La morte di un ribelle condannato dal suo stesso tradimento

Il ‘perdono’ di Putin a Prigozhin era solo apparenza, e tutti lo sapevano; perché non vi fu solo la “marcia su Mosca”, ma ancor più il contro-racconto dei motivi della guerra in Ucraina 

Proprio come l’adolescente Vladimir Putin, è nei quartieri malfamati di San Pietroburgo (allora Leningrado) che Evgeny Prigozhin fu ragazzo irrequieto e violento. Il primo, Vladimir, lo racconta nelle sue memorie. Dando a quel periodo un significato pedagogico, tutto si può imparare nella vita di strada. Pagine in cui il futuro presidente ricorda di essersi allora convinto che “colpire per primo significa colpire più duro”, oppure che “ti puoi aspettare di tutto da un rivale disperato perché messo con le spalle al muro”; ma nelle quali racconta anche come riuscì ad affrancarsi da una gioventù che rischiava di ‘bruciarlo’: prima tappa la palestra, poi la pratica del judo, quindi l’autodisciplina, infine lo studio e il reclutamento nei ranghi del KGB. Temperamento d’acciaio.

Molto diverso il tragitto del suo futuro amico e sodale Evgeny (infine rinnegato e platealmente eliminato) , ragazzo intraprendente ma anche testa calda, esuberante, piccolo criminale, entrato in galera per un borseggio finito molto male. Ne uscì quando l’Urss stava per crollare, e si inventò un mestiere di mini-imprenditore da strada: venditore di hot dog. Non proprio un prologo da futuro oligarca, i favoriti dalle privatizzazioni eltsiniane, che consentirono a pochi di rastrellare milioni di mini-azioni distribuite a ogni cittadino ex sovietico, che in realtà era prontissimo a sbarazzarsene al più presto, anche a prezzi stracciati, non essendo né formato né convinto né affascinato da un debutto di capitalismo caotico, incomprensibile e per nulla popolare. No, Prigozhin fu un’altra cosa, non un favorito ma quasi l’archetipo dei primi solitari “self made men” (di stampo statunitense) apparsi fra le macerie dell’ex impero della dittatura proletaria per farne un nuovo regno del capitalismo rampante.

Ma nemmeno la sua sfacciataggine e la riuscita negli affari (aprì poi una catena di ristoranti) sarebbero bastati per farlo entrare nelle stanze del potere. Ci volle, per questo, l’incontro con l’ex ufficiale dei servizi segreti nella Germania orientale, Vladimir Putin, nel frattempo diventato il factotum dell’allora sindaco di San Pietroburgo, Anatoly Sobchak, un ‘mammasantissima’ del nuovo potere post-sovietico, che avrebbe potuto ambire alle torri del Cremlino. Dietro le quinte, Putin assecondava gli affaristi (e gran corruttori) vicini al suo ‘boss’, e già cominciava ad organizzare la rete di agenti e funzionari che avrebbe poi portato con sé, e imposto, a Mosca.

Ma servirlo a tavola in uno dei suoi ristoranti ancora non poteva di per sé bastare all’ascesa dello “chef di Putin”. Fu di nuovo il suo spirito imprenditoriale a mettere Prigozhin sui binari giusti. Quando capì, o gli fecero capire, che, contrariamente alla legge russa che lo vietava esplicitamente, mettere in piedi un battaglione di mercenari (alla fine, oltre 20 mila miliziani) gli sarebbe stato molto utile. Per il business, per riempirsi le saccocce, ma anche per le sue ambizioni politiche. Così fu, e l’ex venditore di hot dog organizzò la sua ‘opa amichevole’ per impossessarsi di qualcosa che già esisteva ‘in nuce’ come gruppo privato di auto-difesa, e che lui trasformerà nella Wagner come l’abbiamo conosciuta: corpaccione super-armato, simpatie di estrema destra con deviazioni filo naziste, casse piene di rubli e di dollari, milionarie commesse per il vettovagliamento dell’esercito. Ma poi, e soprattutto, nella strategia del Cremlino putiniano, la Wagner doveva essere, e sarà, il braccio armato (spesso violentissimo e disumano) non ufficiale della Russia nei paesi dell’instabilità africana e medio-orientale: dittature stracariche di potenzialità e di materie prime, che interessano economicamente a Mosca, insieme al tentativo di inserirsi insieme alla Cina nella strategia di sottrarre quella parte povera ma succosissima di “sud globale” alla seduzione per un Occidente ingrato e sempre colpevole di avido neo-colonialismo.

Dopo anni di ridicoli dinieghi e di smentite inverosimili, nessuno si sorprese dunque quando venne ufficializzato che la Wagner (nome sinistro, scelto perché il compositore tedesco era il favorito di Hitler) era stata foraggiata e armata alla grande dal ministero russo della difesa, e che si era formata grazie a manovre e volontà del “Gru”, i servizi segreti dell’esercito: naturalmente, progetto impossibile senza il decisivo e generoso “da”, dunque il “sì”, del neo-zar. Che ampiamente se ne servì nel 2014, anno delle tre auto-proclamate Repubbliche del Donbass (sostenute, segreto di pulcinella, dagli ‘omini verdi’, soldati senza insegne, infiltratisi dalla Russia, e fra questi non pochi “wagneriani”) e dell’annessione della Crimea nella Federazione. Prodromi e pre-disposizione della guerra-invasione dell’Ucraina otto anni dopo.

Quindi, Prigozhin piena espressione del sistema-Putin. Con la bizzarria militare per cui a lui, e non all’esercito, venne affidata poi la battaglia di Bachmut. Dove cominciarono i problemi. Il “cuoco” in difficoltà di fronte alla resistenza degli assediati ucraini che denuncia i suoi “nemici interni”, il ministro della difesa Sergei Shoigu e il capo di stato maggiore Valery Gerasimov, accusati di non fornire le armi necessarie ai suoi uomini troppo esposti, mentre loro, “inetti e corrotti”, silenziosamente ostili alla Wagner e al suo comandante, se ne stanno comodamente nei salotti di casa e negli oziosi uffici di Mosca. Con i figli non impegnati al fronte, ma nelle migliori discoteche moscovite. Indiretta critica al capo del Cremlino, a cui in sostanza rimprovera di non liberarsi dei due massimi vertici militari, responsabili della sconfitta russa sul terreno. Infine, l’attacco diretto al presidente, quando un Prigozhin ormai esasperato, sempre meno controllabile, sempre più convinto di una sua solida ascesa al palco della politica nazionale, contestò la narrazione ufficiale sui motivi della guerra all’Ucraina: “per nulla colpa della Nato”, osò affermare, ma del brigantaggio degli incapaci responsabili delle decine di migliaia di militi russi, “carne da macello” mandati al massacro.

Troppo anche per l’amico, ormai ex amico, Vladimir Putin. Che decide in pratica la fine della Wagner indipendente dal potere centrale: ne ordina lo scioglimento o l’integrazione nelle fila delle forze armate, con salario dalle cinque alle dieci volte inferiore rispetto a quello percepito come mercenari. E’ l’ultima goccia. Il contestatore diventa ribelle, e tutto precipita. L’ammutinamento, l’arrivo incontrastato a Rostov sede del quartier generale russo per la guerra in Ucraina, la marcia “della libertà” su Mosca, il volto ancora più cereo di Putin. Che infine parla di “tradimento”, di “coltellata alla schiena”, di pericolo di “un nuovo 1917”, quando (e sembra di ascoltare un estimatore della “Russia bianca” reazionaria) furono le “lacerazioni interne” a indebolire il potere imperial-zarista e spalancare le porte alle rivoluzioni menscevica prima e poi bolscevica.

Dopo tre giorni, Prigozhin capisce di doversi fermare. I russi non sono scesi in strada per difendere Putin, ma nemmeno per incoraggiare gli insorti, nella grande incertezza vogliono un tranquillizzante statu quo; l’unico pezzo grosso nell’esercito che sapeva e avrebbe deciso di sostenerlo è il generale Surovikin (“il macellaio di Siria”), oggi ufficialmente licenziato; e poi l’Occidente (Nato, Usa, Europa) “vota per Putin”, perché un vuoto di potere a Mosca è incontrollabile e accresce il pericolo ‘atomico’, che potrebbe finire in troppe mani. Il ribelle ferma tutto e comincia a sostenere che “non si tratta di tentato golpe, ma di semplice protesta”.

La presunta mediazione del bielorusso Lukashenko è solo pura scenografia, senza sostanza. Putin sottrae momentaneamente il suo “ex che” dall’accusa pesantissima di insurrezione, gli lascia la libertà di rifugiarsi a Minsk, persino (se lo gradisse) di tornare ad occuparsi dei safari armati in Africa. Ma tutti lo sanno. Tutti scommettono. Tutti prevedono che l’avventura e la vita del ribelle sono molto vicini al capolinea. Bisogna anche far capire definitivamente al mondo chi comanda al Cremlino. La vendetta è questione di ore. E colpisce nel pomeriggio di ieri. Dentro il jet che nelle immagini cade fumante e in picchiata mentre viaggiava verso San Pietroburgo, c’è anche lui, il ribelle imperdonabile, insieme al numero due del gruppo mercenario e alle guardie del corpo. “Ucciso dai traditori della patria, con conseguenze disastrose”, strepitano subito i mezzi di comunicazione che i mercenari ancora controllano. Ucciso dalla contraerea russa. Ucciso dal suo stesso tradimento. Mentre nel momento in cui avviene la tragedia, il “mandante” dell’abbattimento dell’aereo del vertice wagneriano, Vladimir, Putin celebrava il ricordo della vittoria dell’Armata Rossa a Kursk, che ottant’anni fa decise la fine dell’occupazione nazista dell’Ucraina. Dove ora lo zar gioca la sua tragica guerra.

Nell’immagine: i resti dell’aereo di Prigozhin


Sotto a chi tocca

Il ‘perdono’ di Putin a Prigozhin era solo apparenza, e tutti lo sapevano; perché non vi fu solo la “marcia su Mosca”, ma ancor più il contro-racconto dei motivi della guerra in Ucraina 


Quando il porno si fa reale

Il ‘perdono’ di Putin a Prigozhin era solo apparenza, e tutti lo sapevano; perché non vi fu solo la “marcia su Mosca”, ma ancor più il contro-racconto dei motivi della guerra in Ucraina 

Di nuovo è successo, e di nuovo, in questa torrida estate, è seguita la consueta ondata di scandalo, che purtroppo però, neanche questa volta, lascia presagire una riflessione che vada al di là del naturale rigetto per un’azione innaturale. Oltre che immorale. Oltre che inumana.

A Palermo, un gruppo di sette giovani ha fatto ubriacare una diciannovenne per poi abusare di lei nei modi più aberranti e crudeli che donna possa immaginare (scusate, ma gli uomini non hanno, non possono averne un’idea) per poi abbandonarla come un rifiuto dolorante e sanguinante. Ma non era la prima volta: lunedì scorso si è saputo di un fatto simile, con analoghe modalità, ai danni di una giovane inglese, a Magaluf, e tra gli arrestati figura anche un ragazzo svizzero; poco più di un mese fa invece, a Mallorca, l’arresto di sei germanici, stesso motivo, stesse modalità. Senza contare la miriade di episodi singoli ma non per questo meno gravi e umilianti. Protagonisti sempre giovani maschi, che al netto dei volti – giustamente (?) blurrati – hanno né più né meno l’aspetto dei nostri figli, dei nostri nipoti, dei nostri vicini di casa: magliette griffate, sacoche, calzoncini sportivi, ciabatte di gomma, calzini bianchi. In testa, probabilmente, anche loro una cultura trap della peggior specie, in cui le ragazze sono semplicemente bitches (cagne) mentre il cash è l’unico motivo per cui tirarsi giù dal letto ogni mattina.

Forse, ed è un’ipotesi, ma ai nostri occhi varrebbe certo un approfondimento, siamo di fronte, a intervalli sempre più ridotti e regolari, al risultato di una sessualizzazione avvenuta in modo autonomo e scriteriato, soprattutto per i millennials e gen Z, grazie al libero accesso, in ogni istante e in ogni luogo, a immagini e filmati proposti dai colossi web della pornografia mondiale, siti in cui basta certificare la propria maggiore età con un visto per potere soddisfare qualsiasi desiderio personale. Le miriadi di canali pornografici che il web offre, a titolo gratuito e soprattutto ubiquo, hanno con tutta probabilità in questi anni contribuito a un costrutto mentale che si basa da una parte su categorie di pratiche sessuali (e ben lo hanno dimostrato i giovani palermitani, che nelle intercettazioni successive allo stupro tirano in ballo proprio i canali porno), dall’altra su un’idea di umano sentire che fa della donna un mero pupazzo (trattata come una “bambola di pezza” (così il gip aveva definito le modalità di un altro grande stupratore come Alberto Genovese) in mano a corpi bramosi e fermi a uno spirito di conquista atavico, basato sulla clava della violenza, a scapito delle parole, della condivisione e del sentimento. 

A questo punto, volendo essere del tutto sinceri, andrebbe sottolineato uno degli aspetti che più differenzia donne (tutte) e uomini (non tutti) in ambito sessuale, e che sta alla base dell’orrore che questi soprusi sempre suscitano, oltre in chi li deve vivere in prima persona, anche in chi ne deve leggere: per arrivare a un atto sessuale l’uomo deve essere anzitutto eccitato (il margine di manovra della donna in questo senso è più ampio), ma questa euforia ormonale non deve per forza passare dalle parole o dai sentimenti positivi. E, peggio ancora, chi stupra non vive come deterrente né le lacrime né le richieste di pietà della vittima, anzi: spesso, il motore di quello che gli inglesi chiamano arousement, risiede esattamente nella sopraffazione, nel lasciarsi andare a un istinto animale così potente e brutale da spazzare con un colpo di mano perfino i diritti umani più basilari. Come spezzare dunque questo meccanismo perverso, in cui violenza e sessualità sono intrinsecamente legati?

Ognuno è responsabile anzitutto delle proprie azioni, questo è certo, ma la società, di fronte a un fenomeno così esteso e dilagante, non può limitarsi ad armare qualsiasi ragazza che si appresti ad uscire unicamente di consigli di difesa (dal “non appartarti in spiaggia” a “non andare mai in bagno da sola” al “non lasciare mai una bibita incustodita”), come se stesse andando a fare la spesa in tempo di guerra sotto l’occhio attento di invisibili cecchini.

Ben venga allora qualsiasi tentativo di iniziare a intavolare una discussione, di dare delle parole e una forma a concetti nuovi solo ai nostri occhi di comuni mortali, ma intrinsecamente legati alla sessualità, se possono portare a uno scambio e a un confronto basati, anzitutto, sul necessario rispetto reciproco. Eppure, ogni volta che un organo istituzionale cerca di dare una forma a temi spinosi e delicati – che si tratti di educazione sessuale o di agenda scolastica – che i nostri figli altrimenti affronterebbero con tutta probabilità su uno dei canali porno gratuiti di cui sopra, puntuali – bacchetta alla mano – ecco arrivare gli strali della chiesa (ricordiamo, notizia recentissima, il CL arrestato per i fatti di Rimini, ma anche il nostro docente ticinese, qualche mese fa) o di qualche politico pronto ad accusare di comunismo chi del sesso e di tutte le tematiche ad esso collegate (sì, omosessualità, gender fluidness ecc. ecc. comprese) non intende fare un tabù.

Ne dobbiamo parlare, anche ai nostri figli, anche noi. Eppure, ci sono madri e padri, anche da noi (senza scomodare la madre palermitana, secondo la quale la vittima se l’era cercata), che al proprio figlio per i diciott’anni regalano un abbonamento al sito di intrattenimento pr adulti “Only Fans”, o che, quando il suddetto pargolo viene lasciato dalla fidanzatina (sempre da noi) arrivano a consolarlo dicendogli “non pensarci, era semplicemente una tr***”.

Nell’immagine: messaggi in rete, alla ricerca del video dello stupro

 


La prima progressista del Guatemala: Arévalo presidente

Il ‘perdono’ di Putin a Prigozhin era solo apparenza, e tutti lo sapevano; perché non vi fu solo la “marcia su Mosca”, ma ancor più il contro-racconto dei motivi della guerra in Ucraina 

Dicasi quel che si vuole, ma Bernardo Arévalo è il primo candidato progressista del Guatemala a diventare presidente dal 1985, quando dopo decenni di governi militari (e in pieno conflitto con la guerriglia) furono convocate elezioni passabilmente democratiche, con l’affermazione del democristiano Vinicio Cerezo.

Arévalo, 64 anni, sociologo, ha nettamente sconfitto (58%) la sua antagonista Sandra Torres (37%) battuta al suo terzo ballottaggio consecutivo, pur aderendo (lei un tempo primera dama del presidente moderato Àlvaro Colon) alle peggiori destre riunite nel cosiddetto Pacto de los Corruptos.

La sorpresa era già stata grande al primo turno: esclusi arbitrariamente i candidati della sinistra (a cominciare dall’indigena maya Thelma Cabrera del Movimiento para la Liberación de los Pueblos) nessuno si sarebbe aspettato che Arévalo, in fondo ai sondaggi, sarebbe passato allo spareggio. Del resto il primo schieramento a imporsi nell’urna era stata la scheda bianca.

Di lì in poi è scattata una sorta di speranzosa aggregazione intorno a lui per provare a lasciarsi alle spalle l’epoca di tre devastanti presidenti: l’ex generale Otto Perez Molina, il presentatore televisivo Jimmy Morales e l’uscente Alejandro Giammattei.

Il sistema di potere militar-oligarchico aveva cercato tra un turno e l’altro di mettere fuori legge il Movimiento Semilla (nato nel 2015 da proteste di piazza popolari contro il governo Molina e di cui Arévalo era deputato) inventandosi presunte raccolte di firme irregolari. Che il Tribunale supremo elettorale così come la Corte costituzionale hanno rigettato. Non che l’affluenza alle urne dal giugno scorso sia poi cresciuta. Ma perlomeno quel 45% di guatemaltechi con diritto al voto che si è recato ai seggi si è concentrato su Arévalo.

All’uscente Giammattei non è rimasto che ingoiare il rospo promettendo un «corretto passaggio di consegne». Torres al momento non ha ancora riconosciuto la sconfitta, lei che aveva stigmatizzato una presunta campagna del suo contendente pro-aborto e matrimoni gay. In realtà Arévalo ha precisato che l’aborto resterà legale solo in caso di pericolo di vita della gestante, mentre sui diritti Lgbtqi+ si è limitato a escludere qualsiasi pratica di discriminazione di genere come di religione.

Un altro degli argomenti sventolati da Torres per delegittimare il suo antagonista era che Arévalo fosse in realtà uruguaiano, per non essere nato in Guatemala e aver vissuto gran parte della sua gioventù a Montevideo. Omettendo che Bernardo ci era finito suo malgrado seguendo l’esilio forzato di suo padre, Juan José Arévalo, all’indomani del golpe del 1954 della bananiera United Fruit e della Cia che rovesciò il decennio della rivoluzione democratica dei giovani militari guatemaltechi, i cui Juan José fu presidente dal ’44 al ’51.

Potremmo definire il professor Bernardo Arévalo un socialdemocratico, di classe media, bianco (insieme alla sua vice Karen Herrera) come del resto tutta la classe dirigente di questo paese a maggioranza indigena. Ma come mai la ritirata Nobel per la pace Rigoberta Menchù non ha appoggiato Thelma Cabrera? Che poi a sua volta ha chiamato i suoi all’astensione in questo decisivo testa a testa?

Come in Ecuador, anche in Guatemala si confermano i difficili rapporti fra autoctoni e criollos, i discendenti dei conquistadores spagnoli. Oltre alle inesorabili divisioni tra le sinistre di ogni dove.

Ad Arévalo viene pure attribuito di essere filo Biden (qualcuno lo definisce, alla meno peggio, il Sanders guatemalteco) con l’ambasciatore Usa a essersi complimentato con lui assicurandogli appoggio su sicurezza e lotta al narcotraffico. Ma anche il presidente messicano Lopez Obrador e il salvadoregno Nayib Bukele (entrambi confinanti) lo hanno felicitato.

Arévalo ha messo al centro del suo programma lotta alla corruzione, rientro di decine di giudici e procuratori riparati all’estero e libertà d’espressione. Chissà riesca a liberare quel Rubén Zamora, direttore di quello che fu l’unico giornale libero di questo paese (El Periódico) condannato al carcere proprio per aver denunciato più volte quella corruzione.

Non gli sarà facile, in un parlamento frammentato in una ventina di formazioni, con Semilla lontanissima dall’avere la maggioranza. Ma ancor prima, all’indomani delle elezioni più internazionalmente osservate nella storia del Guatemala, c’è da augurarsi che di qui al lontano 14 gennaio, data di assunzione (per quattro anni) della massima carica dello stato, a Bernardo Arévalo non succeda nulla.

Articolo scritto per il manifesto
Nell’immagine: i festeggiamenti dei sostenitori di Arévalo


Il Crollo – Ponte Morandi, una strage italiana

Il ‘perdono’ di Putin a Prigozhin era solo apparenza, e tutti lo sapevano; perché non vi fu solo la “marcia su Mosca”, ma ancor più il contro-racconto dei motivi della guerra in Ucraina 

Di Andrea Ruggeri, Il Mulino

Quel 14 agosto del 2018 non prometteva bene: uno di quei Ferragosto liguri dove tutto è chiuso e si è obbligati a far vacanza; il cielo era scuro e pioveva a dirotto. Poco prima di pranzo si guardava il mare sperando nella tramontana. Ma le nostre piccole preoccupazioni ferragostane finirono, di colpo, alle 11 e 36 con il crollo del Morandi. Uno smarrimento improvviso, subito seguito dall’angoscia, perché amici e cari potevano essere tra le vittime. Chi scrive ci era passato il giorno prima, come molti altri liguri, lavoratori o turisti. Il conto dei morti si fermò a quarantatré, il “grande disastro” più tragico delle strade italiane.

Quarantatré esistenze spezzate, quarantatré famiglie lacerate. Marco Grasso condivide, con grande delicatezza, scorci delle vite delle quarantatré vittime in apertura del suo libro-inchiesta (Il Crollo. Ponte Morandi, una strage italiana, Ponte alle Grazie, 2023). Il libro – una storia italiana, ma anche parte della storia d’Italia – si articola tra la descrizione del “ponte spezzato”, seguito dalle difficili indagini e i precedenti decenni di allarmi ignorati e lo sforzo di sviscerare un “sistema” che, con logica cinica e devota al profitto, conduce alla strage. Gli eventi e i (mis)fatti messi in fila da Grasso – giornalista di quelli democraticamente scomodi, che legge le carte con ostinazione – sono faticosi da smaltire e accettare. Un concatenarsi di incompetenze e costanti tentativi di nasconderle grazie a una vera e propria “macchina dei depistaggi”. I capitoli che seguono analizzano i rapporti profondi della famiglia Benetton con investimenti pubblici, amministrazione statale e politica.

Un concatenarsi di incompetenze e costanti tentativi di nasconderle grazie a una vera e propria “macchina dei depistaggi”Nel 1999 c’è la concessione delle autostrade ai Benetton attraverso Autostrade per l’Italia (Aspi), concessione che comprende il viadotto Polcevera, più noto come ponte Morandi, dal cognome del suo progettista. Privatizzazione avvenuta grazie a uno strumento finanziario molto creativo – il leveraged buyout – che fa leva sulla capacità di indebitamento della società che si sta acquisendo. La comparazione di investimenti tra pubblico e privato nella manutenzione del ponte non può che lasciare attoniti: nei 17 anni di gestione statale precedenti la concessione (1982-1999) la manutenzione del ponte costa 24,14 milioni di euro, mediamente 1,3 milioni di euro l’anno. Sotto l’Aspi dei Benetton, nei successivi 19 anni, 440 mila euro, pari a 23 mila euro l’anno. A fronte di ciò, i dividendi staccati da Aspi fra il 2010 e 2017 progrediscono “in modo tendenzialmente crescente”; nel 2017, ad esempio, l’anno precedente il crollo, si registrano 2,5 miliardi di dividendi straordinari.

Non si tratta di una tragedia, le tragedie annunciate vanno chiamate stragi. E che il ponte Morandi avesse problemi strutturali lo si sapeva sin da quando fu costruito, anche grazie a una relazione dello stesso progettista. Per la magistratura italiana la tesi di difesa principale di Aspi – il “vizio occulto”, in base alla quale la colpa sarebbe della costruzione iniziale che nascondeva la causa ultima del crollo – non tiene. Perché si sapeva che il ponte Morandi era il grande malato dei viadotti; ma i richiami, i rapporti e la valutazione nel corso del tempo sono stati sistematicamente ignorati. Peggio: chi tenta di far da controcanto viene defenestrato e diversi rapporti vengono “sbianchettati” o “dimenticati”. Gli inquirenti concludono che “nessuno dei soggetti [coinvolti] può davvero dire di non essere mai stato informato del degrado del viadotto Polcevera e dell’urgenza di intervenire”. Nessun vizio occulto, dunque. La pista da seguire è definita piuttosto da un profitto oculato, il mantra centrale è “spendere il meno possibile”. Da un “risk assessment” del sistema autostradale richiesto dalla stessa Aspi, dopo una strage di 40 morti sul viadotto Acqualonga (Avellino) nel 2013, emerge il rischio di un nesso causale fra il possibile crollo e la scarsa manutenzione del ponte Morandi. Ad esempio si possono prendere le innumerevoli mancanze, come nel caso dei cavi del sistema di monitoraggio del ponte tranciati tra il 2015 e il 2016 e mai sostituiti.

L’accumulo di inadempienze e di irresponsabilità che porta a una tragedia annunciata richiama le dinamiche dal micro (individui) al macro (somma ed effetti delle decisioni individuali) evidenziate da Thomas Schelling dove le scelte, sebbene ritenute non pericolose o rilevanti, creano effetti esponenziali e inaspettati, con il risultato e l’aggregato dei comportamenti che diventano tragici. Questa, come detto, non è però una tragedia, né una catastrofe, perché le vittime potevano essere evitate se si fosse investito sui necessari lavori anziché minimizzare controlli e lavori per massimizzare un profitto a beneficio di pochi. Non è quindi solo una questione privata dettata da procrastinazione, ignavia e inettitudine. Quanto piuttosto una questione pubblica, che colpisce profondamente, e per sempre, le famiglie delle vittime, ma anche una comunità e la nostra fiducia verso la politica e verso lo Stato.

Ma com’è possibile che gli interessi di tanti risultino perdenti nei confronti degli interessi di pochi? Mancur Olson nel suo classico Logica dell’azione collettiva ci spiega che elementi collusivi e di coordinamento sono più facili proprio fra i pochi che sono organizzati e ben finanziati. Per evitare il fallimento della produzione dei beni pubblici e mantenerli di qualità, dunque, abbiamo bisogno di monitoraggi, controlli e sanzioni. Il crollo è dunque anche il crollo della responsabilità politica e, di conseguenza, il crollo della fiducia che i cittadini hanno verso una classe dirigente che troppo spesso appare irresponsabile e inadeguata. Il populismo, che intacca i fondamentali della democrazia liberale, non è la causa ma la febbre di un sistema dove la politica si foraggia grazie ai fondi dei privati e appare prestare più attenzione agli interessi dei pochi anziché dei tanti.

Il crollo è dunque anche il crollo della responsabilità politica e, di conseguenza, il crollo della fiducia che i cittadini hanno verso una classe dirigente che troppo spesso appare irresponsabile e inadeguata

Dal crollo del ponte Morandi sono passati cinque anni. Un nuovo viadotto, il San Giorgio, è stato ricostruito a tempo di record. Ma “abbiamo imparato la lezione”, come si chiede Marco Grasso concludendo il suo lavoro? Sembrerebbe proprio di no: in Italia duemila dei quattromila viadotti hanno raggiunto il “fine vita” e sono stati costruiti oltre cinquant’anni fa; “oltre la metà sono gestiti da Aspi, restituita dai Benetton allo Stato piena di debiti e con davanti un piano di investimenti imponente”. Al di là dei viadotti, le debolezze e rischi del sistema trasporti si nascondono in galleria: proprio in Liguria, ad esempio, la regione in Italia con il maggior numero di gallerie, “tre su quattro non sono a norma”. Nel suo complesso, la condizione della rete autostradale appare estremamente preoccupante; il ministero dei Trasporti dovrebbe controllare “quasi 6 mila chilometri di rete, affidata a 25 concessionarie”.

Lo Stato ha fallito a controllare, monitorare e garantire la protezione dei propri cittadini. Uno Stato indebolito, che anziché farsi garante degli interessi del pubblico è intaccato da interessi privati di un gruppo ristretto di persone. Affari e interessi che si intersecano in maniera collusiva e con un costante movimento di “porte girevoli” fra politica e aziende private, che agli ex-controllori garantiscono posizioni fruttuose. Il fallimento del Mercato sta nell’aver creduto che, per mantenere profitti futuri, i privati non avrebbero lesinato negli investimenti necessari. Al contrario è emersa una logica miope ed efferata per ricavare un profitto elevato che minimizzasse i costi a discapito della sicurezza. La tesi del familismo amorale italiano avanzata sul finire degli anni Cinquanta da Edward Banfield è stata sfidata da Robert Putnam nel suo studio proprio sull’Italia e la democrazia, ma il dubbio di un capitalismo familista amorale rimane. Nel 2019 Luciano Benetton ha sentito il bisogno di dichiarare “non siamo né papponi di Stato né razza padrona”. Ma al telefono i più stretti collaboratori della famiglia Benetton dichiaravano: “le manutenzioni le abbiamo fatte in calare in questi anni, più passa il tempo e meno facevamo… Cosi distribuivamo più utili”.

Fallimento dello Stato e del Mercato: un fallimento politico e non una tragedia, quanto, piuttosto, una strage italiana. Grasso non vuole stabilire una verità giudiziaria – questo è ovviamente compito della magistratura – ma vuole contribuire a definire una verità storica (e, aggiungerei, politica) attraverso un’inchiesta giornalistica. Sebbene l’autore stesso sia ben consapevole, come scrive, che il suo è un “tentativo di sicuro parziale”, questa inchiesta rimane la più ricca e profonda sin qui condotta sul crollo del Morandi. Un esempio di quel giornalismo di cui il Paese, i cittadini e la politica hanno un grande bisogno.

Sull’argomento vale la pena ricordare l’importante contributo investigativo fornito dall’inchiesta “Il ponte spezzato” di Philippe Blanc, diffuso dal settimanale “Falò” (RSI) il 28.3.2019

Nell’immagine: il ponte che fu


Giustiniano e la piscina privata

Il ‘perdono’ di Putin a Prigozhin era solo apparenza, e tutti lo sapevano; perché non vi fu solo la “marcia su Mosca”, ma ancor più il contro-racconto dei motivi della guerra in Ucraina 

Ho letto, in questa sede, l’articolo “Un Paese che, con il caldo, sa stare in ammollo”: 56 mila piscine private all’aperto in Svizzera, 3.5 miliardi di litri d’acqua per riempirle, un primato di 730 piscine private a Lugano. È stato ripreso, per un commento, dalla rubrica di Rete Due “In altre parole”: invitata l’architetta Monique Bosco Von Allmen, con ottime domande del giornalista, ma con risposte che sapevano, perlopiù, di fuga per la tangente rispetto ai problemi posti, con qualche eccessivo affidamento o alla “riflessione personale” (responsabilità personale, la fata morgana di ogni liberalismo) o al mercato (e quindi al modo di rispondervi, magari con l’acqua piovana o con l’acqua del lago o anche ritenendo le piscine una fortunata  riserva d’acqua per tutti).

Le piscine private sono semplicemente una forma di privatizzazione di un bene comune che diventa, sempre più, aberrante, ingiusta, insostenibile. Questa dovrebbe essere la sostanza del discorso. Riprendo, in buona parte, un articolo che, partendo da altri dati di fatto e da altre considerazioni, ho scritto per la rivista dell’Acsi (La Borsa della Spesa) e che apparirà sul numero di agosto.

L‘acqua è cosa comune, un principio sacrosanto

Dovrei cominciare con una frase in latino: « Et quidem naturali iure communia sunt omnium haec: aer et aqua profluens… ». Traduco : « E per diritto naturale sono beni comuni di tutti: l’aria e l’acqua  fluente… ». Si trova nelle « Institutiones » (Istituzioni) dell’imperatore Giustiniano (anno 533 d.C.), riprese dal diritto romano, fondamento dei nostri codici civili e della nostra civiltà. E si insisterà: l’acqua è cosa comune, essenziale e come tale sottoposta a giurisdizione umana, non appropriabile, extra-commercium (fuori dal commercio, nel senso che non può essere un bene speculativo). Perché risalgo così addietro ? Per ricordare che è un principio (e un  comandamento) sacrosanto, scolpito nella pietra, come  per le tavole di Mosè. Pensarla diversamente è dunque un delitto.

Ci sono voluti quasi 1500 anni prima che  l’attuazione di quel  principio, l’accesso all’acqua (approvvigionamento sufficiente, fisicamente accessibile, a un costo sostenibile) fosse riconosciuto come un diritto fondamentale dell’uomo da parte delle Nazioni Unite. Sono solo una dozzina gli Stati che l’hanno  riportato  nella loro Costituzione. Tra i paesi ricchi unicamente il Belgio l’ha previsto.

Nella Costituzione svizzera c’è un lungo articolo sulle acque (art. 76) : vi si parla dell’utilizzazione parsimoniosa, della protezione e difesa dagli effetti dannosi; il resto degli altri cinque capoversi ha natura prevalentemente economica (sfruttamento idrico, proprietà, canoni d’acqua ecc.). 

Perché ricordo tutto questo?  Per tre ragioni. Per rilevare che l’accesso all’acqua è un diritto di ogni uomo ma non è sempre  esercitabile e impone dunque doveri che vanno al di là del «particolare» geografico o finanziario; che l’acqua è un bene comune che si fa però sempre più raro, ha un costo, pone problemi d’investimento o di spesa pubblica, induce quindi a tentazioni e a soluzioni di scarico e di «liberazione» da parte dell’ente pubblico o stuzzica appetiti commerciali di gruppi e multinazionali; che conseguentemente una delle minacce incombenti o in parte già in atto, anche alle nostre latitudini, facilitata da ideologie economiche imperanti, sta nell’appropriazione sistematica di questo bene comune e nella sua privatizzazione. Proponendo anche «escamotages» particolari da società private (com’è capitato a Ginevra) che, con l’abbonamento mensile ad aggeggi particolari, forniscono e garantiscono… la purezza dell’acqua pubblica del rubinetto.

Uno spostamento «contro-natura»

Quest’ultima è la ragione che più deve allarmarci e deve mobilitarci: nel terzo millennio le frontiere del profitto si sono infatti spostate in maniera sfrontata e antiumana sui beni comuni naturali e sui beni pubblici. Uno dei  pretesti per questo spostamento «contro-natura» è l’immancabile aspetto  finanziario. Ci si dice, anche da parte dei governanti: sostenere che l’acqua è un diritto non deve farci dimenticare ch’essa è soprattutto un costo: bisogna captarla, trattarla, renderla sicura, incanalarla, realizzare dei sistemi di evacuazione e di epurazione. La continuità e la qualità del servizio impongono comunque la copertura dei costi da parte degli operatori. Questa copertura avviene o attraverso l’imposta, le tariffe eque e l’investimento e la spesa pubblici oppure  attraverso il gioco del  mercato e (come è emerso soprattutto dopo gli anni 80) attraverso la privatizzazione. La quale permette di  trovare i fondi necessari, di ottenere una gestione che si pretende migliore di quella pubblica, senza sprechi, e la sottrazione di pesanti oneri a uno Stato o a un Comune già oberati di debiti. Non si dice però mai che ai costi dei privati si aggiungono anche la necessità di profitto e di dividendi.

Dalla saggezza dell’Alto Medioevo alla sottovalutazione della Natura

Il discorso va però esteso. Nel passaggio dalla saggezza giuridica di Giustiniano nell’Alto Medioevo alla Modernità, i beni comuni sono stati circuiti e spesso fagocitati dal capitale e la natura è via via scomparsa dall’orizzonte delle scelte politiche. La sottovalutazione della natura ha avuto effetti devastanti  che sono sotto gli occhi di tutti. La crisi attuale, che è appunto anche una crisi di natura, dovrebbe essere l’occasione per capovolgere le cose e rilanciare quella cultura che ha fondato la nostra civiltà.

Essa richiede, in maniera molto pratica,  il sostegno di tutti quei movimenti ambientali e sociali che operano in difesa delle risorse naturali e della giustizia sociale e ambientale  e la loro considerazione come istanze che esprimono le esigenze del territorio e dei suoi abitanti.

Solo così si riesce a mettere in discussione quei pilastri su cui si regge l’economia attuale, come l’oblio della natura, la competitività, la produttività, la mercificazione di tutto e l’ottenimento immediato del  massimo profitto come regole uniche. O l’accaparrarsi di un bene comune come proprietà esclusiva e individuale perché si hanno le condizioni e i soldi e le facilità discriminanti di mercato e persino di leggi per poterlo fare. In sintesi, l’ingiustizia sociale fattasi anche… ambientale.

Nell’immagine: persone attingono acqua ad un pozzo, miniatura da una versione del XIV secolo del Codice Giustiniano


Miliardi al vento senza vergogna

Il ‘perdono’ di Putin a Prigozhin era solo apparenza, e tutti lo sapevano; perché non vi fu solo la “marcia su Mosca”, ma ancor più il contro-racconto dei motivi della guerra in Ucraina 

L’esercito svizzero ha presentato la lista della spesa per rafforzare le capacità di difesa, chiedendo 13 miliardi di franchi entro il 2031. La richiesta, avanzata nella canicola agostana, avviene dopo che l’anno scorso il Parlamento aveva già deciso un aumento del budget da 5 a 7 miliardi di franchi l’anno.

I vertici grigioverdi pretendono decine di miliardi senza vergogna: spiegano che vogliono “aumentare le capacità di difesa”, mettendo, di fatto, in secondo piano “la protezione e l’aiuto alla popolazione”.

L’invasione e la guerra in Ucraina sono un’occasione d’oro per i grigioverdi gallonati, che ora indossano baschi e tute mimetiche come guerriglieri. Così si inventano una possibile guerra d’aggressione tutta immaginaria, dopo che il nostro Paese è passato indenne attraverso due guerre mondiali. L’ultima volta che il nostro esercito ha sparato è stato per sedare uno sciopero a Ginevra, nel 1932: 13 morti e 65 feriti, per lo più innocui passanti. Negli ultimi 60 anni l’esercito si è profilato soprattutto per i suoi scandali. Nel 1964 fu la volta dei caccia Mirage, che portò alle dimissioni del consigliere federale Chaudet; alla fine degli anni settanta lo scandalo del Panzer 68, che si scoprì “non adatto al combattimento” e costò la poltrona al ministro Gnägi.

L’acquisto dei nuovi caccia F-35, assieme al poco chiaro affare RUAG, potrebbe creare una nuova vittima a palazzo. Sulla vicenda che coinvolge la RUAG, la società della Confederazione che si occupa di armi e di sicurezza, ci sono molte ombre. Viola Amherd, ascoltata ieri dai parlamentari, ha deciso di chiedere a una commissione esterna di chiarire le circostanze dell’acquisto dei 96 carri Leopard da parte di RUAG, per essere rivenduti e inviati in Ucraina. Una vicenda poco chiara per un Paese neutrale in un momento estremamente delicato: bisognerà capire chi sapeva e che cosa. In particolare dovrà essere chiarita la posizione di Amherd, rimasta silente negli ultimi mesi sul delicato affare. La stessa consigliera ha dichiarato ieri: “Il mio ruolo va chiarito”. Infatti, può agire senza controllo un’azienda della Confederazione che dipende dal Dipartimento della Difesa?

Tornando ai caccia americani, la consigliera federale ha proceduto all’acquisto infischiandosi, poco democraticamente, dell’iniziativa che chiede di far decidere al popolo sulla spesa di 6 miliardi di franchi. Oltre ai difetti tecnici e alla mancanza di pezzi di ricambio, ora salta fuori un altro problema: il produttore americano prevede che ci saranno ritardi nella consegna dei 36 jet. Non essendo previste penali in caso di ritardo (complimenti a Frau Amherd per la perspicacia!), l’affare potrebbe costare da 800 milioni a 1,75 miliardi di franchi al contribuente elvetico, per allungare la vita ai moribondi F/A-18. D’altra parte gli americani non avranno fretta di consegnare i caccia, visto che la nostra aviazione ha deciso di tenere soprattutto a terra gli F-35, perché fanno troppo rumore quando volano. Resteranno negli hangar e i piloti li lucideranno come si fa con l’argenteria di casa.

Miliardi al vento senza vergogna. Il capo dell’esercito, Thomas Süssli, ha spiegato che uno degli assi prioritari del nuovo programma è il rafforzamento della cooperazione in ambito militare con la NATO. Inoltre, intende inviare soldati al di fuori dei confini, dove possono esercitarsi meglio perché “i combattimenti si svolgerebbero nelle aree urbane”. I nostri fanti non possono prepararsi in patria, perché – dice il capo – “le nostre basi militari rispecchiano piuttosto una Svizzera rurale”.

Il futuro generale è coerente: poco dopo l’inizio della guerra in Ucraina aveva dichiarato che l’esercito rossocrociato dopo due settimane avrebbe dovuto affidarsi alla NATO, perché da solo sarebbe stato impotente. Una dichiarazione di incapacità e di fallimento annunciato, che imporrebbe di mandare a casa il gallonato, vista la sua gestione fallimentare dei cinque miliardi di franchi annui a sua disposizione.

Miliardi al vento senza vergogna. Più difesa (nelle braccia della NATO) e meno protezione e aiuto alla popolazione, ci dicono i vertici grigioverdi.

I 13 miliardi di franchi dovrebbero invece andare alla vera protezione e al vero aiuto alla popolazione, visto che in Svizzera, nel 2021, 157 mila persone occupate vivevano in condizione di povertà e 279 mila in condizioni di rischio povertà. E mentre il Paese ha bisogno di interventi pubblici per sostenere la sanità e la formazione, il Consiglio federale taglia i finanziamenti ai politecnici.

Per il futuro e la sicurezza del Paese è più importante il clima, come spiega la segretaria del Gruppo per una Svizzera senza esercito, Pauline Schneider: “La maggiore e più acuta minaccia in materia di politica di sicurezza resta la crisi climatica. Non la combattiamo con carri armati e caccia militari”.

La Neue Zürcher Zeitung, giornale liberale, mentre Süssli presentava i suoi esosi desideri miliardari, descriveva la Svizzera come un Paese che può diventare una “Repubblica delle banane”, perché non è in grado di sviluppare e promuovere le proprie infrastrutture. Citiamo solo un esempio di politica ambientale: l’Austria conta 1427 impianti eolici, mentre la Svizzera è a quota 41.

Miliardi al vento senza vergogna. Governo e Parlamento dovranno esprimersi sulla lista della spesa presentata da Süssli e camerati. Speriamo che non si lascino turlupinare. I primi segnali non sono incoraggianti. La sinistra è rimasta imbambolata dalla guerra in Ucraina, dimenticando che nel nostro Paese andrebbe rilanciata la politica pacifista, anche e soprattutto in un mondo che si sta affossando nella corsa agli armamenti. Rinunciare all’esercito e puntare su una forza di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite rimane una prospettiva più che realistica in Svizzera.

Cominciamo a invitare i giovani a non andare a scuola reclute e a scegliere il servizio civile. Il loro curriculum sarà più ricco e avranno più facilità a ottenere posti di lavoro interessanti. Questo esercito, che brucia miliardi di franchi, è inutile: va radicalmente modificato o soppresso.

Nell’immagine: questo modello costa solo 17,90


Il libro nero di Giorgia

Il ‘perdono’ di Putin a Prigozhin era solo apparenza, e tutti lo sapevano; perché non vi fu solo la “marcia su Mosca”, ma ancor più il contro-racconto dei motivi della guerra in Ucraina 

Di Luca Bottura, La Stampa

Lorenzo D’Agostino, collaboratore tra gli altri di Libé, Der Spiegel, CNN, ha fatto uno scoop di cui non so se ringraziarlo. Da una parte, l’aver rintracciato un libro di Giorgia Meloni al cui confronto il generale Vannacci è un sincero democratico, rappresenta un indubbio attestato di capacità professionale. Dall’altra, con l’aria che tira, rischiamo di ritrovarcelo quanto prima in testa alle classifiche.

Il volume si intitola “Mafia Nigeriana: origini, risultati, crimini”. È uscito il 13 marzo 2019 per i tipi di Oligo, casa editrice mantovana specializzata tra l’altro in libri da colorare. Meloni lo firma insieme ad Alessandro Meluzzi: psichiatra, ex di qualunque partito di destra e sinistra, presidente del Partito Anti-Islamista italiano (alleato con la Lega), consulente per la difesa di Rudy Guede e Massimo Bossetti (entrambi condannati), già primate metropolita autoproclamato di una chiesa ortodossa non riconosciuta, cast fisso nei talk show di Mediaset, novax, putiniano, sosia ufficiale di Marco Columbro. A sbobinare il pensiero di Meloni e Meluzzi è Valentina Mercurio, autrice di “L’istrione Freddy Mercury” e “Storia, miti e leggende dei Castelli Romani da colorare”.

Le premesse sono grottesche, il volume è drammatico. Quando esce, siamo nel pieno della campagna retequattrista sulla mafia africana che ruba il lavoro alle mafie italiane. L’omicidio di Pamela Mastropietro, compiuto ad opera di spacciatori nigeriani e “vendicato” dal suprematista bianco Luca Traini, ha scatenato un’ondata xenofoba. Meloni-Meluzzi, chiedo scusa per il gergo accademico, inzuppano il biscotto.

Il saggio, rimosso dal catalogo Oligo ma presente nel CV ufficiale della PDC, raccoglie tutta la pubblicistica dei troll social contro i richiedenti asilo: «I nostri militari vengono aggrediti da Nigeriani, poco più che ventenni, giganti, tra i novanta e i cento chili, certamente non denutriti e sofferenti bensì palestrati, che popolano le nostre contrade, costando allo Stato più di cento euro al giorno, di cui quaranta alle cooperative e per i telefonini, ci dà un ulteriore senso di rabbia, di impotenza e di paura».

Alcune deduzioni: non esistono nigeriani di 89 o 101 chili, lo Stato spende quindi 65 euro al giorno in più di quelli previsti all’epoca perché probabilmente li mette l’attuale Presidente di tasca sua come per i romani scrocconi; Meloni e Meluzzi credono che gli aggettivi indicanti la nazionalità vogliano la maiuscola. Inoltre, tutti i nigeriani sono «potenziali omicidi» e vengono da una zona che comporta il «95 per cento dei respingimenti». Cose a caso che perlomeno fanno giustizia delle tesi sui cosiddetti migranti economici: in Nigeria c’è la guerra, ma noi non li vogliamo perché sono neri.

Per vincere il «razzismo all’incontrario» che Meloni paventa, per respingere la triste realtà che «per gli Italiani (sempre maiuscolo) c’è la legge, per i richiedenti asilo c’è tutto», complice la Chiesa migrazionista, le forze dell’ordine vanno formate culturalmente. Devono capire chi hanno di fronte per «evitare il rischio di una sostituzione etnica» da parte di tizi poligami che «fanno cinque figli per coppia», cannibali specializzati in sacrifici umani. Gli Yoruba, ci informa Meloni, «vendono carne umana al mercato». Il che risulta curioso, visto che sono in gran parte cristiani. Inoltre torturano le vittime e poi le cuociono in un calderone: «I cadaveri dei bianchi sono molto graditi perché la tradizione vuole che il loro cervello sia più facile da domare».

Il nigeriano (anzi: il Nigeriano) è selvaggio e «il selvaggio sembra far da condensatore per tutte quelle qualità negative che sono l’appannaggio delle realtà criminali nei Paesi civili». Danneggiando un’attività italiana famosa nel mondo, la Camorra: «Fiumi di denaro nelle mani di una parte degli Africani di Castel Volturno che pagano gli affitti delle case, comprano call center, riciclano attraverso i negozi (…). Ci sono invii di denaro continui: soldi dei bianchi che vengono direttamente consegnati ai neri». Attenzione: non dall’Italia all’estero, dai bianchi ai neri.  E se moldave e rumene vanno bene perché ci fanno da badanti, coi neri si corre il rischio di «cambiare l’etnia europea per creare un’Eurafrica o un’Eurasia» accogliendo gente che sconta una «inclinazione mostruosa».

C’è poi il mercato della droga che è in mano alla mafia nigeriana, e che la ’ndragheta si attacchi, ed è alimentato dai foreign fighter (chi? Quando? Dove? ) mentre, anche se gli ambienti investigativi non confermano, sull’Autostrada del Sole si vendono – anzi: «si venderebbero» – organi umani a sessantamila euro l’uno. Che è sempre meno di un Camogli. Un testo che al confronto Forza Nuova è Pierferdinando Casini.

Ministro Crosetto: che facciamo, destituiamo pure qui? Mentre ci pensa, dobbiamo a tutti delle scuse: al ministro Lollobrigida, al Generale Vannacci, a tutti gli esponenti di FdI che ogni giorno postano o dicono idiozie razziste perché credono di essere ancora all’opposizione. Stavano solo citando un libro (e moschetto).

Nell’immagine: Giorgia Meloni (con il libro in mano) presenta “Mafia nigeriana”


Il libero mercato non ci salverà dalla crisi climatica

Il ‘perdono’ di Putin a Prigozhin era solo apparenza, e tutti lo sapevano; perché non vi fu solo la “marcia su Mosca”, ma ancor più il contro-racconto dei motivi della guerra in Ucraina 

Di Mattia Marasti, Valigia blu

La crisi climatica è un fatto, così come la sua origine antropica: il rapporto dell’IPCC del 2021 ha mostrato che l’aumento di temperatura rispetto all’età preindustriale, grazie a ricerche empiriche e a simulazioni numeriche, dipende per la maggior parte dall’attività umana.

Eppure ancora oggi, in una commistione tra ignoranza e malafede, nell’opinione pubblica e in politica non mancano incursioni per screditare gli sforzi di scienziati, attivisti e di una parte della classe dirigente che spingono per una transizione ecologica, sia dal punto di vista legislativo sia dal punto di vista del consenso elettorale. Uno degli argomenti utilizzati in Italia e all’estero dalla congiunzione di negazionisti climatici e inattivisti è quello secondo cui la transizione climatica sarebbe cavalcata dalla sinistra per imporre politiche di tipo dirigista e stataliste, motivate più dall’odio per il libero mercato che dalla scienza.

Questo argomento però, a un’attenta analisi, si basa su un tentativo di agitare spauracchi da “guerra fredda” per ritardare la transizione ecologica. La situazione, in realtà, è ben più complessa.

L’economia della crisi climatica

Nemmeno quegli economisti considerati più a torto che a ragione dei paladini del libero mercato ritengono che questo, da solo, possa gestire un fenomeno come la crisi climatica. Il motivo ha un nome ben preciso: esternalità. Per comprenderlo, anche in maniera approssimativa, è utile fornire maggiori coordinate. Quando gli economisti tentano di capire come funzionano i mercati di solito studiano l’intersezione tra la domanda e l’offerta di un certo bene. La domanda e l’offerta si basano però sul comportamento di consumatori e imprese che fanno parte del mercato, e che badano principalmente al loro benessere, nel caso dei consumatori, e ai loro profitti, nel caso delle imprese.
Quando sono soddisfatte certe condizioni, il processo va a buon fine e ognuno ottiene il maggior guadagno possibile (a livello tecnico è detto “equilibrio paretiano”). Ci sono però dei casi in cui queste condizioni non si verificano; nella realtà, pressoché mai. In questo caso si parla di fallimenti del mercato. È necessario sottolineare che il termine è da intendersi in maniera strettamente tecnica: i fallimenti del mercato non sono situazioni di elevata disuguaglianza e concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi. Tra i casi di fallimenti di mercato ci sono, appunto, le esternalità.

In un contesto ideale, come quello di prima, i consumatori e le imprese badano solo ai loro interessi e questo tutto sommato funziona. Ma che cosa succede quando gli interessi di qualcuno vanno a danneggiare qualcun altro senza pagare alcun costo? Questo è, in maniera forse semplificata, il concetto di esternalità. L’esempio più semplice sono, appunto, le emissioni. Pensiamo a un’impresa che produce un certo bene, ma che nel processo emette gas inquinanti che hanno ricadute negative sulla salute delle persone e sull’ambiente. Nella misura in cui il costo delle emissioni non ricade sul bilancio dell’azienda,  non c’è alcun incentivo economico per spingerla a ridurle (nonostante gli incentivi economici non siano i soli motivi). In un mercato di questo tipo non si giunge quindi al maggior benessere possibile per tutti i partecipanti al mercato.

Anche la teoria economica ammette in questo caso l’intervento dello Stato. Per ristabilire il benessere, lo Stato dovrebbe far pagare il costo delle emissioni nocive all’azienda, andando così a cambiare, attraverso i prezzi, la produzione della stessa. Questo nella pratica si traduce in una carbon tax, una delle misure più gettonata dagli economisti per combattere la crisi climatica. Nel corso degli anni vari governi hanno imposto delle carbon tax, alcuni con esiti positivi, altre volte con esiti meno egregi. Il caso più interessante è sicuramente quello della regione canadese della British Columbia. Nel 2008 la provincia decise di introdurre una carbon tax senza alcuna esenzione: sia consumatori sia aziende che volevano consumare beni inquinanti avrebbero dovuto pagare una maggiorazione. Ma il gettito ottenuto dall’imposta venne utilizzato per tagliare le tasse ai cittadini. Quindi un agente economico avrebbe avuto da una parte un costo, quello ottenuto dalla maggiorazione, ma dall’altra il beneficio di una diminuzione delle imposte. Questo spinge i cittadini e le imprese a ridurre le emissioni, per avere un maggior quantitativo di denaro in tasca, per capirci. D’altronde i dati sono lì a dimostrarlo: il consumo di combustibili fossili è calato del 17% nei primi quattro anni, mentre nel resto del Canada è aumentato dell’1%. Quanto visto nell’esempio sulla British Columbia è uno dei capisaldi delle cosiddette politiche market based  per contrastare la crisi climatica: il cambiamento di cittadini e imprese passa attraverso il sistema dei prezzi. Prendiamo un esempio più semplice: una meat tax, ovvero un’imposta sulla carne, che come mostrano i dati ha un impatto sulle emissioni non indifferente. Se un governo introducesse un simile tipo di imposta, i cittadini vedrebbero aumentare il prezzo della carne dal macellaio o in un centro commerciale. Per questo motivo, sempre in linea teorica, sposterebbero il loro consumo su altri tipi di alimenti, come verdura e legumi.

Il problema delle misure di mercato

Si può ben capire, dall’esempio appena citato, il problema che, nella realtà, compare quando parliamo di questo tipo di politiche. Se la teoria economica ci dice che i consumatori, sotto certe condizioni, ridurranno il loro consumo di carne o di altri prodotti inquinanti, nella realtà più che ridurre il consumo saranno infuriati con il governo che ha varato la proposta. Un esempio paradigmatico arriva dalla Francia. Dove, nel 2018,  il presidente Emmanuel Macron decise di rispettare l’aumento delle imposte sui carburanti deciso dal suo predecessore Francois Hollande. Questo sarebbe stato un duro colpo per categorie come i camionisti che, infatti, scesero in piazza contestando duramente il presidente francese e il governo di Edouard Philippe, anche se le proteste furono cavalcate dal principale partito d’opposizione ovvero il Rassemblement National di Marine Le Pen.

Questo può sembrare un caso isolato, mera aneddotica spacciata per statistica. Ma un lavoro dei ricercatori del Fondo Monetario Internazionale ha recentemente indagato l’impatto politico, ovvero sul consenso dei partiti di governo, delle politiche climatiche. Che cosa emerge dallo studio? Uno dei risultati sottolineato dai ricercatori del Fondo Monetario è che l’impatto negativo sul consenso delle politiche climatiche dipende da come viene ideata la politica in questione. In particolare, le politiche market based, che come la carbon tax agiscono sui prezzi per orientare il comportamento dei consumatori, fanno generalmente calare il consenso dei partiti che le varano. Questo non vuol dire che debbano essere del tutto abbandonate. Politiche come la carbon tax rappresentano una condizione necessaria per contrastare la crisi climatica, ma occorre tenere conto di aspetti come l’equità e la distribuzione delle risorse, per evitare che a pagarne il prezzo siano le fasce meno abbienti e quella media della popolazione che già oggi portano sulle loro spalle il peso degli eventi estremi. Il caso della British Columbia è un caso da manuale: se non vuoi alienare il consenso dei cittadini, devi garantire una forma di compensazione che promuova i sacrifici.

Le politiche market based, tuttavia, non sono l’unica alternativa. Mentre queste si applicano ai prezzi, le politiche di command and control si applicano invece alle quantità, andando a definire standard rigidi sulle emissioni o su questioni ambientali: l’esempio più banale è il divieto di immatricolazione di auto a benzina o diesel nel 2030 come quello di cui si discute in questi mesi in Europa. D’altronde, agire sulle quantità e non sui prezzi può essere più efficiente nel caso della crisi climatica, come mostra anche la ricerca economica. Perché questo? Come spiega Andrea Roventini, professore ordinario alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, politiche che agiscono sulle quantità hanno poi dei riflessi sul progresso tecnologico. Un’impresa, conscia dei limiti imposti dallo Stato, ad esempio sulla vendita di auto a diesel o benzina, sarà costretta a investire su – per fare un esempio – auto elettriche. Questo, spiega ancora Roventini, si innesta su un altro dibattito che sta interessando il mondo dei legislatori e degli economisti: poiché le imprese non possono fare tutto da sé, è necessario un ritorno della politica industriale.

Si tratta cioè degli interventi dello Stato per modificare il sistema economico, indirizzandolo verso obiettivi desiderati, in questo caso proprio la transizione ecologica. In un lavoro del 2014, l’economista di Harvard Dani Rodrik, tra i più noti sostenitori della politica industriale, ha sottolineato l’importanza dell’intervento dello Stato nel campo della transizione ecologica. Nello studio, Rodrik mostra anche vari casi, tra cui quello tedesco e quello cinese, di interventi su questo fronte. Anche Mariana Mazzucato, professoressa di Economia dell’Innovazione e del Valore Pubblico all’University College di Londra, sottolinea l’importanza di una riscoperta della politica industriale per la crisi climatica, attraverso ad esempio i Progetti a Missione (Mission Oriented Projects). In questo tipo di progetti, come successo ad esempio con l’allunaggio, lo Stato decide un obiettivo da raggiungere che può essere ad esempio la completa trasformazione della produzione di auto, collaborando con i privati e il mondo della ricerca sia di base sia applicata. Un approccio simile a quanto proposto da John Van Reenen, professore d’economia del MIT, in un recente contributo per l’Hamilton Project: cruciale è lo studio del sistema americano, formato da agenzie pubbliche come il DARPA che si sono rivelate efficienti nel catalizzare l’innovazione.

Restando negli Stati Uniti, già l’amministrazione Obama aveva deciso di puntare sull’auto elettrica, concedendo tra le altre cose un prestito garantito alla casa automobilistica Tesla di Elon Musk. Ma con l’amministrazione Biden, che a differenza di quella Trump non nega la crisi climatica, si è assistito a un deciso cambio di passo. Il provvedimento principale è l’Inflation Reduction Act (IRA): nonostante il nome del provvedimento faccia propendere per altro, si tratta di un gigantesco piano dell’amministrazione Biden per sussidiare la transizione verde delle aziende americane. Il piano prevede una spesa di 400 miliardi di dollari per sussidi, crediti d’imposta e sviluppo di tecnologie pulite come eolico e geotermico. Tra le misure più discusse c’è sicuramente quella dello sconto di 7,500 dollari per l’acquisto di auto elettriche se i componenti sono stati acquistati e assemblati negli Stati Uniti o in paesi alleati. Secondo le stime del Rhodium Group, l’impatto sulle emissioni dell’IRA potrebbe essere considerevole, arrivando a un calo del 40% di emissioni rispetto a quelle del 2005.

Anche l’Europa, proprio per controbattere alle mosse di Biden, sta cercando di indirizzarsi verso una politica industriale più interventista, nonostante persistano delle diffidenze nei vari paesi. Questo rinnovato interesse per la politica industriale e quindi per l’intervento statale nell’economia non è però indolore. Come scrivevano i due esperti Daron Acemoglu e James Robinson, i rischi riguardanti l’intervento statale non sono di natura economica, ma politica. Lungi dall’essere governanti illuminati, i politici sono agenti economici come gli altri, interessati al tornaconto personale. Potrebbero quindi utilizzare la politica industriale, come successo in Italia con l’IRI, per fini di consenso e potere, più che per garantire crescita e progresso tecnologico.

I costi della transizione ecologica

Oltre alla politica industriale, l’intervento dello Stato passa anche dalla copertura dei costi che la transizione ecologica porterà necessariamente con sé. Come spiega uno studio dell’European Parliamentary Research Service, nonostante la transizione verde porterà a benefici economici sul lungo periodo, nel breve periodo potrebbero esserci dei costi non indifferenti. Questo è uno degli aspetti che è necessario sottolineare: le questioni che si affrontano sono complesse ed è cruciale comunicare anche alla popolazione generale, che spesso non ha il tempo per interessarsi a certi aspetti, che la transizione sarà un processo estremamente delicato, con dei costi. Il progresso tecnologico, che è necessario per la transizione ecologica, è caratterizzato da quello che l’economista e filosofo Joseph Schumpeter chiamava “distruzione creatrice”. Anche in questo caso un esempio aiuterà a fare chiarezza. Fino a una decina di anni fa nelle nostre città si trovavano negozi in cui era possibile noleggiare videocassette e dvd dei film usciti poco tempo prima al cinema. Poi sono arrivati Netflix e piattaforme di questo tipo che, grazie a costi minori per il consumatore, hanno preso il sopravvento sul mercato spingendo i videonoleggi a chiudere.

Nel caso della transizione ecologica è lo stesso: vi sono dei settori che necessariamente dovranno essere abbandonati e, almeno in alcuni, la manodopera sarà inferiore. Pensiamo, ad esempio, al numero di operai che serviranno per produrre un’auto elettrica rispetto a quella tradizionale. Ciò richiede quindi un sistema di welfare e tutele, assieme a interventi sulla formazione, che non può non passare anche dallo Stato.

Il libero mercato non esiste, solo i mercati regolati

La discussione svolta dovrebbe spingerci a una conclusione: nel caso della crisi climatica, ma non solo, il libero mercato è soltanto un espediente retorico per non trattare i problemi. Nella storia non esistono, come sostengono vari economisti, sistemi come il libero mercato, quanto mercati regolati che contemplano, tra le altre cose, interventi statali. Le strategie per contrastare la crisi climatica e spingere per la transizione ecologica passano quindi da questioni più sottili – dall’implementazione delle politiche da adottare, la comprensione di come aziende e consumatori reagiranno, i limiti politici. E per fare questo serviranno da una parte un mercato regolato capace di puntare su settori puliti e pronto ad abbracciare la crescita, dall’altra uno Stato pronto a catalizzare l’innovazione e garantire tutele a quelle persone che, nel mentre, rischiano di restare indietro.

Nell’immagine: presentazione dell’Inflation Reduction Act


Confucio, Mao, Xi Jinping e il capitalismo di Stato

Il ‘perdono’ di Putin a Prigozhin era solo apparenza, e tutti lo sapevano; perché non vi fu solo la “marcia su Mosca”, ma ancor più il contro-racconto dei motivi della guerra in Ucraina 

Una buona dose di confucianesimo (“imparate a mangiare amarezza”) e un richiamo al maoismo (“andate a lavorare in campagna” per capire la durezza della vera vita e della disciplina). Questo ha detto di recente Xi Jinping al 20% di giovani cinesi disoccupati (cifra ufficiale, probabilmente inferiore al dato reale) dopo decenni di spettacolare sviluppo economico. Rispolverando, con questi amabili consigli, pure una pagina mitologica della sua stessa biografia, vergata naturalmente dagli scrivani del regime comunista come fosse una Bibbia, in cui si racconta come l’allora sedicenne figlio di un “principe del partito” caduto in momentanea disgrazia (rivoluzione culturale), si unì “di sua spontanea volontà” a una brigata di produzione agricola nel villaggio nella contea settentrionale di Yanchuan (900 chilometri dalla natia Pechino) per essere “rieducato dai contadini poveri”, impegnandosi, il ragazzo, a camminare anche “per cinque chilometri attraverso un terreno montuoso, con cinquanta o cento chili di grano per molto tempo e senza cambiare spalla”.

Non si sa quanto i ragazzi figli del “miracoloso” capitalismo di Stato seguiranno il “didatta supremo”. Probabilmente assai poco. La gioventù cinese sembra oggi un po’ meno malleabile e facile al richiamo dell’imperatore. Soprattutto ora che il decantato modello di sviluppo vacilla, pur senza crollare. La crisi del mattone cinese è impressionante: certificata e simboleggiata in particolare (ma non unicamente) dai debiti ultramiliardari della società “Evergrande”, la più indebitata del mondo, 340 miliardi di dollari, e 81 miliardi di perdite, che è stata addirittura costretta a “umiliarsi” chiedendo alle autorità americane di varare il meccanismo di protezione dai creditori statunitensi per evitare il fallimento. Fosse soltanto questo: problema nel problema, il settore immobiliare contribuisce addirittura per il 30% al Pil cinese (ricchezza nazionale). 

Il calo delle compravendite immobiliari nell’ “Impero di Mezzo” segna uno spettacolare -20% (la stessa cifra negativa registrata dalla Borsa di Hong Kong dall’inizio del 2023). Si rastrellavano enormi capitali e si costruivano appartamenti in palazzi e grattacieli, spesso rimasti invenduti a una classe media in crescita esponenziale ma intimorita, in parte impoverita, dalle difficoltà economiche seguite al blocco provocato prima dal lungo e rigidissimo lock-down da Covid 19 (gestito non proprio esemplarmente), poi dall’intasamento delle merci da esportare bloccate a lungo nei porti, infine dalle conseguenze della guerra in Ucraina e dal partenariato con Mosca, che ha aggravato le sanzioni soprattutto tecnologiche e che rimette in discussione una mondializzazione di cui per anni (dopo quelli dei brevetti “rubati”) Pechino ha largamente beneficiato. Una crescita che comunque già una trentina di anni fa l’economista (e premio Nobel) Paul Krugman aveva segnalato come abbondantemente dopata.

Avendo ampiamente e volontariamente contribuito a fare della Cina “la fabbrica del mondo”, e nell’era delle inevitabili automatiche interconnessioni finanziare, l’Occidente si interroga sul “pericolo contagio” di quello che un giornale americano ha definito “un momento Lehman” della seconda potenza economica mondiale: c’è infatti chi teme che, così come la crisi americana del 2008 propagò i suoi veleni in tutti i paesi del sistema capitalista, anche quella che fronteggia oggi Pechino possa far sentire i propri effetti negativi sulle economie occidentali. Timore comprensibile, ma improbabile. Non soltanto perché la crescita spropositata del debito del settore immobiliare che fronteggia il regime di Xi è stata alimentata da capitali, banche e investitori quasi esclusivamente cinesi. Ma anche perché Pechino possiede titoli di Stato americani per circa un miliardo di dollari. Semmai è da vedere in che modo gli scossoni di oggi, con relativa perdita reputazionale, possano rallentare il grande cantiere e il procedere di quella “Via della seta” (multi-continentale infrastruttura di collegamenti e investimenti), ritenuta indispensabile nelle stanze della Città proibita per l’espansione o la colonizzazione indiretta di economie nazionali, sviluppate o meno.

Sulle conseguenze del domino cinese peserà infine la strategia che il potere sceglierà per uscire da una fase di difficoltà che evidentemente non è solo “crisi del mattone”. Da tempo il partito comunista ha deciso una svolta con cui intende ridurre autonomia e indipendenza del settore privato, di cui avverte, per la sua stessa sopravvivenza al potere, la necessità di dover controllare gli eccessi. Forse anche attraverso la possibilità di impartire una pesante lezione. E il caso “Evergrande” potrebbe esserlo.  Non sorprende dunque che per il momento sembra che l’autorità centrale abbia fatto sapere che non intende intervenire per salvare i colossi malati del suo settore immobiliare, ripianando le perdite attraverso un intervento pubblico. Insomma, non saremmo al nostro “too big to fail”. Apparenti contraddizioni del “capitalismo di Stato”. Che di per sé, è già ossimoro. 

Nell’immagine: una delle tante “città fantasma” cinesi, fatta di lugubri palazzi disabitati