L’apartheid contro le donne afghane

A due anni dall’abbandono del Paese da parte statunitense, il regime talebano viene legittimato come argine al terrorismo, ma in verità sta cancellando ogni diritto civile, specie per le donne 

Di Daniela Hamaui, La Repubblica

Provate ad immaginare di arrivare in un Paese dove la metà delle persone vive al buio sia di giorno che di notte. In quelle case le finestre sono oscurate da drappi pesanti e all’interno si aggirano dei fantasmi a cui non è consentito fare quasi nulla. Sono perennemente avvolti nelle tenebre, senza sogni e senza futuro se non quello di essere rinchiusi nell’oscurità. Non si tratta però di un film di fantascienza o di una pellicola horror ma della quotidianità delle donne afghane a cui è vietato praticamente tutto. Amnesty International ha stilato un elenco delle cose che le ragazze e le donne afghane non possono fare: andare a scuola dopo gli 11 anni (ma in molte province l’età è scesa a 8), frequentare l’università, passeggiare nei parchi pubblici, fare sport, apparire nei programmi tv, viaggiare oltre 72 km senza il permesso di un tutore.

Ma quest’elenco, già di per sé simile a una vera e propria apartheid, si allunga di giorno in giorno. Alle donne non è più consentito di lavorare per le Ong straniere e l’effetto di questa decisione si riflette sulle ragazze sole e le vedove a cui nessuno consegna gli aiuti umanitari perché solo gli uomini hanno diritto di ritirarli. Le donne non hanno più accesso ai contraccettivi, non possono comprare una sim né andare in un salone di bellezza perché ormai sono chiusi. E l’ultimo divieto, forse il più assurdo e crudele, è che non è consentito loro di farsi curare da un dottore di sesso maschile, e dato che le donne non possono più accedere all’università e diventare dottoresse, il risultato è che è ormai impossibile per le afghane avere un’assistenza sanitaria. 

Il problema è che la luce l’hanno spenta non solo gli americani, che due anni fa hanno abbandonato l’Afghanistan in mano ai talebani, l’abbiamo spenta anche noi, dimenticandoci di loro, pensando che la cosa non ci riguardi, che sono questioni interne senza riflessi sul resto del mondo. Errore gravissimo perché le ideologie sono come il vento che quando inizia a soffiare non sai mai in che direzione andrà, quali incendi propagherà e cosa si porterà dietro. L’integralismo dei talebani però oramai lo conosciamo bene e sappiamo quanto la loro misoginia e l’accanimento contro la vita delle donne possano essere un modello pericoloso e una tentazione per molti regimi autoritari. Le donne afghane sono state spesso definite eroine per la loro forza e resilienza ma alcune cominciano purtroppo a crollare. Le bambine non capiscono perché a loro sono precluse alcune attività che ai fratelli maschi sono consentite. Alberto Cairo che lavora lì per Nove Onlus, sulle pagine di questo giornale, ha raccontato di un padre disperato che per consolare le figlie così depresse da piangere tutto il giorno si è visto costretto ad indebitarsi per portarle qualche giorno in vacanza e regalare loro un minimo di speranza.

Shabnam Nasimi, attivista afghana ed ex consulente del ministero inglese per il Reinsediamento e per quello dei Rifugiati, in un articolo per il Guardian mette in guardia dalla “sconcertante narrativa che suggerisce che i talebani siano forieri di sicurezza e stabilità”. E racconta come il 31 luglio il Dipartimento di Stato americano ha rilasciato una dichiarazione su un incontro tra funzionari Usa e alti esponenti talebani riconoscendo che c’è stata una diminuzione degli attacchi terroristici su larga scala contro i civili afghani. Ma se gli attentati nei mercati o nei centri delle città sono diminuiti, sono invece aumentate le gravi violazioni dei diritti umani contro le donne, le minoranze e chi si oppone al regime. E tutto sotto il nostro silenzio e la nostra indifferenza. Nei mesi scorsi le ragazze iraniane che, dopo l’uccisione di Mahsa Amini, sfilavano nelle piazze sfidando il regime autoritario degli ayatollah, erano sulle prime pagine di tutti i giornali internazionali. Ora non ne parla più nessuno, nel frattempo anche se il numero delle ragazze uccise è aumentato, sono tornate ad essere invisibili. Ma fino a quando ci sarà anche solo un Paese del mondo dove le donne vengono discriminate, osteggiate e represse, il problema non può essere solo loro, è anche nostro!


Il CEO di UBS e il salvagente

A due anni dall’abbandono del Paese da parte statunitense, il regime talebano viene legittimato come argine al terrorismo, ma in verità sta cancellando ogni diritto civile, specie per le donne 

“Se il Consiglio federale avesse deciso di nazionalizzare o di liquidare Credit Suisse, avremmo distrutto molte più competenze e molti più posti di lavoro”, rispetto all’acquisizione da parte di UBS. Lo afferma, alla Rsi, Sergio Ermotti, CEO della grande banca. Purtroppo in studio non viene posta la seconda domanda (eterna lacuna del giornalismo!): “Scusi, ma non ci vorrà far credere che nazionalizzare e liquidare siano la stessa cosa?” Perché la differenza è abissale. La nazionalizzazione avrebbe potuto salvare Credit Suisse e il Consiglio federale aveva valutato (molto sbrigativamente) questa possibilità. Il “Financial Times” ha rivelato questa estate, senza la conferma degli interessati, che Berna, in caso di nazionalizzazione, avrebbe scelto Ermotti per dirigere il sopravvissuto CS.

Sergio Ermotti non la racconta giusta, confonde nazionalizzazione e liquidazione perché rendere statale una banca è fumo negli occhi per i banchieri.

Eppure si poteva fare, così come si è fatto negli anni scorsi in molti paesi europei dopo il 2008, o in Italia con l’IRI. D’altra parte anche in Svizzera abbiamo almeno tre esempi di imprese proprietà dello Stato: la Posta, le Ferrovie e la RUAG, che produce sistemi militari e fa tremare i polsi a Viola Amherd, la quale dovrebbe vigilare sull’azienda. Volendo, si poteva fare anche meglio, ripristinando una regia federale. O, almeno, il patrimonio immobiliare del CS, circa 23 mila appartamenti e 2 milioni di metri quadrati di spazi commerciali in Svizzera, dovrebbero essere socializzati, nazionalizzati, come propone una recente iniziativa.

Credit Suisse poteva essere salvato. Beatrice Weder Di Mauro, professoressa di economia e membro della Commissione di esperti sulla stabilità delle banche, ha dichiarato: “Non era fondamentalmente impossibile sottoporre Credit Suisse a un risanamento globale”. Lo stesso rapporto degli esperti, presentato il 1 settembre, conferma questo concetto, anche se a stento. Il gruppo appartiene alla lobby bancaria svizzera e quindi fa una certa fatica a considerare gli aspetti positivi di una eventuale nazionalizzazione. Tuttavia, sulla base del “diritto di necessità”, si afferma che la nazionalizzazione poteva essere una soluzione. Si cita Manuel Amman, rettore dell’Università di San Gallo, che raccomanda di inserire nella legge la possibilità di nazionalizzare una banca insolvibile d’importanza sistemica. Il diritto britannico prevede questa possibilità fin dal 2009. Alla fine anche gli esperti concordano, dopo aver sciorinato tutti gli “inconvenienti” di un’eventuale nazionalizzazione, e ammettono: “Il fatto che lo Stato ‘salga a bordo’ [della banca, ndr] può avere un effetto rassicurante”.

Critiche al rapporto degli esperti sono giunte anche dalla “Neue Zürcher Zeitung”, bibbia del meno Stato, che con un sussulto liberale prende atto che le banche sono ormai al di fuori dell’economia di mercato. L’economista Adriel Jost sentenzia: Non lasciar fallire le banche “viola già un pilastro dell’economia di mercato, le aziende in difficoltà devono poter fallire”. Con un altro articolo la NZZ gufa sul futuro di UBS. Lo storico dell’economia Tobias Staumann non le manda a dire, quando gli chiedono se intende affidare i suoi soldi a UBS, la risposta è lapidaria: “UBS ist nicht sicher”, non è sicura.

Futuro incerto per UBS? Adriel Jost cita Albert Einstein: “La definizione di follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”, come ha fatto e continua a fare il Consiglio Federale salvando le grandi banche. Certo, il denaro negli ultimi due casi (UBS 2008 e CS 2023) è stato restituito, ma non è detto che la prossima volta vada ancora bene. Comunque, perché far incassare milioni ai banchieri quando potrebbero essere lo Stato e i cittadini a beneficiarne?

Intanto UBS annuncia tremila licenziamenti. Meno del previsto e quindi molti, fra cui coloro che dovrebbero difendere i dipendenti, “tirano un sospiro di sollievo”. Altre migliaia di collaboratori di CS hanno lasciato la banca in questi ultimi mesi. E c’è anche chi, come “Inside Paradeplatz”, prevede ulteriori e massicce riduzioni di bancari in futuro.

Credit Suisse è stato rilevato per un piatto di lenticchie da UBS, che promette di far fruttare l’operazione, dopo i licenziamenti “necessari”. Too big to fail ha funzionato a favore degli interessi privati della grande banca. Il Consiglio federale si è dimostrato succube delle lobby bancarie, che predicano la libertà di mercato, ma stanno a galla con gli aiuti dello Stato. Sergio Ermotti, imprenditore con salvagente rossocrociato, conferma, anche se qualche tempo fa si lamentava dei lacci e lacciuoli che lo Stato impone al mercato…

La miriade di miliardi offerta da governo e Banca nazionale è stata “una garanzia data come rete di salvataggio”, afferma il CEO di UBS, “si tratta di riconoscere che quando un aiuto statale è necessario va minimizzato, e non dobbiamo approfittare (sic) di una garanzia se non è più necessaria”. Il bilancio UBS ammonta a circa 500 miliardi di franchi. Un eventuale futuro salvataggio costerebbe una montagna di miliardi ai contribuenti elvetici, ma – niente drammi – saranno miliardi “minimizzati”.

Nell’immagine: Vincent Kucholl nella parodia di un membro del Consiglio d’amministrazione dell’UBS nel coraggioso programma satirico di RTS 52 minutes


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A due anni dall’abbandono del Paese da parte statunitense, il regime talebano viene legittimato come argine al terrorismo, ma in verità sta cancellando ogni diritto civile, specie per le donne 


L’artiglieria di Cassis contro i giornalisti

A due anni dall’abbandono del Paese da parte statunitense, il regime talebano viene legittimato come argine al terrorismo, ma in verità sta cancellando ogni diritto civile, specie per le donne 

Di Roberto Porta, dal Corriere del Ticino

“Mi sento di dire due o tre cose che non sento dire in Ticino e che invece vanno dette in modo molto chiaro, affinché capiamo dove siamo”. Parole di Ignazio Cassis che domenica scorsa a Sant’Antonino ha preso la parola durante un comizio elettorale del PLR, il suo partito. Tra queste “due o tre cose”, il consigliere federale ticinese si è sentito in obbligo di usare l’artiglieria pesante nei confronti della stampa. Ha parlato di “qualche articolo cretino” e ha aggiunto: “Io non leggo più i giornali. Non mi serve a niente. Non mi danno nulla ma proprio nulla (…) e da quando non li leggo più vado tre volte più forte”. Frasi riportate dal portale Liberatv.ch e confermate da un video che circola sulle piattaforme online. Siamo in un Paese democratico e il capo della nostra diplomazia ha tutto il diritto di esprimersi in modo poco diplomatico.

Ognuno di noi, e anche un ministro del nostro governo, dovrebbe però evitare di commettere un errore da cui si mettono in guardia persino i bambini. L’errore è quello di fare di ogni erba un fascio e di generalizzare. Nello specifico questo passo falso ha una conseguenza diretta: infanga una categoria intera, tutti i professionisti che nel nostro Paese lavorano nelle redazioni dei giornali e anche negli altri media. È questo il compito di un ministro? Discreditare una categoria professionale?

Certo anche i giornalisti commettono errori, ma da qui a usare quelle parole ce ne passa. Forse c’è un po’ di nervosismo da campagna elettorale o anche qualche preoccupazione per i sondaggi che continuano a dare a Cassis la maglia nera della simpatia tra i consiglieri federali. E che lo posizionano al penultimo posto in un’altra classifica, quella che riguarda la capacità di saper influenzare la vita politica svizzera. Lo dice anche l’ultimo sondaggio SSR pubblicato proprio in questi giorni, i cui risultati confermano questa tendenza, per lui ormai più che consolidata. Ma questo nervosismo non giustifica un attacco del genere a tutti i giornalisti e a tutte le testate del nostro Paese. Parole, quelle di Cassis, che misconoscono totalmente il ruolo del giornalismo nella formazione dell’opinione pubblica e nel dibattito democratico.

Ricordiamo qui quanto scritto dallo stesso Consiglio federale, e il ministro ticinese ne era già membro, in occasione della votazione popolare sul pacchetto di aiuto ai media. Scriveva il governo nel suo messaggio del 29 aprile 2020: “In una democrazia, media indipendenti e variati adempiono una funzione importante sul piano statale e politico”. Una “funzione importante” che stando alle parole del ministro ticinese “non mi serve a niente”. Il mondo dei media elvetici soffre da tempo a causa di diversi problemi strutturali di ampia portata, basti pensare al calo continuo delle entrate pubblicitarie. In altri termini di guai da risolvere il nostro settore ne ha già abbastanza.

Non ci permettiamo di dare consigli a Cassis, diciamo solo che un ministro di un governo democratico dovrebbe preoccuparsi proprio del contenuto democratico del dibattito pubblico. Tocca in primo luogo proprio a chi sta in governo, a chi guida un Paese. Basterebbe questo. E questo ci aspettiamo, anche da Ignazio Cassis.

Roberto Porta è presidente dell’Associazione Ticinese dei Giornalisti


Il genocidio russo dei bambini ucraini

A due anni dall’abbandono del Paese da parte statunitense, il regime talebano viene legittimato come argine al terrorismo, ma in verità sta cancellando ogni diritto civile, specie per le donne 

Di Lucetta Scaraffia, La Stampa

«Estamos haciendo todo lo que está en nuestras manos para conseguir que cada familiar que reclame la vuelta de sus hijos, pueda lograrlo.(Stiamo facendo tutto ciò che è in nostro potere per garantire che ogni membro della famiglia che chiede il ritorno dei propri figli possa farlo)». Queste sono le testuali parole del Papa in una recentissima intervista rilasciata al settimanale spagnolo “Vida nueva”, a proposito dei suoi tentativi di pacificazione fra Ucraina e Russia, un’importante capitolo dei quali riguarderebbe per l’appunto la restituzione dei bambini rapiti da Mosca. Questa affermazione sta all’interno di un discorso più lungo, imperniato sul progetto di favorire la pace, sostiene il Papa, cercando di «raffreddare il conflitto».

Ma che cosa vuol dire raffreddare il conflitto? Certamente la frase del Papa dà a pensare: ci saranno forse famiglie che non richiederanno i propri figli, contente che i russi abbiano rapito i loro bambini? Del resto, chi si attendeva una frase di condanna del capo della Chiesa cattolica per questa pratica inumana non l’ha trovata. È lecito chiedersi: sarà davvero questa la via per raffreddare il conflitto?

Rubare i bambini fa parte di una politica finalizzata alla distruzione di un popolo, così come la deportazione di intere popolazioni ucraine residenti nelle zone del Donbass ora occupate dai russi, costrette a vivere in luoghi anche molto lontani dal loro paese. Si sa, la Russia è grande e anche in parte poco abitata, e da Lenin in avanti i russi hanno sempre praticato questa politica di deportazione: lo sanno bene i Tatari della Crimea, i Ceceni, gli Ingusci. Sono azioni crudeli che vanno molto al di là di già violente operazioni militari, azioni che piuttosto ricordano da vicino l’Holodomor, cioè la grande carestia che Stalin provocò per sterminare i contadini ucraini negli anni 30 del Novecento. Non ci dobbiamo stupire, dunque, che Zelensky in più di una occasione abbia parlato di “tentativo genocida” da parte di Mosca. Molti l’hanno accusato di esagerare, hanno detto che forse, essendo ebreo, egli era ossessionato dal ricordo dell’Olocausto. E certo, bisogna ammetterlo, parlare di genocidio non serve a raffreddare il conflitto in corso. Ma chiamare ciò che succede con il suo nome, con il nome che è giusto attribuire a questi eventi, come la nostra esperienza storica recente ci insegna, è un dovere e contribuisce in modo decisivo a capire cosa sta succedendo. A forza di “raffreddamenti” potremmo dimenticarlo.

Il genocidio armeno, perpetrato durante la prima guerra mondiale dai turchi, e sotto gli occhi dei tedeschi, loro alleati e presenti in forze nel paese, è stato in un certo senso un perfetto modello di quello che è sempre potenzialmente in agguato in un certo tipo di conflitti. Negato, oppure perfino giustificato da molti, denunciato da altri, ma in sostanza non impedito da nessuno, è stato il primo banco di prova della possibilità, nel civile mondo moderno, di cancellare quasi completamente un popolo che era suddito leale e da tempo radicato nell’impero ottomano solo perché diverso, cioè cristiano. Una delle cause principali che a suo tempo contribuirono a far sì che moltissimi non credessero possibile lo sterminio degli armeni – scrive Ihring – fu la diffusa e in certo senso naturale difficoltà a concepire tanta crudeltà. Non è possibile, pensarono in molti. Fu la stessa considerazione che indusse tanti a chiudere gli occhi davanti all’Olocausto. L’incredulità, osserva Ihring, «è una compagna costante del genocidio». In realtà, diversamente da come pensano molti, il genocidio armeno non fu affatto dimenticato: tanto è vero che ad esempio esso servì a rafforzare i propositi di Hitler nel programmare quello ebraico.

I genocidi si nutrono l’uno dell’altro, insomma, e questo, ahimé, distrugge le nostre illusioni sul potere salvifico della loro memoria. A dispetto di quanto viene continuamente detto nelle commemorazioni di rito, la memoria di queste tragedie storiche non serve mai a impedire che si ripetano: lo prova, tra mille altre prove, il silenzio dell’Occidente davanti al recente tentativo di distruggere il poco di Armenia rimasto nel Nagorno-Karabakh. Nel lungo e documentato saggio di Ihring colpisce una osservazione, infine: l’assenza di qualunque forte condanna religiosa e morale nei confronti dei turchi da parte della società tedesca, e in particolare l’assenza di una voce di forte opposizione da parte della Germania cristiana, convinse Hitler a partire con il progetto di cancellazione degli ebrei. Anche oggi, con la scusa del raffreddamento, quella voce tace.


Manager svizzero a processo in Svezia

A due anni dall’abbandono del Paese da parte statunitense, il regime talebano viene legittimato come argine al terrorismo, ma in verità sta cancellando ogni diritto civile, specie per le donne 

Si è aperto in Svezia il processo contro due ex dirigenti della società petrolifera Lundin Energy (oggi Orrön Energy). L’ex presidente e azionista di maggioranza Ian Lundin e l’ex amministratore delegato, lo svizzero Alex Schneiter, sono accusati di “complicità in crimini di guerra” in Sudan tra il 1999 e il 2003. Entrambi basati in Svizzera, i due avrebbero chiuso un occhio sulle azioni del regime di Omar Bechir per assicurarsi l’accesso ad un giacimento di petrolio. Le decisioni incriminate presenti nell’atto d’accusa sono state tutte prese a Ginevra. Secondo le parti civili, le esplorazioni petrolifere effettuate dal gruppo Lundin nel Sudan meridionale alla fine degli anni novanta hanno scatenato una guerra civile che ha causato migliaia di morti, lo sfollamento forzato di quasi 200.000 persone e numerosi casi di stupro e tortura. I due top manager sono i primi dirigenti d’azienda a essere processati con l’accusa di complicità in una flagrante violazione del diritto internazionale dal 1945.

Questo processo, che con 220 giorni di udienze previste sarà il più lungo della storia svedese, potrebbe anche avere una dimensione internazionale: se si concludesse con una condanna per complicità in crimini di guerra, invierebbe un chiaro segnale agli attori economici che operano in zone di guerra e costituirebbe un precedente per i procuratori e i giudici che si occupano di casi simili, anche in Svizzera.

In questi mesi la lotta contro i peggiori crimini umani nella Confederazione sembra avere preso il turbo. Condanne, rinvii a giudizio, e prossimi processi: l’elenco di buone notizie in questo 2023 è sostanzioso. Lo scorso mese di giugno la Corte d’Appello del Tribunale penale federale ha condannato a vent’anni per crimini contro l’umanità l’ex comandante ribelle liberiano Alieu Kosiah. Nel frattempo, pochi giorni fa, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha rinviato a giudizio l’ex ministro della difesa e generale algerino Khaled Nezzar, accusato di aver violato il diritto internazionale bellico e di aver commesso crimini contro l’umanità tra il 1992 e il 1994 nel contesto della guerra civile in Algeria. Nezzar sarà il più alto funzionario militare mai processato al mondo per tali crimini sulla base della giurisdizione universale che permette agli Stati di indagare coloro che sono sospettati di aver commesso crimini internazionali, indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi e dalla nazionalità dei sospetti e delle vittime.

Sempre di recente è stato reso noto il fatto che la Procura federale ha emesso un mandato d’arresto internazionale nei confronti dell’ex vicepresidente siriano Rifaat al-Assad. L’uomo è sotto indagine in Svizzera per il suo presunto ruolo nei massicci crimini di guerra commessi nella città di Hama nel 1982.

In primavera, l’MPC aveva poi promosso l’accusa nei confronti dell’ex ministro dell’interno del Gambia, Ousman Sonko. L’uomo è accusato di crimini contro l’umanità per aver sostenuto e partecipato alle politiche repressive messe in atto dall’ex presidente Yahya Jammeh. Infine, occorre segnalare che il prossimo 19 e 20 settembre, comparirà davanti a un tribunale penale di San Gallo Yuri Harauski, ex membro dell’Unità speciale di intervento rapido (SOBR) del presidente bielorusso Aliaksandr Lukashenko. Yuri Harauski dovrà rispondere della sparizione forzata di tre oppositori politici in Bielorussia nel 1999.

Questo susseguirsi di fatti durante il 2023 segna sicuramente un cambio di passo della giustizia svizzera. Per la lentezza delle inchieste e la maniera con la quale sono condotte, la Confederazione è stata in passato parecchio criticata dalle ONG attive in questo ambito. Ma non solo: due commissari speciali del Consiglio dei diritti umani della Nazioni Unite hanno interpellato il Consiglio federale su «l’apparente mancanza di volontà politica della Svizzera di indagare sui crimini internazionali» denunciando anche «ingerenze politiche». Certo, alcuni casi sono complessi, lontani nel tempo e rischiano di intralciare alcune relazioni diplomatiche. Lo si è visto di recente: dopo la notizia del deferimento di Khaled Nezzar, l’Algeria ha preso subito posizione, giudicando “inammissibile” il futuro processo nei confronti del suo ex ministro. Perseguire Rifaat al-Assad, zio del presidente e dittatore siriano Bachar al-Assad, significa mettersi in una situazione complessa con la Siria. Ma la giustizia svizzera deve fare il suo corso, indipendentemente dalla politica e dalla real politik diplomatica.

L’attuale procuratore federale Stephan Blättler ha messo il perseguimento dei crimini internazionale tra i suoi quattro pilastri e sembra avere operato una rottura rispetto all’era Michael Lauber. Sotto la conduzione di quest’ultimo, infatti, la Procura federale non ha certo messo tra le priorità il perseguimento di questi crimini. Anche le ONG attive in questo ambito, come Civitas Maxima o Trial International, hanno apprezzato il cambiamento di atteggiamento di Blättler rispetto al suo predecessore. Anche perché sembra esserci, almeno a parole, la volontà di esaminare anche il ruolo degli attori svizzeri nel saccheggio delle materie prime in contesti bellici. Tra le procedure aperte vi sono quella che riguarda un’impresa di Zugo che avrebbe venduto del petrolio ad un gruppo armato in Libia e quella che concerne un uomo d’affari svizzero attivo nel settore minerario in Congo. In questo senso, quanto succederà in Svezia durante il processo Lundin potrà essere molto importante.

Articolo scritto per “areaonline”
Nell’immagine: una giovane manifesta solidarietà con il Sud Sudan davanti al palazzo dove si svolge il processo


L’esercito svizzero si surriscalda

A due anni dall’abbandono del Paese da parte statunitense, il regime talebano viene legittimato come argine al terrorismo, ma in verità sta cancellando ogni diritto civile, specie per le donne 

Di Jacques Pilet, Bon pour la tête

Il comandante in capo dell’esercito svizzero, Thomas Süssli, ha annunciato un “piano strategico di difesa” che richiederà un’aggiunta di 13 miliardi di euro al bilancio militare nei prossimi anni e una maggiore cooperazione con la NATO. Un rapporto dipartimentale che circola nella Svizzera tedesca parla di 30 miliardi. Gli esperti consultati dalla “Sonntagszeitung” parlano addirittura di 50 miliardi. In circa dieci anni. Cosa avrà mai morso i vertici gallonati?

In Francia, l’esercito è conosciuto come la “grande muette”. Questo perché dal 1848 al 1945 i soldati non avevano diritto di voto, diritto che è stato ripristinato dal generale de Gaulle. L’espressione è ancora usata in riferimento al loro dovere di riserva. Non possono assumere posizioni politiche o strategiche. Nelle democrazie, è il governo ad avere il timone.

Da noi è un po’ un’altra musica: le esternazioni di Süssli sono chiaramente politiche. Egli è ovviamente a favore di una relazione sempre più stretta con l’organizzazione degli alleati degli Stati Uniti, che di fatto decidono la guerra e la pace per loro conto. Nicolas Perrin, presidente della Ruag, l’azienda di armamenti di proprietà della Confederazione svizzera, si spinge ancora più in là. Ha dichiarato alla NZZ che la Svizzera deve decidere urgentemente se aderire o meno alla NATO. Fa notare che le armi moderne (aerei, blindati, droni, ecc.) acquistate in Occidente sono dotate di sistemi informatici di fatto integrati con quelli dell’Alleanza.

Che cosa ha da dire il Consiglio federale sulla questione? Nulla. L’ambiguo botta e risposta della consigliera federale Amherd sulla riesportazione dei Leopard aumenta la confusione del dibattito. Quanto ai partiti di governo, nessun commento alle dichiarazioni di Süssli. Sarà il caldo o l’imbarazzo? Sottomissione silenziosa ai discorsi architettati a Washington? Ma è in gioco la sovranità stessa del nostro Paese. Vediamo il nostro futuro come quello di vassalli amichevoli del potere americano? Questa prospettiva non sembra dispiacere alla Consigliera federale, che sta facendo gli occhi dolci alla NATO incoraggiata dal suo braccio destro, Pälvi Pulli, responsabile della politica di sicurezza, una convinta atlantista che ha studiato nella sua nativa Finlandia.

Coloro che spingono verso questa direzione citano l’aumento dei pericoli e il nuovo panorama geopolitico dopo la guerra in Ucraina. È un vecchio trucco: spaventare l’opinione pubblica per indurla ad accettare spese ingenti. Da dove verrebbe la minaccia? Dalla Russia, naturalmente! La Russia ha difficoltà a mantenere le regioni occupate dell’Ucraina, vicine al suo confine, dove da anni ha molti sostenitori. Si può essere furiosamente anti-Putin ed esprimere la propria indignazione per l’aggressione del 24 febbraio 2022. Ma concludere che la sicurezza militare della Svizzera è stata minata è incoerente. È inquietante sentire l’eccellente esperto Alexandre Vautravers, caporedattore della “Rivista militare svizzera”, descrivere (nella trasmissione “Le grand soir” della RTS) l’indebolimento duraturo dell’esercito russo a causa delle perdite in Ucraina, e allo stesso tempo difendere, insieme alla Società svizzera degli ufficiali, l’acquisto massiccio di armi convenzionali in previsione di un grande conflitto in Europa occidentale. Chi può credere a uno scenario del genere? Questa fissazione su un pericolo utopico ci distrae da altri pericoli molto più reali.

Le lobby degli armamenti, o dell’eccesso di armamento, qui come in tutto l’Occidente, stanno chiaramente approfittando di questa situazione. In Svizzera, questi virtuosi della guerra sono impotenti di fronte ai vari attacchi informatici che arrivano fino al cuore del potere, ma sognano di avere divisioni corazzate, un’armata di F-35. Preferiscono l’hardware pesante. Meglio conosciuto dei sofisticati sistemi di difesa digitale.

Torniamo al “Grande Muto”, che nel nostro Paese è diventato il “Grande Chiacchierone”. Non spetta a un alto ufficiale presentare una nuova strategia. Spetta al Consiglio federale aprire la discussione. Spetta ai partiti discuterne. Spetta a tutti noi riflettere seriamente, freddamente, sul significato di questa spesa folle. Sul contenuto della parola sovranità. Un principio relativo, da difendere con una certa flessibilità. Stravolgerlo proprio no. Con il pretesto che i nostri vicini si inginocchiano? Non tutti lo fanno. L’Austria ha la decenza di non entrare nel club. Osa persino preferire il dialogo alla guerra. La storia le ha insegnato i pericoli insiti in una bellicosità galoppante. La nostra storia, così fortunata, così pacifica, ci rende al contrario – che paradosso! – più suscettibili alle sirene della guerra… a patto di non rischiare nulla. Sogniamo a occhi aperti guardando i caccia che rombano nel cielo. L’altro giorno hanno persino sganciato dei razzi da Chillon! E domani piangeremo per l’aumento delle tasse, che certamente fanno meno male, bisogna ammetterlo, delle bombe reali che cadono sugli sfortunati soldati e civili ucraini e russi.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Nicolas Perrin, presidente della Ruag. “La Svizzera deve decidere urgentemente se aderire o meno alla NATO”


Perché il summit dell’Africa sul clima è così importante per l’Europa

A due anni dall’abbandono del Paese da parte statunitense, il regime talebano viene legittimato come argine al terrorismo, ma in verità sta cancellando ogni diritto civile, specie per le donne 

Di Alessia Capasso, Europa Today

Da continente soggiogato dai cambiamenti climatici ad avanguardia per la transizione energetica verde. Questa l’ambiziosa prospettiva che emerge dal primo vertice africano sui cambiamenti climatici, in corso in Kenya. Capi di stato, diplomatici ed esperti provenienti da tutto il continente e non solo, stanno discutendo a Nairobi sulle possibilità di finanziamento per i progetti per l’energia rinnovabile e per un uso del territorio coerente con i cambiamenti climatici in corso. La possibile svolta dell’Africa riguarda da vicino anche l’Europa, che guarda al continente dirimpettaio con grande interesse: è una fonte di risorse indispensabili per l’energia verde, come l’idrogeno, è dotato di manodopera giovane e possiede vasti territori naturali capaci di compensare le emissioni fossili a cui le multinazionali europee non sono così pronte a rinunciare. Gli Stati africani, così scarsamente sviluppati in campo fossile, potrebbero offrire una “verginità” energetica utile in chiave green. Resta da capire se le prospettive dei leader africani più lungimiranti basteranno ad impedire il solito sfruttamento neocoloniale da parte dei Paesi più sviluppati ed inquinanti.

Vulnerabilità climatica

Finanza climatica, uso del territorio in ottica “verde” e creazione di infrastrutture sostenibili. Sono questi gli argomenti principali del primo summit sul clima in corso per tre giorni a Nairobi. Le emissioni storiche di carbonio dell’Africa sono pari ad appena il 3,8% rispetto a quelle globali, ciò nonostante il continente subisce i danni provocati da quelle popolazioni che delle fonti fossili hanno abusato, coi Paesi occidentali in prima fila. In materia di cambiamenti climatici, secondo il professor Richard Washington, le sfide che si trova l’Africa ad affrontare sono uniche a causa di sistemi meteorologici complessi e poco compresi.

“I sistemi climatici del continente africano nel suo insieme sono quelli che presentano i maggiori punti di vulnerabilità sulla Terra”, ha dichiarato al Time il docente, che insegna scienze del clima all’università di Oxford. “È una combinazione tra un sistema climatico fisico che non è particolarmente ben compreso rispetto a molte altre regioni del mondo e la vulnerabilità della società”. Le vulnerabilità di cui parla Washington si sono tradotte negli ultimi anni in una mortale siccità, che dal 2020 affligge l’Africa orientale con milioni di persone sull’orlo della carestia. Al lato opposto del continente è invece l’alta marea a minacciare i villaggi sulle coste. Ci sono poi le inondazioni, che nel Sud Sudan hanno distrutto case e strade peggiorando la situazione dei rifugiati bisognosi di aiuti umanitari il cui trasporto è divenuto impossibile.

Rovesciare la prospettiva

Tra i protagonisti del summit c’è William Ruto. Il nuovo presidente del Kenya, eletto lo scorso anno, più che sui danni è focalizzato sulle opportunità economiche offerte dai cambiamenti climatici. Il presidente keniano, che ha insistito per dare vita al summit, punta a trasformare il continente in un territorio di avanguardia che contribuisca a rivoluzionare l’energia verde a livello globale. Per farlo però servono fondi, ma soprattutto liberarsi del fardello dei debiti pubblici frutto dei rapporti con le ex potenze coloniali. “Per molto tempo abbiamo considerato questo come un problema. È ora di girarci e di guardarlo dall’altra parte. Ci sono anche immense opportunità”, ha affermato Ruto nel discorso inaugurale del vertice. “Lo sviluppo economico viene spesso considerato un compromesso con la gestione ambientale, come se si escludessero a vicenda, quando in realtà si rafforzano positivamente”, ha aggiunto il leader keniano.

Quanto valgono gli alberi

Tra le risorse principali di vari Paesi africani ci sono le foreste, così come le savane e le torbiere. Le enormi distese non urbanizzate si presentano come i luoghi ideali per l’assorbimento di carbonio. Nel Kenya meridionale ad esempio nell’area di Kasigau, c’è una foresta semi-arida di 200mila ettari con alberi preziosi per la loro capacità di immagazzinare carbonio. “Vogliamo essere assolutamente sicuri di contare ogni albero”, ha spiegato all’Agence France Press Geoffrey Mwangi, responsabile scientifico della società americana Wildlife Works. Grazie al censimento degli alberi sarà possibile la conversione in crediti di carbonio, uno degli strumenti più popolari tra le multinazionali per compensare le loro emissioni di gas serra. Mentre i Paesi africani alla ricerca di liquidità vogliono investire in questo settore in crescita, le grandi aziende inquinanti dell’Unione europea e degli Stati Uniti potrebbero sfruttare i “pozzi di carbonio” africani per ripulire in conto terzi il sistema produttivo e ottenere il favore dei consumatori.

Si calcola che entro il 2030 il valore di 2 miliardi di dollari è destinato a quintuplicarsi. Nonostante ospiti la seconda area di foresta tropicale più grande al mondo, insieme a vasti ecosistemi in grado di assorbire carbonio, ad oggi l’Africa produce solo l’11% dei crediti di carbonio mondiali. Secondo l’Iniziativa africana per i mercati del carbonio, lanciata alla COP27 dello scorso novembre, entro il 2030 nel continente potrebbero essere generati 300 milioni di crediti all’anno. Una cifra 19 volte superiore a quella attuali. Ruto è convinto che i pozzi di carbonio siano una “miniera d’oro” per il Kenya, dove potrebbero essere creati 600mila posti di lavoro abbinati a 556 milioni di euro di entrate annuali. Queste rosee proiezioni, in un mercato volatile e non regolamentato, stanno però suscitando da tempo diffidenza tra gli investitori e critiche da parte degli ambientalisti. Puntare solo su questo sistema potrebbe rivelarsi pericoloso e poco lungimirante. Da mettere a frutto, ha ricordato Ruto, c’è anche l’energia geotermica, come quella della Rift Valley, sempre in Kenya, nonché la produzione dell’idrogeno.

Occasione europea

Il summit rappresenta per l’Ue un’occasione d’oro per presentarsi come partner ideale nella svolta green made in Africa e non farsi scavalcare, come già avvenuto in passato in altri settori, da Cina e Russia. Nel suo discorso al vertice di Nairobi la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato che l’azione per il clima fa parte delle soluzioni per risollevare le popolazioni africane dalla povertà. “Siete parte della soluzione: con il vostro enorme potenziale per le energie rinnovabili e l’idrogeno pulito, le vostre materie prime critiche, la vostra incredibile natura e biodiversità e la vostra giovane forza lavoro, potete aiutare a ripulire il sistema energetico globale e le catene di approvvigionamento, creando al contempo i buoni posti di lavoro e le opportunità economiche che la vostra gente richiede”, ha dichiarato von der Leyen al pubblico presente al summit, assicurando che la partnership tra Africa ed Europa è una classica situazione win-to-win. In tutti gli ambiti citati dalla politica tedesca gli Stati africani necessitano di un supporto finanziario, associato a conoscenze e tecnologie avanzate. È lì che Bruxelles e i governi degli Stati membri vogliono inserirsi.

Il Global Gateway

“L’Europa vuole essere il vostro partner nel colmare questo divario di investimenti. Questo è il motivo per cui metà del nostro piano di investimenti da 300 miliardi di euro, chiamato Global Gateway, è rivolto al Continente africano”, ha evidenziato von der Leyen, ricordando come questo piano già sostiene investimenti in Africa. Vi rientrano ad esempio i fondi per le centrali idroelettriche in Congo, Burundi, Ruanda e Tanzania, cui si coniuga l’iniziativa da un miliardo di euro sull’adattamento climatico e la resilienza in Africa. La guida della Commissione europea ha assicurato che il piano di investimenti Ue non è interessato solo “all’estrazione di risorse”, ma ad una vera collaborazione e condivisione della tecnologia europea. “Perché più siete forti come fornitori, più l’Europa diversificherà le catene di approvvigionamento verso l’Africa e più ridurrà i rischi per le nostre economie”, ha dichiarato la presidente. Un modo per prendere le distanze dalla maniera con cui le potenze coloniali europee hanno basato le loro relazioni con i Paesi africani, ma anche per ricordare la fragilità europea nel dipendere nel campo del gas quasi esclusivamente dalla Russia.

Accordi per l’idrogeno

Il motivo fondamentale per cui von der Leyen è volata fino a Nairobi è l’idrogeno, essenziale per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione fissati nell’ambizioso pacchetto legislativo europeo “Fit for 55”, che mira a ridurre del 55% le emissioni di Co2 entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. L’Europa ha già un accordo con la Namibia per costruire una nuova industria dell’idrogeno, ma il nuovo partenariato per l’importante risorsa verrà siglato da Bruxelles proprio con il Kenya a margine del vertice sul clima. Altro nodo riguarda il capitale da mobilitare. Quello pubblico non basta, quindi in Africa come in Europa bisognerà puntare su investimenti privati, ha sottolineato la leader europea. La proposta per attrarli, ha detto von der Leyen, si chiama “Global Green Bond Initiative”. La premier dell’esecutivo europeo ha promesso di “condividere la nostra esperienza con i vostri team su come sviluppare i vostri mercati obbligazionari verdi”. Tramite un accordo con la Banca europea per gli investimenti e con i governi del blocco, l’Ue starebbe stanziando un miliardo di euro per finanziamenti privati nei mercati emergenti. “Ciò potrebbe contribuire ad attrarre fino a 20 miliardi di euro in investimenti sostenibili”, ha assicurato von der Leyen. Lo scetticismo regna sovrano. Nel 2009 al vertice COP15 di Copenaghen, i leader dei Paesi sviluppati avevano promesso di versare 100 miliardi di dollari tra prestititi e investimenti ai paesi meno sviluppati per aiutarli a raggiungere i loro obiettivi ambientali. Una promessa non ancora mantenuta e che, secondo i dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico nel 2020 aveva raggiunto “solo” gli 83 miliardi di dollari.

Nell’immagine: Ursula von der Leyen al vertice di Nairobi


Il partito del popolo dei miliardari

A due anni dall’abbandono del Paese da parte statunitense, il regime talebano viene legittimato come argine al terrorismo, ma in verità sta cancellando ogni diritto civile, specie per le donne 

Swiss Life Arena, Zurigo, 26 agosto 2023. Il primo partito svizzero, l’UDC, lancia in pompa magna la propria campagna in vista delle prossime elezioni federali per le quali è dato dai sondaggi come il grande vincitore. Uno show all’americana mai visto in Svizzera che ha richiamato più di 4.000 persone. Una torcida di camicie Edelweiss, birre e bratwurst pronta a tambureggiare al ritmo dei soliti slogan anti immigrazione. Il tutto in una cornice urbana – una pista di ghiaccio – che richiama però l’immaginario campagnolo e folcloristico: la lotta svizzera e i campanacci, le bandierine e i canti tradizionali, gli chalet e i trattori. Come quello su cui è entrato in scena, assieme alla figlia Magdalena, Christoph Blocher, il grande burattinaio e mecenate del partito.

La famiglia Blocher – nona fortuna svizzera con un patrimonio tra i 14 e i 15 miliardi di franchi – è proprio l’emblema di un partito dove, a tirare le fila, sono dei miliardari, ma a votarli è la gente comune. Ciò avviene anche in altre parti del mondo, quando a seguito anche delle trasformazioni industriali e sociali la sinistra non ha più saputo rivolgersi a quelle classi popolari che altri hanno sedotto e conquistato. L’esempio più lampante sono gli Stati Uniti dove un volgare miliardario è riuscito a parlare ai dimenticati in maniera più convincente di quanto non l’abbia saputo fare la competente quanto spocchiosa Hillary Clinton.

Blocher in Svizzera ha saputo cancellare la naturale distanza tra un miliardario e il cittadino comune, fiutandone i malumori, percependone bisogni e rancori da sollazzare in salsa nazional popolare. La tattica è semplice quanto efficace: cercare il voto della gente, cavalcando la xenofobia, l’antieuropeismo, ma anche legittime paure e criticando certe élite per poi fare gli interessi della propria, di élite. L’essenza stessa dell’UDC sta tutta qui. Già dalla fine degli anni ’20 del Novecento, quando l’allora Partito dei contadini, degli artigiani e dei borghesi entrò nella stanza del potere si praticava questo doppio discorso: da un lato si esaltava lo stile di vita rurale, la patria libera dalla modernità industriale, dall’altro, dietro le quinte, si portavano avanti i programmi della destra padronale in opposizione a qualsiasi politica di giustizia sociale. Il primo consigliere federale del partito, Rudolf Minger, era un contadino che raccontava barzellette, patriottico e avverso al socialismo quanto al grande capitale. Poi, però, era membro del consiglio di amministrazione della Banca nazionale e, dopo il suo ritiro dal Governo, sedette nei Cda di diverse imprese attive nel settore alimentare.

L’alleanza “segreta ma sacra” tra il partito dei contadini e gli oligarchi della Goldküste è stata studiata dallo storico Hans-Ulrich Jost, il quale ha messo in luce questa capacità di attirare i voti paesani promuovendo allo stesso tempo gli interessi dei nemici di chi la terra la lavora: le banche e la grande industria. Un doppio filo – o doppio gioco – che è stato osservato anche dopo la trasformazione del partito agrario nell’attuale UDC. Negli anni Novanta il patrimonio finanziario di Christoph Blocher ha permesso al partito di uscire dall’impasse elettorale in cui si trovava. Con la diminuzione del numero di contadini il partito faticava a superare il 10% dei voti alle elezioni federali. Blocher finanziò la professionalizzazione del partito e rilanciò l’aggressiva linea politica anti stranieri e anti UE, coniugando la tradizionale xenofobia con alcuni problemi congiunturali quali la globalizzazione, la paura della modernizzazione della società e, oggi, persino con i costi della salute o l’intasamento delle strade. Una scelta vincente: l’UDC è infatti da tempo il primo partito in Svizzera. 

Blocher, che vanta il suo passato di apprendista contadino, in realtà è da sempre legato al mondo delle banche e dell’industria. È stato membro del Cda di UBS dal 1981 al 1991. Quando, nel 1983, acquisì la maggioranza delle azioni della EMS-Chemie, beneficiò del più cospicuo credito a privati che la grande banca avesse mai concesso fino ad allora. Poi, insieme all’amico Martin Ebner, finanziere d’assalto, utilizzò l’azienda come base per fare incetta di altre ditte, attraverso azioni speculative e altamente redditizie come quella che, a fine anni novanta, portò allo smantellamento della storica fabbrica vallesana Alusuisse. Oggi la EMS-Chemie è un’industria chimica altamente inquinante che continua a nutrire la famiglia Blocher: ogni anno i dividendi versati alla famiglia Blocher superano i 100 milioni di franchi. Malgrado ciò la festa a cui parteciperà come ospite d’onore lo stesso Blocher in Ticino – sabato prossimo, a Pregassona – sarà per definizione “popolare”. Con risotto, luganighe e merlot, giusto per saziare il mito su cui si basa l’identità dell’elettorato UDC.

Mentre alla Swiss Life Arena andavano in scena anche i canti tradizionali ticinesi – portati forse dal presidente Marco Chiesa («Privo di energia» è stato definito il suo discorso dal quotidiano romando le Temps) – un altro siparietto dava una fotografia dei veri interessi del “partito del popolo svizzero”. Quattro signori seduti attorno ad un tavolo con tovaglia a quadretti stile trattoria. Uno è Roman Kilchsperger noto presentatore sportivo svizzero tedesco con dichiarate simpatie udiciste; gli altri sono tre massimi rappresentanti della classe padronale svizzera e del partito: Walter Frey, Peter Spuhler e Rolf Dörig. 

Walter Frey, già consigliere nazionale zurighese, presidente della squadra di hockey degli ZSC Lions, ma soprattutto patriarca del gruppo Emil Frey (importazione di auto) con un patrimonio stimato fra i 3 e i 4 miliardi di franchi. Peter Spuhler, già consigliere nazionale, già membro del Cda degli ZSC Lions, ma soprattutto gran patron della Stadler Rail (costruttore di treni) con patrimonio stimato a 4,1 miliardi. Rolf Dörig, membro del Cda degli ZSC Lions (e del Grasshoppers), presidente del consiglio d’amministrazione del gruppo assicurativo Swiss Life (tra i principali proprietari immobiliari in Svizzera) e membro del Cda – toh, il caso – della Emil Frey Holding. Ex eminenza grigia del PLR, Dörig ha lasciato i liberali per iscriversi all’UDC, partito giudicato «più efficace» e consono ai suoi «valori conservatori». E forse, aggiungiamo noi, più funzionale al consolidamento dei sui privilegi. Evviva il partito del popolo!

Nell’immagine: un’allegra tavolata di miliardari. Da destra (naturalmente): Peter Spuhler, Rolf Dörig e Walter Frey con il moderatore Roman Kilchsperger


Ennesimo giro di vite a Kiev: Zelensky rimuove il ministro della difesa

A due anni dall’abbandono del Paese da parte statunitense, il regime talebano viene legittimato come argine al terrorismo, ma in verità sta cancellando ogni diritto civile, specie per le donne 

Di Stefano Baudino, L’Indipendente

Il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha comunicato ufficialmente di aver fatto saltare la poltrona del ministro della Difesa di Kiev, Oleksiy Reznikov, che era stato accusato di essere coinvolto in un caso di corruzione su alcune forniture militari a prezzo gonfiato. Il suo posto sarà preso da Rustem Umyerov, attualmente al vertice del Fondo del Demanio di Stato. Reznikov, che oggi ha annunciato le sue dimissioni al Parlamento, potrebbe essere riciclato come ambasciatore nel Regno Unito. Al computo degli scandali di corruzione che ciclicamente hanno investito l’Esecutivo ucraino, provocando la decimazione di molti dei suoi più illustri componenti, si aggiunge quindi un nuovo tassello. E l’ennesima “purga” da parte di Zelensky.

«Oleksiy Reznikov ha attraversato più di 550 giorni di guerra su vasta scala. Credo che il Ministero abbia bisogno di nuovi approcci e di altri formati di interazione sia con le forze armate che con la società nel suo insieme. Il Ministero è ora guidato da Rustem Umyerov», ha dichiarato Zelensky. Il ruolo ritagliatosi nel contesto del conflitto russo-ucraino dall’avvocato 57enne, che ha ricoperto la carica di Ministro della Difesa dal novembre 2021 e ora ha perso il posto, è stato estremamente significativo. Reznikov, infatti, è stato continuativamente e intensamente impegnato nell’esortare gli alleati di Kiev a fornire all’Ucraina un quantitativo sempre più ingente di armi, inclusi sistemi di difesa aerea Patriot statunitensi, carri armati pesanti e obici. Recentemente, è stato in prima linea nella richiesta degli F-16: in seguito all’autorizzazione americana a Danimarca e Paesi Bassi per il trasferimento dei jet a Kiev, Reznikov aveva anche scritto su Twitter: “sembra che Babbo Natale esista”.

Molto presto, però, il suo dicastero è stato colpito da gravi scandali legati alla corruzione. Lo scorso gennaio, il suo vice Vyacheslav Shapovalov si era dimesso dopo le accuse secondo cui il Ministero avrebbe firmato contratti di fornitura alimentare a prezzi da due a tre volte superiori a quelli di mercato. Reznikov era invece rimasto al suo posto. Ma il terremoto si era allargato, investendo anche altri rami dell’Esecutivo. Negli stessi giorni, infatti, il viceministro delle Infrastrutture, Vasyl Lozynskiy, era stato arrestato su mandato dell’Ufficio nazionale anticorruzione, che lo aveva accusato di aver accettato, dal settembre 2022, l’equivalente di 400mila dollari di tangenti su appalti riguardanti l’approvvigionamento di generatori di elettricità. Per storie legate ad assegnazioni truccate per favorire aziende “amiche” o al costo gonfiato della merce e dei servizi acquistati dai ministeri, si erano dimessi a catena anche il vicecapo dell’Ufficio presidenziale, Kyrylo Tymoshenko, il viceministro della Politica Sociale, Vitaliy Muzychenko, i viceministro per lo Sviluppo della Comunità, Ivan Lukerya e Vyacheslav Negoda, i vicecapo del Servizio statale dei Trasporti Marittimi e Fluviali, Anatoliy Ivankevych e Viktor Vyshnyov, nonché il del viceprocuratore generale, Oleksiy Simonenko.

Che il fenomeno corruttivo, originato dall’ondata incontrollata di liberalizzazioni dopo la caduta dell’Unione Sovietica, abbia rappresentato in questi decenni e ancora rappresenti un vero e proprio cancro per l’Ucraina non è affatto una novità, così come non lo sono le gigantesche ombre sugli ambigui rapporti tra grossi pezzi delle istituzioni statali e quegli “oligarchi” che sono riusciti a ottenere il monopolio di settori strategici dell’economia. Nonostante questo, l’Europa sembra voler accelerare le operazioni di ingresso di Kiev nell’Unione. l’Ucraina ha presentato domanda di adesione all’Ue nel febbraio 2022, ottenendo nel giugno 2022 lo status di paese candidato all’adesione. A dicembre si terrà il summit Ue-Balcani occidentali in cui verrà presa una posizione sull’apertura dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina. Che, secondo il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, dovrà entrare nell’Ue insieme ai sei Stati dei Balcani Occidentali e alla Moldavia «entro il 2030».

Nell’immagine: l’ex ministro Oleksiy Reznikov