L’Europa ora ha paura dei lupi: lo status di specie protetta a rischio

La presidente von der Leyen tende una mano agli allevatori e annuncia la possibile revisione della direttiva Habitat. Nel 2022 il suo amato pony era stato ucciso da un lupo 

Da Europa Today

La Commissione europea potrebbe proporre di modificare lo status di protezione del lupo nell’Ue, aprendo a maggiori deroghe alla caccia di questa specie e venendo incontro così alle richieste degli allevatori. Lo ha annunciato la presidente dell’esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen.

I lupo gode da oltre vent’anni di una speciale protezione nell’Ue: in base alla direttiva Habitat del 1992 (recepita in Italia nel 1997), è proibita la cattura, l’uccisione, il disturbo, la detenzione, il trasporto, lo scambio e la commercializzazione di questa specie che ha rischiato di scomparire dal continente. Secondo un recente studio, le politiche di conservazione promosse da Bruxelles hanno funzionato: da popolazioni molto piccole negli anni ’70, il loro numero è aumentato del 1.800% fino ai 17mila individui di oggi. Un aumento eccessivo, secondo diversi agricoltori e cacciatori europei, che da tempo chiedono maggiori deroghe per fermarne l’avanzata.

Le loro istanze hanno già trovato sponda in varie parti dell’Ue: dalla Germania alla Svezia, autorità locali e nazionali hanno consentito deroghe alla direttiva Ue. E adesso, anche la Commissione europea sembra intenzionata a dare il suo supporto ai promotori del ritorno della caccia al lupo: “La concentrazione di branchi di lupi in alcune regioni europee è diventata un pericolo reale per il bestiame e potenzialmente anche per gli esseri umani”, dice in una nota von der Leyen. “Invito le autorità locali e nazionali ad agire laddove necessario. In effetti, l’attuale legislazione dell’Ue consente già loro di farlo”, aggiunge.

Bruxelles, per il momento, si limita a invitare gli Stati ad agire nell’ambito della flessibilità concessa dalle attuali norme. Ma qualcosa potrebbe cambiare a breve: “La Commissione – si legge sempre nella nota – invita oggi le comunità locali, gli scienziati e tutte le parti interessate a presentare dati aggiornati entro il 22 settembre 2023 sulla popolazione di lupi e sui loro impatti”. Sulla base dei dati raccolti, Bruxelles “deciderà su una proposta volta a modificare, se del caso, lo status di protezione del lupo all’interno dell’Ue e ad aggiornare il quadro giuridico, per introdurre, ove necessario, ulteriore flessibilità, alla luce dell’evoluzione di questa specie”.

L’iniziativa della Commissione fa seguito a una risoluzione del Parlamento europeo, che lo scorso novembre ha chiesto di rivedere lo status del lupo per consentirne il contenimento, e dunque la caccia. La richiesta è arrivata sulla scorta delle migliaia di segnalazioni di attacchi arrivate a Bruxelles dalle organizzazioni degli agricoltori negli ultimi anni. Tra questi, ce n’è stato anche uno che ha riguardato da vicino la stessa von der Leyen: nel settembre del 2022, un lupo ha sbranato l’amato pony della presidente della Commissione, nella sua tenuta in Bassa Sassonia, in Germania. Qualche mese dopo, il presunto aggressore figurava nella lista dei lupi abbattuti nella zona dopo che le autorità locali avevano concesso una deroga alla caccia.

Nell’immagine: Ursula von der Leyen con il suo amato pony (ma il lupo cosa ne sapeva del guaio in cui si sarebbe cacciato?)


Di questo passo

La presidente von der Leyen tende una mano agli allevatori e annuncia la possibile revisione della direttiva Habitat. Nel 2022 il suo amato pony era stato ucciso da un lupo 


La fine dell’”ordine liberale” svizzero?

La presidente von der Leyen tende una mano agli allevatori e annuncia la possibile revisione della direttiva Habitat. Nel 2022 il suo amato pony era stato ucciso da un lupo 

“E alla fine si è tirato un sospiro di sollievo”, titola un quotidiano. Sembra la conclusione di un temino delle elementari: alla fine tornammo a casa tutti felici e contenti (ad eccezione, per gentile concessione, di chi si sente traballare il posto di lavoro). Quanto a dire, insomma: mettiamoci ora una pietra tombale sul Credit Suisse, portiamo fiori a Ubs che ci ha salvato e già macina profitti. Con due aggiunte, che sembrano un premio all’assurdità.

Scantonare con il dopo

 La prima è il glorioso annuncio, “arrivato a sorpresa”, all’inizio di agosto, che, considerati i risultati del dopo fusione, si poteva rinunciare alle garanzie miliardarie messe a disposizione dalla Confederazione e dalla Banca Nazionale. Quasi a rilevare che lo Stato tutto sommato era superfluo. O che le garanzie servivano salvare la faccia e non i dipendenti, tuttora in trambusto. Si tace, ovviamente, sul fatto che senza quelle garanzie dello Stato (e si è messo sul tavolo un quarto della ricchezza prodotta in un anno dall’intera nazione!), la ripresa del Credit Suisse da parte di Ubs non ci sarebbe stata, perché troppo rischiosa, e che sarebbe andata a ramengo tutta la fiducia ancora rimasta all’estero sulle banche svizzere. Insomma, anche rimettere a posto la fiducia ha un prezzo… se si ci sono i soldi per pagarlo. È ridicolo scantonare con il dopo.

Forse si poteva…

La seconda è data dal rapporto pubblicato venerdì dal gruppo di esperti economisti sulla “stabilità bancaria”. Verdetto: “le autorità hanno scelto la fusione perché era la soluzione più semplice”. Dice Yvan Lengwiler, docente di economia all’Università di Basilea e presidente del gruppo di esperti: “Non siamo evidentemente sicuri al cento per cento, ma riteniamo che un risanamento (assainissement, del Credit Suisse) sarebbe stato possibile” (intervista a “Le Temps” di venerdì 1 settembre). Ben strana conclusione per degli esperti. Tuttavia, ciò equivale a dire che la Finma, l’autorità di sorveglianza (il gendarme finanziario), risulta debole ed è ora che vada “rafforzata affinché possa adempiere ai suoi doveri come si deve”, “deve poter disporre di forze esecutive”; dovrebbe poter applicare il famoso “name et shame” (nominare e denunciare, in concreto: poter rendere pubbliche le inchieste su istituti e persone sotto inchiesta)… Ma sinora hanno funzionato le lobby finanziarie e i gruppi di interesse, tanto che ”la Finma, [che] è stata incastrata nella legge che la riguarda,  può rendere pubbliche le inchieste solo se c’è un interesse enorme”. Quello del Credit Suisse non era quindi di interesse enorme.

Quattro conclusioni… meno una

 Le conclusioni sono dunque perlomeno quattro:
1) la deregolamentazione, insinuatasi dagli anni ’80 su imitazione americana, ha creato di fatto un vuoto giuridico e solo disastri;
2) il mercato, soprattutto quello finanziario, non è razionale, come si pretende, e non riassesta (o risana) per conto proprio le deviazioni che si creano e si presentano;
3) non si può prescindere da  un’autorità di vigilanza e di intervento  esterna, che disponga di tutte le potestà e di strumenti legislativi necessari ed efficaci, sanzionatori (penalità, multe);
4) il sistema “to big, to fail” (troppo grande per fallire), fattosi politica, è quanto di più incongruente si possa immaginare, sia perché arriva  a naufragio imminente o avvenuto e comunque, come nel caso specifico, con la preoccupazione prioritaria di non guastare la stabilità finanziaria mondiale, sia perché si traduce in farsa essendo una palese dimostrazione di inettitudine  o contraddizione politica.

Una conclusione generale cui si cerca però si sfuggire in tutti modi è la seguente: la procedura scelta, con l’organizzazione urgente della fusione di due banche e l’estensione delle garanzie rilevanti dello Stato, non hanno niente a che fare con l’”ordine liberale”, caro alla Svizzera e proclamato ad ogni piè sospinto da ambienti politici, finanziari, economici, mediatici. Per vari motivi.

L’”ordine liberale” a ramengo

Primo, dal punto di vista della concorrenza (del tanto decantato libero mercato). Nonostante le scuse e le fughe per la tangente che si accampano, si è creata ora una superbanca, un colosso finanziario sovradimensionato. Dovessimo, per delirio di ipotesi, tornare a salvarlo, dovremmo metterci tutto il prodotto interno lordo nazionale per riuscirci. La Finma, autorità di sorveglianza, sulla base della ripartizione delle competenze, potrebbe anche farsi un baffo delle eventuali obiezioni dell’autorità in materia di concorrenza. Vittime designate, consumatori e imprese.

Secondo, dal punto di vista della democrazia, ricorrendo al diritto d’urgenza per salvare una banca, si annulla in pratica il diritto di veto del Parlamento. Si costituisce poi a posteriori una commissione parlamentare d’inchiesta per salvare le apparenze, quando- sempre logicamente e democraticamente- neppure con la crisi annunciata da tempo e tanto meno sotto l’assillo dei mercati, ci si è perlomeno preoccupati del dovere di diligenza (due diligence), di un esame approfondito, né per la Confederazione né per l’Ubs, in quanto futura proprietaria di Credit Suisse.

Terzo, con la fusione giuridica delle due banche, c’è stata una riduzione drastica dei diritti degli azionisti (non consultati), con grossi punti interrogativi sui diritti di proprietà garantiti dalla legge per un titolo svizzero. C’è stato soprattutto l’immancabile accantonamento dei diritti del lavoro dei dipendenti, militi ignoti in questa battaglia. 

È rimasta poi una domanda cui non si dà alcun peso, quasi fosse superflua, cosa estranea al pubblico, o domino di chi sa quale altra autorità: come evitare che il cittadino-contribuente sia coinvolto- come di fatto lo è – quando un grande istituto finanziario si trova in difficoltà o in bancarotta? C’è chi ha scritto (e su un servizio stampa “liberale”!): “Solo una risposta a questa domanda permetterà di ristabilire l’ordine liberale in Svizzera” (v. Peter Grünenfelder e Jürg Müller, in avenir suisse, 22 marzo). Rimane chiaro, se ritorniamo alle quattro conclusioni, che ne rimangono comunque altre. E forse non tutti i mali vengono per nuocere.


La giraffa, il giraff… e le giraffe bianche 

La presidente von der Leyen tende una mano agli allevatori e annuncia la possibile revisione della direttiva Habitat. Nel 2022 il suo amato pony era stato ucciso da un lupo 

Diario 1

BAMBINA: Maestro, ho una domanda sull’esercizio.
MAESTRO: Dimmi.
BAMBINA: Il gatto è maschio, poi la gatta è femmina.
MAESTRO: Sì.
BAMBINA: Però giraffa è femmina.
MAESTRO: La giraffa. Sì.
BAMBINA: Ma il maschio?
MAESTRO: Tu che dici?
BAMBINA: IL giraffa non c’è. Neanche il GIRAFFO.
MAESTRO: Giusto. E il gufo femmina?
BAMBINA: La gufa?
MAESTRO: Mmmmh…Vuoi verificare nel dizionario?
BAMBINA: La gufa non l’ho mai sentito.
MAESTRO: E allora come facciamo, se non esiste la femmina del gufo?
COMPAGNA DI CLASSE DELLA BAMBINA: Esiste, però dici sempre IL GUFO anche se è femmina.
MAESTRO: Come potresti dirlo?
ALTRO BAMBINO: Boh. La donna del gufo.
MAESTRO: Lo sento strano.
BAMBINA: Il gufo femmina. È meglio.
MAESTRO: Sì.
COMPAGNA DI BANCO DELLA BAMBINA: Ma allora, maestro, ci sono parole…
MAESTRO: Nomi…
BAMBINO: Nomi speciali che sono femmina e maschio insieme.
MAESTRO: Si chiamano promiscui.
BAMBINA: Ah. Ma è proprio così?
MAESTRO: Sì.
BAMBINA: C’è anche nella grammatica?
MAETSRO: Sì.
BAMBINA: Grazie.
MAESTRO: Prego.
(Alcuni secondi più tardi…)
BAMBINA: Ancora una domanda.
MAESTRO; Sono qui per questo.
BAMBINA: Esistono le giraffe bianche?
MAESTRO: Perché me lo chiedi?
BAMBINA: Ho visto un documentario. Ma sono normali?
MAESTRO: Tu hai dubbi?
BAMBINA: Sì. Perché le giraffe non devono essere bianche.
MAESTRO: Perché no? Ci sono.
BAMBINA: Ma è una cosa nuova, non la sapevo.
MAESTRO: Continua a osservare.
(Poco dopo)
ALTRO BAMBINO: Maestro! Ho trovato il maschio della ZEBRA e il COLIBRÌ femmina!!!

Ricerche e domande

Potrei continuare nella testimonianza delle innumerevoli esperienze che si presentano in un’aula scolastica quando si riflette sulla lingua italiana (di cui è bene scoprire le regole utilizzando il metodo delle domande, come dice Maria Lo Duca nel suo  Viaggio nella grammatica) o sui testi letterari: si pensi al celebre albo illustrato Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni, in cui una macchia gialla abbraccia l’amica macchia blu e insieme diventano verde: quante domande si pongono i bambini, anche molto piccoli, sulla morte, la nonna, la sessualità, il cielo, la pizza. In un suo libro molto importante Alison Gopnik (Il bambino filosofo. Come i bambini ci insegnano a dire la verità, amare a capire il senso della vita, Bollati Boringhieri 2014) riporta risultati sorprendenti di ricerche nell’ambito delle neuroscienze, sull’importanza di costruire pensiero attraverso un dialogo germogliato da giochi, immagini e storie. Mediamente un bambino di 4 anni (se ne ha l’opportunità) pone o comunque SI pone fino a trecento domande al giorno. Un terzo di queste ruotano attorno a temi profondi.

Sono numerosi gli studi scientifici nel mondo che ci aiutano ad interrogarci con opportuni approfondimenti sull’importanza delle domande dei bambini e la capacità o meno dell’adulto di stimolarle ed accoglierle.
“Le domande dei bambini rivelano ciò che conta per loro; pertanto, le decisioni relative al curriculum dovrebbero rispondere ai loro interessi e alla loro curiosità. Le domande dei bambini svelano la loro curiosità e li aiutano a diventare creatori attivi di significato. Secondo Rinaldi (2006), il ruolo dell’adulto è quello di aiutare i bambini a trovare significato in ciò che fanno, incontrano e sperimentano.”

Diario 2: i bambini pensano

Ho fatto anch’io un piccolo esperimento, nelle mie innumerevoli occasioni di incontro nelle scuole dell’infanzia e della scuola elementare con le storie. Ho annotato le domande più belle del 2023 (gennaio – giugno). Ne elenco solo alcune. Sono parole per me preziosissime, anche se scientificamente forse poco rilevanti:
Come fa esattamente lo zucchero a uscire dalla caramella mou e a entrare nel sangue dopo che hai masticato la caramella con i denti e la saliva? 

Quanto tempo vive una trota?
Si può scrivere una storia sette volte e poi lasciarla lì senza farla diventare un libro?
Come si fa a diventare famosi?
Cos’è la citisina del maggiociondolo?
Se ho un orto infinito dove crescono carote e patate infinite, rimane spazio per una gallina?
La torta di pane è fatta con il pane, il pane lo fai con la farina, ma di cosa è fatta la farina? E di cosa è fatto lo spazio? Fa niente se ho messo due domande?
La forza di gravità è come la forza di gravidanza?
Perché si muore?
Cos’è il niente?
Ci leggi La torta in cielo di Gianni Rodari?
Tu ce l’hai il nonno?
Posso dire che una musica è talmente bella che mi svirgola?

Le questioni sono sorte leggendo e raccontando storie ad alta voce, anche a bimbi che non hanno questa opportunità. Su “perché si muore” ho risposto recuperando dalla mia borsa L’anatra, la morte e il tulipano di Wolf Erlbruch e L’albero di Shel Silverstein, pur temendo di sbagliare, perché, delicatissimi, questi classici della letteratura per l’infanzia vanno analizzati e preparati con cura, perché occorre sentirsi solidi. Essere insegnanti. Sono emerse tracce di valori religiosi, domande su Dio (cos’è Dio? Lo conosci? E la direttrice lo conosce?). La scuola, in un sistema integrato e variegato, deve offrire occasioni di libertà di pensiero, di discussione, di ascolto di storie che aiutano ad allenare l’empatia e a stare con l’immaginario dentro a strutture narrative nutrienti. Andrebbero aggiunte considerazioni sul contributo essenziale delle altre discipline che concorrono tutte, nella varietà, all’educazione dei giovani.

Leggere

Federico Batini (Lettura ad alta voce, Carocci 2022) riporta ricerche che hanno tenuto conto di 18000 persone, dalla più tenera età fino a 18 anni. Si rileva l’importanza dell’accesso al libro, alla parola, alla condivisione e quindi alla discussione che si fonda sul dubbio. I benefici di queste pratiche sono enormi. Nonostante tutto, qualche anno fa il sindaco di centrodestra di Venezia vietò una cinquantina di libri per le scuole dell’infanzia definendoli “gender” e spiegando che trattavano di argomenti che non andavano affrontati a scuola ma in famiglia. Tra questi c’erano dei capolavori: “Pezzettino” (1975), “Guizzino” (1963) e “Piccolo Blu e Piccolo Giallo” (1959). Ma l’elenco è lunghissimo e si potrebbero discutere anche tanti altri temi che fanno paura agli adulti.

Ruolo della scuola

L’agenda scolastica 2023-2024, recentemente oggetto di discussione, presenta un testo che non è una storia, ma uno sguardo dal quale possono germogliare domande: “Guarda quella tipa, come è fluida. lo non giudico le persone per il loro orientamento sessuale o per lo loro identità di genere. Trovo che ognuno abbia il diritto di cercare di essere la persona che sente. Non è facile per nessuno, perché allora non aiutarsi a vicenda? Ora le chiedo se le va di uscire.” “Nessuno sembra capirmi, lo per prima. A volte mi sento ragazza, a volte invece mi sembra di riconoscermi in un maschio. Non si tratta di una cosa superficiale o momentanea ma di qualcosa che mi sconvolge nel profondo e che mi interra, costantemente. Al contempo è qualcosa che sento fare parte da e che mi appartiene.”

Taluni vorrebbero impedire a bambine e bambini di dieci anni di leggere, se ne hanno l’interesse, questo testo. Eppure, pur impedendo la distribuzione di questo documento, dovremmo estendere il dibattito a tutto il patrimonio letterario mondiale destinato all’infanzia. Mi sorprende, perché rileggendo la Costituzione svizzera e il testo della legge della scuola, mi sembra non ci sia nulla di sconvolgente, nelle dieci righe dell’agenda scolastica. E risuonano ancora nelle mie orecchie da bimbetto seduto tra i banchi della chiesa parole simili a: “Non giudicate, affinché non siate giudicati…”

Diario 3: in famiglia

Il ruolo della politica in una società democratica e liberale non è certamente quello di ostacolare occasioni di conflitto cognitivo, che sostengono la costruzione della persona, laddove ci sia accoglienza, ascolto e condivisione. La scuola è un’istituzione, come tale deve lavorare sui contenuti e declinarli in forme e situazioni sensate: le / gli insegnanti sono professionisti preparati a discutere, a pensare, e sono in grado di documentarsi e muoversi con delicatezza. Un insegnante non tace, leggendo il mondo. E i bambini non stanno zitti. Stiamo vivendo un paradosso: convivono fenomeni come gli youtuber, punti di riferimento di molte bambine e bambini affascinati da “contenuti” che godono di una “viralità” preoccupante (dal punto di vista emotivo anche devastante); e tentativi, da parte di alcune forze politiche, di controllare e delimitare la parola, il pensiero divergente, i libri e le immagini sulla carta.
Eppure (e qui riprendo un altro dialogo da genitore) a me capitano queste cose:

“Papà, perché i maschi non possono stirare?” 

“E chi te l’ha detto?”
“Andrea.”
“Chi è?”
“Una mia amica.”
“Tu che ne pensi?”
“Penso che sei un po’ femmina.”
“Ah sì? Boh, forse sono anche quello.”
“Dai, non fare confusione, papà!”
“Non faccio confusione. Stiamo discutendo.”
“Sì ma non si capisce più niente, se siamo disorganizzati.”
“Non siamo disorganizzati. Guarda, sto piegando la camicia.”
“Smettila. Tu discuti di un’altra cosa e io di un’altra ancora! Se fai… maschi e femmine in un miscuglio, boh.”
“Se fai un miscuglio che succede?”
“Succede come Piccolo giallo e piccolo blu.”
“Wow, bravo. Bella idea.”
“Oppure come quel libro, Extraterrestre alla pari.”
“Bianca Pitzorno. L’abbiamo letto. 1978, credo.”
“Quando sei nato tu?”
“Più o meno”
“Papà, sei vecchio. Quando muori?”
“Non ho voglia di morire.”
“Allora leggimi una storia che fa un caos, così ne possiamo discutere, come dici tu.”

Tre storie e la paura delle parole

Cito tre chicche di buona complessità immaginando una gradualità nella proposta: leggere Il bambino dei baci di Ulf Stark (2018, adatto per fine primo ciclo) Extraterrestre alla pari di Bianca Pitzorno (1979, fine secondo ciclo, inizio terzo ciclo) o analizzare Billy Elliot (per il terzo ciclo, censurato in Ungheria perché pare, secondo chi detiene il potere, faccia “diventare gay”) a scuola significa porsi domande, mettersi in discussione, cercare, cercarsi. A quattro anni i bimbi si pongono fino a trecento domande al giorno, poi il tasso scende in modo vertiginoso: cerchiamo di non azzerarlo.

Infine, la discussione sull’agenda scolastica ci fa capire in modo molto chiaro che le parole fanno paura. Questa è un’ottima notizia. Il mondo è ancora quello di una volta. Però oggi possiamo decidere addirittura di non stirare.

Daniele Dell’Agnola è autore di narrativa e musica per la scena, docente SUPSI in didattica dell’italiano e narrazione, e co-ideatore del festival di letteratura per l’infanzia “Con le ali”
Articolo pubblicato da laRegione


I giornali, in cerca di lettori, mandano le loro firme a scrivere e discutere sui social

La presidente von der Leyen tende una mano agli allevatori e annuncia la possibile revisione della direttiva Habitat. Nel 2022 il suo amato pony era stato ucciso da un lupo 

Di Martina Piumatti, Insideover

Se le persone passano ormai buona parte delle loro vite sui social, per intercettarle è lì che bisogna andare. Ce lo dicono i dati. In media – rileva il report Digital 2023 di We are social – stiamo sulle varie piattaforme più di 2 ore e mezza al giorno: la cifra più alta di sempre. E usiamo i social (44 milioni in Italia hanno almeno un account) anche per informarci. Appena il 22% – secondo il Digital news report 2023 del Reuters Institute, basato su un sondaggio di YouGov che con oltre 93 mila utenti in 46 mercati copre metà della popolazione mondiale – va sul sito di una testata o su un’app di un giornale, il 10% in meno rispetto al 2018.

Un trend che ha portato i media a inseguire man mano l’utente potenziale dove è migrato. Sui social, appunto. Trovare fonti, dare notizie, bruciare la concorrenza nel raggiungere il lettore non sono mai stati così veloci. I formati si moltiplicano, i canali di promozione dei contenuti variano in base al target e la platea si allarga a dismisura. L’interazione costante data dal feedback in tempo reale, oltre a permettere di aggiustare il tiro secondo le reazioni degli utenti, li fidelizza. Così lo “sbarco” del giornalismo sui social, rispondendo a un nuovo modo di informarsi, ha trasformato anche il modo di informare.

In principio fu Twitter, ancora il più usato dai giornalisti (seguono Facebook, Instagram, LinkedIn e YouTube). Non dal loro pubblico, però, che preferisce TikTok, Instagram, Youtube o altre piattaforme dominate dai contenuti video. Un cambio di passo che sta spostando in quella direzione (verso i video) anche i media. Il social lanciato da Jack Dorsey nel 2007 ha indotto i giornalisti ad assorbire logica e stile del nuovo formato multimediale. Nel familiarizzare con la pratica del microblogging, l’imparzialità ha lasciato spazio all’opinione personale del giornalista, che però ha imparato a garantire maggiore trasparenza sul proprio lavoro e a condividere con i propri follower anche i contenuti generati da altri utenti.

La gestione turbolenta di Elon Musk, unita allo scarso uso di Twitter dagli chi è a caccia di news (solo il 13%), sta portando i giornalisti a preferire LinkedIn (42%), Mastodon (10%) e Facebook (7%). Mentre le varie testate investono sempre di più in podcast e newsletter (spesso sfruttando piattaforme create ad hoc come Substack, Beehiiv o Ghost): due canali che si sono dimostrati efficaci nell’aumentare la fidelizzazione degli utenti.

Se Facebook arranca, non si arresta la corsa di Instagram (ha raggiunto i 2 miliardi di utenti attivi mensili) nell’essere sempre più usato (insieme a TikTok) per il consumo di notizie. Stories, reel, Igtv, caroselli: sono diversi i formati messi a disposizione dalla piattaforma targata Zuckerberg. Basta scegliere il più adatto al contenuto da veicolare. Funzionali, d’impatto, facili da fruire, le stories stanno diventando il mezzo perfetto per diffondere e consumare notizie. Nel tempo si sono evolute, includendo ogni genere di tool per agevolare la promozione dei contenuti. Dal testo sopra le immagini alla musica, agli sticker, ai collage che associano video e immagini statiche, fino alla possibilità di inserire link: fondamentale per spostare gli utenti dai social ai siti web delle testate.

Il potenziale comunicativo in perenne evoluzione di Instagram ha spianato la strada a nuove realtà, nate e pensate per informare sui social (in Italia le principali sono Will, Factanza e Torcha). Ogni testata giornalistica ha la propria cifra per differenziarsi in base a obiettivi e target. C’è chi punta su grafiche visive d’effetto e frame di audio, chi predilige un profilo più narrativo con le stories in evidenza e chi mischia. Lo scopo è lo stesso (oltre a fare informazione): conservare la propria fetta di pubblico e aumentare il numero di follower.

Per farlo, spesso una sola piattaforma non basta. Dato che i giornali inseguono il lettore ovunque vada, potevano farsi mancare TikTok? No. Qui l’elenco aggiornato di chi non ha resistito. “Così – sostiene uno studio sull’impatto di TikTok sul giornalismo – le testate giornalistiche imparano a fondere forme di media inedite (ad esempio, video divertenti, sfide) con versioni adattate di quelle tradizionali (segmenti di notizie, frammenti di interviste). Il passaggio, però, non sempre è indolore. “A volte, il contenuto si allontana dal giornalismo per cercare di intercettare il pubblico più giovane nel suo habitat naturale”. Insomma, non arrivano a “ballare letteralmente le notizie, ma con il brand della testata in bella vista mostrano il lavoro dietro le quinte in un’atmosfera informale e musicale con un tono divertente, semplice e accattivante”. Anche se si cerca “un equilibrio tra news, emozioni ed empatia”, il rischio che l’informazione degeneri in intrattenimento è dietro l’angolo.

E in un contesto in cui la fiducia del pubblico verso i media è già al collasso, ad attenderli al varco ci sono influencer e creator digitali. Che in genere hanno più follower e sono considerati più credibili come fonte di informazione. Almeno dagli utenti under 30. “Questo – ci spiega Nic Newman, autore del Digital news report del Reuters institute – è per lo più un cambiamento generazionale. I più giovani tendono a trascorrere gran parte del loro tempo su YouTube, Instagram e TikTok, dove la cultura dei creator è diventata dominante. Soprattutto durante il Covid, i creator hanno iniziato a parlare di argomenti legati alla cronaca. Gli utenti più giovani li ascoltano e poi ne parlano a loro volta”.

Sui social cambiano le regole del gioco e la differenza tra giornalisti e divulgatori di notizie non è più così importante e, soprattutto, non è garanzia di maggiore affidabilità. Sottovalutare la competizione con i creator digitali, più avvezzi alle dinamiche social e con community solide a seguito, è un rischio. Non calcolato e pagato caro da due top player del settore, BuzzFeed News e Vice Media, che sono stati costretti a chiudere i battenti.

Se a indirizzare il consumo di news sono sempre più algoritmi e creator, l’unica strada che hanno i giornalisti “per non morire” è diventare influencer? “No, – dice Newman – ma c’è molto che possono imparare sul loro modo di unire informazione e intrattenimento. Le testate potrebbero aiutare i propri giornalisti di punta a costruire e promuovere il loro profilo sui vari canali. Può essere un modo per far quadrare il cerchio e rendere il giornalismo più rilevante, e anche più umano. A patto, però, che si rispettino i principi deontologici”.

“Giocare all’influencer”, insomma, può essere un’arma a doppio taglio. Da una parte, coltivando la relazione diretta con i follower, si intercettano più utenti. Dall’altra, si trasforma il giornalismo in personal branding. Il lettore non si fidelizza alla testata ma al singolo giornalista, che così si auto promuove: un pericoloso cortocircuito, dove l’attendibilità della notizia si fonda più sul rapporto personale che su criteri oggettivi. E il valore del giornalista-influencer dipende dal numero di follower e dalla capacità di sfornare i contenuti imposti dall’algoritmo.

Non proprio il massimo per il giornalismo che vuole salvarsi dalla condanna all’irrilevanza. “Per sopravvivere – aggiunge il giornalista esperto di strategie digitali, tra i fondatori del sito BBC News – deve attenersi al suo ruolo, che è quello di fornire informazioni affidabili, utili e pertinenti, usando tutti i canali in cui l’utente le richiede. Solo così potrà recuperarne la fiducia”.

Secondo l’editore americano Bryan Goldberg (ceo di BDG Media), invece, l’unica vai per sottrarsi alla competizione, persa in partenza, con i social è uscire dal web, puntando su newsletter, organizzazione di eventi o qualsiasi altro contesto che non sia monopolizzato da Google & Co. “E chi non si adegua verrà schiacciato”. Della serie: se non puoi batterli sul loro campo da gioco, cambia campo. O sarai costretto a cambiare gioco.

Nell’immagine: alcuni post dell’account Instagram italiano Will, che ha 1,5 milioni di follower


La neutralità nella Costituzione

La presidente von der Leyen tende una mano agli allevatori e annuncia la possibile revisione della direttiva Habitat. Nel 2022 il suo amato pony era stato ucciso da un lupo 

La neutralità svizzera è a rischio? È un interrogativo che circola nel Paese a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. La Svizzera ha messo in atto sanzioni contro la Russia, come deciso dall’Unione europea, e negli ultimi mesi si continua a discutere sull’eventualità di vendere carri armati in disuso del nostro esercito a paesi europei che potrebbero inviarli in Ucraina. Da ultimo, fa discutere la decisione del Consiglio federale di partecipare al sistema di difesa aerea Sky Shield. Una scelta considerata da molti osservatori come un ulteriore avvicinamento alla NATO.

Ma la vicinanza elvetica alla NATO non è una novità. Da anni il nostro paese partecipa al “Partenariato per la pace”, singolare definizione per un programma di collaborazione militare! Inoltre, il Dipartimento militare ha deciso di acquistare, per 6 miliardi di franchi, i caccia americani F-35 che hanno il sistema informatico collegato con il Pentagono. (Qualcuno avrà spiegato a Frau Amherd che la guerra in Ucraina – paese quindici volte più grande della Svizzera – dimostra l’importanza dei droni e non dei jet?). Il Consiglio federale non ha ancora sottoscritto il trattato dell’ONU sull’interdizione delle armi nucleari, come deciso dal Parlamento nel 2018: perché alla NATO non piace? E, mastodontica perla, la dichiarazione del capo dell’esercito Thomas Süssli: in caso di conflitto, la Svizzera, nel giro di due settimane sarebbe fritta e dovrebbe appoggiarsi alla NATO. Difesa elvetica poco efficace: due settimane di resistenza ci costano cinque miliardi di franchi all’anno, che diventeranno sette…

La neutralità svizzera è a rischio? Guardando ai fatti citati diremmo di sì. Dopo la “neutralità attiva”, inventata nel 2006 da Micheline Calmy-Rey, il ministro Ignazio Cassis fa un passo in più e, con un giochetto semantico, vara la “neutralità cooperativa”. Vale a dire, maggiore vicinanza al partner storico americano e alla sua alleanza di riferimento (NATO). D’altra parte è inutile far finta che una neutralità assoluta (“non allineata”) sia mai esistita. 

Non dimentichiamo che la neutralità ha rappresentato un ottimo strumento per fare affari nel corso dei secoli, attitudine che ha portato a definire la Svizzera un paese di ricettatori.

Per alcuni esperti, per esempio, rispettare fino in fondo la neutralità avrebbe impedito di far parte delle Nazioni Unite. Il Dipartimento degli affari esteri precisa comunque che “la Svizzera dà alla sua neutralità un orientamento umanitario e pacifico, conforme alla sua tradizione in materia di buoni uffici e di aiuto umanitario. Essa organizza la sua neutralità tenendo conto dei bisogni della solidarietà internazionale, mettendola al servizio del mantenimento della pace e della prosperità”. L’avvicinamento alla NATO rispetta questi principi?

In questo clima geopolitico insicuro, confrontato con il pericolo della catastrofe nucleare, c’è chi – come l’associazione nazionalsovranista Pro Schweiz, vicina a Christoph Blocher – coglie l’occasione per lanciare un’iniziativa popolare federale sulla “Salvaguardia della neutralità svizzera (Iniziativa sulla neutralità)”. In sostanza si propone di inserire nella Costituzione un articolo che sancisce che “La Svizzera è neutrale. La sua neutralità è permanente e armata”. “La neutralità svizzera – affermano i promotori – è un punto bianco nel mondo, un luogo universalmente riconosciuto dove le parti in guerra e in conflitto possono incontrarsi e parlarsi senza armi. Finché ci sarà una Svizzera neutrale, la pace avrà più possibilità”.

Fulvio Pelli, già presidente nazionale del PLR, boccia l’iniziativa con un “tre in condotta”, ma la definisce un’ “astuta proposta” che conferma l’“arguzia politica” di Christoph Blocher e che merita di essere approfondita. (laRegione 28.6.23)

Pelli sostiene che la politica estera deve restare nelle mani del Consiglio Federale, per avere la necessaria elasticità di adeguarsi con tempestività alle situazioni critiche, come nel caso della guerra in Ucraina. Spiega che la scelta della neutralità viene da lontano, dal Congresso di Vienna del 1815, e che sarebbe arrogante cambiare le regole del gioco. Osserva inoltre che l’iniziativa “cerca di far passare la neutralità per valore identitario, per nascondere la vera caratteristica di strumento di politica estera”. E aggiunge: “Noi consideriamo la neutralità anche quale elemento identificante delle nostre caratteristiche di svizzeri e quindi quel tema tocca i nostri sentimenti più profondi”. 

In che misura la neutralità è un elemento fondante dell’identità elvetica o, come dice lo storico Sacha Zala, ha finito per acquisire “uno statuto quasi religioso”?

Il tema è piuttosto complicato, perché entrano in gioco aspetti storici, giuridici nazionali e internazionali e politici. Era dal 1993 che il Consiglio federale non si occupava in modo esaustivo di questo dossier. Lo ha fatto lo scorso ottobre, rispondendo con un rapporto a una precisa richiesta della Commissione di politica estera, formulata dopo l’invasione russa dell’Ucraina. 

La neutralità svizzera – precisa il Consiglio federale – possiede cinque caratteristiche:

  • è permanente ed è riconosciuta dal diritto internazionale.
  • è una libera scelta, anche se è riconosciuta internazionalmente, e ci si può rinunciare unilateralmente.
  • è armata.
  • La Svizzera non ha avuto politiche di espansione negli ultimi secoli.
  • La neutralità non è una neutralità di opinione, non significa essere neutri in termini di valori.

Nel suo rapporto, il governo sottolinea che il grado di accettazione della neutralità nella popolazione è elevato. All’inizio del 2022 il 97% degli svizzeri si è pronunciato a favore della neutralità. Dopo l’inizio della guerra in Ucraina i sostenitori sono scesi all’ 89%. In ogni caso,il governo afferma: “In politica interna, la neutralità resta un’importante caratteristica d’identità”.

La neutralità svizzera è costituita dal diritto di neutralità e dalla politica di neutralità. Il diritto è il nucleo duro, che àncora la nostra neutralità ai trattati e al diritto internazionale. La politica di neutralità comprende le misure che mirano ad assicurare l’efficacia e la credibilità della neutralità. Una parte rigida e una aleatoria, come il nucleo di un atomo e gli elettroni che ruotano attorno.

A proposito della rilevanza costituzionale del tema, il Consiglio federale scrive: “Il legislatore svizzero ha deliberamente scelto di non iscrivere la neutralità come obiettivo nella Costituzione, perché si tratta di uno strumento e non di un fine in sé. La neutralità ha bisogno di flessibilità per potersi adattare ai tempi. Di conseguenza, trattando della neutralità, la Costituzione federale attuale prevede unicamente che il Consiglio federale e l‘Assemblea federale prendano misure per preservare la neutralità della Svizzera”.

Come si vede, o si può immaginare, la questione non manca di ambiguità e rasenta la tautologia. La “flessibilità” e “l’adattamento ai tempi” fin dove potranno portare la Svizzera?

Assegnare rilievo costituzionale alla neutralità rafforzerebbe il principio, ma sarebbe un vincolo per il Governo? Potrebbe impedire lo scivolamento del Consiglio federale verso la NATO?

L’iniziativa, in proposito, afferma: “La Svizzera non aderisce ad alleanze militari o difensive. È fatta salva una collaborazione con tali alleanze in caso di aggressione militare diretta contro la Svizzera o in caso di atti preparatori in vista di una simile aggressione”. 

Il comandante di corpo Süssli può tirare un sospiro di sollievo, sapendo che non gli sarà impedito di abbracciare la NATO, se l’articolo costituzionale entrasse in vigore. E ancora: “La Svizzera non partecipa a scontri militari tra Stati terzi e non adotta neanche misure coercitive non militari nei confronti degli Stati belligeranti. Sono fatti salvi gli obblighi verso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e i provvedimenti volti a impedire l’elusione delle misure coercitive non militari adottate da altri Stati”. E, da ultimo, “La Svizzera si avvale della propria neutralità permanente per prevenire e risolvere conflitti e offre i propri buoni uffici in qualità di mediatrice”. 

L’articolo costituzionale non offre nuove prospettive alla neutralità. E, soprattutto, non fa fare passi avanti a una Svizzera pacifista. Con una neutralità armata costituzionale si garantirebbero ancora le enormi e inutili spese militari e si confermerebbe la natura affaristica elvetica, anche quando ci sono guerre di mezzo.

Stimolante lo storico e giurista Olivier Meuwly, autore della recente Une brève histoire constitutionelle de la Suisse. Al giornalista che gli chiedeva se non fosse esagerato proporre di introdurre nella Costituzione un articolo che avrebbe proibito di tagliare le corna delle mucche, come avvenuto nel 2018, così rispondeva: “Non credo. L’esempio delle corna delle mucche in realtà è molto serio. Pensiamo al dibattito sul veganismo e lo statuto degli animali. Quello sulle corna era un argomento molto al passo con i tempi. Malgrado sia all’apparenza un po’ folcloristica, questo tipo di democrazia ha permesso di discutere di una questione concreta e di fornire una risposta. Sento spesso ripetere questa critica, ovvero che l’iniziativa popolare è un fattore di populismo. Ma in realtà è il contrario. Se il populismo è meno cancrenoso in Svizzera rispetto ad altri Paesi europei, è proprio perché osiamo mettere sul tavolo determinate tematiche sensibili e le affrontiamo”. (Le Temps/Naufraghi 7.7.23)

La neutralità è a rischio? È un valore identitario? Ha senso che rimanga “armata”? Rispondendo a queste domande il popolo svizzero – se l’iniziativa avrà successo – deciderà se ancorare nella Costituzione il principio di neutralità. 

C’è tempo, perché la raccolta delle firme si concluderà nel maggio del prossimo anno. 

Sarà opportuno che anche la sinistra si chini sul tema evitando, possibilmente, di liquidare la difesa della neutralità come un affare della destra. 

Forse la neutralità elvetica fa parte di un bisogno di protezione del nostro Paese, come suggerisce, più in generale Pier Luigi Bersani, ex segretario del Partito democratico italiano: “Questo ripiegamento della globalizzazione sta favorendo idee di destra, non più quella liberista, ma quella sovranista, nazionalista. Questa destra risponde a modo suo alla nuova parola d’ordine del mondo che è ‘protezione’. La sinistra invece è ancora attardata su parole d’ordine che furono vincenti nei primi anni Novanta, cioè: opportunità, merito, flessibilità, eccellenze. Ecco, per me, la grande idea della sinistra oggi è proporre protezione sì, ma sulla base dei suoi valori”. 

La sinistra elvetica deve scegliere da che parte stare, ricordando che, in passato, il PS ha messo in discussione la necessità dell’esercito e ha sottolineato l’importanza di affidarci a una forza internazionale di mantenimento della pace integrata alle Nazioni Unite.

Una cosa è chiara: la neutralità rimane un concetto ambiguo. Raymond Loretan, ex segretario del Partito democristiano, è lapidario: “Se la Svizzera vuole essere neutrale, deve tendere la mano alla Russia in modo visibile come ha fatto per l’Ucraina”. Se, invece, la Svizzera vuole essere europea, “deve approfondire la collaborazione con l’UE e con la NATO. È ora che si esca da questa zona grigia poco chiara per la comunità internazionale”. 

La seconda opzione significa abdicare alla neutralità. La strada per rinsaldare la neutralità che ci contraddistingue, nel bene e nel male, da secoli, è “rafforzare l’orientamento umanitario e pacifico”, come afferma ma non sempre conferma il Consiglio federale.

Articolo pubblicato sul Quaderno 45 del Forum Alternativo
Nell’immagine: uno dei droni di cartone che si stanno dimostrando particolarmente efficaci (ed economici) in Ucraina


Un secolo in colonia

La presidente von der Leyen tende una mano agli allevatori e annuncia la possibile revisione della direttiva Habitat. Nel 2022 il suo amato pony era stato ucciso da un lupo 

Sabato 26 e domenica 27 agosto a Rodi Fiesso si sono festeggiati i 100 anni delle Colonie dei Sindacati della Camera del Lavoro. Un traguardo importante perché racconta come l’evoluzione delle colonie abbia seguito, passo dopo passo, i cambiamenti sociali e culturali del nostro Cantone.

Tutto ha inizio nel 1923, poco dopo il primo conflitto mondiale e la Rivoluzione russa: la loro creazione e istituzione dà subito la possibilità ai figli delle classi più povere di poter godere di un mese di “colonia climatica”, come era definita, per vivere momenti particolari,  distaccati dal contesto di una lenta e faticosa rinascita economica.

Poi son arrivate la seconda guerra mondiale e la Guerra Fredda a stravolgere spazi, menti e dinamiche sociali, ma le colonie sono rimaste ancora d’appoggio ai figli della classe operaia che si voleva, nel frattempo, in “evoluzione”. Qui da noi, almeno, è stato così, mentre in altri paesi, come in Italia, le colonie sono state un mezzo di propaganda fascista per tutti gli anni Trenta, in simbiosi con i grandi gruppi industriali che mandavano i figli degli operai soprattutto al mare.

Nel secondo dopoguerra, diciamo a partire dagli anni Cinquanta, le colonie tornano in grande spolvero a soddisfare le esigenze di molte famiglie, se si pensa che a Rodi, dalle poche decine iniziali, si arriva ad avere oltre 450 ospiti per ognuno dei due turni, distribuiti su tre case e alle quali sarà aggiunta Casina negli anni Sessanta, altro periodo di grande afflusso. Siamo in pieno “boom” economico, ma con le classi lavoratrici bisognose di avere uno “sfogo” estivo per i propri figli: a questo sono servite, per tanto tempo, le colonie estive.

Dopo la metà degli anni Sessanta, sul piano numerico c’è poi stato un calo di iscrizioni ma, per contro,  è iniziata una crescita esponenziale sul piano educativo, perché le nuove teorie pedagogiche, il mutato clima sociale, le rivendicazioni del ’68, le maggiori aperture mentali e anche dei modelli scolastici, le influenze degli altri paesi più evoluti in materia educativa e, diciamolo, anche i CEMEA (Centri d’Esercitazione ai Metodi di Educazione Attiva), hanno portato ad un vero e proprio stravolgimento delle dinamiche educative. 

Negli anni Settanta si avviano molti cambiamenti nella gestione dei gruppi, delle attività ma, soprattutto, nel coinvolgimento degli utenti in tutto quanto era relativo all’esperienza della colonia: dalla sveglia e dalla siesta libere, all’introduzione di coordinatori, alla gestione delle attività, all’abolizione delle giornate dei genitori, alla gestione condivisa delle serate e altro ancora. Con il bambino e la bambina al centro dei progetti. E, se un tempo la minaccia più o meno velata “se non fai il bravo ti mando in colonia” aveva effetto deterrente, con le numerose innovazioni didattiche e pedagogiche sperimentate la colonia è riuscita a proporsi come un momento educativo non solo importante ma anche vissuto con piacere dagli utenti. 

Se il loro numero diminuisce a fine anni Settanta è perché si assiste alla crescita molto elevata di colonie riconosciute e sussidiate dallo Stato con la Legge sulle Colonie del ’73. Comuni, parrocchie, scout, gruppi di famiglie (come l’ATGABBES) e gruppi di volontari organizzano turni di colonia, a volte “interpretando” un po’ il termine, perché la vera colonia richiedeva una residenza di almeno 18 giorni e pochi la osservavano. Però, con le mutate esigenze delle famiglie e quindi della società e con le maggiori disponibilità finanziarie, la scelta della colonia rimane attuale, soprattutto nella forma ridotta a 15 giorni. E a Rodi ci si è adeguati negli anni Ottanta. Sempre con due turni, Rodi continua ad ospitare, ogni estate, numerosi ragazzi, con proposte didattiche e di svago in continua evoluzione educativa e al passo coi tempi.

Se questa, in estrema sintesi, è la cronistoria di un movimento centenario nato da esigenze vere e sentite, ci si chiede se oggi le colonie sono ancora attuali e se soddisfano i bisogni dei bimbi e degli adolescenti.

Io sono convinto di sì, perché la colonia è un fattore di crescita sia per chi la vive sia per chi la gestisce. Il bambino (vale anche per le bambine, ovviamente) che va in colonia impara un mare di cose a cominciare dalla capacità di autogestirsi: prima magari con l’aiuto della monitrice (vale anche per i monitori, sempre ovviamente), è lui che sceglie quali vestiti mettersi, cosa fare coi compagni, quando e come e, soprattutto, perché. Impara il rispetto, per esempio alzandosi per la colazione libera senza svegliare l’amico che dorme ancora, capisce che non deve lavarsi le mani dopo ogni partita a dama che fa con il compagno eritreo durante la siesta libera, cosa che la mamma gli … “consiglierebbe”. 

Impara a condividere spazi, come la camera, che vanno tenuti in ordine perché vissuti con altri, a osservare gli orari come segno di rispetto per chi aspetta. Impara ad avere pazienza con i più deboli che fan parte della sua squadra in una caccia al tesoro, conosce persone che possono provenire da ogni parte del mondo e che gli insegnano cose nuove, impara la tolleranza per chi è diverso. In colonia si può addirittura apprendere (con piacere) a convivere in maniera decente con i cellulari, ci si rende conto che si possono passare tante ore senza accenderlo e che il vissuto è magari anche più divertente e allegro.

Il tutto in un ambiente che non è certo quello della famiglia e nemmeno quello della scuola, dove certe scelte sono obbligate, altre imposte, altre ancora senza un perché. La colonia è un mondo educativo utile alla crescita dell’individuo perché si è “liberi” 24 ore su 24, pur nelle regole della comune convivenza. Si dirà che anche la scuola e la famiglia hanno queste prerogative, ed è vero, ma la base dell’autogestione riveste un fattore di crescita notevole per lo sviluppo della personalità e delle relazioni con gli altri.

Se la colonia è questo e certamente altro ancora per gli ospiti, è formativa anche sul piano della crescita per il personale educativo e di servizio. Credo che qualche turno di colonia sia un aiuto, soprattutto per chi vuole entrare nell’insegnamento, molto più completo della marea di lezioni, per lo più teoriche, di certe scuole pedagogiche. In colonia s’impara a gestire i bambini e le bambine nelle dinamiche più disparate, dai sei ai quattordici anni, e sull’arco dell’intera giornata. Si fanno tante attività molto diverse fra loro, senza che gli utenti debbano essere torchiati, vivisezionati e valutati sulle competenze raggiunte. E si possono fare le scelte più opportune e mirate a scopi educativi e di socializzazione senza unità didattiche a limitarne spazi e tempi. Riconoscere l’importanza delle colonie come “palestra” di apprendimento educativo e per imparare a gestire emozioni, problematiche, felicità e anche dolore: sono aspetti cruciali per la formazione dei giovani, evidenziati opportunamente anche durante i festeggiamenti degli scorsi giorni.

Credo che le colonie dovrebbero opportunamente essere ri-considerate dalle famiglie come un’attività estiva di qualità. Il distacco di quindici giorni dal proprio ambiente per vivere un’esperienza diversa in un contesto educativo fatto anche di giochi e spensieratezza è un importante fattore di crescita per la personalità dell’individuo. Oggi si fanno tanti discorsi teorici su molte tematiche educative, e giustamente direi, ma sono certo che un’esperienza in colonia sia un complemento di grande importanza per imparare a stare con gli altri, a rispettare le loro idee, ad accettare quanto c’è di diverso, evitando i pregiudizi: il tutto con la convinzione che sia giusto farlo. Però sempre esponendo le proprie idee ed acquisendo anche il coraggio di esprimerle senza la paura degli altri e dei loro pregiudizi, perché la maggioranza silenziosa non produce frutti.

Avere in futuro una generazione che riesca a raggiungere questi obiettivi sarebbe un toccasana per una società che si vorrebbe più responsabilmente partecipe, capace di coltivare una convivenza armoniosa e aperta all’apprendimento, al coinvolgimento e alla tolleranza.

Nell’immagine: un momento di vita in colonia


Quando i lettori hanno un’arma (elettorale)

La presidente von der Leyen tende una mano agli allevatori e annuncia la possibile revisione della direttiva Habitat. Nel 2022 il suo amato pony era stato ucciso da un lupo 

Sarebbe un caso curioso, scomodo, politicamente scorretto e provocatorio, e così resterebbe, se solo non vi fosse un alone inquietante a circondarlo. Il mondo aI contrario, infatti, scritto dal generale italiano Roberto Vannacci (all’attivo, esperienze di comandante in Afghanistan e in Iraq) scatena una serie di effetti collaterali che sono degni di preoccupazione da parte di chi teme il rafforzamento di certe derive populiste. Il tomo di quasi quattrocento pagine del militare cinquantacinquenne forse amareggiato dalla vita, certamente disilluso dal presente, è stato attaccato (poiché è effettivamente attaccabile) sotto ogni punto di vista.

Oltre a essere offensivo poiché calpesta i valori costituzionali, indugiando invece, e rafforzandoli, in una serie di pregiudizi che spaziano dal razziale a quello di genere passando per quello ambientale – il tutto per segnalare l’ingiustizia di chi è costretto a vivere sotto la “dittatura delle minoranze” – il “manuale” è un coacervo di inesattezze e di incongruenze tale da avere scomodato e indignato, al di là del Ministro della difesa Guido Crosetto, che lo ha sospeso, fior di penne sui mass media della vicina Italia.

Al cospetto dell’affermazione “Ritengo che nelle mie vene scorra una goccia del sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Mazzini e Garibaldi”, il classicista Luciano Canfora, ad esempio, ha tenuto a ricordare i gusti sessuali variegati (tanto per usare un eufemismo) dell’antichità, e in particolare dello stesso Cesare, la cui vicenda della liaison con Nicomede re di Bitinia è giunta fino ai giorni nostri, parimenti alle conquiste militari – e in barba all’affermazione dello stesso Vannacci, secondo cui i gay non sarebbero normali.

Il docente di linguistica italiana Massimo Arcangeli, dal canto suo, sulle pagine del Corriere della sera si butta in un lungo lavoro quasi scientifico di revisione del testo in questione, portando alla luce un elenco infinito di passaggi plagiati, inesattezze grammaticali, invenzioni linguistiche, incoerenza di stile e debolezza argomentativa (tanto per citare un paio di punti e tralasciando il significato dei contenuti).

A tutti questi difetti assolutamente trasversali se ne aggiunge un altro, oseremmo aggiungere, che rappresenta un peccato capitale per qualsiasi testo che non si rispetti, ossia la noia. La ridondanza dei costrutti, il linguaggio a tratti obsoleto, altre volte improbabile, i concetti confezionati su una infilzata di luoghi comuni, la percezione di una minaccia imminente che permea ogni pagina (e che non viene da guerre e crisi energetica, dallo scempio ambientale o dallo spazio, ma soprattutto da coloro che vorrebbero riconosciuti dei diritti, dalle donne agli omosessuali, dagli stranieri agli attivisti), a prima vista parrebbero elementi sufficienti per saltare a dieci a dieci le pagine del libro, onde evitare di essere travolti dal tedio.

Lo stesso personaggio, nel suo grigiore (lo sappiamo, l’autore non andrebbe mai confuso con l’opera, ma siamo a caccia di elementi positivi) non sembra riuscire a esercitare alcun fascino affabulatorio, poiché privo di carisma, e in grado unicamente di ripetere una serie di concetti alla stregua di una macchinetta programmata, come se non ci trovassimo in un mondo di profondi cambiamenti e di discussioni, di lotte e conquiste necessarie, ma appunto, nella dittatura delle minoranze, per contrastare la quale esistono soluzioni semplici e preconfezionate (per quanto piuttosto confuse), che Vannacci ci mette gentilmente a disposizione.

Eppure… (e qui la congiunzione ci va più che mai) il libro, autoprodotto (e senza alcun editing, se si esclude il taglia e incolla di pezzi scritti da altri), è in cima alle classifiche Amazon (i librai finora non hanno osato lucrarvi) e con decine di migliaia di copie vendute (93.000 in 20 giorni) si è trasformato in bestseller (qualcuno ne ha paragonato il successo a quello di Harry Potter), mentre lo stesso Vannacci non lesina interviste video o cartacee, e intanto fioccano addirittura gli inviti ad attivarsi politicamente: Lega e Forza Nuova sembrerebbero attenderlo a braccia aperte.

Alla luce di quanto sopra, il successo incredibile e senza precedenti di un libro auroprodotto da un generale sospeso su due piedi dallo stesso ministro della difesa, ci dice una cosa importante sulle persone che il libro lo acquistano e lo leggono, soprassedendo con una scrollata di spalle a falsità o incongruenze evidenti, e ci restituiscono il ritratto di uno spaccato di società. Ciò che i lettori de Il mondo al contrario cercano tra le pagine del libro è probabilmente una cosa sola: la conferma finalmente istituzionale (poco importa la scelta di Crosetto, che è comunque stato anche attaccato) di un sentire che fino a qualche tempo fa poteva restare tutt’al più intimo, oppure trovare sfogo intorno al tavolo di un bar e nel peggiore dei casi su qualche canale social. Ora a questo sentire è stata data una voce, che proviene niente meno che dalle istituzioni (per quanto destituite), e che un domani, chissà, potrà tradursi nell’arma potenzialmente più pericolosa della democrazia, ossia quella del voto elettorale. I lettori, pardon, gli elettori, ci sono, e sono tanti.

Secondo informazioni raccolte dalla nostra redazione anche nelle librerie della Svizzera italiana molte persone richiedono il libro. L’interesse della clientela è almeno pari a quello suscitato dal vincitore di un Premio Strega. Il libro tuttavia (almeno per il momento) non è in vendita, poiché autoprodotto e distribuito unicamente online.
Ricordiamo inoltre che il libro di Vannacci fa degnamente il paio con quello (se possibile persino più delirante) scritto da Giorgia Meloni nel 2019 [ndr].
Nell’immagine: “il #1 più venduto” (con valutazione 4.8 su 5)


Un moderno Prometeo

La presidente von der Leyen tende una mano agli allevatori e annuncia la possibile revisione della direttiva Habitat. Nel 2022 il suo amato pony era stato ucciso da un lupo 

Di Massimiliano Sortino, Linkiesta

Un thriller sul dramma dell’anima e la consapevolezza di aver scritto la pagina più importante della storia dell’uomo (la minaccia nucleare), ma anche una profonda riflessione sulla necessità di una pace globale. Nolan ci restituisce l’eroe e l’antieroe greco in formato settanta millimetri

Ci sono film che ci portano dentro storie che non conosciamo abbastanza. Film scomodi ma potenti che diventano necessari perché capaci di farci comprendere il qui e ora attraverso storie personali. Oppenheimer, il film di Christopher Nolan uscito nelle sale cinematografiche italiane il 23 agosto, è esattamente questo. Ma non solo. Ispirato al libro vincitore del premio Pulitzer Robert Oppenheimer Il Padre della Bomba Atomica – Il trionfo e la tragedia di uno scienziato (il titolo originale è American Prometheus: The Triumph and Tragedy of J. Robert Oppenheimer) di Kai Bird e Martin J. Sherwin, racconta la vita e l’eredità del fisico statunitense considerato il padre della bomba atomica.

Oppenheimer è la storia di un moderno Prometeo: il personaggio della mitologia greca che sfidò gli dèi dell’Olimpo e fece scoprire agli uomini il fuoco potente e distruttivo. Come Prometeo fu punito da Zeus, così Oppenheimer fu messo sotto accusa dal governo americano per le sue simpatie comuniste, sospeso dai suoi incarichi e solo dopo molto tempo riabilitato. Nonostante le scoperte scientifiche, i riconoscimenti e una copertina di Time Magazine, Oppenheimer è stato un genio dalla personalità tormentata tra visioni, incubi e paure.

Nel 1942, il fisico Julius Robert Oppenheimer, a capo del Progetto Manhattan, il programma di ricerca militare che, durante la Seconda guerra mondiale, portò allo studio e alla realizzazione delle prime bombe atomiche, viene chiamato a dirigere il laboratorio segreto di Los Alamos, nel New Mexico. La riuscita detonazione della prima bomba atomica creata dallo scienziato è per Oppenheimer un momento di apparente trionfo, ma anche la sua condanna. Per la prima volta, infatti, vede davanti a sé un potere distruttivo quasi soprannaturale e diviene la voce della coscienza morale di una civiltà che ha conquistato la possibilità di autodistruggersi. Oppenheimer è un film duro e magnifico che si prende il tempo per indagare il suo enigmatico protagonista, e lo fa adottando una narrazione non lineare a cui Nolan ci aveva già abituato con le sue precedenti opere.

Si tratta di una riflessione sulla pace e sugli armamenti. Ridurlo alla storia dell’uomo che per salvare il mondo è costretto a metterlo a rischio sarebbe troppo semplice. Un film in cui non si riesce a distinguere tra l’eroe e l’antieroe, dove i confini tra il giusto e lo sbagliato si fanno sempre più labili, dove non si distingue chi è il forte e chi il debole. Dove vittima e carnefice convivono e la creazione si trasforma in distruzione, il genio in pentimento.

Christopher Nolan, con una narrazione intima, attraverso immagini allucinatorie a colori e frame in bianco e nero, ci mette in contatto con gli aspetti più vulnerabili e dolorosi dell’essere umano, portandoci a riflettere sul futuro, scandagliando desideri e paure e su come questi possano mutare nel tempo in risposta ai cambiamenti che ci circondano. Creazione e distruzione sono una l’antitesi dell’altra, ma qui vengono utilizzate nello stesso contesto e diventano necessarie per raccontare i turbamenti di uno scienziato, che, mosso da una straordinaria ambizione, è passato alla storia non solo per averne scritto un nuovo inedito capitolo, ma per aver fatto conoscere all’umanità la possibilità di annientarsi.

Perché se la bomba atomica tra il 1938 e il 1945 era una necessità per gli Stati Uniti per vincere la Seconda guerra mondiale, l’invenzione di Oppenheimer rappresenta il trionfo dell’ingenuità umana. E se lui stesso, dopo il riuscito esperimento del Test Trinity, dice «Una volta usata ogni guerra diventa impensabile: è grande abbastanza per far finire tutte le guerre» e «Quando vedranno il segreto di Los Alamos il mondo vorrà la pace», più tardi affermerà: «E ora sono diventato morte. Il distruttore di mondi».

Parole forti e dure che risuoneranno nella mente del brillante scienziato per tutta la vita. Parole che pronuncia ancora qualche giorno prima che la bomba atomica venga sganciata su Hiroshima e Nagasaki. E poco importa se l’esplosione atomica in Giappone nel film non si veda: le deflagrazioni nel lungometraggio sono ovunque: sognate, evocate e percepite, ma soprattutto trasformate in immagini, in tormenti e in senso di colpa nella mente del protagonista. Ma nonostante questo non riusciamo ancora a comprendere le scelte e l’opportunità di quelle decisioni.

C’era il sogno della pace duratura, ma anche la vanità di voler mostrare al mondo di essere arrivati per primi, almeno rispetto ai tedeschi. «Non la capiranno finché non la capiranno», dice lo scienziato, «e non la capiranno finché non l’avranno usata”. La bomba atomica avrebbe dovuto garantire la pace duratura, ma per farlo bisognava mostrare al mondo i suoi effetti. Un altro paradosso.

Grazie alla sua potenza narrativa, Oppenheimer diventa un pelago di opposti: vita e morte, sensi di colpa ed egotismo, ferocia e umanità, certezze e dubbi, violenza e pentimento. Ma non è solo una riflessione sulla natura dell’uomo e i limiti morali ed etici oltre i quali la scienza non dovrebbe andare (risposta che si darà lo spettatore dopo aver visto la pellicola). Il film è una sequenza di eventi distruttivi raccontata con un personale punto di vista, quello del suo protagonista interpretato da Cillian Murphy, che, con quello sguardo ceruleo, ha una potenza shakespeariana degna di una tragedia.

«Sento le mani sporche di sangue», dice lo scienziato al presidente Truman, interpretato da Gary Oldman, che gli risponde serafico: «Lei pensa che a qualcuno a Hiroshima o Nagasaki interessi chi ha costruito la bomba? Interessa chi l’ha sganciata. E sono io». Poi lo liquiderà dandogli del Piagnone.

«Il mio obiettivo è stato condurre il pubblico nella mente e nelle vicende della persona che ha assistito con i propri occhi a uno dei più grandi stravolgimenti della storia», confessa Christopher Nolan. «Che vi piaccia o meno», continua il regista britannico, «J. Robert Oppenheimer è la persona più importante che sia mai vissuta. Ha modellato il mondo in cui viviamo, nel bene o nel male. E la sua storia deve essere vista per essere compresa».

Ma nella pellicola emerge anche un altro aspetto, la denuncia di un sistema politico, quello americano, che prova a funzionare in modo virtuoso, ma che rimane vincolato a voler dimostrare la propria supremazia senza riuscire a denunciarne gli abusi e lasciando lo spettatore libero di giudicare l’opportunità di quelle scelte.

Un film da vedere rigorosamente sul grande schermo, meglio se in formato settanta millimetri (come vorrebbe il regista) per vivere appieno la storia di un moderno Prometeo che ha donato al mondo il fuoco e che il mondo ha deciso come utilizzare. Oppenheimer parla di ambizione e follia, e in questo mondo si fa utile e attuale. Non cambierà nulla, forse, ma almeno ci fa riflettere su cosa abbiamo rischiato negli ultimi settant’anni e ci fa sperare che un giorno, neanche troppo lontano, sia possibile vivere in pace.

Il trailer del film


Ezio Mauro – Il generale razzista e i silenzi di Meloni

La presidente von der Leyen tende una mano agli allevatori e annuncia la possibile revisione della direttiva Habitat. Nel 2022 il suo amato pony era stato ucciso da un lupo