In Messico destra e cattolici bruciano i nuovi testi scolastici

L'accusa è di diffondere il Diavolo, l'"omosessualismo", il lesbismo e il comunismo. Uno scenario inquietante, cui non si dovrebbe mai arrivare, ma che a furia di rozze approssimazioni e di slogan… 

Da Libération 

Autodafé, appelli alla censura, accuse di indottrinamento e corruzione dei minori. L’inizio del nuovo anno scolastico in Messico, lunedì 28 agosto, è dominato dalle tensioni legate ai nuovi libri di testo gratuiti nell’istruzione pubblica. Un episodio estremo in questa battaglia educativa, politica e legale tra l’opposizione e il governo del presidente Andres Manuel Lopez Obrador (sinistra nazionalista): una settimana fa, alcuni genitori sono arrivati a bruciare un centinaio di libri di testo destinati a una scuola elementare di San Cristobal de las Casas (Sud del Chiapas).

All’unisono con un pastore evangelico, le famiglie della comunità Txotxil (una lingua maya) hanno denunciato che i nuovi libri non sono altro che “il diavolo” e insegnano “comunismo, omosessualismo e lesbismo”. Le famiglie ritengono che i libri di testo difendano i genitori separati, le famiglie monoparentali o le coppie dello stesso sesso, riporta “El Pais”.

Contemporaneamente, migliaia di persone hanno manifestato ad Aguascalientes (nell’omonimo stato, al centro del Paese) dietro uno striscione che proclamava “Educazione sì, indottrinamento no”. Aguascalientes è uno dei cinque Stati governati dal Partito di Azione Nazionale (PAN, opposizione, destra conservatrice-liberale) su un totale di 32 entità federali. Il presidente del PAN, Marko Cortes, ha invitato i genitori a “buttare via i libri di scuola” o a strappare “le pagine che non considerano adatte all’educazione dei figli”.

A titolo di esempio, Marko Cortes critica duramente i nuovi strumenti didattici perché li ritiene veicoli di una riscrittura della storia fatta in modo da favorire López Obrador, parlando, fra l’altro, di “frode” in relazione alle elezioni presidenziali del 2006, ufficialmente perse dall’attuale capo di Stato.

Libri sospesi in diversi Stati

A meno di un anno dalle prossime elezioni presidenziali, la battaglia politica ha preso una piega giudiziaria. La Corte Suprema ha ordinato la sospensione della distribuzione di nuovi libri scolastici in due Stati governati da partiti di opposizione al governo federale (Coahuila e Chihuahua). Anche l’Unione Nazionale dei Padri di Famiglia (UNPF) ha intentato una causa contro la distribuzione dei nuovi libri. L’UNPF accusa il governo di averli redatti senza consultazione, “alle spalle” dei messicani.

Come su altre questioni, il presidente Lopez Obrador si è difeso attaccando i “conservatori”. “È molto retrogrado, è medievale, è l’inquisizione, distruggere e bruciare libri; ha molto a che fare con il conservatorismo della destra”, ha dichiarato in una delle sue conferenze stampa quotidiane.

La revisione dei testi scolastici fa parte del programma del suo governo “Nuova scuola messicana”. L’obiettivo è promuovere “un apprendimento eccellente, inclusivo e multiculturale”, spiega un documento del segretariato (ministero) dell’istruzione pubblica datato 2019.

Andres Manuel Lopez Obrador è stato eletto nel 2018 sostenendo di voler voltare pagina rispetto a 36 anni di “neoliberismo”. Per il presidente, “le scuole messicane mantengono un orientamento neoliberale”, spiega la dottoressa in educazione Irma Villalpando” e quella intrapresa recentemente è ancora una riforma solo sulla carta, perché il sistema educativo è tutt’ora lo stesso”, afferma, riferendosi soprattutto ai tanti problemi infrastrutturali.

Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE, un club di 38 Paesi sviluppati ed emergenti, tra cui il Messico), dal punto di vista dell’ istruzione (capacità di scrittura, matematica e scienze) il Messico ha un “punteggio medio”. “Siamo storicamente indietro nel miglioramento delle conoscenze”, si legge nel documento ufficiale del 2019 che presenta la “Nuova Scuola Messicana”. 

Ma, a quanto pare, c’è chi indietro vuole restare (red.)

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: libri scolastici bruciati a San Cristobal de las Casas il 20 agosto scorso (foto Carlos Lopez)


Un sogno lungo sessant’anni

L'accusa è di diffondere il Diavolo, l'"omosessualismo", il lesbismo e il comunismo. Uno scenario inquietante, cui non si dovrebbe mai arrivare, ma che a furia di rozze approssimazioni e di slogan… 

Di Martin Luther King, da Globalist

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

È ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. È questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

Nell’immagine: Martin Luther King jr. durante il discorso


In agenda il peggio della politica

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Se ne è già parlato in questa sede, con l’intervento di un competente e appassionato uomo di scuola, Adolfo Tomasini; poi, il week-end ha portato altri interventi di presunti esperti, con una peraltro prevedibile colata di lava sul domenicale di via Monte Boglia, tornato a farcire di scontento le cassette verdi disseminate nel belcantone. Un profluvio di opinioni, senza che nessuno si sia peritato di provare a leggere il diario in questione: lo fa, qui, il contributo di Rocco Bianchi, che da solo basterebbe a ricollocare la querelle nei suoi giusti termini: dalle parti del nulla, per intenderci [l’intero diario è inoltre disponibile in formato pdf]. 

 Ma occorre forse, e tristemente, soffermarsi ancora su questo presunto dibattito, legato alle vignette sul tema “gender”, pubblicate nell’ agenda scolastica distribuita in gran parte delle scuole pubbliche dell’obbligo (a partire dalla quinta classe elementare) per esprimere, doverosamente, qualche considerazione generale su una prassi sempre più utilizzata dalla destra politica per affrontare qualsiasi tema che mostri un minimo di complessità e di implicazione emotiva: una tecnica che chiameremo della negazione e demonizzazione. 

Ne ha del resto scritto in maniera lapidaria Silvano Toppi, ma bisogna di nuovo e subito tornarci a malincuore, perché anche in questo week-end ci si è dovuti confrontare ancora una volta con tanta disarmante pochezza argomentativa, quella che ha scatenato i nostri Rottweiler della morale a dimenar fendenti con code e codini contro le vignette “fatte per indottrinare”. Vignette che parrebbero ordite perfidamente per portare l’intera popolazione scolastica (compresi i ragazzini di quinta elementare) non necessariamente a diventare tutti queer o fluidi, ma certamente tutti di sinistra (che fra un po’, di questo passo, sarà additato come un sinonimo).

Ecco che ci risiamo, insomma: un tema complesso, che chiama in causa aspetti diversi (dal sociale al psicologico) e che trova nella scuola, necessariamente e faticosamente, l’ambito in cui si misurano ed adattano esperienze e dove sperimentano soluzioni, sempre migliorabili, viene “sterilizzato”, ridotto ai minimi termini perché, alla fine, lo si possa semplicemente “negare”.

La demonizzazione, secondo stadio dell’operazione, consiste poi nel rilevarne la matrice, ovviamente di sinistra, proprio come avviene regolarmente per le preoccupazioni e gli allarmi relativi, ad esempio, al tema migratorio o a quello climatico. Tutti isterismi, si dice, che nascondono il machiavellico intento di arruolare al pensiero dominante (mainstream, piace tanto anche se non è in dialetto), che ovviamente è di sinistra, o meglio (dalle nostre parti) rosso-verde, pericolosamente “brutta copia del PD italico” (eh, già, vuoi che il peggio non venga da lì?).

A questo punto ogni discorso che voglia proporsi di essere minimamente articolato finisce bellamente spazzato via dall’impeto declamatorio e dai giudizi perentori da riassumere in slogan, buoni per i litigi via social e soprattutto per raccattar consensi presso gli eterni scontenti in manco di nemici.

Così, la prima pagina del “Mattino”, e poi la pagina due, e poi la pagina sei, non solo ribadiscono e rafforzano la logica per cui il problema non esiste perché “ognuno è libero di sentirsi donna, uomo o canarino”, come ha scritto un sindaco che si sente spiritoso mostrando tutta la pochezza della propria “Weltanschauung” (Marchesi dixit), ma portano poi subito il discorso sul piano politico-elettorale, per arrivare alla conclusione che “è ora che il DECS cambi colore”. Argomenti sul tema “orientamento sessuale”? Zero. Rispetto per chi li vive? Zero.

Poi, certo, in mano leghista o Udc, la pubblica educazione avrebbe tutt’altre priorità: finalmente si investirebbe in corsi di tiro, per esempio (Pamini duxit). E poi, perché mai dovrebbe restare pubblica quando con le private tutti questi problemi non ci sono e si risparmierebbe un bel po’ di tempo e di soldi oggi dilapidati per mantenere quest’orda di insegnanti fanigottoni?

È davvero triste dover tornare su questo tema, quando si pensi alle tante e reali fatiche affidate dalla politica, dalle famiglia, dalla società, ai tanti insegnanti che da oggi tornano a scuola sperando di riuscire a fare del proprio meglio non solo per svolgere i compiti educativi loro destinati e per cui sono formati, ma anche per fare, loro malgrado, da parafulmine di tutte le gravi inadempienze che la politica sociale ed i suoi sedicenti interpreti nascondono ogni giorno al suono di “non è vero, e se è vero non è colpa mia, è tutta colpa loro”. 

Anche questi fenomeni qui, che si aggirano fra banchi, banche e banchetti, dovremmo ricordarci che sono a carico dei cittadini. 

Nell’immagine: Francesco Sottobosco, “Tessiner gothic”, 2023


Piccola ma esaustiva descrizione dell’Agenda scolastica ticinese 2023-24

L'accusa è di diffondere il Diavolo, l'"omosessualismo", il lesbismo e il comunismo. Uno scenario inquietante, cui non si dovrebbe mai arrivare, ma che a furia di rozze approssimazioni e di slogan… 

Come ogni anno, da tanti anni, il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS) il primo giorno di scuola ha distribuito agli allievi delle scuole medie, a quelli del primo anno delle superiori e a quelli di quinta elementare l’agenda per l’anno scolastico 2023-24, pensata, scritta e pubblicata in collaborazione con il Dipartimento della sanità e della socialità (DSS) e l’associazione Radix; come ogni anno, da non molti anni, la sua pubblicazione ha dato il la ad alcune polemiche in salsa prettamente cantonticinese, con corollario di interrogazioni al Consiglio di Stato e Municipi vari così come di altri atti politici in Gran Consiglio e Consigli comunali (per non parlare delle petizioni online).

Dopo averne letto e sentito parlare da più parti senza peraltro averla mai potuta leggere nella sua interezza, siamo finalmente in grado di descrivervi cosa i nostri giovani virgulti si troveranno davanti. Ossia il contesto in cui sono inserite le due pagine tanto contestate.

Il tema dell’agenda di quest’anno, ossia il suo filo conduttore, è “quello dello sguardo e della relazione con le altre persone”, come scrivono gli autori nella loro prefazione. Dunque “come imparare a rispettarsi a vicenda? Come aiutare chi ci circonda ad essere migliore?”.

Ne consegue che – vale per l’agenda così come per qualsiasi altro testo – l’interpretazione critica dello scritto per essere corretta e non tendenziosa o addirittura capziosa (che poi per evitare qualsiasi uso ideologico dei temi ivi espressi i polemisti nostrani abbiano pensato bene di rivolgersi in varie forme alle autorità e alle formazioni politiche, luoghi dove l’ideologia appunto dovrebbe farla da sovrana, è un simpatico paradosso che meriterebbe un ulteriore approfondimento), non può esimersi dal continuamente riferirsi a questo assunto.

Così dopo una trentina di pagine “normali” per comunicazioni, materie, impegni scolastici, compiti eccetera, gli studenti si trovano di fronte le prime vignette: da una parte (pagina dispari) una ragazza con i capelli blu che ha difficoltà ad accettarsi e guarda con invidia le altre proprio perché “mi piacerebbe essere qualcun’altra (…) magari quella ragazza bionda che gioca a frisbee”, dall’altra (pagina pari), proprio la ragazza bionda che pensa invece che l’altra sia “unica”, che abbia ”qualcosa di speciale” e che la vorrebbe “come amica”. Lo sguardo appunto, quello di sé e quello degli altri, che non sempre coincidono. Non a caso, si gira pagina e se ne trovano altre due sotto il titolo “Come posso valorizzarmi”, con una serie di test e rimandi per scoprire i propri punti di forza.

Si continua per un’altra decina di pagine e dopo una informativa sul Consiglio cantonale dei giovani, troviamo la seconda vignetta: pagina dispari un ragazzo di colore che sogna “un mondo dove il colore della pelle non conta”, dall’altra un ragazzo bianco che lo vede uguale a sé (stesso taglio di capelli, stessa felpa e “ascoltiamo la stessa musica”), che proverà a parlargli perché così, chissà, magari diventeranno amici.

Un’altra decina di pagine e troviamo un ragazzo vestito di nero “pronto ad esplodere” dalla rabbia che sente dentro, dall’altra una ragazza che proverà a trasmettergli “un pizzico del mio inossidabile ottimismo”). Stesso intervallo, ed ecco due ragazzi incapaci di entrare in contatto, “perché sicuramente una/o come me manco se la/lo fila”. Dopo una pagina dedicata a “Come costruire un progetto”, ecco un ragazzo che “studiare proprio non mi riesce” a fianco della supposta secchiona della classe, “sicura che se studiassimo assieme saremmo un coppia imbattibile: lui con le sue idee originali, io con la mia tenacia da bulldozer”.

Ed ecco che finalmente arriviamo alle due paginette incriminate, il cui dialogo quindi riportiamo per intero: pagina dispari, una ragazza che “nessuno sembra capirmi, io per prima. A volte mi sento ragazza, a volte invece mi sempre di riconoscermi in un maschio. Non si tratta di una cosa superficiale o momentanea, ma di qualcosa che mi sconvolge nel profondo e che mi interroga costantemente. Al contempo è qualcosa che sento fare parte di me e che mi appartiene”; pagina pari una ragazza che “guarda quella tipa come è… fluida. Io non giudico le persone per il loro orientamento sessuale o per la loro identità di genere. Trovo che ognuno abbia il diritto di cercare di essere la persona che sente. Non è facile per nessuno, perché allora non aiutarsi a vicenda? Ora le chiedo se le va di uscire”. Seguono due pagine sulla “Autoconsapevolezza”, ossia risorse e qualità ma anche paure e insicurezze, in modo da imparare a credere in se stessi.

L’agenda prosegue poi sullo stesso schema: una ragazza “come se avessi una vipera nel cuore” e la sua contraltare che spera che un  giorno possa riuscire a colmare questo suo “buco nel cuore”; una pagina dedicata ai corsi per studiare meglio; il ragazzo “elefante in un  negozio di cristalleria” e quello che invece vorrebbe aiutarlo “a sentirsi bene nella sua pelle”; quella che si sente “un’aliena” e ne soffre di fianco all’ottimista che “il mio superpotere è avere fiducia nella vita e nelle altre persone”; due pagine dedicate alla “Insicurezza” ; due pagine intitolate  “la Legge giovani ti sostiene”; due pagine sul “Rispetto”; tre al progetto “Dillo!” dell’Associazione Radix; due in cui si trova il gioco da tavolo “Play4respect” ideato dall’Associazione per l’aiuto, il sostegno e la protezione dell’infanzia, due vignette finali in cui un ragazzo si interroga su “che persona sto diventando”, la sua controparte che si dice che “l’importante è che alla fine ti guardi allo specchio e ti dici che hai cercato di fare del tuo meglio per essere una persona migliore in un modo migliore”. Seguono info utili su Ticino e Grigioni italiano (aiuto in caso di difficoltà, formazione, dipendenze, sessualità, salute, tempo libero e discriminazione). Ecco qui, in estrema sintesi, la descrizione completa dell’agenda che “indottrina i nostri studenti e propaganda l’ideologia gender” (il virgolettato è preso dallo scritto di un contrario).

Nell’immagine: un’illustrazione dell’Agenda che tocca il problema dell’obesità e dei disturbi alimentari


Agenda… elettorale

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Panama senz’acqua

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Le conseguenze del cambio climatico non risparmiano alcuna area del globo. Anche nel tropicale istmo centroamericano, dove nella norma si alternerebbero due stagioni (quella delle piogge da maggio a novembre e quella secca fra dicembre e aprile) ogni equilibrio sembra saltato. E aldilà dell’intensificazione dei fenomeni, con l’incremento di uragani specialmente sulla costa caraibica, la corrente de El Niño ha comportato una secca diminuzione delle precipitazioni, oltre che un’accentuata velocità di evaporazione delle acque. A tal punto che lo stesso Canale di Panama, che interessa fino al 4% del commercio marittimo mondiale (e il 40% di tutti i containers in circolazione degli Stati Uniti, maggior fruitore) ne sta soffrendo. A differenza infatti di altri attraversamenti come il Canale di Suez, retto da acque marine, quello panamense (lungo 81 km e percorribile mediamente in una decina di ore) è alimentato da acque piovane raccolte in invasi naturali in altura che finiscono nel sistema idraulico di chiuse di innalzamento (28 metri) e successivo abbassamento delle imbarcazioni che transitano sul lago Gatún e la via fluviale Culebra; per poi ogni volta perdersi nei due oceani nella misura di decine di milioni di litri.

Non è un caso che l’amministratore dell’Autorità del Canale, Ricaurte Vasquez, abbia lanciato l’allarme e disposto una riduzione del numero dei mercantili che lo possono attraversar giornalmente, oltre a limitare il loro pescaggio a un massimo di 13,41 metri. Risultato: code enormi (arrivate fino a 165 navi ferme in attesa) e perdite previste per il 2024 di almeno 200 milioni di dollari in pedaggi rispetto ai 4.900 milioni di entrate complessive stimate per quest’anno (maggior fonte di entrate per il paese). Anche i cargo più grandi sono costretti a ridurre la loro stazza trasferendo parte de containers su ferrovia nel porto di entrata di Balboa sul Pacifico, per recuperarli poi in quello di uscita di Colón sull’Atlantico (o viceversa). Ma ciò incrementa i costi di un terzo, oltre che raddoppiare inevitabilmente i tempi d’attesa agli ingressi (da 9 a 18 giorni).

Dallo scorso anno poi, per risparmiare acqua, il transito interoceanico era già stato ridotto a 32 navi giornaliere dalle 39 del 2022 (per un passaggio complessivo allora di 14.239). Il rischio di un venir meno dei fruitori si fa di conseguenza ancor più incombente visto che fra l’altro già da tempo si costruiscono navi cargo molto più grandi  (rispetto alle misure limite Panamax) rendendo più conveniente circumnavigare i due oceani doppiando lo stretto di Magellano.

Al prolungarsi delle siccità in un’area storicamente fra le più piovose al mondo, e viste le enormi spese di manutenzione, non è da escludere dunque che un giorno la via interoceanica possa addirittura chiudere. Il che conferma l’azzardo del recente raddoppio e ampliamento delle chiuse del Canale per il passaggio di imbarcazioni più capienti (Neopanamax) rivelatosi pressoché uno spreco. Dopo il referendum popolare di approvazione del 2006, i lavori di ampliamento (cui partecipò pure la italiana Impregilo) si sono infatti conclusi nel 2016 senza che paradossalmente la via d’acqua abbia mai potuto sfruttare al massimo la sua capacità, gettando al vento i 5 miliardi di dollari impiegati. Quando era già fin troppo chiaro a tutti da un pezzo il trend delle mutazioni climatiche

Il Canale di Panama fu inaugurato nel 1914, appena poco più di un secolo fa. Allo scopo gli Stati Uniti sottrassero di fatto alla Colombia il Darién (punto più stretto e invivibile dell’istmo) propiziando la nascita della Repubblica di Panama, cui impose di affittargli sine die la cosiddetta Zona del Canale. Ben presto vi si installò pure la sede del Comando Sud della U.S. Force, con relativa Escuela de las Americas. Da dove sono passati tutti, dicasi tutti, i dittatori militari che si sono alternati nei decenni del secolo scorso nei paesi latinoamericani: da Anastasio Somoza in Nicaragua ad Augusto Pinochet in Cile.

Fu solo nel 1977 che vennero sottoscritti i Trattati Torrijos-Carter, dal generale panamense anti gringo Omar Torrijos (capo della Guardia Nacional) che minacciò gli Usa con la famosa frase: “basta una scimmia per far saltare in aria il canale”. Nel 1984 fu così chiusa la fatidica scuola militare. Mentre successivamente il Comando Sud venne trasferito nella Carolina del Nord. Fino all’attribuzione definitiva del Canale alla sovranità panamense il 31 dicembre 1999. In un paese dove ancora oggi la moneta ufficiale è il balboa (dal conquistatore spagnolo che per primo attraversò l’istmo scoprendo un altro oceano) simbolicamente coniato ma dove da sempre circola solo il dollaro.

Con l’invasione dei marines del dicembre 1989 (che seguimmo da laggiù) durante la quale fu arrestato e deportato l’enigmatico successore di Torrijos, generale  Antonio Noriega, si temette che il presidente George Bush (padre) intendesse mettere in discussione quei trattati. In realtà già allora gli Usa compresero che, nonostante pure il successivo interessamento della Cina alla gestione dei porti d’ingresso, il Canale avrebbe perso gradualmente buona parte della sua valenza strategica. Anche se ancora non era così palese la sua fatale dipendenza dal clima.

Articolo scritto per il manifesto
Nell’immagine: la siccità nel lago artificiale Alajuela, riserva d’acqua per il canale di Panama


Vite in fuga, alla ricerca di qualche speranza

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Sono passati due anni da che, in Afghanistan, i talebani hanno ripreso il potere. Violenza, oppressione, povertà, fame. E ancora: oltre un terzo delle bambine e dei bambini è costretto a lavorare per aiutare la propria famiglia o per cercare almeno, tra mille pericoli, di mantenersi (questo è il triste quadro descritto da “Save the Children” nel suo ultimo rapporto). Due anni sembra siano bastati a sbiadire lo sdegno, l’attenzione e, forse, anche un certo senso di solidarietà verso questo popolo, o meglio, per i diversi popoli che abitano quelle terre. A due anni di distanza – e sono i dati più recenti, quelli del mese di luglio, dell’Ufficio federale delle dogane – il maggior numero di entrate irregolari in Svizzera è proprio di persone di origine afgana.

Ma non ci sono solo i nuovi arrivati: la storia degli afgani in Svizzera ha radici lontane. I primi raggiunsero la Confederazione una cinquantina di anni fa, dopo il colpo di stato del 1973: facevano parte della vecchia élite monarchica. La maggior parte di loro, oggi, ha la cittadinanza svizzera ed è perfettamente integrata. Da lì in poi le ondate migratorie si sono via via susseguite: un paese che non ha conosciuto e non conosce pace da oltre quarant’anni e ha visto partire più di due milioni e mezzo di persone ( verso l’Europa, molti verso paesi vicini come il Pakistan o l’Iran, e da lì ancora per il Vecchio Continente). Una popolazione eterogenea sia per religione, lingua, cultura, sia per formazione.

Una eterogeneità che ritroviamo anche tra chi vive in Svizzera, rendendo così difficile parlare di una “comunità afgana” poiché sono tante e diverse le etnie che provengono dallo stesso paese: i pashtun (la più numerosa), i tagichi, gli hazara (vittime di continue persecuzioni, violenze e discriminazioni). E sono solo alcuni dei popoli che vivono in Afghanistan. Una realtà complessa che rende difficile comprendersi e sostenersi quando, e molte volte capita, non si parla magari nemmeno la stessa lingua: “C’è un profondo senso di solitudine, una sofferenza, per molti afgani che vivono in Svizzera, anche in Ticino” mi dice Aresu Rabbani “a volte è difficile per le persone aprirsi e cercare aiuto anche tra di noi: ci sono difficoltà linguistiche ma anche diffidenza”.

Aresu Rabbani, è arrivata in Ticino 15 anni fa con la madre, una sorella e quattro fratelli, il più piccolo non aveva nemmeno un anno. Hanno attraversato le montagne innevate del loro paese, poi l’Iran…un viaggio rischiosissimo, ma sempre meno pericoloso che restare in Afghanistan dove i talebani le avevano rapito il padre e ucciso alcuni familiari. Negli anni successivi, sono arrivati in Ticino anche gli altri suoi due fratelli, già esuli in Iran.Qualche anno fa, sono riusciti a rintracciare anche il papà e, dopo un’infinita serie di difficoltà, non da ultimo la salute dell’uomo, incarcerato per oltre un decennio in condizioni disumane, Aresu è riuscita a ottenere il ricongiungimento familare e trasferire qui anche suo padre.

La sua tenacia e la sua buona integrazione sono state cruciali. Una determinazione che Aresu ha sempre dimostrato: ha frequentato il liceo a Mendrisio poi è partita per Zurigo dove ha iniziato gli studi e dove oggi vive e si sta formando come ostetrica. Mi racconta che a Zurigo si è trovata subito bene e per lei è stato facile integrarsi. La città offre maggiori possibilità affinché questo avvenga. Aresu ha pure ottenuto il passaporto svizzero e collabora, fin dalla sua fondazione con Asylex un’associazione che ha come obiettivo informare, accompagnare e aiutare altri profughi a ottenere l’asilo o un permesso, o un ricongiungimento familiare. 

La strada verso l’accoglienza e l’integrazione non è facile e lei lo sa bene: nella sua famiglia, sua sorella, come lei, ha ottenuto il passaporto, un fratello ha un permesso B, la madre e altri 4 fratelli hanno un permesso F (da oltre 10 anni) e un fratello – con la moglie e un bambino –  è ancora senza alcun permesso: sono NEM, “non entrata in materia”. Una situazione che crea enormi difficoltà, isolamento, insicurezza, impossibilità di lavorare e la paura costante di dover tornare in un paese martoriato sia dalla miseria, sia dalla violenza. Ma anche vivere con un’ammissione provvisoria non è facile: e infatti, per la madre di Aresu, che da 15 vive con un permesso F, è impossibile trovare un lavoro o anche semplicemente fare del volontariato: le sue competenze linguistiche sono scarse, nonostante gli anni passati in Ticino. Anni che ha dedicato alla cura dei figli, a crescerli e a proteggerli. Anni “persi” per il suo percorso d’integrazione. Una situazione che le ha lasciato conseguenze anche sulla salute, sia fisica sia psichica, rendendo ancora più ostico il suo inserimento a livello sociale e lavorativo. 

E la vita da “ammessi provvisoriamente” tocca molti, moltissimi afgani che vivono in Svizzera e in Ticino: “Certo, c’è uno statuto di protezione, viene concesso loro il permesso di restare nonostante non abbiano diritto all’asilo, di ricevere di che vivere… Ma poi? Molti si sentono come parcheggiati e dimenticati” mi dice ancora Aresu “per loro non è vita: vorrebbero imparare la lingua trovare un lavoro, seguire una formazione e ricostruire – o costruire – il proprio futuro, la propria vita. 

Tra le ultime generazioni, che hanno lasciato l’Afghanistan negli ultimi anni, ci sono persone che hanno avuto l’opportunità di studiare, a differenza dei loro genitori. In Svizzera sono arrivati anche giovani che hanno una formazione in ambito della comunicazione, dell’audiovisivo o del giornalismo che proprio per questa loro scelta hanno dovuto lasciare il paese. Ora sono qui e non riescono a ripartire, le loro competenze valgono poco o nulla e devono ricominciare daccapo. Ma come? Se il permesso F è un ostacolo quasi insormontabile nella ricerca di un posto di lavoro? Se ricevono solo risposte negative? Si sentono persi…delusi, tristi, soli. E si sentono in colpa perché spesso le famiglie investono tanto, tutto, su chi parte: la speranza, la possibilità di essere a propria volta aiutati anche e soprattutto economicamente. E così, molti nemmeno raccontano delle loro difficoltà, degli insuccessi, ai familiari: si tengono tutto dentro e quella sofferenza diventa malattia”. Alcuni soffrono di disturbi da stress postraumatico e “in questo limbo” non si sentono comunque al sicuro. Hanno paura, paura di essere rispediti, da un momento all’altro, in Afghanistan. Temono per la loro vita.

Una sofferenza che Ali (il nome è di fantasia) conosce bene perché questa precarietà, questo sentirsi “parcheggiato” li vive sulla sua pelle. Arrivato due anni fa nella Svizzera tedesca si è subito impegnato  – nonostante tutte le difficoltà – a ripartire, a farsi una vita, lontano dalla sua casa, dai suoi cari: “Ero liceale quando sono scappato dall’Afghanistan e ho dovuto lottare contro la nostalgia: era tutto nuovo e sconosciuto: mi ci sono dovuto abituare. Vivo con una famiglia ospitante e mi sono costantemente impegnato a imparare il tedesco e a integrarmi nella società. Era il mio obiettivo principale perché la Svizzera offre tante opportunità”. Quali sono i tuoi progetti, i tuoi sogni, gli chiedo: “Sto cercando di diventare meccanico d’automobili, per trovare al più presto un lavoro e mantenermi ma, ogni volta che mi rivolgo a un’azienda per lo stage, mi dicono che le mie competenze linguistiche non bastano, non so abbastanza bene il tedesco. Allora mi sono rivolto al mio responsabile per l’integrazione per chiedere di poter perfezionare il mio tedesco, ma mi ha risposto che possono fornire un sostegno finanziario solo fino al livello B1, e io avrei bisogno almeno un B2 o un C1… Ho proprio un po’ perso la speranza a volte non capisco come la Svizzera mi tratta, è un modo ambiguo e mi sento discriminato.”

“Sai, ci sono persone – afgane come me – che non hanno retto a questa incertezza nell’accoglienza e a questa solitudine e si sono tolte la vita.” Certo, Ali, purtroppo lo so…

Nell’immagine: il Permesso F


Thailandia, il prezzo da pagare per il potere

L'accusa è di diffondere il Diavolo, l'"omosessualismo", il lesbismo e il comunismo. Uno scenario inquietante, cui non si dovrebbe mai arrivare, ma che a furia di rozze approssimazioni e di slogan… 

La lunga e dolorosa lotta di potere che per due decenni ha visto l’ex Primo Ministro Thaksin Shinawatra e la sua famiglia, opposti al potente esercito thailandese, si è conclusa con l’ennesimo colpo di scena, degno della serie televisiva Trono di Spade.

Per coloro che hanno seguito la politica thailandese degli ultimi 20 anni, rivedere Thaksin in patria, dopo 15 anni di esilio ed essere testimoni, lo stesso giorno, della nomina a Primo Ministro del suo alleato, Srettha Thavisin, ha dell’incredibile. 

Eppure martedì 22 agosto, tutti i pezzi del puzzle si sono incastrati, secondo un copione che si stava scrivendo da anni: Thaksin Shinawatra, deposto da un colpo di stato militare nel 2006 e in auto-esilio dal 2008 per sfuggire a una condanna a 10 anni di reclusione, è tornato in Thailandia, tra l’entusiasmo di centinaia di sostenitori e l’oscuro consenso degli stessi militari che lo hanno sempre disprezzato.  Scortato ed arrestato dalla polizia al suo arrivo all’aeroporto, il miliardario 74enne ha trascorso solo poche ore in prigione e nella notte è stato trasferito in un ospedale per problemi di insonnia e pressione, in attesa della possibile grazia del Re. Tutte componenti del presunto accordo raggiunto con l’élite, dopo lunghi negoziati che potrebbero costare però un caro prezzo al suo partito populista, il Pheu Thai.

Per assicurarsi che tali eventi avvenissero senza più ostacoli, era necessario includere nella coalizione di governo, i partiti filo-militari, malgrado la loro pesante sconfitta nelle elezioni politiche. Questo è avvenuto nei giorni scorsi, dopo mesi di manovre politiche che hanno portato all’esclusione dai giochi del vero vincitore del voto di maggio, il partito progressista Move forward, che chiedeva un emendamento della controversa legge sulla lesa maestà. Il tentativo del suo leader, Pita Limjaroenrat, di formare un governo e la sua candidatura a Premier, sono stati ripetutamente bloccati. Malgrado la promessa di non unirsi ai gruppi vicini all’esercito, il Pheu Thai non ha esitato a voltare le spalle a Move Forward ed allearsi ai nemici di sempre, pur di tornare al potere e fermare una nuova potenza popolare, che, per la prima volta in decenni, lo ha superato alle urne.

Per numerosi sostenitori di Thaksin, conosciuti in passato come le camice rosse, gli eventi dei giorni scorsi, rappresentano il tradimento definitivo di un uomo e un partito, considerati eroi della classe operaia, grazie alla loro lotta contro i soprusi dell’elite. Secondo un sondaggio, quasi due terzi degli elettori disapprova la mossa di Pheu Thai di formare un governo con i due principali partiti di allineamento militare.

Il ritorno di Thaksin dimostra quanto la sua influenza e quella della sua famiglia non siano mai venute meno, sebbene altri partiti abbiano cercato di dare delle alternative agli elettori. Ma gli elettori non contano in Thailandia. Se il 14 maggio scorso non fossero andati alle urne, non avrebbe fatto alcuna differenza, perché oggi, alla guida del Paese, non ci sono né il partito, né il leader per cui hanno votato.

Il Pheu Thai sta però giocando con il fuoco. Il partito di Thaksin ha uno svantaggio numerico rispetto ai gruppi conservatori della nuova coalizione e avrà bisogno del loro sostegno per qualsiasi disegno di legge che vorrà presentare.  La prossima battaglia sarà per le posizioni chiave di gabinetto. Passi falsi o disaccordi potrebbero fornire ai conservatori e ai militari un pretesto per porre fine alla strana e fragile alleanza e lanciare un nuovo colpo di stato. 

Dopo tanti anni vissuti all’estero, vien da chiedersi se l’ex-Premier sia cosciente del fatto che, sebbene i giochi di poteri siano gli stessi, gli elettori non sono quelli di 20 anni fa. Le nuove generazioni erano serie e determinate quando hanno espresso la voglia di cambiamento, scegliendo una nuova forza politica e nuovi volti. I giovani thailandesi non sono ciecamente leali al partito di Thaksin, come lo erano i propri genitori, e il Pheu Thai, per restare al potere, ha bisogno anche del sostegno del popolo, disilluso dai recenti eventi.

Nell’immagine: Thaksin Shinawatra 


Le due vite di Toto

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C’è stato un prima e un dopo, nella vita di Salvatore Toto Cutugno.

Un prima contrappuntato da un lavoro in sordina, dietro le quinte, a coltivare quello che lui stesso percepiva come un talento (stimolato dalle insistenze del padre che, ancora piccolo, l’aveva voluto nella banda di La Spezia al tamburo) ma cui non riesce a dare un indirizzo preciso. Ci vorrà dunque l’incontro con Vito Pallavicini, cui si deve la paternità di “cerco l’estate tutto l’anno e all’improvviso eccola qua”, per imparare i rudimenti del mestiere. Un sodalizio, il loro, che gli permette di varcare già negli anni 70 i confini nazionali, offrendo parole e musica nientemeno che alla Francia – dove gli chansonnier cominciavano a scarseggiare – nella figura dell’artista Joe Dassin, grazie a brani come Si tu n’existais pas (di cui vale la pena ascoltare anche la cover di Iggy Pop, voce rauca e un francese patinato da un irresistibile accento inglese) e L’été indien, protagoniste ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, delle ore più calde delle estati della Costa Azzurra.

Forte delle esperienze con i Toto&Tati e con gli Albatros poi (con i quali lancia pur sempre il successone Volo AZ 504, perfettamente aderente alla moda degli Anni settanta, caratterizzata dal combo cantante maschio-donna dalla voce flautata, e dove, ardito, troviamo il verso “potevo lasciarti avere il bambino”), di una serie di successi di Celentano tra cui Soli, che contribuiscono a rilanciare in pompa magna il Molleggiato, da qualche tempo giù di tono, Toto a un certo punto decide di lanciarsi da solo, proponendo in solitaria e con il broncio che è stato a lungo il suo tratto distintivo, brani fatti di amori grandi e strazianti (ai testi contribuiva Cristiano Minellono). Quale migliore vetrina del Festival di Sanremo, in Italia, dove incanta il pubblico cantando Solo noi senza mai aprire gli occhi (per timidezza, ha detto qualcuno) e conquistando per la prima e unica volta il podio? Il resto, ma questa è storia, è una serie pressoché ininterrotta di secondi posti. Oltre che innumerevoli collaborazioni, che lo vedono scrivere testi per Luis Miguel, Fausto Leali e Peppino di Capri, giusto per citarne alcuni.

Il podio però, non arriva mai, nonostante la cocciutaggine tipica di Cutugno, forse ciecamente fedele al detto di chi la dura la vince, e la sua mediterraneità, contraddistinta da completi bianchi, capello corvino e camicia aperta su petto villoso, comincia a trasformarsi in una sorta di macchietta, che lo fa scivolare, a tutti gli effetti in una nuova, seconda fase (qualcuno, molto saggiamente l’ha definito un meme ante litteram). Al più tardi dopo L’italiano (scritto per Celentano, che lo rifiutò, incurante del potenziale del brano, timoroso forse di trasformarsi in un cantante velatamente patetico) Toto Cutugno smette di sussurrare brani d’amore ad alto tasso glicemico ma pregni di virilità, eppure così romantici da non potere non risultare accattivanti, per cominciare a dedicarsi attivamente a tutta una serie di cliché. Partendo dall’Italiano, infatti, che ancora oggi titilla lo spirito campanilistico di ogni cittadino del Bel Paese ovunque si trovi nel mondo (pur sciorinando una sfilza di luoghi comuni non necessariamente lusinghieri, in perfetta rievocazione dei mitici e favolosi Anni ottanta), va a toccare tutti i punti deboli del sentimentalismo. Ed è così che sulle note di Figli, Mamme, Serenate, Emozioni e Amori, Europa, inizia inesorabilmente una sorta di parabola discendente.

Gli unici che ancora possono apprezzare questa narrazione di un Paese che sembra sprofondare sempre più nei problemi, sono gli appassionati fans all’estero, russi in primis: durante l’impero sovietico la finestra sul Festival di Sanremo, è stata una delle uniche possibili, e quindi, in qualche modo Toto Cutugno (che al festival, come autore o come cantante è praticamente onnipresente) si trasforma in un’idea di Italia e, perché no, forse anche di libertà. 

Ma ora che Toto non c’è più, come sempre accade quando qualcuno se ne va, possiamo scegliere di ascoltare e amare unicamente i brani che vogliamo noi, concedendoci, per attinenza anagrafica, un tuffo in quei magnifici anni del 900, che non solo ci sembrano migliori dei nostri, ma soprattutto, ci vedevano giovani. 

Nell’immagine: Toto Cutugno in concerto a Kiev nel marzo2019


Derive o eccessi del politicamente corretto – Le polemiche intorno al film biografico su Leonard Bernstein

L'accusa è di diffondere il Diavolo, l'"omosessualismo", il lesbismo e il comunismo. Uno scenario inquietante, cui non si dovrebbe mai arrivare, ma che a furia di rozze approssimazioni e di slogan… 

Di lak, Watson

Sta per uscire l’atteso nuovo film del noto attore americano Bradley Cooper. È un prodotto Netflix, si intitola “Maestro” e racconta la vita del famoso direttore d’orchestra e compositore Leonard Bernstein, morto nel 1990. Per interpretare Bernstein in modo più verosimile, Cooper ha deciso di farsi applicare una protesi che ingrandisce il suo naso.

Dopo la pubblicazione del trailer del film proprio questo naso sta diventando un vero e proprio “problema” per Cooper. In rete lo si accusa infatti del cosiddetto “Jewfacing”. Simile al “blackfacing”, l’accusa è di ricorrere, come non ebrei,  a caratteristiche stereotipate per impersonare gli ebrei.

“Cosplay etnico”
Leonard Bernstein era figlio di immigrati ebrei-ucraini negli Stati Uniti. È noto, tra l’altro, per essere l’autore del celeberrimo musical “West Side Story” ed è stato direttore musicale della New York Philharmonic Orchestra. Cooper ci offre un particolare racconto della sua vita, fra luci e ombre, specie negli aspetti più privati, in un film molto atteso di cui è co-sceneggiatore ed interprete principale nel ruolo, appunto, del grande musicista.
La sua interpretazione è ora oggetto di un acceso dibattito in rete. Ad esempio, l’attrice e attivista britannica Tracy-Ann Obermann ha scritto su Instagram: “Se [Cooper] deve indossare una protesi al naso, allora per me e per molti altri è l’equivalente di “Faccetta Nera” o “Faccetta Gialla” … Se Bradley Cooper non è in grado di interpretare la parte con la sola forza della sua recitazione, non andava scritturato, andava piuttosto scelto un attore ebreo”.
Anche Daniel Fienberg, critico cinematografico senior dell’”Hollywood Reporter”, quando a maggio sono emerse delle foto dal set ha definito le protesi “problematiche”. In seguito ha descritto il film come un “cosplay etnico”. Per lui, poi, appare molto discutibile anche il personaggio della prima moglie di Bernstein, interpretata da Carey Mulligan (anch’essa non ebrea), poiché anch’essa era un’ebrea cilena.

Il sostegno dei figli di Bernstein

A fronte di queste ennesime critiche di impronta “politically correct”, Bradley Cooper ha avuto il sostegno dei figli di Leonard Bernstein, che hanno pubblicato una dichiarazione molto esplicita sulla piattaforma X (ex Twitter): “Siamo affranti nel vedere gli sforzi di [Cooper] travisati o fraintesi”, hanno scritto i tre discendenti. Il loro padre, dicono, aveva infatti un “bellissimo e grande naso”. E aggiungono: “Bradley ha scelto di usare il trucco per migliorare la somiglianza con il personaggio, e a noi va benissimo così. Siamo anche sicuri che nostro padre sarebbe stato d’accordo”.

Cooper, del resto, ha coinvolto i figli del compositore in ogni fase delle riprese. “In ogni momento della lavorazione di questo film, abbiamo potuto percepire il profondo rispetto e, sì, l’amore con cui Bradley ha realizzato il ritratto di Leonard Bernstein e di sua moglie, nostra madre Felicia”, hanno scritto in conclusione.

“Maestro” ritrae la turbolenta relazione di Leonard Bernstein con la moglie Felicia, segnata anche dalle relazioni di Bernstein con gli uomini. Il film sarà presentato al pubblico per la prima volta al Festival di Cannes a settembre. Sarà poi proiettato nelle sale cinematografiche a partire da novembre e sarà disponibile su Netflix a partire da dicembre.

Il trailer di “Maestro” https://www.youtube.com/watch?v=YWMSAfgKrLk 

Traduzione a cura della redazione

Nell’immagine: Leonard Bernstein e l’attore Bradley Cooper con il naso dello scandalo