al potere di governi conservatori, il tema dell’aborto riempie le pagine di giornali e le prese di posizione della politica anche sull’altra sponda del Mediterraneo.

La situazione in Italia

«Addirittura, a Torino, in un ospedale, si è istituita la stanza dell’ascolto per fermare l’aborto. Una barbarie. Eppure, tutto passa senza indignazione», scrive Emma Bonino.

In Italia, si torna a parlare di aborto con la firma, avvenuta il 31 luglio, all’ospedale Sant’Anna di Torino, di una convenzione per istituire, appunto, una “stanza dedicata all’ascolto” delle donne che intendono interrompere la propria gravidanza. Tale stanza prevede che un gruppo di volontari e volontarie del Movimento per la vita riceva su appuntamento le donne in una stanza dedicata dell’ospedale. La convenzione – firmata dall’Azienda Città della Salute e della Scienza di Torino, uno dei poli sanitari più grandi in Italia, e dalla federazione regionale del Movimento per la Vita, associazione antiabortista di ispirazione cattolica – è stata fortemente sostenuta dall’assessore regionale alle Politiche sociali Maurizio Marrone di Fratelli d’Italia, il partito di destra della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Leader di Fratelli d’Italia che, con la sua elezione avvenuta lo scorso ottobre, è già tornata a parlare di aborto e della legge che in Italia lo rende possibile.

Per limitare l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza non c’è bisogno di abolire né modificare la 194. La legge del 22 maggio 1978 che, in Italia, autorizza l’aborto fino alle dodici settimane di gravidanza, presenta infatti molti limiti. Il primo si lega molto bene a quello che sta avvenendo in Piemonte. La possibilità che ospedali, consultori e strutture sociosanitarie si attivino non solo per garantire l’accesso all’aborto, ma anche per esaminare “possibili soluzioni” e aiutare la persona “a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza”, prevista dall’articolo 5, permette a gruppi antiabortisti di inserirsi facilmente all’interno degli ospedali e di opporsi ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

Il secondo, che per ricorrenza resta il principale in Italia, fa riferimento a un altro diritto fondamentale: quello dell’obiezione di coscienza. Sancita dall’articolo 9 di suddetta legge, l’obiezione di coscienza è andata sempre crescendo, ed è ancora oggi utilizzata, in molti casi strumentalmente, per ostacolare l’applicazione della legge. Secondo i dati del ministero della Salute, nel 2019 il 67% dei ginecologi italiani si è rifiutato di praticare l’aborto, cifra che sale addirittura all’80% in cinque regioni. Il caso Marche, governato da Fratelli d’Italia, ne è l’esempio più palese: solo in questa regione la percentuale media di obiezione per il 2021 è pari al 69%; su 17 strutture sanitarie, 12 sono punti per l’interruzione della gravidanza: in una non si pratica l’aborto (Fermo) e in altre quattro non ci sono ginecologi che non siano obiettori. Quattro strutture su dodici hanno più dell’80% di ginecologi obiettori. In Italia, non si parla di illegalità. È trascorso ormai quasi mezzo secolo dall’introduzione della legge. 45 anni per la precisione. Ma possiamo davvero parlare di diritto conquistato? Una questione che resta aperta, dunque, drammaticamente. In Italia come in Kenya. E non solo.