Il tempo delle pesche

Uno spot pubblicitario sta facendo discutere tutta Italia (a cominciare, naturalmente, dai politici) 

Il frutto proibito non è la mela, è una pesca. Quella dello spot televisivo di una catena italiana di supermercati: lo spot è in realtà un cortometraggio narrativo, protagonista una bambina, figlia di genitori separati, che costringe sua madre a comperare una pesca per consegnarla nel pomeriggio a suo padre facendola passare per un regalo di mamma. Il commovente proposito di ricucire il rapporto tra i genitori è affidato alla piccola bugia della pesca.

C’era un tempo in cui Pasolini scriveva sul «Corriere della Sera» un’invettiva contro uno slogan dei jeans Jesus che parafrasava uno dei Comandamenti: «Non avrai altri jeans all’infuori di me». Un altro diceva: «Chi mi ama mi segua», sopra una fotografia che mostrava il posteriore di una giovane donna con un pantaloncino corto molto succinto. Era il 1973 e Pasolini colpiva duramente non solo il cinismo volgare del consumo borghese, ma anche la levata di scudi dei vescovi e la lagna vittimistica con cui aveva reagito l’«Osservatore Romano»: il Vaticano era, per Pasolini, complice silenzioso dello Stato neocapitalistico e irreligioso, com’era stato complice silenzioso del fascismo. Si trattava dunque, secondo il «corsaro», di una nemesi di blasfemia che si abbatteva sulla Chiesa come conseguenza naturale di un declino di religiosità cui la stessa Chiesa aveva contribuito («il clericalismo strumento del potere»).

Naturalmente l’editoriale sollevò una discussione feroce da destra, da sinistra e dal centro democristiano. Cinquant’anni dopo, il caso politico è incarnato da una pesca. Dai jeans come oggetto del desiderio si passa alla pesca miracolosa. Secondo alcuni (di sinistra) lo spot santificherebbe il matrimonio demonizzando il divorzio, secondo altri insinuerebbe un senso di colpa nei genitori separati, secondo altri lo spot strumentalizza cinicamente il malessere di una bambina, secondo altri lo rappresenta con dolcezza, secondo altri ne esce a pezzi la figura materna (è lei la più distaccata), secondo altri ne esce a pezzi il padre (debole come sempre), secondo altri ne escono a pezzi le conquiste civili, secondo altri ne esce a pezzi la pesca (fuori stagione), secondo altri ne esce a pezzi il fisco (la pesca è stata davvero pagata?), secondo altri ne esce a pezzi la salute (nello spot la pesca viene toccata senza guanti), secondo altri ne escono a pezzi i pubblicitari che hanno ideato un video diseducativo, secondo altri i pubblicitari sono invece geniali interpreti del presente, secondo altri ne esce a pezzi il «modello aspirazionale» attuale (sic!), secondo altri ne esce a pezzi la sinistra che insinua che ne escono a pezzi i diritti, la pesca, i pubblicitari, il supermercato in questione (notoriamente di destra), la salute, il modello aspirazionale.

In definitiva il sospetto è che ne esca non a pezzi ma triturata come in un frullato di pesca la qualità del dibattito pubblico e la qualità della classe politica, che non ha mancato di dare il suo contributo, perché tacere non è più un’opzione valida. Tant’è vero che, in mancanza di un Pasolini, nel frullato di pesca va registrato, tra gli altri, l’intervenuto social del vicepremier Salvini che esalta lo spot come «splendido messaggio di Amore e Famiglia». Amore e Famiglia maiuscoli addolciscono il frullato. E siccome un vicepremier non basta per prendere la parola su un tema così cruciale come una pesca fuori stagione, è salita sul pulpito social anche la premier in persona perché non ci fossero dubbi sulla linea ideale del suo governo: «Leggo che questo spot avrebbe generato diverse polemiche e contestazioni. Io lo trovo molto bello e toccante». Molto bello e toccante anche il suo post. Ogni giorno una fesseria, ha detto Paolo Mieli commentando in tv il più importante frullato culturale dell’ultimo anno. In attesa che si levino alte, sull’argomento, le voci dei sottosegretari, tutti i corsari tacciono.

Una versione ridotta di questo articolo è pubblicata dal Corriere della Sera


La riscoperta di Grytzko Mascioni

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Di Grytzko Mascioni, intellettuale, poeta, narratore, mediatore culturale e quant’altro, si parla di nuovo e con cognizione di causa. Nel ventennio della scomparsa, infatti, dopo alcuni volumi che parlano delle sue opere apparsi di recente in Svizzera, ma anche in Croazia, ecco che la casa editrice zurighese Edition Mevina Puorger propone una cinquantina di poesie scelte di Mascioni nella traduzione tedesca di Christoph Ferber. Il libro, “Diaspora des Herzens – Diaspora del cuore”, prevede anche il testo a fronte in italiano, per la gioia del pubblico italofono.

Il poschiavino, a lungo dirigente della RSI e presidente del PEN club della Svizzera italiana e retoromancia, visse anche un’intensa stagione cultural-diplomatica in Croazia negli anni della guerra civile jugoslava essendosi affermato in precedenza sia come poeta, che come saggista e narratore. Amante ed esperto del Mediterraneo e dell’arte e della filosofia dell’antica Grecia, Mascioni seppe riproporre con efficacia e originalità un modello di democrazia desunto dalle esperienze dell’Atene socratica.

Scelte con cura sempre da Christoph Ferber, le cinquanta e più poesie di “Diaspora des Herzens – Diaspora del cuore” coprono un arco temporale quasi cinquantennale e testimoniano della modernità di questo autore che seppe adeguare il rito e il ritmo poetico alla nuova espressione, anche grafica, del poetare contemporaneo. Numerose dediche a personaggi più che riconoscibili, l’inserimento di parentesi e discorsi interni, un ritmo/rima a tratti sincopato e che altre volte si distende in descrizioni che consentono di spaziare sulla natura e sulle sorti umane caratterizzano lo stile mascioniano.

Il libro assume quindi una doppia valenza: quella di proporre uno dei più importanti autori italofoni svizzeri anche nella lingua maggioritaria in Svizzera, il tedesco, e quella di ricordare a noi italofoni il valore e la profondità di un autore che, forse, nella Svizzera italiana è stato dimenticato troppo in fretta, per non parlare di un ritegno di stampo pressoché ideologico attuato da una certa parte dell’intellettualità nei confronti di un personaggio a cui si può rimproverare solo (ma una cosa simile è davvero degna di rimprovero?) di aver saputo operare con successo sulla scena culturale europea.

Nell’immagine: Grytzko Mascioni con Salvatore Quasimodo nel 1964 (da grytzkomascioni.it)


L’impero del male della famiglia Murdoch

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Di Leonardo Bianchi, Valigia blu

In una nota interna, riportata per primo dal Wall Street Journal (controllato da Murdoch), il magnate australiano ha scritto che “per tutta la mia vita professionale ho avuto a che fare ogni giorno con le notizie e le idee, e questo non cambierà. Per me questo è il momento giusto di assumere ruoli diversi”.

Nel medesimo comunicato, il 92enne ha spiegato di “stare bene” e ha infine sciolto ogni dubbio sulla sua successione – un tema su cui si speculava incessantemente da anni e che è stato pure alla base della serie televisiva Succession, in larga parte ispirata alla famiglia Murdoch.

A prendere le redini del colosso mediatico sarà infatti il figlio 52enne Lachlan Murdoch: quello più allineato alla visione affaristica e politica del padre, che l’ha descritto come un “leader appassionato e di sani principi”. Dal canto suo, Lachlan si è complimentato con il genitore per la lunga carriera e per il “suo spirito da pioniere, la sua incrollabile determinazione e l’eredità che lascia alle aziende che ha fondato e alle persone su cui ha avuto un impatto”.

Ma l’eredità di Murdoch va ben oltre le televisioni e i giornali che possiede; ed è un’eredità a dir poco controversa, segnata da scandali di ogni tipo, interferenze con il processo democratico di vari paesi – Stati Uniti in primis – e l’indissolubile intreccio con la destra radicale e populista.

Dal momento dell’annuncio, infatti, Murdoch è stato definito un “avvelenatore di pozzi”, un “pericolo enorme per la democrazia”, l’uomo che ha lasciato gli Stati Uniti “più arrabbiati e più divisi che mai dai tempi della guerra civile”, un dottor Frankenstein che ha creato tanti mostri (su tutti Donald Trump), il “cattivo della crisi climatica” (per aver dato ampio spazio alle tesi negazioniste) nonché “una macchia sulla psiche del mondo”.

In altre parole: una specie di tiranno a capo del più grande impero mediatico del male della storia. a com’è riuscito a concentrare così tanto potere? Che conseguenze profonde ha avuto questa accumulazione senza precedenti? E quale sarà il futuro dell’impero?

La creazione dell’impero di Murdoch, da Adelaide al Regno Unito

Tutto parte da un singolo quotidiano locale australiano: il The News di Adelaide, ereditato dal padre Keith nel 1953. L’allora 22enne Murdoch torna in Australia dall’Inghilterra (dove stava studiando a Oxford) e lo trasforma in un tabloid. La scommessa paga in tempi relativamente brevi: negli anni Sessanta si espande in ogni stato australiano e lancia il primo quotidiano a tiratura nazionale, The Australian.

La sua influenza sulla politica è evidente già all’epoca: i suoi giornali di fatto creano e distruggono Gough Whitlam, il primo premier laburista dell’Australia dal 1949. In un rapporto diplomatico statunitense si legge che Murdoch aveva personalmente ordinato ai direttori dei suoi giornali di “uccidere [politicamente] Whitlam” – cosa poi puntualmente successa nel 1975.

Dopo aver consolidato la sua posizione in Australia, il magnate sbarca nel Regno Unito comprando i tabloid The Sun e News of the World. Alla fine degli anni Settanta tira la volata elettorale a Margaret Thatcher, che ricambia il favore una volta diventata premier: grazie a un patto segreto (rivelato solo molti anni dopo), Murdoch viene lasciato libero di comprare i quotidiani Sunday Times e Times in totale spregio della legislazione antimonopolistica.

Per tutti gli anni Ottanta, i giornali britannici di Murdoch sono allineati con i governi conservatori. Ma negli anni Novanta il magnate inverte la rotta, decidendo di puntare su Tony Blair e la sua “terza via”. È una mossa spregiudicata, ma pure questa volta le cose gli vanno bene: Blair diventa premier nel 1997. La sua relazione con Murdoch, definita “quasi incestuosa”, si rafforza quando il magnate sostiene l’entrata in guerra contro l’Iraq – una decisione vista negativamente dalla maggioranza dell’opinione pubblica britannica.

In cambio, ancora una volta, gli viene lasciato campo libero negli affari – cosa che continueranno a fare pure i successori di Blair. Nel tentativo di diversificare gli investimenti, Murdoch lancia la tv satellitare Sky UK – poi fusa con la rivale BSB, da cui viene fuori BSkyB – e riesce ad accaparrarsi i diritti per trasmettere le partite della Premier League.

Nel 2010 fa un’offerta da quasi 8 miliardi di sterline per prendere il controllo totale di BSkyB, di cui deteneva il 39 per cento delle azioni. L’obiettivo di Murdoch è quello di fondere le televisioni con i giornali, andando così a creare il più grande conglomerato mediatico del Regno Unito.

Ma nel 2011, lo scandalo che colpisce il News of the World fa saltare tutto. Per anni, infatti, i giornalisti del tabloid avevano illegalmente intercettato i telefoni di celebrità, politici, dipendenti della famiglia reale e addirittura di una tredicenne (Milly Dowler) scomparsa e trovata morta nel 2022.

I risultati dell’inchiesta giudiziaria, poi confluiti nel rapporto Leveson, sono devastanti: la famiglia Murdoch viene descritta come una sorta di entità oscura che ha accumulato troppo potere, e lo stesso Rupert una “persona non adatta” a controllare un gruppo mediatico internazionale. Il magnate è dunque costretto a chiedere pubblicamente scusa, e soprattutto a chiudere News of the World. È un duro colpo: per un momento, infatti, sembra che sia arrivata la fine del suo regno mediatico – almeno nel Regno Unito. Ma è solo un’illusione, per l’appunto. Se in Europa le cose non vanno alla grande, al di là dell’Atlantico è tutta un’altra storia.

La voce più rumorosa nella stanza: lo sbarco negli Stati Uniti e la nascita di Fox News

Murdoch sbarca negli Stati Uniti all’inizio degli anni Settanta, prima con l’acquisizione di diversi giornali locali e poi del tabloid New York Post. Il copione è più o meno uguale a quello che si è visto all’opera nel Regno Unito: mettere a disposizione i propri media ai politici di destra in cambio di favori nel campo degli affari. Nel 1980 incontra l’avvocato Roy Cohn – ex consulente del senatore anticomunista Joseph McCarthy e mentore di Donald Trump – che lo introduce nel cerchio magico di Ronald Reagan, che di lì a poco sarebbe diventato presidente anche grazie ai media di Murdoch.

Per sdebitarsi, l’amministrazione reaganiana gli regala la cittadinanza – un passaggio obbligato per comprare le televisioni – e gli permette di controllare tv e giornali nello stesso stato, eludendo così le norme antitrust. Nel 1986 fonda la Fox, che diventa il quarto network nazionale dopo ABC, CBS e NBC. Murdoch però non si accontenta: è geloso di Ted Turner, e vuole anche lui una CNN – di destra però. La realizza nel 1996 insieme a Roger Ailes, un ultraconservatore che ha lavorato per Richard Nixon, Ronald Reagan e George H. W. Bush, e che molti anni più tardi sarà accusato di molestie sessuali da più di venti donne.

Fox News applica lo stile sensazionalista dei tabloid alla televisione, senza fare mistero di schierarsi dalla parte dei repubblicani. Ma il canale va ben oltre la partigianeria: è a tutti gli effetti una macchina da guerra propagandistica che disprezza le più basilari regole giornalistiche, determina fortune (e sfortune) politiche, disintegra nemici politici (interni ed esterni), diffonde teorie del complotto, sparge razzismo e islamofobia a piene mani, rilancia il più bieco e irresponsabile negazionismo climatico, e radicalizza l’intero dibattito pubblico statunitense.

Se da un lato imprime una svolta radicale alla destra americana – dando ad esempio moltissimo spazio al movimento dei Tea Party, o a conduttori estremisti come Glenn Beck e Tucker Carlson – dall’altro il canale cavalca lo spirito dei tempi, intercettando gli umori profondi della base conservatrice. E non lo fa solo negli Stati Uniti. A pochi anni dallo scandalo di News of the World, i media di Murdoch tornano a condizionare l’orientamento degli elettori in occasione del referendum sulla Brexit.

Il Sun, ad esempio, lancia una campagna forsennata per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea – un vecchio pallino del magnate. Ed è anche grazie ai suoi tabloid che, a sorpresa, il Leave vince di poco. Dopo il voto, Murdoch dice che il paese si è finalmente liberato dalla “prigione europea” e festeggia con Nigel Farage, uno degli architetti della Brexit.

La presidenza Trump, le elezioni del 2020 e lo scandalo Dominion

Ma il prodotto di punta di Fox News è senz’ombra di dubbio un altro: Donald Trump. Per anni, se non decenni, Trump è una presenza costante nei media di Murdoch – prima sui tabloid e poi su Fox News, in particolare nella trasmissione Fox & Friends. Ma un conto è fare la personalità mediatica, un ruolo che Murdoch ritiene appropriato per uno come Trump; ben altro conto è candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti.

E infatti, l’annuncio della candidatura viene accolto dal magnate australiano (e persino da Ailes) in maniera molto tiepida – per non dire glaciale. Secondo una lunga inchiesta di Jonathan Mahler e Jim Rutenberg pubblicata sul New York Times, Murdoch pensa che Trump sia “una persona non seria” se non direttamente “un fottuto idiota”. In un primo momento, dunque, la copertura non è particolarmente entusiasta: Fox News sembra preferire i candidati Ted Cruz e Marco Rubio. Trump si lamenta costantemente di questo trattamento, anche perché è evidente che la base repubblicana pende dalla sua parte. A complicare il quadro per Fox News ci sono i nuovi media ultraconservatori – tra tutti Breitbart News – che sostengono entusiasticamente Trump e rischiano di togliere spettatori preziosi.

Non resta dunque che adeguarsi, seguendo il corso della storia. Il canale si trasforma in uno sfrenato organo di propaganda del candidato: i conduttori anti-Trump vengono messi all’angolo, mentre quelli trumpiani come Sean Hannity sono elevati al rango di stelle della programmazione. Murdoch è comunque convinto che sarà la candidata democratica a vincere le presidenziali; ma, come sappiamo, non va affatto così. Per Mahler e Rutenberg, la vittoria di Trump coincide con il picco dell’impero politico-mediatico di Murdoch. Fox News e il 45esimo presidente diventano praticamente una cosa sola. Nel 2018, giusto per fare un esempio, Hannity interviene nel comizio conclusivo di Trump prima delle elezioni di metà mandato.

Ma è con le presidenziali del 2020 che il rapporto simbiotico tra Fox News e Trump rivela appieno i suoi aspetti patologici. Il canale si accoda acriticamente alla narrazione trumpiana delle elezioni “rubate”, e rilancia a tutto spiano teorie del complotto sui presunti brogli che avrebbero regalato la vittoria a Joe Biden. Il tutto, com’è emerso da svariate conversazioni private, sapendo perfettamente che Trump aveva perso e che le elezioni si erano svolte regolarmente.

È una scelta che Fox News pagherà a carissimo prezzo: per la precisione, 787.5 milioni di dollari. Questa è la somma pagata a titolo di risarcimento a Dominion, un’azienda che era stata falsamente accusata di aver truccato il voto elettronico. Stando all’ultimo libro del giornalista Michael Wolff, dedicato proprio ai Murdoch, Rupert si aspettava di pagare soltanto 50 milioni di dollari. Ed è anche per questo che – sempre secondo la stampa statunitense – i rapporti tra la famiglia Murdoch e Donald Trump si sono raffreddati non poco.

Il futuro dell’impero e i danni irreversibili alla democrazia

A tal proposito, la gestione della campagna per il 2024 è uno dei dossier più scottanti sul tavolo di Lachlan; anche perché il figlio maggiore non ha alcuna simpatia per Trump. Nel libro di Wolff c’è un aneddoto indicativo: durante la campagna del 2016, Lachlan aveva fatto mettere della carta igienica con la faccia di Trump nella sua villa a Los Angeles. E quando ha vinto le presidenziali, sua moglie e i figli “sono scoppiati a piangere”. Ma per il resto, il suo orientamento è ancora più ideologico, radicale e brutale di quello del padre.

L’ascesa di Tucker Carlson – il conduttore più estremo all’interno della storia di Fox News, licenziato dopo il risarcimento a Dominion – è stata favorita da Lachlan in persona, che l’ha difeso quando ha fatto commenti razzisti. Ed è sempre Lachlan ad aver voluto la radicalizzazione di Sky News Australia, che per certi versi è più complottista ed estremista di Fox News. Per non parlare poi della disinformazione climatica portata avanti dai giornali del gruppo, che negli ultimi anni si è addirittura intensificata.

Come il padre, inoltre, anche Lachlan è stato accusato di aver fatto fuori (almeno politicamente) un primo ministro australiano: il conservatore moderato Malcom Turnbull. Nel 2018 una fronda del Partito Liberale si era opposta all’implementazione degli accordi di Parigi sul clima; i giornali e le tv di Murdoch si erano avventati su Turnbull, invocando la ribellione interna e dichiarandolo un “morto che cammina”.

Alla fine, il primo ministro era stato sfiduciato dal partito e costretto a rassegnare le dimissioni. I (pochi) quotidiani australiani non posseduti dalla News Corp. avevano parlato di un “colpo di stato” orchestrato dalla famiglia Murdoch. L’ex premier laburista Kevin Rudd l’aveva addirittura definita “il cancro che si sta mangiando il cuore della democrazia australiana”.

Insomma: la linea scelta da Rupert Murdoch è quella della continuità assoluta. Tuttavia, tenere insieme l’impero – almeno per come lo si è conosciuto finora – sarà piuttosto difficile. Anzitutto, la morte di Rupert Murdoch potrebbe scatenare una guerra per la successione tra fratelli e sorelle, che hanno gli stessi voti all’interno del trust familiare che controlla le aziende. Tra il figlio minore James e quello maggiore Lachlan, ad esempio, ci sono da tempo profondi dissapori.

I grandi cambiamenti tecnologici e digitali, inoltre, minacciano le fondamenta su cui è stato fondato l’impero: la carta stampata e la televisione. E non è detto che Lachlan riesca a navigare in questo mare piuttosto agitato e imprevedibile. Comunque vada, l’influenza nefasta e tentacolare dei Murdoch ha già provocato danni irreversibili alle democrazie occidentali – e potrebbe non essersi esaurita con l’uscita di scena del fondatore.


Chiesa e Marchesi, fiduciari ai confini della legge

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In prima linea a difesa della legalità e dei valori “100% svizzeri”, il presidente dell’UDC Svizzera, Marco Chiesa, e quello dell’UDC Ticino, Piero Marchesi, hanno operato per oltre un anno ai margini della legge cantonale sui fiduciari. La loro fiduciaria, la Ticiconsult Sagl, è infatti stata per 14 mesi senza una persona iscritta all’apposito albo: così facendo non sarebbe stata rispettata l’apposita normativa sulla professione. I due politici si difendono affermando di essere sempre stati in regola grazie alla presenza in società di un avvocato. Tuttavia, il caso – di cui riferisce anche il Tages Anzeiger – è stato segnalato all’Autorità di vigilanza sull’esercizio delle professioni di fiduciario. La quale conferma: per essere in regola, una società attiva nel ramo deve dotarsi di una struttura organizzativa «che comporta la presenza nel suo organico di un proprio fiduciario autorizzato». Ecco la cronistoria di una vicenda dagli innegabili risvolti politici.

La casa anziani, l’elettricista e la fiduciaria

20 agosto 2020. A Brugg-Windisch, nel Canton Argovia, Marco Chiesa è eletto alla presidenza nazionale dell’UDC, il più importante partito della Svizzera. Quattro giorni dopo, il politico si reca presso un notaio di Lugano in compagnia del presidente dell’UDC cantonale, e consigliere nazionale, Piero Marchesi. Obiettivo: costituire la Ticiconsult Sagl, una società attiva in ambito fiduciario.

Fino a pochi giorni prima, e per 15 anni, Chiesa ha diretto la casa anziani grigionese Opera Mater Christi. Un impiego, come da lui dichiarato, che mal si concilia con la nuova, impegnativa, carica politica. L’UDC Svizzera, però, non versa un salario al proprio presidente. Semplicemente, rimborsa le spese. Questione di sana militanza, anche se lo stesso Chiesa si era detto favorevole ad un compenso finanziario per la carica.

Per il momento, il neo-presidente deve comunque trovare un lavoro. Il politico sembra ad ogni modo avere le idee chiare. Perché non creare una fiduciaria con l’amico elettricista Piero Marchesi, allora responsabile commerciale della ditta Spinelli di Massagno? Questa deve essere stata l’idea. Per realizzare la quale, però, i due esponenti della destra sovranista hanno bisogno di una persona iscritta all’albo cantonale dei fiduciari: ecco quindi una terza socia, l’allora contabile della casa anziani diretta da Chiesa, regolarmente abilitata a svolgere la professione.

Una legge contro gli abusi

Il Ticino è un caso unico in Svizzera. È il solo Cantone ad avere un’apposita legge sui fiduciari. Una legge entrata in vigore nel 2009 con l’obiettivo di prevenire e reprimere gli abusi che con regolarità si manifestano nel sottobosco finanziario luganese. Dopo decenni di scandali, tra fiduciari mafiosi, truffe colossali e fiumi di denaro sporco, il Cantone ha imposto le regole più severe della Svizzera sul settore: i trasgressori rischiano procedimenti penali, multe di diverse decine di migliaia di franchi e persino l’interdizione professionale. Dal 2017 ad oggi l’Autorità di vigilanza ha emanato 90 decreti d’accusa (per condanna per il titolo di esercizio abusivo) e comminato complessivamente multe per oltre 500mila franchi.

La legge prevede in particolare tre punti. Primo: l’attività di fiduciario in Ticino è soggetta ad un’autorizzazione rilasciata dalla competente autorità di vigilanza. Secondo: le persone autorizzate sono iscritte ad un apposito albo. Terzo: le società possono esercitare le attività di fiduciario «se al loro interno opera almeno un fiduciario autorizzato».

Alla Ticiconsult i tre criteri sono inizialmente rispettati. La società può quindi operare. In un primo tempo presso l’avvocato Adriano Sala, candidato all’UDC alle elezioni cantonali del 2019; poi con un indirizzo tutto suo a Pregassona. Indirizzo dove ha sede anche la sezione ticinese del Soccorso d’Inverno, associazione presieduta dallo stesso Chiesa e della quale la fiduciaria gestisce la contabilità. Oggi, la Ticiconsult è il datore di lavoro dello stesso Consigliere agli Stati, oltre che della moglie di Marchesi. La società è stata anche più volte indicata quale indirizzo del mittente dei giornali dell’UDC Klartext e Franc-parler. Insomma, un’azienda a misura di famiglia e di partito.

Scatta la segnalazione

Il 23 giugno 2022, la terza socia lascia la Ticiconsult. La donna vuole cambiare settore, tant’è che qualche mese dopo si toglie dall’albo dei fiduciari. Lo stesso giorno nella società, come socio e gerente, entra così un altro personaggio illustre: Pierluigi Pasi. Ex procuratore federale, oggi deputato in Gran Consiglio per l’UDC, Pasi è un noto avvocato penalista, associato presso uno studio di Lugano.

Con l’uscita dell’ex socia e l’entrata di Pasi, la Ticiconsult non ha più al suo interno una persona iscritta all’apposito albo. Una situazione, quindi, ai margini della legge: quest’ultima prevede che in seno ad una società a garanzia limitata (Sagl) vi debba essere almeno un gerente iscritto all’albo. Soltanto a fine agosto 2023, dopo 14 mesi, la società ha sanato la situazione con l’iscrizione al registro di commercio di un fiduciario correttamente autorizzato a svolgere la professione. Quest’ultimo – che il caso vuole originario di Herrliberg, il paese di Christoph Blocher – è infatti iscritto all’albo e figura attualmente attivo in altre 17 società. La sua fiduciaria è stata trasferita poco prima allo stesso indirizzo della Ticiconsult.

Negli scorsi mesi, la situazione dell’azienda del presidente del partito più votato della Svizzera ha dato adito al chiacchiericcio. Negli ambienti fiduciari il caso fa discutere ormai da diversi mesi. Tant’è che la Federazione Ticinese delle Associazioni di Fiduciari (FTAF) ha segnalato il caso all’Autorità di vigilanza. A confermarlo è Cristina Maderni, presidente della federazione: «Riceviamo sovente delle segnalazioni da parte dei nostri associati che poi inoltriamo alla competente autorità cantonale. Tra questi casi confermo che c’era quello riguardante la Ticiconsult Sagl».

Chiesa e Marchesi: «Tutto è sempre stato in regola»

Contattati con tutta una serie di domande, Chiesa e Marchesi si sono limitati ad una breve risposta scritta stando alla quale con la presenza dell’avvocato Pasi la situazione è sempre stata in regola: «Gli avvocati, per volontà del legislatore, non soggiacciono alla legge cantonale sull’esercizio delle professioni fiduciarie, a norma del suo articolo 7 capoverso d».

In effetti, la legge cantonale prevede che gli avvocati non soggiacciono alla stessa. A questo punto, la questione è tecnica: se l’avvocato è esentato dalla legge sui fiduciari, tale esenzione vale solo nell’ambito della sua attività legale privata oppure vale anche per una società in cui figura come amministratore o gerente? Dagli ambienti vicino alla Ticiconsult continua a prevalere l’idea che la legge federale sugli avvocati e la giurisprudenza federale permettono alla società di operare grazie alla presenza dell’avvocato Pasi. Diversi avvocati e fiduciari che abbiamo sentito tendono però ad escludere questa possibilità. Nessuno ha voluto però esprimersi pubblicamente sul caso specifico.

Il Cantone: «In una fiduciaria deve esserci una persona iscritta all’albo»

Per un chiarimento definitivo ci siamo così rivolti a Giuseppe Colombi, capoufficio dell’Autorità di vigilanza cantonale. Nemmeno lui vuole esprimersi sulla vicenda in questione. Le sue precisazioni di carattere generale, però, ci permettono di confermare i nostri dubbi sulla zona ai margini della legge nella quale si è trovata la società dei due importanti esponenti dell’UDC.

Per Colombi non vi sono dubbi: «È essenziale che in seno ad una struttura giuridica almeno una persona con diritto di firma e responsabilità direttive disponga dell’autorizzazione». Questo principio, sempre secondo Colombi, «non può essere disatteso tramite la candidatura di un avvocato». Quanto al fatto che l’avvocato è esentato dal campo d’applicazione della legge sui fiduciari, la giurisprudenza federale valuta che occorre che l’attività fiduciaria abbia una relazione diretta con la professione di avvocato. La prassi dell’Autorità cantonale per valutare questa “relazione diretta” è quella di constatare «un’attività fiduciaria esercitata dall’avvocato direttamente per il tramite dello studio legale in cui egli è attivo». Ciò che non sembrerebbe essere il caso per la Ticiconsult e l’avvocato Pasi.

Quando l’Autorità di vigilanza viene a conoscenza della presenza di una fiduciaria sprovvista di autorizzazione può avviare una procedura amministrativa e/o penale per esercizio abusivo della professione di fiduciario. Non sappiamo nei dettagli cosa sia successo in questo caso. Certo è che i presupposti elencati sopra non sono stati soddisfatti e che la vicenda è stata segnalata a Bellinzona. Certo è anche che la gestione del duo Chiesa-Marchesi è stata piuttosto “amatoriale” per un settore che, proprio per limitare gli abusi, si è dato regole ben precise. Al di là degli esiti formali della vicenda, è inevitabile che la stessa abbia anche una valenza politica. Stiamo parlando dei massimi dirigenti, nazionale e cantonale, del più importante partito svizzero. Un partito sempre pronto a scagliarsi contro chi non rispetta le leggi e le tradizioni elvetiche. Non vorremmo che tra queste tradizioni ci fosse quella dell’opacità in ambito finanziario.

Articolo scritto per areaonline
Nell’immagine: femic sü ‘na bela cantada


Sergio Rossi – Immigrazione: politica ed economia, guardate oltre il vostro naso

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


PS di Lugano: pragmatismo o masochismo?

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Tu sei il PS e il PC ti sta facendo le scarpe per le votazioni federali e te lo dice in faccia: «sei un servo dei padroni e meriti di restare a casa». In vista delle elezioni comunali 2024 a Lugano, ti chiede però di assicurare l’elezione di almeno un suo militante in consiglio comunale, candidandolo nella tua lista. E tu accogli felice la sua proposta, che forse lascerà fuori un tuo candidato. Tu lo chiami «pragmatismo», perché racimolerai qualche voto anche per il Municipio dove non ti senti molto sicuro di farcela da solo. Qualcuno potrebbe chiamarlo masochismo o autolesionismo o, nel migliore dei casi, adesione gioiosa al precetto evangelico di porgere l’altra guancia a chi ti prende a schiaffi.

È ciò che è successo lunedì scorso all’assemblea del PS di Lugano. Per di più, dopo aver incassato beatamente la dichiarazione dei Verdi, alleato strategico del PS a livello federale e cantonale, secondo cui la presenza in Municipio dei socialisti non vale una cippa. Anzi, è dannosa perché trascina tutto il PS a scelte in contrasto flagrante con una prospettiva rosso-verde (il riferimento va al Polo sportivo e degli eventi con le sue ridondanti torri e palazzine private al posto di impianti sportivi di interesse pubblico).

Ma cosa dice il PC del PS e dei Verdi nella sua campagna per far loro perdere alle Federali uno o due seggi a favore della destra? Basta leggere il comunicato del 5 giugno scorso con cui lancia la sua lista «No NATO, No UE». Il PS e i Verdi sono una «sinistra elitaria» che «ha rinunciato alla sua indipendenza di classe» (?), che permette alla borghesia «svendipatria» di agire indisturbata, che «calunnia» il povero PC e i suoi «militanti altruisti e solidali» (con i curdi e gli ucraini massacrati da Erdogan e da Putin?), che ha «stravolto la tradizione della sinistra » con una «irresponsabile svolta atlantista e a tratti bellicista fatta di sanzioni unilaterali » (bella questa: bisognava sanzionare anche gli aggrediti punendoli perché hanno osato difendersi), che pratica «ingerenze negli affari interni di nazioni sovrane» (?), che è «subalterna all’agenda globalista di UE e USA», che ripudia «la neutralità e l’indipendenza nazionale», che pregiudica «la pace e i diritti sociali dei lavoratori». Per chi non avesse ancora capito, il PC sottolinea il bilancio «modesto» della sua partecipazione, nel 2019, al fronte rossoverde che ha fatto perdere alla Lega un seggio al Nazionale a favore dei Verdi.

Modesto, perché poi Verdi e socialisti non hanno avuto l’«impostazione antieuropeista » auspicata. Quest’anno non intende quindi «contribuire a rafforzare la frazione parlamentare socialista»: meglio un leghista anti UE che un socialista o un Verde che vogliono migliorare le relazioni con i nostri vicini europei, anziché privilegiare Russia, Cina, Corea del Nord… Il PC ha quindi fatto una scelta di campo: quello social-conservatore e nazionalsocialista, contro il campo eco-socialista e internazionalista. Affari suoi. Ma cosa ci azzecca una stravagante lista unitaria con chi, per ora almeno, non si può più costruire una strategia alternativa alla destra?

Martino Rossi è stato capogruppo del PS nel Consiglio comunale di Lugano
Nell’immagine: l’altra guancia


Il processo del secolo negli Usa: lo Stato contro Google

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di Giulio Alibrandi, TPI – The Post International

Prende il via il più importante processo antitrust degli ultimi decenni. A più di 20 anni dalla sconfitta di Microsoft, l’amministrazione Biden porta alla sbarra Google, accusata di aver «mantenuto illegalmente» la propria posizione di monopolio.

La posta in palio è alta e riguarda la piccola barra bianca su cui Google ha costruito un impero da oltre 1.700 miliardi di dollari (1.590 miliardi di euro). «Questo caso riguarda il futuro di internet e la possibilità che il motore di ricerca di Google si trovi mai a fronteggiare una concorrenza significativa», ha dichiarato Kenneth Dintzer, a capo del team di legali del dipartimento di Giustizia statunitense, che ha trascinato Google in tribunale insieme ai procuratori di 38 Stati.

Una battaglia bipartisan

L’accusa principale è quella di aver stretto accordi multimiliardari con società come Apple e Samsung per impedire ad altri rivali di insidiare il suo primato nelle ricerche web. Queste pratiche, secondo il governo statunitense, hanno posto un freno all’innovazione e danneggiato concorrenti, inserzionisti e consumatori. Secondo l’azienda invece, il successo di Google è dovuto semplicemente alla superiorità del suo motore di ricerca, che gli utenti scelgono liberamente di usare.

È la prima volta dagli anni ’90 che il governo statunitense promuove una causa antitrust contro una big del tech. Il monopolista allora era la Microsoft di Bill Gates, condannata nel 2001 per aver imposto ai consumatori il proprio browser, Internet Explorer. Questa volta, sarebbe Google a limitare la scelta degli utenti. Come allora, sostiene il dipartimento di Giustizia, è necessario ricorrere ai tribunali per «ripristinare il ruolo della concorrenza e aprire le porte alla prossima ondata di innovazione».

Attualmente il gigante di Mountain View controlla il 90% circa del mercato dei motori di ricerca, lasciando a concorrenti come Bing le briciole. Un dominio che, secondo l’amministrazione statunitense, è il frutto di accordi restrittivi con produttori di smartphone, sviluppatori di browser e compagnie telefoniche. Le intese, dal valore annuo di oltre 10 miliardi di dollari, servono a garantire che il motore di ricerca risulti l’alternativa predefinita su pc e cellulari.
Il processo è iniziato il 12 settembre scorso, a quasi tre anni da quando l’amministrazione statunitense, guidata all’epoca da Donald Trump, aveva intentato la causa come parte di un’offensiva bipartisan contro i giganti della tecnologia.

Nelle prossime settimane, i legali del dipartimento di Giustizia statunitense dovranno dimostrare come, a partire dal 2010 , Google ha usato tattiche anti-competitive per difendere il proprio enorme vantaggio nelle ricerche web da possibili rivali come Yahoo, Bing e DuckDuckGo. Per il gruppo Alphabet, le ricerche sono l’ingrediente essenziale nel suo business più importante, quello pubblicitario: nel 2022 le inserzioni legate alla ricerca hanno generato quasi il 60% dei ricavi del gruppo a cui appartiene Google, per un ammontare pari a 162,45 miliardi di dollari.

Secondo l’accusa, gli accordi rappresentano per Google una «potente arma strategica» che ha consentito all’azienda di accumulare sempre più dati con cui migliorare il proprio prodotto. «Questo circolo vizioso, questa ruota, gira da più di 12 anni», ha sintetizzato Dintzer. «E gira sempre a vantaggio di Google».

Carte scoperte

A sostegno di questa tesi, il dipartimento di Giustizia cita mail e comunicazioni interne in cui i dipendenti di Google discutono delle scelte dell’azienda. «Se Microsoft [Bing] avesse lo stesso traffico che abbiamo noi, la sua qualità migliorerebbe in maniera significativa, mentre se noi avessimo lo stesso traffico che hanno loro, la nostra diminuirebbe in maniera significativa. Questo è un fatto», recita un messaggio risalente al 2009, scritto da un ingegnere di Google.

«Dobbiamo incentivare gli operatori telefonici a includere Google», riporta un’altra email del 2011. «Senza un accordo di ricerca esclusivo, un grande operatore può includere alternative a Google e lo farà… Se non lo faremo noi, scommetto che saranno Microsoft e Yahoo a fare accordi tramite gli operatori per la ricerca su Android».

Altri messaggi sono stati inviati dal capo-economista di Google, Hal Varian, citato come primo testimone. Durante la prima udienza, Dintzer ha letto diverse mail in cui Varian si sincerava dei termini usati dai colleghi nelle comunicazioni. In una del 2003 invitava a essere “sensibili” alla percezione di un comportamento monopolistico da parte di Google, chiedendo di evitare frasi sopra le righe come quelle che avevano avuto molto risalto nel processo a Microsoft, prima fra tutte la celebre richiesta di «togliere l’aria» alla concorrenza. Un altro documento è una presentazione del 2011 in cui vengono esposte regole per evitare termini off limits in tema antitrust (il titolo: “Basi antitrust per il team ricerca”). Vietate parole come “scala”, “effetti di rete” e “pacchetto” e qualsiasi metafora bellica o sportiva. Un documento interno, letto da Dintzer, invita inoltre a evitare riferimenti a “mercati o quote di mercato o posizione dominante”.

Diverse conversazioni non sono agli atti perché Google avrebbe cercato di occultarle. Dintzer ha accusato l’azienda di aver reso gli avvocati partecipi degli scambi per poterli mantenere riservati, in quanto soggetti al segreto professionale. Ha anche mostrato un messaggio con cui l’amministratore delegato Sundar Pichai chiedeva di eliminare la cronologia della chat. «Hanno cancellato la storia, vostro onore, in modo da poterla riscrivere qui in quest’aula di tribunale», ha detto Dintzer.

Solo «frammenti e documenti fuori contesto», ha minimizzato John Schmidtlein, avvocato dell’azienda. Per i legali di Google, il motivo del successo dell’azienda non è da cercare negli accordi per dare risalto al motore di ricerca, paragonati a quelli che i marchi di cereali stringono con le catene di supermercati per posizionare i propri prodotti sugli scaffali. Sono gli utenti invece a scegliere liberamente l’alternativa che ritengono migliore.

È il caso, ricorda l’azienda, di chi usa Windows e generalmente sceglie di fare ricerche con Google nonostante i prodotti del gruppo Alphabet non siano preinstallati sui pc. O quello degli utenti dei browser Safari (Apple) o Firefox (Mozilla), che possono cambiare il motore di ricerca predefinito e tipicamente decidono di non farlo. Una prova, secondo i legali di Google, che non sono gli accordi contestati dal dipartimento di Giustizia a garantire la posizione di Google, ma le scelte degli utenti.

Chi paga

Dal punto di vista dell’accusa, la soddisfazione dei consumatori non basta però a giustificare le tattiche bollate come anti-competitive. Il comportamento di Google avrebbe infatti ostacolato la concorrenza, impedendo ai potenziali rivali di innovare i propri prodotti. Senza queste pratiche, aziende come Microsoft avrebbero più margine per migliorare la propria offerta, potendo contare su una maggiore quantità di ricerche.

Il risultato, secondo il governo statunitense, è un peggioramento dell’esperienza per i consumatori, anche dal punto di vista dell’utilizzo dei dati personali. Se Google non avesse potuto limitare la concorrenza, secondo Dintzer, sarebbe stata costretta a fare di più per tutelare la privacy degli utenti, problema annoso per l’azienda di Mountain View.

Altre vittime delle pratiche contestate sono gli inserzionisti. Secondo l’accusa, Google ha sfruttato la sua posizione di monopolio per chiedere prezzi più alti sulle pubblicità che compaiono nelle pagine dei risultati delle ricerche. Un aspetto che sarà affrontato in maniera approfondita anche in un’altra causa, intentata dall’amministrazione americana lo scorso gennaio. I 10 miliardi che Google paga ogni anno si traducono così in un «enorme costo per la collettività», ha detto Dintzer.

Cosa cambierà

Non si tratta dell’unico caso che Google deve affrontare negli Stati Uniti. Un’altra causa federale riguarda, come accennato, la violazione delle norme sulla concorrenza nel mercato pubblicitario.

Altri procedimenti promossi dagli Stati riguardano la privacy, la concorrenza nel Play Store e anche altre presunte violazioni di norme antitrust.
Per quanto riguarda il settore del tech, anche altri big sono finiti sotto la lente dell’amministrazione statunitense. Negli ultimi mesi la Federal Trade Commission (Ftc), guidata dalla giovane Lina Khan, ha cercato, finora senza successo, di bloccare l’acquisizione da parte di Microsoft del produttore di videogiochi Activision Blizzard. In precedenza aveva tentato di fermare Meta dall’acquistare una start-up della realtà virtuale.

Ma il processo più importante, e quello destinato a fare da spartiacque, è quello appena iniziato. Dall’esito di “U.S. v. Google” si capirà se la legislazione antitrust attualmente in vigore nel paese, basata su norme risalenti al 1890, è ancora attuale. O se saranno necessarie nuove leggi per combattere i monopoli del 21esimo secolo.

La sentenza non arriverà prima del 2024. Nelle prossime settimane saranno probabilmente sentiti l’ad di Google, Sundar Pichai, e dirigenti di Apple, oltre a esponenti di rivali come Microsoft e DuckDuckGo. Nel caso di un verdetto di colpevolezza, il giudice Amit Mehta dovrà dare il via a un altro processo per stabilire le pene. Nel caso probabile di un ricorso, ci vorranno anni per mettere la parola fine al caso.

Se Google dovesse perdere, il giudice potrebbe ordinare di spezzettarla. Una misura considerata drastica dagli esperti, che ritengono più probabile l’imposizione di nuovi vincoli sulle attività dell’azienda, che impediscano ad esempio accordi come quelli stretti con Apple e Samsung. Un esito simile a quello del processo a Microsoft, terminato nel 2001 con un patteggiamento che, secondo molti osservatori, ha spianato la strada a una nuova generazione di aziende. Prima fra queste, una start-up chiamata Google.

Nell’immagine: l’amministratore delegato di Google Sundar Pichai


L’economia britannica è ostaggio di idee superate

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Di Mariana Mazzucato, Internazionale

Nel Regno Unito tutti i politici sembrano essere d’accordo su una cosa: la crescita. Ma nonostante i discorsi sulla necessità di rianimare la stagnante economia britannica, pochi segnali (finora) fanno pensare che qualche partito riuscirà a cambiare le cose. I leader di tutti gli schieramenti sono, per citare le parole di John Maynard Keynes, “schiavi di qualche economista defunto”. 

Il primo ministro Rishi Sunak (conservatore) sta portando avanti una strategia industriale frammentaria, corteggiando aziende come la Jaguar Land Rover per convincerle a trasferire le loro attività nel Regno Unito e cercando di rendere più competitivi alcuni settori. Dalla parte opposta, Keir Starmer dipinge il suo Labour come un partito “economicamente responsabile”, concentrato sulla crescita piuttosto che sulle “grandi spese”, e sta ridimensionando impegni presi in precedenza, tra cui un fondo per gli investimenti sulle energie rinnovabili. 

Mentre i piani di Sunak mostrano una mancanza di fiducia nel ruolo dello stato nell’economia, quelli di Starmer sono vittima di una falsa dicotomia tra spesa e crescita. Con un po’ di lungimiranza, invece, i governi hanno il potere di promuovere una crescita inclusiva, sostenibile e basata sull’innovazione. Stabilire obiettivi coraggiosi che richiedono la collaborazione tra pubblico e privato può aiutare gli investimenti delle aziende, stimolando l’occupazione, la formazione e la produttività. Questi benefici sono un effetto secondario degli investimenti mirati, non sono l’obiettivo centrale. Se ben attuato, un metodo simile può tenere insieme le priorità economiche, sociali e ambientali. Per esempio, degli investimenti su mense scolastiche sane e sostenibili, oltre ad aiutare ragazze e ragazzi, possono creare un’enorme opportunità per l’agricoltura e l’industria alimentare britannica, com’è già successo in Svezia. 

Nel Regno Unito Starmer finora ha evitato di prendere un impegno per garantire mense scolastiche gratuite nelle scuole primarie. Sunak non solo ha ignorato la questione, ma si sta anche scagliando contro chi afferma che gli scarsi investimenti nelle infrastrutture hanno portato a edifici scolastici fatiscenti. Invece di essere considerata un costo, la spesa per l’istruzione, le mense e altre priorità – come la lotta al cambiamento climatico, alla crisi del sistema sanitario e al divario digitale – dovrebbe essere riconosciuta come un investimento in grado di guidare l’innovazione. 

Nel mio libro Lo stato innovatore (Laterza 2014) scrivo che i governi devono investire (anziché tagliare) per raggiungere la crescita e devono farlo accettando un’assunzione collettiva dei rischi. Ma è fondamentale garantire che sia i rischi sia i benefici siano condivisi. A cosa è servito che i governi investissero nelle tecnologie che rendono i nostri smartphone intelligenti (internet, il gps, il touch screen e Siri sono tutti frutto d’investimenti pubblici) se poi la ricchezza che ne deriva è assorbita dal settore privato? Dieci anni più tardi i governi di tutto il mondo stanno portando avanti delle strategie industriali, in particolare negli Stati Uniti, dove sono stati stanziati duemila miliardi per modernizzare le infrastrutture, per attirare nel paese i produttori di processori e per ridurre l’inflazione. 

Per realizzare riforme simili servono quattro cambiamenti nel modo di pensare. Prima di tutto è necessario stabilire una direzione chiara: gli stati possono orientare gli investimenti per l’industria verso obiettivi coraggiosi – come pasti sani, sostenibili e gustosi per tutti i bambini – e plasmare economie che non solo crescono, ma lo fanno in modi pensati per portare benefici alle persone e al pianeta. In secondo luogo, i governi dovrebbero affrontare la relazione tra stato, aziende e lavoratori perché rischi e benefici siano condivisi. Serve un nuovo contratto sociale. Terzo, bisogna coinvolgere i cittadini. In un momento in cui il disincanto nei confronti dello stato è dilagante, è indispensabile che le strategie economiche entrino in connessione con le persone. Infine, plasmare la crescita richiede investimenti in competenze, strumenti e istituzioni del settore pubblico dinamici, per ricostruire la funzione imprenditoriale dello stato. Questo significa evitare di fare troppo affidamento sulle società di consulenza, un errore commesso più volte dal Regno Unito. Il rilancio dell’economia britannica non è una questione di più stato o meno stato. Si tratta piuttosto di sostenere uno stato intelligente e competente, consapevole del suo ruolo. Se questa direzione non verrà allineata con obiettivi di sostenibilità, salute pubblica e inclusione, un’economia fiorente e resiliente rimarrà un’obiettivo difficile da realizzare.

Nell’immagine: presente e passato del Partito laburista. Keir Starmer e Jeremy Corbyn


La sanità ostaggio dei lobbisti

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La (nuova) stangata è servita. I premi dell’assicurazione malattia saliranno mediamente dell’8,7% a livello nazionale, del 10,5% in Ticino, l’aumento più elevato tra i cantoni. Negli anni, i vari tentativi di ridurre i costi della sanità elvetica sono puntualmente naufragati in Parlamento. “Merito” dei veti incrociati di farmaceutica, casse malati, ordine dei medici e cliniche private, che possono contare su diversi parlamentari influenti a libro paga.

A circa 90 miliardi di franchi ammonta la torta economica della sanità elvetica. Di quella enorme torta, farmaceutica, medici, le cliniche private e le assicurazioni malattie si spartiscono lucrose fette di guadagno. Per carità, nessuno si illude. I costi della sanità (non della salute, perché quest’ultima non può essere ridotta a banale merce), sono destinati a crescere a causa dell’invecchiamento della popolazione. Ma non tutti i costi sono inevitabili. Una gran parte di questi sono gonfiati dai guadagni incassati dai vari soggetti presenti nel mercato sanitario elvetico. A farne le spese, i cittadini chiamati a pagare dei premi assicurazione malattia diventati sempre più insostenibili. Tanto più che un semplice dipendente paga lo stesso importo di un multimiliardario.

Da anni in Parlamento si susseguono le varie ricette per ridurre i costi della sanità. L’ultima in ordine di tempo, l’iniziativa del PS che chiede di porre un tetto massimo (10% del reddito disponibile) ai premi malattia, bocciata dalla maggioranza dei parlamentari dei due rami. Il popolo si esprimerà nelle urne.

È un percorso già visto. La quasi totalità delle misure di risparmio s’infrangono contro i veti dei soggetti interessati, ben rappresentati nelle istituzioni politiche. Le Commissioni della sanità dei consigli Nazionale e degli Stati hanno un ruolo determinante nell’elaborare le possibili misure di riduzione dei costi. Sono i luoghi dove si “cucinano” le decisioni poi sottoposte ai due rami del Parlamento. Raramente vengono ribaltate.

In entrambe le Commissioni, diversi membri sono a libro paga dei soggetti privati interessati a mantenere lucrosa la loro fetta. Ciò è possibile perché in Svizzera il lobbismo è legale. Ogni iniziativa politica volta a vietarlo, ridurlo o renderlo almeno trasparente, è regolarmente bocciata in Parlamento. Non stupisce. Nessuno taglia il ramo su cui è seduto.

Fortunatamente, esiste chi prova a sbrogliare l’intreccio d’interessi. Su Lobbywatch, piattaforma curata da giornalisti, si scopre che su 38 membri delle Commissioni sanità dei due rami del Parlamento, ben sedici hanno attività retribuite da soggetti attivi nella sanità elvetica. A farla da padrone sono le casse malati, con nove parlamentari. Ospedali, farmaceutica e corpo medico hanno tutti due membri a libro paga nelle Commissioni sanità.

A livello di partiti, a farla da padrone sono Il Centro con sei esponenti, tallonati dall’Udc (5), Plr (3), Verdi liberali (1) e Ps (1). Alcuni politici sono decisamente più influenti nel convincere i colleghi di partito a votare in Parlamento quanto da loro suggerito. La retribuzione dei mandati è quasi sempre ignota, perché la trasparenza non è dovuta. In alcuni casi, però, dei giornalisti riescono a rompere il muro del silenzio.

Chi sono i baroni della sanità

Tre anni fa, il settimanale Schweiz am Wochenende aveva rivelato le cifre delle retribuzioni percepite dai più importanti politici portatori di consenso in materia di politica sanitaria. Di consenso o di contrasto.

È il caso del consigliere nazionale Udc di Basilea Campagna, Thomas de Courten, che si spese molto per far affossare in Parlamento la proposta del Consiglio federale di limitare il prezzo dei farmaci generici. Farmaci che in Svizzera possono costare fino a tre volte di più rispetto a un qualunque paese europeo. De Courten, membro della Commissione nazionale della sanità, è pure presidente di Intergenerika, l’associazione mantello dei farmaci generici, percependo 45mila franchi l’anno per quel ruolo. Il risparmio stimato dal Consiglio federale per l’intervento sui prezzi dei generici affossato, sarebbe stato di svariate centinaia di milioni di franchi l’anno.

Un altro politico influente è il liberale Josef Dittli, consigliere agli Stati urano e presidente dell’associazione cartello delle casse malati Curafutura con 140mila franchi di retribuzione annua. Al passato, poiché Dittli a maggio ha lasciato Curafutura dopo cinque anni di presidenza.

Nella classifica dei deputati influenti più pagati troviamo Lorenz Hess, consigliere nazionale (Il Centro/Berna). La sua biografia professionale è istruttiva. Terminati gli studi, inizia a lavorare come portavoce della polizia bernese, per poi passare al Dipartimento della comunicazione dell’Ufficio federale della sanità pubblica. In quel ruolo, Hess impara i meccanismi e le relazioni dello Stato coi vari attori privati della sanità. Quanto appreso lo consegna in dote alla società di pubbliche relazioni Burson-Marsteller per poi fondare qualche anno più tardi la propria agenzia di consulenza in relazioni pubbliche. Il grande salto lo fa nel 2011, quando viene eletto al Consiglio Nazionale nelle fila degli allora Ppd. Oltre a sedere in numerosi enti o fondazioni in ambito sanitario, dal 2017 presiede il Consiglio di fondazione e il Consiglio di amministrazione di Visana. Solo per queste due cariche, percepisce 165mila franchi l’anno.

Un compenso simile dovrebbe percepirlo Erich Ettlin, consigliere agli Stati (Il Centro/Obvaldo), occupando la carica di vicepresidente del Cda del gruppo assicurativo Css. Un altro membro influente della commissione sanità degli Stati è Peter Hegglin (Il Centro/Zugo). È membro del Cda di Rvk, l’associazione delle piccole e medie imprese d’assicurazione sanitaria. Per quest’ultima, siede nell’associazione mantello di casse malattia santésuisse. Il suo compenso quale presidente di Rvk è stimato sui 100mila franchi, mentre non si conosce quello di santésuisse. Di quest’ultima, si sapeva solo che il vecchio presidente, l’ex consigliere nazionale Udc Heinz Brand, percepiva circa 120mila franchi di compenso.

Fino a giugno dello scorso anno, nella Commissione sanità del Nazionale sedeva anche Isabelle Moret, deputata liberale del Canton Vaud e presidente di H+, l’associazione mantello degli ospedali pubblici e privati svizzeri. Compenso annuo dichiarato, 40mila franchi.

Un altro membro di peso della Commissione sanità degli Stati, Damian Müller (Plr/Lucerna), il più giovane consigliere agli Stati mai eletto, fa parte del comitato direttivo dell’associazione dei medici svizzeri Fmh ed è presidente di un gruppo lobbistico composto esclusivamente da parlamentari, la Ig Ricerca e innovazione biomedica. Il segretariato si trova nella sede di Interpharma, l’associazione mantello delle aziende farmaceutiche tra cui spiccano i colossi Novartis e Roche. Quanto Müller e i suoi colleghi parlamentari siano retribuiti per questi incarichi non è noto.

Sebbene le due Commissioni sanità rivestano un ruolo di filtro importante nell’elaborazione delle misure, a decidere se affossarle o approvarle saranno i voti degli eletti a Berna. Nei due rami del Parlamento, gli eletti con mandati retribuiti da attori della sanità sono 69 secondo Lobbywatch. Dei ticinesi, solo Marco Chiesa, presidente Udc nazionale e consigliere agli Stati, è retribuito per un montante ignoto dalla cassa malati Groupe Mutuel.

Per capire l’importanza del lobbismo sanitario a Palazzo, prendiamo in prestito le parole di un maestro nel campo, Lorenz Hess, il cui compenso di Visana supera quello di consigliere nazionale. Intervistato da Le Temps in estate sui premi cassa malati, Hess dice: «All’inizio, siamo tutti concordi che non può continuare così ed è urgente intervenire. Poi, quando discutiamo le misure, c’è sempre un attore della sanità che impone la sua linea rossa. Alla fine, tutte le riforme sono bloccate». Si sente responsabile? «Sì. Tutti noi attori dobbiamo assumere la nostra parte di responsabilità».

Articolo scritto per areaonline


Chi teme la masturbazione?

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Tra i vari atti parlamentari presentati al momento della discussione sull’Agenda scolastica, spicca l’interrogazione “Educazione sessuale (masturbazione compresa) già a partire dalla scuola dell’infanzia e la scuola elementare?” (l’affermazione tra parentesi non è una nota di redazione) presentata da parlamentari dell’UDC e di HelvEthica Ticino che nel loro delirio sovranista scoprono quale sia il vero oggetto del contendere: l’educazione sessuale e affettiva nella scuola dell’obbligo.

L’UDC che organizza un Convegno nazionale in stile trumpiano che nega la crisi climatica, che manifesta odio verso gli immigrati e verso l’Europa, ora vuole ridurre la possibilità di parlare di affettività e di sessualità a bambini e adolescenti in età scolastica. E di questo abbiamo il dovere civico di preoccuparci e reagire, affinché quanto costruito con determinazione e professionalità negli ultimi 20 anni non venga vanificato. Infatti per il bambino è importante avere lo spazio per parlare di sessualità sia in famiglia che a scuola. Questo si rivela fondamentale in una società ipersessualizzata dove il ruolo mediatore dell’adulto è sempre più imprescindibile.

Inoltre, i bambini, fin dalla prima infanzia, sviluppano la propria identità imparando a situarsi in rapporto agli altri, acquisendo gradualmente consapevolezza di sé e del proprio corpo (e l’esplorazione contempla anche scoprire e toccarsi i genitali) e interessandosi del corpo degli altri per scoprirne similitudini e differenze rispetto al proprio. Questo avviene anche attraverso il gioco che permette loro di esplorare il proprio e altrui corpo e li aiuta a conoscere quelli che sono i limiti privati e altrui oltre a quelli sociali ai quali devono attenersi. È il momento in cui pongono domande riguardo la nascita e la riproduzione e iniziano a interrogarsi rispetto ai ruoli di genere. Sono atteggiamenti naturali legati al normale sviluppo evolutivo, che la scuola non può ignorare, ma anzi deve valorizzare in un percorso che contribuisca allo sviluppo della persona e al suo inserimento armonioso nella società favorendo delle relazioni tra le persone basate sul rispetto di sé e degli altri. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce anche il tema legato agli abusi; infatti la consapevolezza di sé, la conoscenza del proprio corpo e dei confini relazionali permette di autodeterminarsi e di capire quanto siano sbagliati atteggiamenti di certi adulti che cercano di violare questo corpo e quindi essere in grado di opporsi, proteggersi e rivelare ad uno o più adulti di riferimento (un famigliare, un docente…) ogni tipo di tentativo di abuso e/o violenza.

Aspetti questi che assumono ancora maggiore importanza alla luce degli avvenimenti rivelati in queste settimane riguardo gli abusi perpetrati all’interno della Chiesa cattolica svizzera e ticinese che, occorre ricordarlo, si aggiungono a quelli denunciati negli anni passati. E puntualmente i vertici della Diocesi luganese tornano a parlare di “volontà di trasparenza”, di “dovere di giustizia verso le vittime”, di “cambiamento repentino e definitivo” così come era successo nel 2009 quando, per dimostrare la volontà della Diocesi di andare in questa direzione, l’attuale Vescovo emerito aveva istituito la Commissione diocesana di esperti per la gestione di casi di abusi sessuali in ambito ecclesiale con lo specifico compito di accogliere e accompagnare le vittime. Istituzione che allora aveva suscitato delle critiche proprio per il fatto di essere interna alla Diocesi e che quindi ben difficilmente avrebbe indotto le vittime a palesarsi; cosa che si è verificata puntualmente secondo quanto affermato dalla Presidente della Commissione che è anche magistrato dei minori (ma sottrarre gravi reati all’autorità penale civile per trovare accomodamenti “interni” non è incompatibile con il ruolo di magistrato?); e inoltre scopriamo che il Vescovo emerito non l’aveva mai convocata, infatti la prima riunione è avvenuta nel 2016, sette anni dopo; insomma una colossale presa in giro.

Scopriamo inoltre che importanti documenti su preti abusanti attivi in Ticino sono stati distrutti, che l’attuale Amministratore apostolico della Diocesi di Lugano è anche lui indagato in riferimento alla gestione di casi di abuso (e non ha nemmeno avuto la decenza di autosospendersi come fatto da alcuni suoi colleghi di altri cantoni). Insomma oggi accostare i termini Chiesa cattolica e fiducia appare decisamente un ossimoro.

La politica cosa fa? Dopo i fuochi d’artificio innescati al momento della distribuzione dell’Agenda scolastica ora tutto si è acquietato, ogni partito è soddisfatto: chi perché ha difeso il proprio castello, chi perché ha potuto fare il proprio verso assicurandosi tutti di mantenere intatti i propri centri di potere, mentre l’UDC continua nel suo intento, promuovendo un dibattito politico incentrato sull’uso di un linguaggio violento, precursore, la storia ci insegna, di una possibile deriva autoritaria.

Nell’immagine: nostalgia dei buoni vecchi tempi