Narrare correttamente e urgenza di una riflessione collettiva

Ruolo dei media, ma anche della politica, per un’informazione condizionata negativamente dall’irruzione dei social media – Di Ferruccio D’Ambrogio 

“Narrare (e bene) la sfida più grande” è il titolo dell’editoriale di Azione del 31 luglio scorso in cui Simona Sala solleva importanti interrogativi riguardanti il ruolo dei media in un frangente storico in cui l’urgenza principale è rappresentata da una riflessione collettiva il più possibile serena e ponderata onde evitare “di ri-creare quella situazione dicotomizzata che avevamo ben conosciuto durante il periodo pandemico, in cui una profonda crepa si è insinuata nelle società democratiche, di colpo spaccate tra negazionisti e non”.

Precisando che “le notizie riportate dai media sono un susseguirsi disordinato di eventi” di ogni tipo “contendendosi l’attenzione del pubblico con i social media… altrettanto caotici” in “una narrazione (a tratti isterica) senza soluzione di continuità”, Simona  Sala preconizza:

  • “una sana presa di coscienza” che avviene tramite  “una narrazione equilibrata e non gridata, altrimenti… finiremo per ritrovarci nuovamente con una società spaccata in due, come ai tempi del Covid”
  • l’“accuratezza giornalistica” ovvero: “non sono tanto i roghi a doverci preoccupare quanto piuttosto il surriscaldamento delle acque dei mari”.

Un’ottima sintesi, con interrogativi pertinenti riguardanti il ruolo della stampa.

Due osservazioni. La prima concerne precipuamente ruolo e modalità / vincoli di funzionamento dell’informazione. La quale, come pure osservato da Sala, deve fare i conti con i Social, la cui apparizione ha scombussolato radicalmente contenuti dei media e pratiche sociali di fruizione dell’informazione. In meno di una generazione siamo passati dal Tg e notiziario radio ad orari fissi quali soli punti di riferimento per la  maggioranza della popolazione, all’informazione “fai da te”. 

Una innovazione radicale connotata da:

  1. diversificazione degli attori produttori, rispettivamente diffusori dell’informazione non più appannaggio della sola stampa; 
  2. anche, e soprattutto, nessun obbligo per i social di osservare la deontologia a cui sono invece vincolati i professionisti della stampa.

Uno sguardo alla “Carta dei doveri e diritti  della/del giornalista” di Impressum (Associazione dei giornalisti della Svizzera e del Principato del Liechtenstein) consente di capirne la portata. Fra i punti significativi in merito al tema trattato, il giornalista è tenuto a: 

  • ricercare la verità, in virtù del diritto del pubblico di conoscerla, a prescindere dalle conseguenze per sé.
  • pubblicare unicamente informazioni, documenti, immagini e suoni di cui sono note le origini
  • non sopprimere informazioni o elementi d’informazione essenziali; non snaturare i testi
  • rettificare informazioni rivelatesi materialmente inesatte.

Gianluca Amadori (presidente dell’Ordine dei giornalisti del Veneto) va oltre, precisando la necessità del giornalista di “dare conto, allorquando non v’è certezza relativamente ad un argomento, delle diverse posizioni in campo”, nonché delle diverse analisi nel rispetto del principio di completezza della notizia. Riguardo ai temi di carattere scientifico: “diffondere notizie solo se verificate con fonti qualificate, di carattere nazionale e internazionale, provvedendo ad evidenziare eventuali notizie rivelatesi non veritiere”. Inoltre: “riferirsi a fonti scientifiche molteplici e qualificate”; cautela, prudenza ed equilibrio per “non creare aspettative infondate o ingiustificati allarmi”.

Gioco forza constatare che in rete imperversano sempre più informazioni inosservanti (per ignoranza o scelta voluta) di qualsiasi principio deontologico, e va per la maggiore un’informazione di parte, interessata (senza dichiararlo) a promuovere altri fini.

E qui sorge il “busillis”: sempre più persone attingendo la loro informazione sostanzialmente o solo tramite la rete, ignari di quanto sopra e/o comunque indifferenti alla necessità di verificarne la veridicità, diventano bersagli e vittime di fake news. Insomma la “zona grigia (priva e/o liberata dal rispettare la  deontologia dell’informazione) è diventata dominante non solamente a livello di offerta, ma soprattutto di domanda (consumo). Conseguenza: il funzionamento del sistema globale dell’odierna informazione assomiglia sempre più a quello del Far West: libertà di agire, perché conta il risultato. Una situazione inammissibile, in contraddizione oltre che con le norme deontologiche del settore, anche con la Costituzione di qualsiasi Stato democratico.

La seconda osservazione riguarda l’”urgenza di riflessione collettiva, alla quale la stampa può contribuire quale attore indispensabile.

La “narrazione equilibrata e non gridata” auspicata da Sala è una condizione certamente necessaria, ma non sufficiente, allorquando il soggetto è un gruppo. Infatti, contrariamente alla singola persona, la riflessione di gruppi richiede metodi e regole specifiche, nonché conoscenza e capacità di gestire le dinamiche derivanti. Teoria e prassi dimostrano che ciò che fa crescere ed evolvere individuo e gruppi è la loro capacità di riconoscere e valorizzare le differenze. Differenze che rappresentano il “combustibile “ vitale di ogni gruppo umano. 

Per usare le parole di Ruth Cohn: “qualsiasi gruppo che compone una comunità acquista forza quando le persone che lo compongono si realizzano nella rispettiva comunità, e non quando rinunciano alle loro individualità. Ogni essere umano si completa nelle relazioni con gli altri e in rapporto ad un compito. Il sentimento del “Noi” in un  gruppo si rafforza attraverso l’affermazione ed il confronto e non quando i soggetti rinunciano a se stessi”

Nello specifico di una “situazione dicotomizzata” la letteratura scientifica fornisce ampia documentazione. Il conflitto tra fautori e contrari di una teoria o di una opinione s’inscrive nella tipologia del conflitto d’ideologia, appartenente alla categoria generale di “conflitto di difesa dell’identità”. Conflitto che appare allorquando individui portatori di ideologie divergenti sono portati a confrontarsi a livello delle loro credenze essenziali (come accade per ProVax e AntiVax) È quindi possibile, oltre che doveroso, affrontare detti conflitti, per tentare di risolverli, prendendo spunto da esempi concreti conclusi. Ciò richiede ovviamente l’intervento di specialisti in materia (ne esistono), che siano (condizione fondamentale) accettati da ambo le parti. Ovviamente occorrono pure i mezzi finanziari (relativamente modesti rispetto ad altre spese), questione che non dovrebbe costituire un problema per la comunità essendo un tema importante oltre che urgente. Un esercizio che ad oggi sembra non godere ancora della necessaria considerazione da parte della politica e dell’autorità pubblica incaricata del governo della società. Ma questo merita un discorso a parte.

Ferruccio D’Ambrogio è specialista in problematiche dello sviluppo


“Perché Google manipola la democrazia come Pechino”

Ruolo dei media, ma anche della politica, per un’informazione condizionata negativamente dall’irruzione dei social media – Di Ferruccio D’Ambrogio 

Di Alexandre Devecchio, La Repubblica

Giuliano Da Empoli, l’intelligenza artificiale può trasformare profondamente la democrazia? Lo sta già facendo?

«Dal momento in cui l’intelligenza artificiale si insinua nelle relazioni tra le persone e diventa l’interfaccia attraverso cui ognuno di noi si relaziona con il mondo e con gli altri, è chiaro che questo ha un effetto sulla democrazia. Si parla molto del ruolo dei social network, ma credo che il fenomeno sia già molto più diffuso. Il fatto che oggi ognuno di noi passi buona parte del proprio tempo davanti a uno schermo sta cambiando non solo la democrazia, ma la stessa esperienza umana. A fine giornata, che cosa abbiamo vissuto davvero, se escludiamo le esperienze mediate dallo schermo?». 

L’uso di algoritmi di apprendimento e di dati massivi per le campagne di marketing politico rappresenta una minaccia?

«È chiaro che l’uso dei dati offre alle campagne politiche opportunità senza precedenti per rivolgersi agli elettori in un modo completamente nuovo. Le campagne tradizionali, in cui un candidato cercava semplicemente di convincere gli elettori dei meriti delle sue idee, negli Stati Uniti non esistono più. I responsabili delle campagne elettorali ora sanno esattamente qual è la posizione di ciascun elettore. Perciò si sforzano di mobilitare coloro che sanno che sosterranno la loro causa, di smobilitare gli oppositori incoraggiandoli a rimanere a casa il giorno delle votazioni e di inviare messaggi su misura ai pochi elettori indecisi per convincerli a passare dalla parte giusta al momento giusto. Le campagne elettorali si stanno trasformando in battaglie a colpi di software oltre che politiche. In Europa, per fortuna, la protezione legale dei dati personali è più forte, ma le tendenze principali sono le stesse». 

Come abbiamo visto di recente, in particolare con le foto falsificate di Donald Trump, l’intelligenza artificiale è in grado di creare foto iperrealistiche inventate di sana pianta. Stiamo entrando in un’era di manipolazione di massa?

«Oggi bastano tre secondi di audio di una voce umana per sintetizzare il resto e farle dire quello che si vuole. Lo stesso vale per le immagini e i video. Le possibilità di manipolazione diventano infinite. Possiamo immaginare che la possibilità di manipolare, o addirittura creare da zero, qualsiasi immagine o video ben presto cambierà il nostro rapporto con i media audiovisivi, instillando una forma di scetticismo diffuso. Tutti ci affideremo esclusivamente a fonti di informazione che noi stessi consideriamo affidabili, ma queste fonti seguiranno standard e orientamenti molto diversi: alcune si atterranno alle regole dell’etica giornalistica, altre no. Avremo quindi una miriade di “produttori di realtà” che si contraddiranno sistematicamente. Un po’ come accade già oggi, con media e siti web di diverso orientamento, ma supportati da mezzi audiovisivi, veri o falsi, pensati per stimolare al massimo le emozioni». 

Nel suo saggio “Gli ingenieri del caos”, come nel suo romanzo “Il mago del Cremlino”, lei mostra come i “leader populisti” abbiano usato gli algoritmi per destabilizzare la loro società. Queste nuove tecnologie stanno accentuando la frammentazione della società, in particolare nelle democrazie occidentali?

«Qui andiamo al cuore del problema. Non sono solo le fake news e le deepfake che presto invaderanno i nostri schermi. Il vero problema è la ponderazione. In un mondo sovraccarico di informazioni, gli algoritmi che governano i nuovi media fanno sì che ognuno veda solo la parte di realtà che conferma le proprie opinioni. Non importa se queste informazioni siano vere o false. Potrebbero anche essere tutte vere — ce ne sono così tante!. Ciò che conta è il peso relativo che si dà a questi fatti e il risultato è che la vecchia frase “ognuno ha diritto alle proprie opinioni, ma non ai propri fatti” non è più valida. Ognuno ha diritto alle proprie opinioni, ma anche ai propri fatti. E questo non vale solo per gli elettori di Trump nel cuore degli Stati Uniti o per i sostenitori dei nazional-populisti in Europa. Vale per tutti: accademici progressisti nei campus, personaggi dell’establishment, per chiunque… A meno che non facciamo uno sforzo consapevole e coerente per esporci a punti di vista radicalmente diversi. L’intelligenza artificiale rafforzerà questo fenomeno, perché sarà di gran lunga migliore dei vecchi algoritmi nel soddisfare le nostre preferenze e attingere alle nostre passioni. Fornirà contenuti sempre più personalizzati — su misura per ognuno di noi — e completamente immersivi». 

Nelle dittature, l’intelligenza artificiale permette di accentuare la verticalità del potere e di controllare meglio la società? È già così in Cina? E in Russia?

«L’intelligenza artificiale, che si basa sull’accumulo di una quantità pazzesca di dati, è di per sé un formidabile strumento per concentrare il potere nelle mani di chi è in grado di controllare e utilizzare questi dati. Ciò è vero sia nei sistemi democratici, dove i dati sono attualmente concentrati principalmente in mani private, sia nei sistemi autoritari, dove i dati sono controllati dallo Stato. La Cina, molto più della Russia, è oggi l’esempio più impressionante — e preoccupante — di come le nuove tecnologie possano essere utilizzate per creare una dittatura perfetta. Non è un caso che, qualche anno fa, i manifestanti pro-democrazia di Hong Kong prendessero di mira i “lampioni intelligenti” installati dal regime nelle strade dell’ex colonia britannica». 

Sulla rivista Le Grand Continent, lei ha scritto: “Il Partito comunista cinese e la Silicon Valley stanno lavorando a un futuro post-umano”. È un’alleanza inaspettata. Che cosa intende dire?

«Durante la Guerra Fredda si scontravano due concezioni opposte dell’essere umano: da una parte l’individuo capitalista, libero di assecondare i propri istinti e desideri, dall’altra il nuovo uomo comunista, impegnato ad anteporre il benessere collettivo ai propri interessi immediati. Oggi si parla di una nuova guerra fredda, ma Google e il Partito comunista cinese hanno esattamente la stessa concezione dell’uomo: quella di un individuo il cui comportamento e le cui aspirazioni possono essere ridotti interamente a una serie di numeri e governati da algoritmi sempre più sofisticati. I fini sono diversi — il profitto per Google e il controllo politico per il Pcc — ma gli strumenti e la visione della società sono esattamente gli stessi». 

Paradossalmente, la Silicon Valley sostiene di essere progressista. È uno scenario alla Frankenstein, con una creatura il cui controllo sfugge al suo creatore?

«La Silicon Valley è un ecosistema in cui l’estrema sofisticazione tecnologica convive con una spaventosa povertà politica e culturale. Basta guardare i principali attori del sistema: i Mark Zuckerberg, i Jeff Bezos, gli Elon Musk. La loro capacità di mettere la tecnologia al servizio di una volontà di potenza illimitata, che arriva a voler privatizzare l’universo e vincere la morte, non può che impressionare noi comuni mortali. D’altra parte, non appena si avventurano nel campo della politica, o anche semplicemente delle relazioni con gli altri o della filosofia di vita, ci sentiamo in imbarazzo per loro, tanto ingenue e semplicistiche sono le loro idee. Alcuni si definiscono progressisti, altri libertari, ma tutti sono accomunati da una forma di arroganza — l’idea di costruire un mondo a propria immagine e somiglianza — che li rende fondamentalmente indifferenti alle ripercussioni politiche e sociali delle loro azioni». 

I social network sono stati inizialmente presentati come strumenti democratici e, in effetti, hanno portato un certo grado di pluralismo in un panorama mediatico chiuso, per non parlare del loro ruolo positivo nelle rivoluzioni arabe e nell’Iran di oggi. Possiamo farne un uso controllato nonostante l’avvento dell’IA?

«Non abbiamo scelta. Nel corso della loro storia, le nostre democrazie hanno sviluppato uno spazio pubblico regolamentato che garantisce il rispetto dei diritti umani e politici fondamentali. Ma non appena entriamo nella dimensione digitale, è come se ci trovassimo nello Yemen o in Somalia, uno Stato in disgregazione in cui non sono garantiti nemmeno i più elementari diritti democratici. Una parte sempre più importante del nostro dibattito pubblico si svolge in un sistema decadente governato da feudatari digitali. Attraverso una forma di sottomissione psicologica, ci siamo lasciati convincere che non c’era nulla da fare. In realtà, non è così. Ogni società ha la possibilità — e persino il dovere — di adattare le nuove tecnologie ai valori e ai principi che regolano il suo modo di operare. Le società europee condividono un modello sociale e politico, di convivenza civile e direi anche di qualità della vita, che le distingue sia dai nuovi imperi autoritari, Cina e Russia, sia dall’utilitarismo americano. Se siamo affezionati a questo modello, l’unico modo per garantirgli un futuro è adattarlo alla dimensione digitale, con la consapevolezza che la sfida rappresentata dai social network è nulla rispetto a quella che ci attende nell’era dell’intelligenza artificiale». 

Traduzione di Luis Moriones leFigaro/Lena, Leading European Newspaper Alliance
Nell’immagine: i manifestanti di Hong Kong nel 2014 si proteggono con gli ombrelli dalle videocamere di sorveglianza


Il lager degli armeni

Ruolo dei media, ma anche della politica, per un’informazione condizionata negativamente dall’irruzione dei social media – Di Ferruccio D’Ambrogio 

Di Roberto Travan, La Stampa

EREVAN. Il mio Paese è stato trasformato in un immenso campo di concentramento, il più sofisticato dai tempi della Seconda Guerra mondiale». Parole pesanti come macigni scagliate da Araik Arutyunyan, presidente del Nagorno Karabakh, all’Europa e al mondo. Dal 12 dicembre 2022 l’enclave armena è infatti completamente isolata: l’Azerbaijan, che continua a rivendicarne la sovranità, ha chiuso il Corridoio di Lachin, l’unica via di accesso, impedendo i rifornimenti di cibo e generi di prima necessità, 400 tonnellate di merci al giorno. 

Paese allo stremo

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano» ha scritto Marut Vanian sulla sua pagina Facebook in cui da otto mesi annota giorno dopo giorno la lenta agonia di Stepanakert, la capitale. La città è in ginocchio, le scorte di cibo ridotte al lumicino, i negozi letteralmente svuotati. Da tempo sono iniziati i razionamenti e il prossimo raccolto, a causa della penuria di carburante e fertilizzanti dovuta al blocco dell’Azerbaijan, crollerà del 70%: presto sarà impossibile sfamare tutta la popolazione. Gli azeri hanno anche tagliato le forniture di elettricità, gas e acqua potabile. 

Sono le cifre a spiegare con eloquente chiarezza il dramma che sta sopportando questa piccola Repubblica de facto conficcata nel Caucaso meridionale: 240 giorni ininterrotti di isolamento, 120.000 persone tenute letteralmente in ostaggio di cui 8450 malati gravi privi di cure adeguate, 2000 donne in gravidanza senza assistenza, 30.000 bambini e 20.000 anziani a rischio malnutrizione, 9000 disabili abbandonati a sé stessi. 

La pace impossibile

Europa e Stati Uniti hanno lanciato numerosi appelli per sciogliere l’assedio e scongiurare l’emergenza umanitaria, inviti inesorabilmente caduti nel vuoto. «Se l’Armenia accetta di astenersi da qualsiasi rivendicazione territoriale contro l’Azerbaijan, penso sarà davvero possibile firmare un trattato di pace entro la fine di quest’anno. In caso contrario non ci sarà pace» ha chiarito il presidente azero Ilham Aliyev lo scorso 21 luglio. Sarà nuovamente guerra, allora, perché Erevan difficilmente abbandonerà al suo destino il Nagorno Karabakh, terra in cui la difesa delle profondissime radici armene e cristiane è già costata in trentacinque anni di scontri oltre 30.000 morti e più di un milione di sfollati interni. Nel frattempo, l’offensiva azera prosegue: domenica 6 agosto un avamposto armeno è stato pesantemente bombardato.

Malati condannati a morire

Drammatica la situazione negli ospedali perché medicinali e ossigeno scarseggiano da settimane. L’Azerbaijan, inoltre, impedisce il trasferimento dei malati più gravi in Armenia, fatto che sta aumentando la mortalità fra le fasce più deboli della popolazione. «Solo pochi pazienti sono riusciti a raggiungere Erevan per proseguire le cure» spiega un funzionario governativo. Ma hanno pagato un prezzo altissimo perché «gli ammalati e i loro accompagnatori sono stati sottoposti a procedure di controllo umilianti e a trattamenti degradanti: li hanno filmati e successivamente le immagini sono state sfruttate dalla propaganda azera per dimostrare la normale apertura del Corridoio di Lachin. Ma era tutto falso». Il 29 luglio l’episodio più grave: «Vagif Khachatryan, 68 anni, a bordo di un’ambulanza della Croce Rossa Internazionale autorizzata a trasportarlo in Armenia, è stato fermato e rapito dalla polizia di frontiera azera: da allora non si hanno più sue notizie» raccontano i testimoni.

Il tradimento della Russia

La forza di interposizione russa, che in base agli accordi firmati nel 2020 dopo la Guerra dei 44 giorni avrebbe dovuto garantire l’accesso e la sicurezza del Karabakh, è accusata di tradimento. «Non ha fatto nulla per difenderci: sono complici dei gravi crimini commessi dall’Azerbaijan, devono andarsene» accusa Karen Ohanjanyan, fondatore dell’organizzazione per i diritti umani “Helsinky-Iniziative 92”. Non basta la gigantografia dedicata a “Putin uomo dell’anno” piazzata all’ingresso di Stepanakert a rischiarare gli opachi rapporti tra lo “zar” e la famiglia Aliyev. Perché la Russia nonostante sia al fianco dell’Armenia nel Csto – l’alleanza militare formata da alcuni Paesi dell’ex Patto di Varsavia – è allo stesso tempo il principale fornitore di armi dell’Azerbaijan, armamenti da oltre trent’anni usati proprio contro gli armeni. Ma verso Baku scorre anche il fiume di petrolio estratto in Russia e poi triangolato all’Europa aggirando le sanzioni per la guerra in Ucraina. Difficile pensare che Mosca possa rinunciare a un partner così prezioso con cui condivide pure l’amicizia con la Turchia, l’eterna nemica dell’Armenia.

Pulizia etnica

«Tutte le azioni intraprese dall’Azerbaijan in questi mesi, dalle manifestazioni dei finti ecoattivisti (tra cui simpatizzanti della formazione terroristica turca dei Lupi Grigi, ndr) all’installazione del posto di blocco illegale a Lachin, sono state pianificate per rendere impossibile la vita alla nostra popolazione: in Nagorno Karabakh è in corso un’autentica operazione di pulizia etnica» denuncia il Ministero degli Esteri armeno. «Negare il diritto alla libera circolazione di persone, veicoli e merci costituisce plausibilmente una discriminazione razziale» ha invece sentenziato il Tribunale internazionale dell’Aja lo scorso 6 luglio, ordinando a Baku l’immediata riapertura della frontiera, intimazione rimasta inascoltata.

L’appello all’Onu

L’Armenia si è appellata al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché «utilizzi tutti gli strumenti a sua disposizione per garantire l’attuazione degli ordini della Corte internazionale di giustizia, impedire la catastrofe umanitaria e fermare la pulizia etnica in Nagorno Karabakh». Nette anche le dichiarazioni dell’ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia, Tsovinar Hambardzumyan: «Non è più tollerabile che l’Azerbaijan continui ad ignorare sentenze, risoluzioni e dichiarazioni violando sistematicamente i suoi obblighi internazionali». Parole condivise dal presidente del Karabakh, Araik Arutyunyan, nella sua ultima lettera al Consiglio europeo: «Non abbiamo ancora perso la speranza della superiorità del diritto internazionale su quelle forze oscure che, in questi giorni bui per l’intera umanità, stanno cercando di commettere il genocidio di un popolo che ama semplicemente la sua libertà». La libertà di un Paese che dalla sua nascita non ha mai conosciuto un giorno di pace.

Nell’immagine: giovani volontari distribuiscono pane ai più bisognosi


Dall’odio di Bismarck ai lager del Karabakh. La Shoah armena che dura da 108 anni

Ruolo dei media, ma anche della politica, per un’informazione condizionata negativamente dall’irruzione dei social media – Di Ferruccio D’Ambrogio 

Di Antonia Arslan, La Stampa

Come è accaduto per gli studi sulla Shoah, che nel corso degli anni si sono estesi in ogni direzione, dalla raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti, alla ricerca delle figure dei “giusti”, all’analisi estesa e approfondita di documenti, situazioni, personaggi, così oggi si stanno aprendo nuovi scenari per lo studio e la comprensione del Metz Yeghèrn, il genocidio degli armeni, e per l’indagine sullo stretto collegamento esistente fra le due tragedie. In entrambi i casi le flebili eppure possenti voci delle vittime si sono ormai taciute. Dal 1945 sono passati quasi ottant’anni; dal 1915, centootto: e oggi, spetta agli storici assemblarle, interpretarle, metterle in relazione fra loro e con i contesti in cui quei terribili eventi sono accaduti. È il loro compito confrontare le memorie, i diari, le carte – spesso cariche di fortissime, preziose emozioni, che descrivono le vite dei singoli nel momento del loro incrociare gli eventi drammatici che li toccano – con una visione più ampia che li collochi nella giusta luce e provi a interpretarli.

Nel campo degli studi sul genocidio armeno, fra le direzioni di ricerca che negli ultimi anni si sono rivelate particolarmente fruttuose, in primo luogo ci sono le indagini negli archivi turchi. Questi sono stati a più riprese – già fino dagli anni turbolenti del primo dopoguerra – affannosamente ripuliti dei documenti compromettenti: solo di pochi infatti si ha conoscenza, grazie ai resoconti, nei giornali turchi dell’epoca, dei grandi processi di Costantinopoli del 1918-19, voluti dal Sultano contro alcuni dei responsabili. Tuttavia, qualche esile traccia si trova, ma bisogna farla parlare: ed ecco il ruolo di quell’esiguo ma agguerrito plotone di giovani ricercatori turchi guidati da espertissimi storici come Taner Akçam, il cui libro Killing Orders. I telegrammi di Talaat Pasha e il Genocidio Armeno (tradotto in italiano nel 2020) ha dimostrato definitivamente l’autenticità degli ordini di sterminio inviati personalmente dal potente ministro degli interni.

Ne esce già abbastanza evidente il ruolo svolto nella tragedia armena dai militari tedeschi, molto numerosi a tutti i livelli, dalla truppa agli alti comandi, come alleati e consiglieri dell’esercito turco: non furono soltanto spettatori, purtroppo si lasciarono spesso anche attivamente coinvolgere. Non tutti, certo, e non sempre volentieri, come ben dimostrano i casi delle preziose fotografie di Armin Wegner o del console di Aleppo Walter Rössler: comunque prevalse in loro, dai semplici soldati agli ufficiali, ai capi come il maresciallo barone Colmar von der Goltz, quell’insidiosa “opinione diffusa” di altezzoso disprezzo verso la minoranza armena dell’impero ottomano, che li paragonava agli ebrei, attribuendo loro le stesse caratteristiche fisiche e morali negative con le quali veniva stigmatizzato il popolo ebraico.

D’altronde, l’ambasciatore tedesco presso la Sublime Porta, von Wangenheim, risolutamente antiarmeno, stroncava diligentemente – secondo gli ordini – ogni sussulto di umanità che provenisse dal personale diplomatico e consolare testimone dei massacri, ribadendo le direttive del suo governo. Ma l’opinione pubblica e la stampa della Germania imperiale già nell’epoca bismarckiana erano preparate al paragone fra Ebrei e Armeni: insomma, basterebbe forse citare la famosa, sinistra frase, «gli Armeni sono gli Ebrei dell’Oriente», per comprendere l’evidente sottinteso che, se il nuovo, modernizzante governo dei Giovani Turchi voleva eliminarli, avrà avuto le sue buone ragioni, e non spetta a noi discuterle. Creare l’impero guglielmino o ricompattare quello ottomano esigeva determinazione e coscienza di dominio: «per ottenere la frittata bisogna rompere le uova»… L’anti-armenismo (mi si perdoni il neologismo) si fondeva così con il serpeggiante anti-semitismo, e ne traeva giustificazione e forza.

Questo filone di indagine è stato affrontato ed esaurientemente sviluppato da due studiosi negli ultimi anni: la filosofa americana Siobhan Nash-Marshall e lo storico tedesco Stefan Ihrig, in due libri che si completano e si integrano. Il primo, I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno (Guerini, 2018) affronta il nodo dello stretto rapporto che si stabilisce nel tardo Ottocento fra elaborazioni teoriche sui temi della razza e della supremazia e l’idea di un riscatto nazionalistico, che un poco alla volta si carica di intolleranza e violenza, fino all’approdo a progetti di «soluzione finale». Come seguendo il filo di un’indagine poliziesca, attraverso la pubblicistica tedesca e i testi – poco conosciuti – degli ideologi dei Giovani Turchi (Ziya Gökalp, Yussuf Akçura, la famosa Halide Edib), l’autrice segue la crescita dell’influsso di pensatori e pubblicisti tedeschi sulla politica ottomana, dal teorico al concreto, fino all’alleanza nella guerra mondiale. È in quei terribili anni di distruzione e di crollo di civiltà che si attuò quell’esperimento spietato e definitivo di eliminazione di un’intero popolo, in una barbarica e concretissima apocalisse di sangue innocente.

Il libro di Ihrig (Giustificare il Genocidio. La Germania, gli Armeni e gli Ebrei da Bismarck a Hitler), uscito in questi giorni sempre per Guerini, dimostra con teutonica precisione – pagina dopo pagina, citazione dopo citazione – il serpeggiare e il progressivo diffondersi nella stampa e nella pubblicistica tedesca di un subdolo giustificazionismo (nonostante gli sforzi di alcuni scrittori e giornalisti che ben conoscevano la realtà della situazione in Anatolia, come il pastore Johannes Lepsius, le descrizioni e i racconti di molti testimoni), dapprima durante i massacri armeni del Sultano Rosso negli ultimi anni dell’Ottocento, e infine perfino di fronte allo sterminio di massa del genocidio, dal 1915 in poi. E questo avveniva fin dai tempi di Bismarck, mentre si definiva l’alleanza fra i due imperi, quello tedesco e quello ottomano. Proprio von der Goltz – che parlava perfettamente il turco – rivestì per molti anni il ruolo di ricostruttore dell’esercito turco, ed era venerato e rispettato al punto che gli venne conferito il titolo di “Pasha”, mai concesso ai non-musulmani; e come istruttore dei giovani ufficiali fu lui il più importante mentore del gruppo che diede origine al partito dei Giovani Turchi.

Ihrig segue la crescita – anno dopo anno – l’intrecciarsi e l’affermarsi delle due ossessioni e la loro sovrapposizione, fino alla maturazione del bubbone nazista, padroneggiando con intelligenza e precisione un’immensa mole di documenti; e dimostra senz’ombra di dubbio le responsabilità tedesche che lo storico Vahakn Dadrian, in un suo libro molto discusso, German responsabilities in the Armenian Genocide, aveva cercato di sostenere già nel 1996. E la sua ricerca si conclude con un appassionato ricordo del grande Raphael Lemkin, lo studente di legge che abbracciò la causa armena, dopo che il suo professore di diritto paragonò gli Armeni ai polli che un contadino proprietario ha il diritto di uccidere, se vuole. «Ma gli Armeni non sono polli!», cominciò a riflettere Lemkin: e fu lui che nel 1944, dopo Auschwitz, inventò la parola «genocidio».

Nell’immagine: profughi armeni nel 1920


Xenofobia, razzismo e rispetto fra i banchi di scuola

Ruolo dei media, ma anche della politica, per un’informazione condizionata negativamente dall’irruzione dei social media – Di Ferruccio D’Ambrogio 

Il Codice penale svizzero si occupa dettagliatamente, ormai da trent’anni, di Discriminazione e incitamento all’odio. Lo fa con l’art. 261bis, che tratta di razzismo, xenofobia e dintorni: sarebbe utile leggerlo a scuola, assieme alla Costituzione, e spiegarlo a insegnanti, alunni e genitori; e rinfrescarne regolarmente la memoria. 

Simonetta Caratti, su laRegione del 17 luglio, ha pubblicato un commento particolarmente interessante. «Imparare cos’è il razzismo sin da piccoli, evita di diventare adulti discriminatori. È una sfida che riguarda l’intera società, in particolare la scuola, dove si stanno moltiplicando le segnalazioni di casi di razzismo, soprattutto verso persone afrodiscendenti».

Così continua: «Che ci sia chi gira la testa dall’altra parte è deludente. L’apertura si insegna con l’esempio quotidiano di tolleranza, prendendo posizione e condannando apertamente i comportamenti razzisti. Specialmente docenti, direttori e chi sta sopra. L’esempio deve venire dall’alto in una società che è permeata da un razzismo strutturale. Se un ragazzino cresce a pane e pregiudizi, c’è da sperare che in classe incontri un adulto che sappia mostrargli altri punti di vista, che allarghi il suo angusto modo di giudicare, che lo renda attento alle parole divisive che feriscono».

Purtroppo l’educazione alla tolleranza, all’empatia, al rispetto, al diritto, alla democrazia è un po’ come l’educazione civica. Certo, la si può confinare dentro una materia scolastica, coi suoi test e gli immarcescibili voti impressi sul libretto: come ha fatto recentemente il nostro Cantone. Ma, sin qua, non si vedono, neanche di sfuggita, risultati di qualche tipo; non fosse così, non saremmo qui a parlare di razzismo.

Negli anni ’80 del secolo passato la scuola del nostro Cantone fu confrontata per la prima volta con un’immigrazione che non parlava italiano. Oddio, l’affermazione è vera solo fino a un certo punto, perché prima c’era stato un altro fenomeno migratorio che parlava tedesco, ma non erano Gastarbeiter. Per i migranti germanofoni del secondo dopoguerra, spesso ricchi e cólti, si creò il primo servizio per gli alloglotti. La Legge della scuola del 1958 si era occupata di loro, e così aveva statuito: Il comune può istituire corsi preparatori di lingua italiana destinati agli allievi di altra lingua che non sono in grado di seguire normalmente le lezioni comuni (art. 94, Corsi per allievi d’altra lingua).

Giunsero, negli anni seguenti, bresciani, bergamaschi, vigezzini, ma parlavano italiano. Durante il boom economico, che fu anche il boom di quella speculazione edilizia che, d’altra parte, continua imperterrita, i migranti in Svizzera erano per lo più italiani del meridione, che i predecessori lombardo-veneto-piemontesi chiamavano terroni. Nel resto della Svizzera squillò l’allarme, e nel giugno del 1970 il popolo svizzero andò alle urne per esprimere il proprio parere sulla campagna contro l’inforestierimento, promossa da James Schwarzenbach, politico di estrema destra: tra La barca è piena e Cercavamo braccia, sono arrivati uomini. La proposta fu respinta dal 54% dei votanti.

Poi cominciarono a confluire in Ticino altre famiglie, provenienti da diverse parti dell’Europa e del mondo, chi per motivi economici, chi per ragioni di guerra e di sopraffazione. E non parlavano italiano. I numeri esplosero a macchia di leopardo in alcuni centri ticinesi. Già nel 1983 si riscoprì quell’art. 94 della legge scolastica per mettere in piedi i primi corsi per i nuovi alloglotti. A Locarno, nell’ultimo decennio del ’900, si registrarono percentuali attorno al 20%. Erano famiglie di rifugiati e lavoratori ai quali non mancava solo la lingua italiana. Erano storie di sofferenza e di emarginazione, che le fragili proposte interculturali non riuscivano a scalfire, così come si era disarmati di fronte al clima razzista e xenofobo che strisciava in un mainstream neanche tanto velato.

E allora: ha ragione Simonetta Caratti? Certo. Ci sono tante “cose” che si possono fare a scuola, sin dalla più tenera età, a partire dalla condanna ferma e rigorosa di chi osa voltare la testa dall’altra parte di fronte a ogni episodio di discriminazione più o meno palese. Ma di ciò di cui parla il 261bis del Codice penale ci sono occasioni a iosa, a scuola, per parlare, fare cultura, educare. Di ciò che il codice penale dovrebbe punire sono piene le arti – la letteratura, la poesia, la musica, la pittura, la religione, il teatro, il cinema. Ci sono i piccoli e grandi episodi della quotidianità, che si possono spiegare e commentare: anche quella dei giornali, dei TG, dei settimanali, dei social (si vedano, in questa sede le esternazioni social dentro un gruppo Facebook privato di sostenitori di Lega e Udc).

Chissà se i giovani formati o abilitati dalla SUPSI per insegnare nelle nostre scuole conoscono – per citarne uno non a caso – i lavori di Janusz Korczak, pedagogista, scrittore e medico polacco che fa parte a buon diritto della storia della scuola e dell’educazione? Ha scritto Erri De Luca: «Passai per via Krochmalna, dove abitavano i Singer, e per via Sliska, dove c’era l’orfanotrofio diretto da Janusz Korczak, che s’incamminò coi suoi centonovantadue bambini allineati verso i vagoni aperti della Umschlagplatz. Se riferiti a persone, i numeri vanno scritti per me in lettere. Le cifre vanno bene per ogni contabilità, tranne che per le vite umane. Per loro ci vogliono le lettere: centonovantadue bambini. Con quella schiera disciplinata e muta Korczak entrò nudo nei tre recinti concentrici del campo di Treblinka fino agli stanzoni dell’asfissia».

Poi, naturalmente, servono modelli significativi: in famiglia, a scuola, nella politica, in radio, in TV, su giornali, portali e blog. Oggi più di ieri il consenso attorno ai valori etici da trasmettere attraverso l’esperienza e la conoscenza non ruota più attorno a un modello riconosciuto di Società civile. La scuola, quindi, sembra assomigliare sempre meno al Paese in cui opera: ma tant’è, la confusione è universale. Così ci si potrebbe chiedere, credo legittimamente, se nel Piano di studio della nostra scuola ci sia spazio per quel che taluni considerano argomenti di nessuna importanza: la xenofobia, il razzismo, il rispetto. Il diritto.

Nell’immagine: una scena da “Miracolo a Le Havre” di Aki Kaurismäki (2011), umanissimo film che dovrebbe far parte della formazione di ogni giovane


La seconda vita della Wagner che neppure Putin riesce a fermare

Ruolo dei media, ma anche della politica, per un’informazione condizionata negativamente dall’irruzione dei social media – Di Ferruccio D’Ambrogio 

Di Federico Varese, La Repubblica

In una conversazione avvenuta nel 2001 col direttore della radio Eco di Mosca, Putin spiegò la differenza tra un avversario politico e un traditore. «Con gli avversari politici conduci la tua battaglia, sigli una tregua, fai la pace e magari diventi loro alleato in un’altra battaglia. Ma combatti a viso aperto». Il traditore invece si professa tuo amico, ma, nel momento in cui sei debole, «ti pugnala alle spalle. Nei loro confronti, nessuna pietà». Facendo eco a sé stesso, Putin ha evocato in tv il 24 giugno 2023 il “tradimento” e “la pugnalata alle spalle” dei mercenari del gruppo Wagner dopo l’ammutinamento di giugno. Eppure Wagner continua a operare in Russia, in Bielorussia, in Medio Oriente e nell’Africa centrale e occidentale. Come è possibile che il regime non sia in grado di punire un traditore, come fece con l’oligarca Boris Berezovsky, verso cui erano dirette quelle parole ventidue anni fa? 

Wagner ha subìto qualche ritorsione dopo l’ammutinamento, ma senza gravi conseguenze. Il 5 luglio le autorità hanno effettuato un raid negli uffici e nella villa di Prigozhin a San Pietroburgo, confiscando diversi oggetti e somme di denaro. Eppure, qualche giorno dopo sono stati restituiti all’imprenditore l’equivalente di quasi novanta milioni di euro. I canali Telegram legati a Wagner continuano a essere operativi. Lunedì la Bielorussia ha iniziato esercitazioni militari vicino al confine con Polonia e Lituania, confermando l’utilizzo dei miliziani arrivati dal fronte ucraino. Secondo il sito Grey Zone, ci sarebbero almeno 7.000 combattenti di Wagner accampati presso la cittadina di Asipovichy, a circa 230 kilometri dal confine con l’Ucraina. È difficile verificare quanto sia attendibile questa cifra, ma i due paesi Nato hanno rafforzato la sicurezza al confine, aspettandosi delle provocazioni. Infine, in occasione del summit dei leader africani a San Pietroburgo, Prigozhin è stato fotografato mentre stringeva la mano a diplomatici e personalità televisive del continente, lanciando appelli a difesa dei generali golpisti in Niger. France24 e la Cnn hanno confermato che rappresentanti della giunta in Niger hanno incontrato comandanti di Wagner in Mali, facendo presagire un coinvolgimento diretto del gruppo in difesa dei generali. 

Perché il dittatore russo non riesce a liberarsi una volta per tutte di questa mostruosa creatura? Putin esercita la sua egemonia attraverso la creazione di poli di potere in competizione tra di loro, riservandosi il ruolo di arbitro. Wagner era considerata in Ucraina un utile contraltare all’esercito regolare, il quale durante la guerra inevitabilmente avrebbe aumentato il suo potere, anche a scapito del presidente (il regime ha anche incoraggiato i blogger militari che criticano le strategie dell’esercito e la corruzione imperante). Wagner è poi strettamente legata al Gru, il servizio di intelligence dell’esercito, guidato da ex membri delle forze speciali, come molti miliziani di Wagner. In Africa, la compagnia continua a promuovere le strategie anti -occidentali di Mosca senza richiedere il coinvolgimento di forze regolari. Esistono probabilmente anche inconfessabili rapporti economici che servono a mantenere ben oliati i rapporti col Cremlino. 

Allo stesso tempo, gli exploit della Wagner mettono in dubbio la capacità di Putin di continuare a gestire il suo sistema di potere. La mattina del 24 giugno il presidente si è mostrato incapace di decidere cosa fare, pur sapendo da almeno un paio di giorni della rivolta. L’incertezza al vertice si è tradotta in una paralisi nella catena di comando. Senza ordini espliciti, nessuno si è assunto la responsabilità di fermare i miliziani, pensando che ci dovesse essere un accordo tra Prigozhin e Putin. Gli agenti dell’ex Kgb (oggi noto come Fsb) a Rostov-sul-Don, il 24 giugno si sono semplicemente barricati nel loro quartier generale, senza cercare di affrontare i golpisti che occupavano la città. Il capo del consiglio di sicurezza e lo stesso capo dell’Fsb sono apparsi in pubblico solo dopo la fine della crisi. Come è possibile che un “traditore”, il quale dichiara che la giustificazione ufficiale dell’invasione in Ucraina è una “menzogna”, continui a operare impunemente? È davvero credibile che Prigozhin e il suo vice Utkin perseguano le strategie dello Stato russo in Africa, oppure solo i propri interessi? Perché Putin non ha agito subito per fermare l’ammutinamento? Sono queste le domande che si fanno i funzionari del regime con cui abbiamo parlato in questi giorni. 

Nel 2023 si è riproposto lo scenario che la Russia visse durante il tentato golpe dell’agosto del 1991, quando la maggior parte delle unità dell’esercito e dei servizi rimasero nelle caserme. Lo stesso Putin, che nel 1991 era uno stretto collaboratore del sindaco democratico di San Pietroburgo, Anatoly Sobchak, sparì per 36 ore (prese la macchina e andò a Vilnius). «Durante il tentato golpe — ebbe a dire più tardi — avevo sentimenti contraddittori». Come molti funzionari del suo rango, preferì stare alla finestra. Solo quando fu chiaro che i golpisti avevano perso si rifece vivo. I regimi dittatoriali appaiono solidi fino al momento della loro implosione e la pugnalata può ben arrivare da esponenti del sistema, più che da oppositori esterni. Oggi Putin deve convivere con un “traditore” che conta. Ci possiamo quindi aspettare un dittatore ancora più paranoico, che si affida a una cerchia sempre più ristretta di fedelissimi, meno in grado di mediare tra interessi diversi. Fino alla prossima, forse fatale, pugnalata. 

Nell’immagine: nuove strutture in una base militare nel Sud della Bielorussia, ritenute un’indicazione della presenza della Wagner 


Agosto, guerra mia non ti conosco

Ruolo dei media, ma anche della politica, per un’informazione condizionata negativamente dall’irruzione dei social media – Di Ferruccio D’Ambrogio 


Dal vassallaggio alla lezione assurda

Ruolo dei media, ma anche della politica, per un’informazione condizionata negativamente dall’irruzione dei social media – Di Ferruccio D’Ambrogio 

Si moltiplicano gli attacchi e i rimproveri degli Stati Uniti contro la Svizzera. E quel che le rinfacciano non è da poco: fiacchezza o inconsistenza politica, doppiogiochismo o lassismo nei confronti della Russia, corruzione del sistema giudiziario o dubbi sulla sua integrità. Non può non reagire, se esiste, il Dipartimento degli Affari esteri di Ignazio Cassis. A quanto risulta, inascoltato.

 C’è da scommettere che avrebbe più efficacia, o suggerirebbe probabilmente agli americani qualche prudenza o ritegno, un intervento della ministra della Difesa, Viola Amherd: basterebbe accennare appena appena, a mo’ di promemoria, al contratto con la Lockheed per l’acquisto di 36 aerei da combattimento: si sa, infatti, che più della diplomazia o della politica possono il mercato o le possibilità di ritorsione economica.

Sono da annotare altre reazioni ufficiali o particolari di qualche importante personaggio. Quelle ufficiali (procura federale) dicono: non è vero niente, tutto infondato. C’è, a dire il vero, una timida puntualizzazione del Dipartimento degli Affari Esteri, il quale osa ricordare al potente Signore: “La Svizzera è uno Stato di diritto che funziona e nella quale la separazione dei poteri è rispettata”. Ciò che – là dove un ex-presidente è sotto accusa perché è dimostrato che quella separazione non riconosce e che lo stato di diritto non sa cosa sia – dovrebbe suonare, forse inconsciamente, più o meno così: “sentenziate dapprima in casa vostra, poi eventualmente venite a sentenziare su di noi.

Il segreto bancario vi saluta

Le reazioni particolari sono d’altro tono.  L’ex-ambasciatore, Thomas Borer, ad esempio, commenta, quasi pauroso (in un’intervista alla SRF): stiamo attenti, la Svizzera deve agire immediatamente, altrimenti finisce sul banco degli accusati e tutto può trasformarsi in una crisi grave.
Il noto storico Sacha Zala, altro esempio, avverte invece che la Svizzera non è poi quella piccola cosa che si può ritenere. Non  sarà una potenza politica, è vero, ma lo è economica e  questo disturba e incattivisce gli americani; aggiungendo quindi, con senso storico ma non senza ironia: “il segreto bancario vi saluta” (sottintendendo che  se  una sacra istituzione nazionale come il segreto bancario è saltata in aria… andate a rivedervi le manovre e le costrizioni americane, a cominciare dalla questione dei fondi degli ebrei sino alla lunga sequela di multe inflitte alle banche svizzere per aver favorito l’evasione fiscale degli americani. A anche se, poi, altri stati americani, come il Delaware, ne hanno capito e adottato i trucchi in casa propria).

La cartina al tornasole

Meraviglia l’assenza di commenti da parte dei partiti. Forse perché tutti concentrati su ottobre (che non è il mese della rivoluzione) o perché preoccupati di non molestare chi manovra il dollaro e le leve della finanza, anche se i cittadini comuni ne hanno sempre patito gravi conseguenze (basterebbe pensare alla crisi del 2008). È in particolar modo la cartina al tornasole per l’Udc, sempre preoccupata con grandi proclami e profluvio di pubblicità per la sottrazione di sovranità nazionale da parte dell’Unione europea. Silente sugli Usa, che sono peggio.

Immaginiamoci infatti, come prova del nove, che da Bruxelles fossero arrivate le stesse accuse rivolteci dalle varie commissioni o da personaggi del  Congresso di Washington: convocazione immediata dell’ambasciatore  dell’Unione europea a Berna Mavromichalis, ritrattazione istantanea o minaccia di rottura di ogni rapporto (politico, si intende, non economico), sicuro trionfo dell’Udc antieuropea nelle prossime elezioni federali (ciò che gioverebbe, tra l’altro, anche agli americani, attualmente grandi profittatori della guerra in Ucraina nel settore energetico e in forte vena protezionistica antieuropea in molti settori, dall’automobile all’agricoltura alla farmaceutica).

La patetica commedia di due multe

Chi rileva tutto questo (che in parole concrete e dure significa “vassallaggio”) è subito etichettato come antiamericano (e, già che ci siamo, putiniano). E allora diciamo che dalla reprimenda americana potremmo anche trarre una utile lezione, benché abbia un poco dell’assurdo o della patetica commedia.

Non ancora insediata la Commissione d’inchiesta parlamentare sul caso Credito svizzero, che ne avrà comunque almeno per qualche anno, ecco  che le autorità finanziarie americane, questa volta accompagnate dalla PRA ( Prudential Regulation Autorithy o Autorità di regolazione prudenziale!) della Banca d’Ingilterra, infliggono all’indaffarata UBS una corposa multa – che ha accettato di pagare – di oltre 387 milioni di dollari: le prime chiedono 268.5 milioni, la seconda 119.2 milioni. Per quale motivo? Per un solo caso: “per la cattiva gestione dei rischi del fondo americano Archegos” da parte del Credito Svizzero (che su queste operazioni rischiate, con l’incapacità di coprire le sue posizioni sul mercato, aveva già perso 5 miliardi di dollari!).

Dove sta quindi la lezione, paradossale? Sta nel fatto che la Finma, nostra autorità di sorveglianza, ha indicato (in un comunicato) di aver “constatato che Credit Suisse ha gravemente e sistematicamente violato le regole del diritto dei mercati finanziari nel contesto della sua relazione d’affari con il Familiy Office Archegos”. E ordina quindi a scoppio ritardato all’entità giuridica che è succeduta a CS (e cioè l’UBS) misure correttrici. Credit Suisse aveva però dono profetico e se l’aspettava: aveva infatti previsto accantonamenti di 35 milioni di franchi (40.4 milioni di dollari)…per eventuali multe legate ad Archegos (almeno così rilevava in un articolo dello scorso 20 giugno il Financial Times). Patetico.

Nell’immagine: Domenico Fetti, “La parabola della pagliuzza e della trave” (1619 ca.)


Ken Loach – La speranza è politica

Ruolo dei media, ma anche della politica, per un’informazione condizionata negativamente dall’irruzione dei social media – Di Ferruccio D’Ambrogio 

In Gran Bretagna, il paese che conosco meglio, tutto si sta dissolvendo. Trasporti, sanità. Istruzione. Povertà. Aree trascurate. C’è un senso di dolore nel Paese, un senso di rabbia. E nessuno sa bene dove andrà a finire. La gente vive in uno stato di sicurezza. Come avete visto. Ma non si tratta solo di fame. Da quando abbiamo girato quel film, ci sono tre volte più persone come Daniel Blake [il protagonista di un film precedente di Loach, ndr]. Tre volte tanto. L’anno scorso sono aumentate di oltre il 50%, solo in un anno. Persone che soffrono la fame. Pensiamo che sia una situazione che non andrà avanti per sempre. Ma è quello che succede, e sappiamo che il pericolo, quando la società è al collasso, è che l’estrema destra si faccia strada. È questo il pericolo che corriamo. Ed è un pericolo molto reale se guardiamo all’Europa. È un pericolo molto reale.

Ma la resistenza c’è. La resistenza sta arrivando. Viene dal basso. Viene dalla base. Ovunque si vada si vedono persone arrabbiate che fanno un uso costruttivo della loro rabbia. Non sono stato molto in Europa negli ultimi mesi, ma ho la sensazione che sia lo stesso anche in Europa, perché l’alternativa è troppo catastrofica per essere contemplata.

Non possiamo tollerare l’ascesa dell’estrema destra e non possiamo tollerare il crollo dell’ambiente al quale stiamo assistendo. Eppure abbiamo un governo che sta concedendo ulteriori licenze per l’estrazione di petrolio e gas proprio nel momento in cui il clima e l’ambiente stanno collassando. E viviamo in un mondo di tale stupidità, brutalità e violenza che la gente cerca capri espiatori. E questo è il grande pericolo, credo, ed è il motivo per cui abbiamo fatto questo film, perché quando le persone si sentono in pericolo, chi ha il potere dice: non guardate in alto, non guardate le persone che vi stanno sfruttando. Non guardate alle persone che stanno creando questo caos. Guardate le persone più povere. Sono loro i colpevoli. Guardate i più vulnerabili. Guardate le persone che fuggono dalla guerra, dalla fame, dall’oppressione. Sono loro i colpevoli. Ed è per questo che abbiamo voluto fare questo film. Perché… perché sappiamo che non è giusto. Sappiamo che l’economia sta crollando. Il collasso della società non è dovuto ai più poveri. È dovuto ai più ricchi.

Vorrei dire un’altra cosa sulla speranza, perché un altro motivo per cui volevamo fare il film era trovare la speranza in questi tempi bui. Trovare la speranza. Perché la speranza è politica. Perché se sentiamo di poter cambiare le cose, allora sì, speriamo. Se sentiamo che non possiamo fare nulla, che l’opposizione è troppo forte, che il mondo è così e non possiamo fare nulla, è lì che la destra colpisce. E spaccia le proprie bugie. Quindi la speranza è politica perché possiamo cambiare le cose. Ne abbiamo la forza. Possiamo organizzarci. E questa è la base della speranza. Non è una favola. È quello che possiamo fare. Quindi speriamo. Ehi, speriamo.

Nell’immagine: la calorosa ovazione del pubblico per Ken Loach, a Locarno 51 anni dopo la prima presenza al Festival con “Family Life”


Docenti cercansi, anche non formati

Ruolo dei media, ma anche della politica, per un’informazione condizionata negativamente dall’irruzione dei social media – Di Ferruccio D’Ambrogio 

Mancano docenti. Soprattutto in Svizzera interna. In Cantoni grandi come Zurigo si potrà arrivare ad assumere personale non qualificato fino a un massimo del 10 per cento.

Non qualificato! È la notizia di questi giorni, a poche settimane dall’inizio del nuovo anno scolastico. Siamo una nazione così selettiva e pretenziosa che per “farci diventare o sembrare più intelligenti” ci mantengono stupidi, creando il paradosso di voler formare l’eccellenza con personale non qualificato. Il classicissimo cane che si morde la coda? Sembra proprio così.

In Ticino sono già anni che non si trovano docenti di tedesco e matematica: due tra le materie peraltro che più penalizzano gli allievi a livello di voti scolastici. Già l’anno scorso la responsabile cantonale dell’insegnamento nelle scuole medie, Tiziana Zaninelli, si diceva più serena grazie alla possibilità di impiegare docenti in formazione, data la lunga penuria vissuta negli anni precedenti. In sintesi: mancano o sono in formazione o ancora semplicemente non sono qualificati i docenti che formano il futuro dei giovani svizzeri. Ma come è possibile?

Di studi precisi non ce ne risultano, dunque quanto segue è una mera speculazione, che si basa tuttavia su fatti reali e comprovati. Restando in Ticino, ogni anno circa 350 giovani abbandonano gli studi (compreso ogni tipo di altra formazione). Di fronte a questo “dramma” lo Stato ha pensato bene di introdurre l’obbligo formativo fino a 18 anni, creando mille occasioni per recuperare chi ha mollato, permettendogli di riprendere una formazione. Allo stesso tempo (già da anni) sono stati inventati percorsi formativi per “casi speciali” che, non riuscendo a ottenere un diploma federale di capacità (AFC), permettono di ottenere un pezzo di carta di valore ridotto (CFP) utile non certo per avviarsi verso altri sbocchi, ma a stabilire in buona sostanza che si è  incapaci, gli ultimi ingranaggi sociali. Se una volta chi aveva note sopra la media finiva al liceo e gli altri a fare un apprendistato, oggi anche per fare un apprendistato devi avere note stratosferiche, e per ottenere un lavoro dopo, non parliamone. Tra i giovani è risaputo: ancora un po’ e servirà una laurea anche per fare il segretario; di certo oggi hanno più chance i segretari con maturità commerciale, gli altri sono già i falliti del sistema, figuriamoci quelli che hanno solo il certificato professionale (CFP).

Quel che ci si chiede è: come mai quasi tutti gli italiani che conosciamo hanno minimo la maturità liceale e molti sono anche laureati? E aggiungiamo: come mai il giovane che fallisce in Ticino poi riesce in licei e università italiane? Ci sono noti più laureati svizzeri alla Cattolica di Milano che non quelli formatisi Oltregottardo. E i tanti che sono riusciti in licei privati o italiani dopo non essere riusciti non dico a passare ma nemmeno ad accedere a quelli ticinesi – borsello permettendo – sono davvero parecchi. Chi di famiglia meno agiata invece, di solito, resta talmente demotivato da rinunciare a tutto: perché studiare e formarsi per ottenere un pezzo di carta che non servirà a niente se non a stabilire (ingiustamente!) il proprio fallimento sociale (si parla di sistema economico)? Ma si diceva: dunque, oltreconfine l’aria che si respira rende forse più capaci e intelligenti?  Oppure la scuola Svizzera è tanto selettiva da autoboicottarsi fino a generare plotoni di depressi convinti di essere degli incapaci e affidare gli altri, quelli potenzialmente capaci, a docenze non qualificate?

Mi si potrebbe far notare che mica tutti devono per forza riuscire a laurearsi. Siamo d’accordo. Ma oggi come oggi, come si diceva, non servono solo note alte per accedere a un apprendistato. Oggi come oggi i posti d’apprendistato sono spesso riservati ai liceali falliti, che già hanno un annetto o due in più, e dunque sono più maturi e garantiscono una riuscita scolastica più di quanto potrebbe fare un allievo con licenza delle medie minima, ma pure rispetto a chi potrebbe esibire ottimi libretti.

È vero: molte storie di chi abbandona la scuola vengono fatte risalire a problemi famigliari, ma anche in questo caso la scuola non agevola con atti  di comprensione: o ci sei e ci riesci, oppure ciao. Certo: tutti dispiaciuti, ma questa è la vita. Non conta se potresti farcela oppure no. Conta solo se ce la fai. E così i voti ti castrano sin da piccolo. Ma perché, invece di creare decine di percorsi alternativi e para-formazioni per compensare l’esclusione dal sistema scolastico-formativo-economico (quando ormai è già tardi) e lavarsi la coscienza migliorando le statistiche con falsi certificati di abilità, non rivedere anche solo la rigidità delle valutazioni scolastiche? Ci si è mai interrogati sulla possibilità di incoraggiare invece che punire escludendo? (Mai scuola tanto includente, ci pare, sia mai riuscita a escludere tanto). Oppure sulla possibilità di permettere recuperi prima che l’umiliazione degeneri volontà e autostima? O ripensare a percorsi alternativi per liceali ripetenti che non sia il ripiego verso un apprendistato?

Soprattutto il liceo, infatti, ci sembra essere il collo dell’imbuto, per cui chi passa da lì, ha comunque sempre la strada normalmente più spianata, ma non per forza negli studi: la follia di bloccare il percorso formativo alla seconda bocciatura ci sembra infatti aver peggiorato di molto la situazione: più ex liceali si offrono al mondo dell’apprendistato e più gli ultimi delle classi delle scuole medie verranno esclusi dal sistema. Ci sembra.

E allora torniamo a chiederci perché non esistono percorsi meno castranti? Perché ad esempio un allievo dotatissimo nelle lingue ma negato nelle scienze non potrebbe ottenere una maturità solo nelle lingue e accedere a un’Università specifica diventando un interprete, un insegnante di lingue, o un traduttore di alta qualità o un professore in lingue comparate, o che so io, solo perché in chimica, matematica e fisica si è preso tre due?

O tutto o niente? Perché invece di prenderci cura, di far crescere, facciamo di tutto per castrare per selezionare solo un’ipotesi di élite che non è sufficiente a coprire nemmeno il fabbisogno di docenti? Perché se poi siamo costretti ad assumere personale non qualificato, non potremmo semplicemente qualificare chi ha le potenzialità adatte?